mercoledì 20 agosto 2014

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È che quelli dell’Isis non hanno sense of humor, sennò la testa di Foley l’avrebbero spedita a Di Battista accludendo due righe del tipo: «Ci giunge notizia che lei si fa promotore di un dialogo con noi. È lei quello che “dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione”, giusto? Bene, il fatto che voglia “provare a comprendere” le nostre ragioni ci fa chiudere un occhio sul fatto che lei né le “approva” né le “giustifica” e con la presente voglia gradire i sensi della nostra piena disponibilità ad un cordiale scambio di opinioni. Non vediamo l’ora di essere “elevati a interlocutori”, è così che ha detto, giusto? Lasciamo a lei la scelta di data e luogo, caro Alessandro, e sappia che non abbiamo alcuna obiezione all’eventuale richiesta che la discussione vada in streaming, ché l’occhio della telecamera non ci rende timidi».
Certo, aperto il pacco, il cittadino Di Battista sarebbe diventato bianco come un cencio, ci sarebbero voluti i sali, ma chi non avrebbe gradito lo scherzetto di quei simpatici burloni? È d’un tal noioso, quest’agosto 2014, che un dibattito tra le vittime dell’“ingiustizia sociale” che genera terrorismo sunnita e le vittime dell’“ingiustizia sociale” che genera nonviolenza grillina sarebbe stato stimolante assai. E invece niente, tutto maledettamente piatto. Non una novità. Ah, sì, volendo ci sarebbe la scoperta che la Boschi ha un culo spaventosamente basso, ma questo è un blog d’un certo livello e allora omissis.
Niente, non succede un cazzo di niente, tutto scorre nel tran tran. Bergoglio con la mania di fare il simpatico con tutti, e poco manca che dica due miti paroline sull’eterologa, spiazzando quella povera donna della Lorenzin. Renzi che rilancia bluff su bluff, e poco manca che annunci la riforma del calendario, perché portando la settimana a dieci giorni il Pil potrebbe avere una scossina. Banali nubifragi al nord, le solite code sulle autostrade, la cronaca nera si prende lo spazio lasciato dal calcio, e il ghiaccio nel mojito si squaglia. Insomma, si muore di bonaccia.    

martedì 19 agosto 2014

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Quello che di bello ha questo papa è il suo rendere palese, come mai prima, la vacuità delle banalità cui la Chiesa è costretta quando cerca di accontentare tutti, e senza risparmiarsi la sfacciataggine che d’altronde non deve mai far difetto in chi sa bene che il mondo è affamato di insulsaggini ammantate dal velo di una qualsiasi autorità che sia in grado di farle apparire perle di saggezza. Diciamo che Bergoglio è così dichiaratamente figlio di puttana che non puoi che biasimare chi ci casca e sta lì a leccarselo come un Calippo.
Stavolta, per esempio: «Dove c’è un’aggressione ingiusta posso solo dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. E sottolineo il verbo fermare: non bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati». E da chi? Perché non darci una mano in questo senso, Santità? Cosa suggerisce? Come lo fermerebbe, lei, l’aggressore ingiusto? Via, ingerisca.
Non uno stronzo a chiederglielo, tutti a concordare che – beh, sì – l’aggressore ingiusto va fermato, ma che bombe e guerra – ah, no – quelle belle non sono. Si potrebbe provare con un’offensiva aerea di Pater noster, chissà, semmai con l’appoggio di una batteria mobile di Ave Maria. E se non funziona, nessun indugio, si passi ad inviare all’aggredito ingiustamente un solido supporto di Requiescat in pace. 


lunedì 18 agosto 2014

«La mia generazione ha vinto»

