martedì 28 agosto 2018

Disclaimer per di là


Questo post stia a disclaimer per i quattro gatti che mi seguono su Twitter (un link di là, nel caso, rimanderà a questa pagina), risparmiandomi di precisare ogni volta in quale curva io segga: non sto in nessuna delle due curve, sto in tribuna numerata, e neanche trovo la partita molto interessante, anche se devo dire che la poltroncina è assai comoda. Mi distraggo spesso, diciamo, anche se in campo ne capitano di orride e di sbellicanti, il che potrebbe pure essere eccitante, ma il fatto è che il sangue scorre così male, per non parlare delle volte in cui nemmeno è sangue, ma sugo, mentre la merda è proprio merda, questo è vero, ma schizza in modi imprevedibili. 
Non è terzismo, sia chiaro: non sono indifferente alla partita, o comunque non del tutto. Di leghisti e grillini ho orrore e paura quanto basta (non di più, però), ma il fatto è che proprio non riesco a far mia la logica del fronte, che per il superiore interesse patrio mi dovrebbe costringere a fianco di un forzitaliota, a destra (a destra?), o di un piddino, a sinistra (a sinistra?). È solo colpa loro se i gialloverdi sono ormai consistente maggioranza in un paese che non era certo meglio prima, e che molto probabilmente non sarà meglio dopo (a proposito, chi è che si candida ad alternativa?).
Mi sia consentito di cedere al patetico (vedeteci anche una puntina di autoironia, però): ho sul groppone più di 61 anni e sugli scaffali più di 12.000 volumi, gli uni e gli altri mi impediscono di illudermi circa le virtù degli italiani, plebe sempre contenta d'esser plebe, sempre pronta a crocifiggere se stessa, ma solo in effige, per poi resuscitare sempre, ma solo in simulacro di popolo, per prontamente trasformarsi in canaglia.
Mi sento greco, giapponese, tedesco – perfino esquimese, talvolta – più di quanto mi senta italiano. Per meglio dire, credo di appartenere a quella snaturata sottospecie di italiani da sempre destinati a essere perseguitati (o almeno dileggiati, che forse è pure peggio) per il cattivo gusto di dire oneste sgradevolezze in pubblico o, più saggiamente, evitando dileggio e persecuzione, in privato. Il web mi è venuto a far confusione tra i due piani, e io, che non sono nativo digitale, mi ci sono trovato incastrato nel mezzo e, sfilato un piede dalla blogosfera, ho incastrato l'altro in Twitter, dove peraltro non sei padrone neppure della punteggiatura che usi, figurarsi della sintassi.
Mi piace la polemica, m'è sempre piaciuta, ma solo quando è seriamente argomentata (meglio se pure brillantemente argomentata), non quando scade a mero menar le mani, per esser reclutati da questa o quella banda.
Ora c'è che ultimamente vedo il fronte anti-gialloverde argomentare assai a cazzo di cane la sua polemica (e, se lo faccio notare, passo per gialloverde), mentre mi pare perfino avvilente stigmatizzare l'argomentare a cazzo di cane che è quasi connaturato ai gialloverdi (e tuttavia ci casco, la stigmatizzo, beccandomi regolarmente l'epiteto di “renziano”, che mi offende più che m'avessero toccato l'onore di mamma): e in entrambi i casi mi pento, e ci ricasco, e mi ripento. Per la prossima volta che dovessi cascarci, tanto stia a precisazione.

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