Nella piazzetta sulla quale affaccia la casa in cui nacque Aldo Moro, a Maglie, c’è una statua bronzea che lo raffigura in posa pensosa con una copia de l’Unità sotto braccio. A qualche centinaio di chilometri di distanza, nel Santuario di San Giovanni Rotondo, c’è un mosaico che raffigura Padre Pio nell’atto di benedire una pia donna che in mano stringe un’altra copia de l’Unità. Per capire la ragione che oggi vede in agonia il Pd a meno di sei anni dalla sua fondazione basta chiedersi su quale assunto può aver preso corpo la scelta dei due artisti: si tratta del luogo comune che dava per assodata una stretta affinità antropologica tra i cattolici che il Concilio Vaticano II aveva reso progressisti e i comunisti che
dopo la morte di Palmiro Togliatti
avevano messo in soffitta il marxismo-leninismo, della profezia che li voleva insieme a coniugare socialdemocrazia e dottrina sociale della chiesa. Come in tutti i luoghi comuni, anche qui c’era un fondo di verità. Di fatto, però, le due sfere di appartenenza identitaria tentavano la fusione troppo tardi, quando già da tempo le parallele che si dicevano convergenti, dopo essersi velocemente incrociate,
andavano irrimediabilmente divergendo. Il luogo comune diventava sempre più angusto, si finiva a stare gomito contro gomito, a guardarsi da troppo vicino, a riconoscersi troppo tardi come troppo diversi. Ed è allora, solo allora, che quella statua e quel mosaico sono diventati insopportabilmente farlocchi.
martedì 23 aprile 2013
Ineccepibile
Sul piano formale, sì, quello che Napolitano ha tenuto questo pomeriggio al Parlamento è stato davvero un discorso ineccepibile. Sostanzialmente, invece, è stato un parlar da ipocrita di gran classe a ipocriti da quattro soldi. L’ineccepibilità formale c’è stata nel magistrale uso dello strumento retorico col quale il suo drammatico allarme alla casta di cui è autorevole membro si è trasformato in un nobile appello al paese: è sembrato gorgheggiasse «stringiamci a coorte, Italia chiamò», ma in pratica ha detto «ok, teste di cazzo, vi salvo il culo, ma ora collaborate, ché non potrò salvarvelo più». Riuscirci non era facile, ma c’è riuscito. Non ha sbagliato una parola: era un discorso in difesa della casta ed è sembrato il severo monito del Padre della Patria.
Questo non vuol dire che chi oggi si è spellato le mani ad applaudirlo abbia capito. Era l’applauso di chi per ora tira un sospiro di sollievo, ma non è detto affatto che il rilegittimarsi al riparo di una große Koalition farà venir meno i loro vizi di sempre. Ormai li hanno nella carne. Li innervano. Napolitano li ha stigmatizzati come causa del malcontento che genera protesta contro il sistema. Perché il sistema regga – ha messo in guardia – sappiate moderarli, dissimularli nella cura del bene comune. Non siate come apparite – ha detto – o almeno procuratevi di non apparire come siete.
Ha rinnovato, insomma, la raccomandazione di Paolo ai Galati: «Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri» (Gal 5, 15), ma in modo obliquo: «Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche». Far parte dell’élite dei rappresentanti implica un interesse comune che i gruppi avversi sono tenuti a salvaguardare da ogni minaccia posta dai rappresentati: l’unica democrazia possibile è un’oligarchia ben organizzata, salvarvi il culo a vicenda ne torna a presidio.
lunedì 22 aprile 2013
[...]
Le
analogie tra il grillismo del 2013 e il fascismo del 1919 reggono anche per
quanto attiene ai rispettivi contesti, perché non c’è ombra di dubbio che quell’accozzaglia
di socialistoidi nevrastenici, di futuristi sotto braccio a dannunziani, di
reduci monchi e di attaccabrighe avvinazzati fosse roba inguardabile, ma l’intera
classe politica del tempo era una vera merda. Non che mancassero uomini saggi e
buoni, sia chiaro, solo che non contavano un cazzo, mentre il resto era rissa,
corsa al saccheggio dell’erario, sennò velleitarismo altisonante, delirio
utopistico, caciocavalli neoidealisti. Si pensò che Mussolini dovesse durare
poco, si pensò potesse essere usato per il poco che doveva durare, e ci fu addirittura
chi all’inizio s’illuse che potesse
essere un tonico per lo Stato liberale ormai già in agonia. Insomma, un gran
bel marasma e in mezzo lui, idee confuse sul da farsi quando e se fosse
riuscito nel suo fine, ma una straordinaria capacità di intuire i mezzi che gli
erano necessari. Sembrava un deus ex machina, ma altro non era che l’esito
inevitabile del malessere generale. Col senno di poi diciamo sempre che non
poteva andare diversamente, ma l’uomo nacque dalla congiuntura, di fatto era la
congiuntura stessa, e la sua lisi.
Così Grillo
e i grillini, che sono quel che sono. Ma è il resto che c’è attorno ad esserne spiegazione e giustificazione.
Corrispondenze
Caro
Luigi, mi chiedevo se qualcuno oltre me avesse notato la gustosa conseguenza
dell’elezione di Napolitano II, che ora assume sembianze di paradosso. Mi
riferisco alla citazione di Einaudi invocata nel ricorso, quando fu sollevato
conflitto di attribuzione, e al fatto che Napolitano è successore di se stesso:
«È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano, nel suo
silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie
ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore
immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».
Mi è venuta in mente pensando a quanto questa rielezione, con tutte le sue
fanfare, tra le altre cose faccia ancor di più somigliare Napolitano ad un
monarca più che ad un presidente. Certamente non potrà dire che il suo
predecessore non sia stato molto responsabile.
Nel caso avesse previsto di essere rieletto, ma anche se avesse soltanto lontanamente intuito fosse probabile, si tratterebbe di intelligenza luciferina, ma significherebbe pure che le telefonate con Mancino contengono materia bollentissima: congettura affascinante, ma penso sia sprecata come trama per il filmetto di quart’ordine che stiamo vedendo scorrere sullo schermo. Personalmente, poi, non riesco proprio a vedere in Napolitano il demone affamato di potere, tutt’al più ci vedo il vanesio che tiene molto a guadagnarsi il monumento. Con Mancino deve essersi lasciato andare a qualche scurrilità e ha sollevato il conflitto di attribuzione pensando alla brutta figura che avrebbe rimediato se le intercettazioni fossero state rese pubbliche. Come se la brutta figura fosse da spartire con Einaudi.