Wikipedia fa buona sintesi del significato sociologico del termine generazione, dice che «identifica un insieme di persone che è vissuto ed è stato esposto a degli eventi che l’ha caratterizzato» e precisa che «le generazioni non esistono sistematicamente, [perché] vi sono periodi della storia in cui non si è verificato nessun evento caratterizzante», aggiungendo che «i giovani d’oggi ne sono un esempio»: anche se «alcuni sociologi hanno parlato di “generazione internet”», infatti, il web «non può essere definito come evento caratterizzante poiché comprende un vasto insieme di persone che hanno cominciato a usufruir[ne] (anziani, adulti, giovani e persino bambini)». Nulla aggiunge sul significato corrente del termine, solitamente usato per indicare quell’arco temporale di circa 25 anni che intercorre tra due generazioni successive, come da esempio offerto dai più aggiornati lemmari con quella generazione X che, pur «priva di un’identità sociale definita», come ebbe a precisare chi coniò il neologismo (Jane Deverson), voleva avere mera delimitazione anagrafica, includendo «chi è nato negli anni Sessanta e Settanta del Novecento».
Con le dovute scuse al lettore che avrà storto il muso per la pedante premessa, possiamo passare a chiederci se sia legittimo immaginare una generazione che includa chi è nato tra il 1° gennaio del 1970 e il 31 gennaio del 1979. Si tratta del parto della crassa fanfaronaggine di una delle più grottesche maschere che negli ultimi anni abbiamo visto affannarsi, quasi sempre con esiti tragicomici, per entrare nella posa che fotografa lo sfascio culturale e morale di un paese di merda, quel Mario Adinolfi che ne teorizzò l’esistenza alcuni anni fa, battezzandola Generazione U (Hacca, 2007). Non suoni tutto ironico, il teorizzare, perché tra le accezioni estensive di teoria vi è anche l’opinione scacazzata a punto e virgola, a serpentina, a spruzzo e a palline, e un’occhiata all’esilarante librettino è in tal senso dirimente: la generazione U non aveva altra caratteristica che essere quella «degli under 40» – generazione perenne, potremmo dire, sicché oggi il suo teorizzatore ne è fuori – mentre a cercare di coglierne i tratti che le dessero forma, se non struttura, non si poteva attingere che dai suoi gusti – I dieci film della Generazione U (300, La messa è finita, Matrix, ecc.), I dieci libri della Generazione U (Albert Camus e Paolo Villaggio, la Bibbia e Indro Montanelli, ecc.), e via elencando, come da pagina di Smemoranda – patenti proiezioni di un (allora) 36enne che si attardava nei sogni ad occhi aperti che sono delizia dell’adolescenza pronta ad abbracciare la croce della disillusione. Trovato su una bancarella dei libri scampati al macero, nel comparto di quelli al prezzo di 50 centesimi, riposa oggi in uno degli scaffali coperti pudicamente dagli schienali dei divani, tra Nel 2006 vinco io (e intanto gioco a governare) di Pierluigi Diaco (Mondadori, 2001) e Poveri ma ricchi – La favola del grande declino italiano di Filippo Facci (Mondadori, 2006). Anche Generazione U ha un sottotitolo notevole: Storia e idee di un blogger che vuole cambiare l’Italia. Poteva far paura, oggi strappa un sorriso.
Perché parlarne oggi? Perché oggi Mario Adinolfi afferma: «La mia generazione ha vinto»«Il simbolo fin troppo evidente è il potere imperiale assegnato a Matteo Renzi (1975)», e poi c’è Paolo Sorrentino (1970), Roberto Saviano (1979), Checco Zalone (1977), Fabio Volo (1972), Matteo Salvini (1973), Giorgia Meloni (1977), Angelino Alfano (1970), Matteo Orfini (1974), e tanti altri ancora, poco importa che non ve ne fosse uno a sottoscrivere le cazzate che lui scriveva nel 2007, poco importa che in un modo o nell’altro quelli siano riusciti a «cambiare l’Italia», mentre nel frattempo Mario Adinolfi è riuscito solo a cambiare bermuda, perché la proiezione ha questo di potente: investi a gratis e qualcosa comunque porti a casa. Mario Adinolfi guarda Matteo Renzi e sente scorrergli nelle vene un po’ di «potere imperiale», guarda Paolo Sorrentino e sente che quell’Oscar è anche un po’ suo, guarda Salvini, Meloni, Alfano e si sente segretario di partito. È facile, via, provate anche voi. Che siate nati tra il 1° gennaio del 1940 e il 31 gennaio del 1949 o tra il 1° gennaio del 1950 e il 31 gennaio del 1959 viene bene uguale. Se poi siete nati tra il 1° gennaio del 2000 e il 31 gennaio del 2009, non vi resta che attendere: vedrete che qualcosa vincerete di sicuro. Sicché non vi date troppo affanno, potrete anche avere «il limite di apparire una generazione “leggera”, incapace di complessità, forse superficiale», dovreste certamente «migliorare ed essere più credibili, studiare forse di più, leggere certamente di più», ma non preoccupatevi troppo, perché ci sarà qualcuno della vostra generazione che lo farà per voi, sicché potrete dire di aver vinto comunque. L’importante è che cominciate per tempo a sentirvela dentro. 

domenica 17 agosto 2014

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«Il film è stato realizzato con un budget stimato di 80 milioni di dollari [e] il regista, affascinato da sempre dalla storia dei romani, ha effettuato ricerche su Pompei nei sei anni precedenti al film». Così nella scheda che trovo su Wikipedia, alla quale arrivo dopo aver letto la recensione di hannibalector. Superfluo ogni commento.

domenica 10 agosto 2014

Si poteva ancora scavare


Gli abbracci e i baci che hanno sigillato al Senato l’intesa tra Renzi e Berlusconi sulla riforma costituzionale sono i preliminari di una copula che partorirà un nuovo blocco sociale e una legge elettorale che ridurrà la rappresentatività a mera rappresentazione delle forze dei due copulanti ne sarà la placenta. A dispetto di chi ritiene che Renzi durerà poco, e che non a caso è anche chi ha ritenuto fino a ieri che Berlusconi fosse irreparabilmente finito (ritenerlo oggi è improponibile), l’Italia si appresta a offrire al mondo un altro inedito modello di sintesi degli apparentemente inconciliabili appetiti di clan che di giorno si sgozzano in una parodia di conflitto sociale e di notte s’accordano per fare sistema. Non è il fascismo, stavolta, ma è qualcosa che del fascismo ha la stessa aspirazione a cercare coincidenza tra stato, inteso come macchina che produce consenso, e nazione, intesa come corpo che al consenso dà espressione: è l’eterno sogno di costruire una società a misura di quel familismo che per statuto ha il reciproco ricatto che rinsalda i piani della piramide, dal vertice alla base e viceversa, e per manifesto ha la compiacente offerta di un realismo che è la logica del parassita che vive degli avanzi incastrati tra i denti del predatore. Il berlusconismo non era il fondo dell’abisso, si poteva ancora scavare. Stavolta sfacciatamente esibita, la totale mancanza di una cultura politica, e di cultura in generale, poteva inventarsi il renzismo, che è solo l’altra gamba di un’Italia che fin qui aveva saltellato sul berlusconismo. Berlusconi serviva a Renzi non meno di quanto Renzi servisse a Berlusconi. Ora il paese è saldo su entrambe le gambe e può finalmente correre verso il suo finale schianto. Tanto lo si è temuto come possibile, e quasi certo, che l’angoscia si è placata in una paziente attesa.      

