domenica 11 ottobre 2009

La leggenda del premier eletto dal popolo (Ilvo Diamanti - la Repubblica, 11.10.2009)

"Presidente eletto dal popolo". Così si definisce Silvio Berlusconi. Sempre più spesso, da qualche tempo. Per rivendicare rispetto dai molti nemici che lo assediano. Ma, al tempo stesso, per marcare le distanze dall'altro presidente. Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica. Il quale, al contrario, è "eletto dal Parlamento". Anzi da una parte di esso. Perché Napolitano non è "super partes", ma di sinistra. Come tutte le altre istituzioni dello Stato. Corte Costituzionale e magistratura in testa. Non garanti. Ma soggetti politici. Di parte. Per questo Berlusconi non ne accetta le decisioni, ma neppure il ruolo. In pratica: considera le istituzioni dello Stato - e quindi la Costituzione - inadeguate. Peggio: illegittime. Meno legittime di lui, comunque. Presidente eletto dal popolo.
Queste affermazioni, sostenute a caldo e a tiepido dal premier, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, si fondano su premesse discutibili, anzitutto sul piano dei fatti. Dati per scontati. Che scontati non sono.
Il primo fatto è che Berlusconi sia un presidente "eletto dal popolo". È quanto meno dubbio. Perché l'Italia non è (ancora) un sistema presidenziale. I cittadini, gli elettori, votano per un partito o per una coalizione. Non direttamente il premier o il presidente. Anche se, dopo il 1994, abbiamo assistito a una progressiva torsione delle regole elettorali e istituzionali in senso "personale". Senza bisogno di riforme. Così, nella scheda elettorale, accanto ai partiti e alle coalizioni viene indicato anche il candidato premier. (Come ha lamentato, spesso, Giovanni Sartori). Tuttavia, non si vota direttamente per il premier, ma per i partiti e gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per questo, non è un presidente eletto dal "popolo". Semmai dal "Popolo della Libertà". Da una maggioranza di elettori, comunque, molto relativa.
Alle elezioni politiche del 2008 il partito di cui è leader Berlusconi, il Pdl, ha, infatti, ottenuto il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Intorno a un terzo del "popolo", insomma. Peraltro, prima di unirsi con An, fino al 2006, il partito di Berlusconi era Forza Italia, che non ha mai superato il 30% dei voti (validi). Al risultato del Pdl si deve, ovviamente, aggiungere il 10% (o l'8%, a seconda della base elettorale prescelta) ottenuto dalla Lega. I cui elettori, però, non hanno votato per Berlusconi. Visto che al Nord la Lega ha sottratto voti al Pdl, di cui è alleata e concorrente. E quando ha partecipato al governo (come in questa fase) si è sempre preoccupata di fare "opposizione". Questa considerazione risulta ancor più evidente se si fa riferimento al risultato delle recenti europee. Dove si è votato con il proporzionale e con le preferenze personali. Il Pdl, il partito di Berlusconi, ha infatti ottenuto il 35,3% dei voti validi, ma il 33% dei votanti e il 21,9% degli aventi diritto. Lui, il Presidente, ha personalmente ottenuto 2.700.000 preferenze. Il 25% dei voti del Pdl, ma meno del 9% dei votanti. Il risultato "personale" più limitato, dal 1994 ad oggi.
Tutto ciò, ovviamente, non intacca la legittimità del governo e del premier. Semmai la sua pretesa di interpretare la "volontà del popolo".
D'altronde, si vota una volta ogni cinque anni, mentre i sondaggi si fanno quasi ogni giorno. Per cui, più che sul voto, il consenso tende a poggiare sulle opinioni. Sulla "fiducia". Ma stimare la "fiducia" dei cittadini è un'operazione difficile e opinabile. Che non coincide con il consenso elettorale. Non si capirebbe, altrimenti, perché, se davvero - come sostiene Berlusconi - il 70% degli italiani ha fiducia in lui, alle recenti elezioni europee il Pdl si sia fermato al 35%, la coalizione di governo al 45% e le preferenze personali per il premier al 9% (dei voti validi).
La fiducia, inoltre, è difficile da misurare. Per ragioni sostanziali, ma anche metodologiche. Soprattutto attraverso i sondaggi. Dipende dalle domande poste agli intervistati. Dagli indici che si usano. Alcuni fra i principali istituti demoscopici (come Ipsos di Nando Pagnoncelli e Ispo di Renato Mannheimer) utilizzano una scala da 1 a 10, per analogia al voto scolastico. Per cui l'area della "fiducia" comprende tutti coloro che danno a un leader (o a un'istituzione) la sufficienza (e quindi almeno 6). Oggi, in base a questo indice, circa il 50% degli italiani esprime fiducia nel premier Berlusconi (le stime di Ipsos e Ispo, al proposito, convergono). Mentre a fine aprile, dopo il terremoto in Abruzzo, superava il 60%. Ciò significa che negli ultimi mesi la "fiducia" del popolo nel premier si è ridotta, anche se risulta ancora molto ampia. Tuttavia, anche accettando questi indici, un 6 può davvero essere considerato un segno di "fiducia"? Ai miei tempi, nelle scuole dell'obbligo - ma anche al liceo - era una sufficienza stretta. Come un 18 all'università. Che si accetta per non ripetere l'esame. Ma resta un voto mediocre. Basterebbe alzare la soglia, anche di pochissimo, un solo punto. Portarla a 7. Per vedere la fiducia nel premier (e in tutti gli altri leader) scendere sensibilmente. Al 37%. Più o meno come i voti del Pdl. Con questi dati e con queste misure appare ardita la pretesa del premier di parlare in "nome del popolo". Tanto più che, con qualunque metro di misura, il consenso personale verso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, risulta molto più elevato. Fino a una settimana fa, prima della recente polemica, esprimeva fiducia nei suoi confronti circa l'80% degli italiani, utilizzando come voto il 6. Oltre il 50%, con una misura più esigente: il 7. Lo stesso livello di consenso raccolto dal predecessore, Carlo Azeglio Ciampi. Anche da ciò originano le tensioni crescenti tra il premier e il Presidente della Repubblica. Nell'era della democrazia del pubblico. Maggioritaria e personalizzata. Dove i media sono divenuti lo spazio pubblico più importante. E il consenso è misurato dai sondaggi. Nessuno è "super partes". Sono tutti "parte". Tutti concorrenti. Avversari o alleati. Amici oppure nemici. Anche Napolitano, soprattutto Napolitano. Per la carica che occupa e la fiducia che ottiene. Agli occhi di Berlusconi, impegnato a costruire la leggenda del "presidente votato e voluto dal popolo". Non può apparire amico.