Proviamo a metterci nei panni di Pierluigi Bersani
Proviamo
a metterci nei panni di Pierluigi Bersani. Fino al 23 febbraio pensava di avere in tasca la
vittoria. Grazie al Porcellum sperava di ottenere la maggioranza alla Camera, e
così è andata, anche se c’è riuscito solo per un pelo, visto che al centrosinistra
sono andati meno di 150.000 voti in più che al centrodestra. Al Senato si
aspettava qualche difficoltà, ma non delle dimensioni che gli si sono
prospettate all’apertura delle urne, visto che ha perso nelle regioni dove era previsto
perdesse, ma pure in quelle che pensava fossero in forse e in molte di quelle nelle
quali era sicuro di poter vincere, sicché i 6 o 7 senatori che pensava gli
sarebbero mancati per avere la maggioranza anche a Palazzo Madama sono
diventati più di 30, quasi 40. Dinanzi a questo quadro voi che avreste fatto?
Provo immaginare, dando per scontato che abbiate un minimo di sale in zucca.
Probabilmente vi sareste interrogati sul perché di un così grosso cazzo in
culo. Già vi immagino con la testa tra le mani a mormorare: «Tre milioni e
mezzo di elettori persi devono pur avere una spiegazione, quale?». L’immagine,
peraltro in tutto rispondente al vero, di un partito nato già vecchio? L’aver
perso l’attimo fuggente nel novembre del 2011? L’appoggio al governo Monti? Non
ha importanza, provate a stilare la lista di tutte le possibili ragioni,
metteteci tutto quello che vi pare: dinanzi a questa lista ve lo porreste il
problema di dimettervi? No? E allora vorrà dire che avete un’ideona per
ribaltare la situazione in cui vi trovate.
Sì, ma quale? Stando ai numeri, una
große Koalition col centrodestra? Bene, allora suppongo che come primo passo
chiedete un incontro con Berlusconi, eventualmente anche con Monti, e
aprite le trattative facendo valere il vantaggio che avete alla Camera. No? Vi capisco. Avete fatto una campagna elettorale all’insegna
del rinnovamento, contro Monti ma soprattutto contro Berlusconi, e sarebbe una figura di merda. Che resta, allora? Un governo
coi grillini, forse? Sì, ma in quali termini? Sapete che non vi daranno la
fiducia nemmeno se gli offrite dieci dicasteri, lo stanno ripetendo da mesi e
non hanno smesso di farlo dopo il 26 febbraio. E dunque siete intenzionati ad accettare
l’unica soluzione che vi prospettano? Vogliono la Presidenza del Consiglio,
siete disposti a concedergliela? No? E allora che senso ha andarvi a umiliare
in streaming?
O forse no, forse pensate sia possibile comprare tanti grillini
quanti ve ne servono per avere la maggioranza al Senato? Bene, non è da galantuomini,
però si sa che, quando il fine è nobile, la tentazione può venire pure a
Lincoln. Ma allora vi conviene strombazzare ai quattro venti che intendete fare
scouting? Muovetevi con discrezione, cazzarola, studiate le biografie dei
possibili acquisti e muovetevi come si deve. Non riuscite a farlo? Vabbe’, ma allora
almeno qui vi viene il pensierino di dimettervi? Nemmeno? E allora chiariamoci,
perché è evidente che il problema siete voi.
Vi eravate affezionati all’idea di
andare a Palazzo Chigi, avete sbagliato i vostri calcoli e tuttavia non siete
capaci di rinunciarci? Spiace dirlo, non siete tagliati per la politica.
Tuttavia comprendo, è probabile non vogliate darlo da vedere, per far finta di essere intenzionati a prendere atto che non ci andrete, poi, chissà... Bene, ma allora
assumete una posa acconcia. Levatevi dal grugno quella smorfia da bambino che si ritrova tra le mani un giocattolo diverso da quello che aveva chiesto alla Befana, pensate al fatto che probabilmente avete fatto qualche errore nello scriverle la letterina.
Grillo vi ha umiliato quando siete andati a chiedergli la fiducia per il governo e gli avete rinfacciato che così si correva il rischio di tornare alle urne e che il paese correva il rischio di ricadere in mano a Berlusconi? E allora perché non tentare l’aggancio, se quello ha detto che se ne poteva discutere, se aveste detto sì a Rodotà al Quirinale? Cosa aveva, Rodotà, che non andasse bene? Non riuscivate a trovare un accordo all’interno del vostro stesso partito né per Marini, né per Prodi, né avevate pronto un altro nome che riuscisse ad ottenere la maggioranza grazie al voto di altri in Parlamento: perché non Rodotà?
Dite la verità, quel poco di sale che davo per scontato avevate in zucca non vi consente di dare una risposta ragionevole, vero? Capisco, non voglio stressarvi oltre, d’altronde sono certo che anche il più sprovveduto tra voi non avrebbe commesso nemmeno la metà delle puttanate che il Pd ha accumulato in queste ultime settimane. Più che sprovveduto, allora, l’ineffabile Bersani? Non proprio. Ciò che gli impediva una decisione razionale... Che dico? Ciò che gli impediva qualsiasi decisione che non fosse uno sproposito era la logica che regge il suo partito. Una logica che probabilmente non vi sfiora, perché non state messi male come il Pd. Bersani sembra non essere in grado di spiegarcela e tace, dunque conviene porgere l’orecchio a Orfini, che dopo aver tanto parlato in questi ultimi giorni, e spesso senza dire niente, oggi prova a spiegare ciò che a tanti è sembrato incomprensibile.
«Io
credo che il ruolo di un dirigente sia quello di difendere ciò in cui crede,
anche se impopolare. Dovrebbe essere ovvio, ma non lo è. In queste ore molti
hanno deciso cosa sostenere guardando a dove tirava il vento. Capisco il ragionamento,
ma secondo me è un errore. Il dovere di un dirigente non è quello di fare ciò
che in quel momento è popolare tra i suoi elettori, ma ciò che ritiene giusto. È il principio della democrazia rappresentativa. Se a fine mandato, e il mio
mandato è finito dato che come tutta la segreteria del Pd mi sono dimesso, gli
elettori del Pd non mi rinnoveranno la fiducia, non sarò più un dirigente del
Pd. Ma tra una elezione e l’altra ciò che deve guidare l’azione di ognuno di
noi non sono i commenti su Facebook o i sondaggi, ma le proprie convinzioni e
la loro corrispondenza a un progetto deciso insieme». Bene, ma qual era il «progetto deciso insieme»? E poi era il progetto della dirigenza del partito o quello sul quale si era chiesto il voto agli elettori?
«Mi
pare che la domanda di fondo a cui occorra rispondere è “perché non avete
votato Rodotà”. Su una cosa voglio dare ragione a chi la pone: non lo abbiamo
spiegato a sufficienza. Io ho provato a farlo in ogni occasione, ma
evidentemente non è bastato e quindi la scelta è apparsa incomprensibile.
