martedì 25 novembre 2014

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È la prima metà dell’editoriale che Marco Travaglio ha firmato per Il Fatto Quotidiano di martedì 25 novembre e chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale non potrà negare che il pezzo sia costruito molto bene, da polemista di gran talento. Appagati i sensi da un così bel saggio di scrittura, tuttavia, c’è da chiedersi a cosa possa mai servire l’ennesima conferma che Matteo Renzi sia una gran merda d’uomo. Scoprirlo ancora una volta cinico, sleale, opportunista – falso come una banconota da ottanta euro – farà cambiare idea a qualcuno? Probabilmente neanche Marco Travaglio ci conta, ma è che quello è il suo lavoro: dare argomenti a chi già abbia le sue stesse convinzioni, confortarlo nella persuasione che avesse ragione, ieri, contro la maggioranza di italiani che sceglieva Silvio Berlusconi e che abbia ragione, oggi, contro la maggioranza di italiani che sceglie Matteo Renzi. Una sorta di assistenza psicologica, potremmo concludere. Ma un problema resta, ed è quello della patente inefficacia di argomenti che dovrebbero essere inoppugnabili – che un uomo politico sia in costante debito di coerenza verso l’opinione pubblica, che debba tener fede alla parola data, che non possa concedersi il lusso di una doppia morale – a fronte degli strumenti che a dispetto di tutto ciò procurano consenso: non basta aver ragione per vederla riconosciuta. Nel mio piccolo ho già messo in guardia dall’usare la ragionevolezza come genere di conforto, perché è pia illusione «pensa[re] che a far perdere consensi a un demagogo possa bastare il riuscire a coglierlo in contraddizione con se stesso, dar prova che non sia uomo di parola, che non mantenga le promesse, che cambi idea con la disinvoltura con cui una puttana passa da cliente a cliente», perché fare le pulci a un demagogo, se non è per mestiere, è per accanimento da ingenui «convinti che alla gente faccia difetto solo la memoria. Magari. È che alla gente fa difetto pure la memoria, ma soprattutto la buona coscienza» (Malvino, 22.9.2014).  

lunedì 24 novembre 2014

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«I grow old … I grow old …»
Thomas S. Eliot


Dicono che Renzi sia un grande comunicatore, quindi tocca a me sforzarmi di capire cosa abbia detto se mi è risultato oscuro, ma con discrezione, senza dar da vedere lo sforzo, sennò passo per coglione. E dunque: «Possono tirarci le uova, ci faremo le crepes, o i lacrimogeni, li considereremo delle lampade». Alle uova e alle crepes – sia lodato Iddio – ci arrivo. È una battuta del cazzo, ma posso pure far finta di trovarla una sparata ganza. Ma i lacrimogeni e le lampade? La frase sembra mettere gli uni e le altre nella stessa relazione che regge uova e crepes (una fiera noncuranza ci consentirà di trarre un vantaggio da qualsiasi attacco), ma mi scervello nel prendere in considerazione ogni tipo di lampada (a olio, a gas, a petrolio, ad alcol, ad acetilene, e alogena, fluorescente, a raggi ultravioletti, e quella endoscopica, quella scialitica, perfino quella di Aladino) e non riesco a stabilire alcun collegamento logico con un lacrimogeno, anche a voler prendere in considerazione ogni possibile accezione dell’aggettivo sostantivato. Eppure tutti sembrano aver colto cosa volesse dire. Per meglio dire, nessuno solleva la questione. E a me resta il problema: «Possono tirarci i lacrimogeni, li considereremo delle lampade». Ma i lacrimogeni, poi, solitamente chi li tira, chi in piazza contesta il governo o la polizia su ordine del governo? Niente, non ne esco, buio totale. E neanche un’anima buona a spararmi un lacrimogeno.   

«Medico, cura te stesso» (Lc 4, 23)


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Se vi si ammoscia mentre scopate, fatevi furbi e prendete esempio da Grillo: tirate su la zip e buttate lì un «sapevi che Trotsky è morto di sinusite?». 

