Quando
la nave colerà a picco, quelli che oggi lodano il capitano saranno al sicuro su
una scialuppa sulla quale non ci sarà posto per chi lo critica. Per alcuni è un
posto che si guadagna lodandolo, ma per la gran parte è un posto che spetta per
privilegio, del tutto naturale che questi ritengano inutile ogni critica. Le lodi, insomma, stanno al colare a picco come le mosche alla merda.
sabato 28 marzo 2015
[...]
Arriva
a conclusione una vicenda giudiziaria che fin da subito ha mostrato, con uno
dei più dissennati modi di condurre un’indagine, l’incredibile d’una
eccezionale mostrificazione degli imputati a fronte di una sconcertante
inconsistenza delle prove a loro carico, ma ansa.it osa sparacchiare che la
sentenza è a sorpresa. Hanno rubato anni di vita a due ragazzi che un pm si è
ostinato a credere non potessero non essere che colpevoli – oggi s’è visto
quanto a ragione – e ansa.it si stupisce che la Cassazione lo definisca un
furto: «Tra chi immaginava una sentenza definitiva di condanna e chi puntava ad
un processo d’appello-ter con annullamento del verdetto della Corte d’assise di
secondo grado di Firenze, la Suprema Corte ha scelto una terza via, forse la
più difficile». Perché «la più difficile», se quelle che si riteneva essere
prove erano in realtà solo gracili stampelle a sostenere una più che zoppicante
tesi preconcetta? Neanche si è mai riusciti a dimostrare che Sollecito e Knox fossero sul luogo del delitto, fanculo ai colpevolisti.
giovedì 26 marzo 2015
Se un giorno me ne venissi con un post del genere
Tenetevi
forti, ché sto per darvi un’affascinante lettura de The Comedy of Errors di William Shakespeare. Cominciamo col dire
che compie quindici anni il saggio col quale il professor Martino Iuvara cercò
di dimostrare che Shakespeare non fosse nato a Stratford-upon-Avon, ma a
Messina, e che il suo vero nome fosse Michelangelo Florio Crollalanza, fuggito
in Inghilterra per sfuggire alla Santa Inquisizione a causa della sua fede
calvinista. Tesi un po’ a cazzo di cane, questo è vero, ma come si spiega che
ben 15 delle 37 tragedie shakesperiane sono ambientate in Italia e La Commedia degli Errori proprio in
Sicilia? Be’, sia come sia, suppongo non vi saranno sfuggite le analogie che
intercorrono tra la poetica di Shakespeare e l’opera pittorica di Giuseppe
Albino detto il Sozzo (1550-1611), siciliano pure lui. Vero è che sono analogie d’un esile, ma d’un
esile, che manco le definirei analogie, e tuttavia una cosa è indiscutibile: il
Bardo e il Sozzo avevano in comune una fastidiosissima allergia alla Parietaria officinalis. Bene, ora qui il
discorso si farebbe complesso, sfiancante, perciò, via, lasciamo perdere.
Dite
la verità: se un giorno me ne venissi con un post del genere, direste che mi
sono bevuto il cervello? Non saprei darvi torto. Bene, sappiate che mi limitavo
a parodiare Marco Bona Castellotti (Giordano
Bruno non era solo antisemita, ce l’aveva con l’intera tradizione – Il Foglio, 25.3.2015).
«Compie quarant’anni
l’interessante saggio di Irving Lavin nel quale è adombrato che la prima
versione del “San Matteo con l’angelo” di Caravaggio, già in san Luigi dei
Francesi, non venne rifiutata per ragioni di decoro – gambe accavallate, piedi
sporchi – come tramandano le fonti storiche, bensì perché la rappresentazione
del soggetto nasconderebbe una componente eterodossa. Le lettere scritte in
ebraico, che compaiono sul libro tenuto in mano da Matteo (Levi d’Alfeo),
corrispondono infatti alla trascrizione della genealogia di Cristo, compiuta
nel 1582 da un giudaista protestante d’origine ebraica, Sebastian Münster, e
respinta dalla chiesa cattolica. A dire il vero, lo stralcio del testo
evidenziato da Caravaggio poteva risultare accettabile tanto agli occhi dei
cattolici che dei protestanti, in quanto collimava con la “Vulgata” di san
Gerolamo. Ciò non di meno il dipinto fu respinto, facendo precipitare il
pittore nello sconforto. Se l’ipotesi di insinuazioni filoprotestanti fosse fondata
– il che non è per nulla certo – sarebbe l’indice di un atteggiamento
provocatorio dei committenti, forse condiviso dal Merisi».
