domenica 24 marzo 2019

Memorandum


Nel gennaio del ’47, quand’è a capo di un governo in cui i comunisti hanno quattro ministeri, e i socialisti tre, Alcide De Gasperi vola in America, ufficialmente per partecipare ad un convegno. Nessuno gliene ha dato mandato, ma lì firma un memorandum d’intesa: un bel paccotto di milioni di dollari in cambio dell’estromissione dei comunisti e dei socialisti dal governo. Torna in Italia ed esegue.
Inizia a questo modo quella che per settant’anni sarà celebrata di qua e di là dall’Atlantico come «la grande amicizia tra Roma e Washington». Qualche superficialone parlerà di vassallaggio, ma è perché non ha senso delle proporzioni. Non è normale che, tra due amici, quello più grosso abbia un naturale istinto di protezione verso quello più piccino? È in questo modo che va letta l’amichevole minaccia di morte con la quale Kissinger cerca di dissuadere Moro dal far entrare il Pci al governo: naturale istinto di protezione.
Beh, ora quest’amicizia corre il serio rischio di incrinarsi. Per colpa nostra, ovviamente. È che abbiamo firmato un memorandum d’intesa con Pechino, e si sa che Pechino, a differenza di Washington, non dà mai niente per niente, sicché è possibile (ma che dico? è assai probabile, quasi certo, sicuro) che nel paccotto di milioni di yuan che Xi Jinping porta a Roma sia celata un’insidia (no, più che un’insidia: un pericolo, e non da poco): tra due o tre anni potremmo diventare una colonia cinese.
Il Nando Mericoni che ci portiamo dentro sarebbe costretto a una faticosissima riconversione, mi auguro comprenderete il dramma. In più, potremmo ritrovarci il dizionario zeppo di lemmi asiatici. Più di tutto, perderemmo la sovranità nazionale che fino a ieri abbiamo potuto vantare con orgoglio, liberi da ogni condizionamento, a riparo da ogni ingerenza.
Sì, è vero, potrà sembrare che in questi ultimi settant’anni la Cia abbia messo il naso dove non avrebbero dovuto metterlo, che la Chiesa abbia cercato di dettar leggi al nostro Parlamento, che l’Unione europea ci abbia scritto le finanziarie, ma in fondo non facevano altro, ciascuna a suo modo, che offrirci quello che noi non sapevano di volere, al punto che spesso le abbiamo costrette pure a dover insistere, per il nostro bene. E qualcuno, ingrato, pure a recriminare.

lunedì 18 marzo 2019

Via, siate indulgenti


«Culle vuote e frontiere piene, ma la crisi delle nascite non preoccupa nessuno» (Il Foglio, 8.12.2018). Proprio «nessuno», no: Brenton Tarrant si preoccupava, eccome. «Every day – scriveva – we become fewer in number, we grow older, we grow weaker. In the end we must return to replacement fertility levels, or it will kill us. To maintain a population the people must achieve a birthrate that reaches replacement fertility levels». Né gli sfuggiva la ragione del perché, «despite this sub-replacement fertility rate, the population in the West is increasing, and rapidly»: «sono stati i contingenti di immigrati a vivacizzare una demografia altrimenti morente» (Il Foglio, 14.1.2019), «la nostra “crescita attuale” è come la luce delle stelle molto vecchie, vediamo l’effetto di fenomeni che non esistono più, “drogati” dall’immigrazione» (Il Foglio, 14.6.2018), cioè, per dirlo come lo diceva Brenton Tarrant, «mass immigration and the higher fertility rates of the immigrants themselves are causing this increase in population».
Soluzione? «To return to replacement fertility levels is priority number one», ovvio, ma occorre prendere atto che «dietro al nostro “malessere demografico” si nasconde un malessere culturale» (Il Foglio, 17.2019), giacché «western culture is trivialized, pulped and blended into a smear of meaningless nothing, with the only tenets and beliefs seemingly held to are the myth of the individual»: è il «disaster of hedonistic, nihilistic individualism», «un individualismo sintomo di mancanza di speranza» (Il Foglio, 5.4.2018). 
Dice nulla la relazione tra «empty nurseries» ed «empty churches», da un lato, e «full shopping centers» e «full mosques», dallaltro? È che «the West killed the notion of God, and proceeded to replace it with nothing», ma si può dirlo meglio: «La religione di un popolo, la sua fede, crea la sua cultura, e la sua cultura crea la sua civiltà. Quando la fede muore, muore la cultura e muore la società. E anche quel popolo comincia a morire» (Il Foglio, 28.7.2016).
Che fare, allora? «Attaccare, per non essere attaccati. Annientare, per non essere annientati» (Il Foglio, 25.5.2017). 

