stronzo (strón-zo) s.m. 1. Escremento solido a forma di cilindro.domenica 22 novembre 2009
Dal longob.
stronzo (strón-zo) s.m. 1. Escremento solido a forma di cilindro.domenica 11 ottobre 2009
La leggenda del premier eletto dal popolo (Ilvo Diamanti - la Repubblica, 11.10.2009)
Queste affermazioni, sostenute a caldo e a tiepido dal premier, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, si fondano su premesse discutibili, anzitutto sul piano dei fatti. Dati per scontati. Che scontati non sono.
Il primo fatto è che Berlusconi sia un presidente "eletto dal popolo". È quanto meno dubbio. Perché l'Italia non è (ancora) un sistema presidenziale. I cittadini, gli elettori, votano per un partito o per una coalizione. Non direttamente il premier o il presidente. Anche se, dopo il 1994, abbiamo assistito a una progressiva torsione delle regole elettorali e istituzionali in senso "personale". Senza bisogno di riforme. Così, nella scheda elettorale, accanto ai partiti e alle coalizioni viene indicato anche il candidato premier. (Come ha lamentato, spesso, Giovanni Sartori). Tuttavia, non si vota direttamente per il premier, ma per i partiti e gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per questo, non è un presidente eletto dal "popolo". Semmai dal "Popolo della Libertà". Da una maggioranza di elettori, comunque, molto relativa.
Alle elezioni politiche del 2008 il partito di cui è leader Berlusconi, il Pdl, ha, infatti, ottenuto il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Intorno a un terzo del "popolo", insomma. Peraltro, prima di unirsi con An, fino al 2006, il partito di Berlusconi era Forza Italia, che non ha mai superato il 30% dei voti (validi). Al risultato del Pdl si deve, ovviamente, aggiungere il 10% (o l'8%, a seconda della base elettorale prescelta) ottenuto dalla Lega. I cui elettori, però, non hanno votato per Berlusconi. Visto che al Nord la Lega ha sottratto voti al Pdl, di cui è alleata e concorrente. E quando ha partecipato al governo (come in questa fase) si è sempre preoccupata di fare "opposizione". Questa considerazione risulta ancor più evidente se si fa riferimento al risultato delle recenti europee. Dove si è votato con il proporzionale e con le preferenze personali. Il Pdl, il partito di Berlusconi, ha infatti ottenuto il 35,3% dei voti validi, ma il 33% dei votanti e il 21,9% degli aventi diritto. Lui, il Presidente, ha personalmente ottenuto 2.700.000 preferenze. Il 25% dei voti del Pdl, ma meno del 9% dei votanti. Il risultato "personale" più limitato, dal 1994 ad oggi.
Tutto ciò, ovviamente, non intacca la legittimità del governo e del premier. Semmai la sua pretesa di interpretare la "volontà del popolo".
D'altronde, si vota una volta ogni cinque anni, mentre i sondaggi si fanno quasi ogni giorno. Per cui, più che sul voto, il consenso tende a poggiare sulle opinioni. Sulla "fiducia". Ma stimare la "fiducia" dei cittadini è un'operazione difficile e opinabile. Che non coincide con il consenso elettorale. Non si capirebbe, altrimenti, perché, se davvero - come sostiene Berlusconi - il 70% degli italiani ha fiducia in lui, alle recenti elezioni europee il Pdl si sia fermato al 35%, la coalizione di governo al 45% e le preferenze personali per il premier al 9% (dei voti validi).