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In premessa alla sua deliziosa Antologia apocrifa (Bompiani, 1978) Paolo Vita-Finzi afferma che per una efficace parodia letteraria è necessario innanzitutto individuare il «codice d’uso» dell’autore che si intende scimmiottare. Questa raccomandazione mi è tornata in mente nell’apprestarmi a scrivere un editoriale à la Ferrara, ispirato dal suo Quando la libertà è una procedura schifosa e comoda di annientamento (Il Foglio, 24.11.2014), pezzullo in cui il suo «codice d’uso» è più scoperto del solito, come capita a chi si segga dinanzi alla pagina bianca senza sapere di che cazzo scrivere e, per chiudere il pezzo in tempo utile, ricorra ai suoi più collaudati automatismi, meglio se su un tema già affrontato mille volte: ça va sans dire, qui, l’aborto, e usando i consueti frattali di perifrasi che per modulo hanno la geremiade dell’anziana signora sull’autobus («non c’è più religione», «chissà di questo passo dove andremo a finire», «questa non è libertà, è libertinaggio», ecc.). Tutto così scontato, in questo suo editoriale, che mi è sembrato si parodiasse da solo, sicché m’è passata la voglia di farlo io, tanto più che, sul mugugno che chiude il pezzo, l’anziana signora m’ha dato un brivido: «Ogni tanto mi sorprendo a sognare che questa libertà venga sommersa dal sacro islam, in mancanza di argomenti migliori. E non escludo, io che non ho una fede confessionale, che finisca proprio così, in uno scontro di assoluti in cui l’assoluto dell’io soccomba di fronte all’assoluto di Dio». Passi dar del debosciato al giovanotto che non le cede il posto a sedere, ma qui siamo al «le auguro di perdere le gambe sotto un treno» e al «ciu-ciuf, ciu-ciuf, ciu-ciuf» che dovrebbe farlo cagare addosso. Non è bello, ecco.        

Prova a dargli torto


«Il mio partito – dice l’astensionista con un certo orgoglio – è assai più forte del tuo», e non ha importanza quale sia il partito del tizio cui si rivolge. «Alle ultime Europee – dice – eravamo più di 21 milioni, il 41,3%. Appena lo 0,5% in più del 40,8% andato a Renzi? Manco per niente, Renzi è stato votato da poco più di 11 milioni degli aventi diritto al voto, che fa il 23,3% del totale; meno di 6 milioni hanno votato Grillo, che fa poco più del 10%; e meno di 5 hanno votato Berlusconi, che dunque non ha superato il 9%; e per gli altri neanche spreco tempo a fare calcoli».
Non gli si può dar torto, e si capisce l’orgoglio: «Negli ultimi vent’anni – dice – non siamo mai scesi al di sotto del 15%, ma la crescita è stata costante e alle Politiche del 2013 abbiamo sfiorato il 25%, diventando il primo partito». A renderlo tanto fiero, manco a dirlo, sono i risultati che arrivano dalla Calabria e dall’Emilia Romagna, dove il suo partito ha stravinto, con una maggioranza assoluta che supera di parecchi punti il 50%, e tuttavia non dà segno di montarsi la testa, come fin troppo spesso è dato osservare in chi si lascia andare a invereconde capriole di giubilo per aver guadagnato appena una manciata di voti: «Erano elezioni limitate solo a due Regioni, non ci illudiamo di poter riconfermare questo exploit, e tuttavia – dice – si tratta di un risultato che consolida una linea di tendenza che ci vede ormai da anni come il partito di gran lunga più amato dagli italiani».
Non gli si può dar torto, ma provarci è un dovere morale. Non ha importanza quale sia il partito del tizio che senta questo dovere, ma all’astensionista arriva puntuale la regina delle obiezioni: «Quello dell’astensionismo non è un partito». «Sì, vabbe’ – è la risposta – sarà partito il tuo. Chiamalo comitato elettorale, chiamalo piede di porco per forzare il coperchio dell’erario, chiamalo proprietà privata di un leader, ma non chiamarlo partito».
«Ma il voto di chi non vota vale zero». «Sì, perché il tuo vale qualcosa? Voti la lista bloccata di un cosiddetto partito che non mantiene neanche la metà della metà della metà delle promesse che ti ha fatto in campagna elettorale, e ti senti protagonista per il solo fatto di aver lerciato una scheda con un frego?».
«Ma chi si astiene perde ogni diritto di lamentarsi». «E uno dovrebbe votare solo per poterlo fare avendone pieno diritto? Succede niente ad abusarne senza averne il diritto? E fa differenza col farlo avendone il diritto? Il lamento, dico, è il premio di consolazione che spetta a chi sa di fare una cazzata, e la fa?».
«Ma l’astensionismo è il buco nero che inghiotte tutto e il contrario di tutto: rabbia e strafottenza, destra e sinistra che hanno perso ogni rappresentanza, qualunquismo di andata e di ritorno…». «Il partito che hai votato tu, invece, ha un’identità bella precisa, vero? Non dico un’ideologia, che non si usa più. Non dico una classe o un blocco sociale, che con lo sfarinamento generale sarebbe come parlar di fisica delle particelle a un summit della ’ndrangheta. Mi limito a un elettorato che abbia un minimo di omogeneità sul piano culturale… Ma che dico, culturale? Sul piano della piana logica dove due più due fa quattro: forse che il tuo partito ce l’ha?».
«Resta il fatto che non votare è da irresponsabili». «E tu indicami quale sia il voto di cui un qualsiasi italiano possa dirsi responsabile appena un istante dopo aver fatto cadere la sua scheda nell’urna».
E prova a dargli torto.