venerdì 25 settembre 2009

Pro e contro l'ipotesi del paranormale

Quando leggo la stessa cosa scritta da due persone diverse (come qui e qui), penso che quelle due persone non debbano essere poi troppo diverse, ma scarto sempre, e senza indugio, l’ipotesi paranormale del processo telepatico. Quando però m’imbatto nella riproposizione del liso calembour che gioca sull’assonanza tra l’apostata e la prostata, cedo alla tentazione di credere possibile una trasmissione del pensiero tra i morti e i vivi: solo Erminio Macario o Carlo Dapporto, infatti, possono averla suggerita.

domenica 6 settembre 2009

"Google ci dice chi vincerà"

“Il più delle volte [i sondaggi] rilevano dati che non trovano corrispondenza nella realtà […] In quale altro modo [ordunque] ci si può fare un’idea sull’andamento reale della campagna congressuale e della presa dei due candidati principali sull’opinione pubblica?”. Europa suggerisce Google Trends: “Piuttosto che andare a indagare con strumenti troppo spesso fallaci sulle supposte intenzioni di voto alle prossime primarie”, conviene “sondare l’opinione pubblica [“in grandissima economia”, peraltro] avvalendosi di Google Trends, […] un servizio che permette di valutare con impressionante precisione il trend di un termine nelle ricerche degli utenti della rete”: in questo caso, “Bersani” e “Franceschini”.
In pratica, se sparo mille volte in rete “Bersani mi fa cagare”, il trend del termine “Bersani” schizza in alto ed Europa ne ricava che Bersani va fortissimo, ha segreteria del Pd in pugno; se però, subito dopo, sparo diecimila volte in rete “Franceschini mi fa cagare assai di più”, Europa ne ricava che c’è stata una strepitosa rimonta da parte di Franceschini, che così straccia Bersani.
Certo – concede Europa “sarebbe sbagliato confondere i risultati di questa semplice ricerca con un orientamento di preferenza per l’uno o l’altro dei candidati”, ma allora perché suggerirlo come strumento alternativo ai sondaggi? Chissà. E sì che il suggerimento era mosso al fine di ricavare “un’idea sull’andamento reale della campagna congressuale e della presa dei due candidati principali sull’opinione pubblica”, per giunta “con impressionante precisione”, e il titolo dell’articolo non lasciava adito a dubbi: “Google ci dice chi vincerà”.

Chi può aver scritto una cazzata del genere? Ah, ecco, è quello che di solito cerca l’effetto esilarante col dardo, roba del tipo “Clima arroventato nel Pd. Effetto Serra-cchiani”, che al confronto un Antonino Russo da Seminara mi diventa quasi un Longanesi o un Flaiano.
Più divertente, assai più divertente, quando si allunga.
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Aggiornamento Il fatuo chiachiello che firma l’articolo su Europa, qui commentato, prova a rispondere alle contestazioni mossegli, ma senza avere argomenti, e il risultato onestamente mi pare patetico. In sostanza, ammette che Google Trends non consente alcuna stima qualitativa realmente accreditabile ad un nome, e che dunque non è uno strumento per sondare il consenso, tutt’al più la popolarità; tuttavia, pare far finta di non aver titolato il suo pezzo Google ci dice chi vincerà. Vittima del titolista di Europa? Sul suo blog il titolo al pezzo è Basta con i sondaggi, affidiamoci a Google. Adesso ammette che, sì, Google Trends non può neanche lontamente sostituire un sondaggio, mentre prima lo indicava come strumento di “impressionante precisione”.
È comprensibile che, in mancanza di argomenti, sia costretto ad affannarsi sulla mia persona piuttosto che su quanto ho scritto. Pare non aver altra scappatoia. Qui, in realtà, non è che potessi aspettarmi molto, e infatti non mi aspettavo nulla di diverso. Ho la grave colpa di aver ferito l’orgoglio del Nardi, tempo fa, ricambiando la sua appiccicaticcia venerazione nei miei confronti con una solenne dichiarazione di disistima: in pratica, gli ho rifiutato l’amicizia che mendicava, e senza nascondergli ciò che realmente pensavo di lui. Non me ne pento, anzi, devo dire che col tempo il Nardi ha confortato la mia opinione sul suo conto.
Ciò che scrive stavolta, in risposta al commento che qui facevo al suo articolo su Europa, viene a ulteriore conforto: mi proietta addosso miserie umane che sono tutte sue, come per disfarsene. Mettendo da parte per un attimo il disprezzo: poveraccio.