La fiducia, inoltre, è difficile da misurare. Per ragioni sostanziali, ma anche metodologiche. Soprattutto attraverso i sondaggi. Dipende dalle domande poste agli intervistati. Dagli indici che si usano. Alcuni fra i principali istituti demoscopici (come Ipsos di Nando Pagnoncelli e Ispo di Renato Mannheimer) utilizzano una scala da 1 a 10, per analogia al voto scolastico. Per cui l'area della "fiducia" comprende tutti coloro che danno a un leader (o a un'istituzione) la sufficienza (e quindi almeno 6). Oggi, in base a questo indice, circa il 50% degli italiani esprime fiducia nel premier Berlusconi (le stime di Ipsos e Ispo, al proposito, convergono). Mentre a fine aprile, dopo il terremoto in Abruzzo, superava il 60%. Ciò significa che negli ultimi mesi la "fiducia" del popolo nel premier si è ridotta, anche se risulta ancora molto ampia. Tuttavia, anche accettando questi indici, un 6 può davvero essere considerato un segno di "fiducia"? Ai miei tempi, nelle scuole dell'obbligo - ma anche al liceo - era una sufficienza stretta. Come un 18 all'università. Che si accetta per non ripetere l'esame. Ma resta un voto mediocre. Basterebbe alzare la soglia, anche di pochissimo, un solo punto. Portarla a 7. Per vedere la fiducia nel premier (e in tutti gli altri leader) scendere sensibilmente. Al 37%. Più o meno come i voti del Pdl. Con questi dati e con queste misure appare ardita la pretesa del premier di parlare in "nome del popolo". Tanto più che, con qualunque metro di misura, il consenso personale verso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, risulta molto più elevato. Fino a una settimana fa, prima della recente polemica, esprimeva fiducia nei suoi confronti circa l'80% degli italiani, utilizzando come voto il 6. Oltre il 50%, con una misura più esigente: il 7. Lo stesso livello di consenso raccolto dal predecessore, Carlo Azeglio Ciampi. Anche da ciò originano le tensioni crescenti tra il premier e il Presidente della Repubblica. Nell'era della democrazia del pubblico. Maggioritaria e personalizzata. Dove i media sono divenuti lo spazio pubblico più importante. E il consenso è misurato dai sondaggi. Nessuno è "super partes". Sono tutti "parte". Tutti concorrenti. Avversari o alleati. Amici oppure nemici. Anche Napolitano, soprattutto Napolitano. Per la carica che occupa e la fiducia che ottiene. Agli occhi di Berlusconi, impegnato a costruire la leggenda del "presidente votato e voluto dal popolo". Non può apparire amico.
venerdì 25 settembre 2009
Pro e contro l'ipotesi del paranormale
domenica 6 settembre 2009
"Google ci dice chi vincerà"
In pratica, se sparo mille volte in rete “Bersani mi fa cagare”, il trend del termine “Bersani” schizza in alto ed Europa ne ricava che Bersani va fortissimo, ha segreteria del Pd in pugno; se però, subito dopo, sparo diecimila volte in rete “Franceschini mi fa cagare assai di più”, Europa ne ricava che c’è stata una strepitosa rimonta da parte di Franceschini, che così straccia Bersani.
Certo – concede Europa – “sarebbe sbagliato confondere i risultati di questa semplice ricerca con un orientamento di preferenza per l’uno o l’altro dei candidati”, ma allora perché suggerirlo come strumento alternativo ai sondaggi? Chissà. E sì che il suggerimento era mosso al fine di ricavare “un’idea sull’andamento reale della campagna congressuale e della presa dei due candidati principali sull’opinione pubblica”, per giunta “con impressionante precisione”, e il titolo dell’articolo non lasciava adito a dubbi: “Google ci dice chi vincerà”.
Chi può aver scritto una cazzata del genere? Ah, ecco, è quello che di solito cerca l’effetto esilarante col dardo, roba del tipo “Clima arroventato nel Pd. Effetto Serra-cchiani”, che al confronto un Antonino Russo da Seminara mi diventa quasi un Longanesi o un Flaiano.
