mercoledì 19 maggio 2021

Povero Zoro!

 



Non guardo Propaganda live da mesi, dunque ho dovuto recuperare su rivedila7 la puntata andata in onda venerdì 14 maggio, che solo grazie ai commenti di chi seguo su Twitter ho appreso fosse stata disertata da Rula Jebreal, invitata a parlare dellennesimo riacutizzarsi del perenne conflitto tra israeliani e palestinesi, ma non più disposta a farlo dopo aver saputo di essere la sola donna ad essere ospitata in quella puntata. Impegnato comero in un delizioso weekend su unisoletta covid free, però, non ho potuto recuperare la puntata prima di lunedì sera, e qui non metterebbe conto di parlarne, se non fosse che quanto è parso interessante a me, ascoltando il monologo di Diego Bianchi che apriva la serata, non è parso degno di nota a chicchessia.
Si è rilevato, infatti, che il suo imbarazzo fosse assai piccato, e che solo il rispetto per la propria reputazione, così faticosamente costruita con tanti furbi ammicchi e tante sapienti leccatine, lo trattenevano dal dare della stronza alla Jebreal.
Non è sfuggito, parimenti, quell«a me non piacciono i social», che, detto da chi ci costruisce sopra tre quarti di trasmissione, suonava alquanto grottesco. Tutto giusto, certo, ma non mi è parso sia stato questo lessenziale.
Lessenziale, a mio modesto avviso, è stato che lincidente ha finalmente sciolto tutte le ambiguità sulle quali Diego Bianchi ha saputo fino a quel punto reggere da scaltro equilibrista. Rivelatori, in tal senso, sono stati alcuni termini cui è ricorso in quegli otto lunghissimi minuti di excusatio.

Ha esordito in questo modo: «È stata una settimana decisamente pesante, impegnativa, sul fronte degli avvenimenti, della storia che si fa, e anche di chi ovviamente cerca in qualche modo, con gli strumenti che ha, di raccontarla. Noi ci siamo preparati per tutta la settimana, come sempre, per questa puntata, e poi, a un certo punto, è successo che, nellassurdità del momento, oggi la notizia siamo diventati noi, e questa cosa francamente sorprende. Diciamo che a noi piace rincorrere le notizie, scoprire le notizie, dare le notizie: essere la notizia già meno».
Mettendo da parte lepica che accomuna, nella fatica, «la storia che si fa» e chi la racconta, Propaganda live ha mai dato una notizia? Ne ha mai «scoperta» una? Le «rincorre», questo sì, e, soprattutto, le commenta. Per meglio dire: fa suo il commento che su una data notizia dà il volto noto che è ospitato dalla trasmissione o il tweet scelto nella marea di tweet che l’hanno commentata. Nell’uno e nell’altro caso, come è ovvio, la scelta è legittimamente insindacabile, d’altronde, almeno fino a quando l’ho seguita io, Diego Bianchi ha più volte tenuto a far presente: «Questa trasmissione è mia»; anche in questa occasione, peraltro, ha precisato: «La scelta dei nostri ospiti non è mai neutra. Su questo palco non salgono i politici, per determinati motivi, ma soprattutto non salgono neppure certi pensieri che voi vedete giustamente rappresentati nei talk show».
Una trasmissione, dunque, che, seppure con l’espediente di dar voce a questo e a quello, sostanzialmente esprime una linea editoriale e una linea politica. Fin troppo manifeste, direi, oltre che fortemente motivate, visto l’armamentario messo in campo contro gli avversari, offerti a un pubblico assai fidelizzato come oggetto di esecrazione, differita in feroci prese per il culo, che quasi sempre mirano a farsi tormentoni, per acquistare la viralità del meme.

Una trasmissione propagandistica, dunque, come d’altronde il titolo rivendica, e con fierezza si potrebbe dire, se non fosse che, a suo tempo, quando Gazebo si spostò da Rai3 a La7, la scelta di chiamarla Propaganda live, fu dichiaratamente ironica, a rigettare l’accusa che proprio in quel senso le era stata mossa: «Per non dare ragione a Salvini – disse Diego Bianchi – si fa quello che vuole Salvini». Aveva ragione Matteo Salvini, dunque, ma doveva aspettare quattro anni per vedersela pienamente riconosciuta da un Diego Bianchi senza più alcuna possibilità, e forse neppure voglia, di schermirsi schernendosi. Senza più neppure necessità di farlo, poi, visto che la sua trasmissione ora va in onda da un’emittente privata, e col tempo ha maturato i crediti di cui gode ogni marchettificio culturale del Belpaese, protetto dalla rete di interessi in cui è riuscito a crescere e irrobustirsi.
Interessi che qui sono riusciti a estendersi in più campi: Propaganda live può promozionarti il libro o il disco, se sei un vip, ma può pure darti quindici secondi di notorietà, se sei un anonimo account su Twitter; può promuovere ad opinionista un comico e ripescare dal dimenticatoio un cantante in voga mezzo secolo fa; può preparare il ritorno in campo di Enrico Letta facendogli fare il Vaso degli Esteri e creare il clima più favorevole al giudizio che un tribunale dovrà emettere su Mimmo Lucano; può strizzare un occhio ai centri sociali con un’intervista a Zerocalcare e fare una leccatina al culo di Sergio Mattarella con una striscia di Makkox, il genio. Scampoli di potere, è ovvio, peraltro esercitato in una nicchia relativamente angusta, ma quanto basta a nutrire ambizioncine e carrierucce, rafforzando la certezza di essere referenti di unarea.