Stai
per parlare dell’antisemitismo di Giordano Bruno e attacchi con una tesi sul
Caravaggio che tu stesso affermi d’essere bislacca? Dove mi vuoi portare?
«Due anni prima di quel
dipinto caravaggesco, nel 1600, Giordano Bruno era stato arso vivo in Campo de’
Fiori, colpito dall’accusa di eresia. In un importante studio per taluni aspetti
condivisibile e per altri no, Argan prospetta alcune analogie fra Bruno e
Caravaggio, ma va subito sottolineato che la spiritualità immateriale, esoterica,
ermetica, panteista, lulliana, ficiniana e soprattutto gnostica del Nolano è agli
antipodi della visione della realtà di Michelangelo Merisi. […] I due muovono
da matrici culturali diversissime, essendosi l’uno formato in ambiente napoletano
tomista, l’altro in ambiente lombardo borromaico. In conclusione, tra Bruno e
Caravaggio i punti di contatto sono assai pochi ».
Perfetto,
ma allora perché imbastisci il parallelo? Perché in entrambi c’era l’antisemitismo
– ma forse è meglio definirlo antigiudaismo – che a quei tempi era un
pregiudizio diffusissimo? Ok, in Giordano Bruno c’era, ma in Caravaggio? Non un cenno.
Va bene, passi per il Caravaggio messo nel
corpo dell’articolo per rimpolparlo, ma almeno vogliamo scandagliare nel fondo
dell’antigiudaismo bruniano, lì dove sembra dare argomento anche all’attacco «denigratorio che concerne, direttamente o
per allusione, Cristo, la chiesa, i santi, in specie san Paolo, e i gesuiti»?
No, «il discorso è estremamente complesso
e presuppone un affondo nella letteratura bruniana a dir poco sfiancante». Per carità di Dio, sfiancare il Castellotta, mai.
[...]
Vengono
rese pubbliche le intercettazioni tra Lupi e Incalza, e Renzi lascia montare l’indignazione
pubblica senza battere ciglio, ma intanto fa sapere che, nel caso si arrivi a
una mozione di sfiducia individuale, non farà nulla per salvare il culo al
ministro, sicché a questi non resta che dimettersi, lasciando così libera una
poltrona che torna utile per assestare un colpo alla minoranza interna al suo
partito, che continua ad essere divisa, ma non si dà per vinta, anzi, minaccia
di rendergli difficile la vita in Parlamento: fa girare voce che al Ministero
dei Trasporti e delle Infrastrutture intende mettere Speranza, che spesso è
stato critico nei suoi confronti, ma tra gli oppositori è uno dei più morbidi,
così, con una sola mossa, ridimensiona l’Ncd nel suo governo, fa uno sfregio
agli oppositori interni al Pd e coglie la palla al balzo per tentare di mettere
alla Camera un capogruppo di cui si possa fidare.
Grande stratega o volgare
maneggione? Uno che s’è formato su L’arte
della guerra di Sun Tzu o che ha messo a frutto i mezzucci coi quali il
babbo s’è costruito fama di furbo in paese? Tutto sta esclusivamente nell’occhio
di chi guarda, ed è per questo – solo per questo – che in tanti, non esclusi i
suoi avversari, gli attribuiscono portentose virtù tattiche: oltre a non essere
capaci di fare le rivoluzioni, gli italiani non sono capaci neppure di fare le
guerre, dunque l’epica della politica è solo una figura retorica. Solo in
Italia un inculamorti può passare per grande generale.
