martedì 6 novembre 2018

Una cosa è la società, un’altra è la comunità


Una cosa è la società, unaltra è la comunità. Nel linguaggio corrente, tuttavia, società e comunità sono sinonimi. Almeno nellagorà affollata da poveri di spirito, che di linguaggio corrente vivono, questo dà un significativo vantaggio al comunitarista nel poter dare dellasociale o, peggio, dellantisociale a chi in quel foro porta i suoi argomenti contro un modello di convivenza di tipo comunitario. Più delladditarlo a campione di un vizio morale o a soggetto potenzialmente pericoloso, però, può tornargli utile dipingerlo come un fesso che ragiona per astrazioni, perché ai poveri di spirito fa orrore lanempatico che elegge il suo ombelico a centro delluniverso, e ancor più lhomo homini lupus che sgozza pecorelle, ma il ridicolo è più efficace dellorrore a esorcizzare il mostro. Così, per contestare le ragioni di chi rivendica i diritti dellindividuo, sarà senzaltro utile insinuare che in fondo si tratta di un egoista che non si fa scrupolo di minare i pilastri della convivenza umana pur di difendere i porci comodi suoi, tutti intrinsecamente prevaricanti, ma di gran lunga più efficace sarà indossare la toga del tribuno della plebe, puntare lindice sul malcapitato e col tonante vocione del difensore del bene comune – che è sempre quello di tutti, ma quello di ciascuno – dirgli che al di fuori della società l’essere umano non esiste, che nella realtà l’esistenza umana è possibile solo nella società, che l’uomo è nel senso più letterale un animale sociale, e soltanto nella società può isolarsi, altrimenti si tratta di una rarità, di un assurdo, di una specie di Tarzan, di una scimmia tra le scimmie.
Chi si era azzardato a sostenere che lindividuo dovrebbe poter essere sovrano sul proprio corpo e sulla propria mente aveva negato che luomo sia un animale sociale? No, ma che importa visto che società e comunità sono sinonimi? Daltronde, per chi non riesce a concepire una società che non sia comunità, fa lo stesso: se rigetti un modello di convivenza che non si limita a chiederti di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, che peraltro è precetto di secoli e secoli antecedente a Cristo, ma esige che tu faccia agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te (e perché ciò trovi corrispondenza è il caso che tu ti imponga di volere quel che ti è fatto intendere sia buono, bello e giusto volere), e questa sì che è cosa tutta cristiana, e primancora platonica e aristotelica, e poi dogni filosofo-re, interprete di fatto e di diritto del Buono, del Bello e del Giusto, e poi di Hegel, e poi di Marx e poi, si parva licet, di Rocco e di Gentile – beh, o sei fesso o sei cattivo, eventualmente fesso e cattivo.
E però non disperare: la società in cui credi tu ti lascerebbe nellerrore, la comunità in cui crediamo noi non si rassegna a perderti, e ti rieducherà allamore per il prossimo tuo. Amore obbligatorio, è vero, però pensa che bello: in cambio – a scelta – ti sarà data unanima, un senso identitario o una coscienza di classe.

28 commenti:

  1. E qui si apre un interessante dibattito con Olympe de Gouges..... Sara' bello vedere il seguito. Grazie, Muzio

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    1. Non so se sia possibile, temo sia venuto meno il rispetto reciproco che impedisce ad un dibattito di degenerare in rissa, e in fondo questo post spiega il perché. Naturalmente mi accollo la responsabilità di essere stato io a causare questo stato di cose: ho messo in discussione il Verbo del Messia, e questo un credente non può perdonartelo.