domenica 23 novembre 2014

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Poco prima di dimettersi, un Presidente della Repubblica va a conferire dal Papa, proprio come, poco prima di dimettersi, un Presidente del Consiglio va a conferire dal Presidente della Repubblica. Certe notizie sono così disgustose che si possono punire solo negando loro ogni commento.

venerdì 21 novembre 2014

mercoledì 19 novembre 2014

Grattarsi il culo

Grattarsi il culo è operazione che implica il movimento combinato di almeno tre dozzine di muscoli, dal cingolo scapolare alle punta delle dita, e l’attivazione di almeno sette aree neuronali, tra corteccia motoria, cervelletto e gangli della base. Per grattarselo, tuttavia, non c’è bisogno di conoscere tutto il complesso meccanismo che coordina le fasi dell’operazione, né a conoscerlo ce lo si gratta meglio.
Le cose vanno a questo modo anche con certi mezzucci retorici: volgari quanto grattarsi il culo, non hanno minore complessità strutturale, che tuttavia non c’è bisogno di conoscere per farne uso, perché quasi sempre vengono impiegati come risposta immediata a un stimolo cogente, d’impulso, con lo stesso automatismo che porta la mano al culo, quando prude.
Un esempio: «Ci sono due modi di stare in un talk show televisivo. Il primo è quello prono al pubblico […] Poi c’è il secondo modo. Provare a dire la verità. […]  Quando vado in un talk show in tv o alla radio io scelgo sempre la seconda strada. […] Non mai cercato il consenso per il consenso. Preferisco la verità». Si tratta della struttura portante di un lunghissimo post col quale Mario Adinolfi prova a trarsi d’impaccio dalle obiezioni che gli sono state rivolte dal pubblico in studio a L’aria che tira (La7, 18.11.2014).
È il mezzuccio retorico che mira a neutralizzare la sostanza delle obiezioni eludendole e opponendo ad esse una «verità» che sarebbe tale solo perché trova dissenso in quanto irritante, e che perciò non avrebbe bisogno di altro argomento. In pratica: ho ragione per il solo fatto di essere irritante. Espediente retorico tutt’altro che lineare, ma il cui impiego non necessita di alcuna conoscenza del meccanismo che può renderlo efficace: ti prude, te lo gratti, ti passa.    

martedì 18 novembre 2014

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Un tempo le organizzazioni criminali avevano altro stile. Se volevano qualcosa da te, prima di passare alle brutte maniere ti mandavano un omino mite che esponeva la richiesta con allusioni sfuggenti e con modi perfino eccessivamente cortesi. Tutto è cambiato, oggi mandano un energumeno che prima ti rompe il muso e poi ti espone la richiesta, e non c’è cosca che faccia eccezione, tutt’al più ti mandano uno che sembrerebbe un omino mite, ma che in realtà è un energumeno.
Beh, questa era la presentazione, adesso ecco l’intervista che Sandro Magister ha concesso a ItaliaOggi. Da brividi. Alla prossima, Bergoglio si ritrova il cianuro nel mate.  