mercoledì 5 agosto 2009

La cozza innocente

Dall'Introduzione a 1973, Napoli ai tempi del colera (Ucsi, 2009) - Paolo Mieli
Il 28 agosto 1973 a Napoli si registra il primo caso di colera. All'inizio nessuno ci vuole credere. Sembra un male che viene dal passato, dal medioevo. Nessuno poteva pensare che a fine Novecento si ripresentasse un'epidemia di quel tipo. Presto come agente del colera vengono individuati i mitili, vale a dire le cozze. In quegli anni venivano vendute crude, si mangiavano in ogni angolo del lungomare, con un po' di limone. A torto o a ragione vengono identificate come portatrici del vibrione. Dobbiamo ricordare che la coltivazione di mitili era un affare molto importante per l'economia napoletana. Immediatamente è il panico, perché la paura della trasmissione del colera si estende alle verdure crude e a tutto ciò che viene lavato nell'acqua, che si ha il timore possa essere infetta. La prima cosa che accade è il ripescaggio di una legge del 1929 che proibiva la coltivazione delle cozze e la vendita nel golfo di Napoli, già allora fortemente inquinato. Una legge del tutto disattesa. La certezza che la diffusione del vibrione fosse stata causata dalla mancata applicazione di questa legge, creò un clima di caccia all'untore. E gli untori erano di due tipi: chi coltivava e vendeva le cozze e chi - cioè tutti - aveva permesso la non applicazione della norma del 1929. Si registra a questo punto la contraddizione tra un allarme altissimo e l'attività di una comunità, che continua a vivere come se niente fosse. Arrivano a Napoli fior d'inviati dai giornali quotidiani e dai periodici del nord: io ad esempio fui inviato a Napoli dall'"Espresso". E i giornalisti descrivono la vita di parte della città, che appunto continua come se niente fosse. Questa descrizione induce il grande pubblico a farsi l'idea di una città che non ne vuole sapere delle regole, che non sa adattarsi a quello che sta capitando e per la quale ci vogliono misure speciali. Una città ribelle che è essa stessa il colera. Si diffonde la notizia che il colera è anche in Puglia e probabilmente sarà presto in tutta Italia, portandola in una situazione da medioevo, solo perché i coltivatori di cozze vanno avanti nonostante tutto e vogliono continuare a fare la loro vita. Sull'onda di questa polemica forte dei giornali del nord, si abbatte la prima ondata di stereotipi su Napoli e Bari come città in mano a degli irresponsabili e delinquenti, avallati dalla politica e dall'amministrazione. Va detto che i due quotidiani napoletani, cioè "Il Mattino" e soprattutto la "Gazzetta del Mezzogiorno", ebbero una reazione non campanilistica, ma abbastanza seria. Non insorsero dicendo: "Voi della stampa del nord ci state accusando ingiustamente". Produssero invece un lavoro di autodifesa e di ridimensionamento dei fatti che poi si sarebbe rivelato più veritiero della descrizione che facemmo noi giornalisti venuti da fuori. In questo contesto una cinquantina di persone finirono sotto processo. I processi più interessanti sono, a mio avviso, quelli al presidente dell'Ente Porto Raimondo Rivieccio, al medico provinciale Vincenzo Morante e al direttore dell'ufficio sanitario del Comune di Napoli Gaetano Ortolani. Raimondo Rivieccio sembra una figura fatta apposta per finire nei guai. Era infatti marito della figlia di Luigi De Pascale, un novantatreenne decano dei coltivatori di cozze, una specie di re in quel campo. Questo ne faceva agli occhi dei giornalisti l'imputato per eccellenza. Mentre questi processi s'istruiscono, a Torre del Greco e a Napoli partono le prime rivolte contro la distruzione delle cozze. Intanto sulla stampa cominciano a filtrare le prime notizie vere, cioè che il vibrione non veniva dalle cozze ma dalla costa settentrionale dell'Africa, cioè dai Paesi del Maghreb. Esito dei processi: tutti assolti. Gran parte lo fu già nel 1974 in primo grado. Man mano risultava evidente che le cozze non c'entravano. Il male veniva da altre aree. Fra gli imputati mi ha colpito molto la vicenda di un prefetto di Napoli, Luigi Fabiani, che era stato in carica fino al 10 agosto del 1973, 10-15 giorni prima dell'esplosione del colera. Il poveretto fu portato a processo senza che si potesse difendere, visto che nel momento della diffusione del morbo non era più prefetto e quindi della faccenda non ne poteva sapere niente. Anche lui fu assolto. In primo grado furono condannati per reati di omissione di atti d'ufficio Rivieccio e Morante. Per loro comunque furono decise pene abbastanza miti, quattro e cinque mesi di reclusione per avere mancato nell'adempimento di chissà quale particolare. Nel processo di appello di quattro anni dopo furono assolti anche loro due. Più in generale, con il processo del 1977 tutti gli imputati coinvolti in questa vicenda furono assolti. La morale che si trae da questa storia riguarda il fatto che alcune città meridionali (Napoli e Bari in primo luogo, ma anche Foggia, Barletta e Gallipoli) pagarono il pregiudizio che le vedeva come città in mano alla malavita, con una politica del tutto collusa e dove l'igiene pubblica era un bene accessorio. Non che Napoli fosse una città svizzera, ma - è questo il punto centrale del nostro lavoro di giornalisti onesti - bisogna saper separare il vero dal falso. La città può essere quindi sporca, può avere un alto, altissimo tasso di malavita, può anche avere delle aree di collusione con essa, ma un'epidemia di colera che viene dalla Tunisia non può essere usata a pretesto per mettere una comunità sotto accusa. È una storia che si ripete spesso nel Mezzogiorno. Succederà più tardi con il terremoto degli anni Ottanta dell'Irpinia e con la frana di Sarno, all'epoca del primo Governo di sinistra, dopo la caduta della Prima Repubblica. Insomma, puntualmente alcune calamità che hanno la loro spiegazione e che possono (anzi devono) avere i loro imputati, diventano occasione per un grande carnevale di accuse. Accuse che - questa è la mia ipotesi di lavoro - poi lasciano sul terreno il nulla, e proprio per questo lasciano la possibilità che le cose continuino ad andare avanti come sono sempre andate. Con questa