Quale sia larea di cui un Diego Bianchi può avere avuto modo, più o meno a buon diritto, di credersi referente, non è un mistero: è quella che, pur con sempre minor consenso in Italia, esprime la ben nota presunzione di superiorità morale e culturale di certa sinistra, che proprio a questa sua irrinunciabile presunzione deve le sue più cocenti sconfitte.
Accade, infatti, che si inviti in trasmissione il sindacalista di colore che si batte contro lo sfruttamento di immigrati pagati poco e in nero per raccogliere pomodori in Puglia, e a chiudere lintervista ci sia lo stacchetto musicale della band il cui leader è quel ristoratore che fa lavorare una ragazza senza un regolare contratto e, quando quella ha da ridire, la liquida con lepiteto di «pazza incattivita dalla vita».
E lì, a «rincorrere la notizia» trovi un altro, e la notizia sei tu, e a contorno ti stanno gli artisti che hai promozionato, qui in riconoscente difesa del musicista-ristoratore, uno dei «tre o quattro amici» che alla tua trasmissione collaborano da anni, e che dunque della trasmissione sono espressione almeno quanto te: puoi cavartela dicendo che questo ti «piace meno»?

Poi, e sè già detto: «A me non piacciono i social». Paradossale, sè già detto pure questo, ma perché? In sostanza, perché dei social non puoi sempre servirti come vuoi. E qui la riflessione è costretta a esorbitare in domande che su queste pagine ho già posto, e che oggi ritornano: ma un vip che twitta, che apre una pagina su Facebook o su Instagram – esattamente – cosa vuole? Che cerca? In altri termini: cosa muove uno scrittore, un attore, un politico, un giornalista, un cantante ad offrirsi, almeno nelle intenzioni, all’interlocuzione sul web? Non dovrebbe essere affetto dalla smania che consuma il volgo alla disperata ricerca di un’occasione per affiorare con la punta del naso dall’anonimato e per dar sfogo in questo modo a frustrazioni di ogni sorta.
Tanto meno mancano occasioni di socializzare, al vip, anzi, quasi sempre ne ha di eccezionali, quantitativamente e qualitativamente. Insomma, non sta sui social per vincere la solitudine. Né lo fa perché gli mancano opportunità di comunicare: a differenza di chi ha solo il web per aprir bocca, a uno scrittore, a un attore, a un politico, a un giornalista, a un cantante sono offerte di continuo mille occasioni per esprimere opinioni e giudizi. E allora? Cos’è che spinge un vip a darsi pubblicamente, oltre che in cambio di un compenso, quando lavora, anche così, a gratis? Dalla prontezza a retwittare ogni complimento a loro indirizzato, ogni dichiarazione di stima o di simpatia, ogni dimostrazione di ammirazione o di affetto, si potrebbe supporre sia per vanità, ipotesi che non vacilla neppure al constatare che spesso i vip retwittano anche gli insulti ricevuti, perché si sa che i meccanismi della vanità spesso sono perversi.

Mera ingordigia di attenzioni, si direbbe, travestita però da quel bisogno di contatto col pubblico che fa tanto democratico e alla mano, e che perciò è un efficace strumento di autopromozione professionale, oltre che di fidelizzazione dei fan. Salvo imprevisti, tuttavia, comè nel caso in cui larea di cui ti credevi referente si spacca, e una parte, dimprovviso, trova condivisibili le ragioni che hanno portato Rula Jebreal a rifiutare il tuo invito, e poco convincenti le tue spiegazioni.
Povero Zoro, povero equilibrista, si capisce lo sbandamento, si capisce la vertigine! Si capisce, dunque, pure il suo farsi forza dicendo: «Qui non cade nessuno». Unico momento di vero pathos in otto minuti tutti da ridere.

