martedì 18 dicembre 2018

«Ama il prossimo tuo» (Rap prenatalizio)


Presentarsi ad un comizio di Salvini con un cartello sul quale vi sia scritto «ama il prossimo tuo» è una provocazione estremamente intelligente, perché denuncia con un disarmante candore la patente contraddizione che cè tra limpegno di governare «rispettando gli insegnamenti contenuti nel Vangelo» (Milano, 24.2.2018), nel quale si legge un inequivocabile «ero forestiero e mi avete accolto» (Mt 25, 43), e la xenofobia, da sempre tratto peculiare della Lega, oggi dissimulata in quel «prima gli italiani» che tenta di farle velo. E tuttavia provocazione resta.
Cosa mette in conto di poter provocare, una provocazione del genere? Dipende dal tipo di leghista che si provoca, direi.

Nel caso del leghista da talk show, infatti, possiamo immaginare la reazione con un buon margine di previsione. Molto probabilmente dirà che non cè alcuna contraddizione, perché anche il Catechismo della Chiesa Cattolica fa presente che «le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere lo straniero nella misura del possibile» (2241). E a chi spetta stabilire la «misura del possibile», se non a chi governa?
Questo, nel caso in cui il leghista da talk show sia un tipino molto fine, perché, se non lo è, dirà che, per numero di migranti accolti, lItalia è assai più cristiana del Vaticano. Qui si fermerà, incassando compiaciuto il meritato applauso, che, se troppo caloroso, potrebbe trasformarlo per qualche istante in un leghista da social network, facendogli scappar di bocca un «Bergoglio non rompesse il cazzo», un «Saviano ne ospitasse una dozzina nel suo attico a New York», un «Boldrini andasse a farsi una gangbang con venti senegalesi», ecc. A onor del vero, tuttavia, occorre dire che questo ormai accade sempre più raramente: il salviniano televisivo va migliorando notevolmente nel controllo dellistinto, e cè da supporre che migliorerà ancora, finendo col sublimare il Borghezio che si porta dentro in qualcosa a metà strada tra un Rinaldi e un Fusaro.
Sul piano antropologico non sono ancora maturi i tempi, ma prima o poi, vedrete, avremo addirittura il leghista da talk show che ci proporrà una più corretta esegesi evangelica: «prossimo» – dirà – viene da «proximus», che va tradotto con «il più vicino», «e chi ci è più vicino, caro Formigli, un negher del Ghana o un esodato di Brembate?», e lì probabilmente Formigli rimarrà spiazzato.

Suppongo sia intuibile che dal leghista da comizio, invece, non ci si potrà attendere niente del genere. Con o senza lelmo cornuto in testa, con o senza il fascio littorio tatuato in petto, che tipo di risposta è immaginabile dia, in Piazza del Popolo, il leghista da comizio? Gli passa davanti il tizio col cartello sul quale è scritto «ama il prossimo tuo»: come reagirà? Può darsi che neppure riesca a cogliere la provocazione, perché troppo intelligente (la provocazione, dico). Ma può darsi pure che la colga. In tal caso, il candore con la quale la provocazione è messa in atto sarà abbastanza disarmante da disarmarlo?

Non mi si fraintenda, so bene che, per il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, un comizio cade nella fattispecie di «riunione non privata» (art. 18), alla quale dunque può partecipare chiunque. So altrettanto bene che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero» (Costituzione, art. 21), con quanto ne consegue per la libertà di esprimere anche il proprio dissenso a ciò che si ritiene lo meriti, ovviamente se mondato da tutto ciò che costituisca offesa, insulto, ecc. Direi che, in combinato disposto, queste norme mi consentono ampiamente di andare ad un comizio della Lega con un cartello sul quale vi sia scritto «ama il prossimo tuo», ma pure di tifare Roma nella curva dello Stadio Olimpico che ospita i tifosi della Lazio, e senza che nessuno possa torcermi un capello fino alla fine del comizio o del derby.
In teoria, ovviamente. Perché è probabile che questo mi possa essere impedito da due o tre poliziotti che mi prendano di peso e mi trascinino via dalla curva dello stadio o dalla piazza, ritenendo prioritaria la tutela della mia incolumità fisica rispetto alla libertà di poter far presente a Salvini che cè contraddizione tra il Vangelo e il Decreto Sicurezza o di cantare a squarciagola «Grazie, Roma!», quando la Roma segna, se segna. Nel secondo caso, sarà lecito da parte mia il sospetto che quei poliziotti abbiano voluto ledere un mio diritto, perché laziali o alle dipendenze della Società Sportiva Lazio Spa? Sarò autorizzato a credere che le ragioni d’ordine pubblico che mi verranno offerte a motivare il loro intervento siano in realtà solo una scusa per odiosamente conculcare la mia libertà di espressione? Sarei un fesso, non credete? E allora perché devo credere che il tizio col cartello sul quale vera scritto «ama il prossimo tuo» abbia subìto un torto nellessere allontanato da Piazza del Popolo? Di più: perché è in questo episodio che sarei autorizzato a leggere i prodromi di una dittatura?