venerdì 8 agosto 2014

Quelli, sì, matti davvero

«Qualche anno fa, non molti, era battaglia. Sulla vita, sui figli, sul significato di paternità e maternità, sul criterio della selezione eugenetica o selezione della razza, sul carattere umano, troppo umano, dell’imperfezione genetica, sul diritto sempre periclitante a sapere di chi si sia figli... Qualche anno fa, non molti, si discuteva accanitamente, e si votava in Italia in un referendum molto combattuto, sulla natura dell’embrione concepito, sul suo corredo cromosomico, sulla tutela biopolitica degli individui nella loro irripetibile singolarità, fissata nelle costituzioni e nelle coscienze…».
È un andantino malinconico, quello di Giuliano Ferrara su Il Foglio di giovedì 7 agosto, roba da far intenerire pure una carogna, e infatti a me nel leggerlo il cuore si è tanto stretto che son riuscito pure a chiudere un occhio su quel «si votava in Italia in un referendum molto combattuto», perché a votare, certo, «si votava», ma bastò che Ruini desse l’ordine e, a pochi giorni dal voto, Ferrara passò dal «no» all’astensione: «era battaglia», certo, ma un pochino asimmetrica, diciamo. E come andò, si sa. Vinse l’astensione, e la legge 40, la legge più stronza e più crudele dell’era berlusconiana, non venne abrogata.
Che fine abbia fatto, si sa anche quello. Forte della maggioranza clericofascista che l’aveva partorita e resa ancor più forte dalla strafottenza di un popolo ridotto a plebe da decenni, non ha retto al vaglio di costituzionalità e da bandiera sventolante sul più cazzuto dei torrioni dei «principii non negoziabili» è diventata un cencio che neanche Beatrice Lorenzin riesce a rammendare con le sue linee guida.
E il povero Ferrara si dispera: «Che cosa abbiamo fatto per meritarci lo scambio degli embrioni in ospedale a Roma, la lite giudiziaria sinistra tra genitori biologici e genitori di gestazione, che si decide a giorni nelle mani di un diritto flebile e prepotente e incurante dei diritti di chi sopravviene, che ha ucciso in culla con 28 verdetti attivistici una legge che ci erano voluti trent’anni per farla? Che cosa abbiamo fatto per arrivare a un decreto del governo che pare cerchi di evitare, estrema linea Maginot, le secche altrettanto sinistre della compatibilità genetica come aggressivo diritto alla pelle chiara o agli occhi celesti nella fecondazione eterologa? Che cosa abbiamo fatto per assistere al trionfo dei “centri” di desiderio immaturi e degli esperti faustiani che negano anche questa blanda e aggirabile necessità normativa, e teorizzano una capacità e opacità riproduttiva legibus soluta, anarchica, fatta di una sicura predisposizione all’eugenetica cioè alla selezione della razza?».
Con quale coraggio si può rimanere insensibili a tanto strazio? Io non ci riesco, una parola buona mi sembra d’obbligo, perché Ratzinger abdica, Ruini va in pensione, agli zuavi del centrodestra si raffredda la fregola bioetica, Ferrara si ritrova a fianco solo Adinolfi che strepita che vuole la mamma, e come non si può capire il brivido che gli corre lungo il groppone? E allora comincerei col dire al poverino che si inganna, le cose non sono andate come sono andate perché «la Chiesa ha abbandonato il campo di battaglia»: fosse rimasta lì, comunque non avrebbe vinto, e in breve sarebbe stata travolta, perché eludere unobiezione che si solleva dal piano buonsenso con un assunto di principio, per giunta non negoziabile, può tornar comodo quando si battibecca, ma non è il massimo. E dunque, sì, «l’abdicazione di Ratzinger è stata simbolicamente molto di più che non la rinuncia al Soglio pontificio», ma è da leggere come una presa d’atto: la battaglia era persa in partenza e l’averla ingaggiata, essersi illusi di poterla vincere o, peggio, pensare di poter restare sul terreno conquistato comportava un rischio micidiale. Più saggio ritirarsi, lasciare il campo ai matti che amano le cause perse, per lo più abbracciate per l’uzzolo di sfidare il secolo. Romantici quanto si vuole, ma quelli, sì, matti davvero. 


martedì 5 agosto 2014

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Non c’è dubbio su chi romperà la tregua, c’è solo da scommettere su quando sarà rotta. E allora tutti a condannare Israele perché la sua risposta sembrerà spropositata. La condannerò anch’io, allora, perché ha accettato questa tregua prima di portare a termine il lavoro necessario alla sua sicurezza. Quanti palestinesi sono morti, stavolta? Quante case sono state rase al suolo, sulla Striscia di Gaza? Non abbastanza, c’è da giurarci. 

De consolatione picturae


Tra i tanti sottovalutati che i sopravvalutati hanno ingiustamente oscurato c’è Bartholomaeus Spranger (1546-1611), sul quale un giorno, forse, scriverò una monografia. Lo incontrai tanti anni fa a Vienna e da allora, di tanto in tanto, mi torna sotto gli occhi, a ripulirmeli degli effetti speciali del Caravaggio, dei tronfi tripudi del Veronese, degli stentorei epistotoni del Buonarroti. Sensuale senza snervature, lo Spranger è classico e moderno, e soprattutto – perciò vergo questo appunto – è il più grande ritrattista di mani prima del Tiepolo. Le sue dita parlano, e non per chiavi o simboli: direi che siamo davanti a mani che rilevano sentimento. Qui sopra, un suo autoritratto, eloquentissimo del carattere. Sotto, alcuni particolari in attesa di adeguata didascalia.

