Tutto, se vogliamo, si può dividere in tre parti: o tipi, o categorie, o funzioni, o livelli. La divinità cristiana si divide in Padre, Figlio e Spirito Santo. La divinità indù prende la forma di Brahma il Creatore, Shiva il Distruttore, Vishnu o Colui che conserva e protegge. La dialettica di Hegel è anch’essa divisa in tre momenti: tesi antitesi e sintesi. Potrei scegliere altre divisioni, ma volendo dire qualcosa sugli intellettuali di ieri e di oggi, mi tengo stretto alle più prestigiose trinità e dico che possono essere divisi in tre tipi fondamentali: il Metafisico, il Tecnico, il Critico. Prevengo facili obiezioni aggiungendo che questi tre tipi non li troviamo mai in natura, volevo dire in società, allo stato puro. A volte si mescolano e diventano ibridi. Ma non corriamo troppo. C’è bisogno di qualche parola in più per capire meglio di che tipi si tratta. I Metafisici sembravano spariti e sconfitti sotto i colpi della critica illuminista, razionalista, empirista. Nel corso del Novecento e soprattutto dopo la sua metà, le qualifiche di “metafisico” e di “mistico” erano usate spesso come un insulto dei più infamanti. Dopo Voltaire, dopo l’Encyclopédie, dopo Marx, Comte e Freud, ciò che fu mistico e metafisico, irrazionale o suppostamene supermentale divenne oggetto di spassionato e positivo studio scientifico. Fu cioè “demistificato” perché si trattava, scientificamente parlando, di favole, di giustificazioni e coperture ideologiche, di paure o desideri inconsci, di antiche superstizioni, di strumenti culturali adoperati subdolamente per conservare una società oppressiva e difendere il potere di chi la dominava manipolando le coscienze. Ma succede di rado che qualcosa venga completamente eliminato e cancellato dal corso della Storia. Si cominciarono a guardare da vicino proprio le idee moderne e occidentali di storia e di scienza: e si vide che non c’era modo di rendere del tutto razionale la vita dei singoli e della società, si scoprì che esistevano altre culture fuori dalla cultura europea, borghese e capitalistica, si disse che la stessa scienza era o poteva essere usata come uno spauracchio o come un randello ideologico per mettere a tacere obiezioni e dubbi della “gente comune”. Infine si constatò che il novanta per cento dell’arte e della letteratura moderne nasceva da sentimenti antimoderni, antiscientifici, antiprogressisti e che con una preoccupante, eccitante frequenza l’arte moderna poteva ricorrere all’antico, all’arcaico, all’originario, all’infantile, al notturno, al nonborghese, a tutto ciò che non è medio, normale, calcolabile, comune. Così il ragionevole e stoico divieto antimetafisico di Kant sembrò una censura, un’amputazione rigoristica. Rinunciare alla conoscenza metafisica e metterla scientificamente al bando sembrò l’espressione di un nuovo e aggiornato dogmatismo. Il sistematico Hegel fu detestato da Schopenhauer, fu respinto da Kierkegaard: Nietzsche andò oltre e volle andare (o lo credette) al di là di tutti i saperi e valori secondo lui “nemici della vita”. Ma l’antimetafisica di Nietzsche apriva lo spazio a una nuova metafisica, o meglio a un’ontologia radicale del puro esistere al di fuori di ogni categoria razionale e morale. Solo che l’uomo capace di tanto deve essere un uomo speciale, davvero über e super, un essere umano che si fonda sul vuoto dei fondamenti ereditati e quindi si fonda sull’eterno ricominciare, sull’eterna aurora senza più tramonto, sull’Essere pieno, originario e indubbiamente divino: non umano, più che umano, neoumano, poststorico e postumano. L’essere in questo Essere sarebbe un’altra specie di paradiso, bioontologico, o meglio una particolare specie di orrore dionisiaco. La distruzione nietzscheana della metafisica ha aperto la strada all’avvento di quelli che sono gli