Via, siate indulgenti: lunico errore commesso da Brenton Tarrant – quello che ora gli costerà almeno trentanni di galera – è stato quello di far seguire i fatti alle parole.

venerdì 15 marzo 2019

«Mussolini ha fatto anche cose buone»


Se facciamo nostra la tesi che Umberto Eco espone ne Il fascismo eterno, il Ventennio smetterà di essere un problema storico, per diventare semplicemente larco di tempo in cui «un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni» ebbero ipostasi in un regime politico. Con ciò, però, dovremmo concedere che «un modo di pensare e di sentire» sia possibile al di fuori del contesto sociale che lo produce, che le «abitudini culturali» precedano la costruzione della società che le fa proprie, che il fascismo sia in qualche modo innato perché inscritto nella costellazione di certi «istinti» e di certe «pulsioni» che sono antecedenti al loro precipitare nella storia: «eterno», dunque, perché archetipo preesistente al Ventennio, seppure nella disarticolazione degli elementi che nel Ventennio gli fecero assumere la forma più facilmente riconoscibile (lo dimostrerebbe il fatto che prima del 1919 non possiamo chiamarlo ancora «fascismo», mentre dopo il 1945 non possiamo chiamarlo in altro modo); «eterno», soprattutto, perché con la fine del Ventennio non ha smesso dessere lidea che gli preesisteva, idea che «è ancora intorno a noi», pronta a reincarnarsi, seppure «sotto spoglie più innocenti».
È un caso che questa interpretazione del fascismo veda la luce in un libricino che reca a titolo Cinque scritti morali (Bompiani, 1997)? Ovviamente no, perché, interpretandolo a questo modo, il fascismo diventa un problema solo incidentalmente sociale, politico, economico, ecc. La sua cornice non è la storia, ma la teodicea: è il male – meglio ancora, è il Male Assoluto – che incombe sui destini umani. Se è ab-solutus, non ha discontinuità, dunque non gli si può riconoscere alcun merito, a meno che non si sia vittima dei suoi inganni o complice delle sue nequizie. Dire che «Mussolini ha fatto anche cose buone», quindi, rivela il cretino o il criptofascista, eventualmente il neofascista.
Dà da pensare che questo modo di interpretare il fascismo fu del tutto estraneo a chi più lo avversò durante il Ventennio. Non uno dei grandi antifascisti pensò al fascismo come a unentità metastorica, tanto meno come al Male Assoluto: in tutti, senza eccezioni, il fascismo è un problema da affrontare esclusivamente sul piano delle scienze sociali. Sarà per questo che anche in chi ne fa unanalisi che prolude a una condanna senza possibilità di appello non manca il riconoscimento dun qualche merito, in ossequio a quella onestà intellettuale che consente di giudicare positivamente la bonifica di una palude indipendentemente da chi lha bonificata, al pari di come sul piano logico si è tenuti a dichiarare valida una proposizione, se valida, indipendentemente da chi lha formulata. Così, in Antonio Gramsci e in Benedetto Croce, in Carlo Rosselli e in Gaetano Salvemini, in Lelio Basso e in Leo Valiani, in Palmiro Togliatti e in Luigi Sturzo, non stupisce trovare incisi che alle politiche del regime fascista concedono un po di più di quanto sia disposto a concedergli oggi chi sposa la tesi di Umberto Eco: non saranno dei «Mussolini ha fatto anche cose buone», ma gli sarebbero altrettanto irritanti, se solo li leggesse. 

