venerdì 13 settembre 2019

Calcolo erroneo, deficit culturale, tara antropologica





Comprendo le ragioni di chi ritiene costituzionalmente ineccepibili i passaggi che hanno portato al varo del governo Conte: siamo una democrazia parlamentare, è in Parlamento che va cercata una maggioranza di governo, alle urne si ritorna solo se non ci sono i numeri per dar vita ad un esecutivo; e poi è al Quirinale che spetta scegliere a chi dare l’incarico di formare un governo, prendendo atto dei risultati elettorali, certo, e raccogliendo le indicazioni offertegli dai partiti, certo, ma, a dispetto del malinteso che il maggioritario ha insinuato in tanti, Palazzo Chigi non va di diritto al leader del partito che ha preso il maggior numero di voti perché sulla scheda elettorale si candidava a «Premier», che peraltro è termine assai improprio in luogo di «Presidente del Consiglio»; ergo, il governo Conte ha piena legittimità costituzionale.
Quale governo Conte, il primo o il secondo? Entrambi, perciò non lo specificavo. Anche quello sostenuto da Lega e M5S aveva legittimità costituzionale, e non ha senso dire – ancor più insinuare – che fosse meno piena di quella che ha il governo sostenuto da Pd e M5S per il fatto che stavolta, a sostenere l’esecutivo, sono i due partiti che sono arrivati al primo e al secondo posto per numero di voti avuti il 4 marzo 2018, mentre la volta scorsa il governo nasceva con l’appoggio dei partiti arrivati al primo e al terzo: quando c’è maggioranza parlamentare, quali che siano le forze a comporla, tale legittimità è sempre piena. Né essa può essere messa in discussione quando due governi di diverso o addirittura opposto segno politico si danno lo stesso presidente del consiglio: a renderla indiscutibile è il fatto che in entrambi i casi abbia una maggioranza parlamentare a conferirgli il mandato. Altro discorso a dare ascolto alle ragioni di chi ritiene che il governo Conte tradisca il voto uscito dalla urne il 4 marzo 2018.
Quale governo Conte, il primo o il secondo? Entrambi, perché l’accusa è stata mossa sia al governo sostenuto da Lega e M5S (la Lega si era presentata come parte di una coalizione, che ha abbandonato subito dopo il voto; il M5S si era dichiarato indisponibile a qualsiasi alleanza, con chicchessia), sia a quello sostenuto da Pd e M5S («mai col Pd», diceva il M5S; «mai col M5S», diceva il Pd).
Vogliamo considerarlo un torto consumato ai danni degli elettori? Nel caso, dobbiamo considerare più grave quello consumatosi nel giugno 2018 o quello consumatosi nel settembre 2019? Dipende: più grave il primo, per il Pd; più grave il secondo, per la Lega; gravi entrambi, a pari demerito, per FI e FdI. In entrambi i casi, tuttavia, l’operazione era costituzionalmente legittima, perché i parlamentari che votano la fiducia ad un governo appartengono a partiti che durante la campagna elettorale fanno promesse, pronunciano impegni, illustrano programmi, ma da eletti non hanno vincolo di mandato e singolarmente o in gruppo, anche in un gruppo coincidente a quello del partito nelle cui liste erano candidati, rappresentano la nazione in toto, non parte di essa, e dunque decidono «in nome di», non «per conto di».

Il mio lettore è un costituzionalista nato, chiedo scusa se fin qui l’ho tediato con rilievi che gli saranno apparsi tanto scontati da risultare banali. Credo che però valesse la pena di richiamarne la ratio per mostrare quanto essa possa risultare astrusa a una larga parte del paese, per un dato che, pur incontestabile, è difficilmente accettabile nelle sue più ovvie implicazioni, a cominciare dal dato che gli è speculare. Il dato: risultati elettorali alla mano, dal 1948 ad oggi, la sinistra non è mai stata maggioritaria in Italia e, anche quando ha raccolto il massimo consenso, tra le sue varie componenti si sono sempre palesate profonde divisioni e tali aspri contrasti da non consentirle mai il governo del paese. Speculare a questo dato: in questo paese la destra esiste, e nelle sue diverse, ambigue, contraddittorie declinazioni è maggioranza, e tuttavia la sinistra, pur nelle sue diverse, ambigue, contraddittorie declinazioni, ha sempre preferito considerarla un problema, un’anomalia, l’espressione di una volontà popolare che era lecito, anzi doveroso (del dovere che tiene a bada scostumatezza e sconvenienza), ritenere frutto di calcolo erroneo, deficit culturale, tara antropologica: sfondando forse una porta aperta, credo si possa dire che la sinistra non è mai stata capace di riconoscere piena legittimità politica alla maggioranza (relativa o assoluta) del paese.
Col non riuscire mai a raccogliere la maggioranza dei consensi era del tutto naturale, dunque, che per lunghi decenni, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, alla sinistra spettasse stare all’opposizione, ma covando una comprensibile frustrazione. Sarà stato per una connaturata refrattarietà della maggioranza degli italiani ai suoi ideali e ai suoi programmi? Sarà stato perché la divisione del mondo in blocchi ne faceva l’inintroiettabile fattore K, pena un golpe alla cilena? Lasciamo perdere, restiamo al dato di fatto: la sinistra non è mai stata maggioritaria in Italia, e tuttavia è stata in grado di far credere lo fosse grazie al reclutamento di quella «aristocrazia operaia» (scrittori, giornalisti, artisti, ecc.) incaricata di conferirle «egemonia culturale», progetto cui Togliatti diede vita all’indomani della spartizione del mondo che a Yalta destinò l’Italia al blocco occidentale: chiusa la via a una conquista del potere con le cattive maniere, rimanevano solo quelle buone. Che ebbero egregi risultati, occorre dire, al punto da dettare regole inflessibili sul modo di leggere la storia e, più in generale, in grado di flettere qualsiasi intelligenza che aspirasse ad aver voce nel dibattito pubblico ad un galateo che non consentiva sgarri: chi metteva in discussione le indiscutibili certezze della sinistra poteva accomodarsi nelle fogne. Chi osasse metterle in discussione, d’altra parte, almeno di sponda era fascista, perché il fascismo altro non era che strumento del capitale, sicché in ultima analisi fascista era chiunque si piegasse alle logiche del capitalismo, anche se schermendosi col riformismo. Pendant: «uccidere un fascista non è reato», ma questo come ultima opzione, potendosi accontentare anche del fatto che il fascista (rectius: chiunque mettesse in discussione ideali e programmi della sinistra) non s’azzardasse a dar segno di vita, stesse zitto, risultasse invisibile. Durò a lungo, e diede buon frutto, ma costò una dispercezione del reale destinata a infliggere dolorose frustrazioni: com’è che certe idee, certi valori – le nostre idee, i nostri valori – trionfano pure sulle quattro mattonelle tra cesso e bidet, e poi anche stavolta la Dc si è pigliato il 32%, i suoi cespugli un buon 8%, e un altro 8% se lo è pigliato il Msi, mentre il Psi – che sinistra non è, via – la volta scorsa se n’è pigliato altrettanto e stavolta anche di più? In altri termini: com’è che tutto il nostro sforzo pedagogico, il nostro amabile paternalismo, non impediscono che tanta parte del paese resti preda del calcolo erroneo, infognata nel deficit culturale, segnata dalla tara antropologica? Straziante eco del povero Gennaro Serra di Cassano: «Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte».

