lunedì 27 dicembre 2010

D’istinto


“Si tratta di polpette avvelenate che hanno come
obiettivo quello di intaccare la credibilità di Libero?”


L’ipotesi che siano andati a raccontare balle a Belpietro per smerdargli la testata non si può escludere del tutto, almeno in via teorica, ma che c’è più da smerdare? Libero è già da tempo un giornale di merda, forse da sempre. L’ipotesi che le balle se le sia inventate lui, invece, è già più verosimile, ma solo se si accoglie quel pregiudizio che Belpietro non ha mai scoraggiato, ma anzi ha costruito e consolidato sulla sua persona e sul suo stile professionale. C’è una terza ipotesi, la più inquietante, che però nessuno ha finora preso in considerazione: l’editoriale di oggi è un depistaggio anticipato.
Un attentato a Fini sarebbe realmente in programma, e realmente potrebbe essere stato deciso da soggetti vicini a Berlusconi ma, col mettere in giro la voce che invece sarebbe una messa in scena organizzata dai finiani o dallo stesso Fini per trarne un qualche vantaggio alla vigilia delle elezioni politiche di primavera, si prepara il terreno a insinuare, a cose fatte, che Fini è morto perché qualcosa nella finzione è andato storto e il ferimento, che doveva essere lieve, è poi risultato letale.
Con l’editoriale di oggi, insomma, sarebbero poste in essere – insieme – un’intimidazione, se l’attentato non abbia ad esser messo in atto o sì per poi fallire, e una falsa pista, nel caso che si attui e ottenga l’esito voluto. In tal senso non è necessario che Belpietro stia giocando un ruolo attivo, anche se al momento è troppo presto per capirlo: è probabile, anzi, che davvero qualcuno gli abbia rivelato quanto oggi riferiva nel suo editoriale e che, pienamente consapevole o meno di farsi strumento del piano, si sia mosso a fare la sua parte, come al solito, d’istinto. L’istinto del servo che capisce al volo, senza che il padrone debba aprire bocca.

«Primogenito di molti fratelli»


Nell’omelia tenuta la notte di Natale – nel punto in cui ha spiegato come debba correttamente leggersi il «primogenito» che sta scritto in Lc 2,7 – Benedetto XVI ha dato prova esemplare di cosa sia quell’esegesi teologica che definì essenziale al Sinodo della Parola del 2008, quando richiamò “attenzione ai rischi di un’esegesi esclusivamente storico-critica” e ribadì che “non ha fondamento un’esegesi che non sia teologica”: “La conoscenza esegetica – disse – deve intrecciarsi indissolubilmente con la tradizione spirituale e teologica perché non venga spezzata l’unità divina e umana di Gesù Cristo e delle Scritture”. In pratica, la Bibbia deve esser letta in modo da non entrare in contraddizione con la dottrina e, se la dottrina vuole che Gesù sia figlio unigenito di Maria (sennò cadrebbero due o tre dogmi), «primogenito» non può affatto significare che abbia avuto fratelli: “Luca qualifica il bambino come «primogenito». Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, «primogenito» non significa il primo di una serie di altri figli. La parola «primogenito» è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no”. In pratica, bisogna chiudere un occhio su tutte le altre fonti – testamentarie (1) e non testamentarie (2) – che parlano estesamente di fratelli e sorelle di Gesù (3); e il termine «primogenito» dovrebbere essere inteso in questo senso: “Ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino ed Abele, di Romolo e Remo [sic!], ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il «primogenito» in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza”. Se si rifiuta questa lettura dei vangeli, si incorrerebbe nei “rischi di un’esegesi esclusivamente storico-critica”; se la si accetta, tutto ok, si è letto come si deve. Non so a voi, a me viene da sorridere.
Tutto qui? Non tutto. Nel riportare sul suo sito il testo dell’omelia, Sandro Magister sceglie per titolo l’espressione «Primogenito di molti fratelli», facendo così propria, del tutto acriticamente, l’esegesi teologica rifilataci da Benedetto XVI, senza una sola nota in calce, come se la questione dei fratelli e delle sorelle di Gesù non fosse altrimenti risolvibile che nel modo suggerito dal Papa. Qui il sorriso mi si trasforma in una smorfia amara.




(1) Il già citato Luca: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc 2,7), che poco oltre scrive: “Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli annunciarono: «Tua madre e i tuoi fratelli son qui fuori e desiderano vederti»” (Lc 8, 19-20). Poi Marco, in due passaggi: “Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano»” (Mc 3, 31-32); “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6, 3). Altre due volte in Matteo: “Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre ed i tuoi fratelli che vogliono parlarti»” (Mt 7, 46-47); “Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (Mt 13, 55-56). E due volte in Giovanni: “Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e là si fermarono solo pochi giorni” (Gv 2, 12); “Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne; i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e và nella Giudea…»” (Gv 7, 2). Poi, negli Atti degli Apostoli: “Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui” (At 1, 14); e ancora in Paolo: “In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo attesto davanti a Dio che non mentisco” (Gal 1, 18-20). Per tacere dei vangeli apocrifi, naturalmente.
In realtà, anche in Matteo era presente un «primogenito» prima che fosse espunto, non più di una ottantina di anni fa. Nel Novum Testamentum Graece et Latine secundum Matthaeum si legge: “Non cognoscebat eam donec peperit filium suum primogenitum et vocavit nomen eius Iesum” (1, 25), che implica peraltro una conoscenza carnale di Maria da parte di Giuseppe dopo la nascita del primogenito. Orrore!  Ed ecco che nella editio princeps del 1971 tutto è sterilizzato in un tranquillizzante senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù”.