lunedì 11 marzo 2019

Parafrasi



Quante volte abbiamo detto che la minigonna non è capo di vestiario da donna seria? Tante, rammentate? E non abbiamo certo lesinato in argomenti. Non parliamo poi degli autorevoli pareri che vi abbiamo offerto a supporto.
Ricordate l’Elogio della verecondia di monsignor Sempronio Sguarramazzi che pubblicammo in prima pagina? Dal De verginibus velandis di Tertulliano al «Mìttete scuorno, zucculone!» di Padre Pio, che squisita pastorale! E ricordate che diceva sulle tentazioni che il Maligno tende all’uomo col ginocchio ignudo della femmina iperestrinica?
E il doppio paginone nell’inserto del sabato con l’intervista al professor Einar Stefferlond della Norwegian University of Life Sciences? «È fuor di dubbio che la lunghezza della gonna sia inversamente proporzionale alla resistenza che il sistema nervoso della donna oppone al gammaidrossibutirrato che il malintenzionato le versa di nascosto nel bicchiere».
E voi? Niente. Nel migliore dei casi, un sorrisetto tra il compassionevole e il beffardo, sennò l’epiteto ingiurioso col qualche pensavate di poter chiudere la discussione: retrogradi, eravamo retrogradi. E ora? Ora vi lamentate di tutti questi stupri? 

La fitta


L’appunto di Carlo Michelstaedter che segue a questa premessa (tratto da La melodia del giovane divino, Adelphi 2010, pagg. 205-206) è così bello, così ben scritto, che ricopiarlo manualmente invece di passarlo allo scanner – così ho pensato – potrà in parte lenire la fitta dinvidia che mha inferto ad un fianco nel leggerlo, che mha reso faticoso arrivare fin qui, e che ancora duole. Saper scrivere a questo modo – saper distillare dalla rozza materia del disprezzo una metafisica della cazzimma – Dio, varrebbe la perdita di un braccio, possibilmente quello sinistro.

A Benedetto Croce non per insultarlo e non per combatterlo, ma per dirgli la mia ammirazione. Ammirazione per ogni onesta fatica. «Ho un’ammirazione per questo giovane – diceva un giorno un vecchio commerciante, d’un giovane poeta, ho un’ammirazione per lui: ché se io fossi come lui cretino e ignorante non saprei né leggere né scrivere – e lui fa tragedie». –
Così io che sono un vecchio uomo incallito nel lavoro ho unammirazione per Benedetto Croce, ché se io avessi come lui una mente acuta ed astratta di filosofia non me ne sarei mai curato e avrei fatto il giureconsulto – lui fa sistemi.
Ma i sistemi non si fanno; e Benedetto Croce dopo aver assorbito tutti i libri di filosofia si spreme e dice: «vedete, questacqua dindicibile colore è il prodotto di tutte le altre acque, se ne mancasse una non potrebbe essere quale è; di mio qui cè soltanto laggiunta del mio proprio umore, e la mia angoscia è la sete degli uomini che mancano e che ci verranno soltanto dagli stracci del futuro. Così io mi spremo disperatamente perché è dovere dogni straccio di filosofo di spremersi fino allultima goccia dellacqua propria e altrui, perché altri poi assorba e risprema con laggiunta del suo umore, e altri ancora assorba e sprema, e riassorbendo e rispremendo vivrà lumanità nei secoli allinfinito, il prodotto non sarà mai quello ma sarà sempre perfetto e non risciacquatura come dicono i maligni ma quasi – spirito assoluto».

Niente, ci ho aggiunto anche una virgola di mio, ma la fitta resta.

Perdendomi l’armonia del tutto


Fra i tanti miei difetti metto al secondo posto quello di non riuscire a dare alla visione dinsieme neanche un decimo dellattenzione che do ai dettagli (al primo posto, invece, metto quello di concedere pubblicamente che siano difetti quelli che nellintimo considero essere pregi), e questo accade sempre, da sempre, di fronte a un quadro, nella scelta di un capo di abbigliamento, nella lettura di un testo...
Il «bellissimo pezzo» di Luca Sofri segnalato ieri da Massimo Mantellini, per esempio: mi sarò certamente perso larmonia del tutto, ma a tre quarti del pezzo, che fin lì sera risolto per metà nel riportare brani di un articolo di recente apparso sul Washington Post e per metà nel farne leco, lattenzione sè appuntata su un dettaglio, e di lì non sè più mossa.
«Ci sono in Italia – ho letto – almeno cinque giornali, per restare ai quotidiani, la cui priorità è l’avvelenamento dei pozzi e la costruzione di un continuo risentimento nei propri lettori da indirizzare contro qualcosa o qualcuno».