Cerere e Bacco (1590)


Venere nella fucina di Vulcano (1610)


Venere e Adone (1597)


Giove e Antiope (1596)


Vulcano e Maia (1585)


Venere e Mercurio (1585)


Salmaci e Ermafrodito (1582)


Venere e Marte messi in guardia da Mercurio (1587)


Ulisse e Circe (1585)




giovedì 31 luglio 2014

Ci mette la faccia, ed è una faccia di culo

È stato solo un incidente. Col voto segreto può capitare ed è capitato. Poco male, via, perché la Camera annullerà l’emendamento delle opposizioni che oggi è passato al Senato. Detto da chi non sopporta il bicameralismo. 

mercoledì 30 luglio 2014

Ricordano che fu fondata da Gramsci

Piangono la chiusura de l’Unità, ricordano che fu fondata da Gramsci, e bla bla bla. Non si capisce, però, che senso avesse ancora. Era l’organo del Pci, che oggi non c’è più. Al suo posto c’è un Pd che affida le riforme costituzionali, e che riforme, a una signorina che qualche giorno fa rivendicava con fierezza di essere ispirata da Fanfani. Via, si chiuda l’Unità. Se non per debiti, almeno per pudore. 

martedì 29 luglio 2014

Un cazzo di niente

Il governo Monti si insedia il 16 novembre 2011 e nel primo mese di vita ottiene l’approvazione del ddl che introduce nella Costituzione il pareggio di bilancio da parte della Camera (30 novembre) e del Senato (15 dicembre), in entrambi i casi all’unanimità. Nel frattempo emana la manovra fiscale cosiddetta anticrisi che prevede un gettito di 30 miliardi di euro in tre anni e che viene approvata alla Camera (16 dicembre), a larga maggioranza. Il secondo mese inizia con l’approvazione della manovra al Senato (22 dicembre), anche qui a larga maggioranza, e termina con l’approvazione alla Camera della risoluzione unitaria sullo stato della giustizia (17 gennaio). Il terzo mese vede il varo di misure di liberalizzazione in vari settori economici (20 gennaio), l’approvazione alla Camera della Legge Comunitaria 2011 (2 febbraio) e il primo dei provvedimenti cosiddetti svuotacarceri (15 febbraio). Nel quarto mese abbiamo l’approvazione del ddl cosiddetto milleproroghe 2012 (23 febbraio), il positivo passaggio al Senato del ddl sulle liberalizzazioni, la nascita dell’Authority sui trasporti e il riordino delle tariffe sull’energia (1° marzo). Il quinto mese vede il varo della riforma del mercato del lavoro (23 marzo) e quello della riforma del catasto (16 aprile).
Tutta roba che potrà piacere o no, ma un bel mucchietto di roba.

Il governo Letta si insedia il 28 aprile 2013 e nel primo mese di vita blocca il pagamento della rata di giugno dell’Imu ed eroga i fondi per la cassa integrazione ordinaria e per quella straordinaria (17 maggio). Il secondo mese inizia con l’approvazione del ddl per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e il varo di un decreto-legge su alcuni bonus fiscali (31 maggio), mentre al Senato (3 giugno) e alla Camera (5 giugno) passa il decreto sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Pochi giorni dopo l’esecutivo vara il cosiddetto decreto del fare che contiene misure anticrisi per il rilancio dell’economia e lo sviluppo del paese (15 giugno), mentre due settimane dopo è la volta della modifica alla Riforma Fornero (24 giugno). Il secondo mese dell’esecutivo si chiude col decreto che blocca temporaneamente l’aumento dell’Iva (26 giugno) e con la presentazione del disegno di legge sull’occupazione giovanile grazie allo sblocco di 1,5 miliardi di euro dal fondo europeo (28 giugno). Il terzo mese vede la presentazione da parte dell’esecutivo di un ddl costituzionale per l’eliminazione delle Province (5 luglio) e il suo impegno a portare in Parlamento ogni decisione relativa a spese militari (16 luglio), chiudendosi con l’approvazione alla Camera delle misure economiche d’urgenza proposte dal governo (26 luglio), che col quarto mese vedrà l’approvazione anche da parte del Senato (7 agosto). Dopo pochi giorni il governo annuncia tagli per 50 milioni sulle auto blu del parco macchine della Presidenza del Consiglio e sugli aerei della flotta di stato (12 agosto). Due giorni dopo il Consiglio dei Ministri approva un decreto legge sul femminicidio (14 agosto), mentre di lì a due settimane è la volta di un decreto legge su pubblica amministrazione e precariato giovanile (26 agosto). Il quinto mese l’esecutivo approva un decreto legge sul welfare dello studente, con agevolazioni sui libri di testo e provvedimenti per la tutela della salute a scuola (9 settembre).
Anche qui valga quanto sopra: saranno state iniziative sagge o no, utili o meno, ma certo non si può dire che il governo non abbia combinato niente.

Veniamo ora ai primi cinque mesi del governo Renzi, il governo del cazzaro che si atteggia a uomo del fare. Il suo esecutivo vede la luce il 22 febbraio di quest’anno e in cinque mesi e una settimana cos’ha combinato? Ha messo 80 euro nelle buste paga di qualche milione di dipendenti pubblici alla vigilia delle Europee, e ancora non si sa dove caverà la copertura, anzi si parla di una manovra di autunno. Le riforme costituzionali annunciate sono a zero, e così la legge elettorale. Pubblica amministrazione? Jobs Act? Che altro? È un governo che dichiara di incarnare il dinamicissimo modello del fare per fare, e che ha fatto? Un cazzo di niente. 

Chi sono io per giudicare?

