lunedì 22 maggio 2017

[...]

Si riapre la discussione sulla legge elettorale, che ora, dopo tanto cincischiare, tutto tattico, parrebbe avere buone possibilità di trovare i numeri in Parlamento, grazie a unintesa tra Partito Democratico e Forza Italia sulla base del comune accordo di andare al voto subito dopo averne approvata una.
Sarà superfluo rammentare che quattordici anni fa lItalia sottoscrisse il Codice di buona condotta in materia elettorale approvato dal Consiglio d’Europa, che nelle Linee guida recita: «Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede lelezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria» (II, 2, b).
Superfluo, perché richiamare le istituzioni italiane al rispetto degli impegni presi in sede europea è inutile, sarà per questo che fin qui a nessuno è venuto in mente di sollevare la questione. A che serve, dunque, rammentarlo? È presto detto: serve a prendere in considerazione le possibili critiche al richiamo. Due sono quelle largamente prevedibili.

Cè chi dirà che alla scadenza naturale della legislatura, in primavera, non sarebbe comunque passato un anno dallapprovazione di una legge elettorale che comunque non potrà vedere luce prima di giugno: non si può mica rimandare il voto.
Certo, non si può, ci mancherebbe altro. È per questo che una legge elettorale sarebbe stato meglio approvarla prima. Di fatto, tuttavia, il succitato punto del Codice di buona condotta elettorale ha una ragion dessere, che trova spiegazione Rapporto esplicativo in allegato alle Linee guida: «La stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, lelettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso» (63).
Ne consegue che, quanto più tempo passa dallapprovazione di una nuova legge elettorale al voto che per la prima volta la vedrà applicata, meglio è: meglio otto mesi che otto settimane per capirci qualcosa. Conterà ancora qualcosa, la libera formazione della volontà dellelettore? E come si può assicurargliela senza unadeguata informazione relativa allo strumento attraverso il quale la sua volontà sarà espressa?

La seconda critica raccoglie questa controbiezione, e in buona parte la supera, anche se con due possibili argomentazioni: (a) la materia elettorale è di ardua comprensione alla gran parte degli elettori: neanche otto anni basterebbero per spiegare la ratio di una legge elettorale a un terzo degli aventi diritti al voto; (b) la democrazia borghese è una truffa, pensare che unadeguata informazione sulla legge elettorale serva a rendere lelettore più libero e più responsabile significa di fatto rendere più sofisticata la truffa, non smascherarla.
Sebbene siano di segno opposto, le due argomentazioni hanno in comune un presupposto: le elezioni sono inutili, e in egual misura, sia a un popolo che (a') è inemendabilmente bue, sia a quello che (b') troverà risposta ai suoi bisogni solo con labbattimento dello stato borghese.
E qui mi arrendo. 

domenica 21 maggio 2017

Segnalibro

Vittima di una congiura



«Una grave patologia caratteriale del leader,
come un narcisismo patologico complicato da
aspetti paranoidi, potrebbe dimostrarsi disastrosa»

Otto Kernberg, 1998


Pure la paranoia, adesso, e proprio in ciò che ne è patognomonico: Matteo Renzi si sente vittima di un complotto e, giacché il suo narcisismo lo fa sentire istituzione («l’état, c’est moi»), dice che si tratta di eversione. Anche in questo segue le orme di Silvio Berlusconi, si dirà, e questo è vero, ma con ciò possiamo ritenere chiusa la questione? Non ci torna utile cercare di capire quali siano le precondizioni personali e di contesto che fanno da piano inclinato lungo il quale questi infelici rotolano nell’abisso, spesso trascinandosi dietro proprio quanti gli hanno dato peso e abbrivio?
Occorre essere onesti: ci mettono del loro, senza dubbio, ma è nello stesso essere leader che s’annida la potenziale regressione. Naturalmente si può dirlo meglio.


Quando queste pressioni vengono ad agire su un soggetto con un serio disturbo della personalità come quello narcisistico, si realizza un quadro che dovremmo saper riconoscere anche se a digiuno di psichiatria. Ridò la parola a chi lo descrive assai meglio di quanto potrei farlo io, invitando il lettore a leggerlo come un identikit.


Rimanda alla mente qualcuno in particolare? Forse potrà aiutare la descrizione dellhabitat relazionale in cui tizi del genere simbozzolano: costituisce il modulo-base attorno al quale viene a svilupparsi la costruzione paranoica.


Qual è il passaggio successivo nella costruzione paranoica del complotto? Per meglio dire: cosa è necessario accada perché questa abbia ragione di essere costruita? Potrà sembrare banale, ma è necessario accada che il leader si senta in pericolo. E il maggior pericolo è dato da una ferita al suo narcisismo: una sconfitta, un’umiliazione, una perdita di posizione, un’incrinatura nella convinzione di essere invulnerabile.
Nel caso di Matteo Renzi, dalla sconfitta del 4 dicembre al caso Consip, tutto ha concorso in tal senso. E ora eccolo a sentirsi vittima di una congiura: ottima fuga dalla realtà, ottimo riparo dalle responsabilità.