lunedì 23 marzo 2015
Light, diciamo
L’accentramento
del potere esecutivo e di quello legislativo nelle mani di un solo uomo – di
fatto, ovviamente, perché le forme esigono quel tanto di ipocrisia che è l’omaggio
della dittatura alla democrazia – sarebbe già tanto, ma, parliamoci chiaramente,
si può lasciare quest’uomo senza il potere giudiziario? Voglio dire: aspirando
alla creazione di un Moloch che torni finalmente a dare integrità e pienezza a quel
potere che da quel frocio di Montesquieu in poi è malvezzo pretendere diviso in
tre, si può lasciare indipendenza e autonomia alla magistratura? Anche qui, sia
chiaro, un po’ d’ipocrisia è necessaria, perché mettere Procure e Tribunali
alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio sarebbe la soluzione più
semplice, ma c’è chi solleverebbe un mucchio di cavilli, e allora occorre che
la dittatura conceda un altro omaggio alla democrazia. En passant, sia detto senza
peli sulla lingua, ’sta democrazia ci ha rotto il cazzo co’ tutti ’sti omaggi
che pretende. Comunque, visto che si nega al Presidente del Consiglio la
libertà di scegliersi il pm e il giudice che riterrebbe idonei a questo o a
quel processo, ecco una soluzione di ripiego. Light, diciamo.
Certo,
non sarebbe proprio assolutismo, ma bisogna sapersi accontentare: ci sarebbe qualcuno dinanzi al quale verrebbe naturale prostrarsi, questo è l’essenziale.
Di chi è la proposta? Che domande, è di Giuliano Ferrara, che senza un vitello d’oro da adorare non riesce vivere. Sembra idolatria, ma è mistica.
domenica 22 marzo 2015
[...]
Renzi
era dell’idea che la Cancellieri avrebbe fatto bene a dimettersi, e non ha cambiato
opinione. Non era neppure indagata, ma questo non vuol dire niente, perché le
dimissioni – dice – si danno per una motivazione politica o morale, non per un avviso
di garanzia. Caso analogo a quello di Lupi, che a differenza della Cancellieri,
però, si è dimesso, ma dichiarando di non aver nulla rimproverarsi sul piano
morale. È evidente, dunque, che la motivazione debba essere stata di natura
politica, e Renzi – dice – la ritiene saggia.
Dando per scontato che sul piano morale non abbiano nulla da rimproverarsi neppure i sottosegretari che erano indagati già prima che entrassero nel suo Governo, né che sullo stesso piano debba rimproverarsi nulla chi ve li ha fatti entrare e lì lascia rimangano, qual è il piano politico sul quale era saggio che Lupi si dimettesse e quelli no? C’è chi lamenta che sia quello sul quale cerca d’imporsi l’odiosa logica dei due pesi e delle due misure, ma in realtà il peso è già uno solo, e una sola è la misura, altrimenti Lupi sarebbe ancora al proprio posto, che non avrebbe mai lasciato se avesse avuto la certezza di un appoggio del Governo su un’eventuale mozione di sfiducia individuale, che Renzi gli ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di assicurargli.
Nessuna contraddizione, dunque, nelle risposte che Renzi dà a De Marchis (la Repubblica, 22.3.2015): saggio è riconoscergli il potere pieno che ha sulla compagine del Governo e sulla maggioranza parlamentare, e le dimissioni di Lupi ne sono il sigillo. In attesa che una riforma elettorale porti in Parlamento una maggioranza di nominati da chi sarà anche alla guida del Governo, e che una riforma costituzionale formalizzi la legittimità dell’accentramento del potere esecutivo e di quello legislativo nelle mani di un solo uomo, si sappia che di fatto è già così, e che quell’uomo è lui, se ne faccia una ragione chi lamenta sia in atto una deriva autoritaria, si tolga dalla testa che Renzi possa cadere sulla questione morale, non si illuda di poter cavalcare le inchieste dei magistrati, perché anche quelle può cavalcarle solo lui, quando e se gli pare.
I sottosegretari indagati, dunque, possono – anzi, devono – restare dove stanno: servono a fare bella mostra della protezione politica che Renzi assicura a chi è convinto non abbia altra scelta che essergli fedele, grazie al controllo di una maggioranza parlamentare che è sensibile alla questione morale solo quando è lasciata libera di farlo, in pratica quando a Renzi non torna comodo atteggiarsi a campione di garantismo. Non così per Lupi, perché Lupi non era affidabile come una Barracciu o un Faraone: se non sentiva la questione morale, bastava sentisse quella politica. E l’ha sentita.