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    2. Oh, qualche tempo fa, mi sono messo a discutere con un tizio di Scientology. È stata un'esperienza inquietante. Per carità, il tizio era molto educato, mi lasciava parlare senza interrompere e rispondeva senza nemmeno infilarci una sana parolaccia ogni tanto. Eppure ho avuto la netta impressione che, mentre mi ascoltava cortesemente in silenzio, scagliasse nei miei confronti oscure maledizioni e nefaste profezie. Vabbè, non tutto il male viene per nuocere, visto che gli ho scroccato una birra.
      Detto questo, non capisco la scelta dello pseudonimo "Olympe de Gouges". Dato quello che scrive, mi sembrano più appropriati pseudonimi tipo "Comité de salut public", "Tribunal révolutionnaire"....

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  2. scusi Malvino, ma stante la differenziazione dei due concetti (immagino si riferisca alla dicotomia Gemeinschaft/Gesellschaft di Tönnies) , perché lei ritiene che i diritti individuali siano minacciati maggiormente dalla comunità rispetto a quanto lo siano dalla società ? Lei sembra escludere per principio la possibilità che esistano comunità democratiche o comunque comunità che autolimitino per principio la propria potestà sull'individuo. Mi piacerebbe sapere perché.

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    1. Più che la dicotomia Gemeinschaft/Gesellschaft di Tönnies, prendo come riferimento Weber quando scrive che una relazione sociale "deve essere definita comunità se, e nella misura in cui la disposizione dell’agire poggia [...] su una comune appartenenza soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale) degli individui che ad essa partecipano" (Economia e società, 1922). C'è bisogno di affetto o di tradizione, per fare una comunità, dunque di un amore obbligatorio o di una verità che si dà tale per autorità. Lei mi chiede perché "i diritti individuali siano minacciati maggiormente dalla comunità rispetto a quanto lo siano dalla società". Mi pare faccia il paio con quanto mi chiedeva ora non ricordo più chi, e che qui provo a rendere a questo modo: "perché ritieni che una comunità non possa essere democratica?" (mi pare che la domanda fosse in subordine all'assunto che "non tutti i comunitarismi sono organicistici"). Beh, mi pare che "affetto" e "tradizione", senza i quali non è data comunità, possano bastare a rendere il comunitarismo - in potenza, se non in atto - un pericolo.

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    2. capisco, grazie. Se posso: anche una relazione sociale basata su "mancanza di affetto" e "innovazione continua" è in potenza un pericolo. Quindi la società stessa è in potenza un pericolo. Si tratta di decidere qual è il pericolo minore.

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    3. Alla "mancanza di affetto" supplisce il rispetto: non abbiamo bisogno di sbaciucchiarci per convivere decentemente, basta una legge di fronte alla quale si sia certi di essere eguali e che ci dica in modo chiaro dove finisce la libertà dell'uno e dove inizia la libertà dell'altro. Poi, semmai, ci sbaciucchiamo pure, ma - prego - resti cosa privata. In quanto alla "innovazione continua" non capisco come possa essere considerata un pericolo: farà fronte a un bisogno, suppongo, e allora perché rinunciarci? Cosa c'è di pericoloso nel trovare sempre nuove soluzioni a sempre nuovi problemi? Crede sia così balzana la popperiana considerazione che "la vita è risolvere problemi"? A me pare possa addirittura sovrapporsi alla logica del metodo scientifico e, sarà un limite, mi fido più della scienza che dell'istinto.

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    4. intendevo dire che di per sé la "tradizione" ( che sarebbe un elemento caratterizzante la comunità ) non può essere considerata più pericolosa dell "innovazione". Capisco cosa vuole dire ma una legge

      "di fronte alla quale si sia certi di essere eguali e che ci dica in modo chiaro dove finisce la libertà dell'uno e dove inizia la libertà dell'altro."

      non permette l'esistenza di nessuno stato sociale. Il punto è questo, inutile girarci intorno, è giusto o no che lo stato si occupi di distribuire la ricchezza ? E se sì, in che misura ?