(2) Eusebio di Cesarea, Padre della Chiesa, che per Benedetto XVI è da considerare “l’esponente più qualificato della cultura cristiana del suo tempo in contesti molto vari, dalla teologia all’esegesi, dalla storia all’erudizione” (Udienza, 13.7.2007), nella sua Historia Ecclesiae scrive: “Egli comparve a Giacomo, uno dei fratelli del Salvatore” (I, 12, 5); “In quel tempo Giacomo, fratello del Signore, figlio di Giuseppe…” (II, 1, 2); “Giacomo, fratello del Signore, succedette all’amministrazione della Chiesa insieme con gli apostoli” (II, 23, 4); “Giuda, che era fratello carnale del Salvatore...” (III, 19, 6);  “Della famiglia del Signore rimanevano ancora i nipoti di Giuda, suo fratello secondo la carne…” (III, 20, 1).

(3) Sul punto si è spesso opposta l’obiezione che ai tempi di Gesù, in Galilea, il termine fratello equivalesse a quello di cugino. Il fatto è che questo vale per l’aramaico, ma i vangeli sono scritti in greco e qui si parla di αδελφοι (fratelli), non di εξαδελφοι (cugini). C’è chi ha provato a sostenere che si trattasse di fratellastri, figli di Giuseppe nati da un precedente matrimonio con una Maria di Cleofa che però sarebbe ancora viva quando Giuseppe prende in moglie Maria, madre di Gesù. Giuseppe bigamo? Orrore! [Sulla questione si consiglia la lettura di David Donnini (Cristo, una vicenda storica da riscoprire, Erre Emme Edizioni 1994) e di Robert Eisenman (James, the brother of Jesus, Faber and Faber 1997).]

In Cina non è in discussione la libertà di culto


Ufficialmente atea, la Repubblica Popolare Cinese concede all’individuo la libertà di credo religioso, ma solo dal 1982. Già dal 1979, comunque, ai cristiani era stato concesso di poter celebrare pubblicamente il Natale ed era stata autorizzata la riapertura delle chiese cattoliche chiuse nel corso della Rivoluzione culturale (1966-1969). Sono notizie che traggo da Wikipedia, alla voce Chiesa cattolica in Cina, che non registra discussioni sul punto. Altrettanto incontestata, alla voce Cina, è la notizia che è cristiano il 3,5% dei 1.330.503.015 cinesi: poco più di 46 milioni, 16 dei quali sono cattolici (1,1%).
Nessuna discussione neppure sulla cifra dei cattolici che sono perseguitati (circa 4 milioni), che – questo è il punto troppo spesso trascurato non sono fatti oggetto di persecuzione in quanto credenti, né in quanto cristiani, né in quanto seguaci della dottrina cattolica: sono perseguitati per il solo fatto che su un punto – un solo punto disobbediscono al governo della Repubblica Popolare Cinese per tener ferma obbedienza a quello della Santa Sede. Contrariamente a quelli dell’Associazione patriottica cattolica cinese (poco più di 12 milioni), che infatti non subiscono alcuna persecuzione, quelli della cosiddetta Chiesa sotterranea sono i soli cattolici perseguitati e solo perché riconoscono come loro vescovi quelli nominati da Roma, disconoscendo quelli nominati da Pechino.
Possiamo considerarla persecuzione per motivi di fede? Non proprio. E tuttavia, urbi et orbi, il Papa dice: La celebrazione della nascita del Redentore rafforzi lo spirito di fede, di pazienza e di coraggio nei fedeli della Chiesa nella Cina continentale, affinché‚ non si perdano d’animo per le limitazioni alla loro libertà di religione e di coscienza e, perseverando nella fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, mantengano viva la fiamma della speranza. L’amore del Dio con noi doni perseveranza a tutte le comunità cristiane che soffrono discriminazione e persecuzione, ed ispiri i leader politici e religiosi ad impegnarsi per il pieno rispetto della libertà religiosa di tutti”.

Non è bello che le sue parole siano state censurate in Cina, ma neanche è bello che Sua Santità dica cazzate: quali limitazioni alla libertà di religione e di coscienza sono poste in Cina a chi “cred[e] in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibilie in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli”  e nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio, ecc.? E come si può mettere sullo stesso piano un paese nel quale ben 42 milioni di cristiani godono di libertà di culto e quelli nei quali i cristiani sono sgozzati per il solo fatto di essere cristiani? Infine – ed è questo il vero nodo della questione si può perseverare nella fedeltà a Cristo solo avendo un vescovo nominato da Roma?
Evidentemente, sì. Evidentemente, un cattolico gode di piena libertà di religione e di coscienza solo quando a fargli da pastore sia un vescovo deciso dal Papa. Poco importa che in tutto sia obbediente alla dottrina cattolica e ai suoi dogmi, poco importa che sottoscriva il Credo, poco importa che onori i sacramenti, poco importa che tutto questo gli sia concesso da uno Stato che pure nega molti altri diritti civili: se il vescovo non è quello deciso dal Papa, il cattolico deve considerarsi perseguitato. Ma se aderisce dell’Associazione patriottica cattolica cinese, e così non è perseguitato, è da considerarsi cattolico? Sul punto parrebbe esservi almeno un po’ di ambiguità da parte della Santa Sede, che, quando deve dare i numeri dei cattolici in Cina, mette nel conto anche quelli che non sono della Chiesa sotterranea, come se quelli dell’Associazione patriottica cattolica cinese fossero cattolici a tutti gli effetti: evidentemente perseguitati, ma senza saperlo o complici della stessa persecuzione ai loro danni.