Chi se ne sente autorizzato? Prendo a esempio Marco DAmbrosio, in arte Makkox, che qualche giorno fa twittava: «Non visiono mai i pezzi di Diego [Bianchi, in arte Zoro] prima della puntata [di Propaganda live]. Ma, laltroieri, Diego, al montaggio, mi ha chiamato e mi ha detto: “Marco voglio farti vedere una cosa”. Ho pensato: mò in piazza, ma prima o poi ci verranno a prendere a casa per una scritta, un disegno, una parola».
È un tweet fesso o cosa? Per meglio dire: paventare la dittatura leghista sta diventando un role-playing game o è unansia vera, genuina, onesta? So bene che la domanda può risultare offensiva. Diciamo che, in un contesto di vibrante allerta antifascista come quella che pare essere diventata urgente premura di ogni blogger perbenino, è una domanda che corre gli stessi rischi che correva in Piazza del Popolo il cartello con su scritto «ama il prossimo tuo», perciò nel proseguire mi appello alla libertà di espressione che qui non dovrebbe essermi negata per il solo sollevare la questione di quella che mi pare una patente contraddizione. Perché suppongo sia evidente la contraddizione tra il sentirsi alla vigilia di un altro Ventennio e il pensare che si possa scansarlo con trovate situazionistiche del genere ideato in Piazza del Popolo o con le battutine salaci e gli sferzanti sarcasmucci di un salottino televisivo.

Ecco direi di essere arrivato al punto: mi dà ragion di credere che nessun fascismo sia alle porte il fatto che chi gode dellaccredito di antifascista permanente si comporti in modo davvero poco serio. Se fascismo avrà da essere, dunque, sarà altrettanto poco serio, forse sarà addirittura altrettanto divertente. E giacché sarà possibile solo come espiazione delle colpe di una sedicente democrazia non allaltezza delle istanze popolari – sennò che razza di fascismo sarebbe? – vorrà dire che espieremo con gaiezza.

mercoledì 5 dicembre 2018

«Meglio 5 stelle che un milione di gilet gialli»


Cinque anni fa, su queste pagine, commentavo una frase che a Beppe Grillo aveva procurato più d’uno sghignazzo: «Ho incanalato tutta la rabbia in questo movimento. Dovrebbero ringraziarci: se noi falliamo l’Italia sarà guidata dalla violenza nelle strade». Dicevo che c’era poco da ridere: eravamo di fronte al consueto «presentarsi come forza d’ordine che ha incorporato la violenza che ha cavalcato e fomentato, facendosene forte, con tratto demiurgico, per promettere di neutralizzarla, ma in cambio del potere»; e aggiungevo che si era in presenza dellennesimo «partito che si candida[va] a riassorbire in sé i conflitti sociali [facendosi] garante dellordine che sul piano economico li riconduce al sistema corporativistico del partito-nazione», dandone prova in unaltra affermazione fatta da Beppe Grillo nella stessa occasione: «Arrivano le categorie da me… I notai, i farmacisti, i commercialisti… Dicono: “Siamo 20.000, ci dica cosa fa per noi, così poi le vediamo se darle il voto”… Guardate che avete sbagliato la domanda… Voi venite nel movimento, vi iscrivete, vi mettete così [e indicava i candidati del M5S che stavano in piedi alle sue spalle ad ogni tappa dello Tsunami Tour], vi votano, andate in Parlamento e portate avanti voi gli interessi della vostra corporazione…». Un sistema che si prefiggeva di evitare ogni sorta di conflitto sociale facendone venir meno la stessa ragione, perché quando cè coincidenza di nazione e partito, insieme a quella di partito e stato, che senso ha uno sciopero o una qualsivoglia altra forma di rivendicazione o di protesta? Nemmeno più unopposizione ha un senso. È fatta pace sociale: puzza un po di stato organico, se non di dittatura, questo sì, ma è pace sociale.

Veniamo ad oggi. Da chi vi aspettereste, di fronte ai torbidi che infiammano Parigi, un sostanziale – ancorché inconscio e inammissibile – avallo al progetto di società che aveva in testa Beppe Grillo? Vi do un aiutino: lo fa con un articolo che per titolo ha «Meglio 5 stelle che un milione di gilet gialli». Gian Luigi Paragone? Mario Giordano? Luca Telese? Macché, lo firma Giuliano Ferrara, che del M5S schifa tutto, tranne la pace sociale che al momento il M5S ci assicurerebbe per aver incanalato la rabbia degli scontenti in qualche innocuo vaffanculo. Entrambi – Grillo e Ferrara – facce della stessa Italia, quella che i conflitti sociali preferisce non vengano consumati, per essere sublimati in una quiete pubblica che somiglia a un museo delle cere. 