Vediamo di recuperare almeno a questo errore. Partiamo dalla fine. Dopo la
figura indecente su Prodi alcuni di noi hanno passato la notte a verificare
laicamente tutte le possibilità. Anche quella di votare Rodotà. E non c’erano i
voti. Se si fosse andati alla conta Cancellieri contro Rodotà il Pd si sarebbe
diviso a metà e il risultato sarebbe stata l’elezione della Cancellieri, su cui
convergevano Pdl, Lega e Monti. Voi obietterete “è un disastro che il Pd si
divida su queste cose”. Sì, lo è. Ma che la situazione fosse difficile lo si
era capito dal voto su Prodi e che, con un segretario dimissionario, non ci
fosse tenuta nel nostro gruppo era evidente a tutti. Quindi la prima ragione,
la meno politica, è che non c’erano i voti». In pratica, il partito non riusciva a esprimere un candidato sul quale far convergere i voti di tutti i parlamentari. E può dirsi ancora un partito? Non lo tiene insieme né un progetto, né la disciplina. Di che cazzo sei stato dirigente fino ad oggi, Orfini? Rappresentavi il partito, una sua corrente o tutt’al più te stesso? E perché non sei riuscito a chiarire questi problemini prima di candidarti?
«La
seconda motivazione però è per me quella più seria. Il Presidente della
Repubblica è il custode e garante della Costituzione. Non deve essere “nostro”
né scelto con accordi sottobanco, deve saper garantire a tutti amore e rispetto
per quella Costituzione nata dalla Resistenza e dall’antifascismo». E la volta scorsa come si arrivò a Napolitano? Lo voleva, il centrodestra? E il centrodestra che stavolta
l’ha voluto dimostra con ciò di amare e rispettare la Costituzione o piuttosto afferra al volo l’occasione di rientrare in gioco offertagli con un accordo ben più che implicito sul pacchetto Quirinale-Palazzo Chigi?
«Grillo –
e spesso anche i suoi parlamentari – in questi giorni e in questi mesi ha
ripetutamente contestato, aggredito, offeso quella Costituzione. Lo fa quando
auspica la scomparsa dei partiti (art.49), quando rifiuta il confronto, insulta
e allontana i giornalisti (art.21), quando contesta il principio della
democrazia rappresentativa e su mille altre questioni». Il centrodestra di Berlusconi, invece, no? Ma Grillo e i suoi parlamentari, poi, non sono gli stessi ai quali siete andati a chiedere la fiducia per il governo?
«Ho
ragione? Ho torto? Parliamone, ma stando al merito e non tirando in ballo cose
che non c’entrano nulla. Come il governassimo. Io ho votato un presidente della
Repubblica. E quel voto non impegna né me né il Pd al sostegno di un governo
col Pdl. Questo lo abbiamo chiarito prima del voto e lo ripeto ora. Al governo
con Berlusconi ero e resto contrario».
A parte il lapsus («governassimo»
al posto di
«governissimo») che è illuminante, da segnalare è lo scarto dal noi («abbiamo chiarito») all’io («ero e resto contrario»): Orfini assicura che il Pd non farà un governissimo col Pdl, perché lui è contrario. Ma se neppure Bersani può impegnarsi con gli elettori del Pd a nome di tutto il partito, quanto può valere ciò che dice Orfini?
venerdì 19 aprile 2013
[...]
La ragione
che ha spinto Jorge Mario Bergoglio a scegliere per nome Francesco risponde
alla stessa logica che spinse Innocenzo III a dare assenso alla costituzione dell’Ordine francescano:
quando dal basso salgono critiche perché il suo attaccamento al mondo s’è fatto imbarazzante, la Chiesa corre ai ripari e aggiusta la sua immagine. Mai niente di davvero sostanziale, la Grande Puttana si rifà il trucco. L’ho twittato a
caldo, subito dopo l’ultimo «habemus papam», e la sintesi ha necessariamente sacrificato l’argomentazione. Qui cercherò di spiegarmi meglio, chiarendo innanzitutto quale sia la logica che non consente mai più di un maquillage, e che tuttavia lo impone a scadenze pressoché costanti. Successivamente vedremo perché non le è consentito più di tanto. È un post che devo ai tanti che mi hanno scritto nelle ultime settimane chiedendomi un parere su questo pontificato.
Prima, però, devo chiarire perché affermo che a correre ai ripari, in tali momenti cruciali, non siano le gerarchie ecclesiastiche, ma – come ho detto – la Chiesa, nel suo insieme. Senza dubbio, infatti, il trattamento è a cura dei chierici che rivestono le più alte cariche nella piramide, perché come promotori o facilitatori dell’operazione hanno un ruolo insostituibile, ma è l’ecclesia nel suo insieme che è allo stesso tempo – per restare sull’allegoria – specchio e faccia.
Anche chi ha solo superficiali nozioni della bimillenaria storia della Chiesa non può ignorare che ogni conato di riforma che le nasce in seno – per diventare eresia fino allo scisma oppure per essere riassorbito per digestione interna o esterna, come è nel caso dei maquillage cui ogni tanto ricorre – è sempre caratterizzato da un bisogno di recuperare di qualcosa che si avverte essere andato perso dell’originale messaggio evangelico, della primordiale forma ecclesiale, ecc. Nessuna riforma religiosa nasce come fuga in avanti, ma sempre nell’istanza di un ritorno al punto in cui qualcosa è andato smarrito. Un recupero che ovviamente è impossibile, non foss’altro perché nella sua forma primigenia il cristianesimo è irripetibile, e tuttavia, qualunque sia l’esito dell’operazione, la patina di autenticità di cui la Chiesa si ricopre in tali frangenti deve rispondere sempre all’immagine di quanto si è ritenuto fosse andato perso, e questi connotati possono essere validamente rimarcati solo nel rispetto di una continuità che trascende le contingenze.
Di sé, d’altronde, la Chiesa ama dire che «semper reformanda est», ma di fatto il levare quel di più che dal mondo ha cominciato col tornarle utile, per diventarle poi sempre più dannoso, si rivela sempre un sovrapporre immagine a immagine, e in ciò si realizza – ben più che in metafora – quanto è accaduto con la fabbrica di San Pietro, nella quale, di secolo in secolo, gli altari sono stati eretti l’uno sull’altro, come impilati nel corso del tempo: nulla va perso, tutto rimane nelle viscere del Vaticano.
Non è mai accaduto – probabilmente non accadrà mai – che un movimento nato in seno al popolo cristiano si sia dato atteggiamento critico verso le gerarchie ecclesiastiche coeve senza che l’accusa contenesse la denuncia di un tradimento. Sta di fatto che il voler essere «nel mondo, ma non del mondo», comporta inevitabili scivolamenti, ed è proprio dove il mondo ha i suoi punti più scivolosi che le incongruenze di cui son zeppi i Vangeli consentono interpretazioni ampiamente divergenti, sicché anche il richiamo all’esempio di Cristo e dei suoi apostoli non è mai derimente. Nel corso dei secoli, così, sono andate a stratificarsi interpretazioni anche ampiamente divergenti, ciascuna prevalente per un determinato arco di tempo, e tutte coincidenti nelle ambiguità, quando non nelle contraddizioni, della Scrittura.