Ripetiamo: non è bello che le parole di Benedetto XVI siano state censurate in Cina. Ripetiamo: neanche è bello che Sua Santità dica cazzate, e al solo scopo di riaffermare la propria prerogativa di nominare vescovi. Altra cosa sarebbe se i vescovi fossero abitualmente scelti dai fedeli, perché in questo caso al gregge sarebbero imposti contro la loro volontà. Ma è allo stesso modo che vengono imposti quelli nominati dal Papa, come dimostrano i molti casi nei quali il gregge si è dovuto tenere un pastore non gradito, perché così si era deciso a Roma, e in questi casi non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi che si fosse in presenza di una limitazione alla libertà di religione e di coscienza, tanto meno si è ventilata la possibilità che il dovere obbedienza a un vescovo sgradito fosse persecuzione.
Considerazioni che valgono solo su un piano strettamente logico, perché ciò che è messo in discussione in Cina non è la libertà di culto, ma il pieno controllo dei fedeli: Roma lo esige e Pechino lo rifiuta, con una determinazione che non si fa scrupolo di arrivare a durezza. Non accade per i buddisti, per i confuciani e per i musulmani, non accade per i cristiani e nemmeno per tutti i cattolici, ma solo per i cattolici che pretenderebbero di fondare anche in Cina, come è concesso loro in gran parte del mondo libero, quel sistema di doppia cittadinanza che è lo strumento attraverso il quale alla Chiesa è assicurata ingerenza nella vita dello Stato. Questa ingerenza non è mai resa operativa senza una diretta azione episcopale, che a sua volta è direttamente guidata dalla Santa Sede. In Cina non è in discussione la libertà di culto, ma il peso che Roma vorrebbe avere anche a Pechino. E Pechino oppone resistenza, come avesse ben presente il pericolo.


sabato 25 dicembre 2010

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Buon sangue non mente



Com’era prevedibile, l’attenzione all’intervista che Barbara Berlusconi ha concesso a Nicoletta Ferrari (Vanity Fair, 51/2010) si è appuntata per lo più sulle risposte date da “figlia di”, anche se dopo le polemiche seguite all’intervista concessa l’anno scorso a Giovanni Audiffredi per la stessa rivista (Vanity Fair, 32/2009) non potevano essere che risposte prive di spontaneità, calibrate su un registro che salvasse la capra della sua personalità e quel cavolo di padre. Il risultato è infelice: sembra la sorellastra, ma farmacologicamente sedata. Più interessante è soffermarsi sull’unico passaggio che a mio parere illumina davvero il tipino.


Dunque, riassumendo: Barbara Berlusconi condivide l’analisi di Michela Marzano, ma a suo parere ci troveremmo dinanzi a una fissazione dell’immagine femminile, non già a una regressione. Non deve aver letto Sii bella e stai zitta o deve averlo letto male: Marzano non parla mai di regressione, ma appunto di antiquati stereotipi che la macchina berlusconiana ha legittimato e rinvigorito prima e dopo la sua discesa in campo”, prima col giustificarli in una compiaciuta celebrazione mediatica che li ha aggiornati e dopo nel  radicarli in quella dimensione dell’immaginario collettivo dove all’immagine del maschiocomesideve avesse a corrispondere quella di una femminacomesideve che è proprio quella bambola che anche a Barbara Berlusconi non piace. Pubblicità, tv e giornali hanno fissato e rafforzato questi stereotipi, sicché i modelli di comportamento hanno trovato in essi una ratio che li sosteneva e incoraggiava.
Si può non essere d’accordo con l’analisi di Michela Marzano, ma non si può formalmente condividerla per rigettarne la sostanza, tanto meno nell’individuare laicamente le cause della fissazione in una regressione della figura femminile in ambito domestico: è come se, a cercare le ragioni del perché le donne siano apprezzate solo e quando sono belle oche, si riuscisse a trovare solo l’avvenuta svalutazione del suo ruolo di madre e casalinga. Par di capire che per una donna non vi siano che due alternative: o regina del focolare o zoccoletta di Drive in, fatta eccezione, ovviamente, per quelle donne eccezionali che riescono ad essere ottime mogli, ottime madri, ottime casalinghe e ottime donne in carriera, come Barbara Berlusconi si dipinge con la buona grazia di una qualche falsa modestia. Per tutte le altre non dovrebbe esserci altra scelta che riprendere autorevolezza nel loro tradizionale ruolo domestico o rinunciarvi per chiedere parità di diritti e di opportunità, ma senza lamentarsi troppo se poi finiscono nella stalla di Lele Mora, amico del babbo, ma solo per caso.


Contrordine, compagni!



Calma e gesso: esattamente, che dicono le carte che Wikileaks ha passato a El Pais? L’ambasciatore Ronald P. Spogli scrive: “Though Italy’s judiciary is traditionally considered left-leaning, former PM and FM Massimo D’Alema told the Ambassador last year that the judiciary is the greatest threat to the Italian state. Despite fifteen years of discussions on the need for comprehensive judicial reform, no significant progress has been made”. Provate a immaginare thread (argomento di discussione) al posto di threat (minaccia) e fila a meraviglia: si sa che le dentali sono insidiose in inglese, il povero Baffino deve aver sbagliato la pronuncia e così si è generato il frainteso.