Risparmierò al mio lettore la lunga lista dei versetti che attestano quanto segue: Gesù fa presente ad apostoli e discepoli che saranno diffamati, perseguitati e uccisi per la loro fede, e che di questo dovranno andar fieri e lieti. Eviterò pure di sollevare la questione sulle ragioni del perché lo faccia presente, così potremo fare a meno di intavolare le solite estenuanti e inconcludenti discussioni sul fatto che sia realmente esistito, abbia realmente detto ciò che riportano i vangeli, ecc. Diciamo che oggi non mi sento in vena polemica e voglio prendere per oro colato quello che sostengono i suoi seguaci. A farlo, tuttavia, ricavo un gran fastidio da tutto questo strepitare per i cristiani che vengono ammazzati in India, in Pakistan, in Siria, in Nigeria, ecc. Passi per chi non è cristiano e protesta per ragioni umanitarie, anche se, così facendo, rivela scarsa sensibilità verso chi antepone l’inestimabile valore della vita eterna a quello comparativamente miserabile della vita terrena. Quello che irrita, invece, è il lamento dei cristiani cui giungono le notizie del massacro di cui sono fatti oggetto i loro fratelli: danno corpo al messaggio evangelico, e in cambio ottengono il bene più prezioso che sia dato conquistare agli uomini, perché far tutto questo casino? Perché sporcare la purezza del mandato che Gesù ha consegnato a chi lo ama con l’arida infografica di una geopolitica che sa di Risiko? Il peggio, tuttavia, sta nell’accusa di indifferenza. Chi dice che sia indifferenza? Io, per esempio, non sono affatto indifferente alle stragi di cristiani che si consumano qua e là. Devo dire, anzi, che d’istinto sarei portato a dolermene. Sempre d’istinto sarei portato ad indignarmi, a far qualcosa, foss’anche il poco che in mio potere, perché la carneficina cessi, chessò, firmare appelli, partecipare a veglie reggendo una candela accesa, ecc. Niente di peggio che lasciarsi andare all’istinto, è proprio il cristianesimo ad avercelo insegnato. Dolermi per i cristiani che lì sono bruciati vivi e poco più in là crocifissi, in fondo, è un riflesso profondamente egoista. È che io non credo nella vita eterna, tanto meno nel fatto che la si conquisti facendosi ammazzare da chi ha una fede concorrente. Do un valore alla vita terrena che nessun buon cristiano sarebbe disposto a concedere abbia, e pretendere che il suo metro si adegui al mio sarebbe, questa sì, la più scellerata delle violenze per potrei infliggergli. La fede in un dio, poi. Io ne sono totalmente privo, sicché non posso sindacare chi ce l’ha e la ritiene il bene più prezioso, al punto da credere di valorizzarla a dovere versando il suo sangue. E chi sono io per giudicare?  

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Il rifiuto di capire la differenza che c’è tra un embrione ed un bambino - più che incapacità nel coglierla, spesso è patente ostinazione nel negarla - trova impareggiabili momenti di comicità in molte delle farlocche argomentazioni dei no choice (impropriamente noti come pro life), che toccano punte di grottesco quando l’equivalenza è offerta nella fallacia detta di petitio principii in combinato disposto con quella detta ad misericordiamÈ il caso offertoci ieri da Giuliano Ferrara (Il Foglio, 28.7.2014), che contestava la «la crociata Unicef a favore dei bambini di Gaza» perché a intestarsela sono «gli stessi che i bambini abortiti, un miliardo e più in trent’anni, fanno bensì preoccupare [...] ma non fino al punto di imporre una tregua al clash of absolutes, mettendo a discutere su come evitare gli aborti e la mentalità antinatalista i capi della pianificazione riproduttiva e demografica, annidati anche loro in cose tipo Unicef, e quelli che resistono nel mondo su una posizione pro life» (dove anche il lessico segnala un’evidente fatica nello star dietro a un nesso logico tanto sfuggente). In sostanza, la crociata a favore dei bambini palestinesi perderebbe credibilità in partenza con l’essere promossa e sostenuta da chi non muove un solo dito per contrastare la pratica delle interruzioni volontarie di gravidanza, peraltro dove è legalmente consentita. Volendo, poteva starci pure l’accusa di essere gli stessi che non hanno mai fatto nulla per dare un serio contributo alla ricerca scientifica che mira a riconoscere e combattere le noxae patogene che causano gli aborti spontanei, che negli ultimi trent’anni saranno stati almeno dieci volte più numerosi di quelli procurati. In realtà, a ben vedere, il ragionamento è viziato in partenza da una fallacia ben più grave, quella nota come argomento del tu quoque (ciò che affermi è falso perché il tuo agire non è conseguente ad esso): ce n’è per un’accusa di ipocrisia, ma nulla che tolga ragione all’appello umanitario (come invece sarebbe il far presente che è indirizzato male: è Hamas che usa i bambini palestinesi come scudi umani), tanto meno al diritto di interrompere una gravidanza non desiderata (segnalando che è proprio chi lo nega ad aver fregole di «pianificazione riproduttiva e demografica»). Non è tutto, perché avere a cuore la sorte dei bambini palestinesi sarebbe in contraddizione pure col non avere nulla in contrario alla fecondazione assistita, e qui ogni analisi logica non ha che da dichiararsi impotente a cogliere un valido nesso. Così comè per l’altrettanto astruso riferimento alla pratica del cosiddetto «utero in affitto», la cui condanna morale stupisce tenuto conto che viene da chi sostiene che «siamo tutti puttane»: vendersi il culo è bello, fittarsi l’utero è sconveniente? 