venerdì 19 maggio 2017

Gentismo vs populismo


Lopportunità di smentire quanto mi viene erroneamente attributo a pag. 240 di Italian Post-Neorealism Cinema di Luca Barattoni (Edinburgh University Press, 2012), e di spiegarne il perché, mi è offerta dall’intervista che Silvio Berlusconi ha concesso, la scorsa settimana, a Claudio Cerasa («Il mio manifesto antipopulista» – Il Foglio, 15.5.2017), con la quale in sostanza annuncia una seconda «discesa in campo», stavolta non contro i «comunisti», ma contro i «populisti».
La prima reazione a questo annuncio potrebbe essere a buon diritto di forte perplessità, se non di franco disorientamento: cos’è, il berlusconismo, se non un populismo? Con quale faccia tosta, dunque, si atteggia ad antipopulista, oggi, Berlusconi?
Ad una più serena considerazione, tuttavia, occorre considerare lo specifico del populismo che abbiamo visto all’opera dal 1994 al 2011: un populismo che aveva tutti i tratti del populismo (demagogia, velleitarismo, rapporto fusionale tra leader carismatico e base di consenso, una qual certa dose di avventurismo, ecc.), ma al quale Berlusconi aveva dato un carattere piccolo-borghese, levandogli quanto di socialistoide c’è sempre stato in ogni populismo.
Berlusconi, infatti, non si rivolgeva a cittadini affamati di egualitarismo, ma a contribuenti-consumatori-spettatori cui prometteva un modello di società nella quale le disparità tra individuo e individuo fossero da intendere come forme attive, insieme plastiche e dinamiche, della loro «libertà».
Finalmente liberata dai «lacci e lacciuoli» dello «statalismo» di stampo «cattocomunista» della Prima Repubblica (il lettore perdoni la profusione di virgolettati: ogni populismo ha il suo idioletto, quello di Berlusconi si limitava a una ridefinizione di termini comuni, non di rado ambigui, spesso consunti da un lungo uso), la società italiana sarebbe diventata un Paradiso, del tipo che Piccarda Donati spiega a Dante, stupito che la beatitudine abbia gerarchia per cerchi: tutti felici, nella promessa di Berlusconi, per essere ricolmi di benessere secondo le proprie diverse capacità, dando a capacità la doppia accezione di abilità e capienza (abbondanza di pietanze ai più agiati, abbondanza di avanzi al ceto medio, abbondanza di briciole ai più bisognosi).
Direi ci fosse il quid e il quantum per dare un termine adeguato a questo populismo, e l’insistente richiamo alla «gente» piuttosto che al «popolo» cosa suggeriva? «Gentismo» calzava come un guanto.

Non sono stato certo io a coniare il termine «gentismo»: esisteva già da parecchio tempo prima ch’io cominciassi a usarlo (la prima volta, in una lettera che Il Riformista di Antonio Polito mi pubblicò nel 2004; poi, su queste pagine, soprattutto tra il 2007 e il 2009), conscio che già esistesse, ma senza essere in grado di precisare donde venisse. Ancora oggi non saprei dire dove io l’abbia incontrato per la prima volta, visto che Google mi dà solo tre voci antecedenti al 2004 (lEnciclopedia delle scienze sociali della Treccani, dall’edizione del 1996 in poi, alla voce Populismoun corsivo di Michele Serra del 2002; un pamphlet di Davide Giacalone del 2003), dalle quali sono comunque sicuro di non averlo potuto attingere
Non sarebbe neanche necessario precisare di non aver coniato io il termine, perché Luca scrive che mi sarei limitato ad appiccicarlo come etichetta al «new post-democratic brand of populism» incarnato da Berlusconi, ma quell«appropriately» mi pare crei confusione conferendomi un merito che non potrei comunque vantare, visto che il «labeling» era già in tutte e tre le fonti sopra citate. Cosa può averlo tratto in inganno, sebbene io non abbia mai millantato questo merito, né su queste pagine, né altrove?
Posso solo avanzare un’ipotesi. Con lui, qualche anno prima della pubblicazione del suo peraltro splendido lavoro, ebbi uno scambio epistolare che non rammento più come ebbe inizio, ma che spaziò di lungo in largo, da Pasolini a Deleuze, da De Sica a Tangentopoli, da Monicelli a Bossi. Chiacchiere in libertà, e lì dentro sarà finito inevitabilmente quello che scrivevo su queste pagine: a Luca sarà parso che le mie riflessioni fossero particolarmente originali, e che la disinvoltura con la quale usavo un termine come «gentismo» facesse indizio di esserne altrettanto originale formula riassuntiva.
Mistero fitto, invece, su come Luca possa aver pensato io fossi un «journalist», perché non lo sono, né ho mai desiderato esserlo, né mai avrei potuto darlo da credere, tenuto conto della pessima considerazione in cui ho sempre tenuto il giornalismo e i giornalisti. Credo si tratti di un lavoro duro e mal pagato, che dia pochissime soddisfazioni e imponga regole alle quali non sarei assolutamente in grado di piegarmi. Più in generale, ritengo che la scrittura abbia molto in comune col sesso: farlo a pagamento, anche quando non si ha voglia, cercando di accontentare il cliente e di non fare incazzare il pappone, semmai fingendo pure lorgasmo, mi pare un incubo, e non faccio differenza tra escort di lusso e infima bagascia, perché ho avuto l’opportunità di conoscere professionisti del settore assai stimati dall’opinione pubblica, ma anch’essi non mi son parsi venir meno alla legge che il lettore vada ingannevolmente compiaciuto, secondo le sue voglie, fra le quali può ben esserci quella di essere maltrattato un poco. Direi che ogni giornalista sia un populista in sedicesimo. 

lunedì 15 maggio 2017

[...]

