giovedì 13 maggio 2021

Un’allegoria inservibile

 

Davide Racca, Descrizione del dispositivo (partic.) *


 
«Al condannato viene scritto sul corpo,
con lerpice, il comandamento che ha infranto»
Franz Kafka, Nella colonia penale (1914)


«La similitudine non è più la forma del sapere,
ma piuttosto loccasione dellerrore»
Michel Foucault, Le parole e le cose (1966)




1. Michel Foucault apre Surveiller et punir (1975) con la descrizione che la Gazzetta di Amsterdam del 1° aprile 1757 dà del supplizio subìto pochi giorni prima da un tal Damiens, parricida: tenaglie gli strappano brani di carne; nelle ferite così aperte vengono versati piombo, pece e zolfo fusi; poi è smembrato; i suoi pezzi vengono bruciati; le ceneri sono sparse al vento.
È uno degli ultimi supplizi che, nei secoli precedenti, un po dappertutto in Europa, si sono tenuti sulla pubblica piazza: pochi decenni ancora – dice Foucault – e «il corpo suppliziato, squartato, amputato, simbolicamente marchiato sul viso o sulla spalla, esposto vivo o morto, dato in spettacolo, [sarà] scomparso» da quella piazza, perché «la meccanica esemplare della punizione [ha dintanto] muta[to] i suoi ingranaggi: la giustizia non si addossa più pubblicamente la parte di violenza che è legata al proprio esercizio», e, «per effetto di questo nuovo ritegno scrive, dando qui esemplare saggio di cosa sia il «metodo genealogico» di cui è debitore a Nietzsche – tutto un esercito di tecnici ha dato il cambio al boia, anatomista immediato della sofferenza: sorveglianti, medici, cappellani, psichiatri, psicologi, educatori».
Certo, ora la pena mostra «meno crudeltà, meno sofferenza, maggior dolcezza, maggior rispetto, maggiore “umanità”», ma è solo perché, insieme al dispositif punitif che la somministra, è mutato «loggetto stesso dell’operazione punitiva»: «non è più il corpo, è l’anima» («alla espiazione che strazia il corpo, deve succedere un castigo che agisca in profondità sul cuore, il pensiero, la volontà, la disponibilità»). Diremmo che ora il comandamento non si accontenta più di sanzionare la sua violazione, ma vuole essere inciso a fondo in chi lha violato, vuole che il condannato labbia impresso in sé per sempre, che in lui possa essere leggibile a tutti.
Scorrono le pagine, si chiude il primo capitolo (Il corpo del condannato), si apre il secondo (Lo splendore dei supplizi), e il lettore si aspetta che da un istante allaltro, come allegoria di questo dispositif, gli si pari innanzi lApparat, la Maschine, che In der Strafkolonie di Franz Kafka uccide il condannato dopo avergli inciso a fondo nella carne, per dodici lunghe ore, il comandamento che ha violato. Non accade.
Per meglio dire: accade, ma a posteriori. Accade, cioè, che il racconto di Kafka appaia foucaultiano, per esempio, a Edson Passetti (Kafka-Foucault, sem medos – Ateliê Editorial, 2004), a Stefano Marchesoni (Parrhesia e forma-di-vita Nóema, IV-1, 2013), a Micaela Latini (Scrivere la colpa Baig VII, febbraio 2014), a Davide Racca (Nota al testo per la sua traduzione del racconto – Zona Contemporanea, 2015), a Nicolas Bareït (Reading Kafka after Foucault: “In der Strafkolonie” – Revue de Science Criminelle et de Droit Pénal Comparé, II, 2, 2016), a Gabriella Calcagno (La condanna di avere un corpo – operavivamagazine.org, 6.4.2016), ad Alessandro Baccarin (Colonia penale archeologiafilosofica.it, luglio 2017), e chissà a quanti altri, sfuggiti alla mia peraltro rapida ricerca, che ha mosso i passi dal constatare che anche in chi ha più fatto uso della «cassetta degli attrezzi» di Foucault qui in Italia – e parlo di Giorgio Agamben – non vi è alcun cenno a In der Strafkolonie: lungo le 1367 pagine che raccolgono la sua produzione (Homo sacer. Edizione integrale 1995-2015 – Quodlibet, 2018), Kafka viene citato una dozzina di volte, senza che mai neppure un cenno richiami il suo racconto.
Come mai? Non per un rigetto della chiave allegorica come metodo danalisi, evidentemente, perché Agamben la usa spesso, e Kafka non gliene offre poche: con Der Prozeß, con Vor dem Gesetz, con Die Acht Oktavhefte, perfino con i Briefe an Milena. Impensabile, poi, che non abbia letto In der Strafkolonie o che, avendolo letto, possa averlo trovato allegoricamente inerte.
Stessa cosa può dirsi per Foucault, che Didier Eribon ci dice leggesse Kafka «enthusiastically», per giunta in tedesco, accomunato a lui dallinteresse per «the same topics, including alienation, institutional power, the phenomenon of the body, death and authorship, the limitations of literature and language» (Michel FoucaultTheory and Society, XXII, 3, 1993).
Se poi torniamo a Surveiller et punir, dove abbiamo già visto che il dispositif punitif ha una «meccanica» e degli «ingranaggi», troviamo che Foucault insiste pure sulla sua natura «tecnica», tiene a sottolineare che ha lo scopo di essere «marchiante», che il procedimento cui dà vita ha una modalità «rituale», che la sua azione vuole essere «clamorosa»: non vi è piena corrispondenza con la descrizione che Kafka ci dà della Maschine? Dando per scontato che non si tratti di un atto mancato per rimozione, cosa rende inservibile a Foucault (e ad Agamben) lallegoria kafkiana? Per cercare una risposta occorre spostare lattenzione dalla Maschine alla vicenda che le si consuma dattorno. Ma prima, forse, è il caso di chiarire perché fin qui si è preferito parlare di allegoria piuttosto che di metafora.
Entrambe, infatti, si servono dellanalogia per dare unimmagine concreta a unastrazione, ma, a differenza della metafora, lallegoria concretizza questa immagine su un piano che non è quello del mero sensibile: lallegoria mira ad animare lanalogia, a darle una struttura razionale, a conferirle movimento in un contesto narrativo (apologo, favola, mito, parabola), sicché sul piano dellargomentazione, dove è spesa come figura retorica, ovviamente allo scopo di persuadere, lallegoria regge dove la metafora cade. Ma regge se il contesto narrativo le consente il movimento. Bene, la Maschine di Kafka regge come metafora, ma come allegoria cade a tre quarti del racconto, e probabilmente è per questo che Foucault e Agamben rinunciano ad evocarne limmagine: funziona come un dispositif solo fino a un certo punto, poi non più.