Deboluccia, eh? Ok, come non detto.

giovedì 23 dicembre 2010

Il motorino di Silvio Berlusconi


Non è la prima volta che Silvio Berlusconi racconta della disavventura che gli sarebbe capitata a 12 anni, quando sarebbe stato aggredito da alcuni comunisti che l’avrebbero sorpreso ad attaccare manifesti elettorali della Dc insieme a due suoi amici. La prima volta che ne parlò fu nel giugno del 2005 (raduno di forzisti al cinema Capranica, a Roma); poi l’ha rifatto nel 2007; e nel 2008; e adesso vi è tornato ancora, nel corso della abituale conferenza stampa di fine anno della Presidenza del Consiglio (2:06-3:05). Stavolta, però, come sovente accade a chi si compiace di sparare balle arricchendole ogni volta di nuovi dettagli perché non trova alcuno che sollevi dubbi, esagera.
Già l’aneddoto zoppicava in un punto, tuttavia non decisivo per renderlo incredibile: le elezioni politiche del 1948 si tennero il 18 aprile, quando Silvio Berlusconi aveva 11 anni, non 12, e non è escluso che andasse ad attaccare manifesti elettorali con amici più grandi di lui, ma è credibile che a salire sulla scala per attaccare un manifesto di circa 120 x 180 cm fosse quello con la minore apertura di braccia? Se l’episodio non è del tutto inventato, come oggi pare assai probabile, è più verosimile che fosse addetto al secchio della colla.
Oggi, però, come dicevamo, esagera, e aggiunge un dettaglio che è incompatibile col contesto: tornato a casa malconcio, giustificò la cosa con l’essere caduto dal “motorino”. Non poteva essere il suo, perché a quell’età non avrebbe potuto guidarlo, ma come avrebbe potuto esservi a bordo insieme al guidatore se il primo ciclomotore a due posti commercializzato in Italia è del 1953 (Peugeot S55) e solo dal 1949 in poi la Benelli mette in commercio un due ruote che consentiva il trasporto di un secondo passeggero seduto sulla canna?

Commento a Licht der Welt / 1




Poco più di un anno fa, al termine di un’udienza del mercoledì, Vittorio Messori propose a Benedetto XVI di concedersi per un Rapporto sulla fede II: “Mi dia tre giorni – disse – ci chiudiamo in clausura come facemmo a Bressanone nel 1984 e il libro è fatto”. “Dottore – gli rispose il Papa – non ho nemmeno tre ore”. Chissà come deve esserci rimasto male, il dottor Messori, quando ha saputo che per Peter Seewald era riuscito a trovarne sei, “dal lunedì al sabato dell’ultima settimana di luglio, per un’ora al giorno” (Luce del mondo, LEV 2010 – pag. 8). “Quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – racconta Seewald – Ratzinger mi aveva offerto due volte l’opportunità di intervistarlo nell’arco di più giorni [nel 1996 (Joseph Ratzinger: Salz der Erde) e nel 2000 (Gott und die Welt - Glauben und Leben in unserer Zeit)] (ibidem, pag. 7), proprio come aveva concesso a Messori in precedenza. Perché non rinnovargli più la stima? Sarà perché Rapporto sulla fede sollevò molte polemiche, mentre le altre due interviste poco o niente? Sarà perché Benedetto XVI voleva evitare infortuni espressivi in una lingua assai insidiosa come l’italiano e la cautela gli ha suggerito di preferire un intervistatore tedesco per potersi esprimere con maggiore sicurezza e serenità? Se dobbiamo giudicare dai risultati – la nota polemica sull’uso del preservativo scatenata dalle anticipazioni della prima edizione nelle traduzioni in italiano, inglese e spagnolo (novembre 2010) – preferire Seewald a Messori non è servito a molto, in tal senso.
Sarà che “autorizzando la pubblicazione del testo, il Papa non ha modificato la parola pronunciata ma apportato solo piccole correzioni, lì dove ha ritenuto necessarie alcune precisazioni a vantaggio dell’esattezza” (ibidem, pagg. 11-12), fatto sta che per quanto attiene ai contenuti e alla loro valenza sul piano dottrinario sono da tener presenti tre elementi: (1) Benedetto XVI ha chiesto di visionare le bozze solo a due prelati e uno dei due era il cardinal William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; (2) “Assenso religioso della volontà e della intelligenza si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra” (Lumen gentium, 25); (3) “Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che il Sommo Pontefice enuncia circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intende proclamarla con atto definitivo” (Codice di Diritto Canonico, 752).
Invece, proprio riguardo al punto relativo all’uso del preservativo in alcuni “singoli casi motivati” (ibidem, 171) c’è stato un tempestivo mettere le mani avanti da parte delle più alte gerarchie vaticane: prima, si è precisato che quanto affermato da Benedetto XVI era espresso “in una forma colloquiale e non magisteriale” (Sala Stampa Vaticana, 21.11.2010); poi, dopo ampia limatura del testo, si è detto che nulla contraddiceva la dottrina, tanto meno in relazione al delicato punto del “male minore”, mai moralmente giustificato. Eppure, prima che nella ristampa di dicembre i “singoli casi” diventassero “motivati”, si era usato proprio l’aggettivo “giustificati” (“begründete Einzelfälle” e Begründung è termine non disdegnato dai teologi tedeschi quando si parla di “giustificazione”: lo stesso Joseph Ratzinger l’ha usato in Die sakramentale Begründung christlicher Existenz [1965], dove “motivazione” non darebbe piena accezione ontologica).
E dunque cosa possiamo dire alla fine di questo primo post su Licht der Welt? Che si tratta proprio del gran pasticcio che si voleva evitare. Probabilmente – ma chi può dire? – sarebbe stato meglio concedere tre ore a Messori che sei a Seewald. Al prossimo post cercherò di dimostrarlo facendo un raffronto tra le due tipologie di intervistatore.