«Qualunque cosa sia»

In Io e Annie (Usa, 1977) c’è una scena che ho utilizzato mille volte per un sogno ad occhi aperti. Alvy (Woody Allen) e Annie (Diane Keaton) sono in coda per entrare al cinema e proprio dietro di loro c’è un tizio insopportabile che, parlando ad alta voce con la tizia che le è affianco, spara senza sosta sentenze su sentenze – sui film di Fellini, sul teatro di Beckett, sulle tesi di Marshall McLuhan – irritando visibilmente Alvy, che finisce per sbottare: «Che cosa non darei per avere un’enorme palata di cacca di cavallo», provocando così le proteste del tizio: «Ma per caso è vietato esprimere le proprie opinioni?». E Alvy: «No, ma deve esprimerle ad alta voce? Insomma, non si vergogna di pontificare così? E la cosa più buffa è Marshall McLuhan… Ma lei sa niente di Marshall McLuhan?». Al che il tizio ribatte che insegna alla Columbia University, tiene un corso su Tv, media e cultura. «Beh, poco male – risponde Alvy – perché il signor McLuhan è qui». E Marshall McLuhan – proprio lui in persona – appare all’improvviso e al tizio dice: «Ho sentito quello che ha detto. Lei non sa niente del mio lavoro. Come sia arrivato a tenere un corso alla Columbia è cosa che desta meraviglia». E Alvy chiosa: «Ah, ragazzi, se la realtà fosse così!».
Non è un caso, penso, che Woody Allen abbia scelto un critico come deus ex machina, perché un artista poteva uscirsene con qualcosa del tipo: «Credo che nel mio lavoro il signore abbia visto quello che forse già pensava di suo, che non è assolutamente la verità, perché io una verità assoluta non ce l’ho e non credo possa esistere quando si parla di problematiche così complesse come quelle che affronto io. Quello che so è che il mio lavoro è stato accolto bene da chi ci ha visto una cosa, ma anche il suo contrario. Io stesso, d’altra parte, non mi sono posto il problema di capire cosa stessi cercando di dire, quale fosse il messaggio»
È che all’artista interessa più essere apprezzato che essere capito? Se si accetta che egli non debba porsi il problema di cosa voglia dire ciò che crea, anzi non debba neanche porsi il problema di capire cosa esattamente abbia intenzione di fargli dire, questo non è affatto grave: l’importante è che la sua creazione trovi apprezzamento, poco importa che sia tanto ambigua da trovarlo presso chi la legge in un modo e presso chi la legge in modo opposto – anzi, tanto più ambigua, tanto meglio – perché l’unico modo sbagliato di leggerla sarà quella che non le farà trovare apprezzamento, unico caso, questo, in cui l’artista potrà lamentare un fraintendimento. Ma a questo punto mi auguro che il lettore abbia colto l’ironia nell’uso del termine artista, mentre mi auguro che l’artista non l’abbia colta, perché questo di bello ha l’ironia: mette d’accordo chi capisce e chi fraintende.
Forse, però, è meglio ricorrere a un esempio.