mia ipotesi - che, ripeto, non è una tesi - voglio dire che quando si abbatte un male su una comunità, un male come può esser un'epidemia, la prima cosa da fare per i giornalisti è quella di tenere i nervi saldi, di andare a verificare le notizie più minute, di non dare niente per scontato, di non prendere toni declamatori di denuncia, di non farsi subito tornare tutti i conti trovando facili connessioni tra chi ci sta antipatico e il male di turno. Il rischio è di trasformare tutto questo in un gran polverone e poi di rendersi conto alla fine che a operare per il bene sono stati solo quelli che hanno curato le malattie individuando da dove veramente veniva il virus, quelli che hanno riedificato le zone terremotate, o che hanno esaminato a fondo i motivi di una frana. Con questo non voglio dire - sempre in riferimento alla mia ipotesi di lavoro - che non possano esserci connessioni politiche con alcune calamità naturali. Però ho dei dubbi su chi trova le concatenazioni subito, il giorno stesso in cui ci si applica alla definizione del caso. La storia di Rivieccio è in questo senso emblematica. Il presidente dell'Ente Porto, che era anche esponente socialdemocratico, divenne nell'immaginario un demone fabbricato ad hoc per la situazione. Poi si scoprì che le cozze non c'entravano, e che quel disgraziato non aveva niente a che fare con questa storia. Candidato ideale per alcuni giorni di una riprovazione pubblica sommamente ingiusta, il suo nome rimane ormai legato a questa esperienza. Per lui non c'è risarcimento. È andata a finire nella solita maniera italiana. All'inizio di ottobre del 1973 l'Egitto invade il Sinai e si riprende il deserto che era stato occupato da Israele con la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Ne viene fuori un nuovo conflitto tra Egitto e Israele, la Guerra del Kippur. Questa guerra durerà un mese e si concluderà con un processo di pace che non recupera comunque lo svilimento delle relazioni tra i due Paesi. Questo conflitto provocherà anche una forte tensione con i Paesi produttori di petrolio, che si metteranno d'accordo e alzeranno i prezzi del greggio. L'Italia, come pure molti altri Paesi, sarà colpita da quello che allora fu definito lo shock petrolifero. Si ebbero in autunno le prime domeniche "a piedi", in cui era proibito utilizzare la macchina. E tutta questa nuova situazione distolse l'attenzione dal colera: della vicenda ci si dimenticò e non si parlò mai più. Di Rivieccio e di come siano andate a finire le altre vicende giudiziarie, sui giornali non se n'è saputo più niente. Questo ci obbliga a fare una riflessione sul giornalismo d'inchiesta, giornalismo che dimostra il suo coraggio non tanto facendo volare gli stracci e producendo titoli a effetto, sulla base di supposizioni o concatenazioni arbitrarie. Il risultato più significativo, invece, lo può trovare addirittura nel "ridimensionamento" delle notizie che altri colleghi hanno gonfiato a dismisura. Il più grosso insegnamento che voi potete darvi o ricevere da me è quello di non indulgere nella "concatenazione mentale". Ricordatevi che gli scoop e i risultati clamorosi del giornalismo d'inchiesta devono essere inoppugnabili, a prova di bomba, oppure tutto quel che ci regalano dapprincipio ce lo toglieranno in seguito. Dovete essere sicuri che le denunce che muovete siano vere e che possano resistere a un processo. Altrimenti è meglio che non facciate niente e che siate prudenti. È meglio che usiate quindi stile, sottigliezza. Attenetevi ai fatti, ma, allo stesso tempo, sappiate tenervi un passo indietro, perché potreste fare un errore determinante per la vostra carriera. Non bisogna dimenticarsi dell'etica, del fatto che a causa di un articolo di denuncia delle persone potrebbero soffrire. Non fate mai una cosa facile che vi potrebbe sottoporre a un rischio: potreste farvi affibbiare il marchio di cinismo e portarvelo poi sempre con voi. Se avete tutte le prove, avete la possibilità di fare anche cose più decisive. Se invece non avete tutte le prove, è meglio che non facciate niente, perché potreste fare del male a delle persone. Bisogna essere attenti anche ai pregiudizi che potreste maturare. Qualora trovaste scritto in un articolo che una persona su cui non avete un buon giudizio è colpevole di un reato, dovrete dubitare due volte. Il giornalismo ha il suo giusto corso quando si verifica una contraddizione tra quello che si accetta e quello che si è fin lì creduto. Il giornalismo è qualcosa di sofisticato, dove non esiste una distinzione precisa tra bene e quello che si presenta come il male. Questa è una semplificazione che si trova raramente in natura o che non esiste affatto. Quando il colera colpì Napoli, molte persone pensarono di aver trovato riscontro ad antichi pregiudizi: la vecchia Democrazia Cristiana, nei cui confronti c'erano grandi disillusioni: la città che viveva da parassita del resto della nazione, una città dove c'era malavita, malaffare, disordine amministrativo; le cozze, fatte apposta per dubitarne, specialmente da chi non le aveva mai mangiate crude sul lungomare. Erano state molte le epatiti prese a causa di queste cozze. Il colera non fece che mettere insieme tutti questi elementi. Da anni si pensava che la Dc era marcia, che quegli amministratori non fossero all'altezza del loro ruolo, che era riprovevole una comunità che prosperava su un traffico ai confini della legalità. Un bacillo, il vibrione, confermava tutti i pregiudizi di noi osservatori del nord. Avevamo però torto. Avevamo descritto qualcosa che non c'era. Avevamo raccontato qualcosa più con gli aggettivi che con i fatti. Tutto evaporò quando tutti vedemmo la reale situazione. Dovete quindi verificare tutto quello che vi ho raccontato. Quando avete finito ricordate di quello che vi ho detto: un bravo giornalista deve sempre dubitare di quello che ha in mente prima di fare un'inchiesta. Infatti è facile trovare elementi che confermino le proprie idee. Il pregiudizio, però, è sempre il peggior nemico. I grandi lavori giornalistici sono quelli che hanno provato il contrario dell'idea di partenza del giornalista che li ha realizzati.