Tutto questo – mi si dirà – fino alla caduta del Muro di Berlino, poi – mi si dirà – la sinistra è riuscita a vincere, sennò che altro sarebbero i governi Prodi? E Renzi? E Gentiloni? Sarebbero centro-sinistra – dico io, lasciando a voi decidere sulla natura del trattino – e, guarda caso, portando uomini della sinistra a capo di qualche dicastero (con D’Alema perfino alla Presidenza del Consiglio) solo grazie all’essenziale apporto di quel centro che, col proporzionale della Prima Repubblica, era stato il baricentro della politica italiana e, col maggioritario della Seconda, fu lacerato in due, metà di qua, metà di là, in attesa di ricomporsi alla prima occasione in cui destra e sinistra mostrassero, di qua o di là, di qua e di là, tratti di cedimento rispetto alle loro tradizioni culturali o più prosaicamente rispetto al loro consenso. Ma intanto il cedimento su quale lato erodeva più prestigio culturale e più consenso? Con la «morte delle ideologie» si descriveva in realtà un fenomeno che ne vedeva morire solo una, quella che aveva nutrito almeno due o tre generazioni di politici di sinistra; quelle di destra (perché a destra, da sempre, ce n’è più d’una) indugiavano nelle fogne, dando da credere che di lì non si sarebbero mai mosse, se ancora poi erano vive. Bastava appena un po’ di proporzionale, la comparsa sulla scena politica di un intruso che vantava di «non essere né di destra né di sinistra» e che così maturava l’alibi di potersi alleare indifferentemente con l’una e con l’altra, e il gioco era fatto: la logica della democrazia parlamentare, a lungo negletta, tornava a esigere rispetto, e a ottenerlo, insinuando il sospetto che le regole costituzionali perpetuassero la conventio ad escludendum che le aveva ispirate per impedire che maggioranza del paese potesse esprimere un governo «fascista», cioè perfettamente impermeabile a ideali e programmi di sinistra.
Eravamo così al percepito «furto di sovranità» che oggi è agitato dalla destra a fini propagandistici e che la sinistra autorizza a percepire come tale per le ragioni che esprime in favore di unalleanza col M5S, fino a un mese fa dichiarata inammissibile: occorre dilazionare il più possibile nuove elezioni, che al momento è presumibile darebbero il governo del paese alla Lega, è necessario che il prossimo inquilino del Quirinale non sia espresso da un Parlamento in cui la maggioranza sia di destra.
Sante preoccupazioni, ma giacché non cè articolo della Costituzione che esplicitamente vieti lelezione di un Presidente della Repubblica che non sia di centro o di sinistra, né ce n’è uno che esplicitamente vieti a Salvini di diventare Presidente del Consiglio, questo preoccuparsi assume forma dell’imbroglio, del tentativo di conservare un primato – culturale in senso lato, prima che politico in senso stretto – ampiamente perso nel paese, e sul paese.
Voilà, le fallaci «ragioni del nemico» acquistano un incredibile potenziale di credibilità. Con quanto di pericoloso ne trascende. Perché ai lazzari che sghignazzano al cadere della testa di Gennaro Serra di Cassano è facile far credere che i giacobini siano al soldo della Francia e che il Borbone, prima che re, è padre.

domenica 8 settembre 2019

«Quello che non ti perdonerò»