Qual è il messaggio che vi pare trasmetta questo corto? Una «esplosiva verità», cioè che l’Italia sia piena di gioventù «improduttiva, cazzeggiona, scioperaiola, protetta, corporativa, e per di più travestita da organismo protestatario minaccioso violento radicale antagonista»? Se l’avete inteso a questo modo, siete d’accordo con Giuliano Ferrara, al quale proprio perciò è piaciuto tanto e dice che «dovrebbe essere premiato, trasmesso nelle scuole, e ritrasmesso in tv a cura della Presidenza del Consiglio, con abbondanti sovvenzioni pubbliche e di Confindustria perché le menti libere che lo hanno concepito e realizzato possano insistere nel filone d’oro della presa per il culo dei miti italiani poveraccisti».
O pensate piuttosto che il corto volesse essere un ironico ribaltamento di quella realtà di fatto che in Italia sta bruciando un’intera generazione tra disoccupazione e precarietà? Vi verrebbe voglia di chiederlo all’autore, vero? Beh, non lo fate, potreste rimanere delusi, e poi l’ho fatto io per voi. Capirete che, col miraggio di abbondanti sovvenzioni dalla Presidenza del Consiglio e dalla Confindustria, l’ironia, se c’era al momento di scrivere la sceneggiatura, ora può anche andare a farsi benedire. E allora, sì, «non è stato accolto come un video che sfotte i bamboccioni, anzi, molti hanno scritto di non sapere se ridere o piangere, lo hanno definito divertente e drammatico, comico e triste», però «potrebbe anche essere vero che certi giovani sono sfaticati e mammomi», e tuttavia «ciò non toglie che lo stato è assente, il lavoro è precario e mal pagato, ecc.». Insomma, «credo che nel mio lavoro Ferrara abbia visto quello che forse già pensava di suo, che non è assolutamente la verità, perché io una verità assoluta non ce l’ho e non credo possa esistere quando si parla di problematiche così complesse. Io stesso, d’altra parte, non mi sono posto il problema di capire cosa stessi cercando di dire, quale fosse il messaggio. Lironia era solo il mezzo per raccontare qualcosa di vero, qualsiasi cosa sia».
«Qualunque cosa sia»: e poi c’è pure qualche cretino che afferma che i giovani italiani non siano ormai disposti a tutto pur di portare a casa qualche soldo?

domenica 16 novembre 2014

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Quanto si lucra in Italia col cosiddetto volontariato? E chi lucra di più? E su quali strumenti può contare? Consiglio la lettura di un post che mi pare dia ottimo spunto a un’inchiesta giornalistica che risponda a queste domande.

Già che mi trovo, ne consiglio pure un altro che ha il pregio della sintesi e della chiarezza su una faccenda terribilmente complessa come il riassetto delle forze in campo sullo scenario internazionale.

Gabriella Goat

Che il mondo sia impazzito è sensazione che ha sempre accompagnato tutti i disadattati, fin dalla notte dei tempi. Converrà, dunque, non farci cogliere in castagna dinanzi a quanto ci fa trasalire perché brutalmente o miserevolmente assurdo, facendo finta di averne colto la ratio, di trovarla in qualche modo sensata o per lo meno divertente, così sembreremo ottimamente incardinati nel secolo, che fin dalla notte dei tempi è segno di un buon metabolismo. Evitiamo di strabuzzare gli occhi, quindi, dinanzi alla notizia che la signora Gabriella Capra, in ciò appoggiata dalla Fondazione Nazionale Consumatori, sia intenzionata a portare in tribunale la Astley Baker Davies per ottenere un risarcimento di 100.000 euro perché in una delle puntate di Peppa Pig è comparso un personaggio che aveva proprio il suo nome, e da allora tutti la sfottono. Evitiamo di star lì a considerare che nella striscia originale Gabriella Capra era Gabriella Goat, perché al pari di tutti i personaggi che vi compaiono il surname indica la specie animale e il name ne ha quasi sempre in comune l’iniziale (Delphine Donkey, Kylie Kangaroo, Emily Elephant, Wendy Wolf, ecc.), e allertiamo la francese Gabrielle Chèvre, la spagnola Gabriela Cabra, la tedesca Gabri Ziege, se esistono: hanno danni da lamentare, non tardassero a farlo. E tanta solidarietà alle poverette, nel caso i rispettivi tribunali non ne accogliessero le richieste mandandole a depositare qua e là, in Francia, in Spagna, in Germania – insieme alla signora Gabriella Capra qui in Italia – le note feci a palline. 