sabato 23 maggio 2009

Alfonso Berardinelli, Trinità intellettuale (Il Foglio, 16.5.2009)

Tutto, se vogliamo, si può dividere in tre parti: o tipi, o categorie, o funzioni, o livelli. La divinità cristiana si divide in Padre, Figlio e Spirito Santo. La divinità indù prende la forma di Brahma il Creatore, Shiva il Distruttore, Vishnu o Colui che conserva e protegge. La dialettica di Hegel è anch’essa divisa in tre momenti: tesi antitesi e sintesi. Potrei scegliere altre divisioni, ma volendo dire qualcosa sugli intellettuali di ieri e di oggi, mi tengo stretto alle più prestigiose trinità e dico che possono essere divisi in tre tipi fondamentali: il Metafisico, il Tecnico, il Critico. Prevengo facili obiezioni aggiungendo che questi tre tipi non li troviamo mai in natura, volevo dire in società, allo stato puro. A volte si mescolano e diventano ibridi. Ma non corriamo troppo. C’è bisogno di qualche parola in più per capire meglio di che tipi si tratta. I Metafisici sembravano spariti e sconfitti sotto i colpi della critica illuminista, razionalista, empirista. Nel corso del Novecento e soprattutto dopo la sua metà, le qualifiche di “metafisico” e di “mistico” erano usate spesso come un insulto dei più infamanti. Dopo Voltaire, dopo l’Encyclopédie, dopo Marx, Comte e Freud, ciò che fu mistico e metafisico, irrazionale o suppostamene supermentale divenne oggetto di spassionato e positivo studio scientifico. Fu cioè “demistificato” perché si trattava, scientificamente parlando, di favole, di giustificazioni e coperture ideologiche, di paure o desideri inconsci, di antiche superstizioni, di strumenti culturali adoperati subdolamente per conservare una società oppressiva e difendere il potere di chi la dominava manipolando le coscienze. Ma succede di rado che qualcosa venga completamente eliminato e cancellato dal corso della Storia. Si cominciarono a guardare da vicino proprio le idee moderne e occidentali di storia e di scienza: e si vide che non c’era modo di rendere del tutto razionale la vita dei singoli e della società, si scoprì che esistevano altre culture fuori dalla cultura europea, borghese e capitalistica, si disse che la stessa scienza era o poteva essere usata come uno spauracchio o come un randello ideologico per mettere a tacere obiezioni e dubbi della “gente comune”. Infine si constatò che il novanta per cento dell’arte e della letteratura moderne nasceva da sentimenti antimoderni, antiscientifici, antiprogressisti e che con una preoccupante, eccitante frequenza l’arte moderna poteva ricorrere all’antico, all’arcaico, all’originario, all’infantile, al notturno, al nonborghese, a tutto ciò che non è medio, normale, calcolabile, comune. Così il ragionevole e stoico divieto antimetafisico di Kant sembrò una censura, un’amputazione rigoristica. Rinunciare alla conoscenza metafisica e metterla scientificamente al bando sembrò l’espressione di un nuovo e aggiornato dogmatismo. Il sistematico Hegel fu detestato da Schopenhauer, fu respinto da Kierkegaard: Nietzsche andò oltre e volle andare (o lo credette) al di là di tutti i saperi e valori secondo lui “nemici della vita”. Ma l’antimetafisica di Nietzsche apriva lo spazio a una nuova metafisica, o meglio a un’ontologia radicale del puro esistere al di fuori di ogni categoria razionale e morale. Solo che l’uomo capace di tanto deve essere un uomo speciale, davvero über e super, un essere umano che si fonda sul vuoto dei fondamenti ereditati e quindi si fonda sull’eterno ricominciare, sull’eterna aurora senza più tramonto, sull’Essere pieno, originario e indubbiamente divino: non umano, più che umano, neoumano, poststorico e postumano. L’essere in questo Essere sarebbe un’altra specie di paradiso, bioontologico, o meglio una particolare specie di orrore dionisiaco. La distruzione nietzscheana della metafisica ha aperto la strada all’avvento di quelli che sono gli intellettuali metafisici novecenteschi e attuali, o Nuovi Sapienti. In loro si mescola la morte di Dio e il ritorno degli Dei, il nichilismo e le scienze del sacro, la filosofia che diventa teologia del nuovo Dio chiamato Essere. Il rifiuto del concetto spinge questi intellettuali a disprezzare la moderna, illuministica categoria di intellettuale, per essere qualcosa di più. Per loro non conta tanto l’intelletto e l’esperienza, conta la Mente Superiore che al di là di ogni schema e apparato razionale, tecnico, strumentale, coglie la pura vita dell’essere. Ma questa vita non è individuale, va al di là dell’individuo, perché l’individuo è apparato psichico, è gabbia limitante e oppressiva che opera una coercizione ai danni di ciò che, nei singoli, è l’ontologia dell’essere comune. Questi Metafisici non hanno a disposizione una metafisica architettonica come quella di Platone, di Aristotele o di Dante. La loro è una