7 commenti:

  1. Sapelli aveva impiegato tre secondi, non otto minuti, per esprimere lo stesso concetto. E, molto chiaramente, la frase sintetica era nella mente di Zoro. Riflettiamo dunque sugli effetti nefasti dell'autocensura.

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  2. Facile dare le colpe al fotografo quando la nostra immagine non ci piace; ma quando è uno specchio che ci troviamo di fronte all'improvviso a restituircela, la reazione può facilmente essere scomposta, e le posture e gli atteggiamenti che assumiamo per sembrare migliori ci rendono inevitabilmente più ridicoli e penosi.
    Questo è quello che è successo al povero Zoro, che può andarlo raccontare ad altri che non ama i social, non a chi frequentava i blog quando lui era il pioniere dei video blogger, lustri fa; Rula Jebreal, con modi e tempi discutibili, lo ha messo di fronte ad un suo limite, inconsapevole, presumo, e lui, invece che incassare e rifletterci su, ha messo su una difesa che si è rivelata peggiore dell'accusa.
    Delle tante, a mio parere la più grave, rimbeccata prontamente dalla giornalista, è quella che la scelta sulla base della competenza sarebbe la causa dello sbilanciamento nel genere degli ospiti, che in un linguaggio più crudo sarebbe come dire: "Non è colpa nostra se siamo razzisti, è colpa loro che sono negri!"

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  3. mah, la Rula ha giocato la solita e unica carta che ha: la pussy;
    e Zorro , anche lui, l'unica che ha : noi semo noi e al massimo siamo amici che errano e il contraddittorio va bene solo quando lo faccio io.
    A sto punto poteva fa finta de niente , ma bisogna pure passare il tempo

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  4. Il contraddittorio che avrebbe potuto offrire Rula Jebreal è quello di una ex fisioterapista, diventata nel tempo nerista sul Resto del Carlino edizione Bologna, poi compagna di qualche artista meno famoso e di qualche altro artista più famoso, indi di un banchiere, indi di chissà chi altro, ex componente dei Pink Floyd compreso . La vidi moderare un confronto Fini/ D'Alema alla Festa dell'Unità di Pesaro nel 2006: la tapina si mise a litigare con qualcuno che stava sotto al palco per circa mezz'ora, sicché i due politici si lanciarono uno sguardo di intesa e si auto-moderarono con discreto risultato. Secondo me tutti quanti si erano già accorti di ciò che la ragazzotta era: una persona di scarsi studi e di bella presenza, con quel poco di esotismo che rendeva le sue stramberie su Israele quasi glamour e poteva elevarla dal già scritto ruolo di groupie o party girl. Interessante che ancora la invitino da qualche parte, ed ancor più interessante il fatto che la ragazzotta abbia capito che, ormai, può far parlare si sé solamente dandosi bandita con motivazioni surreali.
    Stia bene, sempre utile passa di qua.
    Ghino La Ganga

    P.s. Zoro, alla fine, è una versione di Rula Jebreal con ancor meno studi e molto meno glamour. Infatti non è mai stato non dico con un banchiere, non dico con un ex Pink Floyd, ma neppure con un componente della tribute band dei Pink Floyd. Poraccio.

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  5. La nascita di Zoro è legata ad una triste e meschina azione partitica, un abuso privatistico ai danni di RAI e cittadini: con l'avvento di Mario Monti (austerità prima richiesta prepotentemente e poi condannata) il PD ha sostituito la satira graffiante dei Guzzanti, e di altri attori di indubbio valore artistico, con lo sfottò consolatorio di Diego Bianchi (con la sostanziale omertà e complicità di Serena Dandini). Così è nato Zoro, grazie a una botta di fortuna e ad una porta aperta mentre si spingevano gli altri giù dalla finestra. Col senno di poi, osservando i programmi successivi, conoscendo i burocrati (a cui comunque Zoro ha leccato il cubo), credo abbiano poi accompagnato gentilmente il Bianchi alla finestra per far entrare i giornalisti per costruire il nuovo intrattenimento. Tutto questo in nome del diritto alla satira e alla libertà, ovviamente!, il giorno prima di venire soffocata e sparire per sempre dalla rete e dal pluralismo.

    Una gravissima violenza che avevo anche messo in evidenza su diversi blog, tra cui quello dell'Espresso (ma anche Gilioli faceva abilmente orecchio da mercante perchè non ne ha mai parlato pur scrivendo tutti i santi giorni), e che mi avevano spinto a non votare più quel partito. Considerando comunque che gli autori di quella trovata geniale oggi sono in LEU, prima che arrivasse Renzi e il peggio del peggio, come sappiamo.
    Forse la satira non era poi così inutile.

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  6. poro zoro, rula è simpatica e competente quanto boldrini o mario giordano

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