Vorrei anch’io dire qualcosa sulla lettera aperta che Fabio Sanfilippo ha indirizzato a Matteo Salvini dalla sua pagina Facebook, ma astenendomi dal montare con la tavola da surf sull’onda di indignazione che ha sollevato, lasciando il moralismo ai professionisti della disciplina sportiva, per concentrarmi invece su cosa può essere venuto meno nel trattenersi dal lasciarsi andare a una interemerata tanto infelice, sulla quale era facilmente prevedibile che sarebbe piovuto il biasimo di tutti.
Non mi si fraintenda, anch’io considero odioso tirare in ballo una bambina di sei anni, anch’io ritengo poco decoroso da parte di un dipendente Rai il cedimento a toni tanto livorosi, e poi sarà una fisima, ma credo che il termine nemico sia sempre da evitare quando di mezzo c’è la politica, perché autorizza l’avversario a dare il peggio di se stesso, senza con ciò far guadagnare su di lui alcun vantaggio. Se non indugio su questi punti, però, non è nemmeno perché ritengo che “la «notizia» del giornalista Rai che invita Salvini al suicidio è al massimo da trafiletto in basso a pagina 23”, come scrive Massimo Mantellini: io credo che nello sbocco di bile di Fabio Sanfilippo la «notizia» ci sia, e meriti rilievo, perché emblematica dell’errore commesso dai detrattori di Matteo Salvini, prima nel mostrificarlo, e ora nel ritenerlo un uomo finito.
In entrambi i casi, l’errore sta nell’averlo ridotto e nel continuare a ridurlo a un caso personale, inscrivendo il consenso montante di ieri e la battuta d’arresto di oggi nella traiettoria di una parabola biografica, mentre invece ciò che ha fin qui rappresentato, e che senza di lui avrebbe solo da attendere un altro interprete, è questione sociale, culturale, politica: Matteo Salvini non è l’attore, ma è l’agito di ciò che è sempre stato maggioritario in Italia, a dispetto e a disperazione delle anime buone e belle, tra le quali, a scanso di ogni equivoco, m’annovero; Matteo Salvini è stata solo l’occasione, peraltro solo incidentale, per rendere vana la riprovazione morale che costringeva al mugugno privato quello che oggi non ha più ritegno, e anzi dà fiera esibizione di sé; col revival della logora formula Dio-Patria-Famiglia, Matteo Salvini si offerto come parafulmine degli strali che dagli anni Sessanta in poi hanno fulminato i cattivi pensieri che non hanno mai smesso di alimentare la sotterranea rete interpersonale di questo paese col pregiudizio e la superstizione, il cinismo e l’opportunismo, lo stato di eccezione che si fa legge sospendendo il diritto e la doppia morale che fa da crinale tra amico e nemico.
Fenomeni del genere – Matteo Salvini, dico – non nascono per caso, trovano condizioni predisponenti e precursori per venire alla luce dopo più o meno lunga incubazione, e soprattutto rispondono a bisogni diffusi, ancorché inespressi. Ecco perché, come ho già scritto su queste pagine, vanno capiti, studiati, compresi per i bisogni che rappresentano e gli interessi di cui si fanno latori, piuttosto che limitarsi a condannarli. E una traccia l’ho data: sfogliate le annate de Il Foglio tra il 2004 e il 2012, troverete l’evocazione di un Matteo Salvini, che però non ci si aspettava tanto truce, e infatti il feroce antisalvinismo che oggi sfoggia il giornale fondato da Giuliano Ferrara può ben essere letto come rimozione dell’evocazione.
Ma torniamo alla lettera aperta di Fabio Sanfilippo, che a mio modesto avviso fornisce un’altra traccia, fin qui ignorata da tutti, che dà ragione della sterile rabbia che ha nutrito e nutre l’antisalvinismo militante e, insieme, della sconcertante idiozia del considerare finito un uomo cui sondaggi, dopo tutto e nonostante tutto, continuano ad accreditare il 33% dei consensi: parlo del passaggio in cui si legge «quello che non ti perdonerò è di aver plagiato la mente di due miei nipoti», che rivela tutto l’orrore del vedere contaminata dagli argomenti di Matteo Salvini la sfera familiare, quella che si presumeva ne fosse protetta da bisogni e interessi opposti.
«Io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me», diceva Giorgio Gaber (in realtà la frase fu presa in prestito da Giampiero Alloisio): qui siamo a un passo dal «Salvini che è in me», ed è perciò che possiamo essere indulgenti col povero Fabio Sanfilippo, limitandoci ad imputargli l’incapacità di accostarsi alle «ragioni del nemico», ritraendose col solo utile, tutto fortuito, che «con i miei figli non ci sei riuscito, cazzo». Quello del caporedattore di Rai Radio1 non è il vile maramaldeggiare su un vinto, ma l’inconscio presagire che le «ragioni del nemico» sono ancora vive.

lunedì 2 settembre 2019

L’arte del possibile


Apparentemente è singolare che potere abbia due accezioni dai significati tanto distanti. Dun lato, infatti, il verbo esprime forza, dominio, efficacia, dunque piena, attuale e attiva padronanza degli effetti di una volontà, che nella rappresentazione data dal suo participio presente fa del soggetto un potente. Dallaltro, invece, il verbo esprime eventualità, probabilità, opportunità, con evidente aleatorietà del controllo che la volontà del soggetto è in grado di esercitare su ciò che tutt’al più è possibileSolo apparente, però, questa distanza, perché il possibile non dà coincidenza di volere e potere nello stesso soggetto, che invece si ha nel potente, e questo è reso emblematico dalluso che potere ha in un ambito come quello politico. Se dun lato, infatti, sappiamo che esiste un potere politico legittimato al governo della cosa pubblica, dallaltro, quando questa legittimità è in costruzione, ci sentiamo ripetere che «la politica è larte del possibile»: arte, si badi bene, che è mestiere, tecnica, invenzione, ma anche destrezza, artificio, stratagemma. È attraverso questarte che il possibile si fa potere, né può farne a meno per conservarsi tale, se è vero che il potente ha da saper essere – per dirla con Machiavelli – leone e volpe, e cioè saper far uso di forza e di astuzia. Per ciò che attiene alla forza, il Principe sè dovuto adeguare ai tempi: è stato costretto a cercarne legittimità alluso nel mandato, per di più accontentandosi di limitarne il monopolio allastratta possibilità dellimpiego, peraltro vincolato alla necessità di darne una giustificazione moralmente obbligata. Ma, per ciò che attiene alla astuzia, cosa poteva cambiare? Qui nessuna giustificazione poteva dare legittimità alla simulazione e al tranello, alla menzogna e al venire meno alla parola data, che giocoforza hanno continuato a essere impiegati, privi di una copertura morale. Daltronde – per dirla con Croce – onestà in politica è altra cosa che onestà comunemente intesa: se sha da fare il possibile per il potere, non si pongano ostacoli allarte, si facciano lavorare in pace gli artisti.
Al netto dellironia, questi sarebbero i fondamentali. Che evidentemente mancano al pur buon Francesco Costa, che si duole del «livello di cinismo» toccato dai protagonisti sulla scena politica italiana, tutti, senza eccezioni: «Oggi tutti s[o]no pronti a fare qualsiasi cosa, ma davvero qualsiasi cosa, pur di vincere o pur di non perdere, consapevoli che in una guerra tra bande non si può arretrare e che gli ultras di ogni fazione sono sordi a qualsiasi ragionamento. Siamo entrati nell’era in cui tutto è possibile, ma tutto-tutto» (*). Coi fondamentali a disposizione poteva risparmiarsi la geremiade: è sempre stato così, di più – oggi – cè solo che tutto è molto più accelerato, e dunque cinismo e opportunismo non riescono a trovare la copertura che in passato era data loro dalla lentezza dei passaggi; in più, tutto è molto più trasparente perché è venuto meno il momento dellintermediazione che largomento frapponeva tra movente e agito. In sostanza, non sono venuti meno onore e coerenza: è venuto meno il tempo necessario a surrogarli in un discorso pubblico sufficientemente credibile. Per esempio, passano ben due anni tra la solenne sottoscrizione del cosiddetto «patto della staffetta» e il venir meno al suo rispetto da parte di Craxi, e in quel mentre cè tempo perché possa farsi argomento il pretesto della «continuità», e questo consente al segretario del Psi di stornare in modo assai efficace il giudizio morale dal suo rifiuto di lasciare a De Mita, come pattuito, la Presidenza del Consiglio: veniva meno alla parola data, ma aveva avuto modo di costruire un argomento tra movente e agito. Quanto tempo passa, invece, tra l#enricostaisereno e il passaggio della campanella da Letta a Renzi?