metafisica che richiede un nuovo linguaggio, che spinge la filosofia verso la poesia: una metafisica disossata, senza strutture, puro movimento verso l’aldilà e l’aldiqua dell’uomo e delle sue culture come le abbiamo conosciute storicamente. Se dovessi fare il nome di alcuni maestri novecenteschi degli intellettuali neometafisici dovrei citare ovviamente Martin Heidegger. Ma citerei anche René Guénon (convertito alla mistica islamica e studioso del Vedanta) nonché Mircea Eliade, uno dei maggiori indologi e mitologi del Novecento. Ma certo l’ontologia radicale e vitalistica profetizzata da Nietzsche ha preso varie forme: essendo apocalittica e rivoluzionaria, a volte si è mescolata con il marxismo apocalittico e anarchizzante che vede una rivoluzione dietro ogni angolo, nell’attesa di uno sciopero insurrezionale dell’Essere Sociale, al di qua e contro tutti gli apparati e i dispositivi organizzativi e di controllo. Si arriva a Foucault e Derrida per i quali ogni organizzazione è repressione, ogni linguaggio è alienazione e metafisica. Se, come dice Nietzsche, “il vecchio Dio” è morto, allora deve morire o essere eliminato anche “il vecchio Uomo”, finché saremo “illuminati dai raggi di una nuova aurora” (“La gaia scienza”, Adelphi p. 195). Se per i Mistici l’unico scopo è l’essere al di là di ogni scopo umano, per i Tecnici il solo essere di cui vale occuparsi somiglia a una macchina da tenere in funzione o da riparare. Macchina psichica e fisica, macchina sociale, macchina economica e produttiva, macchina linguistica. Mentre i Metafisici ci parlano in continuazione di un Essere che sfugge al linguaggio, ai dispositivi e agli apparati, e sono i propagandisti di un fine da raggiungere per il quale non si nominano i mezzi (direi che sono falsi mistici senza tecniche mistiche), viceversa per i tecnici contano solo i mezzi e la loro efficienza: il fine è fuori discussione, sarà lo sviluppo dei mezzi a crearlo. Se per esempio riusciremo ad avere i mezzi per mutare radicalmente l’essere umano, corpo e mente, il fine sarà questo nuovo essere umano che i mezzi bio-tecnici sono capaci di creare. Il fine segue i mezzi. Il fine è un prodotto dei mezzi. Quindi non va concepito, né tanto meno discusso in anticipo. Per i Tecnici, l’idea buona e giusta di umanità, quale che sia, è un dogma prescientifico. Il solo comportamento giusto è la libertà di ricerca di mezzi per aggiustare, programmare, guarire, modificare la macchina umana. Vietato sapere a che scopo. La stessa società è una macchina senza scopo, il cui solo scopo è funzionare. Questo riguarda molti sociologi di oggi e ormai la grande maggioranza degli economisti, dato che la critica dell’economia politica è pressoché spenta. I Tecnici hanno le loro ragioni: se per esempio i Metafisici avessero delle tecniche da proporre, come avveniva nell’antichità o nel Medioevo, per ottenere la conoscenza metafisica, la smetterebbero di affidarsi totalmente alle parole nel momento stesso in cui le dichiarano inadeguate. Il fatto è che il mondo contemporaneo non dispone di tecniche mentali che rendano legittimo e praticabile il discorso metafisico e ontologico. Se si vuole un fine, si devono volere anche i mezzi per raggiungerlo, altrimenti si cade nella fantasticheria. Ma fra Metafisici e Tecnici esiste un rapporto complementare: gli uni hanno la cosa essenziale che agli altri manca. Si dovrebbe aggiungere che l’idea di “scopo finale” o di essere umano assoluto che hanno in testa i Metafisici è così superomistico da superare (per definizione) le possibilità pratiche di ogni mezzo umano oggi immaginabile. Un caso speciale e paradossale è stato quello dei Tecnici della Rivoluzione, ora passati, per mancanza di mezzi e incertezza di scopi, nella categoria dei Mistici, dato che per loro la rivoluzione somiglia ormai a una Apocatastasi, a una restaurazione dell’ordine divino dopo la catastrofe sociale in cui l’ontologia sconfiggerà la tecnologia. Nella cultura europea moderna c’è stato un periodo, quello umanistico e rinascimentale, in cui tra Metafisici e Tecnici non c’era una separazione netta. Le figure intermedie erano il medico mago e il cosmologo simbolico. Da Pico della Mirandola a Bruno e Campanella lo studio dei misteri della natura era tecnico e mistico. Ma non c’è dubbio che Machiavelli sia già pienamente un tecnico (della politica) nel quale il metodo sembra spesso prevalere sugli scopi. Marx è stato un utopista, ma soprattutto uno scienziato sociale: la scuola che è nata da lui è stata una scuola di tecnici che hanno costruito macchine organizzative, i partiti rivoluzionari, più adatte a distruggere e avvelenare i legami sociali che a costruire una socialità migliore. Nel Novecento i Tecnici abbondano. L’arte d’avanguardia è apocalittica e tecnica nello stesso tempo: nega il passato e inventa dispositivi estetici di autodistruzione dell’arte e della sua ideologia. Molte le teorie letterarie che hanno insistito sulla tecnica (i futuristi, Joyce, Valéry, Breton, i formalisti russi, fino al nouveau roman e allo strutturalismo). La filosofia speculativa è stata minacciata dal neopositivismo, dalla filosofia del linguaggio e dalla linguistica. Ciò che è in discussione, con Wittgenstein, è il senso delle affermazioni filosofiche, la maggior parte delle quali, a suo avviso, di senso non ne hanno. Così anche la filosofia diventa una tecnica