2. La Maschine – ha spiegato l’ufficiale al visitatore – «è uninvenzione del nostro vecchio comandante. Io ho collaborato ai primi esperimenti e poi presi parte a tutti i lavori, fino alla fine. Il merito dellinvenzione, però, spetta solo a lui. Ha sentito parlare del vecchio comandante? No? Ebbene, non credo di esagerare, affermando che lorganizzazione di tutta la colonia penale è opera sua. Noi, i suoi amici, cui è nota la complessa organizzazione della colonia, ci rendemmo conto, alla sua morte, che il successore, anche con mille nuovi piani in testa, per parecchi anni non avrebbe potuto cambiare nulla di ciò che era stato fatto. Le nostre previsioni si sono avverate: il nuovo comandante ha dovuto riconoscerlo».
L’ufficiale è, così, garante di una organizzazione di cui la macchina è solo lemblema. Quando infatti il visitatore chiede se il condannato conosca la condanna, l’ufficiale risponde: «Inutile comunicargliela, la conoscerà sul suo stesso corpo»; e quando gli si chiede: «Ma saprà almeno che è stato condannato?», risponde: «Neppure questo»; e ancora, incalzato riguardo a come il condannato abbia avuto modo di potersi difendere: «Non ha avuto nessuna possibilità di difendersi»; e chiarisce: «La cosa sta così. Nella colonia penale, nonostante la mia giovane età, svolgo le funzioni di giudice, perché ho sempre collaborato col vecchio comandante in tutte le questioni disciplinari, e conosco la macchina meglio di ogni altro. Il principio secondo il quale io giudico, è questo: la colpevolezza è sempre indubbia. Altri tribunali non possono seguire a questo principio, perché sono composti da diverse persone, e sono sottoposti a istanze superiori. Ciò non avviene qui o almeno non avveniva quando cera il vecchio comandante. Quello nuovo ha provato a intervenire nella mia attività di giudice, ma finora sono riuscito a tenerlo lontano, e spero di riuscirci anche in seguito».