  

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Chiesa, voce del verbo chiedere


Fino a quando la Chiesa fu autorità incontrastata, la politica fu il portato storico del discorso teologico sul bene comune e sulla giustizia (1). Semplicemente non aveva senso una specificità del magistero sociale rispetto a quello morale e infatti dobbiamo aspettare la fine del XIX secolo per la prima enciclica specificamente sociale (2) e prim’ancora – anche se non di molto – per quelle che ne avevano configurato lo specifico (3), registrando l’avvenuto scollamento tra due dimensioni prima quasi interamente coincidenti: ecclesia e societas. È da quando la Chiesa perde il potere temporale e la sua autorità è messa più seriamente in discussione che nasce l’esigenza di trattare la politica come strumento scientifico in buona misura autonomo rispetto alla scienza teologica (4): superata la breve parentesi del non expedit, la pretesa di essere attore politico è avanzata dalla Chiesa in virtù di un diritto ordinario e la chiamata del cattolico alla vita politica è per il tramite dell’estensione della libertà di culto alla vita di relazione piuttosto che attraverso la pretesa di una fondazione teologica del sociale. In altri termini, la Lettera a Diogneto diventa manifesto politico dei cattolici più di quanto lo sia stato la Lettera ai Romani prima del 1870.
Se c’è modo di far rientrare dalla finestra il fondamento teologico del sociale uscito dalla porta, è attraverso una riscoperta – o, per meglio dire, una ripresa – della dialettica trinitaria che il neotomismo ha messo un poco in ombra (5). Dopo qualche tentativo fatto da Gianni Baget Bozzo una trentina di anni fa (6), a provarci è monsignor Giampaolo Crepaldi: Il Dio cristiano è trinitario, ossia è un’unica Sostanza fatta di relazione fra tre Perso­ne. La Trinità è così modello di ogni altra comu­nità, in quanto indica un nuovo piano dell’essere nel quale la relazione è essenziale e non seconda­ria ed accidentale (Il cattolico in politica. Manuale per la ripresa – Cantagalli 2010). Tentativo assai poco insistito, teologicamente velleitario e evanescente sul piano della giustificazione politica, insignificante se paragonato a quello di Baget Bozzo, che pure rimase poco ascoltato: monsignor Crepaldi mira al vademecum, non a riproporre una declinazione dialettica della sovranità sociale di Cristo, sarà che gliene mancavano le forze o l’ardire. Perciò, nelle sue pagine, il diritto della Chiesa è pretesa camuffata piuttosto che giustificata: “Il diritto alla libertà religiosa ha valore nel contesto del dovere di cercare la verità, e quando essa contrasta con la verità dell’uomo, non può essere assunto a diritto riconosciuto pubblicamente. Libro fallito.




(1) Merio Scattola, Teologia politica, il Mulino 2007 – pagg. 13-156
(2) Leone XIII, Rerum novarum, 15.5.1891
(3) Inscrutabili Dei consilio, 21.4.1878; Quod apostolici muneris, 28.12.1878; Diuturnum illud, 29.6.1881; Libertas, 20.6.1888
(4) Significativamente, è nella discussione sul fondamento teologico del diritto canonico che la teologia rimane scienza sufficiente e necessaria, fino agli scritti di Giovanni Paolo II attorno al Codice del 1983 e, dopo, alla seconda parte della Deus caritas est (Benedetto XVI, 25.12.2005)
(5) Trinità in ombra (Malvino, 10.9.2010)
(6) Gianni Baget Bozzo, La Trinità, Vallecchi 1980 – pagg. 237-253

mercoledì 22 dicembre 2010

Tappetini



Lo scendiletto mi ha dato una strana sensazione sotto i piedi, stamane. Ci ho messo niente a capire: nella notte si era raffrontato al conduttore di Matrix e aveva il pelo dritto, tutto fiero di se stesso.

Un'altra performance linguistica del professor Bellieni


Tre anni fa il professor Carlo Bellieni ci proponeva: “La parola «feto» dovrebbe essere bandita”. “Lo chiamiamo «feto» un minuto prima della nascita e «bambino» un minuto dopo – argomentava – ma che cosa cambia? Sul piano fisico assolutamente nulla”. Detto da un neonatologo, che non dovrebbe essere all’oscuro delle variazioni dei parametri cardiocircolatori, respiratori, ematologici, metabolici, neurologici ed endocrini che si hanno al momento della nascita, la cosa ci stupì non poco. Poi sapemmo che era membro della Pontificia Accademia Pro Vita e chiudemmo un occhio: per far carriera c’è gente disposta pure a far pompini, mentre il professore si era limitato a una timida performance linguistica. Poco convinta, bisogna aggiungere, perché da allora Bellieni non ha mai smesso di usare la parola «feto», alla faccia del buon esempio. Per dire: nell’ultimo suo articolo (L’Osservatore Romano, 22.12.2010) la usa cinque volte.
Passò meno di un anno e il professore attirò ancora la nostra attenzione: “I bimbi nati dopo fecondazione in vitro hanno un rischio di certe malformazioni maggiore degli altri”, disse che l’aveva letto su Lancet (VII/2007); ma il giorno dopo chiese scusa, aveva letto male (c’era scritto: “avranno uno sviluppo pari agli altri”). Anche qui chiudemmo un occhio: può capitare a tutti.
L’avevamo perso di vista, ma poi l’anno scorso se ne venne con un’altra delle sue: “Certamente l’introduzione nelle case dei Paesi occidentali di acqua corrente e servizi sanitari ha determinato una netta diminuzione di malattie infettive. Bisogna tuttavia riflettere su dei fatti che sembrano essere il rovescio della medaglia del nuovo fenomeno: l’eccesso di abluzioni porta ad un enorme consumo di acqua, in gran parte potabile, ad un’immissione nelle acque reflue di sostanze tensioattive, talora non biodegradabili, e alla perdita di quei germi «buoni» che talora sono la premessa per la protezione contro quelli patogeni”. Tremammo, pensammo che il magistero della Chiesa volesse porre un veto al bidet: timore eccessivo, la cosa abortì lì.
Passa un altro anno e riecco il professore…
“La diagnosi prenatale genetica, anche quando venga fatta sul sangue materno e senza rischio per il feto, non è eticamente neutra. Se servisse per curare sarebbe altra cosa, ma le possibilità di terapia dei malati di sindrome Down sono praticamente zero. La ricerca della sindrome Down del feto non deve essere uno screening, perché non è interesse dello Stato andare a individuare i bambini affetti prima della nascita”.
Lo Stato? E che c’entra lo Stato? Lo Stato non può imporre (ma nemmeno vietare) un’amniocentesi. Eticamente neutra o no, c’è una legge – una legge dello Stato – che consente la diagnosi prenatale delle patologie fetali che sono diagnosticabili e che consente l’interruzione della gravidanza se una di queste patologie fetali può mettere a rischio la salute fisica o psichica della gravida: è questa legge che non è eticamente neutra, perché il professor Bellieni non si fa promotore di un referendum per abrogarla invece di starnazzare obliquamente?
“Far diventare screening la diagnosi genetica prenatale surclassa la scelta individuale della donna”, aggiunge, ma chi ha mai imposto un’amniocentesi ad una cattolica che l’abbia ritenuta superflua perché comunque intenzionata a portare avanti la sua gravidanza, che il feto fosse o no affetto da sindrome di Down? Anche qui, comunque, si evidenzia un’inclinazione del professor Bellieni all’uso ambiguo della lingua. “Surclassamento” sta per “schiacciante superiorità”: se nessun screening è imposto, chi si schiaccia?