venerdì 23 agosto 2019

Dormi, Genna’, non ti svegliare





«... una notte profonda circonda e ricopre tutto
di unombra impenetrabile...»
Vincenzo Cuoco, 1806



Martedì, per seguire il dibattito che si teneva a Palazzo Madama, sono venuto meno allabituale pellegrinaggio che ogni 20 agosto, da due o tre lustri a questa parte, mi porta in Piazza Mercato. Probabilmente pellegrinaggio potrà sembrare termine improprio per un quarto dora dauto e appena due minuti di sosta, il tempo di una sigaretta, col gomito appoggiato al finestrino, senza neppure spegnere il motore, ma solo ad ignorare il significato rituale che hanno quei due colpi di clacson prima di andar via e quel «Genna, mannaggia a te!» mormorato tra me e me imboccando Corso Garibaldi, per poi passare in Via Nuova Marina e tornare a casa.
«Genna» è Gennaro Serra di Cassano, che il 20 agosto del 1799 salì sul patibolo eretto in mezzo a quella piazza e, prima di essere decapitato, se ne uscì con la frase che lo promosse a figura di spicco tra i martiri della Repubblica Partenopea, pur non potendo vantare il genio dun Mario Pagano, né il coraggio dun Francesco Caracciolo, né lardore duna Eleonora Pimentel Fonseca, una frase che rivela la rovina che il genio, il coraggio e lardore devono mettere in conto nella disperata impresa di dare liberté, égalité e fraternité a chi invece ha bisogno di feste, farina e forca: «Ho sempre lottato per il loro bene e ora li vedo festeggiare la mia morte». Zac!
Mannaggia a chi non capisce che ciò che è «bene» per Tizio può non esserlo per Caio. Mannaggia a chi vuol farsi paradosso dellavere interessi di classe, la classe cui appartiene, e tradirli, in nome del generoso sperpero di genio, coraggio e ardore in favore di una classe cui non appartiene, ancor più in favore di una società senza classi. Perché di paradosso si tratta: se sei un nobile, perché ti metti a parodiare una rivoluzione borghese, spendendoti per lemancipazione della plebe? Ben ti sta, Genna, e però meriti rispetto, perché almeno hai saputo morire. E scusa se per questanno non son venuto a renderti omaggio, alla tv davano la diretta di un tumulto di lazzari. Però ti ho pensato, giuro. E ancora penso a te, oggi, perché il Salvini che tra noi spiriti eletti è dato come ridicolo pasticcione, ignobile gradasso, baciatore di crocifissi come il più sanguinario dei briganti a seguito del cardinal Ruffo, è ridato dai sondaggi alla sfaccimma del 38%.
Dormi, Genna, non ti svegliare. Una carezza alle tue ciocche bionde, e un bacio sulla fronte.

martedì 20 agosto 2019

Corrispondenze


[Storia di quello che prometteva d’essere un giallo letterario dai risvolti inquietanti, una di quelle formidabili avventure che...]


27 lug 2019, 05:27
Caro Luigi, ti sottopongo un caso che credo ti interesserà, anche per chiederti consiglio data la tua conoscenza di cose vaticane e di filiere librarie. Laltro giorno è venuto da me un professore di scienze ambientali, anzianotto ma sembra molto in gamba, gioviale, ha fatto consulenza a Obama per tutti gli otto anni etc. e adesso insegna da noi ma credo sia stato assunto per far figura, non risponde a nessun dipartimento ma solo ai capi dellamministrazione. Orbene, questo docente è da anni impegnato in una prova tanto estenuante quanto - fino ad ora - vana: provare a dare un nome o cavare qualche notizia utile su tale Padre Luis Gallet, autore del libro El Padre, storia della sua missione in un villaggio remoto delle lontane aree indigene brasiliane. Il libro è stato scritto negli anni 60, tradotto in varie lingue, da noi edito da Borla, e a detta del docente pur essendo datato è un testo fondamentale per un approccio nuovo alla sostenibilità del mondo globale etc. Ora qui viene il bello: anche se nel libro lui dice di venire dalla diocesi di Nizza - mi sembra - il professore ha fatto ricerche dettagliatissime e di questo Gallet negli archivi della diocesi non cè traccia, così come i nomi delle città francesi nel testo sono tutti inventati di sana pianta. Pare che il libro sia stato fatto sparire, due nuovissime Storie del Brasile non lo nominano, così come altri testi dedicati alla teologia della liberazione, di cui questo libro dovrebbe essere uno dei pilastri fondanti. Insomma, non ci si capisce un cazzo. Questo era uno che è diventato scomodo, troppo preso nella sua missione di prete dassalto? La traduzione in inglese è stata resa come Freedom to starve che diciamo non suona benissimo per una chiesa cattolica impegnata in mille maneggi finanziari e in ancor più numerose intemerate a favore di imprenditori filibustieri sì, ma amici-amici. Io ho suggerito al docente due cose: a) investigare su associazioni cattoliche di sinistra che possono aver avuto a che fare con lui personalmente o con la pubblicazione del libro; b) trovare uno sponsor che gli permetta di avere accesso a qualche informazione nella biblioteca vaticana, magari mettendo sul piatto una certa accondiscendenza verso le posizioni della chiesa nei prossimi interventi del prof che saranno ai massimi livelli - testi che avranno diffusione universale, documenti adottati dalle nazioni unite etc. in un momento in cui la chiesa deve far dimenticare tante brutte situazioni... Tu che dici? Qualsiasi tuo pensiero sarà come sempre prezioso.
***