mercoledì 5 agosto 2009
La cozza innocente
sabato 23 maggio 2009
Alfonso Berardinelli, Trinità intellettuale (Il Foglio, 16.5.2009)
Tutto, se vogliamo, si può dividere in tre parti: o tipi, o categorie, o funzioni, o livelli. La divinità cristiana si divide in Padre, Figlio e Spirito Santo. La divinità indù prende la forma di Brahma il Creatore, Shiva il Distruttore, Vishnu o Colui che conserva e protegge. La dialettica di Hegel è anch’essa divisa in tre momenti: tesi antitesi e sintesi. Potrei scegliere altre divisioni, ma volendo dire qualcosa sugli intellettuali di ieri e di oggi, mi tengo stretto alle più prestigiose trinità e dico che possono essere divisi in tre tipi fondamentali: il Metafisico, il Tecnico, il Critico. Prevengo facili obiezioni aggiungendo che questi tre tipi non li troviamo mai in natura, volevo dire in società, allo stato puro. A volte si mescolano e diventano ibridi. Ma non corriamo troppo. C’è bisogno di qualche parola in più per capire meglio di che tipi si tratta. I Metafisici sembravano spariti e sconfitti sotto i colpi della critica illuminista, razionalista, empirista. Nel corso del Novecento e soprattutto dopo la sua metà, le qualifiche di “metafisico” e di “mistico” erano usate spesso come un insulto dei più infamanti. Dopo Voltaire, dopo l’Encyclopédie, dopo Marx, Comte e Freud, ciò che fu mistico e metafisico, irrazionale o suppostamene supermentale divenne oggetto di spassionato e positivo studio scientifico. Fu cioè “demistificato” perché si trattava, scientificamente parlando, di favole, di giustificazioni e coperture ideologiche, di paure o desideri inconsci, di antiche superstizioni, di strumenti culturali adoperati subdolamente per conservare una società oppressiva e difendere il potere di chi la dominava manipolando le coscienze. Ma succede di rado che qualcosa venga completamente eliminato e cancellato dal corso della Storia. Si cominciarono a guardare da vicino proprio le idee moderne e occidentali di storia e di scienza: e si vide che non c’era modo di rendere del tutto razionale la vita dei singoli e della società, si scoprì che esistevano altre culture fuori dalla cultura europea, borghese e capitalistica, si disse che la stessa scienza era o poteva essere usata come uno spauracchio o come un randello ideologico per mettere a tacere obiezioni e dubbi della “gente comune”. Infine si constatò che il novanta per cento dell’arte e della letteratura moderne nasceva da sentimenti antimoderni, antiscientifici, antiprogressisti e che con una preoccupante, eccitante frequenza l’arte moderna poteva ricorrere all’antico, all’arcaico, all’originario, all’infantile, al notturno, al nonborghese, a tutto ciò che non è medio, normale, calcolabile, comune. Così il ragionevole e stoico divieto antimetafisico di Kant sembrò una censura, un’amputazione rigoristica. Rinunciare alla conoscenza metafisica e metterla scientificamente al bando sembrò l’espressione di un nuovo e aggiornato dogmatismo. Il sistematico Hegel fu detestato da Schopenhauer, fu respinto da Kierkegaard: Nietzsche andò oltre e volle andare (o lo credette) al di là di tutti i saperi e valori secondo lui “nemici della vita”. Ma l’antimetafisica di Nietzsche apriva lo spazio a una nuova metafisica, o meglio a un’ontologia radicale del puro esistere al di fuori di ogni categoria razionale e morale. Solo che l’uomo capace di tanto deve essere un uomo speciale, davvero über e super, un essere umano che si fonda sul vuoto dei fondamenti ereditati e quindi si fonda sull’eterno ricominciare, sull’eterna aurora senza più tramonto, sull’Essere pieno, originario e indubbiamente divino: non umano, più che umano, neoumano, poststorico e postumano. L’essere in questo Essere sarebbe un’altra specie di paradiso, bioontologico, o meglio una particolare specie di orrore dionisiaco. La distruzione nietzscheana della metafisica ha aperto la strada all’avvento di quelli che sono gli intellettuali metafisici novecenteschi e attuali, o Nuovi Sapienti. In loro si mescola la morte di Dio e il ritorno degli Dei, il nichilismo e le scienze del sacro, la filosofia che diventa teologia del nuovo Dio chiamato Essere. Il rifiuto del concetto spinge questi intellettuali