Ha faccia da cretino, Renzi, ma è scaltro. Vende chiacchiere, ma in mezzo sa infilarci il messaggio riservato che vuol mandare a chi deve riceverlo. E continua ad essere evidente che non abbia un chiaro progetto di società, ma è altrettanto evidente che ne abbia uno personale, chiarissimo. E in campo non ci sono oppositori in grado di fermarlo: Salvini, Grillo, Landini sembrano fatti apposta per dargli la maggioranza dei consensi. Non c’è altro da augurarsi che tutto si compia in fretta, accelerando la sua corsa lungo la nota parabola. Ogni resistenza non potrà che renderla più lenta, dunque più lunga, perché di fatto è irresistibile.
Dando per scontato che sul piano morale non abbiano nulla da rimproverarsi neppure i sottosegretari che erano indagati già prima che entrassero nel suo Governo, né che sullo stesso piano debba rimproverarsi nulla chi ve li ha fatti entrare e lì lascia rimangano, qual è il piano politico sul quale era saggio che Lupi si dimettesse e quelli no? C’è chi lamenta che sia quello sul quale cerca d’imporsi l’odiosa logica dei due pesi e delle due misure, ma in realtà il peso è già uno solo, e una sola è la misura, altrimenti Lupi sarebbe ancora al proprio posto, che non avrebbe mai lasciato se avesse avuto la certezza di un appoggio del Governo su un’eventuale mozione di sfiducia individuale, che Renzi gli ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di assicurargli.
Nessuna contraddizione, dunque, nelle risposte che Renzi dà a De Marchis (la Repubblica, 22.3.2015): saggio è riconoscergli il potere pieno che ha sulla compagine del Governo e sulla maggioranza parlamentare, e le dimissioni di Lupi ne sono il sigillo. In attesa che una riforma elettorale porti in Parlamento una maggioranza di nominati da chi sarà anche alla guida del Governo, e che una riforma costituzionale formalizzi la legittimità dell’accentramento del potere esecutivo e di quello legislativo nelle mani di un solo uomo, si sappia che di fatto è già così, e che quell’uomo è lui, se ne faccia una ragione chi lamenta sia in atto una deriva autoritaria, si tolga dalla testa che Renzi possa cadere sulla questione morale, non si illuda di poter cavalcare le inchieste dei magistrati, perché anche quelle può cavalcarle solo lui, quando e se gli pare.
I sottosegretari indagati, dunque, possono – anzi, devono – restare dove stanno: servono a fare bella mostra della protezione politica che Renzi assicura a chi è convinto non abbia altra scelta che essergli fedele, grazie al controllo di una maggioranza parlamentare che è sensibile alla questione morale solo quando è lasciata libera di farlo, in pratica quando a Renzi non torna comodo atteggiarsi a campione di garantismo. Non così per Lupi, perché Lupi non era affidabile come una Barracciu o un Faraone: se non sentiva la questione morale, bastava sentisse quella politica. E l’ha sentita.
Ha faccia da cretino, Renzi, ma è scaltro. Vende chiacchiere, ma in mezzo sa infilarci il messaggio riservato che vuol mandare a chi deve riceverlo. E continua ad essere evidente che non abbia un chiaro progetto di società, ma è altrettanto evidente che ne abbia uno personale, chiarissimo. E in campo non ci sono oppositori in grado di fermarlo: Salvini, Grillo, Landini sembrano fatti apposta per dargli la maggioranza dei consensi. Non c’è altro da augurarsi che tutto si compia in fretta, accelerando la sua corsa lungo la nota parabola. Ogni resistenza non potrà che renderla più lenta, dunque più lunga, perché di fatto è irresistibile.
giovedì 19 marzo 2015
La vera posta in gioco
«Se
c’è un regime totalitario, totalitario di fatto e di diritto, è il regime della
Chiesa, perché l’uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle
[...] La Chiesa ha veramente il diritto e il dovere di reclamare la totalità
del suo potere sugli individui: ogni uomo, tutto intero, appartiene alla Chiesa».
Ciò che stupisce in questo passaggio del discorso che Pio XI tenne il 18
settembre 1938 ai membri della Federazione francese dei sindacati cristiani è
che il termine «totalitario» aveva già a quei tempi un’accezione esclusivamente
negativa, anzi possiamo dire che da quando si è cominciato ad usarlo – intorno
agli anni Venti del Novecento – non ne ha mai avuta una positiva, sicché non si
ha regime totalitario che lo rivendichi come attributo qualificante.