Almeno cinque? E quali? Libero, La Verità, il Giornale... E poi? Il Fatto? Ok, pure Il Fatto ci sta, ma poi? Quale sarebbe il quinto quotidiano che semina zizzania a larghe mani e aizza i propri lettori al linciaggio di chi gli sta sul cazzo?
A me non viene in mente altri che Il Foglio, e manco tanto Il Foglio diretto da Claudio Cerasa, che, poverino, cerca di ferrareggiare, ma con risultati assai scadenti, quanto Il Foglio sul quale scriveva pure Luca Sofri, mai sapremo se perché facesse andare in estasi il direttore per la sua prosa o se perché raccomandato dal papà.

Era Il Foglio che massacrava dimproperi il politically correct, che lamentava lattacco a Dio, Patria e Famiglia sferrato dalla lobby gay e laicista, che denunciava la pretesa della scienza a dire sempre lultima parola su temi che solo i cretini potevano ritenere fossero scientifici, e invece erano teologici, che definiva bufala il global warming e che tuonava contro levoluzionismo.
Era Il Foglio che chiamava a raccolta i suoi lettori per bersagliare di frizzi, lazzi e fumanti palle di letame ora Roberto Benigni, ora Furio Colombo, ora Emma Bonino, e a chi faceva centro era assicurato un affettuoso occhiolino, ma soprattutto era Il Foglio che si sperticava in lodi per la figura del leader dai modi spicci, schmittianamente inteso come signore dello «stato deccezione», e fanculo alla lettera della Costituzione, ignorante del tanto da poterlo dire cazzuto, volgare del tanto da poterlo dire pop, gaffeur del tanto da poterlo dire al di là del bene e del male.
Poi era pure Il Foglio che di fronte ai barconi di migranti invitava a frenare la pietà perché «il sentimento benigno fa in questo caso la piaga purulenta» (12.1.2010 – pag. 3), e per il quale ogni politica dintegrazione era pia illusione destinata piuttosto a spalancare le porte allinvasore musulmano...
Un giornale salviniano e trumpiano ante litteram, direi.

«Tollerare gli avvelenatori di pozzi – scrive oggi Luca Sofri – permette di chiudere un occhio sulla propria parte di avvelenamento». Pienamente daccordo, ma quante volte, su quelle pagine, sè ritrovato pubblicato accanto a un Camillo Langone che denunciava lingravescente meticciato che sempre più affliggeva il popolo italiano, e ha chiuso un occhio? Gradiremmo avere la lista di quei cinque giornali per capire se quell’occhio, poi, l’ha riaperto.

domenica 10 marzo 2019

[...]



Nel corso dell’evoluzione abbiamo perso la consuetudine di spulciarci a vicenda, pratica di affettuosa cura che presso gli altri primati, soprattutto scimpanzé e bonobo, rinsalda le relazioni tra i membri del gruppo per la forte carica empatica che la connota, al punto da poterle attribuire funzione di «collante sociale», come ormai unanime parere fra gli etologi. Tutto il contrario di quanto accade tra gli umani, dove «fare le pulci a qualcuno» è percepito come il «cercar[n]e accanitamente i difetti e gli errori [...] con spirito animosamente pignolo e malevolo» (Gabrielli – Hoepli, 2018), e sì che nessuno è immune da difetti, tutti incorriamo in errori, e gli uni e gli altri – si rifletta, la metafora non suonerà a iperbole – ci succhiano sangue più degli avidi sifonatteri, per giunta senza neanche darci modo di accorgercene, perché dei molesti insettacci almeno si può avvertire la presenza per il prurito causato dal loro morso, particolarmente irritante. Non così dei nostri inevitabili sbagli, delle immancabili magagne che affliggono anche il più amabile carattere: a irritarci è che qualcuno ci faccia le pulci, mentre troviamo adorabile chi ci carezza il pelo senza frugarci dentro. Scimmie che hanno smarrito il senso della gratitudine, ecco che siamo.

Ogni tanto smarriamo pure il filo del ragionamento, perché qui, sviato dalle implicazioni dordine morale di cui si è fatta greve la premessa, non rammento più dove volessi andare a parare. Volevo ringraziare una tantum quanti hanno fatto le pulci a queste pagine da quindici anni a oggi? Possibile. Nel caso, un sentito grazie a tutti. Se un poco mi conosco, però, è difficile.

giovedì 7 marzo 2019

«... se solo si racconta…»


[Oggi questo blog compie 15 anni. Avrei voluto festeggiare ripubblicando qualcuna delle prime pagine di quel marzo del 2004, ma nessuna mi è parsa degna di essere riproposta al lettore. Così mi son deciso per un ritratto, quello di Enrico Pea. Doveva inaugurare un blog che, nelle intenzioni, voleva avere il composto sussiego dellelzeviro. Intenzioni subito tradite, per la polemica. Tanto stia a rimpianto e a rimorso.]