Sulla povertà, ad esempio. Cristo la elogia, ma indossa una tunica tessuta in un unico pezzo: un capo di vestiario che ai suoi tempi è da considerare assai prezioso. Perché i ricchi possano entrare nel regno dei cieli consiglia loro di vendere tutto e di distribuire il ricavato ai poveri, ma già negli Atti degli Apostoli leggiamo che quel compito è assunto dalla comunità protocristiana, che ha un tesoriere e una cassa. Fin da subito, dunque, e comunque ben prima che si faccia largo la convinzione che la venuta del regno dei cieli non sia imminente, l’accumulo di beni materiali diventa una costante della realtà ecclesiale.
Così con l’attributo regale e coi suoi derivati del potere temporale. In Giovanni si legge che, «sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, [Cristo] si ritirò in solitudine su un monte» (Gv 6, 15), ma poco dopo, a chi gli chiede se sia lui il re dei giudei, risponde: «Tu lo dici, io sono re!» (Gv 18, 37). Certo, dice pure: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), ma il mandato apostolico è un vero e proprio vicariato di reggenza e già in Paolo leggiamo che «non c’è autorità se non da Dio» (Rom 13, 1), il che fa del potere temporale un mandato divino, che non tarderà a trovare coincidenza col potere spirituale in un papa-re. Beni materiali e potere, insomma, non sarebbero affatto in contraddizione con l’esercizio del ministero, anzi ne costituirebbero la garanzia. Poi, sì, ci sono gli eccessi, ma si sa che la carne è debole.
Jorge Mario Bergoglio arriva al Soglio Pontificio in uno dei momenti più delicati della storia della Chiesa. Suppongo sia superfluo elencare tutti i suoi problemi odierni, basti dire che neanche uno dei tradizionali indicatori del suo benessere è attualmente in positivo. Da tempo si faceva pressante la necessità di ritoccare la sua immagine assai deteriorata dagli scandali che da almeno tre decenni si succedono incessantemente, per offrirne una nuova, tutta acqua e sapone. Per questa operazione serviva un uomo che sapesse incarnasse questa immagine e un gesuita era la persona più adatta. Maestri dell’inculturazione verticale e orizzontale, i gesuiti sono da sempre i più abili visagisti della Grande Puttana.
Prima, però, devo chiarire perché affermo che a correre ai ripari, in tali momenti cruciali, non siano le gerarchie ecclesiastiche, ma – come ho detto – la Chiesa, nel suo insieme. Senza dubbio, infatti, il trattamento è a cura dei chierici che rivestono le più alte cariche nella piramide, perché come promotori o facilitatori dell’operazione hanno un ruolo insostituibile, ma è l’ecclesia nel suo insieme che è allo stesso tempo – per restare sull’allegoria – specchio e faccia.
Anche chi ha solo superficiali nozioni della bimillenaria storia della Chiesa non può ignorare che ogni conato di riforma che le nasce in seno – per diventare eresia fino allo scisma oppure per essere riassorbito per digestione interna o esterna, come è nel caso dei maquillage cui ogni tanto ricorre – è sempre caratterizzato da un bisogno di recuperare di qualcosa che si avverte essere andato perso dell’originale messaggio evangelico, della primordiale forma ecclesiale, ecc. Nessuna riforma religiosa nasce come fuga in avanti, ma sempre nell’istanza di un ritorno al punto in cui qualcosa è andato smarrito. Un recupero che ovviamente è impossibile, non foss’altro perché nella sua forma primigenia il cristianesimo è irripetibile, e tuttavia, qualunque sia l’esito dell’operazione, la patina di autenticità di cui la Chiesa si ricopre in tali frangenti deve rispondere sempre all’immagine di quanto si è ritenuto fosse andato perso, e questi connotati possono essere validamente rimarcati solo nel rispetto di una continuità che trascende le contingenze.
Di sé, d’altronde, la Chiesa ama dire che «semper reformanda est», ma di fatto il levare quel di più che dal mondo ha cominciato col tornarle utile, per diventarle poi sempre più dannoso, si rivela sempre un sovrapporre immagine a immagine, e in ciò si realizza – ben più che in metafora – quanto è accaduto con la fabbrica di San Pietro, nella quale, di secolo in secolo, gli altari sono stati eretti l’uno sull’altro, come impilati nel corso del tempo: nulla va perso, tutto rimane nelle viscere del Vaticano.
Non è mai accaduto – probabilmente non accadrà mai – che un movimento nato in seno al popolo cristiano si sia dato atteggiamento critico verso le gerarchie ecclesiastiche coeve senza che l’accusa contenesse la denuncia di un tradimento. Sta di fatto che il voler essere «nel mondo, ma non del mondo», comporta inevitabili scivolamenti, ed è proprio dove il mondo ha i suoi punti più scivolosi che le incongruenze di cui son zeppi i Vangeli consentono interpretazioni ampiamente divergenti, sicché anche il richiamo all’esempio di Cristo e dei suoi apostoli non è mai derimente. Nel corso dei secoli, così, sono andate a stratificarsi interpretazioni anche ampiamente divergenti, ciascuna prevalente per un determinato arco di tempo, e tutte coincidenti nelle ambiguità, quando non nelle contraddizioni, della Scrittura.
Sulla povertà, ad esempio. Cristo la elogia, ma indossa una tunica tessuta in un unico pezzo: un capo di vestiario che ai suoi tempi è da considerare assai prezioso. Perché i ricchi possano entrare nel regno dei cieli consiglia loro di vendere tutto e di distribuire il ricavato ai poveri, ma già negli Atti degli Apostoli leggiamo che quel compito è assunto dalla comunità protocristiana, che ha un tesoriere e una cassa. Fin da subito, dunque, e comunque ben prima che si faccia largo la convinzione che la venuta del regno dei cieli non sia imminente, l’accumulo di beni materiali diventa una costante della realtà ecclesiale.
Così con l’attributo regale e coi suoi derivati del potere temporale. In Giovanni si legge che, «sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, [Cristo] si ritirò in solitudine su un monte» (Gv 6, 15), ma poco dopo, a chi gli chiede se sia lui il re dei giudei, risponde: «Tu lo dici, io sono re!» (Gv 18, 37). Certo, dice pure: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), ma il mandato apostolico è un vero e proprio vicariato di reggenza e già in Paolo leggiamo che «non c’è autorità se non da Dio» (Rom 13, 1), il che fa del potere temporale un mandato divino, che non tarderà a trovare coincidenza col potere spirituale in un papa-re. Beni materiali e potere, insomma, non sarebbero affatto in contraddizione con l’esercizio del ministero, anzi ne costituirebbero la garanzia. Poi, sì, ci sono gli eccessi, ma si sa che la carne è debole.