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    5. Direi che debba limitarsi ad evitare che le differenze sul piano economico implichino quel genere di prevaricazioni che impediscono all'individuo di poter essere sovrano sul proprio corpo e sulla propria mente. In tal senso, ritengo che debba operare sul piano economico con la stessa ratio legislativa che rende eticamente neutro lo stato: a ciascuno è consentito costruirsi una propria morale privata scoraggiando qualsiasi tentativo di imporla ad altri, a ciascuno è consentito costruirsi il proprio benessere materiale scoraggiando qualsiasi tentativo di farne la premessa di prevaricazione sociale. Prevengo l'obiezione: ma questo è l'ircocervo metà liberale e metà socialista. Sì, ci somiglia. Balance difficile, senza dubbio, ma credo che, pur non essendo il paradiso in terra (quello lo lascerei agli utopisti, che poi non sanno far altro che spalancare inferni), non ci sia niente di meglio.

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    6. allora la penso come lei, anche se io chiamo questo comunitarismo, rifacendomi al fatto che sembra una caratteristica di tutte le comunità quella di prevedere dei "doveri di solidarietà" che prescindono dall'esistenza di un sentimento soggettivo dei componenti la comunità e escludono l'esistenza di categorie o classi idealmente privilegiate (per esempio gli operai nelle socialdemocrazie etc). Grazie.

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    7. E' perché ci vede "dovere" e "solidarietà". In realtà, questo balance risponde solo all'esigenza di un'omeostasi di sistema: non può e non vuole avere una ratio "umanitaria", perché prende atto della natura positiva (e cioè storica) dei diritti. E' utile, non è compassionevole. Non dà giudizi di valore sulla natura umana, anzi è perfino scettico sul fatto che esista una "natura" come ente anteriore e superiore all'uomo.

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    8. allora diciamo che arriviamo agli stessi esiti partendo da presupposti diversi. Io non penso affatto che questo modello sia utile, anzi credo che possa pure essere dannoso. Per esempio non è escluso che ritardi lo sviluppo delle famose forze produttive tanto care ai marxisti. In effetti gli do una ratio umanitaria e parto da un giudizio di valore sulla natura umana. Inoltre più che l'omeostasi del sistema mi sta a cuore la possibilità che il sistema possa essere radicalmente riformato, cosa che è possibile, credo, solo se si adotta uno sguardo "dall' alto" o "dal di fuori", uno sguardo che non saprei chiamare in altro modo se non comunitario.

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    9. Certo, se è dall'alto e dal di fuori, non può che essere comunitaristico (termine che preferirei a "comunitario" per non ingenerare fraintendimenti), perché presuppone una ratio di natura etica che non può non informare la rete di rapporti sociali. Si potrebbe lasciar correre, se non fosse che quel che opera dall'alto e dal di fuori ha sempre qualcosa da imporre all'individuo, ancorché questo non chieda altro che poter "esser parte", invece di "appartenere" (e qui mi auguro di non essere stato troppo ellittico). Io preferisco il dal basso e il dal di dentro.

      A proposito, ha letto che i neuroni a specchio non danno affatto prova di una base biologica al tratto empatico alla "natura umana" come invece si credeva? In chissà cosa consisterà, poi, questa benedetta "natura umana", boh.

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    10. io direi che ci sarebbe semplicemente da far approvare dal parlamento delle norme, cosa che non mi sembrerebbe così scandalosa né illiberale, pretendendo semplicemente che vengano rispettate e tralasciando se la loro ratio etica informi o no la rete dei rapporti sociali. Saluti.

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    11. stai a vedere adesso che sia illiberale motivare eticamente delle norme. Se è impossibile motivarle usando la categiria dell"utile" (e in questo caso lo sarebbe) si motivano usando altre categorie, non vedo il problema.

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  3. Mi ricordi mesi fa quando parlavo di Preve e Fusaro. L'uomo è animale sociale suo malgrado, al netto dell'asocialità di alcuni (o al lordo). Poi questa idea di Preve che gli antichi avessero ben definito il giusto metro delle cose e il capitalismo sia l'hybris che lo va a stravolgere, e chi lo stabilisce ciò a cui è giusto aspirare oppure no una volta per tutte? Il metro delle cose si sposta assieme agli uomini.