L’amministratore delegato di una banca che ha più di 40 milioni di clienti in 22 paesi può essere completamente a digiuno dell’abc della comunicazione? Ti chiedono di confermare o smentire quello che un giornalista dice di aver saputo da te, e come te ne esci? Con un «no comment». Evidentemente ignori quello che spiegano gli esperti del settore: quella risposta «can sound like you are responsible, like you are hiding facts, or withholding information. [...] may give the impression you really are in trouble or you might suddenly created trouble when none existed before [...] youve created a controversial answer right when youd probably prefer to avoid controversy» (Ian Taylor & Georges Olds, Never Say «No Comment»). O forse no, tutto questo lo sai. Vuoi confermare senza confermare. 

sabato 13 maggio 2017

«Né di destra, né di sinistra»


Con un orgoglio, che sotto la maschera di una innocente e vulnerabilissima modestia riesce a celare anche abbastanza bene tutta la sua smisurata tronfiaggine, sentiamo sempre più spesso rivendicare l’essere «né di destra, né di sinistra». È il caso, per esempio, dei grillini più in vista (Di Maio e Di Battista, soprattutto), oltre che dello stesso Grillo, che, col definire il M5S «né di destra, né di sinistra», pare siano convinti di aver trovato il più comodo espediente per poterlo spostare, con estrema rapidità, ora a destra, ora a sinistra, secondo come butta l’umore della platea della quale aspirano ad ottenere il consenso: «né di destra, né di sinistra», dunque, per poter essere oggi di destra, domani di sinistra, dopodomani ancora di destra, e così via.
Il dirsi «né di destra, né di sinistra», invece, raramente è della base militante grillina, tanto meno dell’elettorato che vota il M5S: l’una e l’altro, infatti, almeno per il residuale habitus etico-estetico che si trascinano dietro dal loro personale passato, sono in parte di destra, in parte di sinistra e in parte anche di quel centro incline a un qualunquismo placido, quando le vacche sono grasse, e anche parecchio esagitato, ma più urlereccio che manesco, quando le vacche sono magre.

Lantecedente storico più remoto di questo dirsi «né di destra, né di sinistra» è infatti proprio il qualunquismo di Giannini, ma occorre rammentare che prima del M5S fu la Lega di Bossi a farlo proprio, e con unenfasi daccento che, al pari di quanto è dato rilevare con Grillo e i suoi, tendeva a fare dellesser «né di destra, né di sinistra» una parodia del «metapolitico» (Bossi, 1992: «Non siamo né “di destra”, né “di sinistra”, ma “al di sopra”»), che ancora dà una stanca eco in certe odierne tirate di Salvini.
Ora e allora, un «né di destra, né di sinistra» che significa di una destra così ignorante da non sentire più bisogno neppure del più usato armamentario retorico della destra: una destra cui per unica fierezza basta il becerume.

Alla maschera della modestia, però, talvolta si sostituisce quella della responsabilità, sotto la quale si riesce a scorgere una tronfiaggine che si concede pure il lusso del sussiego, e che della formula «né di destra, né di sinistra» non fa una scelta, ma una necessità.
«Né di destra, né di sinistra» – si argomenta – sono i problemi. «Né di destra, né di sinistra», dunque, hanno necessariamente da essere le soluzioni, salvo intestardirsi a voler inscrivere gli uni e le altre in una costruzione ideologica, che alla coerenza, virtù dei fessi in un mondo che va così veloce, sacrifica lo starci coi piedi ben piantati sopra.
È il caso, questo, del Pd di Renzi, ma – attenzione – non dello stesso Renzi, che anzi insiste nel ribadire che sotto la sua guida il partito resta un partito di sinistra, a dispetto di tutto ciò che inoppugnabilmente prova l’esatto contrario. Così, nel mentre chi è salito sul carro di Renzi tre o quattro anni fa ancora si affatica inutilmente nel tentativo di convincerci che il Jobs Act sarebbe una riforma di sinistra, tra i renziani nativi fa capolino un fiero orgoglio di dichiararsi «né di destra, né di sinistra» che, con la grazia con la quale il vizio fa omaggio alla virtù, indugia in un’ultima reticenza.
E così parla uno dei «20 giovani portati da Renzi nella direzione del Pd» (Il Foglio, 11.5.2017): «La sinistra indicava socialdemocrazia, welfare, ridistribuzione del reddito, partecipazione del “popolo” al governo delle cose, sia in politica, sia nel lavoro. La parola sinistra aveva un forte contenuto politico, era una distinzione riconoscibile anche sul piano valoriale. Il concetto di sinistra si è ovviamente evoluto nel tempo, senza però perdere quei valori che la contraddistinguevano. Oggi il compito della sinistra è di ridefinire una politica di cambiamento. Le soluzioni non si collocano più a un preciso punto della scala che va da destra a sinistra. Urgente è il fare. Rivolgersi ai problemi. Riparare una buca è di destra o di sinistra?».
Il concetto di sinistra si è evoluto, questo è evidente. Tanto evoluto che oggi la soluzione di un problema sembra non abbia niente a che fare col modo in cui il problema è posto, sicché «politica di cambiamento» sta in realtà per «cambiamento di politica». Nel fare per fare, e nel farlo in fretta, cosa conta più un preciso punto della scala che va da destra a sinistra?