a disprezzare la moderna, illuministica categoria di intellettuale, per essere qualcosa di più. Per loro non conta tanto l’intelletto e l’esperienza, conta la Mente Superiore che al di là di ogni schema e apparato razionale, tecnico, strumentale, coglie la pura vita dell’essere. Ma questa vita non è individuale, va al di là dell’individuo, perché l’individuo è apparato psichico, è gabbia limitante e oppressiva che opera una coercizione ai danni di ciò che, nei singoli, è l’ontologia dell’essere comune. Questi Metafisici non hanno a disposizione una metafisica architettonica come quella di Platone, di Aristotele o di Dante. La loro è una
metafisica che richiede un nuovo linguaggio, che spinge la filosofia verso la poesia: una metafisica disossata, senza strutture, puro movimento verso l’aldilà e l’aldiqua dell’uomo e delle sue culture come le abbiamo conosciute storicamente. Se dovessi fare il nome di alcuni maestri novecenteschi degli intellettuali neometafisici dovrei citare ovviamente Martin Heidegger. Ma citerei anche René Guénon (convertito alla mistica islamica e studioso del Vedanta) nonché Mircea Eliade, uno dei maggiori indologi e mitologi del Novecento. Ma certo l’ontologia radicale e vitalistica profetizzata da Nietzsche ha preso varie forme: essendo apocalittica e rivoluzionaria, a volte si è mescolata con il marxismo apocalittico e anarchizzante che vede una rivoluzione dietro ogni angolo, nell’attesa di uno sciopero insurrezionale dell’Essere Sociale, al di qua e contro tutti gli apparati e i dispositivi organizzativi e di controllo. Si arriva a Foucault e Derrida per i quali ogni organizzazione è repressione, ogni linguaggio è alienazione e metafisica. Se, come dice Nietzsche, “il vecchio Dio” è morto, allora deve morire o essere eliminato anche “il vecchio Uomo”, finché saremo “illuminati dai raggi di una nuova aurora” (“La gaia scienza”, Adelphi p. 195). Se per i Mistici l’unico scopo è l’essere al di là di ogni scopo umano, per i Tecnici il solo essere di cui vale occuparsi somiglia a una macchina da tenere in funzione o da riparare. Macchina psichica e fisica, macchina sociale, macchina economica e produttiva, macchina linguistica. Mentre i Metafisici ci parlano in continuazione di un Essere che sfugge al linguaggio, ai dispositivi e agli apparati, e sono i propagandisti di un fine da raggiungere per il quale non si nominano i mezzi (direi che sono falsi mistici senza tecniche mistiche), viceversa per i tecnici contano solo i mezzi e la loro efficienza: il fine è fuori discussione, sarà lo sviluppo dei mezzi a crearlo. Se per esempio riusciremo ad avere i mezzi per mutare radicalmente l’essere umano, corpo e mente, il fine sarà questo nuovo essere umano che i mezzi bio-tecnici sono capaci di creare. Il fine segue i mezzi. Il fine è un prodotto dei mezzi. Quindi non va concepito, né tanto meno discusso in anticipo. Per i Tecnici, l’idea buona e giusta di umanità, quale che sia, è un dogma prescientifico. Il solo comportamento giusto è la libertà di ricerca di mezzi per aggiustare, programmare, guarire, modificare la macchina umana. Vietato sapere a che scopo. La stessa società è una macchina senza scopo, il cui solo scopo è funzionare. Questo riguarda molti sociologi di oggi e ormai la grande maggioranza degli economisti, dato che la critica dell’economia politica è pressoché spenta. I Tecnici hanno le loro ragioni: se per esempio i Metafisici avessero delle tecniche da proporre, come avveniva nell’antichità o nel Medioevo, per ottenere la conoscenza metafisica, la smetterebbero di affidarsi totalmente alle parole nel momento stesso in cui le dichiarano inadeguate. Il fatto è che il mondo contemporaneo non dispone di tecniche mentali che rendano legittimo e praticabile il discorso metafisico e ontologico. Se si vuole un fine, si devono volere anche i mezzi per raggiungerlo, altrimenti si cade nella fantasticheria. Ma fra Metafisici e Tecnici esiste un rapporto complementare: gli uni hanno la cosa essenziale che agli altri manca. Si dovrebbe aggiungere che l’idea di “scopo finale” o di essere umano assoluto che hanno in testa i Metafisici è così superomistico da superare (per definizione) le possibilità