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    1. forse il problema non è stabilire una volta per tutte il giusto metro quanto riservarsi di volta in volta la possibilità di deciderlo attraverso l'uso pubblico della ragione. Ma se l'unica categoria ammessa è quella dell'utile e mancando una teoria complessiva in grado di fornire una gerarchia ai vari infiniti utili individuali possibili, come fa l'uso pubblico della ragione a stabilire il giusto metro ?

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    2. Una teoria complessiva in grado di fornire una gerarchia ai vari infiniti utili individuali possibili, è lì che si nasconde il diavolo, la pretesa fallimentare di stabilire gerarchie dei desideri umani. Ma all'uomo non gli puoi impedire di desiderare di più di quello che gli concedono, è li che fallisce il progetto, le spinte a elevarsi sopra la media del benessere generale sono inemendabili, come si fa a proibirle per legge morale o alla peggio per legge "comunitaria"?

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    3. non si può fare dal punto di vista teorico ma si può fare dal punto di vista pratico-politico. Non si tratta di impedire all'individuo di desiderare cioè che vuole e di cercare di ottenerlo con mezzi leciti, si tratta di negare significatività politica ad una certa classe di desideri. In un'ottica comunitaria una maggioranza (politica) non si costituisce sulla base di una somma di interessi o utili particolari ma sulla base dell'esclusione programmatica di un insieme di interessi che tale maggioranza ritiene aprioristicamente non degni di tutela. Tranne quest'insieme di interessi esclusi tale maggioranza si impegna inoltre nella tutela di tutti gli interessi non esclusi anche quando questi non risultassero apparentemente conflittuali. L'individuo può continuare a desiderare ciò che vuole (questo appartiene al foro interiore di ognuno ) ma sa che, stante una determinata maggioranza, certi suoi interessi non hanno nessuna possibilità di ottenere una tutela normativa. Questo discorso vale in generale ma per fare un esempio concreto possiamo dire che la maggioranza giallo-verde non si è costituita sulla base di un insieme di interessi ragionevolmente omogeneo (perché tale insieme omogeneo non c'è) ma sulla base dell'esclusione programmatica di un interesse che viene aprioristicamente giudicato non degno di tutela: l'interesse delle istituzioni europee.

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    4. Aristotele fa un discorso comunitario in quanto fa una distinzione tra "economia" (uso oculato delle risorse domestiche) e "crematistica" (ricerca illimitata di ricchezza). Non dice che bisogna impedire alle persone di arricchirsi, dice: arricchitevi pure, se volete, sappiate che la polis non muoverà un dito per favorire questo vostro desiderio. Poi dice anche che una vita spesa nella ricerca di un continuo aumento di ricchezza non è degna di un uomo libero, ma questa è una legittima posizione filosofica fino a quando non pretende di tramutarsi in precetto normativo.

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  4. Sospetto che come presupposto delle società umane sia tacita l'accettazione dell'appartenenza almeno ad una comunità (direi genericamente "umana"): sostanzialmente le regole di relazione della o delle società distinguono l'essere umano da altri esseri viventi. Certo, forse in questa accezione "specie" potrebbe sostituire "comunità". Resta che la specie oggetto privilegiato delle regole più favorevoli sia una su un milione ed è proprio la specie che dice qualcosa di sé.

    Detto ciò, il pregio delle società virtuose è proprio il potersi fare genitrici di tante comunità, o nessuna. Purtroppo verso questa occorrenza è comune un debito di riconoscenza non registrato.

