domenica 3 gennaio 2021

«Per fare del bene puoi usare qualunque metodo»

 

Cè un punto in SamPa, la docuserie di Netflix di cui tanto si parla in questi giorni, in cui Vincenzo Muccioli dice che quel che fa, coercizioni e punizioni comprese, non torna a vantaggio solo del tossicodipendente, ma anche della società: lasciare che un eroinomane continui a bucarsi vuol dire mettere in conto che compierà reati per pagarsi il buco, quindi usare le maniere forti con un drogato, se è il caso, non significa soltanto salvare lui dal degrado umano, ed eventualmente da una letale overdose, ma anche salvare la vecchietta che da lui potrebbe essere scippata della pensione, procurandole eventualmente un trauma cranico e la morte.

Niente è uguale a nientaltro, è ovvio, però a me pare che la cosa valga anche per lobbligo vaccinale: costringere qualcuno a vaccinarsi contro la sua volontà non salva solo lui dalla patologia infettiva che potrebbe ammazzarlo, ma protegge anche la società da un potenziale untore. Insomma, chi è a favore dellobbligo vaccinale potrebbe a buon diritto far propria la filosofia di San Patrignano, che dà risposta affermativa alla domanda che chiude lintro prima dei titoli di testa del primo episodio della docuserie: «Per fare del bene puoi usare qualunque metodo?». Anche volendo fottertene del drogato, che comunque ingrassa la delinquenza organizzata e ruba un posto in terapia intensiva a chi ha un infarto o un ictus, pensa alla povera vecchietta: come fai a dire no? Daltronde è il tossicodipendente che ha liberamente scelto di entrare a farte della comunità di San Patrignano, con ciò impegnandosi a condividere il concetto di bene che vige lì dentro: non è lo stesso impegno cui è tenuto un no-vax per la semplice ragione di voler vivere in una società che a stragrande maggioranza ritiene che vaccinarsi sia un bene?

Per il suo bene, per il bene della società, deve essere costretto a vaccinarsi contro la sua volontà. Ovviamente non lo incateneremo nella porcilaia, come Muccioli faceva con chi voleva sottrarsi alla regole di San Patrignano, ma qualche punizioncella, qualche coercizioncella, via, che male gli può fare? «Per fare del bene puoi usare qualunque metodo», basta non esibire con troppa sfacciataggine il Muccioli che hai dentro. A chi solleva qualche obiezione facendo appello allart. 32 della Costituzione («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario...»), rammenta che la frase è monca (subito dopo cè scritto: «... se non per disposizione di legge») e che lo stesso articolo contempla la salute come «interesse della collettività», però tieniti pronto a dichiararti contrario alle misure punitive e coercitive che a Wuhan hanno fatto sparire il virus: confuciano dentro sì, ma il guardaroba sia da progressista, con ampia libertà per gli accessori (meglio quelli liberali, ma vanno bene pure quelli cattocomunisti).


Nota

Nel post qui sotto ho citato lOlivier Babeau che nei social vede «macchine per produrre pensiero estremo, emarginare sfumature», rendendo impossibile ogni «discorso contrario alla doxa» degli opposti schieramenti: «Dubitare è opporsi. Mettere in discussione è criticare». Il dibattito pubblico in questi ultimi mesi ne ha dato ampia prova, laddove ce ne fosse bisogno: se ti permettevi di dire che indossare la mascherina anche se eri in auto, e da solo, più che un commovente esempio di senso civico, eri un po fesso, passavi per no-vax; e per no-vax passavi pure se contestavi la perniciosa infodemia dei servizi televisivi in cui la barella scorreva au ralenti e in sottofondo andava lo straziante Adagio di Samuel Barber; in compenso, però, se ti dicevi pronto al vaccino anti-Sars-CoV-2, passavi per uno sul libro-paga di Big Pharma; per tornare ad essere considerato un no-vax se ti azzardavi a esprimere un dubbio sulleffettivo controllo della catena del freddo nella distribuzione del vaccino della Pfeizer, pur premettendo di aver effettuato più di una dozzina di vaccini nel corso della tua vita. In questo quadro, non mi attendo che in questo post si sappia correttamente leggere la pur evidente ironia; ma nemmeno mi attendo che, anche sapendola leggere, le obiezioni siano correttamente argomentate. Tanto valga a preventiva spiegazione del perché i commenti impertinenti saranno cestinati.