intellettuali metafisici novecenteschi e attuali, o Nuovi Sapienti. In loro si mescola la morte di Dio e il ritorno degli Dei, il nichilismo e le scienze del sacro, la filosofia che diventa teologia del nuovo Dio chiamato Essere. Il rifiuto del concetto spinge questi intellettuali a disprezzare la moderna, illuministica categoria di intellettuale, per essere qualcosa di più. Per loro non conta tanto l’intelletto e l’esperienza, conta la Mente Superiore che al di là di ogni schema e apparato razionale, tecnico, strumentale, coglie la pura vita dell’essere. Ma questa vita non è individuale, va al di là dell’individuo, perché l’individuo è apparato psichico, è gabbia limitante e oppressiva che opera una coercizione ai danni di ciò che, nei singoli, è l’ontologia dell’essere comune. Questi Metafisici non hanno a disposizione una metafisica architettonica come quella di Platone, di Aristotele o di Dante. La loro è una
metafisica che richiede un nuovo linguaggio, che spinge la filosofia verso la poesia: una metafisica disossata, senza strutture, puro movimento verso l’aldilà e l’aldiqua dell’uomo e delle sue culture come le abbiamo conosciute storicamente. Se dovessi fare il nome di alcuni maestri novecenteschi degli intellettuali neometafisici dovrei citare ovviamente Martin Heidegger. Ma citerei anche René Guénon (convertito alla mistica islamica e studioso del Vedanta) nonché Mircea Eliade, uno dei maggiori indologi e mitologi del Novecento. Ma certo l’ontologia radicale e vitalistica profetizzata da Nietzsche ha preso varie forme: essendo apocalittica e rivoluzionaria, a volte si è mescolata con il marxismo apocalittico e anarchizzante che vede una rivoluzione dietro ogni angolo, nell’attesa di uno sciopero insurrezionale dell’Essere Sociale, al di qua e contro tutti gli apparati e i dispositivi organizzativi e di controllo. Si arriva a Foucault e Derrida per i quali ogni organizzazione è repressione, ogni linguaggio è alienazione e metafisica. Se, come dice Nietzsche, “il vecchio Dio” è morto, allora deve morire o essere eliminato anche “il vecchio Uomo”, finché saremo “illuminati dai raggi di una nuova aurora” (“La gaia scienza”, Adelphi p. 195). Se per i Mistici l’unico scopo è l’essere al di là di ogni scopo umano, per i Tecnici il solo essere di cui vale occuparsi somiglia a una macchina da tenere in funzione o da riparare. Macchina psichica e fisica, macchina sociale, macchina economica e produttiva, macchina linguistica. Mentre i Metafisici ci parlano in continuazione di un Essere che sfugge al linguaggio, ai dispositivi e agli apparati, e sono i propagandisti di un fine da raggiungere per il quale non si nominano i mezzi (direi che sono falsi mistici senza tecniche mistiche), viceversa per i tecnici contano solo i mezzi e la loro efficienza: il fine è fuori discussione, sarà lo sviluppo dei mezzi a crearlo. Se per esempio riusciremo ad avere i mezzi per mutare radicalmente l’essere umano, corpo e mente, il fine sarà questo nuovo essere umano che i mezzi bio-tecnici sono capaci di creare. Il fine segue i mezzi. Il fine è un prodotto dei mezzi. Quindi non va concepito, né tanto meno discusso in anticipo. Per i Tecnici, l’idea buona e giusta di umanità, quale che sia, è un dogma prescientifico. Il solo comportamento giusto è la libertà di ricerca di mezzi per aggiustare, programmare, guarire, modificare la macchina umana. Vietato sapere a che scopo. La stessa società è una macchina senza scopo, il cui solo scopo è funzionare. Questo riguarda molti sociologi di oggi e ormai la grande maggioranza degli economisti, dato che la critica dell’economia politica è pressoché spenta. I Tecnici hanno le loro ragioni: se per esempio i Metafisici avessero delle tecniche da proporre, come avveniva nell’antichità o nel Medioevo, per ottenere