Il dispositif ha la stessa impenetrabile trama del disegno che nella macchina fa da guida allerpice che incide nella carne del condannato il comandamento che egli ha violato: tanto è intricato il primo, quanto evidente dovrà essere il secondo, ma cè una ratio che sostiene la relatio, ed è quella del potere cieco, ab-soluto, che fa da primum movens alla catena gerarchico-burocratica che lo amministra. «Lautorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto», ci avverte Carl Schmitt (Die Lage der europäischen Rechtswissenschaft, 1950), ma Max Weber ci fa presente che «lesercizio di ogni dominazione, che esiga unoperazione continua di amministrazione, ha bisogno da un lato dellazione umana sottoposta agli ordini di coloro i quali pretendono di essere investititi del potere legittimo, e, dallaltro, di disporre, mediante questa subordinazione, [...] di un corpo di amministratori e dei mezzi materiali per lamministrazione» (Politik als Beruf, 1919). Lufficiale incarna appunto questa inderogabile istanza: è Apparat non meno di quanto lo sia la macchina. Ma cosa accade nel racconto di Kafka?
«Il processo e lesecuzione che lei ha loccasione di ammirare dice lufficiale al visitatore – non trovano più, nella nostra colonia, un solo aperto sostenitore. Io sono il loro unico difensore e insieme lunico legatario delleredità del vecchio comandante». Col nuovo comandante è tutta unaltra storia, lufficiale ne è cosciente, e sa cosa aspettarsi. «Ieri le ero vicino, quando il comandante la invitò. Sentii le parole dinvito. Conosco il comandante, capii subito a cosa mirava. Benché abbia autorità sufficiente per agire contro di me, ancora non ha avuto il coraggio di farlo. Vuole invece sottopormi al suo giudizio, al giudizio di un illustre straniero. Il calcolo è sottile: lei si trova nellisola da due giorni, non conosceva il vecchio comandante né il suo modo di pensare; ragiona secondo i princìpi europei, magari è un deciso avversario della pena di morte in generale e di simili esecuzioni meccaniche in particolare [...] Considerato tutto questo, pensa il comandante, è molto probabile che lei non approvi il mio procedimento. E se non lapprova, continua a pensare il comandante, non passerà la cosa sotto silenzio, perché lei è un uomo che ha il coraggio delle sue opinioni. Ha visto e imparato a rispettare i costumi di molti popoli, non si esprimerà contro questo procedimento con la violenza di cui darebbe prova nel suo Paese: ma il comandante non chiede tanto. Basta lasciarsi andare una parola di sfuggita. Non è necessario che risponda alle sue convinzioni, basta che sembri favorire la sua tesi. Sono sicuro che linterrogherà ricorrendo ad ogni astuzia. [...] Lei dirà, mettiamo: “Da noi la procedura è diversa”, oppure: “Da noi si usa interrogare laccusato, prima di condannarlo”, oppure: “Da noi ci sono altre pene oltre a quella di morte”, oppure: “Da noi le torture sono esistite solo nel medioevo”. Considerazioni, ai suoi occhi, tanto rispondenti a verità quanto naturali, considerazioni inoffensive, che non toccano il mio sistema. Ma come le interpreterà il comandante? Mi sembra di vederlo, il buon comandante, respingere la sedia e correre al balcone [...], mi sembra di sentire la sua voce: “Un grande esploratore dellOccidente, incaricato di studiare lordinamento giudiziario dei vari paesi, ha detto un momento fa che i nostri provvedimenti giudiziari sono inumani. In seguito al giudizio di una tale personalità non mi è più possibile, naturalmente, tollerare questa procedura. Da oggi in avanti ordino...”. [...] Arrivati a questo punto, le chiedo: mi appoggi nei confronti del comandante!».