venerdì 12 maggio 2017

Ditemi, poi


Bisogna capirlo, il Gramellini, ha perso la mamma da bambino, ha riempito il vuoto col fantasma di un angelo, eppoi è Bilancia, quindi è inevitabile galleggi in una bolla di sentimentalismo impermeabile alla realtà, una di quelle bolle nelle quali entrano solo donne angelicabili, mica nessuna di quelle fameliche arpie che, oltre ad essere la schifezza della schifezza di mogli e la schifezza della schifezza di madri, son buone solo a fare shopping e depilazioni.
Dice: vabbè, però ha affrontato pure lui un divorzio, quindi è da elogiare se scrive quel che scrive allindomani di una sentenza della Cassazione che allenta un poco la garrota attorno al collo di un poveraccio costretto dalle leggi dello Stato a pagare il pizzo a vita a una tizia verso la quale lunico pensiero cui ti lega, e solo una volta al mese, è quello di sperare che un cancro prima o poi le divori il colon, e manco tanto per cattiveria, ché dopo tanti anni dalla separazione potrebbe perfino farti un po pena, ma per poter essere finalmente liberato dallimposta sulla cazzata fatta tanto tempo addietro.
Calma, calma, ché Gramellini ha affrontato, sì, un divorzio, ma la cosa deve averlo appena sfiorato. La moglie era la Rodotà – per intenderci, quella che in seconde nozze poi ha sposato la Mastrobuoni, chissà, forse generalizzando un po troppo – e a quei tempi la Rodotà era già più che indipendente sul piano economico, non è nemmeno escluso che il giudice abbia deciso che lei dovesse pagare gli alimenti al Gramellini, che a quei tempi, prima di imboccare il fortunato filone della posta del cuore, da giornalista si distingueva solo per l’aspetto da peluche uscito da una lavatrice, peraltro dopo un lavaggio dal programma sbagliato.
Volevo mandargli un «va a cagare» via Twitter, al Gramellini, ma tutto questo mi ha fatto chiudere un occhio. Ditemi, poi, se sono o no uno che, prima di partire in quarta, sa mettersi nei panni altrui, comprendere, chiudere un occhio, far finta di niente. 

martedì 9 maggio 2017

Troppo francese

Dopo aver donato al mondo mille e mille novità in campo artistico, un secolo fa venne il momento del fascismo, che nel Dizionario di politica edito a cura del Partito Nazionale Fascista nel 1940 (quattro volumi, 2.875 pagine, 1.079 voci) viene costantemente definito – giustappunto – «arte» («di governo»). Fu così che, ancora una volta, lItalia si confermò fucina di cose mai viste, laboratorio di invenzioni originalissime, che immancabilmente ci vengono invidiate, prima, e copiate, poi.
Così era accaduto con Brunelleschi, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, e così accadde con Mussolini: la creazione ebbe immediato successo e, con gli aggiustamenti necessari per adattarla al gusto del pubblico cui era offerta, fu replicata in ogni dove. Spesso acquistava tratti che solo in apparenza la rendevano diversa, e anche molto diversa, dalloriginale, ma ad unattenta analisi era evidente, e sempre, linconfondibile cifra dellitalianità, quel nostro essere capaci di trasformar lo stucco in marmo, e il marmo in carne viva, di dare alla piatta superficie della tela la pressoché tangibile profondità di una prospettiva, di conferire alla posa immobile del gesto la sensibile essenza di un movimento. Raramente fummo superati e, quandanche sembrò fosse accaduto, fu chiaro che nel superarci qualcosa del genio era andato perduto, quasi che per andar oltre si fosse rotto lintrinseco equilibrio tra mezzo e fine, con lirrimediabile perdita di una conclusa armonia.
Il nazismo, per esempio. Agli occhi di Hitler, Mussolini era un genio insuperabile, e tuttavia cercò di superarlo. In un certo senso poté sembrare ci riuscisse pure. Ma cosa diventò, il fascismo, in Germania? Perse la calda esuberanza dello zotico teppista di Strapaese per acquistare lalgida brutalità dello sventrapapere seriale della Bassa Baviera: stessa differenza tra un Guarneri del Gesù e un Yamaha YVN50, via. Diciamolo con orgoglio: il quid italiano è inimitabile.
Perciò andiamoci piano col mettere sullo stesso piano Renzi e Macron: giovane età, ascesa fulminante, indubbio culo, cinico opportunismo, rottura dei paradigmi della vecchia politica – tutto quello che volete – ma il primo è bestia fatta, il secondo non ancora, e chissà se lo sarà mai. Troppo francese.