27 lug 2019, 06:21
Sono a Ischia, dammi il tempo di tornare a Napoli, martedì, per frugare nei miei scaffali, e al massimo entro giovedì ti faccio sapere. Ti abbraccio,
L.


27 lug 2019, 15:21
Grazie, carissimo, un abbraccio anche a te.
***


4 ago 2019, 17:15
Non mi sono dimenticato di te, ma ho avuto imprevisti. Provvederò appena possibile. Ciao.
L.


4 ago 2019, 19:38
Tranquillissimo, nessun problema. Spero imprevisti non sgradevoli. Alla prossima.
***


5 ago 2019, 21:58
Cominciamo col dire che non si tratta di padre Luis Gallet, ma di padre Paul Gallet, e che non è mai esistito per la semplice ragione che è uno pseudonimo, molto probabilmente dello Jean-Marie Perret che si presentò come curatore delledizione di El Padre in Francia. Non avevo il libro, ma ce nera ancora una copia su eBay, mi arriverà venerdì 9. Lo porterò con me a Berlino dove starò per 4 o 5 giorni, solo dalla lettura potrò dirti qualcosa. Il Consolato del Brasile a Napoli, che peraltro ho scoperto essere a meno di 100 metri da casa mia, è chiuso dal 1 agosto al 19 settembre, ma ho inoltrato via email una richiesta di incontro col console accennando, pur vagamente, alla questione. Ti farò sapere. Ciao.
L.


5 ago 2019, 22:22
Allora subito grazie per l’interessamento, ho già girato le informazioni al collega, il quale si starà fregando le mani. Sul nome del missionario sotto pseudonimo ho fatto una cappella io e ti chiedo scusa, dovendo compattare molto materiale in una sola mail mi sono incartato. Per cui grazie ancora e se il collega scopre qualcosa - sarà presto in italia per ricerche - ti tengo informato.
***


8 ago 2019, 21:17
Caro ***, il volume di Paul Gallet mi è arrivato con un giorno di anticipo e mi sono fiondato a leggerlo preso dalla curiosità instillatami dalla tua prima email di questo scambio. Per darti la misura della mia delusione, riporto alcuni brani della tua email. «Questo docente è da anni impegnato in una prova tanto estenuante quanto - fino ad ora - vana: provare a dare un nome o cavare qualche notizia utile su tale Padre Luis Gallet, autore del libro El Padre, storia della sua missione in un villaggio remoto delle lontane aree indigene brasiliane». Mi chiedo se «questo docente» abbia almeno letto El Padre: fin dalla presentazione del curatore, Michel Quoist, e dalla introduzione dello stesso, si fa presente che Paul Gallet è uno pseudonimo, e che dunque ricerche su quel nome non possono materialmente dare notizie significative; altra cosa è cercare di capire chi ci sia dietro quel nome, e qui - con le riserve del caso - io credo di poter avanzare un’ipotesi, ancorché con l’azzardo dato dal non avere a disposizione il testo in lingua originale: Paul Gallet non è altri che lo stesso Michel Quoist, che ha probabilmente elaborato in forma di epistolario le chiacchierate con un (o più probabilmente più d’un) presbitero volontario in Brasile: estremamente indicative in tal senso le consonanze lessicali tra alcuni passaggi delle lettere (per esempio, la circolare n. 4 di pag. 38 et segg.) e il testo dell’introduzione (ma potrebbe trattarsi di un artefatto dato da un’omogeneizzazione lessicale voluta dalla traduttrice, Piera Zamaglino). «Ora qui viene il bello: anche se nel libro lui dice di venire dalla diocesi di Nizza - mi sembra - il professore ha fatto ricerche dettagliatissime e di questo Gallet negli archivi della diocesi non c'è traccia, così come i nomi delle città francesi nel testo sono tutti inventati di sana pianta». Ma è ovvio: è chiaramente affermato dal Quoist che i nomi delle città sarebbero stati «inventati di sana pianta [per] rispettare l’incognito di questa testimonianza» (pag. 9). «Ricerche dettagliatissime»? A che pro con queste premesse? «Pare che il libro sia stato fatto sparire». Ma proprio per nulla: difficile trovarlo in italiano (ti ho detto che su eBay c’era un’unica copia, ora mia), ma in Francia e altrove (soprattutto in lingua inglese) si trova, eccome. «Due nuovissime Storie del Brasile non lo nominano, così come altri testi dedicati alla teologia della liberazione, di cui questo libro dovrebbe essere uno dei pilastri fondanti». Perché dovrebbero nominarlo? Non ha alcun valore documentale sul piano della ricerca storica o di quella sociologica. E perché, poi, dovrebbe essere un pilastro fondante della teologia della liberazione, visto che è privo di ogni elaborazione teologica, sia sul piano della dottrina morale, sia su quello della dottrina sociale? Insomma, caro ***, un falso problema. Purtroppo.
L.