martedì 21 dicembre 2010

Il dono del Re


Antonio Socci strizza il succo di una vecchia questione: “C’è un Re così grande, ricco e potente che possiede tutto. E dunque ti regala non solo pietre preziose e perle, ma il mondo intero con tutte le sue meraviglie. Però non gli basta, perché noi siamo insoddisfatti e infelici, e allora vuole donarti di più. Potrebbe regalarti la felicità (per cos’altro tutti ci agitiamo se non per la felicità?) oppure potrebbe regalarti la bellezza, o la pace del cuore o l’amore o il calore dell’amicizia e potrebbe perfino regalarti tutto questo per l’eternità, senza più la tristezza della fine e della morte. Ma ha deciso di farti un dono ancora più grande dove tutto questo è contenuto: se stesso, il suo unico e meraviglioso Figlio che letteralmente «è» tutto questo. Infatti Gesù è la vera felicità, la pace, l’amore, la gioia, la vita e lo è per sempre. E allora come si fa – davanti a un tale Re che ti dona se stesso e tutto il suo regno, senza che tu lo meriti neanche lontanamente – come si fa a non essere strafelici e a non essere mossi spontaneamente, anche noi, a donare?” (Libero, 21.12.2010).

Obiezione: mai visto il Re e comunque sono contrario alla monarchia, posso rifiutare il dono ed essere lasciato in pace?


Nichi Vendola non mi piace e non mi convince



“Il capitalismo ormai non è solo incompatibile
con la democrazia: è incompatibile con la vita”

Ho già detto che Nichi Vendola non mi piace e ho usato questa espressione perché mi sono limitato a usare categorie estetiche, parlando dell’irritazione che mi procurano il suo cristianesimo alla Jovanotti, il suo cattolicesimo da festa del santo protettore, il suo lessico psichedelico, il suo comunismo tutto letterario, il suo populismo sentimentale, la sua omosessualità ostentatamente sobria (e non è un ossimoro). Dopo due mesi il post continua ad essere commentato, per lo più da lettori ai quali invece Nichi Vendola piace, piace molto, piace al punto da rimproverarmi che non piaccia pure a me quanto piace a loro. Penso, dunque, che sia il caso di passare a un giudizio propriamente politico e approfitto dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia che oggi apre il Corriere della Sera (L’orecchino populista), perché mi torna utile a semplificare.
Dico subito che l’editoriale sembra assai benevolo, in alcuni punti addirittura lusinghiero. In pratica, Ernesto Galli della Loggia scrive che Nichi Vendola è il meglio che potesse capitare a una sinistra che, “con la fine dell’impianto ideologico che arriva all’Italia della Prima Repubblica dal cuore della modernità otto-novecentesca” e “con il declino dell’industrializzazione e dei suoi attori, con l’impallidimento dei grandi luoghi aggregativi della socializzazione come la famiglia, la Chiesa, i partiti, i sindacati”, era tenuta ad abbandonare “la «storia» come termine essenziale di riferimento” per “sostitu[irla] con la «vita»”: nessuno meglio di Nichi Vendola, che sostituisce l’ideologia con “immagini ed emozioni”, e che “non parla” ma “intesse delle «narrazioni»”, nelle quali “la politica è quasi esclusivamente evocazione di sentimenti”.
Sembrerebbe un giudizio positivo, se non fosse che per Ernesto Galli della Loggia, levato il portato ideologico, alla sinistra resta il suo moralismo (“dovuto al suo credersi portatrice privilegiata di istanze etiche”) e la sua epica “etno-populistica”, che dal mito dell’eroe proletario – operaio, contadino, studente – è decaduto all’icona di “un modello divistico di tipo rockettaro-televisivo”: Nichi Vendola è quanto di meglio può incarnare questa evoluzione, ma si tratta di una dimensione politica che, “lungi dall’essere argomentazione razionale di problemi concreti e di soluzioni possibili, è soprattutto retorica e oratoria fusionale, identificazione emotiva tra chi «narra» e chi ascolta”. Affabulazione etico-estetica, dunque, e tutta autoreferenziale: al posto della politica c’è il “pathos della «vita»”, e Nichi Vendola ne è il miglior medium possibile.
Sembrava un giudizio positivo, ma è una sentenza di condanna senza appello: per la sinistra – e per Nichi Vendola. Condanna che io trovo condivisibile. Da liberale, non posso ritenere questa narrazione migliore di quella che Silvio Berlusconi è riuscita a incarnare per catalizzare il blocco sociale di questo centrodestra: tra queste consolatorie spiegazioni di quella chimera antropologica che sarebbe il carattere nazionale italiano – in oppositis speculis – c’è la giustificazione di una differenza che ci precluderebbe l’uso della testa, dandoci il primato del cuore e dello stomaco. Questo non mi piace, ma qui l’espressione esorbita dalle categorie estetiche: non mi convince che il destino patrio debba giocarsi in una eterna guerra civile tra furbi e fessi.

lunedì 20 dicembre 2010

Di Pietro è assai invecchiato in questi ultimi 17 anni...