Una pagina di Avvenire

Un «dibattito» – prendo la definizione che ne dà il De Mauro – dovrebbe essere una «discussione di più persone nella quale le diverse opinioni vengono discusse e vagliate». Avvenire parte male fin dallocchiello, dunque, nel presentare come «dibattito» i tre interventi pubblicati a pag. 3 del numero in edicola martedì 9 maggio, perché questi non esprimono affatto «opinioni diverse»: Lucio Romano (Disposizioni o dichiarazioni: la differenza è di sostanza), Gian Luigi Gigli (Ridurre la portata negativa di una legge nata male) e Carmelo Leotta (Se un pm afferma che una vita vale meno) hanno un dichiarato idem sentire sulle tematiche relative al «fine vita» e a tutti e tre non vanno affatto bene le Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento approvate alla Camera lo scorso 20 aprile.
Più che un «dibattito», insomma, Avvenire manda in pagina un monologo a tre voci, e a tanto, già di per sé irritante, aggiunge il carico, francamente insopportabile, di dar conto delle possibili «opinioni diverse» unicamente attraverso l’infedele esposizione che ne fanno i tre prestigiosi avanzi di sagrestia chiamati a intervenire sul tema. Un modo molto disonesto di procedere, perché neppure il fatto di essere un organo di partito – cosaltro è, la Cei? – solleva Avvenire dall’obbligo di dare una corretta informazione ai suoi lettori. Ma veniamo al merito.

«Le disposizioni anticipate di trattamento – scrive Lucio Romano – si rappresentano come estensione nel tempo di un consenso informato anticipato [ma] solo ad una lettura generica […] possono essere assimilate al consenso informato, [che] è accettazione libera, cosciente, attuale, revocabile e consapevole del paziente a sottoporsi ad un atto medico, con una informazione preliminare, adeguata e specifica, circa benefici, rischi, complicanze correlate o prevedibili».
Bene, tutto questo verrebbe meno col concedere ad un individuo il diritto di decidere per tempo sul proprio «fine vita», perché «le “disposizioni” esprimono volontà vincolanti da seguire quando non più in grado di esprimersi». In più, «non sono assimilabili al consenso informato perché, seppur stabilite in libertà e consapevolezza, non potranno essere mai attuali perché redatte “ora per allora”; dovranno essere prevalentemente generiche non potendo definire lo specifico; non sono informate in quanto formulate prima dell’insorgere della patologia, senza conoscenza di circostanze e modalità; non potranno essere più revocabili in situazione di irrecuperabile incapacità di intendere e di volere».
La natura capziosa di questargomentazione si rivela al solo controbattere che in questione è quello che comunemente è detto «biotestamento», e cioè un testamento relativo alla vita, inteso come bene personale del quale è lecito disporre come meglio di creda. Superfluo rammentare che, al pari di ogni testamento, anche quello relativo al «fine vita» può avere revisioni senza limiti.
Accogliendo le obiezioni di Lucio Romano, non dovrebbe esserci permesso di far testamento su alcun bene di nostra proprietà. Non dovremmo forse ritenere valide le disposizioni di quanti hanno lasciato i loro averi alla Chiesa? Certo, hanno deciso in libertà e consapevolezza, ma il loro testamento fu redatto “ora per allora”, senza poter essere più revocabile in situazione di irrecuperabile incapacità di intendere e di volere. Dovremmo ritenere nulle, perché illegittime, quelle disposizioni? Lo Stato dovrebbe procedere alla confisca di tutti quei beni che nel corso dei secoli tanti privati cittadini hanno lasciato alla Chiesa?
La fin troppo prevedibile controbiezione a questa che in realtà – confesso – è una provocazione (voleva provocare proprio una controbiezione del genere) è la seguente: la vita non è un bene di cui si possa liberamente disporre. Bene, ma allora, prima di contestare la legittimità di quanto viene concesso al cittadino nelle Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, si chieda al Parlamento di approvare una legge che sanzioni il tentato suicidio, anche quando non sia assistito. Per il suicida che riesca nel suo intento, infatti, sarà impossibile procedere (ci penserà Dio a ficcarlo nel girone dei violenti verso se stessi), ma a chi fallisce spetterebbe una pena, e severa. Vedete a cosa costringe, uno come Lucio Romano? A prenderlo sul serio, e con quanto ne consegue. 
E già accaduto, perché lho conosciuto personalmente. Era un assistente nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dove io facevo il praticantato di specializzando, e un giorno mi chiese di procurargli qualche immagine ecografica di embrione alla sesta o settima settimana di gestazione, ne doveva ricavare delle diapositive per i sermoni pro-life che a quei tempi – parlo degli anni a cavallo dei Settanta e degli Ottanta del secolo scorso – teneva per conto di Carlo Casini, lallora presidente del Movimento per la vita. Quando gliene diedi una mezza dozzina, le guardò deluso: «Non si poteva far di meglio? Sembrano solo fagiolini». Gli risposi: «Quello sono, Lucio, tutto il resto spetta allimmaginazione».
Ma divagavo, torniamo alla pagina di Avvenire.