logico-linguistica per depurare, risanare, guarire il linguaggio filosofico dalle sue malattie perché funzioni finalmente bene, sia chiaro e fondato. Oggi rientrano nella tipologia del Tecnico tutti coloro che mirano a manipolare efficacemente i diversi aspetti della realtà (legislazione, corpo umano, produzione e finanza, istituzioni, comportamenti dei consumatori, ecc.) in modo da far funzionare il più possibile a pieno regime la macchina sociale. In vista di che cosa? In vista di un Progresso alla definizione del quale un vero tecnico non si interessa mai. Fra l’Essere da ritrovare e la Macchina da far funzionare, qualcuno, semplicemente, si sente a disagio. Pensa che “qualcosa non va”. Questa potrebbe già essere una prima definizione del terzo tipo di intellettuali, quello dei Critici: forse il più diffuso ma anche il più debole e il meno autorevole. I Critici sono e si riconoscono individui a disagio, dubbiosi, senza potere e spesso con la sensazione di essere soli. Da un lato c’è l’Essere, o Dio, o gli Dei, l’Assoluto, l’Inizio e la Fine, la Verità e la sua decostruzione. Dall’altro ci sono gli imperativi pratici, il progresso, la collettività, strutture, sovrastrutture, infrastrutture, Stato e Mercato: e la necessità di fare funzionare tutto questo per procurarsi sviluppo, crescita, miglioramento. Stretto fra queste soverchianti entità, al critico resta poco spazio. Non sa proporre soluzioni valide in generale. Crede e non crede, ma comunque in qualcosa di relativo e di minuscolo. Nella categoria dei Metafisici-mitologi- ontologi-mistici troviamo ciò che resta della cosiddetta “filosofia continentale” europea, con l’aggiunta di qualche junghiano e storico delle religioni. Nella categoria dei Tecnici troviamo in prevalenza matematici e politologi, sociologi e biologi, medici e ingegneri, specialisti del management e della comunicazione, estetisti e pubblicitari. Fra i Critici ci sono piuttosto scrittori e “gente comune”, la cui intelligenza è di altro genere e non è inferiore a quella degli intellettuali. Il critico ha bisogno di senso comune, di esperienze comuni, e di un linguaggio nel quale si possano dire cose che forse non interessano a Dio e che certo non servono al Progresso. La critica è stata una delle bandiere della modernità. Alla sua azione si deve la nascita delle liberal-democrazie, delle società aperte, delle utopie sociali, della libera ricerca scientifica. Per i Critici, contrariamente che per i Metafisici e per i Tecnici, i singoli individui esistono: non sono apparenze, o contingenze, o imprevisti malaugurati, errori da eliminare, distorsioni soggettive da superare in un’ottica più vasta e in una prospettiva più elevata. Per i Critici le singole vite individuali sono un campo e uno strumento di conoscenza ineliminabile. Lo scoprirono filosofi come Montaigne e Kierkegaard, che non costruirono sistemi teorici né scrissero trattati, ma usarono come forma letteraria più adatta al pensiero la forma della confessione, dell’autoanalisi, del diario, dell’invettiva. Si può accusare Kierkegaard? Si possono accusare Leopardi o Baudelaire di narcisismo per il fatto di aver parlato di sé, di avere “esplorato il proprio petto” o di avere “messo a nudo il proprio cuore”? L’io del critico è uno strumento per essere onesti con gli altri, che a loro volta non sono privi di un loro io. Non è né una scoperta recente né un provocante paradosso notare che i tre suddetti autori, grandi scrittori moderni, sono stati anche tra i più memorabili critici della modernità. I critici rischiano la solitudine. Hanno bisogno della solitudine. Anzi, la rappresentano pubblicamente come un valore pubblico che è pubblicamente misconosciuto. Nel Novecento la famiglia dei critici si è allargata, anche se non si tratta di famiglia, ma di figli unici o di orfani. Ogni intellettuale critico è un caso a sé. Karl Kraus era di destra o di sinistra? E Orwell? E Simone Weil? Una delle vicende negative più interessanti della seconda metà del Novecento è stata la difficoltà che gli intellettuali politicamente schierati e gli studiosi accademici hanno avuto nell’accettare questi autori, nel riconoscere la loro importanza politica, il loro valore intellettuale e letterario. Non è solo questione di etichette politiche, c’è anche il problema delle caselle professionali e disciplinari. Che cos’è Kraus? Uno scrittore satirico? Un moralista del linguaggio? Un liberale o un anarchico? E Orwell? E’ solo un romanziere secondario? Un socialista libertario? Un politologo? E Simone Weil? Una donna molto singolare? Una specie di santa rivoluzionaria e anti-rivoluzionaria? Questi tre critici, insomma, avevano una vita privata infelice? Sì, a volte. Problemi sentimentali e sessuali? Non si può negarlo. E per queste ragioni non ha valore oggettivo quello che hanno pensato e scritto? Ho fatto pochi esempi. Per dimostrare che cosa? Che gli intellettuali non sono sempre, anzi quasi mai, da considerare anzitutto come ceto sociale e come gruppo. Spesso, nei casi migliori, si tratta di inclassificabili singoli, e la loro vulnerabile forza è in questo.