    Il "non fare agli altri..." ha smesso di convincermi del tutto. Mette al centro comunque la soggettività delle preferenze. D'accordo sul fatto che sia traballante il verbo di "fare agli altri ciò che...". Bisognerebbe concordare magari sul non fare agli altri, nella misura del possibile, ciò che non vogliono che sia fatto loro. All'atto pratico tendo a pensarla alla maniera della Costituzione: "rimuovere gli ostacoli”, che assomiglia però a quel “fare agli altri”. Una società potrebbe limitarsi a garantire che le libertà individuali non si scontrino o sovrappongano troppo, ma può spingersi oltre nel cercare di offrire a ciascuno gli strumenti della propria realizzazione: sono valutazioni di qualità che non sempre mi convince che siano di tipo utilitaristico, anche se escludo abbiano ragione metafisica. D’altra parte chi predica questa impostazione giustificandola col sentire della propria comunità finisce per confonderla come appartenente a sé. Per esempio, in tempi recenti si cerca certosinamente chi debba essere escluso da questa rimozione degli ostacoli, solitamente sulla base del luogo di nascita dei genitori.

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    1. Ha ragione: "specie" va molto meglio di "comunità" per far riferimento alle regole di relazione, ecc. Anche perché le regole di relazione sono elemento specie-specifico (si pensi a ciò che fa la differenza tra mammiferi e ovipari - e tra mammifero e mammifero - nella cura della progenie). Ciò detto, ritengo che "comunità" possa andar meglio per altre specie che per quella "umana": è osservabile più in altri animali, che non nell'uomo, quel sentirsi (coi limiti di ciò che in un animale diverso dall'uomo si può dare a "sentirsi") formica nel formicaio, ape nell'alveare, volatile nello stormo, pecora nel gregge, ecc. Direi che anzi l'emancipazione del genere umano - quando c'è - passi proprio per la liberazione da questo "sentirsi".
      In quanto al "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te" e al "fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te" segnalavo il passaggio a quell'"ut unum sint" che fa del singolo titolare di un'anima di Dio una parte organica di quel corpo mistico di Cristo che comunque ha da "sentirsi" ἐκκλησία, termine che indica un'assemblea, dove l'assemblarsi implica un con-munus, un vincolo di onus, officium e donum. Altra cosa, mi auguro si convenga, con l'essere societas: vi ho già fatto cenno nella differenza tra "appartenere" ed "esser parte". Dove chi "fa parte" è socius e chi "appartiene" è organo di un corpo.
      Sono d'accordo sul fatto che una "una società potrebbe limitarsi a garantire che le libertà individuali non si scontrino o sovrappongano troppo, ma può spingersi oltre nel cercare di offrire a ciascuno gli strumenti della propria realizzazione": giustappunto "a ciascuno", il che però mi pare escluda altro fine comune che non sia una pacifica convivenza. Credo che solo cercando altro fine non bastino ragioni di tipo utilitaristico. D'altronde ogni argomento contro l'utilitarismo ha sempre un'ascendenza metafisica.

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    2. il credente fa parte, non appartiene al corpo mistico della chiesa, prova ne è che può staccarsene quando vuole peccando. La comunità è la condizione che permette all'individuo emanciparsi dalla società. È curioso come lei ribalti i termini della questione: è la società che comprende necessariamente un elemento organicistico ( l'azienda, la famiglia, il ruolo, la funzione sociale etc) non la comunità, all'interno della quale tutti gli individui sono in una posizione idealmente egualitaria. Comunità scientifica, comunità politica, comunità religiosa. È altresì curioso che pretendendo di parlare a nome dell'individuo si neghi il sacrosanto diritto individuale di assoggettarsi volontariamente alle regole di una comunità egualitaria. Coerentemente si dovrebbe negare all'individuo pure il diritto di assoggettati alle regole di un rapporto di lavoro dipendente, che di egualitario non ha proprio niente.