«Ha dei momenti che ti sorprendono per densità, proprietà, violenza, vastità di azzurro, per un’umanità intagliata in una parola tutt’ancora umida di terra, e brillante di rugiada, come un’erba spuntata a ridere nel sole, una mattina bella», scriveva Giuseppe Ungaretti in una lettera a Giovanni Papini nel 1916, dalla sua trincea. Scriveva di Enrico Pea, nato a Serravezza, in quel di Lucca, nel 1881, e conosciuto poco più d’un lustro prima, ad Alessandria d’Egitto. Ma nella stessa lettera avvisava che, «se si mette in testa di essere prelibato, fa il mistico da strapazzo, ed è un affare brutto; ma quando è quello che è, senza pretese, senza intellettualismi, e se solo si racconta…».
Ne aveva da raccontare, Enrico Pea. Ancora analfabeta a quindici anni, in un’Italia dove tanti rimanevano tali a vita, Pea va via dal paesino a fare il guardiano di greggi, e poi il mozzo, per poi emigrare in Egitto, a fare il domestico, il meccanico, il ferroviere, l’importatore di vini, saponi, motori e marmi pregiati, fino alla malattia che lo costringe a lungo in un letto, con una Bibbia del Diodati in mano, ad imparare a leggere e a scrivere, infine, quasi folgorato. Come una specie di Ignazio a Pamplona, lo avvampa la passione, che però è letteraria, grossa d’un entusiasmo da scalpellino e disordinata come un’officina, non senza qualche rovinoso inciampo d’autodidatta.
Per interessamento di Ungaretti che n’è incantato come della riuscita d’un innesto, nel 1910 esce la sua prima stampa, Fole, racconti di vita marinara, come declama il sottotitolo. Ma la scrittura, al momento, pare soltanto accidente, pur negli incubati bagliori d’una lingua avvampante. La passion predominante è, al momento, politica, anzi, come si direbbe oggi, prepolitica, e perciò totalizzante. A quella scrittura, per il momento, crede solo Ungaretti, che continuerà a crederci, con le dette riserve, fino ad impegnarsi sulla parola con Gherardo Marone, direttore della Diana, per la causa del romanzo Moscardino che uscirà nel 1922: «Sarà l’opera più bella che pubblicherai». Sarà senza dubbio il capolavoro di Pea.
Il Pea che nel settembre del 1950 scriverà un terribile «sono al caffè solo solo solo» in una delle sue cartoline postali a Leone Piccioni, massimo studioso della sua penna, al momento è preso invece dal turbine mondano. Crea la Baracca rossa, che è un ritrovo e un caffè letterario e una comune e una sezione ereticissima e un bivacco d’esuli e un falansterio amoroso: insomma un covo di anarchici, ex galeotti e bizzarri promiscui. È lì che Pea affina le sue stregonesche virtù di empatia; penetra nelle altrui confessioni e vi rimesta; raccoglie sfoghi, rassetta umori; impara l’arte inutile ed eccellente dell’incantar l’eterno femminino. Questa magica aria di guru gli resterà appiccicata per tutta la vita e ad ogni tavolino di caffè, ad ogni panchina, la sua parola avrà credito inarrivabile. È di buona statura, con gradevoli tratti del volto, incorniciato da una importante barba nera, occhi da spiritato con dolcezze di furbizia afroditico-mediterranea; ha mobilità di faina, naso per gli affari, che conduce con a volte spregiudicata e sofistica astuzia, probabilmente con qualche facile rudezza.
Alla Baracca rossa fermentano idee, spesso innaffiate di ottimi vinelli della Versilia, in un crepitare confuso e vivissimo di lingue e umori. Né a questo si limita la cosa cui Enrico Pea dà i suoi anni africani: vi si discute di attentati dinamitardi, di azioni di sabotaggio, di solidarietà a lontani fratelli. Vi aleggiano tentazioni evocative, in primis i Demoni di Dostoevski, con esaltatissime blasfemie da poveri anticristi bakuniani e peggio.
Poi torna in Italia, Enrico Pea, e si fa conoscere. È «quello lì» che nel 1918 ha scritto una pièce teatrale dedicata a Giuda, un inno appassionato e allucinato al traditore di Cristo; la cosa ha sollevato scandalo, anche se non sommo, ma neppure senza qualche strascicuccio molesto. Eppure, in quelle battute di scena serpeggia un mezzo motivo borgesiano, per quanto rovinato da un becero anticlericalismo di appennino. È appena nel mezzo del cammin, come si dice, morirà nel 1958, a settantasette anni. Prima di finire i suoi giorni a Forte dei Marmi, avrà un’altra mezza vita da riempire di vagabondaggi, amicizie, rovesci finanziari, nipoti, bronchiti, conversione, decine di libri.
Tra questi, primo d’una trilogia (con Il Volto Santo del 1924 e Il servitore del diavolo del 1929), che alcuni dicono tetralogia (aggiungendo Macoometto del 1942), è il Moscardino che esce nel 1922, ma al quale Pea ha lavorato per almeno un lustro. Del breve romanzo autobiografico, che resta la sua opera maggiore e che Ezra Pound crederà utile tradurre in inglese, Italo Svevo scrive in una lettera a Benjamin Crémieux, nel marzo del 1927, che è «un libro veramente strano e mirabile, certe sue pagine sono di una forza e di unevidenza che fanno invidia».
Ma cos’ha la scrittura di Pea per emanare tanto fascino? È la scrittura del dilettante sublime, sarebbe la più tentatrice delle ipotesi. La parola, in effetti, vi si stende, al contempo, plebea e nobile, in una stravolta dissipazione che è l’ordine suo. Parrebbe asciutta, la parola di Pea, come un rizoma sradicato per essere piantato in aria, come l’epifania d’una edicola votiva in terra di lavoro, apparentemente sorretta dalle vanghe e dalle zappe lì poggiate. Ma è lo stesso Pea che tenta, riuscendovi, di darle il fascino della cosa appena dissotterrata da un amoroso ingenuo.
«Imparare a fare bene qualunque qualcosa è difficile noviziato», scrive in Rosalia; e parla dello scrivere come di uno «stendere le parole sulla carta». Già non è più il Pea africano, ora ha una scrittura linda e solida, ma stralunata e seduttoria; vi risuona l’eco della confidenza mercantile, dell’apostrofe domestica. Cecchi, Bo, Montale, Pratolini e cent’altri ne dicono un gran bene. La barba con gli anni gli si imbianca e arruffa. Sempre in giacca, anche d’estate, anche in groppa alla sua pesante bicicletta, la vecchiaia lo raggiunge a Forte dei Marmi, dove morirà.
Se una fotografia può dire tutto di un uomo, il creatore di Moscardino è dentro una che lo ritrae al Caffè Roma in ottima compagnia. È al centro della foto, seduto tra una ventina di persone, in maggioranza signore, coll’indice levato in aria, non si capisce bene se per un monito; poco oltre Giuseppe De Robertis, Carlo Carrà, Roberto Longhi ed Eugenio Montale. Sarà forse pura suggestione, ma per chi ha letto Moscardino quell’indice levato non è diverso da quello del San Tommaso di Caravaggio che ha finalmente capito Cristo. Il dito è ossuto e quella piaga è irreparabilmente vulva.