Vent’anni dopo

 



Stavo qui a leggere questo splendido volumetto della Quodlibet – La situazione della scienza giuridica europea di Carl Schmitt – e a prendere appunti per scriverne qualcosa su queste pagine, quando mia moglie è entrata col vassoio – spremuta darancia, caffè, Losartan per la pressione, Cholecomb per il colesterolo – e parodiando il Buck Malligan dellUlisse di Joyce – ogni domenica mattina è così, va avanti da almeno due o tre anni – ha detto: «Introibo ad altare Dei», al quale mi tocca prontamente rispondere, e guai a me se non lo faccio: «Stately, sì, my darling, ma niente affatto plump!». Ricevuto il consueto bacio per il così estorto complimento alla sua invidiabile linea, di solito va via, per farsi viva solo due o tre ore dopo, di solito per mandarmi in giro a fare commissioni. Non oggi. Oggi, posato il vassoio, si è accesa una sigaretta, sè sdraiata sul divano e mha detto: «Oggi fanno giusto ventanni, ricordi?». Qui sono andato in panico, perché scordarsi di un anniversario, qui da noi, è colpa che impone durissima punizione. Un ventennale, poi. Tremando un po, ma pronto a espiare quello che cera da espiare, ho chiesto: «Cosè accaduto il 3 gennaio del 2001?». «Non hai un grammo di sensibilità», mi fa, che detto da una Capricorno a un Cancro, capirete, potrebbe pure far sollevare qualche obiezione, ma qui ero in difetto e ho taciuto. «Il 3 gennaio 2001 – fa – abbiamo preso Evaristo». Giusto, cazzarola, come ho potuto scordare Evaristo? Forse ha ragione lei, sono proprio una bestia. Evaristo è stato un momento cruciale della nostra vita, al punto da poter parlare di un «prima di Evaristo» e di «dopo di Evaristo»«a.E.» e «d.E» – e io che faccio, dimentico quando è entrato in questa casa?

Il mio lettore – comprendo – si starà chiedendo chi sia Evaristo: è giusto dargli una risposta, ma è necessaria una premessa. Mia moglie è solita dare un nome agli oggetti che acquistiamo, probabilmente è un modo per sentirli veramente suoi, non ho mai voluto approfondire la questione, perché la convivenza è fatta innanzitutto di rispetto e di delicatezza per le manie, i tic, le fissazioni di chi ti sta accanto giorno e notte, sennò alla lunga non funziona. Così, puoi tranquillamente mandare a cagare un Mantellini che degli oggetti scrive che «ci rimangono accanto per anni... improvvisamente scompaiono dalla nostra vista... non sappiamo se ci hanno abbandonato per sempre, se torneranno, se là dove sono ora mantengono qualcosa di noi...», ma con una moglie come fai? Non puoi, via, daltronde mia moglie non pretende che questo suo modo di sentire gli oggetti le conferisca qualità particolari, tanto meno una qualche superiorità intellettuale e men che meno morale: quando dice «non hai un grammo di sensibilità», si capisce che si schermisce. Mantellini no, Mantellini è convinto che luniverso delle sue manie, dei suoi tic, delle sue fissazioni stia in cima alla piramide dei sentimenti, della morale, della cultura, e in quel fortino sta asserragliato, scagliando dai bastioni i suoi lamenti e le sue invettive sui barbari che ritiene lo stiano assediando. Ricordate la Maria Elena Boschi che piangeva allindomani delle elezioni politiche del 2018, «non per la maldestra perdita di uno scudetto, e neppure perché finisce il sogno politico di questo Pd e della sinistra dei quarantenni, ma perché finisce un mondo che è fatto di letture e buone maniere, di educazione e di civiltà» (la Repubblica, 6.3.2018)? Stessa cosa, ma il Mantellini si ritiene più sexy.

Ma dove eravamo rimasti? Ah, sì, a Evaristo. Bene, Evaristo è il primo pc entrato in questa casa, e rammentarmi che oggi ricorre il ventennale di quellevento per mia moglie ha significato particolare, perché fa link con tutte le mie irrevocabili decisioni puntualmente revocate, in primis con quella che presi entrando nella casa dove ho traslocato dopo la separazione dalla mia ex moglie: «Qui nessuna donna dormirà per due notti di seguito». Decisione revocata dopo meno di un anno: «Perché non vieni a vivere qui?», chiesi a Brunella. E lei disse di sì. Il retropensiero era: «Io ne ho un po meno di 43, lei ne ha un po’ più di 20: quanto può durare?». Più di quanto prevedibile, è evidente. Così con Evaristo: «Sia chiaro: in questa casa non entrerà mai un computer!»; e quattro mesi dopo gliene regalavo uno a Natale, le era indispensabile per studiare; per lanciargli uno sguardo torvo ogni volta che gli passavo davanti, anche quando era spento; per poi, un giorno, sedermi alla tastiera e cominciare, come si diceva allora, a «navigare».