pratiche di ogni mezzo umano oggi immaginabile. Un caso speciale e paradossale è stato quello dei Tecnici della Rivoluzione, ora passati, per mancanza di mezzi e incertezza di scopi, nella categoria dei Mistici, dato che per loro la rivoluzione somiglia ormai a una Apocatastasi, a una restaurazione dell’ordine divino dopo la catastrofe sociale in cui l’ontologia sconfiggerà la tecnologia. Nella cultura europea moderna c’è stato un periodo, quello umanistico e rinascimentale, in cui tra Metafisici e Tecnici non c’era una separazione netta. Le figure intermedie erano il medico mago e il cosmologo simbolico. Da Pico della Mirandola a Bruno e Campanella lo studio dei misteri della natura era tecnico e mistico. Ma non c’è dubbio che Machiavelli sia già pienamente un tecnico (della politica) nel quale il metodo sembra spesso prevalere sugli scopi. Marx è stato un utopista, ma soprattutto uno scienziato sociale: la scuola che è nata da lui è stata una scuola di tecnici che hanno costruito macchine organizzative, i partiti rivoluzionari, più adatte a distruggere e avvelenare i legami sociali che a costruire una socialità migliore. Nel Novecento i Tecnici abbondano. L’arte d’avanguardia è apocalittica e tecnica nello stesso tempo: nega il passato e inventa dispositivi estetici di autodistruzione dell’arte e della sua ideologia. Molte le teorie letterarie che hanno insistito sulla tecnica (i futuristi, Joyce, Valéry, Breton, i formalisti russi, fino al nouveau roman e allo strutturalismo). La filosofia speculativa è stata minacciata dal neopositivismo, dalla filosofia del linguaggio e dalla linguistica. Ciò che è in discussione, con Wittgenstein, è il senso delle affermazioni filosofiche, la maggior parte delle quali, a suo avviso, di senso non ne hanno. Così anche la filosofia diventa una tecnica logico-linguistica per depurare, risanare, guarire il linguaggio filosofico dalle sue malattie perché funzioni finalmente bene, sia chiaro e fondato. Oggi rientrano nella tipologia del Tecnico tutti coloro che mirano a manipolare efficacemente i diversi aspetti della realtà (legislazione, corpo umano, produzione e finanza, istituzioni, comportamenti dei consumatori, ecc.) in modo da far funzionare il più possibile a pieno regime la macchina sociale. In vista di che cosa? In vista di un Progresso alla definizione del quale un vero tecnico non si interessa mai. Fra l’Essere da ritrovare e la Macchina da far funzionare, qualcuno, semplicemente, si sente a disagio. Pensa che “qualcosa non va”. Questa potrebbe già essere una prima definizione del terzo tipo di intellettuali, quello dei Critici: forse il più diffuso ma anche il più debole e il meno autorevole. I Critici sono e si riconoscono individui a disagio, dubbiosi, senza potere e spesso con la sensazione di essere soli. Da un lato c’è l’Essere, o Dio, o gli Dei, l’Assoluto, l’Inizio e la Fine, la Verità e la sua decostruzione. Dall’altro ci sono gli imperativi pratici, il progresso, la collettività, strutture, sovrastrutture, infrastrutture, Stato e Mercato: e la necessità di fare funzionare tutto questo per procurarsi sviluppo, crescita, miglioramento. Stretto fra queste soverchianti entità, al critico resta poco spazio. Non sa proporre soluzioni valide in generale. Crede e non crede, ma comunque in qualcosa di relativo e di minuscolo. Nella categoria dei Metafisici-mitologi- ontologi-mistici troviamo ciò che resta della cosiddetta “filosofia continentale” europea, con l’aggiunta di qualche junghiano e storico delle religioni. Nella categoria dei Tecnici troviamo in prevalenza matematici e politologi, sociologi e biologi, medici e ingegneri, specialisti del management e della comunicazione, estetisti e pubblicitari. Fra i Critici ci sono piuttosto scrittori e “gente comune”, la cui intelligenza è di altro genere e non è inferiore a quella degli intellettuali. Il critico ha bisogno di senso comune, di esperienze comuni, e di un linguaggio nel quale si possano dire cose che forse non interessano a Dio e che certo non servono al Progresso. La critica è stata una delle bandiere della modernità. Alla sua azione si deve la nascita delle liberal-democrazie, delle società aperte, delle utopie sociali, della