Jorge Mario Bergoglio arriva al Soglio Pontificio in uno dei momenti più delicati della storia della Chiesa. Suppongo sia superfluo elencare tutti i suoi problemi odierni, basti dire che neanche uno dei tradizionali indicatori del suo benessere è attualmente in positivo. Da tempo si faceva pressante la necessità di ritoccare la sua immagine assai deteriorata dagli scandali che da almeno tre decenni si succedono incessantemente, per offrirne una nuova, tutta acqua e sapone. Per questa operazione serviva un uomo che sapesse incarnasse questa immagine e un gesuita era la persona più adatta. Maestri dell’inculturazione verticale e orizzontale, i gesuiti sono da sempre i più abili visagisti della Grande Puttana.
giovedì 18 aprile 2013
venerdì 12 aprile 2013
[...]
Qualcuno
arrivò a paragonarla a Giovanna D’Arco, gli altri si divisero tra quanti ne
lodavano lo stile, così lontano dalla sguaiatezza leghista, e quanti la
consideravano antipatica, ma concedevano avesse un gran carattere. Quante se ne sprecarono per la Pivetti,
poi ce la ritrovammo in un completino di similpelle nera a presentare un
programmino su una rete Mediaset.
A
considerare quante se ne sprecano per la Lombardi, oggi, sembrerebbe proprio che
il giornalismo italiano non sappia fare a meno di baloccarsi con la propria
stupidità per essere all’altezza della stupidità di chi per costruirsi un’opinione
vi attinge. Chi scorge in lei l’archetipo
della Perfida Stronza, chi le attribuisce un tratto leninista…
Nessuno sembra
essere sfiorato dalla più banale delle evidenze: la Lombardi è il paradigma
della mediocrità che arde e splende nel suo quarto d’ora di celebrità. Sembra
cattiva, ma non lo è, l’impressione è data da quei decenni di frustrazione che
vengono a prendere una boccata d’aria prima di risprofondare in apnea. Se non lo sa, lo sente, e perciò esagera.
martedì 9 aprile 2013
Velatura a calce
Il
giudizio di un’opera d’arte al netto della fama di cui gode l’autore è cosa tanto
più difficile quanto più le sue virtù son celebrate, e diventa difficilissima
quando si tratta di un artista universalmente apprezzato. Mai come in campo
artistico, infatti, vige la regola che l’universalmente apprezzato consenta
solo variazioni delle più comuni lodi che ha fin lì raccolto. Se contiene
spunti critici, infatti, l’analisi dell’opera d’arte universalmente apprezzata sembra
sempre l’eccentrica trasgressione di un bastiancontrario che sfida la solidità
del più ovvio buon senso. Se tuttavia
rimane ancora possibile criticare il lavoro di un artista universalmente
apprezzato quando questi è ancora vivo o quando la sua fama non ha subito ancora
la stagionatura di due o tre generazioni, trovare pecche nel dipinto di un
grande del passato è del tutto sconsigliato, perché si corrono più rischi di
quanti ne corra il blasfemo sorpreso a pisciare nell’acquasantiera. Azzardarsi,
così, a rilevare che le anatomie di Michelangelo sono spesso sproporzionate è
come un bestemmiare.
Chi può permettersi di affermare che «il chiaroscuro del
Caravaggio non ci impressiona più, perché è troppo ovviamente ispirato da un
interesse tecnico e finisce col produrre effetti melodrammatici, con un gusto
del contrasto che trova risultati assai più felici in opere del pieno
Quattrocento»? Giusto un Berenson, non altri. Che però ha ragione: il
Caravaggio «sbatte un cuneo di luce contro una superficie indeterminata, forse
una parete, forse un soffitto, e raramente ci dice dove siamo, in che specie di
spazio la scena si svolge, e fra quali dimensioni». Non è forse vero che i suoi
nudi «sembrano visti indirettamente, come in uno specchio, e mancano del calore
della presenza immediata»? Un artista che si esaurì negli effetti speciali, e
che perciò fu messo nel dimenticatoio per qualche secolo, a ragione superato da
«Velásquez, Vermeer, Rembrandt [che] impararono da lui e, profittando dei suoi
insegnamenti, evitarono gli eccessi dell’innovatore».
Un grande solo dopo la
riscoperta, il Caravaggio. Una fama esagerata, per lo più dovuta al gusto del
momento in cui fu riscoperto. E vogliamo parlare di Leonardo? Eccezionale
anatomista, felicissimo occhio nel cogliere torsioni, scatti e tensioni, ma una
buona volta vogliamo dirlo? Al netto del tanto che se n’è detto, la sua Monna
Lisa fa cagare. Acquista un senso solo coi baffi che le aggiunse Duchamp.
Questo
pensavo domenica, leggendo il doppio paginone a firma di Lauretta Colonnelli su La Lettura del Corriere della Sera, dedicato ai dipinti di Raffaello che
affrescano la Stanza di Eliodoro, di recente sottoposti a restauro. Restauro
che ha consentito una scoperta: lì Raffaello usò la velatura a calce. «Nessun
artista prima di Raffaello l’aveva praticata, nessuno dopo di lui l’ha più usata.
La tecnica era rimasta sconosciuta anche ai contemporanei del maestro urbinate.
O forse l’avevano ritenuta un semplice virtuosismo. Neppure il Vasari ne fa
cenno. I manuali delle tecniche pittoriche
la ignorano»: ecco un bell’esempio di sospensione del giudizio critico dinanzi
alla fama di un grande.
Questa eccezionale particolarità non solleva alcun
dubbio, nessuna perplessità si affaccia. E sì che siamo di fronte a una tecnica usata solitamente dagli imbianchini, perché una
cosa è la velatura a strati sovrapposti di pigmento dalle tonalità diverse,
ampiamente conosciuta nella storia dell’arte, un’altra è la
velatura a calce, che ha solo due possibili scopi, a seconda dello spessore del
materiale apposto al sottostante strato di pigmento affrescato: proteggerlo
dagli agenti atmosferici o dargli effetto di trasparenza in profondità. Possiamo
escludere il primo, perché la superficie che fa da supporto al dipinto è in un
interno. Dice nulla, dunque, che Raffaello abbia usato una tecnica di
addomesticazione dell’effetto reso dall’affresco? È così scandaloso immaginare
che non fosse soddisfatto del risultato e abbia voluto migliorarlo grazie a un
velo che opacizzasse le scene raffigurate per conferire loro quell’atmosfera di
sospensione che non gli sembrava di essere stato in grado di rendere? Solo se
diamo per scontato che a Raffaello non potesse venirgliene storta neanche una. Basta
però dare uno sguardo alla Stanza di Eliodoro oltre il velo di calce e soprattutto oltre la
fama, per altro meritata, per capire che si tratta della più infelice prova
dell’artista. A mio modesto avviso, la velatura a calce è stata una soluzione approntata in modo del tutto estemporaneo. E il fatto che Raffaello non l’abbia mai più adottata rivela che non gli sembrò neppure una soluzione del tutto convincente.
Basta considerare l’elemento che quasi certamente pose il problema: la raggiera di luce in cui è avvolto l’angelo che libera Pietro
dalla prigione. Per meglio dire: che dovrebbe rendere
l’effetto di avvolgerlo e che invece gli sta solo dietro.