Il pericolo fascista, ancora


Se, con Umberto Eco, ammettiamo lesistenza di un «fascismo eterno», di cui le forme passate, presenti e future di fascismo sarebbero solo precipitati storici, siamo sollevati dal dovere di capire come questo o quel fascismo abbia modo di realizzarsi, e perché: «un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni», che è quanto fa «eterno» il fascismo, avrebbero bisogno solo di condizioni storiche favorevoli per darsi ipostasi in una dimensione politica. Con ciò dovremmo concedere che «un modo di pensare e di sentire» sia possibile al di fuori del contesto sociale che lo produce e gli dà ragion dessere, che le «abitudini culturali» precedano la costruzione della società che le fa proprie, che il fascismo sia in qualche modo innato perché inscritto nella costellazione di certi «istinti» e di certe «pulsioni» che sono antecedenti al loro precipitare nella storia, e che la storia può dunque limitarsi a sopire, quando è in grado di farlo, sennò a farsene accendere, e bruciare.
Esagero col dire che questo «fascismo eterno» configura una vera e propria teodicea? Ne trovo una conferma nel fatto che spesso gli si attribuisce il carattere di «male assoluto», dove è evidente che «assoluto» non rimanda solo alla pienezza del «male» , ma anche al fatto desserlo in sé e per sé, come realtà incondizionata da qualsivoglia altro fattore. In buona sostanza, col «fascismo eterno» di Umberto Eco, siamo dinanzi a una concezione idealistica del fascismo, e la cosa divertente – si fa per dire – è che, cambiandone il segno valoriale, essa è in tutto coincidente a quella che del fascismo ci è stata offerta da Giovanni Gentile. Cambiandone il segno valoriale, dico, perché solo un giudizio di valore fa la differenza tra la «lista di caratteristiche tipiche» che il primo ascrive al «fascismo eterno» (ne contempla 14) e le 13 «idee fondamentali» di cui il secondo fa elenco per la pagina dellEnciclopedia Italiana dedicata a «La dottrina del fascismo». Per entrambi, infatti, il fascismo è unentità metastorica: in Gentile, «ha una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero», mentre in Eco arriva a fregiarsi del prefisso «Ur-» («Ur-Fascismo») per darsi connotato di entità ancestrale.
Già in questo io intravvedo un enorme pericolo per chi, dando un giudizio negativo razionalmente argomentato sullesperienza del Ventennio fascista, si ponga come scopo quello di dare il proprio contributo a che quellesperienza, seppur in altre forme, non si rinnovi. Se, infatti, si attribuisce al fascismo un che di metastorico (psichico o biologico che dir si voglia, perché a questo in fin dei conti si riduce la ragione del suo poter essere «eterno»), ogni antifascismo si dichiara perdente in partenza, perché tutto ciò che è dato come «ab-solutus» è per definizione destinato a non aver «solutio», se non momentanea, o fallace.
Se ne ha riprova nel fatto che non si ha traccia di un «fascismo eterno» nella riflessione degli uomini che si opposero al regime del ventennio fascista: per essi il fascismo non aveva alcuna dimensione metastorica, anzi era loro costante cura la denuncia della mera retorica in tutto ciò che gliene concedeva una. È solo dopo la caduta del regime fascista che comincia a farsi strada lidea di un fascismo come «male assoluto» che si incarna nellumano, e questo avviene per costruire una mitologia dellantifascismo in grado di assicurare un saldo pilastro etico alla neonata repubblica. Dopo ventanni di dittatura, infatti, era comprensibile che Resistenza e Liberazione si dessero un che di mistico perché una libertà di cui si era smarrito il senso acquistasse il valore che ha il premio posto in palio tra Bene e Male: perché fosse «assoluto» l’uno, era necessario lo fosse anche l’altro.
Premura comprensibile, ma non priva di rischio, come daltronde sè reso evidente, dal 1945 ad oggi, ogni qual volta si è evocato il «pericolo fascista» non già come il configurarsi di una condizione di crisi in grado di trovare una soluzione in questo o in quel tipo di fascismo, ma come bestia uscita dalla gabbia mal sorvegliata, come ritorno del rimosso, come rigurgito dellirrazionale che sempiternamente luomo cova in seno. Suppongo non sia difficile capire quale vantaggio si conceda in tal modo alla soluzione di tipo fascista che viene offerta come risposta a una condizione di crisi.
È un errore che si sta facendo anche in questi ultimi mesi, e questa voleva essere solo la premessa allanalisi della debolezza intrinseca alla posizione di chi si oppone alla «cosa giallo-verde» come a cosa (neo-)fascista.

[segue]