L’appoggio che l’ufficiale chiede al visitatore è in apparenza anodino, ma in realtà mira a depotenziare la funzione di pretesto che il visitatore può dare al comandante: «Io non le chiedo di mentire, nemmeno per idea. Basta che lei risponda con poche parole, per esempio: “Sì, ho visto lesecuzione”, oppure: “Sì, ho ascoltato tutte le spiegazioni”. Solo questo, niente di più». Ma il visitatore si dichiara indisponibile: «Sono un avversario di questa procedura. Prima ancora che lei mi provasse la sua fiducia, fiducia di cui non abuserò in nessun caso, mi ero chiesto se avevo diritto di intervenire contro questa procedura, e se il mio intervento aveva una probabilità, sia pur minima, di successo. Non avevo dubbi sulla persona alla quale dovevo prima rivolgermi: era il comandante, naturalmente. Lei mi ha solo confermato nel mio convincimento, ma, ripeto, ero deciso in precedenza: lonestà delle sue idee mi tocca, anche se non può distogliermi dal mio proposito. [...] Dirò al comandante il mio pensiero sulla procedura, non in una riunione, ma a quattrocchi», con ciò sottintendendo: eviterò che ciò che penso possa essere usato contro la procedura (offrendomi al comandante come pretesto per abolire ciò che fin qui non ha voluto abolire pur avendone il potere); ma eviterò anche che ciò che penso possa essere usato in favore di essa (facendo in modo che la mia indifferenza costituisca un ulteriore freno).
È qui che la possibile allegoria implode, con una delle improvvise e sconvolgenti torsioni che Kafka imprime così spesso alla sua narrazione: lufficiale grazia il condannato e, dopo aver riprogrammato il comandamento che lerpice dovrà incidere (stavolta è «Sii giusto»), si stende sul lettino della macchina e le dà avvio. Ma qui, allimplosione dellallegoria corrisponde lesplosione della macchina, dalla quale quasi subito schizzano fuori ad una ad una le ruote degli ingranaggi, fino a quando «lerpice si alzò di fianco, con il corpo trafitto, come faceva soltanto nella dodicesima ora». Così, «il movimento conclusivo [quello programmato a scaricare il cadavere nella fossa destinata ad accoglierlo] non riuscì, il corpo non si staccò dai lunghi aghi; il sangue continuava a fluire, e quello rimaneva sospeso nella fossa, senza cadere. Lerpice sembrò voler tornare nella sua posizione normale, poi, quasi sentisse di non essere ancora liberato del suo carico, rimase sopra la fossa»; e lì il cadavere resta, inchiodato allApparat cui era tanto affezionato, con un comandamento inciso addosso che il sangue non consente di leggere.


3. Pare evidente che non è questo il modo in cui funziona un dispositif punitif: non si ha contraddizione interna al suo impianto; la linea gerarchico-burocratica che lo amministra non ha inerzie; a un ufficiale addetto al suo funzionamento non capiterà mai un infortunio da arroseur arrosé. Come metafora, la Maschine funziona; come allegoria, no. E probabilmente è questa la ragione per la quale in Foucault (e in Agamben) non se ne ha traccia.




* Come molte altre immagini riprodotte su questo blog, anche questa è tratta da una pagina Internet (https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Descrizione-del-dispositivo.jpg): qualora la sua riproduzione violasse eventuali diritti dautore, prima di far calare lerpice, si abbia la grazia di comunicarmelo (luigicastaldi@gmail.com) e sarà prontamente rimossa.

martedì 4 maggio 2021

Nella realtà dei corpi e delle menti




«Le macchine desideranti sono sempre lì,
ma non funzionano più che dietro il muro dello studio...
Loro, nondimeno, continuano a fare un chiasso del diavolo...»
Gilles Deleuze e Félix Guattari, Lanti-Edipo (1972)