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Tra scienza politica e arte del governo passa tutta la distanza che c’è tra studio e mestiere: si vorrebbe che il primo sia indispensabile al secondo, ma di fatto non è affatto vero, anzi, come non si è mai visto un grande economista diventare miliardario grazie a tutta la sua scienza – ma si sarebbe tentati a un altro parallelo, assai più feroce: si ricava più denaro dal vendere numeri da giocare al lotto che dalle vincite ottenute grazie alle puntate su quei numeri – così non s’è mai visto un Platone tornare di qualche utilità a un Dionigi, né un Tocqueville più fortunato di un Talleyrand. Sconcerta, può arrivare a infondere sgomento, ma è di piana evidenza che, almeno in certi campi, sia impossibile trasporre con qualche profitto le regole che fanno il metodo della più perfetta scienza. Dovrebbe essere la prova che ogni scienza sociale abbia un limite nel fatto stesso d’essere – appunto – scienza, ma più probabilmente – e qui la probabilità si carica dell’investimento emotivo che sta in una scommessa – è che nessuna scienza sociale ha ragion d’essere se non accetta come irriducibile la grossolanità di ciò che ne è oggetto. Quando apprendiamo che un mestierante di successo ascolta con la massima attenzione tutto il collegio di illustri ed autorevoli periti ai quali ha chiesto parere, per poi decidere di testa sua, spesso contro quanto consigliato da quei saggi, e il risultato della decisione premia il mestiere contro la scienza, non dobbiamo trarre l’affrettata conclusione che non ci sia squadra o pialla per il legno storto: è nella più perfetta scienza politica che la più furba arte del governo trova le ragioni di ciò che è da evitare, perché il miglior daffare raramente è un ottimo affare.  

sabato 15 novembre 2014

Accedine

Può darsi ch’io m’inganni e stia per dirne una tanto bestiale da dovermene vergognare per mesi, perciò faccio affidamento, senza neanche contarci troppo, sull’indulgenza di chi non avrà alcuna difficoltà nel dimostrarmi che lo stato d’animo che qui mi appresto a descrivere – il mio, da qualche tempo a questa parte, quasi tutte le volte che decido che questa pagina vada aggiornata, sennò che sia meglio chiudere il blog – non sia affatto singolare, men che meno necessiti di un neologismo, perché è di questo che si tratta: non è certo singolare la sensazione che nulla valga la pena di un commento, questo lo so; né è singolare quella che induca a credere che un commento, ancorché sprezzantemente liquidatorio o meticolosamente decostruttivo, offenderebbe più chi lo fa, per il semplice fatto che così si abbasserebbe a farlo, che quanto ne sia l’oggetto, così elevato dalla bassezza della sua piatta insulsaggine o della sua brutale volgarità all’immeritata dignità di un qualche interesse, e so anche questo; come so bene che nemmeno è singolare che questa sensazione possa riguardare molto o tutto, per qualche tempo, a tratti, o per un lungo periodo, senza remissioni; però dico che senza dubbio abbia un connotato peculiare – un quid con tanto di sui generis – il sentire che tanta insulsaggine e tanta volgarità non possano scorrere senza apporvi sopra il marchio dell’infamia, e nel contempo il sentire che sia inutile, e soprattutto avvilente. Lo si sente necessario, quasi indispensabile, ma si avverte che sarebbe fatica enorme, e mortificante, e vana. Si aggiunga, inoltre, che non sarebbe fatica dovuta, se non a ciò che rende intollerabile la fatica di lasciar perdere, far finta di non aver visto e di non aver sentito: non è mestiere di scrivere, quello del commento, tutt’al più è abitudine affine alla mania. Un guazzabuglio di malesseri, insomma, in cui si possono trovare – variamente dosate e composte – una frenesia d’urgenza e una noia del ripetersi, un’indignazione che può degenerare nella maniera e una spossatezza da inconcludenza, una rabbia sorda da risentito e una resa che cerca nobiltà nella sconfitta, alle quali va ad aggiungersi quel tanto di ridicolo che sta nel poterne fare a meno, ma non volerlo, però costringersi a farlo, e poi non farlo: evitare di scriverne, però sentendone in colpa, ma traendo una sorta di sollievo da questa mancanza nel considerare quanto peserebbe l’accollarsene il dovere, che poi è tutto verso se stessi. La direi accedine, un misto di accidia e acredine, ma il termine non mi sembra del tutto adeguato, perché almeno nel caso di specie – il mio – è relativo a uno stato d’animo che mi assale solo quando scorro la cronaca: tutto mi sembra futile e mi irrita, a cominciare dal fatto che la futilità non meriterebbe tanta irritazione, e tutto mi spinge a sputar bile ma sei volte su sette me lo risparmio, e m’acconcio a una posa di disgustata alterigia, che io stesso sento falsa, che io stesso mi rinfaccio.