la conoscenza metafisica, la smetterebbero di affidarsi totalmente alle parole nel momento stesso in cui le dichiarano inadeguate. Il fatto è che il mondo contemporaneo non dispone di tecniche mentali che rendano legittimo e praticabile il discorso metafisico e ontologico. Se si vuole un fine, si devono volere anche i mezzi per raggiungerlo, altrimenti si cade nella fantasticheria. Ma fra Metafisici e Tecnici esiste un rapporto complementare: gli uni hanno la cosa essenziale che agli altri manca. Si dovrebbe aggiungere che l’idea di “scopo finale” o di essere umano assoluto che hanno in testa i Metafisici è così superomistico da superare (per definizione) le possibilità pratiche di ogni mezzo umano oggi immaginabile. Un caso speciale e paradossale è stato quello dei Tecnici della Rivoluzione, ora passati, per mancanza di mezzi e incertezza di scopi, nella categoria dei Mistici, dato che per loro la rivoluzione somiglia ormai a una Apocatastasi, a una restaurazione dell’ordine divino dopo la catastrofe sociale in cui l’ontologia sconfiggerà la tecnologia. Nella cultura europea moderna c’è stato un periodo, quello umanistico e rinascimentale, in cui tra Metafisici e Tecnici non c’era una separazione netta. Le figure intermedie erano il medico mago e il cosmologo simbolico. Da Pico della Mirandola a Bruno e Campanella lo studio dei misteri della natura era tecnico e mistico. Ma non c’è dubbio che Machiavelli sia già pienamente un tecnico (della politica) nel quale il metodo sembra spesso prevalere sugli scopi. Marx è stato un utopista, ma soprattutto uno scienziato sociale: la scuola che è nata da lui è stata una scuola di tecnici che hanno costruito macchine organizzative, i partiti rivoluzionari, più adatte a distruggere e avvelenare i legami sociali che a costruire una socialità migliore. Nel Novecento i Tecnici abbondano. L’arte d’avanguardia è apocalittica e tecnica nello stesso tempo: nega il passato e inventa dispositivi estetici di autodistruzione dell’arte e della sua ideologia. Molte le teorie letterarie che hanno insistito sulla tecnica (i futuristi, Joyce, Valéry, Breton, i formalisti russi, fino al nouveau roman e allo strutturalismo). La filosofia speculativa è stata minacciata dal neopositivismo, dalla filosofia del linguaggio e dalla linguistica. Ciò che è in discussione, con Wittgenstein, è il senso delle affermazioni filosofiche, la maggior parte delle quali, a suo avviso, di senso non ne hanno. Così anche la filosofia diventa una tecnica logico-linguistica per depurare, risanare, guarire il linguaggio filosofico dalle sue malattie perché funzioni finalmente bene, sia chiaro e fondato. Oggi rientrano nella tipologia del Tecnico tutti coloro che mirano a manipolare efficacemente i diversi aspetti della realtà (legislazione, corpo umano, produzione e finanza, istituzioni, comportamenti dei consumatori, ecc.) in modo da far funzionare il più possibile a pieno regime la macchina sociale. In vista di che cosa? In vista di un Progresso alla definizione del quale un vero tecnico non si interessa mai. Fra l’Essere da ritrovare e la Macchina da far funzionare, qualcuno, semplicemente, si sente a disagio. Pensa che “qualcosa non va”. Questa potrebbe già essere una prima definizione del terzo tipo di intellettuali, quello dei Critici: forse il più diffuso ma anche il più debole e il meno autorevole. I Critici sono e si riconoscono individui a disagio, dubbiosi, senza potere e spesso con la sensazione di essere soli. Da un lato c’è l’Essere, o Dio, o gli Dei, l’Assoluto, l’Inizio e la Fine, la Verità e la sua decostruzione. Dall’altro ci sono gli imperativi pratici, il progresso, la collettività, strutture, sovrastrutture, infrastrutture, Stato e Mercato: e la necessità di fare funzionare tutto questo per procurarsi