Sono arrivato relativamente tardi al web, dunque, questaltro ventennale dovrebbe chiudersi a giorni, il che fa capire quale sia la durata media delle mie irrevocabili decisioni. La cifra tonda dovrebbe spingermi a raccontare, così si usa, ma onestamente la voglia manca, perché per mettere mano a tutto il materiale che sè venuto ad accumulare mi ci vorrebbero altri ventanni. Potrei tagliar corto con un resoconto generico, ma, come è già accaduto, finirei per impastare le mie personali impressioni a tutto ciò che ho letto sul web da ventanni a questa parte, dalle entusiastiche aspettative che ha sollecitato nei più ingenui alle brucianti delusioni che ha riservato anche a chi non ci sperava troppo che fosse la straordinaria occasione per emancipare le masse e fin da subito metteva in guardia riguardo ai limiti, ai rischi, ai pericoli. Per quanto mi riguarda, non mi sono mai fatto illusioni: il web è una realtà parallela, che in gran parte riproduce la vita di relazione che abbiamo fuori dallo schermo del pc, ma gonfiando a dismisura certi aspetti e sgonfiandone altri, con ciò apparentandosi alla pornografia rispetto al sesso, il che è evidente soprattutto nelleccessiva importanza che ci diamo quando scendiamo in questa agorà virtuale.

Qualche giorno leggevo su Il Foglio quel che Olivier Babeau diceva riguardo alla rivoluzione digitale che ha così prepotentemente segnato il nostro ingresso nel terzo millennio. Diceva – mi scuso per la lunghezza dei virgolettati, ma credo ne valga la pena – che «Internet ha tradito la sua vocazione e il suo manifesto originari. Avrebbe dovuto portare a un mondo unificato e parificato. Avrebbe dovuto cancellare le differenze. Aprendo le porte all’innovazione, alla mobilità sociale e alla comprensione, avrebbe dovuto dare a ogni azienda, individuo e paese i mezzi per la propria emancipazione e sviluppo. Che disillusione! Tutto è a portata di clic. Ma la conoscenza, ad esempio, non è facilmente accessibile. La tecnologia digitale ha abolito gli intermediari, ma ha eretto enormi barriere che tagliano in due il mondo. Abbiamo una divisione dove ci aspettavamo l’unificazione».

In quanto alla discussione pubblica: «La moderazione tanto celebrata nell’antichità, la tendenza al centro e a emarginare gli estremi stanno svanendo di fronte a uno spettacolare trionfo dell’arroganza in tutti i campi. Non è più l’eccesso dionisiaco, controbilanciato da Apollo, tanto adorato dagli antichi greci, ma l’oblio dei limiti. […] I social, concepiti come luoghi di emancipazione, diventano macchine per produrre pensiero estremo, emarginare sfumature. Le minoranze si organizzano in branchi per mettere a tacere le opposizioni. L’iper-democrazia prodotta dalla tecnologia digitale non può che portare all’altro estremo: la dittatura. I due poli si uniranno nello stesso schiacciamento del diritto di proprietà e della volontà individuale. La dittatura del Bene divorerà tutto ciò che sarà alla sua portata. [...] Non è più concepibile pronunciare un discorso contrario alla doxa. Qualsiasi dibattito viene immediatamente squalificato. Dubitare è opporsi. Mettere in discussione è criticare. I discorsi progressisti sono gradualmente diventati un arsenale che pretende di proibire ogni discorso alternativo. La polizia del pensiero pretende di governare tutto, riscrivere la storia, mettere a tacere i fatti imbarazzanti. La realtà è chiamata a piegarsi all’egemonia della morale del momento. Alla scienza viene chiesto di collaborare, confermare o tacere. Anche l’ortografia deve subire i peggiori oltraggi per diventare “inclusiva”, anche se significa sconvolgere la parola. […] Il progressismo e il suo seguito di “guerrieri della giustizia sociale” stanno preparando inconsapevolmente terribili regressioni. […] Indignazione a geometria variabile, censura in nome della libertà, esclusione in nome dell’inclusione, discriminazione in nome della lotta alla discriminazione. [...] Questa radicalizzazione non è il risultato naturale della dinamica egualitaria, ma il suo decadimento. L’ossessione progressista è il segnale paradossale di un esaurimento della dinamica dei diritti umani guidato dall’Illuminismo. Culminando in un’intolleranza di vedute esattamente come quella da cui secoli fa si voleva liberare l’umanità, il progressismo fanatico segna la decomposizione dell’Illuminismo anziché il suo perfezionamento».