venerdì 25 luglio 2014

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Spettacolo più sgradevole di quello che offre il bullo premiato dall’azzardo è solo quello offerto dalla sua pupa, tanto più smargiassa dopo, quanto più apprensiva era prima. Giocarsi il tutto per tutto le sembrava una pazzia, ma si sa che la pupa non ha voce in capitolo sulle decisioni del bullo, le è concesso solo quel mettere le mani avanti che d’istinto scappa a chi teme lo schianto, meglio se riuscendo a farlo sembrare gesto scaramantico. Eccola, poi, quando il colpo è andato a buon fine, precedere di un passo il bullo all’incasso. Non s’era detto che le Europee non fossero un referendum sul Governo? Adesso no, adesso il voto del 25 maggio è un avallo alle iniziative dell’esecutivo, tutte. Il che può darsi che sia pure vero, ma al momento è meglio che le elezioni anticipate bastino come minaccia ai peones che non hanno la certezza di essere rinominati. Così, mentre il bullo si fa gradasso per un consenso che non è meno farlocco dei grappoloni di bubbole che gli escono di bocca, la pupa si vanta di aver scritto quella merda di Costituzione che ha scritto come ispirata dalla volontà popolare – pardon, della gente. Viene nostalgia delle tette della Minetti.      

giovedì 24 luglio 2014

Se non è attentato alla Costituzione

Non so se c’è qualcuno che abbia tenuto il conto delle volte che Giorgio Napolitano ha esorbitato dalle prerogative che gli sono attribuite dall’art. 87 della Costituzione, ma a naso direi abbia stracciato ogni record. Si obietterà che l’ha fatto in modo meno plateale di qualche suo predecessore al Quirinale, ma direi che questa debba essere considerata una aggravante più che una attenuante. Si potrà altresì obiettare che il suo costante esorbitare abbia trovato ragione di necessità a fronte dei pericolosi vuoti lasciati dall’iniziativa politica dei partiti, dallo stallo degli esecutivi a fronte di una crisi senza apparente via d’uscita, dall’attività legislativa del Parlamento ridotta alla stanca e pigra vidima della decretazione d’urgenza, eccetera, ma ammesso e non concesso che l’abbia fatto coi migliori intenti – ripeto: ammesso e non concesso – è innegabile che tutto il suo operato abbia avuto articolazione e disegno, attribuendosi con ciò un ruolo che non gli spettava. Obiezione che in qualche modo include queste due e rigetta le rispettive controbiezioni invocando in suo supporto una fattispecie di dottrina è quella che richiama alla cosiddetta Costituzione materiale: in pratica – si può obiettare – che il Presidente della Repubblica «rappresent[i] l’unità nazionale» può intendersi nel senso che egli debba o comunque possa, se vuole, operarsi nel darle l’assetto che gli sembri più stabile, che «indic[a] le elezioni delle nuove Camere [che poi se vuole] può sciogliere» debba o comunque possa intendersi nel senso che tale facoltà possa avere funzione di indirizzo dell’attività legislativa, che a lui spetti «promulga[re] le leggi ed emana[re] i decreti aventi valore di legge» debba o comunque possa intendersi nel senso che abbia diritto ad esprimere un parere vincolante in merito, eccetera. È obiezione che con gli adattamenti del caso è stata ripetutamente sollevata per ogni altra figura istituzionale, quasi sempre con fine dichiarato di rendere più elastica la lettura della norma costituzionale, come per attualizzarla senza sottoporla ad emendamento formale. Bene, non è stato proprio questo a creare aree di sovrapposizione tra i poteri dello Stato che hanno legittima forza solo quando sono correttamente distinti? E non è stata proprio questa eccessiva elasticità a creare quei vuoti di responsabilità che hanno così spesso portato al collasso dell’architettura istituzionale? Se oggi a questo vero e proprio dissesto si cerca di porre un rimedio con riforme costituzionali che hanno la pretesa di rattoppare un tessuto qui logoro e lì lacerato senza porsi alcun problema sul fatto che la trama abbia ad esserne stravolta, per giunta su iniziativa del Governo, a colpi di maggioranze non qualificate per una fase costituente, e in fretta, e in forza di un’agenda che ha del surrettizio non meno che dell’abborracciato, reclutando pacchetti parlamentari di nominati sotto ricatto e minaccia, la responsabilità remota è di tutti, quella prossima – e perciò efficace – è di chi ha condotto a questi passi sconsiderati. Se non è attentato alla Costituzione – cos’è? 

venerdì 18 luglio 2014

C.