Il secondo intervento, a firma di Gian Luigi Gigli, che di Carlo Casini ha preso il posto, mira a reclutare forze per impedire che la legge approvata alla Camera superi il vaglio del Senato.
«È giunto il momento – scrive – di chiedersi se c’era davvero bisogno di una simile legge». [Invece di «c’era», forse, andava meglio «ci fosse», ma possiamo chiudere un occhio, perché Gigli non è un grillino.] La risposta? «Certamente no, se l’intenzione era di evitare situazioni di ostinazione terapeutica. La medicina ha superato ogni tentazione in tal senso e, se non fosse bastato, le esigenze di controllo della spesa sanitaria e l’intervento degli ordini dei medici avrebbero potuto dissuadere qualunque nostalgia di accanimento».
Un brivido di orrore ci corre lungo tutto il rachide: sono le esigenze di controllo della spesa sanitaria tra i motivi a dissuadere dallaccanimento? Ma poi: chi potrebbe averne nostalgia? Insomma: chi è il nostalgico dellaccanimento terapeutico che si piega dinanzi a basse ragioni di natura economica quando è in gioco la vita, peraltro inteso come bene indisponibile a chi ne è titolare? La sensazione è che sarebbe difficile poter avere una risposta, quindi procediamo.
Inutile, la legge, «se si voleva garantire la possibilità di rifiutare l’avvio di trattamenti non desiderati. La redazione del consenso informato è obbligatoria negli ospedali e un medico non potrebbe imporre trattamenti senza ricorrere all’intervento dei carabinieri ed esponendosi a rischi e rivendicazioni». Certo, ma il concetto di «consenso informato» si è storicamente affermato a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti delluomo (1948), che la Santa Sede si è sempre rifiutata di riconoscere proprio per quanto in esse vi è affermato relativamente alla «libertà della propria persona» (art. 3).
Va inoltre rammentato che il Catechismo della Chiesa Cattolica recita che, «anche se la morte è considerata imminente, le cure che dordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte» (2279). È questo, infatti, il punto di caduta dellargomentazione di Gigli, per il quale «obiettivo reale [della legge sul biotestamento] era evidentemente un altro: permettere l’interruzione di qualunque trattamento», con riferimento alle «cure che [il Catechismo ritiene] d’ordinario dovute», come si esplicita col dire «assurdo» che una legge definisca «terapie» l’idratazione e la nutrizione assistite, «per renderle rifiutabili in qualunque momento».
E qui siamo di nuovo costretti alla provocazione. Sembrerebbe, infatti, che non si voglia tener conto di cosa esattamente si intenda per idratazione e nutrizione assistite. Perché queste possano essere messe in atto, occorre personale medico qualificato, con lespletamento di procedure relativamente complicate, e per mezzo di strumenti che sono propriamente clinici: come ci si può azzardare a non considerarle «terapie»? Parliamo di tubi e siringhe, non di acqua e pane. E perché un malato non avrebbe il diritto di rifiutare un sondino nasogastrico, se poi può rifiutare una qualsiasi infusione che anche lo stesso Gigli sarebbe disposto a concedere costituisca «accanimento terapeutico»?

Col terzo intervento mandato in pagina da Avvenire possiamo cavarcela più brevemente.
Carmelo Leotta se la prende col pm che ha fatto domanda di archiviazione per Marco Cappato, autodenunciatosi per aver accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera, aiutandolo in tal modo ad esaudire la sua volontà di procedere ad un suicidio assistito, e scrive che «l’articolo 580 parla chiaro e stabilisce che “chiunque determina altrui al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da 5 a 12 anni”», mentre invece nelle motivazioni alla richiesta di archiviazione viene affermato un «principio di dignità [che] impone l’attribuzione a tutti coloro che vivono in condizioni gravissime o irreversibili, percepite dal malato come lesive del senso della propria dignità, “di un vero e proprio diritto al suicidio”, esigibile non solo in via indiretta con la rinunzia alla terapia ma anche in via diretta, con l’assunzione di una “terapia finalizzata allo scopo suicidario”», e questo gli pare scandaloso, perché così si affermerebbe una grave disparità di diritti, che in apparenza sarebbe in favore del soggetto ammalato e a scapito del soggetto sano, ma che in realtà farebbe passare il principio che «la vita del malato “vale” meno della vita del sano, visto che il primo ne può disporre, e il secondo no».
L’eleganza con la quale ci è presentato il sofisma non ci consente di liquidare anche qui l’argomentazione con una provocazione. Verrebbe, sì, di tagliar corto obiettando che, tanto per fare un esempio, anche nel caso della legittima difesa una vita (quella dell’aggressore) finisce col “valere” meno di un’altra (quella dell’aggredito), ma che al momento il Codice Penale (art. 52) continua a contemplarla come «legittima», così consumando quella che per Leotta sarebbe «una insanabile violazione del principio di uguaglianza». Verrebbe da esortarlo a portare l’art. 52 dinanzi alla Consulta, e subito, perché lì dentro passa un’intollerabile differenza di “valore” che ci sarebbe tra vita e vita. Verrebbe, ma rinunciamo.
Lasciamo che dinanzi alla Consulta vengano portati gli artt. 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione o aiuto al suicidio), ma poi non mettiamo cruccio al musetto se saranno dichiarati incostituzionali sulla base delle stesse motivazioni che il pm ha addotto in favore dell’archiviazione. Se ci si appella alla legge degli uomini, non sempre si ha risposta illuminata dalla legge di Dio. E siamo sicuri che Leotta non abbia bisogno di esempi. 

giovedì 4 maggio 2017

[...]


Con le modifiche che la Camera dei Deputati apporta allart. 52 del Codice Penale («Difesa legittima»), viene accolto lemendamento che inserisce dopo il primo comma il seguente testo: «Si considera legittima difesa, nei casi di cui all’art. 614 , primo e secondo comma, la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno».
Non ha alcun fondamento, dunque, quanto lascia intendere Matteo Salvini scrivendo: «Legittima difesa, per il PD un cittadino si può difendere se è “aggredito di notte”. Quindi di mattina e pomeriggio tutto è lecito?». Né ha ragion d’essere quanto ha affermato Silvio Berlusconi, che di rincalzo ha parlato di una «norma troppo blanda»
Niente affatto, inemendabili teste di cazzo, perché con la riforma dellart. 52 si considera legittima difesa non solo «la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte», ma anche quella «a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose», e senza alcuna restrizione relativa allora del giorno in cui questo accada, né contemplando eccezione di sorta in favore di chi «sintroduce nellabitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi sintroduce clandestinamente o con inganno» (art. 614). E che volete di più?

martedì 2 maggio 2017

[...]