Un po esageratuccio, il Babeau, daltronde da sempre la policy de Il Foglio recita: «Se non sono irritati e/o irritanti, non li vogliamo». Però, via, fatta eccezione per i toni, lanalisi non è tutta da buttar via. Per meglio dire: i miei ventanni di navigazione in rete mi portano a sottoscriverla, seppure con qualche riserva. Mai nutrito illusioni, però, che non dovesse andare a finire proprio così. Cioè, a essere onesto, qualche illusioncella me lero fatta, e anche qui, a rammentarmi quello che con letà fa più fatica a restare, ecco di nuovo Brunella: «Hai dimenticato quando dicevi che la blogosfera ti sembrava qualcosa tipo “La scuola di Atene” di Raffaello». «Ma chi, io?», ho provato a obiettare. «Ma sì, qualcosa del genere. Aspetta, ecco, dicevi che la blogosfera era descritta a perfezione da “Estetica” di Panella-Battisti. E non ti azzardare a smentirlo». «Dio mio, che discussioni futili, Brune, lasciami leggere, va! Anzi, guarda pure tu come sto Schmitt inizia moscio moscio, per poi arriva a spararti sulle gengive: “l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto”... Senti lincipit: “Parlare di una scienza giuridica europea appare oggi, forse proprio a un giurista, inammissibile e non-scientifico. E questo non solo a motivo della lacerazione politica dell’Europa, dilaniatasi in due guerre mondiali, ma anche per una ragione formale e all’apparenza persino di natura specificamente giuridica...”». Non mi ha lasciato continuare, sè alzata dal divano e uscendo ha detto: «Hai cambiato argomento. E questo non è bello. Ti lascio a Schmitt, io vado a preparare da mangiare con Casimiro». Che poi sarebbe il Worker Bimby.



venerdì 1 gennaio 2021

Tecnica e potere / 2

 

2. Lorenzo Castellani ha ragione quando scrive che «la sofocrazia platonica implica un ruolo del sapiente, che però non è il “competente” a cui fa riferimento il pensiero tecnocratico». Pertinente, a tal riguardo, è la citazione di Domenico Fisichella: «Lidea di competenza si iscrive essenzialmente nella cornice e nella visione della razionalità strumentale, intesa come congruenza consapevole tra mezzi e fini, costi e benefici» (Laltro potere. Tecnocrazia e gruppi di pressione – Laterza, 1997). Tutto giusto, ma perché? Sulla base di quali elementi la competenza che Platone si intesta può essere da lui vantata come superiore a quella del tecnico? Ne Lingranaggio del potere non ce ne è data ragione, ma è ancora una volta la filologia a darcene spiegazione. Per meglio dire: la filogenesi del significato.

Se, infatti, analizziamo il significato dato a τέχνη lungo il procedere delluso che se ne fa, scopriamo che quella che in seguito diverrà tecnica, intesa come arte, mestiere, professione, e più tardi competenza in questo genere di attività, ab initio è mera capacità di τίκτειν, e cioè di un creare, di un generare, che non è molto diverso da un γέννειν o da un φύειν, per diventare quasi subito, però, un fare che implica il possesso di particolari cognizioni e di specifica esperienza: il suo prodotto non è più una naturale γένεσις, ma una artificiale ποίησις (dove artificio, che in greco infatti è τέχνασμα, sta per fatto ad arte); non lo si trova in natura, ma è un manufatto (che in greco infatti è τεχνούργημα).