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    3. Consenta: lei alquanto deboluccio in Catechismo. Il credente non "fa parte della", ma "appartiene alla" Chiesa. E in ciò può leggere la reale natura dell'"appartenenza", che omogeneizzante e massificante insieme, in una parola sola "totalitaria". Pio XI esprime bene il concetto: "Se c’è un regime totalitario, totalitario di fatto e di diritto, è il regime della Chiesa, perché l’uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle". Ci legge possesso o partecipazione? Altra castroneria, consenta, è nell'affermazione che "il credente [...] può staccarsene [dalla Chiesa] quando vuole peccando": ma dove l'ha letto? Se ne può staccare solo con l'apostasia, non col peccato. Perfino con l'eresia può ritenersene ancora appartenente, e per certi versi ancora le appartiene.
      Se si può chiudere un occhio su queste balordaggini, c'è da irritarsi quando afferma che io ribalterei i termini della questione, perché "è la società che comprende necessariamente un elemento organicistico, non la comunità, all'interno della quale tutti gli individui sono in una posizione idealmente egualitaria". Quali esempi porta a sostegno di un "elemento organicistico" della "società"? "L'azienda, la famiglia, il ruolo, la funzione sociale etc". L'azienda ha un che di "organicistico"? Debbo ritenere che lei ignori il significato di "organicistico". E la famiglia? Lei può certo considerarla cellula-base della società, ma da ciò a ritenere che il parallelo cellula-corpo/famiglia-società possa reggere sul piano funzionale, e dunque su quello delle attribuzioni di ruolo, ce ne passa. E sa quanto ce ne passa? Ce ne passa esattamente quanto sta tra una famiglia considerata in una "comunità" e una famiglia considerata in una "società". E dunque - glielo chiedo col cuore in mano - che cazzo sta a dirmi? "Comunità scientifica, comunità politica, comunità religiosa" sono locuzioni che reggono anche cambiando "comunità" con uno dei suoi sinonimi: in ciò lei veste a meraviglia i panni del tizio che scende in agorà a difendere le ragioni del comunitarismo con i mezzucci retorici che illustravo nel primo capoverso del post. Sicché mi chiedo se la sua intenzione sia quella di discutere seriamente o solo quella di farmi perdere tempo. Rifletta bene prima di dare una riposta, perché nel caso fosse impertinente mi vedrei costretto a cestinare ogni altro suo intervento.
      Infine: "È curioso - dice - che pretendendo di parlare a nome dell'individuo si neghi il sacrosanto diritto individuale di assoggettarsi volontariamente alle regole di una comunità egualitaria". E chi glielo nega? Dove l'ho mai scritto? (Anche qui le sue affermazioni sanno di inutile provocazione, quasi prossima al trolling). Un individuo può fare il cazzo che gli pare, quindi può anche essere cattolico, comunista, fascista. Di fatto, se lo è, ha ben poco di individuo e, a dispetto di ciò che queste forme di comunitarismo dichiarano - al pari di tutte le altre d'altronde - di egalitario ha ben poco da aspettarsi. Perché l'elemento organicistico che è intrinseco ad ogni forma di comunitarismo affida all'individuo una funzione d'organo: tu sei il colon, dunque ti tocca svangare merda, ma sappi che sei importante quanto il cervello, perché, se l'organismo non caga, anche il cervello ne soffre e muore. E così che cervello e colon sono "eguali" in un contesto "comunitaristico".

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    4. «Direi che anzi l'emancipazione del genere umano - quando c'è - passi proprio per la liberazione da questo "sentirsi"».

      Tuttavia è proprio nel momento in cui si emancipa che avrebbe l'opportunità di stabilire regole a proprio piacimento, senza riguardo per l'appartenenza a questa o quella specie od anche alla sola specie umana, di per sé. Tenta di riscoprirsi "formica nel formicaio" nel riconoscere quelle affinità proprie di una commistione di tendenze biologiche e attitudini relazionali. Nell'altro cosa riconosce? Più un homo sapiens, oppure più genericamente un essere senziente, cosciente e prono alle stesse proprie lacerazioni "dell'anima"?