mercoledì 27 febbraio 2019

L’ontogenesi ricalca la filogenesi



L’ontogenesi ricalca la filogenesi, si diceva ai tempi in cui si era convinti che lo sviluppo di un embrione riproducesse lo sviluppo evolutivo della specie cui appartiene, poi s’è visto che le cose non stavano esattamente a questo modo. Per l’ingenuo, invece, la regola funziona, eccome: la sua sorte personale ricalca quella di ingenuus, che venne al mondo più di duemilacinquecento anni fa, a Roma, come in-genitus, cioè nato da gente del luogo, figlio di autoctoni, né schiavi, dunque, né liberti, com’era invece per il grosso di quanti pure erano lì, ma giunti d’altrove. Radiose aspettative, quindi, perché con quella sua libertas a un passo dalla nobilitas poteva aspirare a un ruolo di prestigio, e oggi, chissà, avremmo avuto un Ingenuo, e ovviamente un Vice Ingenuo, ai vertici di questo o quell’organo istituzionale.
Perplessi? Non ve nè ragione. Pensate a candidus: dumili origini, un informe candens ad arroventarsi nella fucina di un fabbro, al più poteva sperare di finire nella réclame di un detersivo o di un dentifricio come bianco più del bianco, e invece non ne è venuto fuori un candidato, semmai anche ad altissima carica, e con la possibilità di essere eletto? Non così ingenuus, che prese quasi subito la brutta via dellaccezione estensiva, diventando prima sinonimo di puro, sincero, innocente, per ridursi infine a quel poco più d’un fesso che è oggi.
Se questa è la filogenesi che da ingenuus porta a fesso, l’ontogenesi dellappartenente alla specie la riproduce in modo assai fedele.
[...]