Quando accade ciò? Cè un modo assai semplice per datare con buona approssimazione questa variazione duso del termine, che in buona sostanza coincide col prevalere di unaccezione sullaltra, e quindi di uno scarto nella filogenesi del significato di τέχνη: basta prendere nota degli anni in cui sono vissuti gli autori che il Rocci cita a esempio dei vari significati dati al lemma, e constatiamo che la τέχνη diventa tecnica, smettendo con ciò dessere generica capacità di τίκτειν, che fin lì è anche della gallina che fa luovo o del ramo da cui spunta il bocciuolo, quando la nasce la πόλις. Ben al di là dogni suggestione, insomma, vediamo che la tecnica – per meglio dire, il concetto di tecnica come a tuttoggi inteso – nasce per dar conto di una ποίησις che è funzionale alle esigenze della città-stato: il tecnico, che in quel momento è fabbro, falegname, vasaio, ma anche scultore, ingegnere, architetto, medico, nasce come figura a cui la πόλις assegna un ruolo che è in funzione delle sue particolari cognizioni e della sua specifica esperienza.

Nel già citato Ione di Platone abbiamo visto come questo ruolo implichi una distinzione formale – ripetiamo: «quando una τέχνη è conoscenza di determinati oggetti e unaltra è conoscenza di altri oggetti, io do ad una un nome e allaltra un nome diverso» (537 D) – che però implica una distinzione sostanziale: «ciò che conosciamo con una data τέχνη non lo conosciamo con unaltra» (537 E). Per Platone, tuttavia, è proprio il fatto che ogni τέχνη abbia un campo dazione necessariamente limitato a rendere il tecnico inadatto a guidare la πόλις, basta daltronde leggere il X libro della Repubblica per capire che la superiorità del tecnico è relativa solo al poeta: su tutto ciò che Omero dice riguardo al modo di guidare un carro, solo un auriga può legittimamente dirsi daccordo o dissentire; su ciò che dice riguardo al modo di curare una ferita, solo un medico; e così via. Parrebbe che il tecnico venga in aiuto di Platone nel momento in cui questi sta portando a termine lopera iniziata da Socrate: spodestare lintuizione poetica in favore del ragionamento filosofico, mettere lidea al posto della visione. Non è un mistero, infatti, che per Platone la poesia, e in genere ogni forma di espressione artistica, debba essere tenuta lontana dalla πόλις, perché è mimetica, e cioè manipolatrice dellidea. La sua dottrina delle idee spiega tutto, e non è tempo perso vedere quale ruolo assegni alla τέχνη, e soprattutto perché; ancor più, cosa ne consegua.

In Repubblica, X, 597 B, ci troviamo davanti a «tre letti»: uno è l’idea di letto «che è in natura e che potremmo dire, credo, che l’abbia prodotto Dio»; il secondo, invece, «è quello che ha prodotto il falegname»; mentre il terzo è «quello che dipinge il pittore»; «dunque, il pittore, il fabbricante di letti e Dio sono quei tre che sovrintendono alle tre specie di letti»; ma, mentre Dio ne è φυτουργός, e il falegname ne è δημιουργός, il pittore ne è solo μιμητής; saltando a 601 A, «così, secondo me, potremmo dire che anche il poeta si limita a ravvivare i colori di ciascuna arte, servendosi di nomi e di frasi, non però con conoscenza di causa, ma per via di imitazione». Nella storia dell’umanità è forse il solo caso in cui l’artigiano è stimato più dell’artista: come mai?

La risposta sta nella Preface to Plato (1963) di Eric A. Havelock, e vi ho già fatto cenno prima, seppure in modo ellittico: a Platone interessa spodestare lintuizione poetica in favore del ragionamento filosofico, mettere lidea al posto della visione, perché la posta in gioco è la conquista della πόλις, le cui regole, fino ad allora, sono state tramandate dalla poesia. Si può dettare legge alla πόλις solo dimostrando fallaci o addirittura empi quelli che fin lì la poesia è riuscita a imporre come modelli ideali, con ciò assumendo un ruolo politico. Di qui la necessità di dimostrare che la sua ειδωλοποιητική μίμησις è lontana dallidea molto più di quanto non lo sia lαυτοποιητική μίμησις della τέχνη. La quale, dunque, implica una competenza che il sapiente non ha: la vera competenza, anzi, è proprio la sua, perché è solo lui ad avere lεπιστήμη del letto di cui il poeta può darci solo una ειδωλοποιητική μίμησις e il tecnico solo una αυτοποιητική μίμησις. Tornando a ciò che abbiamo detto della competenza come capacità di competere, la competizione è evidente.


[segue]