Dieci anni fa andava in onda la prima puntata di Boris, una delle più riuscite allegorie dellItalia doggi. Anche chi abitualmente ha in uggia gli anniversari non può fare a meno di celebrare un evento che da mera ricreazione si eleva a riflessione fenomenologica.

Uno stronzo a forma di serpente, sì, ma non solo

Si trattasse solo della sua parabola umana, potremmo anche fare a meno di occuparcene, perché quella di Matteo Renzi è del genere che non offre alcun interesse particolare. Noto il fuoco, nota la direttrice, nota la formula che ne genera la curva, noti i valori che ne determinano il profilo, quale che sia il piano sul quale possiamo andare a considerarla come percorso personale, apologo morale o caso clinico, è parabola che sappiamo come sale e che sappiamo come scende. Lungo tutta la salita, d’altronde, abbiamo visto confermati tutti i caratteri di questo genere di curva, mentre dal 4 dicembre ad oggi, in questo primo tratto di discesa, ne abbiamo puntualmente avuto il riscontro atteso.
Potremmo, insomma, lasciar perdere Matteo Renzi, dedicandoci a questioni più interessanti, per limitarci a metterci una pietra sopra quando tra tre o quattro anni sarà tornato da dovera partito, ma coperto di merda. E invece occorre occuparcene, perché alla sua parabola umana sembra ormai indissolubilmente legata quella di una parte del paese.
A scanso di equivoci, però, chiariamo: Matteo Renzi non nasce dal nulla per legare indissolubilmente a sé il Pd con chissà quale fatale e subdolo sortilegio. Senza voler affatto sottovalutare gli strumenti che gli hanno permesso di trasformarlo in un partito personale, è il caso di aprire gli occhi su ciò che il Pd era fin dalla sua nascita, e che spesso pare sia rimosso, per piegare alla vulgata della «mutazione genetica» che un post-democristiano avrebbe indotto in un partito che al momento della fondazione era almeno per tre quarti post-comunista.
Il rimosso è che, almeno in nuce, il Pci aveva, fin dal 1975, acquisito i tratti di quel partito socialista borghese (cfr. Gian Franco Venè, La borghesia comunista, SugarCo 1976), che «corrisponde al suo proprio carattere solo quando diventa pura figura retorica» (Karl Marx/Friedrich Engels, Il manifesto del partito comunista, 3, 2). Di questa figura retorica del socialismo era riuscito a conservare i tratti fin dopo la Svolta della Bolognina, quando, peraltro senza alcuna elaborazione critica del suo più prossimo e recente passato, cominciava a dirsi socialdemocratico, per diventare sempre più solido cooperante della trasformazione cui intanto il capitale andava incontro, a fronte del processo di globalizzazione del mercato. Restava solo la blairizzazione del partito in cui il Pci-Pds-Ds andava a confluire, per dare pienamente conto delle politiche sempre meno «di sinistra» del Pd, e tuttavia rivendicate come tali, con una temeraria faccia di culo. [Per citare solo due dei più recenti tentativi di accreditare come partito «di sinistra» quello che ormai sarebbe il caso di ribattezzare PdR (Partito di Renzi), bastino quelli di Francesco Cundari con «Lottimismo è di sinistra (e pure marxista)» (Left Wing, 17.1.2017) e «Una Leopolda gramsciana» (lUnità, 14.3.2017), che è difficile dire se più irritanti o esilaranti.]
Il fatto che Matteo Renzi vinca le primarie del Pd con il 68% nel 2013 e con il 71% nel 2017, dunque, non è da interpretare come investimento sulluomo che promette di dare al partito una salda e duratura egemonia culturale e politica, costi quel che costi, fosse pure il rendere sempre più problematico poterlo dire (anche solo in parte, e per «pura figura retorica») «di sinistra». Al contrario, rivela in una consistente parte di quell’elettorato che cominciò a votare il Pci dal 1975 in poi, per rimanervi fedele mentre diventava Pds, e poi Ds, fino a confluire nel Pd, un acquistato disinteresse per quella «pura figura retorica» del socialismo che prima sembrava indispensabile a far da velo a un partito borghese, dunque sostanzialmente prono alla logica del capitale.
Un punto, tuttavia, resta da chiarire sul perché, e sul come, sia venuta a mancare la preoccupazione di salvare almeno le apparenze, fino a sentire rivendicare quasi con orgoglio una sostanziale neutralità ideologica nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. [È il caso, per esempio, delle politiche riguardanti il flusso di migranti dalle coste africane verso quelle italiane: dopo aver affermato che «il problema della sicurezza non è di destra, né di sinistra», si è passati a rivendicare come senza dubbio «di sinistra» la soluzione dei Cpr avanzata da Marco Minniti in forza della sola ragione che sarebbero più efficienti dei Cie, così come definiti nel 2008 dal governo allora presieduto da Silvio Berlusconi, e con Roberto Maroni agli Interni: stessa logica concentrazionaria, ma – appunto – più efficace, e senza alcuna rottura rispetto al modo in cui il centrodestra concepiva e affrontava il problema.]
