lunedì 28 marzo 2011

La Chiesa davanti a Gheddafi


Il magistero morale della Chiesa ritiene “giusta” la guerra quando siano “contemporaneamente” presenti alcune condizioni: (1) “che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo”; (2) “che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci”; (3) “che ci siano fondate condizioni di successo”; (4) “che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2309). Ciò detto, non si capisce perché Sua Santità chieda – oggi, 27 marzo – che si sospendano le operazioni della Nato in Libia, dopo aver “invoc[at]o – non più tre settimane fa, all’Angelusassistenza e soccorso per le popolazioni colpite”, quelle che Gheddafi andava massacrando.
Ora, noi sappiamo che “le azioni manifestamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali, non diversamente dalle disposizioni che le impongono, sono crimini [e che] lo sterminio di un popolo, di una nazione o di una minoranza etnica deve essere condannato come peccato mortale” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2313), e dunque l’invocazione ci stava.
Noi sappiamo pure che l’uso della forza era da considerare “giusto”: (1) Gheddafi non ha esitato a uccidere migliaia di libici che si limitavano a chiedere democrazia e a minacciare di massacrarne altre migliaia, quando fosse riuscito a riprendere il controllo della situazione, fra quanti, nonostante il massacro, avevano continuato a chiederla; (2) ha inoltre rifiutato ogni altra soluzione della crisi che non fosse il pieno ripristino della sua dittatura: ha rifiutato un salvacondotto, quando era nei guai, e si è negato ad ogni trattativa, quando rimontava sugli insorti; (3) almeno fino ad ora – siamo tutti nelle mani di Dio – le operazioni della Nato danno ragionevole certezza di poter raggiungere (anche solo indirettamente) il fine di rendere inoffensivo il dittatore; (4) l’uso della forza da parte della Nato non ha finora provocato mali e disordini più gravi del male da eliminare, né promette di provocarne. E dunque: come portare assistenza e soccorso agli insorti?
La scorsa settimana, sempre all’Angelus, diceva: “Le preoccupanti notizie che giungevano dalla Libia hanno suscitato anche in me viva trepidazione e timori. Ne avevo fatto particolare preghiera al Signore durante la settimana degli Esercizi Spirituali”. Ma il Signore – sia detto col massimo rispetto – manco per il cazzo. E allora Sua Santità rivolgeva “un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari”. Sì, ma come? Di là, il “peccato mortale” dello “sterminio di un popolo” in atto e, di qua, i soccorritori che non hanno altra scelta se non la distruzione degli strumenti di quello sterminio: che cazzo mi significa l’odierno “cessate il fuoco” di Sua Santità?
“Chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nord africana”, diceva la scorsa settimana. Se lo immaginava con Gheddafi al potere? Gheddafi non è disposto a rinunciarci: o potere o morte. Che facciamo? Lo lasciamo dov’è? Chiudiamo un occhio sulle migliaia di libici che ha massacrato, rimandandolo – quando sarà –al giudizio del Signore? Può darsi sia davvero questo l’orizzonte gradito a Benedetto XVI. Infatti, ora che gli insorti sembrano rimontare e Gheddafi è di nuovo nei guai, Sua Santità dice “urgente l’esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l’azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le Parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature”.
Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere: ai teologi le loro pippe, ai politici la ricerca di soluzioni pacifiche e durature. Certo, in culo al principio della laicità dello stato, i politici possono ispirarsi al magistero morale della Chiesa. E tuttavia, Catechismo della Chiesa Cattolica alla mano, come si possono prendere per buone le pippe di Benedetto XVI?

Siete stanchi? Se sì, fermatevi: la domanda che chiude il primo paragrafo di questo post stia lì a domanda retorica. Se invece avete ancora un poco di pazienza, andiamo avanti e ascoltiamo le voci di due ratzingeriani che più ratzingeriani non si può, entrambi in favore del “cessate il fuoco”: Giorgio Vittadini e Antonio Socci.
Giorgio Vittadini dice che “l’operazione militare in Libia è la logica espressione di una politica neocoloniale che ormai domina le dinamiche internazionali dell’Occidente”. Il colonialismo è stata l’altra faccia dell’evangelizzazione dei popoli, ma ora è cacca: non c’è più un Papa a dare il placet, e dunque no al colonialismo. Fin qui, fila. Ma “l’operazione militare in Libia è la logica espressione di una politica neocoloniale”? L’intervento umanitario è un “pretesto”, come dice Vittadini, o è quanto aveva chiesto proprio il papa, tre settimane fa? Siamo ancora alla stessa domanda: come fermare Gheddafi?
Ecco, per chi si arrovellasse su questo punto, diciamo subito che per Vittadini la domanda è impropria: Gheddafi non va necessariamente fermato. Vittadini chiede: “Quale è l’alternativa a un regime? Instaurare un sistema politico basato su elezioni multipartitiche, che precondizioni chiede? È possibile imporre la democrazia con la violenza?”.
Meglio la violenza della dittatura? Questa non è una domanda retorica, perché Vittadini pensa proprio che sia meglio quella. Lamenta, infatti, che “con la giustificazione di interventi umanitari Belgrado e la Serbia furono bombardati in modo indiscriminato portando alla caduta di Milosevic. Si ricomincia con Gheddafi: si e’ invocato un intervento per emergenza umanitaria per poi verificare in questi giorni che Francia e Gran Bretagna, con l’acquiescenza del pensiero debole Obama-Clinton e di altri, stanno conducendo, non un’operazione umanitaria, ma una vera e propria guerra per rovesciare il regime a spese della popolazione libica”. Di quale popolazione libica? Certo non di quella che chiede la democrazia. Deve trattarsi della popolazione che Gheddafi sta armando per difendere la dittatura.
Vittadini si dice di portatore della “linea della Santa Sede”, e Socci pure. “Nel caso della «guerra libica» – dice – sono in tanti ad aver mestato nel torbido, magari fomentando le rivolte per poi poter intervenire militarmente e mettere le mani sul petrolio libico”. Qui c’è qualcosa di più che il sospetto: le rivolte in favore della democrazia non erano spontanee – probabilmente perché non potevano esserlo – perché fomentate da avidi petrolieri.
Non è ipotesi da scartare: può darsi che sia stato proprio un petroliere a dare la benzina all’ambulante tunisino che si è dato fuoco scatenando la rivolta che ha abbattuto il regime di Ben Alì.

Qui sono stanco io, e mi fermo. Dovessi continuare, avrei solo parolacce.

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