Prendete il caso della lettera che la Diocesi di Milano ha inviato a seimila insegnanti di religione, stipendiati dallo Stato, ma idonei all’insegnamento solo se graditi alla Chiesa, e inidonei quando le diventano sgraditi. Lettera che sollecita una schedatura di quanti siano impegnati a combattere nella scuola pregiudizi e discriminazioni relative alle libere e responsabili scelte di genere. Lettera che ha sollevato qualche protesta e di cui subito la Diocesi di Milano si è scusata. Ora c’è chi le manda lettere per farle presente che ha sbagliato a scusarsi. Quanto ci sarebbe da scrivere sulla faccenda. E quanto sarebbe inutile. E quanto sarebbe noioso ripetere quello che comunque sarebbe necessario ripetere, nel caso. E quanto mi irrita il non volerlo fare. Più mi irrita quanto accade, e più è irritante il fatto che finirò per ritenerlo degno di disinteressarmene, metà soddisfatto per aver lasciato perdere e metà pentito per non averne scritto. È accedine, direi.

lunedì 10 novembre 2014

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All’apertura dei lavori dell’Assemblea generale dei vescovi italiani, che oggi ha preso avvio ad Assisi, il cardinale Angelo Bagnasco ha lamentato la persecuzione di cui son fatti vittime i cristiani, «a volte evidente e brutale, altre volte subdola e mascherata, ma non per questo meno violenta», e si è chiesto se per caso questo non accada «perché i cristiani sono una presenza scomoda». Non scomoda, Eminenza, ma molesta. Vada a qualche capoverso indietro, rilegga ciò che ha detto riguardo alla «creazione di nuove figure» alternative alla famiglia tradizionale: ha detto che vengono create «con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente», con ciò mettendo in discussione che possa esserci famiglia dove non ci sia famiglia cristiana, e questo non è bello, perché è offensivo, puzza di intolleranza e di prepotenza. Che ha da stupirsi, dunque? A questo voler dettar legge sulle vite altrui, mi pare naturale che chi abbia zotico profilo antropologico s’irriti come una bestia, e ci scappi il martire. A chi ha l’animo gentile, invece, scappa tutt’al più un «vada a cagare», e questa, lei, me la chiama violenza? Via, sia cortese, non rompa il cazzo.

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Sulle voci di dimissioni che Giorgio Napolitano sarebbe intenzionato a dare entro la fine di quest’anno, Marzio Breda, che in più di un’occasione si è prestato a farsi portavoce di ciò che il Quirinale intendeva comunicare in modo ufficioso, ci informa che «non vuole sciogliere lui le Camere nel caso di voto anticipato» (Corriere della Sera, 9.11.2014), ipotesi che evidentemente considera assai probabile, e con molti solidi motivi data la buona vista che si gode da quel Colle. In pratica, rifiuta di ammettere il fallimento del mandato suppletivo che si è dato dalla metà del primo settennato, rinnovandolo e ampliandolo nell’accettare la rielezione: nessun Presidente della Repubblica è mai stato tanto attivo quanto lui alla sceneggiatura, al casting e alla regia di quanto andava in scena e, ora che la commedia rivela tutta l’inconsistenza della trama e l’inadeguatezza degli attori, pare voglia svignarsela dall’uscita di servizio, per non beccarsi i fischi, con ciò onorando la definizione che ne diede chi di lui disse che «il suo stemma araldico dovrebbe essere un coniglio bianco in campo bianco». Niente della grandezza d’un altro commediografo napoletano, l’Eduardo De Filippo di cui proprio in questi giorni ricorre il trentennale della morte, che una sera s’alzò dal posto che occupava in platea, interruppe la commedia di cui era l’autore e il regista, e disse: «Signori spettatori, l’attore qui ha recitato la battuta in modo diverso da come l’avevo scritta e da come gli avevo spiegato andasse recitata: vogliate scusarmi, adesso la ripeterà come si deve».