      [una società può spingersi oltre, nel cercare di offrire gli strumenti della propria realizzazione]
      «giustappunto "a ciascuno", il che però mi pare escluda altro fine comune che non sia una pacifica convivenza».

      Potrebbe darsi, ma non ne sono del tutto convinto. Molto probabilmente è vero che tutto ciò sia stato il risultato di un lungo conflitto umano, che ha finito per decretare la necessità di un certo tipo di società per favorire la pacifica convivenza. D'altro canto molti tra quelli che abbracciano la visione di società di cui sopra sono mossi dal sentimento di empatia. Più importante, mi verrebbe da dire che qualcuno abbia teorizzato una società così fatta, prima che fosse ovvia la sua potenza utilitaristica (filosofi, pensatori, eccetera). Il frutto è stato colto al momento opportuno, magari in senso utilitaristico, ma non mi persuade che sia stato inventato come calcolo. Che cambi qualcosa nel discorso non so io stesso, in effetti, perché poteva benissimo essere scartato, se disutile. È solo che io vedo entrambe le forze: l’utile, al fine della reciprocazione; ma anche l’empatia, il riconoscere un po’ del sé nell’altro, e quindi il patirne le miserie (una mia vecchia conoscenza mi replicherebbe che in ogni caso il fine è sempre lo stare bene, anche nell’essere solidali).

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  5. in genere non è una buona idea procedere per citazioni, in ogni caso:

    PIO PP. XII LETTERA ENCICLICA MYSTICI CORPORIS CHRISTI* :

    "Poiché non ogni delitto commesso, per quanto grave, è tale che di sua natura (come lo scisma, l’eresia, l’apostasia) separi l’uomo dal corpo della Chiesa. Né si estingue ogni vita in quelli che, pur avendo perduto col peccato la carità e la grazia divina sì da non essere più capaci del premio soprannaturale, conservano tuttavia la fede e la speranza cristiana, e, illuminati da luce celeste, da interni consigli e impulsi dello Spirito Santo, sono spinti a concepire un salutare timore e vengono eccitati a pregare e a pentirsi dei propri peccati.
    Aborriscano quindi tutti il peccato, col quale vengono macchiate le mistiche membra del Redentore; ma chi, dopo aver miseramente mancato, non si rende con la propria ostinatezza indegno della comunione dei fedeli, sia ricevuto con sommo amore, e in lui si ravvisi con carità fattiva un membro infermo di Gesù Cristo."

    dunque ci sono dei "delitti" che per loro natura separano il credente dal corpo mistico e sono "scisma, l’eresia, l’apostasia". E già questo basterebbe a dimostrare che il credente appartiene alla chiesa fino a quando e solo fino a quando vuole appartenere ad essa e che gli basta dire "non voglio appartenervi" per non appartenervi più. E questo indica che in questo caso "appartenere" è sinonimo di far parte e non significa affatto (come forse maliziosamente suggerito ) essere nella legittima proprietà di qualcuno. Il credente non è lo schiavo che appartiene al padrone, è l'associato che appartiene ad un'associazione. Veniamo ai peccatori. Pur essendo le mie basi catechistiche deboli la prego di farmi grazia di credere che non ignoravo che il peccatore pentito viene riammesso con tutti i crismi nel corpo della chiesa. Ma appunto: solo dopo essersi pentito. Se il peccato è grave, basta di per sé, quando non seguito da pentimento, ad allontanare il credente dal corpo della chiesa, senza che occorra una formale apostasia o un formale giudizio di eresia.
    segue...

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    1. ...perché tra la parte e il tutto si dia un rapporto organicistico non basta l'ovvia constatazione che la parte è un sottoinsieme del tutto, ci vogliono almeno altri due elementi:

      1) che il rapporto tra la parte è il tutto sia mediato da una funzione o da un ruolo specifico della parte. Il cittadino non è un organo dello stato, l'iscritto non è un organo del partito, la cellula non è un organo del corpo, la molecola non è un organo del corpo materiale etc.