... La Russa è più o meno lo stesso.

19:45 - CRONACA - 20 DIC 2010


Fresca di mezz’ora, una notizia che ne implica un’altra: se c’è riciclaggio, c’è un riciclatore. Se non è Gotti Tedeschi, chi può essere?

“Corrispondente responsabilità”


È tradizione ormai consolidata che il discorso tenuto dal Papa alla Curia in occasione dell’udienza per la presentazione degli auguri natalizi sia occasione per tirare le somme dell’anno che sta per chiudersi. Discorso che con Giovanni Paolo II raramente ha superato le 10.000 battute, ma che con Benedetto XVI non è mai stato inferiore alle 20.000, come a compensare con la prolissità l’inarrivabile dinamismo del suo predecessore. Quest’anno il discorso supera le 23.000 battute, delle quali un quarto è dedicato ai numerosi casi di abusi sessuali su minori commessi da preti che sono venuti a galla nel 2010, scoperchiando una fogna dalle dimensioni immense, e Sua Santità strappa un sorriso di tenerezza nel modo in cui approccia la questione: “Con grande gioia avevamo iniziato l’Anno sacerdotale e, grazie a Dio, abbiamo potuto concluderlo anche con grande gratitudine, nonostante si sia svolto così diversamente da come ce l’eravamo aspettati” (trad.: “Tutta questa merda doveva venire a galla proprio quest’anno? Eccheccazzo!”).
Poco altro da segnalare, però è fatta un’importante ammissione: “Siamo consapevoli della particolare gravità di questo peccato commesso da sacerdoti e della nostra corrispondente responsabilità”. Ecco, con l’ammissione di una “corrispondente responsabilità”, che ci auguriamo non sfuggirà a chi cura gli interessi delle vittime, possiamo dire che questo discorso di fine anno non sia stato del tutto inutile.


Not necessarily




[...]



Per non ripetermi, rimando a quanto ho già detto lanno scorso. Così, se non rispondo ai «Buon Natale» che verranno, non sembrerà scostumatezza.
 
 

Passa al cabaret

Luigi Ferrarella (1) e Michele Ainis (2) firmano due articoli che smerdano Maurizio Gasparri come merita. Massimo D’Alema (3) ci prova, ma si affida interamente a quel suo fare sprezzante che dà per superflua ogni argomentazione. Così, tutto sommato finisce per smerdarsi un poco pure lui, perché l’uomo politico, inteso come professionista della politica, è uno che deve produrre argomenti convincenti e qui D’Alema non ne produce: Gasparri sbaglia perché è Gasparri. D’Alema viene meno a un suo preciso dovere, quello di produrre argomenti convincenti perché la proposta di un avversario politico risulti insensata anche a chi non condivida il pregiudizio negativo sulla sua persona, e lo evade nell’intrattenimento dei fidelizzati.
Ritengo assai grave questa mancanza. Nello specifico penso che un professionista della politica avrebbe dovuto essere capace di sintetizzare gli argomenti di Ferrarella e di Ainis, spiegandoli in modo semplice e chiaro in non più di 45 secondi. Difficile? E allora rinuncia alla politica e passa al cabaret.

(1) “Prima il Guardasigilli mobilita gli ispettori quando non gli piacciono le sentenze, poi il titolare del Viminale immagina per i cortei un divieto come il Daspo agli ultrà, e ora il presidente dei senatori pdl rimpiange gli arresti preventivi Anni 70. Tra i danni collaterali delle gravi violenze del 14 dicembre nel centro di Roma, che non possono trovare giustificazioni e che meriteranno i rigori di legge a coloro che ne saranno accertati responsabili, il fine settimana appena trascorso segnala che una cortina fumogena di slogan sta annebbiando la percezione del principio di separazione tra poteri dello Stato. Un giorno il ministro della Giustizia Alfano, annunciando ispezioni ai giudici sgraditi, manifesta la propensione a voler decidere lui se una scarcerazione che non gli garba sia giusta o no. Un altro giorno il ministro dell’Interno Maroni accarezza l’idea di estendere i divieti Daspo dagli stadi di calcio alle piazze, e così di essere di fatto lui, tramite i Questori, a decidere chi non debba più partecipare a manifestazioni pubbliche. E ieri Gasparri chiude il trittico con il suo «qui ci vuole un 7 aprile, e mi riferisco al giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo». Quest’ultimo vagheggiamento è arduo persino da prendere in considerazione, visto quanto lo vizia il concentrato di errori (era il 1979 e non 1978), confusioni di contesto (l’Autonomia Operaia negli anni delle Br), e scarsa memoria degli striminziti esiti giudiziari per molti dei 140 indagati. Per parte sua, il Guardasigilli sorvola sul fatto che, quand’anche siano erronei i presupposti della decisione dei giudici di confermare l’arresto dei 22 fermati dalla polizia ma di non trattenerli in carcere in vista del processo di giovedì, il rimedio previsto dalla legge non è l’ispezione ministeriale minacciata al Tribunale, ma l’appello della Procura contro le scarcerazioni innanzi al Tribunale del Riesame. Analogo stridore promette l’applicazione ai cortei dell’odierno «Divieto di Accedere a manifestazioni Sportive» (Daspo) da uno a 5 anni per chi in passato abbia preso parte o inneggiato a episodi di violenza. A imporlo, infatti, non è un giudice ma il Questore, cioè una emanazione del potere esecutivo; e come presupposto non c’è bisogno di una sentenza ma basta anche solo una semplice denuncia di polizia. Il destinatario può solo sottoporne i profili amministrativi al Tar, mentre il giudice penale interviene solo qualora il Questore imponga anche l’obbligo di firma (ammesso dalla Consulta nel 2002 proprio perché sottoposto a controllo giurisdizionale). Sembra poi sfuggire, se trapiantata nelle piazze, la delicatezza delle conseguenze per chi, colpito da un divieto amministrativo del Questore sulla base solo di una denuncia, non facesse altro che partecipare lo stesso a una manifestazione: arresto in flagranza, processo per direttissima, condanna da 1 a 3 anni e multa da 10 mila a 40 mila euro. Per capire che sarebbe un pericoloso corto circuito, prima ancora di doversi aggrappare agli articoli 16 e 21 della Costituzione su libertà di circolazione e di espressione, forse può bastare il buon senso. Irrobustito da una gestione dell’ordine pubblico più accorta nell’isolare nei cortei i violenti. E presidiato da sentenze che dalla magistratura bisogna pretendere non «esemplari» , ma pignole e sollecite: come per gli scontri tra estrema destra e centri sociali di sinistra antagonista che l’11 marzo 2006 devastarono il centro di Milano, e che già nel 2008 videro diventare definitive in Cassazione sentenze capaci di distinguere 15 pesanti condanne (a 4 anni nonostante lo sconto di un terzo per il rito abbreviato) da 11 assoluzioni” (Poteri dello Stato. Il cortocircuitoCorriere della Sera, 20.12.2010).