Senza addentrarci troppo nelle dinamiche socio-economiche che hanno cambiato corpo e faccia al ceto medio negli ultimi trentanni (con una sensibile accelerazione negli ultimi venti, diventata convulsa negli ultimi dieci), potremmo semplificare dicendo che la crisi in cui è precipitato sul piano economico, prima, e su quello culturale, dopo, ha sottratto il lusso di poter essere «di sinistra» a buona parte di quellelettorato che dal 1975 in poi ha preso a votare Pci-Pds-Ds-Pd, finendo infine per toglierle anche il lusso di onorarne almeno la «pura figura retorica».
In buona sostanza, parliamo di quella «aristocrazia operaia» che non è affatto da intendere come la parte degli operai meglio pagati, ma come quelleterogeneo insieme di dirigenti e di funzionari di partito e di sindacato, di intellettuali (giornalisti, scrittori, ecc.) in maniera diretta o indiretta orbitanti attorno al Pci, prima, e al Pd, poi, e dei parlamentari, dei consiglieri regionali, provinciali e comunali in rappresentanza nazionale o locale del partito (cui ovviamente vanno aggiunti i componenti dei loro staff e quantaltri adibiti in pianta stabile alle attività di propaganda sovvenzionate dal partito).
Per il progetto di «egemonia culturale» perseguito dal Pci fin dai primi anni dellultimo dopoguerra, quando gli accordi di Yalta sbarrarono la strada ad ogni soluzione violenta per la presa del potere in Italia, questa «aristocrazia operaia» è venuta a rappresentare una consistente porzione della base elettorale comunista, ampliandosi nei numeri proprio grazie alle politiche sociali promosse dal Pci nel regime di sostanziale consociativismo pattuito con la Dc.
Scrive Venè nel lavoro già citato: «La borghesia comunista è composta da borghesi che, con il loro voto, hannofatto del Pci un partito candidato ad entrare nellarea del potere. Quali interessi e quali prospettive può avere un borghese per offrire il proprio suffragio a una forza politica che, per propria natura, dovrebbe essere “antiborghese” e “anticapitalista”? […] Tutto ciò pone il Pci di fronte a una serie di scelte essenziali, delle quali si cerca di non parlare mai, e meno che mai nellimminenza delle elezioni. Quale atteggiamento può assumere, concretamente, un partito che nasce dal movimento operaio nei confronti dei milioni di borghesi che si sono giovati delle lotte sindacali per mantenere i propri privilegi parassitari partecipando allo sfruttamento della classe operaia? In base a quali criteri il Pci può selezionare, allinterno degli strati borghesi, i voti realmente utili alla formazione di una nuova società da quelli suggeriti dallopportunismo o da una semplice fiducia nelle riforme “tecniche” proposte dagli efficienti quadri di partito? E soprattutto: a quali voti “borghesi” il Pci dovrebbe rinunciare per tener fede ai suoi programmi di rinnovamento?».
È da correggere, dunque, lidea che in questi ultimi anni si è fatta strada anche nelle analisi dei commentatori politici più acuti: con il PdR non siamo dinanzi alla «mutazione genetica» che un post-democristiano avrebbe indotto in un partito che al momento della fondazione era almeno per tre quarti post-comunista, ma alla chiusura di quel lento processo che ha portato con successo la «borghesia comunista» a marginalizzare la base elettorale tradizionalmente «di sinistra», per renderla dapprima solo esornativa, quasi esclusivamente epidittica nella narrazione del partito «di (centro)sinistra», fino a espellerla di fatto dal partito. Basti pensare che da tempo in Parlamento non siede un solo operaio sui banchi del Pd, mentre abbondano figure dell«aristocrazia operaia», insieme a imprenditori e notabili di questo o quel potentato. Matteo Renzi non ha democristianizzato il Pd: è la democristianizzazione del Pci iniziata nel 1975 ad essersi finalmente palesata in modo inequivoco, per finire col non avere nemmeno più bisogno di essere dissimulata.
Ecco perché la parabola di Matteo Renzi riveste un interesse che va ben oltre lo studio dellennesimo stronzo a forma di serpente, soprattutto adesso che il pieno controllo del Pd gli consente di non avere altri freni lungo la discesa. È chiaro che, per assecondare la sua malata smania, non potrà che stringere un patto col centrodestra un minuto dopo aver incassato il risultato delle prossime elezioni politiche, e alla perdita di consensi cui lo porterà la frettolosa rimozione della lezione del 4 dicembre si aggiungerà quella ulteriore conseguente alla grande coalizione che stringerà con Silvio Berlusconi, la cui vita non si prospetta facile, né lunga, a fronte delle spinte che verranno da un paese ormai avvitato in un declino dal quale potrebbe venir fuori solo con politiche sgradite tanto allelettorato del centrodestra quanto a quello del Pd, per quel che ormai è diventato. Matteo Renzi non consegnerà lItalia al M5S nel 2018, ma nel 2020 o nel 2021 senza meno.
È solo lì che la sua parabola toccherà il punto più basso, e quasi certamente gli risulterà assai più doloroso di quanto oggi sia in grado di immaginare, perché il «buon selvaggio» di Rousseau, contrariamente a quanto riteneva Rousseau, sa essere candidamente cattivo, praticamente una bestia.