A onor del
vero, occorre dire che Pio XI non usa il termine dandogli il significato che
esso assume in ambito scientifico (se la politica è possibile come scienza), e
che c’è modo di capire cosa realmente intendesse dire parlando della Chiesa
come di «regime totalitario di fatto e di diritto». Alla rivendicazione,
infatti, si arriva in questo modo: «Come lo Stato potrebbe essere veramente
totalitario, dare tutto all’individuo e chiedergli tutto? Come potrebbe dare
tutto all’individuo per la sua perfezione interiore? […] In questo caso ci
sarebbe una grande usurpazione, perché se c’è un regime totalitario, totalitario
di fatto e di diritto, ecc.».
È evidente, dunque, che qui «totalitario» sta per
ciò che attiene all’interezza di quell’«individuo» al quale è legittimo
chiedere tutto in cambio del tutto di cui ha bisogno: un «individuo» che può
trovare risposta alle sue necessità materiali e spirituali solo riconoscendo su
di sé la piena autorità ed il pieno potere della Chiesa. Il fatto è che anche i
regimi totalitari che Pio XI definisce usurpatori avanzano identica pretesa in
ordine all’intera gamma dei bisogni umani, sicché resta da capire donde la
Chiesa tragga le sue ragioni di legittimità a fronte di tali tentativi di
usurpazione.
Un aiuto ci viene da ciò che scrive al cardinale Ildefonso Schuster
qualche anno prima: «Per tutto quello che è di competenza dello Stato, secondo
il suo proprio fine, la totalità dei soggetti dello Stato, dei cittadini, deve
far capo allo Stato, al Regime e da esso dipendere: dunque una totalitarietà, che
diremo soggettiva, può certamente attribuirsi allo Stato, al Regime. Non
altrettanto può dirsi di una totalitarietà oggettiva, nel senso cioè che la
totalità dei cittadini debba far capo allo Stato e da esso (peggio poi nel senso,
che da esso solo o principalmente) dipendere per la totalità di quello che è o
può divenire necessario per tutta la loro vita anche individuale, domestica,
spirituale, soprannaturale».
Tutto può reggere nell’ordine di distinzione che
la tradizione ha posto tra «oggettivo» e «soggettivo», se non fosse che i
regimi totalitari la stravolgono, immanentizzando il soprannaturale con la promessa
del paradiso in terra, così cambiando la prospettiva in cui l’uomo si è mosso
per secoli. Posto che all’«individuo» non resti altro che scegliere quale sia
il regime totalitario al quale darsi interamente, tra i regimi che abbiamo
velleità totalitarie nasce inevitabile la competizione ad accaparrarselo. L’affermazione
di Pio XI, dunque, dev’essere contestualizzata in questa sfida: quello nazista
e quello comunista non sono contestati come regimi che privano l’uomo di quell’autonomia
che d’altronde neanche la Chiesa è disposta a concedergli, ma come concorrenti
che non hanno tutte le carte in regola per avanzare una pretesa che
legittimamente appartiene solo alla Chiesa.
Era solo una premessa, il
lettore paziente mi scuserà se mi è venuta così lunga, ma penso fosse necessario a definire bene i termini della questione che intendo porre, e la
questione è la seguente: quando ci sembra di intravvedere nell’islam più
fanatizzato la stessa logica dei totalitarismi del XX secolo, come possiamo
fargli il torto che gli facciamo nel non riconoscergli una legittimità di
pretesa identica a quella avanzata da Pio XI? Anche lì c’è un Dio che rivendica
il pieno potere sull’uomo, su tutti gli uomini, unico a potergli veramente «dare
tutto» e dunque col pieno potere di «chiedergli tutto». Anche lì c’è chi pretende di esserne il più fedele interprete. Come è possibile, insomma, non capire che la guerra non è tra islam e cristianesimo, ma tra passato e presente, e che la vera posta in gioco, come sempre, è il futuro?
martedì 17 marzo 2015
«E c’hai detto, Giulia’?»
Nessuno
meglio di Corrado Guzzanti ha colto la topica delle cosiddette battaglie culturali
di Giuliano Ferrara e il passaggio che gli dedicò qualche anno fa nei panni di
padre Pizzarro (Parla con me – Raitre,
2011) ne illustra il paradigma sul quale è costruito anche il pezzullo che oggi
è su Il Foglio, a commento della nota
polemica tra Elton John, da un lato, e i titolari del marchio Dolce&Gabbana, dall’altro, e che in
sostanza è tutta sull’affermazione contenuta in un’intervista rilasciata da
questi ultimi: Domenico Dolce ha detto che «non
[lo] convincono quelli che [egli] chiam[a] i figli della chimica, i bambini sintetici».