martedì 5 maggio 2009

Pasquale Panella / Lucio Battisti - Estetica - 1994



È successo quello che doveva succedere,
ci siamo addormentati perché è venuto il sonno
a fare il nostro periodico ritratto.
E per somigliarci a noi, più che noi stessi,
ci vuole fermi, ché appena respiriamo,
e mobili ogni tanto, come un tratto sicuro di matita.
Ecco che siamo: la viva immagine di una distilleria abusiva
che goccia a goccia secerne puro spirito.
Noi dietro una colonna ridevamo per l’aneddoto
e ci contrastavamo amabilmente
su aria, fiato e facoltà vitale,
su brio d’intelligenza,
sull’indole e sull’estro,
soffio, refolo, vento e venticello.
Sull’essenza e sulla soluzione,
sul volatile e sulla proporzione,
sul naturale e sul denaturato.
E poi sulla fortuna…
La fortuna non c’entra,
quando una cosa per terra si posa.
E vale sia per l’estetica che per l’allodola.
E lui continuava a ritrattare,
a ritrattare, quindi,
e la reale e doppia fisionomia nostra
spariva via, come una coppia annoiata
di visitatori da una mostra.
Noi dietro le sue spalle,
ridevamo per l’aneddoto,
mimetico, drammatico, faceto, ditirambico.
E ci contrastavamo amabilmente,
su verde, rosa e viola del pensiero,
su mente giudicante, su lampo e riflessione
e sul limpido e il cupo e il commovente,
su coscienza e su allucinazione,
sulla celebre cena e gli invitati,
colori che divorano colori.
Se lo spirito s’eccita
per caso esilarando,
oppure ardendo,
bruciando, bruciando.
E chi dei due,
ha le parti fredde,
cercando le tue…

domenica 11 gennaio 2009

Fantastichiamo

Da Avvenire dell’11.1.2009
Meglio una notizia falsa ma piccante che una vera ma debole
UMBERTO FOLENA
Avviso ai lettori: in questo articolo, al fine di allietarvi, giocheremo con la fantasia. Affinché poi tutti possano partecipare, anche i nostri lettori della domenica, è necessario narrare l’antefatto. Mercoledì, su Avvenire, la puntata numero 48 del 'Viaggio attorno al prete' del professor Vittorino Andreoli si occupa della questione dell’omosessualità. Nulla di clamoroso né di sconvolgente: ragionamento pacato che tiene conto – nel fondo – dell’impostazione classica data al problema in casa cattolica. Avrebbe potuto anche non esserlo, trattandosi dello scritto di un esperto 'esterno' alla redazione. Invece sostanzialmente era in linea. Ma giovedì Repubblica riprende la puntata in prima pagina, come se si trattasse di chissà che. Venerdì insiste; ma è il Secolo XIX, il quotidiano della Liguria, a fare il botto, con un’apertura a tutta prima pagina dal titolo goloso: «Ecco la mia vita di prete gay», con la confessione di un tal «padre Felice» che finalmente può fare outing, insomma esporsi, «dopo la svolta di Avvenire». Questo l’antefatto giornalistico, vero. Da qui in poi fantastichiamo. Supponiamo che padre Felice non esista ma sia il parto della fantasia, per nulla fervida, della redazione ligure. Supponiamo che i cervelloni al lavoro di quel quotidiano siano in ambasce. Un giornale non nazionale, si sa, vive soprattutto di notizie (e titoloni) locali. Ma la guerra di Gaza, con i suoi morti e il suo carico di angoscia, 'costringe' la redazione a proporre ai lettori liguri titoli analoghi ai fogli nazionali. I lettori, pensano i cervelloni, sono stressati. Basta con morte e disperazione. Ci vuole qualcosa di locale e diverso. Ci vuole una botta di vita. E – oh come stiamo fantasticando – se non c’è, creiamola! Che cosa di meglio dell’abbinata Chiesa-sesso? Avvenire, tramite Repubblica, fornisce una spintarella ai neuroni pigri dei cervelloni: un prete gay che si autodichiara, ecco che cosa ci vorrebbe. Fine delle fantasticherie. Padre Felice non avrà difficoltà a telefonarci dandoci prova provata della sua esistenza. Gli garantiamo lo stesso anonimato garantitogli dal giornale genovese. Certo fa pensare, ed inquieta, che la vita dei preti italiani non desti alcun interesse per 94 pagine di fila (2 per 47 puntate) ma sollevi la libera e democratica e impavida stampa soltanto quando si parla dell’omosessualità. Chi ha il chiodo fisso, i cattolici o i laiconi militanti? Ma a inquietare di più è il forte, fortissimo dubbio che certe nostre fantasticherie possano – orrore – rivelarsi vere. Che padre Felice non esista, sia solo un prodotto fantastico. In tal caso, quale squallida opinione avrebbero dei loro lettori i cervelloni annidati al Secolo XIX? E in quali abissi starebbe sprofondando il nostro (un tempo nobile) mestiere? In forma privata, non mancano i giornalisti di peso che sorridendo spiegano: piuttosto che una notizia vera ma debole, meglio una inventata ma che si faccia leggere. Proprio così, come se la differenza tra verità e finzione fosse un dettaglio, di cui il lettore è meglio rimanga all’oscuro. Ebbene, noi non ci stiamo. Tra noi e chi ci legge, pagando, esiste un patto tacito ma ferreo: voi ci date fiducia e noi non vi imbroglieremo mai, e se sbaglieremo – perché nessuno è perfetto – ci correggeremo chiedendovi scusa; ma non saremo mai spacciatori di menzogne. Sappiamo che certi colleghi, quando sentono parole come queste, ridacchiano. Intanto i giornali italiani perdono copie su copie, senza che la cosa provochi domande radicali sul modo in cui facciamo giornalismo e trattiamo i nostri ultimi lettori. Ridacchiano giulivi, loro, sulla barchetta di carta con su scritto Titanic.