8 ago, 21:48
Mi dispiace moltissimo che tutta questa aspettativa si risolva in una panna montata anche un po’ rancida. Inoltrerò tutto al collega, forse uno dei problemi è che un filino di preparazione storico-letterario-filologica gli sarebbe servita per non darsi così facilmente a tali entusiasmi. Che poi, per rafforzare gli stereotipi, è anche una cosa straordinariamente americana. In ogni caso grazie ancora.
***

[Macché giallo, macché avventura.]

L’argomento invalido è ormai d’uso corrente


L’argomento invalido è ormai d’uso corrente, né uno scrupolo lo segue, né un indugio lo precede.
Si prenda il caso della polemica scoppiata attorno al tweet di Matteo Salvini che, a commento dell’appello di Luciana Littizzetto in favore della Open Arms, recitava: «Secondo voi quanti ne ospiterà a casa sua?». In buona evidenza si trattava di un argomento invalido, del tipo noto come «ad hominem tu quoque». Come tale andava segnalato, dunque, e respinto. E invece?
Invece è capitato che chi voleva – a piacere – difendere il principio umanitario del soccorso al naufrago, ribadire il dovere civile dell’accoglienza del migrante, in subordine all’uno, all’altro o a entrambi sostenere l’appellante, o in subordine a tale sostegno smerdare Salvini, ha pensato di avere avuto una gran botta di culo nel poter replicare che la Littizzetto accoglie, accoglie eccome, e aiuta i bisognosi, non lesina in elemosina e, insomma, è un fulgido esempio di solidarietà umana.
Salvini smerdato? Smerdatissimo, senza dubbio, ma solo in virtù del fatto di aver accolto e rilanciato il suo argomento invalido. Poco male per lui, dunque, che potrà rifarsi, e a buon diritto, su chiunque condivida le opinioni della Littizzetto senza però poter vantare di ospitare una famigliola eritrea o di passare il tempo libero a imboccare focomelici: se la buona ragione si fa forte anche una sola volta del cattivo argomento, condiziona per sempre la sua forza alla possibilità di riavvalersene. Questo, però, al momento, sembra non avere alcun peso, l’importante, per oggi, è aver smerdato Salvini, domani si vedrà.
Poi, però, non manca chi è previdente e mette le mani avanti, caso mai domani un tweet di Salvini dovesse molestargli il «quoque»: sappia, il Merda, che un dì Sofri senior salvò un bimbo dall’inferno dei Balcani, e Sofri junior fece la sua parte, andando a prenderlo a Spalato per portarlo a Pisa. Con la qual cosa la ragione umanitaria, almeno sui suoi account, sta in una botte di ferro.
A margine: sul retro del cartello sul quale era scritto «Ama il prossimo tuo» (Mc 12, 31), issato in piazza contro il Merda, di certo non cera «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati» (Mt 6, 1); uso del Vangelo in tutto simile a quello del rosario. 


mercoledì 14 agosto 2019

Può un mostro essere un cretino?




Un minuto dopo averla fatta, la mossa di Salvini già rivela gli estremi della grandissima puttanata. Provocare una crisi di governo, infatti, non gli dà alcuna garanzia di un voto a ottobre, come desidererebbe, anzi, dun botto, lo ridimensiona a capo di un partito che in Parlamento conta solo il 17%, troppo poco per impedire che chi non vuole le elezioni possa avvalersi di strumenti, peraltro costituzionalmente ineccepibili visto che la nostra è una democrazia parlamentare, per procrastinarle anche di molto: così accade che lormai ex alleato di governo riacquisti una centralità persa da tempo, e che le opposizioni, da tempo condannate allirrilevanza, riprendano un senso, e che lo riprenda perfino il Berlusconi che la Lega ha a lungo scansato come un appestato. Né devessere sottovalutato il rischio che la mossa possa portare, anche a breve termine, ancor più col passare dei mesi, a una consistente perdita di consenso da parte di quellelettorato dallestrema fluidità, incline a premiare un leader, e anche subito dopo a punirlo, per ragioni tutte umorali, prima tra tutte la percezione del suo cinismo, che qui, con la dichiarata intenzione di capitalizzare quanto gli è attribuito dai sondaggi, trova ragione della sanzione morale che la plebe non risparmia mai quando si sente usata: la plebe tollera che un demagogo la usi, ma solo a patto che egli sappia illuderla di esserne solo lo strumento, legittimato a decisioni autonome solo quando coincidenti, ma a posteriori, con quelle in grado di dare una risposta a domande a priori inespresse.
Naturale chiedersi: tutto questo non era prevedibile? Per meglio dire: una mossa così gravida di rischi – e di rischi prevedibilissimi – può esser maturata solo sulla spinta del popolo leghista, come sembra suggerire il proprietario del Papeete? «Matteo ha ascoltato tanta gente in spiaggia. E ha avuto la conferma che questo stava diventando il governo dei “No”. Al contrario, noi siamo gente abituata a fare, a concludere, e invece i 5 Stelle ci stavano facendo perdere troppo tempo» (la Repubblica, 13.8.2019): può essere spiegata a questo modo la decisione di stracciare il contratto di governo coi grillini? Stando ai retroscena diffusi a piene mani dalla stampa in questi ultimi mesi, questo tipo di pressione era in atto da parte di molti degli uomini più vicini a Salvini, tutti espressione di quel profondo radicamento territoriale che fa della Lega una micidiale macchina bellica: dovremmo credere che linvito a rompere venuto da Zaia o da Giorgetti, da Fedriga o da Fontana, sia caduto nel vuoto, quando tempi e circostanze lo rendevano sennato, per essere infine recepito, ma in pieno agosto, quando reiterato dal popolo del Papeete? Nulla si può escludere quando la politica si riduce a peristasi e a borborigmi, ma è credibile un Salvini tutto viscerale? In altri termini: non cè un motivo più serio a spiegare un azzardo tanto temerario?
La brevitas imposta da Twitter rende talvolta involontariamente criptici commenti che andrebbero meglio articolati e argomentati, eccomi allora a dover dare un senso al «fossero in arrivo novità sul Russiagate, si potrebbe dire che questa sia una crisi di governo a orologeria per poter dire che le novità sul Russiagate sono a orologeria»: intendevo dire che Salvini potrebbe essersi deciso alla crisi di governo per affrontare guai in arrivo dal fronte della giustizia nella posizione che meglio si attaglia al vittimismo aggressivo che in lui è insieme strategia e tattica. Ma occorre entrare nel merito, che è di scenario a medio e a breve termine.
Siri, Arata, Rixi, ma poi anche Solinas, Fratus e Romeo, e Garavaglia, Molinari e Tiramani. E soldi, i maledetti soldi: i 49 milioni di Bossi e Belsito, i 65 milioni di Savoini, i 480mila euro che non si sa bene a che titolo finiscano nelle mani di una barista, cognata del commercialista della Lega. E, su tutto questo, larrivo della riforma sulla prescrizione: la crisi di governo allenta il cappio che si sarebbe fatto sempre più stretto attorno al collo di troppi leghisti, e tutti troppo vicini a Salvini. Poi cè la poco nota vicenda dellautorizzazione al sequesto dei pc di Siri e di Perini avanzata dalla Procura di Milano, sulla quale la Commissione parlamentare per le immunità ha discusso appena 48 ore prima che fosse presentata la mozione di sfiducia, rimandando al 30 agosto il termine ultimo per le memorie difensive, che presumibilmente non avrebbero incontrato numeri favorevoli. E parliamo di pc i cui contenuti chiarirebbero la natura dei rapporti con Bannon di là dalla mera affinità di amorosi sensi. Com’è evidente, si tratta di congetture, e congetture prossime all’arzigogolo. Personalmente mi ci sento costretto in ossequio alla vulgata che vuole Salvini, oltre che Merda, astutissimo giocatore, pericolosissimo delinquente, spregiudicato opportunista. Non ci fossero urgenze gravi, gravissime, che nel suo caso non riesco a immaginarmi altrimenti che giudiziarie, tentare una spallata al governo Conte, e adesso, sarebbe stato da cretino. E può un mostro essere un cretino? 