Lo stupro è un crimine odioso. Tanto più odioso, quando a compierlo è un branco, caso in cui la gravità del reato è tale da rendere pressoché impossibile far differenza tra chi materialmente lo commette, chi in qualsiasi modo lo favorisce e chi, presente al fatto, non fa nulla per impedirlo. Ne consegue che per un crimine del genere la pena debba necessariamente essere assai severa. Solo un giudice, tuttavia, può comminare questa pena, e solo a conclusione di un processo penale, che l’art. 111 della Costituzione vuole sia «regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova» (un «contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità»), sicché viene spontaneo chiedersi a quale altra fonte del diritto possa ispirarsi chi sostiene che, a fronte di unaccusa di stupro, a dispetto dell’art. 27 della stessa Costituzione («Limputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva»), debba invece valere la presunzione di colpevolezza, perché «lonere della prova non spetta affatto alla donna che denuncia una violenza di questo tipo» (Michela Murgia – Ottoemezzo, 28.4.2021), sennò «dove andiamo a finire se ci vogliono le prove?» (Dacia Maraini – DiMartedì, 20.4.2021). Me lo son chiesto e lì per lì non ho saputo darmi una risposta. Poi, però, ho letto Leonardo.

Leonardo scrive«Se oggi su un social qualsiasi incontrassi un tizio che dice: eh ma magari la ragazza allinizio con quei quattro ci voleva stare, cioè come facciamo a escludere che non ci fosse andata apposta, che la cosa le interessasse? Se io senza sapere nulla di un tizio così lo sentissi dire una cosa del genere, in pochi secondi già avrei formulato unipotesi sulla sua età (16 anni), sulla sua cultura (assai debole), sulla sua estrazione (non ricca) e pure la prognosi: meno porno, ragazzino. Nel frattempo però starei anche rivelando la mia formazione, la mia estrazione, la mia cultura ecc... Poi, siccome sono io, ci metterei assai poco a passare dal caso specifico a quello generale, cioè ma questi ragazzini davvero possono crescere convinti che una ragazza si ficchi in una situazione del genere per divertimento? ma davvero non è che cè troppo porno in giro, non è che in queste giovani generazioni non stia per caso saltando la percezione comune della sessualità, di cosa è accettabile e no, di cosa è piacevole o no?».

È evidente che Leonardo dia per scontato che una donna non possa in alcun modo desiderare di avere rapporti con quattro uomini, e al riguardo esprimere un libero, consapevole e responsabile consenso. Per meglio dire, potrà pure desiderarlo, potrà pure esprimere il suo consenso, ma in nessun caso, poi, potrà pentirsene il giorno dopo, due settimane dopo, tre mesi dopo. Se infatti può ritirare il suo consenso mentre è alle prese con quei quattro e, a non prenderne atto, quei quattro diventano di fatto stupratori – su questo, credo, mi pare che chiunque debba onestamente convenire – non è materialmente possibile che possa ritirarlo il giorno dopo, due settimane dopo, tre mesi dopo. Cioè, può pure farlo, ma quando il fatto si è già consumato, e qui mi pare che chiunque debba onestamente convenire che i quattro non possono diventare stupratori a posteriori: per condannarli è giocoforza necessario avere prova che il consenso non si sia mai dato o sia stato ritirato nel mentre si consumava il fatto. Ed è qui che entra in gioco la Costituzione, che non è stata scritta da un sedicenne ignorante, poco abbiente e parecchio segaiolo, e che per una condanna vuole appunto questa prova, la quale non può esaurirsi nell’accusa che la donna muove a quei quattro.

Ma questo è quanto detta la logica del cosiddetto «giusto processo», che evidentemente confligge con quella certa formazione, quella certa estrazione, quella certa cultura, che Leonardo le contrappone: stessa formazione, stessa estrazione, stessa cultura della Murgia e della Maraini, sarei portato a credere. In questa sfera etico-estetica, che sociologicamente corrisponde alla nota bolla di presunzione di superiorità morale e culturale di certa sinistra, una donna che desideri avere rapporti sessuali con più uomini contemporaneamente, trattata come un oggetto, perfino essere umiliata, non può esistere altrove che nell’immaginario pornografico, proiezione di una sessualità rapace di schietta impronta maschilista e dal fondo chiaramente misogino. Fatto sta che questa donna esiste anche fuori da questo immaginario, nella realtà dei corpi e delle menti, e, a dispetto di chi non sa farsene una ragione, basta un consenso a che i suoi desideri abbiano realizzazione. Il fatto che Leonardo non l’abbia mai incontrata non vuol dire non esista.