Si tratta di un ovale che ha l’asse lungo parallelo asse mediano della figura, ma è fin troppo evidente che non gli è coincidente. La velatura a calce voleva schiarire la figura con
l’intenzione di includerla nel volume di luce. Raffaello deve aver pensato che per dare profondità all’ovale, renderlo un ovoide entro il quale
l’angelo apparisse irradiarlo dalla sua figura, bastasse la raggiera che se ne dirama, ma la soluzione deve essergli apparsa artificiale, come da effetto posticcio.
A supporto di questa ipotesi c’è un dettaglio rivelatore che è segnalato da Lauretta Colonnelli in ciò che le racconta Paolo Violini, il direttore dei lavori di restauro: «Paolo Violini racconta di avere attraversato un momento di terrore puro, quando ha cominciato a pulire la raggiera che avvolge l’angelo in una mandorla di luce e nasconde il braccio di Pietro. “Via via che scendevo lungo il braccio, i raggi mi si spezzavano tra le dita. Più scendevo e più diventavano evanescenti. Ho cominciato a pensare che stavo rovinando un capolavoro. Poi, quando sono arrivato alla mano di Pietro, ho capito: intrecciata a quella dell’angelo trapassa la luce e appare in primo piano. Negli anni Cinquanta avevano accentuato la raggiera, trasformandola in un faro, e scontornando la figura dell’angelo in controluce, in modo da aumentare il contrasto. Abbiamo scoperto che è invece l’angelo stesso a irradiare luce, è lui stesso luce. Raffaello l’ha dipinto con pochissime pennellate essenziali, c’è un’ala che è fatta praticamente di niente, perché si fonde nella luce”».
La velatura in calce aveva perso nel tempo la sua efficacia per il materiale che vi era accumulato sopra nel tempo. Ben evidenti erano solo i contorni della figura sottostante e il maldestro restauratore degli anni Cinquanta non aveva trovato nulla di meglio che rinforzare i raggi scontornandola, nel tentativo di ottenere lo stesso effetto di avvolgimento. Una sola differenza tra Raffaello e il maldestro restauratore: il primo non andò troppo per il sottile, il secondo si trovava di fronte
all’opera di un grande e pensò di aggiungervi ciò che riteneva fosse andato perso. L’autore dell’affresco
non aveva di sé la considerazione che gli sarebbe stata tributata dopo: non si sentiva infallibile.
lunedì 8 aprile 2013
L’«intrinsichezza»
Dell’editoriale
a firma di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di lunedì 8
aprile (Una periferica appartenenza) potremmo limitarci a segnalare solo l’orrido
strafalcione che sta nell’uso di «intrinsichezza» al posto di «intrinsecità»: «intrinsichezza»
(o «intrinsechezza») esiste, ma non sta a indicare quella stretta
coessenzialità che nel testo è palese s’intendesse rammentare esserci sempre
stata tra Chiesa italiana e Curia Romana, bensì profonda dimestichezza, intima familiarità
e simili. Di questi tempi, però, non conviene segnalare strafalcioni, perché ci
si guadagna fama di grammar nazi, temibile epiteto coniato da chi sostiene che
la lingua si evolva di refuso in refuso, grazie alla volenterosa opera di
cazzuti ignorantoni che finiscono sempre per aver la meglio su pedanti puristi, e allora ben venga la virgola tra soggetto e predicato.
Chiuderemo un occhio sull’«intrinsichezza», allora, e anzi la prenderemo per
buona, faremo finta che Ernesto Galli della Loggia volesse dire proprio quello
che ha scritto: tra Chiesa italiana e Curia romana c’è sempre stata – ma negli
ultimi tempi sarebbe venuta ad affievolirsi – una fraterna intimità, un’affettuosa
familiarità, un’amorevole reciprocità di premurose attenzione.
Bene, anche così
non funziona, perché tra Chiesa italiana e Curia romana sono sempre volati
coltelli, e l’unica differenza col passato è che oggi i colpi lasciano ferite
che sanguinano pubblicamente. Probabilmente Ernesto Galli della Loggia ignora
che tra Segreteria di Stato e Cei ci sono sempre stati screzi, a voler usare un
morbido eufemismo. Più in generale, e da ben prima che nascesse la Cei (1952), i
rapporti tra l’episcopato italiano e i dicasteri della Santa Sede hanno sempre avuto
momenti di notevole tensione, anche se rimanevano celati all’attenzione del
grande pubblico. Anche a voler prendere per buona l’«intrinsichezza», dunque,
ciò che Ernesto Galli della
Loggia scrive non regge: voleva dire «intrinsecità», non c’è dubbio. Se
è così che va letto ciò che scrive, dovremmo intendere che, a suo parere, «negli ultimi
decenni agli occhi dell’universo cattolico la Chiesa italiana [sarebbe] andata
perdendo la rappresentatività positiva che una volta essa bene o male
possedeva, e invece [avrebbe] assunto un’immagine sempre più grigia,
addirittura dei tratti negativi [e che] decisiva, in questo senso, [sarebbe] stata la
sua perdurante [coessenzialità] con la Curia romana […] che, resa più
indipendente proprio per la presenza di pontefici non italiani, ha mostrato la
tendenza a procedere quasi per conto proprio, fino ad apparire – in non molti
casi, ma significativi – pressoché interamente fuori controllo».
Bene, anche così non regge. Si tratta di un’interpretazione dei fatti che risente pesantemente di quel pregiudizio lungamente accreditato in ambito storiografico da quanti hanno sostenuto che le sorti dell’Italia fossero ineluttabilmente legate in ambito internazionale a quelle della Santa Sede: per costoro, ad una crisi del cattolicesimo doveva necessariamente seguire un declino dell’Italia, sicché una collaborazione tra Stato e Chiesa che in ambito internazionale garantisse una sorta di identificazione tra Italia e Santa Sede non poteva che tornare di reciproca utilità. La tesi continua ad essere sostenuta da alcuni – ed Ernesto Galli della Loggia è evidentemente tra costoro – ma non tiene in alcun conto del fatto che i processi di globalizzazione hanno dimostrato che gli interessi dello Stato italiano e della Chiesa di Roma andavano già divaricandosi dal 1861 in poi, per diventare con sempre maggior frequenza confliggenti. Se poi si va più indietro, non si ha alcuna difficoltà a riconoscere che fin dal Rinascimento in poi, per acuirsi in massima misura col Risorgimento, gli interessi italiani sono sempre stati in attrito con quelli vaticani. Con questo o con quel signorotto di un ducato o di regno dell’Italia non ancora unita, certo. Con questo o quel notabile della Dc, di sicuro. Ma affermare, come fa Ernesto Galli della Loggia, che
«nel corso dei secoli la Chiesa cattolica ha rappresentato la sola istituzione internazionale, o meglio sovranazionale (e che istituzione!), nella quale l’elemento italiano ha avuto un’evidente e ininterrotta centralità» significa identificare questo
«elemento italiano» nella particolarità dell’interesse che esprimeva in favore di chi trovasse utile il tornar utile alla Chiesa. Perfino
l’ultimo Arturo Carlo Jemolo (Chiesa e Stato in Italia dal Risorgimento ad oggi, Einaudi 1955) sollevava seri dubbi su questa tesi.