Chiamarli così è di
tutta evidenza un discriminarli, fatto sta che essi sono in tutto simili a
quelli procreati grazie a un «atto d’amore»,
dunque risulta quanto meno problematico affermare che vengano al mondo con un di più o un di meno dovuto al modo in cui sono stati concepiti. A ben vedere, il problema nasce solo dal voler dichiarare inviolabile la norma che allega necessariamente la procreazione ad un particolare «atto d’amore» (con la stessa logica si dovrebbe declassare la relazione tra Dolce e Gabbana a mero commercio sessuale), per poi dover
ammettere che è possibile procreare anche violandola, e che il risultato di questa
procreazione contro natura è altrettanto naturale.
In altri termini, affermare
che «tu nasci e hai un padre e una madre,
o almeno dovrebbe essere così», solleva la questione di cosa faccia la
differenza tra un bambino che sia nato «così»
e uno che non sia nato «così». Sembra
non essercene alcuna, ma Domenico Dolce la vede nel fatto che il secondo
sarebbe un «figlio della chimica», un
«bambino sintetico»: nel rispetto
della norma che egli non vorrebbe fosse violata, si tratta di un bambino che non dovrebbe esistere, e tuttavia
esiste, sicché occorre che di fatto, se non di diritto, si riconosca il discrimine
che lo rende necessariamente diverso. Logica feroce, ma pianamente conseguente. Arcaica, come Elton John l’ha definita trovando un termine felice.
C’è che però Giuliano Ferrara fa un’enorme fatica a fare i conti con le
conseguenze di una logica che è in tutto identica a quella di Domenico Dolce: «Hai prodotto un bambino in provetta? – scrive
– E che c’entra? Non è mica lui in
questione». E invece è proprio lui ad essere in questione, ed è con lui che
occorre fare i conti, come con la donna che abortisce quando si parla dell’aborto, e Domenico Dolce non si pone alcun problema a farli con i «bambini sintetici», come non se lo pone padre Pizzarro con le donne che abortiscono. Con
quanto entrambi ne ricavano, ma li fanno. Giuliano Ferrara non ci riesce, e la questione gli
si complica non meno di quanto gli si complica con l’aborto, col voler
sostenere che è un omicidio, ma che le donne che abortiscono non sono assassine,
e che la legge 194 è responsabile di una vera e propria strage di innocenti, e
tuttavia non va abrogata, e che una donna non può essere costretta a portare
avanti una gravidanza, però non dovrebbe interromperla.
Si tratta di una
malintesa applicazione del principio che distingue tra errore ed errante, tra
peccato e peccatore, con l’enorme differenza che l’applicazione corretta del principio
non salva dalla condanna chi sbaglia, al più gli concede il perdono, se si
pente. Ma come si può pretendere che si penta chi voleva un figlio, non poteva averlo nel rispetto delle norme arcaiche e lo ha ottenuto violandole? In fondo, anche la Chiesa non ha esitato a discriminare come bastardi i
figli nati fuori dal matrimonio: il peccato originale era uguale per tutti, ovviamente,
ma nel loro caso acquistava una peculiarità tutta speciale, che tornava di grande utilità a ribadire la sacramentalità del matrimonio, poi la misericordia
appianava tutto, e un bastardo poteva pure diventare papa, ma intanto da bastardo era servito alla causa. Il fatto è che per
concedersi il lusso di questa assurdità occorre avere quella fede che un ateo,
anche se devoto, non ha. In Domenico Dolce l’equivalenza è data dal non volere figli. Resta il problema che, come sull’aborto padre Pizzarro, qui è Domenico Dolce
ad aver tutto il diritto di chiedergli: «E c’hai detto, Giulia’?».
lunedì 16 marzo 2015
[...]