Francesco Crispi, Pensieri e profezie, Casa Editrice Tiber 1920 – pag. 202

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Se la sentenza che lo condannava era politica, non si può escludere lo sia anche quella che lo assolve. Se è fin troppo chiaro quale fosse il fine della sentenza che lo condannava, occorre chiedersi quale sia quello della sentenza che lo assolve. Dunque possiamo evitare di attendere le motivazioni che la Corte d’Appello è tenuta a depositare entro i prossimi 90 giorni – daranno una lettura diametralmente opposta a quelle della condanna in primo grado e, al pari di quelle, saranno meramente funzionali al fine che oggi politicamente impone altra lettura dei fatti di quell’ormai lontano 2010 – e passare a considerare le ragioni politiche che hanno reso superflua la conferma della condanna o perfino utile – sul piano politico, ovviamente – l’assoluzione odierna. Prima di farlo, tuttavia, occorre chiederci cosa ci consenta di poter far nostra sia la tesi che in questi anni è stata sostenuta da Berlusconi e dai suoi, e cioè che la condanna fosse politica, sia quella che da domani in poi sarà a buon diritto sostenuta da chi ci dirà che lo è stata anche l’assoluzione. Senza contraddizione, peraltro, perché la politica ha occorrenze tutte contingenti, e ovviamente mutevoli. Direi ce lo consenta la grande versatilità con quale la magistratura legge gli atti: sempre gli stessi, ma lì a comprovare gravi reati e qui a concludere non sussistano. La libera interpretazione, d’altronde, è nella natura del giudizio. E sulla libertà, si sa, grava il rischio dell’errore. In quanto all’errore, poi, è umano trovarsi ad esserne vittima o autore. Vai a capire, così, se fu un errore condannare Berlusconi, allora, o non lo sia l’averlo assolto, ora: impossibile cavare il ragno dal buco. Conviene rispettare le sentenze, e questo è ovvio, ma anche evitare di commentarle, perché ogni commento, positivo o negativo, finisce per essere, intenzionalmente o meno, un’opinione politica. Ma non siamo nell’epoca in cui la politica dichiara con fierezza di poter fare a meno delle opinioni per dover dare conto solo ai fatti? E allora sia: ieri prevalevano le forze che volevano l’eliminazione politica di Berlusconi per via giudiziaria, l’unica che si è rivelata efficace, e oggi prevalgono quelle che gli concedono una via di fuga, in cambio di qualcosa. E non c’è bisogno di pensare che la magistratura che oggi lo assolve sia organica a tale disegno, come d’altronde non c’era bisogno di sospettare che quella che ieri lo ha condannato fosse pedina del complotto ai suoi danni. Come diceva Gorgia: nulla esiste; se esiste, non è conoscibile; se è conoscibile, non è comunicabile. Si aggiunga: se è comunicabile, non è delicato. 