venerdì 26 luglio 2019

La serata era deliziosa


La serata era deliziosa, la cena era squisita, la compagnia era tanto, ma tanto, tanto perbenino, di quelle compagnie che, se a qualcuno, e chissà come, scappa un «cazzo!», le signore arrossiscono facendo finta di non aver sentito e i signori esprimono il loro biasimo con leggeri colpetti di tosse. Poi, d’un tratto, quando tutto fin lì era stato pure troppo amabile, perfino con qualche cedimento all’affettazione, e già si era alla crema catalana, copia perfetta della splendida luna piena, la discussione è caduta sull’audiolibro (chi ha avuto la sciagurata idea di farvi cenno l’ha chiamato audiobook, il che sospetto abbia contribuito in modo decisivo a risvegliare le opposte reazioni alla «cosa nuova», di qua la diffidenza prossima al rigetto, di là la curiosità incline all’entusiasmo, sopite anche in chi è un campione di moderazione), e allora la terrazza è diventata un’arena in cui retiarii e secutores hanno dato il meglio dei rispettivi repertori, insomma, è mancato poco che volassero i bicchieri. Per l’audiolibro, poi. E tra personcine che pure su temi irrimediabilmente divisivi non avevo mai visto negarsi preziose formule di reciproca tolleranza confetturate in leziose glasse di carineria.
Ho provato a stemperare la tensione: «Certo che siete tipi strani, sapete? Pro o contro la riforma costituzionale di Renzi – ho detto – tre anni fa qui era tutto un “comprendo, ma...”, “la tua posizione è legittima, tuttavia...”, “hai ragione, però...”. E lanno scorso, quando cè stata la calata dei barbari, a questo stesso tavolo se nè discusso come si trattasse di un acquazzone ad agosto, e pure chi era più preoccupato annuiva a chi, più tranquillo, diceva: “Vabbè, ma quanto può durare?”. Poi, stasera, quasi vi sgozzate su una questione non assai dissimile da quella che negli anni Cinquanta opponeva chi era affezionato alla stilografica e chi preferiva la biro. E sì che qui non guasterebbe affatto un po di tolleranza e di equilibrio...». Parole al vento, perché ho ottenuto solo che lo sgozzarsi avesse una peraltro breve parentesi sulla stilografica e la biro: «Vuoi mettere la varietà del tratto che si esprime nella pressione sul pennino?», ha detto uno; «Sciocchezze, parliamo di scrittura o di disegno?», gli ribatteva un altro; e «sciocchezze» aveva effetto di una rasoiata.
Estromesso dall’accapigliamento per manifesta insensibilità alla portata della questione – se cioè «Proust va sentito con tutti e cinque i sensi, e la lettura li consente, l’ascolto no» o se «Proust è flusso di memoria e nulla meglio di una voce può dargli scorrimento» – mi sono riservato di venirne a parlar qua, con voi che siete gente daltra pasta, e Proust siete capaci di gustarvelo comunque, e senza fare tante storie, in lingua originale e in italiano, in Braille e a fumetti.
E dunque. Comincerei col dire che audiolibro è termine improprio per la genericità di ciò che è «libro»: è ragionevole credere si possa ridare in audiolibro un saggio, un trattato, un manuale, un dizionario? Non scherziamo, neanche su un tablet potranno accostarsi alla resa che ne dà il cartaceo, che lì sopra sarà raggiunta, e a stento, solo da giornali e riviste: l’avanti-e-indietro che impone la lettura di un saggio (di un saggio serio, voglio dire, a dispetto del definire saggi, oggi, le amene chiacchierate di certi talentuosi intrattenitori), il salto di pagine che è inevitabile nella consultazione di un lemmario, lindispensabile ripetizione a blocchi e sottoblocchi che impone la trattatistica, saranno mai consentiti da un file audio? Ma neanche a farsi venire la ialinosi allabduttore del pollice tra stop e replay. Sicché è bello sentir dire: «Dostoevki mi fa tanta compagnia in auto», ma portaci de Saussure, e poi mi fai sapere.
Non audiolibro si dovrebbe dire, ma audioracconto, audionovella, audioromanzo: solo la narrazione (ancor più, la poesia) consente di affiancare, senza pericolosi scollamenti, testo e ascolto, e anche lì non è da escludere che qualcosa possa andar perso a causa della mediazione tutta arbitraria dell’interpretazione data dalla voce narrante, che invece la lettura lascia al lettore, a suo vantaggio o discapito.
Mi si dirà che però con la musica funziona: c’è uno spartito e c’è l’esecuzione, si può tranquillamente scegliere il Bach che si ritiene più fedele alla notazione. Certo, ma quante versioni di Moby Dick abbiamo/avremo in audiolibro per poter compiere la stessa scelta? Un rischio cè, ma – sia chiaro – è giusto venga data a tutti la libertà di correrlo o meno, e questo rischio è che, dopo aver ascoltato una prima versione del Moby Dick, sarà difficile venga voglia di ascoltarne una seconda, e Melville sarà per sempre uguale a se stesso, cioè al Melville ascoltato la prima volta. Così con il riascolto, che non potrà mai consentire un processo di rielaborazione simile a quello della rilettura.
Anche qui prevedo unobiezione: non accade la stessa cosa con la riduzione di un romanzo in un film? Certo, ma romanzo e film rimarranno sempre ben distinti, mentre un audiolibro giocoforza sostituirà il libro da cui è tratto.
E dunque, sì, ci si accosti a Dostoevski come meglio si creda – sempre meglio che perderselo – ma non si pretenda di poter dire, dopo averne ascoltato un audiolibro: «Ho letto I fratelli Karamazov»Non lhai letto: te lo sei fatto leggere, risparmiando tempo ma perdendo altro, e di più.
En passant, sarebbe corretto riconoscere lantecedente dellaudiolibro nella radionovella brasiliana degli anni Quaranta, dichiaratamente destinata «para aqueles que não têm tempo para ler».