Bene, c’è da trasecolare:
«Alberto Stasi – si legge – ha brutalmente ucciso la fidanzata, che
evidentemente era diventata, per un motivo rimasto sconosciuto, una presenza
pericolosa e scomoda, come tale da eliminare per sempre dalla sua vita di ragazzo
“per bene” e studente “modello”, da tutti concordemente apprezzato». Se la
costruzione di ogni frase risponde ad una logica, quella che informa questa
affermazione è quanto mai bislacca. L’omicidio avrebbe avuto «un motivo rimasto sconosciuto», che tuttavia
«evidentemente» è da individuare nel
fatto che la vittima fosse diventata per l’assassino «una presenza pericolosa e scomoda», e da cosa trae forza, questo
assunto? Semplice: dal fatto che Chiara Poggi è stata ammazzata.
In sostanza,
non si sa per quale motivo sia stata ammazzata, ma giacché non può essere stato
altri che Alberto Stasi ad ammazzarla – non si aveva sottomano altro imputato
a disposizione, dunque chi altri? – il motivo non può essere diverso da quello,
perché un altro non reggerebbe altrettanto bene. Da non credere.
Le perplessità finiscono per
emergere perfino dal commento dato dalla madre della vittima, che pure
definisce la sentenza un «passo importante»: «Non so cosa è successo – dice – ma se c’era un problema tra di loro, era proprio necessario arrivare a
toglierle la vita?». Già, perché si deve ritenere che quella fosse la sola
soluzione, ammesso e non concesso che «c’era un problema tra di loro», di cui peraltro non c’è prova? Nessun dubbio, per i giudici: visto che Chiara Poggi è stata uccisa,
non c’era alternativa, almeno per chi sicuramente è l’assassino perché dev’esserlo.
Ma per quale motivo Chiara Poggi sarebbe diventata una persona da eliminare?
Non si sa, non s’è trovato, ma si può provare a immaginarlo e, dopo averlo
immaginato, dargli cogenza, anche senza dargli alcun elemento circostanziale: Chiara
Poggi poteva rovinare la reputazione di Alberto Stasi, rivelando la sua
passione per la pornografia. E sì che la sentenza attribuisce alla vittima delle
«vedute larghe». E poi può darsi che la
passione per la pornografia potesse rovinare una reputazione trent’anni fa, ma
oggi? Nessuna preoccupazione, a far quadrare quello che non quadra, voilà, s’avanza
un’altra ipotesi, tanto cogente quanto indimostrata: il «raptus».
Prove certe
che leghino i fatti ad una responsabilità? Non proprio, ma tanti indizi, via, e cucendoli
addosso a chi non può non essere colpevole, gli calzano a pennello, ergo...
Ma non era
meglio metterlo in galera senza dare motivazioni?
[...]
Se
vogliamo dare un minimo di considerazione agli insegnamenti di Cristo, io ci
andrei piano col definire cristiane le vittime degli attentati terroristici di
Lahore. Laddove lo fossero allo stesso modo di chi ha pensato giusto vendicarle
linciando e bruciando vivi due disgraziati che erano solo sospettati di essere
complici degli attentatori, che fine mi fa il Cristo che ripetutamente
raccomanda, dal lago Tiberiade all’orto di Getsemani, di non opporre violenza a
violenza? Cristiani come Cristo comanda non dovrebbero limitarsi a pregare per
i propri nemici? Qui, invece, le cronache parlano di feroci scontri tra
manifestanti e polizia, di negozi devastati, di auto in fiamme. Atti
poco commendevoli, anche se possiamo spingerci a
ritenere comprensibile la reazione, frutto di un’esasperazione che non si fa fatica a
compatire, certo, ma così che fine fa la tanto blaterata «differenza
cristiana»? Non tanto per darle un minimo di sostanza, che sappiamo essere di
per sé cosa assai ardua, ma almeno per evitare che una mancata condanna dei
torbidi di piazza che hanno fatto seguito agli attentati ne possa essere
considerata avallo, urge che le massime autorità religiose delle confessioni
cristiane li stigmatizzino tempestivamente. Non dovrebbero mancar loro gli
argomenti, perché Vangeli, Atti degli Apostoli e Patristica abbondano di
esortazioni a farsi massacrare in letizia. Chessò, basterebbe rammentare ai
cristiani di Lahore che «il sangue dei martiri è seme di cristiani», e dove mai
s’è visto un seme lamentarsi della semina?
domenica 15 marzo 2015
«Ma serve ancora votare?»