libera ricerca scientifica. Per i Critici, contrariamente che per i Metafisici e per i Tecnici, i singoli individui esistono: non sono apparenze, o contingenze, o imprevisti malaugurati, errori da eliminare, distorsioni soggettive da superare in un’ottica più vasta e in una prospettiva più elevata. Per i Critici le singole vite individuali sono un campo e uno strumento di conoscenza ineliminabile. Lo scoprirono filosofi come Montaigne e Kierkegaard, che non costruirono sistemi teorici né scrissero trattati, ma usarono come forma letteraria più adatta al pensiero la forma della confessione, dell’autoanalisi, del diario, dell’invettiva. Si può accusare Kierkegaard? Si possono accusare Leopardi o Baudelaire di narcisismo per il fatto di aver parlato di sé, di avere “esplorato il proprio petto” o di avere “messo a nudo il proprio cuore”? L’io del critico è uno strumento per essere onesti con gli altri, che a loro volta non sono privi di un loro io. Non è né una scoperta recente né un provocante paradosso notare che i tre suddetti autori, grandi scrittori moderni, sono stati anche tra i più memorabili critici della modernità. I critici rischiano la solitudine. Hanno bisogno della solitudine. Anzi, la rappresentano pubblicamente come un valore pubblico che è pubblicamente misconosciuto. Nel Novecento la famiglia dei critici si è allargata, anche se non si tratta di famiglia, ma di figli unici o di orfani. Ogni intellettuale critico è un caso a sé. Karl Kraus era di destra o di sinistra? E Orwell? E Simone Weil? Una delle vicende negative più interessanti della seconda metà del Novecento è stata la difficoltà che gli intellettuali politicamente schierati e gli studiosi accademici hanno avuto nell’accettare questi autori, nel riconoscere la loro importanza politica, il loro valore intellettuale e letterario. Non è solo questione di etichette politiche, c’è anche il problema delle caselle professionali e disciplinari. Che cos’è Kraus? Uno scrittore satirico? Un moralista del linguaggio? Un liberale o un anarchico? E Orwell? E’ solo un romanziere secondario? Un socialista libertario? Un politologo? E Simone Weil? Una donna molto singolare? Una specie di santa rivoluzionaria e anti-rivoluzionaria? Questi tre critici, insomma, avevano una vita privata infelice? Sì, a volte. Problemi sentimentali e sessuali? Non si può negarlo. E per queste ragioni non ha valore oggettivo quello che hanno pensato e scritto? Ho fatto pochi esempi. Per dimostrare che cosa? Che gli intellettuali non sono sempre, anzi quasi mai, da considerare anzitutto come ceto sociale e come gruppo. Spesso, nei casi migliori, si tratta di inclassificabili singoli, e la loro vulnerabile forza è in questo.
martedì 5 maggio 2009
Pasquale Panella / Lucio Battisti - Estetica - 1994
È successo quello che doveva succedere,
ci siamo addormentati perché è venuto il sonno
a fare il nostro periodico ritratto.
E per somigliarci a noi, più che noi stessi,
ci vuole fermi, ché appena respiriamo,
e mobili ogni tanto, come un tratto sicuro di matita.
Ecco che siamo: la viva immagine di una distilleria abusiva
che goccia a goccia secerne puro spirito.
Noi dietro una colonna ridevamo per l’aneddoto
e ci contrastavamo amabilmente
su aria, fiato e facoltà vitale,
su brio d’intelligenza,
sull’indole e sull’estro,
soffio, refolo, vento e venticello.
Sull’essenza e sulla soluzione,
sul volatile e sulla proporzione,
sul naturale e sul denaturato.
E poi sulla fortuna…
La fortuna non c’entra,
quando una cosa per terra si posa.
E vale sia per l’estetica che per l’allodola.
E lui continuava a ritrattare,
a ritrattare, quindi,
e la reale e doppia fisionomia nostra
spariva via, come una coppia annoiata
di visitatori da una mostra.
Noi dietro le sue spalle,
ridevamo per l’aneddoto,
mimetico, drammatico, faceto, ditirambico.
E ci contrastavamo amabilmente,
su verde, rosa e viola del pensiero,
su mente giudicante, su lampo e riflessione
e sul limpido e il cupo e il commovente,
su coscienza e su allucinazione,
sulla celebre cena e gli invitati,
colori che divorano colori.
Se lo spirito s’eccita
per caso esilarando,
oppure ardendo,
bruciando, bruciando.
E chi dei due,
ha le parti fredde,
cercando le tue…