Amor vincit omnia



Tale è la quantità di cazzate che Marco Bona Castellotti riesce a stipare in poco più di 3.500 battute spazi inclusi – parlo dell’articolo che firma per Il Foglio di mercoledì 16 luglio – che viene un sospetto: avrà voluto divertirsi a pigliarci per il culo?
Scrive dell’Amor vincit omnia del Caravaggio e attacca il pezzo con un aneddoto tratto da Le vite de’ pittori messinesi di Francesco Susinno che potrebbe dare indizio di «inclinazioni pedofile» del Merisi, però afferma non ne costituisca prova. Perché citarlo, allora? Perché allo Staatliche Museen di Berlino, dove è esposto il dipinto, «un gruppo di signori e signore tedeschi ne hanno chiesto la rimozione con l’accusa di essere un’immagine che può alimentare la pedofilia». Quand’anche l’alimentasse, dovrebbe indurci almeno a sospettare che il Caravaggio fosse pedofilo? Di soggetti in età prepuberale ritratti nudi è piena la storia dell’arte: la questione si solleva anche per Il bagno del neonato di Benozzo Gozzoli e per la Sacra famiglia con San Giovannino di Andrea Mantegna?
Domande che oggi non hanno senso, conviene consultare le fonti storiche per verificare se il dipinto del Caravaggio le abbia sollevate in epoca anteriore a quella in cui la pedofilia ha cominciato ad essere riconosciuta in quanto tale. Bene, c’è da constatare che non le abbia mai sollevate, e non è nemmeno difficile capire il perché: la nudità di un fanciullo ha cominciato a scandalizzare solo da poco più di un secolo in qua. Quando il Caravaggio si vedrà censurata la prima versione di San Matteo e l’angelo, il problema non era l’angelo prepubere seminudo ma il santo con la faccia da rozzo contadino, per giunta coi piedi sporchi. Se la Congregazione dei Palafrenieri gli rifiuterà la Madonna del serpe, non sarà per il Gesù sui sei-sette anni che lì è ritratto interamente nudo, ma per gli abiti da pezzenti che stanno addosso alla Vergine e a Sant’Anna. Alla Controriforma non dà alcun fastidio la nudità di bambini, ragazzi, adolescenti o adulti, se si tratta di soggetti maschili: il problema si pone solo per i soggetti femminili, uno per tutti valga l’esempio dei guai che capitarono ad Agostino Carracci per gli affreschi di Palazzo Farnese. C’è anzi da rilevare che quando la nudità crea qualche problema, com’è nel caso in cui si commissionano a Daniele da Volterra i mutandoni per le pudenda ritratte da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina, la questione non tocca mai soggetti in età prepuberale, e per una semplicissima ragione: il ragazzo nudo evoca sempre, o quasi, l’ideale di innocenza, non sollecita mai reazioni di scandalo, perché in pratica è considerato un essere asessuato. E per l’Amor vincit omnia abbiamo una prova diretta in ciò che scrive il cardinale Federico Borromeo nel suo De pictura sacra: nulla da ridire sull’inverecondia del soggetto, si limita a biasimare l’eccessivo entusiasmo che l’impressionante realismo del dipinto provocava in chi l’osservava.
Possiamo concludere che il dipinto abbia sempre turbato chi avesse modo di osservarlo, ma mai perché solleticasse uninvereconda prurigine. E allora come salta in testa a uno studioso d’arte come Marco Bona Castellotti di tirare in ballo la pedofilia? Sarà mica perché il Caravaggio era omosessuale? Sarebbe prova che al professore ha fatto male l’assidua frequentazione coi ciellini. Tanto male da impedirgli di considerare l’idealizzazione della figura del fanciullo di cui il neoplatonismo ha lasciato segni per tutto l’Umanesimo e il Rinascimento. Ma questo non è tutto, perché Marco Bona Castellotti scrive che «il Giustiniani, nella sua galleria, teneva [il dipinto] coperto da un drappo, perché essendo il migliore dei quadri da lui posseduti, temeva oscurasse gli altri». Vero, ma il professore dimentica di dire che questo timore non fu mai del Giustiniani, ma di Joachim von Sandrart, che per qualche tempo fu il curatore della collezione. Ed è proprio dalle memorie del von Sandrart che abbiamo ulteriore conferma del fatto che nessun visitatore di Palazzo Giustiniani fu mai turbato dal dipinto, ed è da queste pagine che apprendiamo che non furono pochi, sicché è sconcertante che il professore scriva: «L’opera era di destinazione privatissima ed eventuali scandali non avrebbero mai oltrepassato i muri di Palazzo Giustiniani»; ancor più sconcertante che, dopo aver affermato che il soggetto sia «allusivo di sottaciute inclinazioni omoerotiche», il professore aggiunga che tuttavia sia «avventato supporre che [il dipinto] fosse una specie di emblema di una ristretta cerchia di omosessuali romani d’alto lignaggio, capeggiata dal marchese». Più che avventato direi non abbia alcuna base, e dunque perché farvi cenno? In quanto al fatto che l’Amor vincit omnia possa alludere alla potenza del desiderio omoerotico che infrange ogni freno morale, è evidente che al professore manchi la lezione di Maurizio Calvesi, che ha dimostrato con ampiezza e profondità di argomentazione che il soggetto sintetizzato nel motto latino è di chiara ispirazione al Cremona fedelissima città… di Antonio Campi del 1585, e altro non è che un’esaltazione dell’«Amor Virtuoso, cioè pur sempre di un amore sacro, divino», che ha la meglio sulle scienze e sulle arti (Caravaggio o la ricerca, poi in Le realtà del Caravaggio, Einaudi 1990).
Ma siamo solo a metà dell’articolo e il peggio ha ancora da venire. Eccolo: «Nel quadro, saggio di straordinaria abilità mimetica, Caravaggio ha versato una dose abbondante d’ironia. A osservarlo bene questo Amore stradaiolo, ridanciano e spudorato, ha un corpo disarmonico, spiccando una certa sproporzione tra il braccio destro troppo corto, le gambe troppo lunghe, la testa al limite dell’acromegalia, il busto tozzo. È impensabile che l’insigne autore fosse incorso in errori anatomici; è invece probabile che abbia provato diletto e soddisfazione nel volgarizzare qualche modello illustre».
Ora, a parte il fatto che da Bernardo Berenson in poi non si contano gli studiosi che hanno segnalato i numerosi impacci che il Caravaggio mostra in anatomia, mai come nel caso dell’Amor vincit omnia le dette osservazioni sono fuori luogo. Procedendo, infatti, dai piani posteriori a quelli anteriori della scena, affiorano via via la spalla sinistra, la piega del gomito destro, l’avambraccio e la mano dello stesso lato, la parte superiore del torso, la spalla destra, il ventre, il volto, la gamba destra, il piede dello stesso lato, la coscia sinistra, la coscia destra e infine il ginocchio dello stesso lato: questa progressione dà ampia ragione della lunghezza dei segmenti, sicché le sproporzioni rilevate da Marco Bona Castellotti risultano del tutto illusorie, mentre l’osservazione che in queste inesistenti sproporzioni il Merisi abbia voluto metterci ironia, beh, lascia davvero senza parole. A margine, è da rilevare che il professore non abbia la ben che minima idea di cosa sia davvero l’acromegalia.
È tutto? Niente affatto, perché il professore ravvisa che per l’Amor vincit omnia il Caravaggio «aveva attinto a una delle figure più tragiche del “Giudizio Universale” di Michelangelo: il San Bartolomeo scuoiato, con la pelle in mano, su cui è rimasto impresso il proprio ritratto deformato. Un colpo di virtuosismo pittorico sensazionale». Qui di sensazionale pare esservi soltanto un’affermazione che non poggia su alcuna fonte e non trova alcun serio fondamento nell’analisi formale. D’altronde a questa affermazione arriva grazie a un unico elemento che accomuna i due soggetti, seppure solo in modo assai vago: la postura assunta dalla coscia sinistra. Trattandosi di una postura che ritroviamo in mille altre opere d’arte, si potrebbe liquidare l’osservazione come arbitraria e del tutto gratuita. Se è vero, infatti, che chi «vincit» è spesso raffigurato con una coscia divaricata rispetto all’asse sagittale mediano del corpo e con un ginocchio poggiato sul «victum», su cosa sarebbe «victor» il San Bartolomeo michelangiolesco? Volendo a tutti i costi trovare un modello del Buonarroti nell’Amor caravaggesco, perché non la Vittoria di Palazzo Vecchio? Il fatto è sul modello da cui il Caravaggio ha attinto per raffigurare l’Amor proprio in quella postura c’è chi ha studiato il necessario per poter sennatamente dimostrare che si trova nei cartoni di Simone Peterzano, che del Merisi, guarda caso, fu il maestro.
In quanto al fatto che Roberto Longhi abbia notato una somiglianza dei tratti faciali tra il soggetto del quadro di cui stiamo discutendo e il Cristo della Cena in Emmaus, è vero, ma che valore assume il rilievo che «entrambi i dipinti furono realizzati nel 1602, il che vanifica l’ipotesi di una mutazione del soma, determinata da un intervallo temporale»? «Se l’ignoto modello, per nulla ragazzino, fosse stato reclutato a svolgere funzioni fra loro concettualmente lontanissime, significherebbe che il pittore lo aveva voluto adattare ai differenti ruoli, invecchiandolo o ringiovanendolo secondo la bisogna». E grazie al cazzo, c’era bisogno di precisarlo?