sviluppo, crescita, miglioramento. Stretto fra queste soverchianti entità, al critico resta poco spazio. Non sa proporre soluzioni valide in generale. Crede e non crede, ma comunque in qualcosa di relativo e di minuscolo. Nella categoria dei Metafisici-mitologi- ontologi-mistici troviamo ciò che resta della cosiddetta “filosofia continentale” europea, con l’aggiunta di qualche junghiano e storico delle religioni. Nella categoria dei Tecnici troviamo in prevalenza matematici e politologi, sociologi e biologi, medici e ingegneri, specialisti del management e della comunicazione, estetisti e pubblicitari. Fra i Critici ci sono piuttosto scrittori e “gente comune”, la cui intelligenza è di altro genere e non è inferiore a quella degli intellettuali. Il critico ha bisogno di senso comune, di esperienze comuni, e di un linguaggio nel quale si possano dire cose che forse non interessano a Dio e che certo non servono al Progresso. La critica è stata una delle bandiere della modernità. Alla sua azione si deve la nascita delle liberal-democrazie, delle società aperte, delle utopie sociali, della libera ricerca scientifica. Per i Critici, contrariamente che per i Metafisici e per i Tecnici, i singoli individui esistono: non sono apparenze, o contingenze, o imprevisti malaugurati, errori da eliminare, distorsioni soggettive da superare in un’ottica più vasta e in una prospettiva più elevata. Per i Critici le singole vite individuali sono un campo e uno strumento di conoscenza ineliminabile. Lo scoprirono filosofi come Montaigne e Kierkegaard, che non costruirono sistemi teorici né scrissero trattati, ma usarono come forma letteraria più adatta al pensiero la forma della confessione, dell’autoanalisi, del diario, dell’invettiva. Si può accusare Kierkegaard? Si possono accusare Leopardi o Baudelaire di narcisismo per il fatto di aver parlato di sé, di avere “esplorato il proprio petto” o di avere “messo a nudo il proprio cuore”? L’io del critico è uno strumento per essere onesti con gli altri, che a loro volta non sono privi di un loro io. Non è né una scoperta recente né un provocante paradosso notare che i tre suddetti autori, grandi scrittori moderni, sono stati anche tra i più memorabili critici della modernità. I critici rischiano la solitudine. Hanno bisogno della solitudine. Anzi, la rappresentano pubblicamente come un valore pubblico che è pubblicamente misconosciuto. Nel Novecento la famiglia dei critici si è allargata, anche se non si tratta di famiglia, ma di figli unici o di orfani. Ogni intellettuale critico è un caso a sé. Karl Kraus era di destra o di sinistra? E Orwell? E Simone Weil? Una delle vicende negative più interessanti della seconda metà del Novecento è stata la difficoltà che gli intellettuali politicamente schierati e gli studiosi accademici hanno avuto nell’accettare questi autori, nel riconoscere la loro importanza politica, il loro valore intellettuale e letterario. Non è solo questione di etichette politiche, c’è anche il problema delle caselle professionali e disciplinari. Che cos’è Kraus? Uno scrittore satirico? Un moralista del linguaggio? Un liberale o un anarchico? E Orwell? E’ solo un romanziere secondario? Un socialista libertario? Un politologo? E Simone Weil? Una donna molto singolare? Una specie di santa rivoluzionaria e anti-rivoluzionaria? Questi tre critici, insomma, avevano una vita privata infelice? Sì, a volte. Problemi sentimentali e sessuali? Non si può negarlo. E per queste ragioni non ha valore oggettivo quello che hanno pensato e scritto? Ho fatto pochi esempi. Per dimostrare che cosa? Che gli intellettuali non sono sempre, anzi quasi mai, da considerare anzitutto come ceto sociale e come gruppo. Spesso, nei casi migliori, si tratta di inclassificabili singoli, e la loro vulnerabile forza è in questo.