martedì 23 luglio 2019

Le parole sono pietre


Coi tempi che corrono, pensare a un Codice della Comunicazione, alle cui regole debba attenersi chiunque voglia prendere la parola nel dibattito pubblico, pena il privarsene del diritto, è più folle che pensare a «unEuropa libera e unita» nel 1941. Più folle, perché le condizioni che diedero vita al Manifesto di Ventotene oggi mancano.
Scrive Colorni, infatti, che la cosa prese vita in un «ambiente deccezione, fra le maglie di una rigidissima disciplina», mossa da «un processo di ripensamento di tutti i problemi che avevano costituito il motivo stesso dellazione compiuta e dellatteggiamento preso nella lotta». In più, cera che, a lui, a Rossi e a Spinelli, «la lontananza dalla vita politica concreta» era imposta dal confino, e dunque quello «sguardo più distaccato», che avrebbe consentito loro di «rivedere le posizioni tradizionali, ricercando i motivi degli insuccessi passati non tanto in errori tecnici [...], quanto in insufficienze dellimpostazione generale», era quanto di necessità virtù. Un altrettale «ambiente deccezione» oggi è inimmaginabile.
A nessuno, infatti, manca il giga necessario per fare – diciamo – «vita politica concreta», e ogni «sguardo più distaccato» è generalmente percepito come imperdonabile insensibilità dinanzi al dovere di schierarsi, nella migliore delle ipotesi, se non come sostanziale solidità col nemico, nella peggiore. In quanto al «rivedere» le proprie «posizioni tradizionali», manco a parlarne: si corre il rischio di essere marchiati a fuoco come opportunisti, conformisti di ritorno, voltagabbana. Intoccabile, poi, è ogni «impostazione generale», se nel parallelo qui proposto così vogliamo definire larmamentario di pregiudizi coi quali si scende in campo, perché mettere in discussione la ragione stessa del twittare pro o contro sovvertirebbe la Weltanschauung che a ogni passero, a ogni corvo e a ogni cinciallegra dà la sensazione di avere occhio di falco, ali daquila e becco di sparviero. Di «rigidissima disciplina», infine, meglio non parlarne in tempi in cui i saggisti hanno pose da romanzieri e, più che articolare concetti, argomentare analisi e sistematizzare tesi, in libricini che raramente superano le 200 pagine frullano citazioni, fatterelli, immagini, suggestioni, con una incoercibile tentazione allintrattenimento.
Ciò nonostante, in ogni dove si è concordi sul ritenere che le parole siano pietre, e che dovrebbero servire a costruire templi e case, a lastricare piazze e strade, piuttosto che ad essere impiegate in brutali sassaiole. Ti avvicini, guardi chi lha detto, e in fronte ha un bernoccolo, e in mano una fionda: piange, sanguina, e intanto prende la mira per restituire il colpo.
Sarebbe ingiusto, tuttavia, farne una questione morale: quando la posta in gioco è uccidere o morire – e poco importa se lo sia davvero o come tale è percepita, perché è la percezione che apre la partita – non si può biasimare che ogni mezzo giustifichi il fine: a fallacia, dunque, fallacia e mezza; mistificazione contro mistificazione, con lattenzione – quando cè – a fare in modo che la mia sia meno scoperta della tua.
E allora a chi potrebbe mai venire la folle idea di credere possibile un Codice della Comunicazione? Solo a chi, come a Colorni, Spinelli e Rossi, è fuori dalla partita. Solo a chi, come loro, nutra lillusione che, affrescata lutopia, a nessuno possa venire in mente di spicconarla. Condizioni incompatibili: chi è fuori dalla partita, lo è proprio perché non nutre più alcuna illusione.