Tanto valga a cappello introduttivo della voce Luigi Di Maio nel tomo di aggiornamento allEnciclopedia Quattrocani.



lunedì 25 febbraio 2019

«Toh, un giapponese!»

Qualcosa del concetto di razza, che gli studi sul genoma umano hanno ampiamente dimostrato privo di ogni fondamento, resta in quello di etnia, chiamato a sostituirlo. Se la razza, infatti, è il «raggruppamento di individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni» (Treccani), letnia lo è «sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali» (ibidem), col persistere, dunque, di ciò che rimanda alla razza, che d’altronde, com’è il primo dei «criteri» sui quali baserebbe l’etnia, è anche il primo dei termini che il Rocci suggerisce per έθνος (seguono moltitudine, torma, gente, popolo, nazione, tribù e stirpe).
Vero è che, proprio per poter sostituire quello di razza, il concetto di etnia ha subìto negli ultimi decenni una significativa ridefinizione, diventando il quid che aggrega individui per la condivisione di un territorio, di una storia, di una cultura, di una lingua, di una religione, e tuttavia è significativo che non si sia riusciti a trovare un termine che includa questi fattori di aggregazione escludendo quello di razza, che in etnia, come si è visto, persiste.
Parrebbe, insomma, che il pregiudizio razziale, sul quale poi il razzismo costruisce i suoi deliri, sia destinato a sopravvivere. Così, mentre la scienza gli nega ogni ragion dessere, la morale lo stigmatizza come odioso, la legge gli vieta ogni forma di espressione, in etnia continua ad aver modo di insinuare che il colore della pelle, il taglio degli occhi o la foggia del naso siano i più attendibili referenti della cultura, della lingua, della religione cui sono abitualmente compresenti.
Abitualmente, sì, ma sempre meno, perché sempre più spesso accade che ci si possa imbattere in chi abbia un taglio degli occhi come a Tokyo è di comune osservazione e dover constatare che il tizio è nato a New York, è americano da tre generazioni, non conosce una sola parola del lemmario giapponese, e non è shintoista, non è buddhista, e a un sashimi preferisce un McChicken.
Di etnia nipponica, il tizio? Solo a voler considerare preminente, sul piano etnico, quel suo tratto somatico, cioè a voler dar voce al pregiudizio razziale, che in nuce ha sempre un atteggiamento e un comportamento razzista, e che in parte – abbiamo visto quanto rilevante – residua nelluso di un termine come etnia. Altra cosa, ovviamente, vedere lo stesso tizio passeggiare in Fifth Avenue con un kimono addosso e una katana infilata nellobi che gli cinge i fianchi: potrò essere del tutto immune dal pregiudizio razziale, ma, se mi scapperà «toh, un giapponese!», il tizio avrà ragione di crucciarsi perché il taglio dei suoi occhi mi impedisce di vedere in lui lamericano che orgogliosamente è, e perché questo impedimento è di natura razzista? Gli sia dato il diritto di crucciarsi, ma, di grazia, cosa intendono comunicare quel kimono e quella katana?
Esempio tirato un po per i capelli? Convengo, sarà meglio considerarne uno preso dal vero.


Chi intervista Mahmood è un tizio dal nome italianissimo, Antonio Distefano, e, come è evidente dal video qui allegato, fa uso di un ottimo italiano, comunque di gran lunga migliore di quello usato da molti razzisti italiani; come fa intendere, è nato in Italia, dunque, in quanto scrittore, direi sia scrittore italiano più di quanto lo fosse Italo Calvino, nato a Cuba; si lamenta della fatica che costa il far capire che è italiano a fronte del pregiudizio razziale che nellalta concentrazione di melanina nel suo derma non riesce a vedere in lui altro che un africano; e ha ragione, cazzarola, ma, di grazia, cosa intende comunicare quella silhouette di Africa che gli pende al collo?