sabato 8 novembre 2014

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La descrizione che ne dà il giornale dei vescovi (Avvenire, 6.11.2014 – pag. 17) fa della Casa di Cura «Santa Famiglia» il miglior esempio di quanto la dottrina cattolica consente come soluzione all’infertilità: (1) «studiare il momento della fertilità della donna per poterla aiutare, in assenza di farmaci e senza diagnostiche invasive, a gestire al meglio la propria vita sessuale»; (2) «individuare quelle persone per le quali, con un criterio non invasivo, ci sia una reale possibilità di gravidanza»; (3) «insegnare metodi naturali per aumentare le possibilità di concepimento» (tutto in virgolettato perché si tratta di quanto illustra il responsabile di questo «centro per il concepimento naturale»).
Eviteremo, qui, di contestare il principio etico che informa questa strategia di attacco all’infertilità, peraltro ampiamente noto (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2373-2379). Ci limiteremo solo a chiederci a cosa serva una Casa di Cura se non può andare oltre a quanto, come sopra esposto, è consentito dalla dottrina cattolica: (1) per studiare i giorni fertili di un ciclo, non basta un test per l’ovulazione, di quelli che a pochi euro si possono reperire in ogni farmacia? (2) e non è con questo solo studio che, dovendo rinunciare a metodiche non invasive, si possono individuare i casi in cui ci sia una reale possibilità di gravidanza? (3) in quanto ai metodi naturali per aumentare le possibilità di concepimento, poi, non bastano banali conoscenze empiriche?
Può darsi che queste perplessità ci assalgano perché ci sfugge qualcosa. Per esempio, cosa sarà mai la «chirurgia medica non invasiva» che viene contemplata tra le prestazioni offerte alle coppie infertili? Può darsi che il giornalista abbia riportato in modo infedele le parole di chi ha intervistato, di fatto in ginecologia ogni momento chirurgico è invasivo. Peraltro, nel corpo dell’intervista, si fa cenno ad «approcci naturali di ridotta invasività», senza specificare quali siano: sarà mica che per «non invasività» si voglia intendere «ridotta invasività»? Ed è possibile, in tal caso, che così seri professionisti e così seri cattolici siano così trasandati nell’uso di termini attinenti ad argomenti così delicati? Ci rifiutiamo di crederlo. Per nostri limiti, ovviamente, dev’esserci qualcosa che ci sfugge. Conviene cercare lumi nelle parole di monsignor Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, dunque responsabile delle 117.467 strutture sanitarie cattoliche attive in tutto il mondo, compresa la Casa di Cura «Santa Famiglia».
Sua Eccellenza ha detto: «La Chiesa si fa vicina a questi nostri fratelli che soffrono, incoraggiando fortemente la ricerca scientifica, volta al superamento naturale della sterilità. Ecco perché questi centri sono molto importanti». Ricerca scientifica volta al superamento naturale, ecco, ora tutto è chiaro. 

Proprio

Fin dall’adolescenza mi accompagna un imbarazzo che col tempo è diventato sempre più tollerabile. Ma forse imbarazzo è termine improprio, e anche tollerabile non rende a dovere. Per farla breve: tutte le volte che sento dei maschi parlare di questa o quella femmina, e con pressoché unanime benevolenza di giudizio, soprattutto quando la benevolenza è espressa in modo particolarmente enfatico, non mi ritrovo quasi mai in quel che dicono. Ma forse ritrovarsi non esprime bene il concetto, e perfino maschio e femmina sono locuzioni inadeguate. Potrei spiegarmi meglio con qualche esempio, forse. Potrei dire di Moana Pozzi: ho visto, e ancora vedo, che tutti le son devoti come fosse una dea dellamor carnale, ma a me è sempre sembrata un pesce lesso, anche un po scotto. Per tenerci nel settore, dico, Luce Caponegro non la surclassava? Ma forse non ho scelto lesempio migliore, potrei raccontare della volta che opposi Françoise Hardy a Rachel Welch – eravano nei primi anni Settanta – e fui sepolto dagli sghignazzi: «Ma che dici? Quella non ha neanche due etti di tette»Potrei stendere un elenco senza fine di casi analoghi, ma mi risolvo a dire di aver passato la vita intera a non trovare convincenti gli entusiastici elogi che praticamente tutti rivolgevano alle grazie di certe femmine che a me non dicevano niente o addirittura sembravano dei veri cessi, e vengo ai nostri giorni, e (mi) chiedo: ma la Madia può a qualche titolo sollecitare fantasie sessuali? e la Boschi, con quel culone basso e quella faccia da cavallo, è bella? e, giusto per tornare indietro a qualche capannello di arrapati della passata stagione, la Minetti era ’sta gran cosa? Insomma, non ci siamo proprio.