(2) “Calma e gesso, per favore. Anche perché di scalmanati in abito gessato ce n’è fin troppi in giro. A cominciare dall’onorevole Gasparri, che invoca arresti preventivi, retate di massa, e in conclusione un nuovo 7 aprile. Insomma la ricetta del 1979, benché Gasparri abbia citato il 1978. E allora proviamo a dare i numeri, di questi tempi non saremo i primi a farlo. Proviamo a misurare sui numeri della Costituzione non tanto la sparata di Gasparri (qui è più facile: zero), quanto piuttosto l’idea di Mantovano e di Maroni, quella d’esportare ai manifestanti il Daspo che s’applica ai tifosi. Ossia il divieto comminato dal questore - e dunque senza una pronuncia giudiziaria - a carico di persone che si ritengono pericolose, impedendo loro d’entrare in uno stadio, o per l’appunto in una piazza gremita da cortei. Sulle prime, parrebbe una misura di buon senso. Se il Daspo ha funzionato per i disordini sportivi, perché non dovrebbe rivelarsi altrettanto efficace per i disordini politici? Peccato tuttavia che non abbia senso equiparare il diritto di tifare per la Lazio al diritto di manifestare contro la Gelmini. Peccato che ai costituenti interessasse la regolarità delle elezioni, non la regolarità dei campionati. Peccato infine che il libero esercizio del diritto di voto è possibile soltanto a condizione che il voto venga espresso in un clima democratico, con un’informazione pluralista, con un dissenso garantito in Parlamento e nelle piazze. Insomma i diritti non sono tutti uguali: taluni hanno dignità costituzionale, altri s’esercitano sotto l’ombrello della legge. E a loro volta i diritti costituzionali non pesano sempre in modo eguale: come diceva Bobbio, i diritti politici sono strumentali a tutti gli altri, e dunque li precedono, e dunque vantano uno statuto superiore. Significa che subiscono soltanto restrizioni circoscritte, tassative, temporalmente limitate. Altrimenti, se la sicurezza fosse un passe-partout per scardinarli, tanto varrebbe vietare le manifestazioni. Faremmo prima, e con un risultato garantito. Tuttavia non è possibile, vi s’oppongono per l’appunto i numeri della Costituzione. Articolo 16: chiunque può circolare in ogni contrada del nostro territorio, salvo i limiti che la legge disponga in nome della sicurezza. Ma guarda caso tali limiti non possono mai venire ispirati da ragioni politiche. Articolo 17: la libertà di riunirsi può essere negata per motivi («comprovati») di sicurezza pubblica, ma non ai singoli, bensì all’intero gruppo che chiede di manifestare. Articolo 27: la responsabilità penale è personale, e c’è inoltre una presunzione d’innocenza fino alla sentenza definitiva di condanna. Vuol dire che non è reato partecipare a un corteo dove altri commettono reati, e vuol dire inoltre che i reati sono tali solo quando lo dichiara un giudice, e nessun altro giudice possa rovesciare il suo verdetto. Al limite, se proprio vogliamo un Daspo politico dopo quello sportivo, se ne potrà forse discutere per chi ha subito una condanna, quantomeno in primo grado. E c’è in ultimo un risvolto politico di queste chiacchiere imprudenti, ben più saliente del profilo giuridico. Perché nessuno ha mai evocato misure preventive di polizia dopo i fatti di Genova, dopo altri disordini che pure hanno scandito gli anni Zero? Che c’entra Roma del 2010 con Padova del 1979, dove i professori insegnavano con un coltello alla gola? Risposta: niente, non c’è niente in comune. C’è solo una politica, una classe dirigente, una generazione di governo che ha bisticciato con la nuova generazione, e allora mostra i muscoli, non avendo altro da mostrare” (Ma i diritti non sono uguali per tuttiLa Stampa, 20.12.2010)

(3) “Non commento mai le dichiarazioni dell’onorevole Maurizio Gasparri” (Che tempo che faRaitre, 19.12.2010)