      2) che il venire a mancare della parte pregiudichi la normale attività del tutto e che il venire allontanata dal tutto pregiudichi la normale attività della parte.

      L'azienda ha tutto di organicistico, essendo l'attività delle sue varie unità organizzative diretta e coordinata dalla proprietà e non potendo la stessa azienda continuare la sua normare attività qualora venisse a mancare una di tali unità organizzative. Né, d'altronde, si concepisce una unità organizzativa senza un'azienda. Qui invece non la seguo:

      "Un individuo può fare il cazzo che gli pare, quindi può anche essere cattolico, comunista, fascista. Di fatto, se lo è, ha ben poco di individuo"

      boh, che devo dire ? Evidentemente secondo lei il mondo si divide tra individui pochi e pseudoindividui, la maggioranza.
      Per il resto la seguo ancora meno, evidentemente lei non ammette per principio l'esistenza di una comunità di eguali che possono sì prevedere degli organi per il loro funzionamento ma non per questo cessano di essere tali.

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    2. Faccio finta che lei non abbia capito l'enciclica, e gliela spiego, invece di pensare che lei voglia piegarla a dire ciò che non dice. Le rammento, perciò, che nel precedente commento lei ha affermato che "il credente fa parte, non appartiene al corpo mistico della chiesa, prova ne è che può staccarsene quando vuole peccando"; ora invece si appoggia ad un'enciclica che continua a dichiarare non separato dal corpo della Chiesa neppure il reo del più grave delitto. Salvo pentimento, è ovvio, ma cos'è il pentimento, se non il momento di ravvedimento operoso che riattacca al corpo l'arto mai del tutto amputato? E' in questo senso che solo l'apostasia segna una separazione netta dal corpo mistico di Cristo, perché "ripudio totale della fede cristiana" (Catechismo, 2089), mentre eresia e scisma sono solo, rispettivamente, "l'ostinata negazione di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa", e "il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti" (ibidem). E' per questo che nel mio intervento precedente affermavo che non basta il peccato a far smettere di appartenere alla Chiesa, e che "se ne può staccare solo con l'apostasia, non col peccato, [mentre] perfino con l'eresia può ritenersene ancora appartenente, e per certi versi ancora le appartiene" (Pio XII fa di tutta l'erba un fascio, d'altronde è controverso che un'enciclica abbia valore di dettato ex cathedra, e comunque accomuna apostasia, scisma ed eresia al momento di "delitto grave" solo per porre l'accento sul potere emendativo del pentimento.)
      Ora, se il divagare non ci ha portato fuori strada, lei deve decidersi: il peccato fa smettere di appartenere alla Chiesa? Se lo crede veramente, e in tal caso è in errore, la citazione di Pio XII cade a cazzo di cane, e allora, sì, sono d'accordo con lei, “non è una buona idea procedere per citazioni”. Almeno in questo caso è stata una pessima idea.
      In quanto all'attribuirmi l'affermazione che l'appartenere a una comunità debba intendersi come un esserne schiavi, c'è palese mistificazione. Si tratta di una servitù volontaria: legga Etienne de la Boetie e coglierà la natura psicologica di questo darsi, che può addirittura dare l'illusione di una piena libertà.
      Così col mezzuccio di attribuire a “organo” il significato di “dispositivo”, “congegno”, “macchina”, invece di quello anatomico di “membro”, per poter ragione del fatto che “un rapporto organicistico” sia messo in discussione col “venire a mancare della parte”. Su una cosa, invece, debbo concederle il non avermi strumentalmente frainteso e, guarda caso, si tratta proprio dell'affermazione che evidentemente a suo parere dovrebbe procurarmi scorno nel foro: “secondo lei il mondo si divide tra individui, pochi, e pseudoindividui, la maggioranza”. Sì, credo sia così.
      Addio.

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