«La Chiesa italiana riflette dunque quello che sembra il destino del Paese»? Non proprio. Più corretto dire che entrambi pagano il prezzo di aver creduto nella tesi che fossero la stessa cosa o che tra essi avesse giocoforza da esservi, se non
«intrinsecità», «intrinsichezza». Si sono fatti male a vicenda, nell’illusione che gli interessi dei contraenti il patto fossero interessi della Chiesa e dello Stato. Il declino comune rivela che
l’illusione non poteva reggere in eterno.
Tutto, pur di continuare ad illudersi
La tabella
riprodotta qui sopra è tratta da uno studio dell’Istituto Cattaneo che analizza
il flusso di voti che nel 2013 sono afferiti al M5S dagli schieramenti politici
che si erano presentati alle elezioni politiche del 2008 (l’indagine riguardava
9 città, ma ho modificato la tabella per mettere in risalto i dati relativi a
quelle con un maggior numero di aventi diritto al voto). In pratica, prendendo a
esempio il caso di Bologna, su 100 voti andati al M5S nel 2013, solo 10
venivano da quanti si erano astenuti nel 2008, mentre 65 venivano da quanti
avevano votato il Centrosinistra e 24 da quanti avevano votato il Centrodestra.
Ma è a scendere nel dettaglio relativo a quanti elettori del Pd nel 2008 abbiano
votato il M5S nel 2013 che si comprende che fine abbiano fatto gli oltre tre
milioni e mezzo di voti persi in 5 anni dal partito guidato da Bersani.
Almeno per le quattro città qui prese in considerazione è evidente che gli elettori del M5S siano ex elettori del Pd
per oltre il 45% (oltre il 35% per le 9 città prese in considerazione dall’Istituto Cattaneo: Torino, Brescia, Padova, Bologna, Firenze, Ancona, Napoli, Reggio Calabria, Catania). Con un’approssimazione che non va troppo lontano dai dati reali potremmo concludere che almeno due milioni degli oltre sette raccolti dal M5S al Senato, e quasi tre degli oltre otto milioni e mezzo raccolti dal M5S alla Camera, siano stati di ex elettori del Pd. Voti che, almeno in parte, sarebbero affluiti al M5S nella speranza, poi rivelatasi vana, che tra Grillo e Bersani fosse inevitabile un’intesa di governo. In pratica, si sarebbe trattato di un voto che mirava a dare una lezione al Pd per spostarne il baricentro a sinistra, ma è stato proprio Grillo a definirlo un errore di calcolo: «Perché
hai votato il M5S? Per fare un governo con i vecchi partiti? […] Allora hai
sbagliato voto» (beppegrillo.it, 3.4.2013).
Un sondaggio di Renato Mannheimer (Corriere della Sera, 7.4.2013) rivela che di tale errore sarebbe pentito circa un quinto di quanti avrebbero votato il M5S il 27 febbraio (circa il 29%), sicché oggi lo voterebbe solo il 24% degli italiani: solo l’1% in meno di quanti
l’hanno realmente votato il 24 e il 25 febbraio. Ad essere pentiti di aver capito male, insomma, sarebbero più quanti avevano frainteso dopo il voto di quanti invece avessero frainteso prima, ammesso che avessero davvero frainteso (non più di 7-800.000 sui 2-2,5 milioni di ex elettori del Pd che hanno votato M5S).
Cosa dovrebbe dedurne, il Pd? In primo luogo, che
dall’indisponibilità di Grillo ad un’alleanza di governo può recuperare meno di un terzo degli oltre tre milioni e mezzo di elettori persi tra il 2008 e il 2013. In secondo luogo, che a far scelte che il suo elettorato fin qui fedele molto probabilmente giudicherebbe come uno sbilanciamento a destra (più di tutto, un inciucio col Pdl) ha solo da perdere altri voti. Infine, che dall’aver paura di tornare alle urne e dall’essere disposto a tutto pur di rimandare il voto può rimediare solo altre sonore batoste. Tuttavia pare che si disponga proprio a questo. Perché tornare alle urne significherebbe affrontare altre primarie e Bersani non è più sicuro di poterle rivincere. In sostanza, la scelta è di perdere altri elettori. Tutto, pur di non dichiarare il fallimento della classe dirigente che fin qui ha guidato il partito. Tutto, pur di continuare ad illudersi che il paese sia diverso da quello che è.
domenica 7 aprile 2013
Corrispondenze
Ricevo da Nane Cantatore un contributo che ritengo estremamente interessante:
Il
fallimento dei diversi tentativi di trovare una forma di mediazione con il
movimento cinque stelle ha una spiegazione assai semplice: tale movimento è
alieno da qualsiasi mediazione. Ciò trova una spiegazione ufficiale nelle
dichiarazioni del suo proprietario e dei suoi accoliti maggiormente fidelizzati
o fanatizzati, che consiste nella litania della diversità, dell'irriducibilità
e della superiorità: da ciò conseguirebbe la refrattarietà a qualsiasi alleanza
con soggetti diversi, e pertanto infidi.
Se questo
comportamento è spiegabile, nei termini della psicopatologia, come risultato di
una sindrome paranoica, […], qui interessa comprenderne le linee strategiche,
più che comprenderne i motivi. Ogni normale partito politico, infatti, dopo
aver conseguito un forte consenso elettorale, tende a capitalizzare tale
risultato (o, il che è lo stesso, a esercitare il mandato degli elettori
secondo le logiche della democrazia rappresentativa) per insediarsi al governo
o, per lo meno, per contribuire a indirizzarne le politiche. I pentastellati,
invece, si arroccano, si riuniscono in improbabili convegni a metà tra la
riunione segreta e la gita fuori porta, si limitano a ribadire la loro
estraneità tanto da cortocircuitare la loro (ampia) retorica e (limitata)
prassi della trasparenza, fino a utilizzare le due soluzioni estreme della
comunicazione pubblica: ribadire la propria purezza nella forma evangelica del
chi non è con me è contro di me, e parlare d'altro, per esempio del Monte dei
Paschi.
Il dato
interessante, a cui non mi pare si faccia sufficiente attenzione, è che questo
comportamento è del tutto opposto a quello adottato in Sicilia, dove il M5S è,
di fatto, parte della maggioranza di governo, e dove tale partecipazione viene
rivendicata, nelle parole del proprietario del movimento e dei suoi più
illustri fiancheggiatori. In altre parole, e mi sembra chiaro che questo debba
essere stato il pensiero dei vertici del PD, il modello siciliano poteva essere
visto come il precedente a cui rifarsi, se non come l'incubatore di un
possibile governo nazionale.
Se non
è accaduto così non è, credo, per una forma di schizofrenia da parte di un
soggetto politico che pensa in un modo a Palermo e in un altro a Roma, o perché
con il 15 per cento ci si comporta in un modo e con il 25 in un altro: la prima
interpretazione mi pare troppo psicologica, la seconda troppo politica. Credo
che si tratti di una questione di egemonia, sulla scena politica e,
soprattutto, all'interno del M5S, che proprio per i suoi risultati elettorali
si sta trasformando, di necessità, da aggregato eterogeneo tenuto insieme da un
leader carismatico in soggetto politico a tutti gli effetti. La caratteristica
primaria di un soggetto politico, infatti, anche quando esso sia maggiormente
caratterizzato dal leaderismo e dal culto della personalità, è proprio la sua
pluralità: per quanto sia importante il leader, in esso esistono altre
personalità, diverse specializzazioni e diverse opzioni tattiche e persino
strategiche. Accade oggi nel PDL, per esempio, come è accaduto nel PCUS
staliniano o nella NSDAP, per quanto tutte queste formazioni fossero
indubbiamente dominate da un leader carismatico.
In
altre parole, un M5S coinvolto nel governo a livello nazionale dovrebbe fare i
conti con istanze, modalità e tempi decisionali diversi da quelli interni, il
che renderebbe necessario lo sviluppo di strutture e di deleghe personali tali
da trasformare la natura profonda del movimento stesso, verso una maggiore
pluralità, una più ampia e visibile dialettica e, persino, un diverso rapporto
con i media. Se già i due improbabili capigruppo parlamentari stanno esprimendo
differenze e disagi, ci si può immaginare cosa accadrebbe con un ministro o un
rappresentante in una commissione governativa.
L'arroccamento
del movimento, la sua litania di intransigenza e le continue scomuniche del
proprietario verso chi si distanzia dalla linea ufficiale rispondono, insomma,
essenzialmente a esigenze di controllo interno, per bloccare l'evoluzione del
M5S verso la forma di soggetto politico plurale. A queste condizioni, una forte
riduzione del consenso elettorale non sarebbe vista come una sconfitta ma come
un necessario passaggio di depurazione, per ribadire la litania di alterità ed
estraneità e consolidare l'assetto monolitico del movimento.
Qui, se
si vuole, si può misurare la pochezza delle capacità strategiche del
proprietario, che si preclude di fatto ogni possibilità di accesso al potere, o
di azione concreta sulle cose, pur di conservare il proprio predominio. Se è
possibile governare in Sicilia, ciò avviene perché il livello locale non
interessa al proprietario, che comunica direttamente con le masse per via
diretta, con i suoi comizi nelle piazze e sul suo similblog, o per via indiretta,
attraverso le televisioni che riportano i suoi slogan e la sua estetica.
Partecipare al governo del Paese creerebbe, necessariamente, una
moltiplicazione dei canali di comunicazione e dei soggetti che vi avrebbero
accesso, mettendo in crisi un modello di leadership che si definisce, più che
secondo le categorie classiche della politica, secondo quelle del marketing, e
nemmeno di quello più moderno: l'importante è controllare il brand e
trasmetterlo, impedendo a chiunque di contribuire a determinarlo.
Tipologie di leadership carismatica
Abbiamo
visto perché il carisma non debba essere inteso come una sorta di grazia della
quale un leader possa essere dotato o meno, ma come quella sorta di disgrazia
nella quale incorrono quanti si fanno seguaci di un leader dalla personalità
severamente disturbata (Il cosiddetto carisma – Malvino, 13.12.2012) e quindi abbiamo preso
a esempio un caso clinico che illustrasse eloquentemente l’assunto (Uno spaccato clinico – Malvino, 30.1.2013). Poi, abbiamo spiegato perché occorre che una
leadership di tipo carismatico debba giocoforza assumere un carattere
messianico per fidelizzare seguaci (Formazione a vocazione settaria – Malvino,
29.12013) e perché a tal fine le torni estremamente utile una dimensione relazionale prepolitica e una struttura comunitaria di tipo organico (Se ieri era un pericolo, oggi è una minaccia
– Malvino, 19.2.2013).
Questo percorso non aveva alcuna pretesa sistematica, anzi, era intenzionalmente frammentario perché prendeva il passo dall’analisi di alcuni elementi della leadership carismatica colti in uno specifico precipitato, che, se poteva essere esemplare, aveva tuttavia i limiti del caso empiricamente trattato. Anche per questo
– soprattutto per questo
–
non si è potuto fare a meno di fare un largo uso del rimando ai lavori scientifici che negli ultimi decenni hanno trattato il tema in ordine ai problemi posti in ambito psicologico e sociologico, senza fare mistero che i risultati più convincenti in tali ambiti ci sembravano quelli ottenuti, rispettivamente, da Otto Kernberg e da Neil Smelser. Superfluo rammentare al lettore abituale di questo blog che gli spunti di riflessione sono stati offerti dalla cosiddetta galassia radicale che ruota attorno a Marco Pannella e dal cosiddetto non-partito di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Ora, se vogliamo approfondire la questione, ci tocca operare una distinzione tra i due più frequenti stili
di leadership carismatica – quella di tipo narcisistico e quella di tipo
paranoideo – che trovano corrispettivo in due diverse forme di settarismo e in
due diversi quadri di psicopatologia di gruppo, ma prima occorre fare due importanti premesse. In primo luogo, non di rado l’esperienza ci offre quadri
psicopatologici misti, anzi, è assai frequente che in uno stesso leader
carismatico siano sensibilmente rappresentati, seppur in varia misura, aspetti
narcisistici e aspetti paranoidei, che in ogni caso trovano espressione
strettamente conseguente nei moduli relazionali che caratterizzano il legame
tra leader e seguaci, e quello tra i membri del gruppo. In secondo luogo, si avrà modo di cogliere il tenore emozionale che sostiene il piano sul quale si strutturano le relazioni in oggetto, se si tiene conto del fatto che, proprio come i gruppi a
leadership carismatica di impronta religiosa hanno forte caratterizzazione
politica, quelli a impronta politica hanno forte caratterizzazione religiosa.
Per l’elemento di discrimine che qui si prenderà in oggetto ci tornerà utile il lavoro di Otto Kernberg che qui è estratto da più contesti (Internal World and External World, 1980; Severe Personality Disoders, 1984; Ideology, Conflicts and Leadership in Groups and Organizations, 1998).
Perché sia conservata l’uniformità di percorso dell’analisi come fin qui condotta nei post cui ho fatto cenno all’inizio, consiglio di leggere queste pagine pensando ai radicali, quando il discorso è centrato sul modello di leadership carismatica a impronta narcisistica (a), e ai grillini, quando l’impronta è di tipo paranoideo (b). Ma senza dimenticare quanto si è già detto: non di rado l’esperienza ci offre quadri
psicopatologici misti.
(a)
(b)
Iscriviti a:
Commenti (Atom)





