Può
darsi che l’editoriale di Angelo Panebianco sia scritto «in modo tale da
renderne possibile la comprensione a nessun altro che non sia un lettore
estremamente attento», sfruttando quella «particolare tecnica letteraria»,
illustrataci da Leo Strauss in Persecution and the art of writing (1952), «in
cui la verità delle questioni cruciali appare esclusivamente tra le righe»,
come espediente cui «gli uomini capaci di un pensiero davvero indipendente»
sono costretti a ricorrere quando non siano disposti «ad accettare le opinioni
ispirate dal governo», ma nemmeno vogliano subirne la persecuzione per il
rifiuto di «commisurare il proprio discorso a quanto il governo giudichi
conveniente». Può darsi, dico, perché, anche a leggerlo con tutta l’attenzione
di cui son capace, l’editoriale non mi pare altro che l’ennesimo compitino
sulla questione greca. Peccato, perché il titolo era allettante, sembrava
aprisse ad una riflessione più ampia e più profonda sulla democrazia, che invece qui lambisce appena la questione nel considerare che, «se il compromesso
[tra Grecia e Ue] sarà letto come una sconfitta del governo greco, allora il
messaggio generale sarà che la democrazia, in Europa, non conta nulla, che è
irrilevante ciò che gli elettori vogliono mandando al governo questo o quello».
Con quello che si prepara in Italia grazie al combinato disposto di una riforma
costituzionale e di una legge elettorale come quelle che sono in avanzata
gestazione in un Parlamento eletto col Porcellum, per porsi la questione se serva
ancora votare, Angelo Panebianco ha bisogno di andare in Grecia, come se in
Italia la questione non si ponesse.
sabato 14 marzo 2015
«Siamo pronti»
Sarà
il Giubileo straordinario annunciato a sorpresa da Bergoglio a mettere in
ginocchio Roma, non l’assalto delle milizie del Califfo, che peraltro ha avuto
la buona educazione di darne avviso con largo anticipo, perché non è
necessario, qui, spiegare quale impatto abbia a comportare un evento del genere
per una città che vanta uno sviluppo urbanistico tra i più disordinati al
mondo, una cronica debolezza delle sue infrastrutture, un debito che ammonta a
svariati miliardi di euro, basta riandare con la memoria a 15 anni fa, al
Giubileo del 2000, che era ordinario, e dunque poté godere di un minimo di organizzazione
e, già che di crisi economica non tirava ancora aria, di un vero e proprio fiume
di denaro pubblico, col quale la politica italiana comprò per sé dal Vaticano un
bel pacco di indulgenze: basta proiettare l’immane bordello che fu il Giubileo
del 2000 sulle condizioni odierne, levando soldi e programmazione, aggiungendoci
qualche milione in più di pellegrini, visto che questo papa è tanto, ma tanto,
tanto simpatico.
E il signor sindaco? Prontamente: «Siamo pronti». Se ne prenda nota.
venerdì 13 marzo 2015
Per affettuosità
Qualche
tempo fa, su queste pagine, consumai una polemicuzza con Francesco Maria Colombo, critico musicale del Corriere della Sera, prima, direttore d’orchestra, dopo, in merito alle puttanate che aveva scritto in un «manifesto antiaborto» apparso su Il Foglio del 17 agosto 2011 (1, 2, 3, 4). Come sempre accade in casi analoghi, per affettuosità, affidai a Google alert l’incarico di tenermi informato su sue eventuali e ulteriori puttanate in tema e, giacché son troppo pigro per imparare come si rimuove, l’alert è ancora lì, e di tanto in tanto mi fa sapere che Francesco Maria Colombo si è fatto fare dal sarto un frac da dio, che il giorno tot e all’ora tot dirige la tale orchestra, che ha letto con commozione questo o quel libro di autore regolarmente esotico, che una pupa fatale gliel’ha data, che a Kiev il clima è piacevolmente temperato, che è tentato dal lasciare il mondo della musica per quello della fotografia... Robe così, insomma, da dandy un po’ fuori dal tempo, ma in fondo tanto simpatiche, e poi estremamente riposanti tra le noiose news di licenziati qui e decapitati lì, come tempura di petali di rosa tra una bistecca al sangue e l’altra. Genetica? Bioetica? Mai più sfiorate, e questo è quello che più conta. Di tanto in tanto, questo sì, uno sguardo al mondo di sotto, col sopracciglio alzato, questo sì, ma sempre ben disposto a tirare brioches dal balcone alla plebaglia che strepita di sotto. Così anche ieri, sui ragazzacci che avevano da ridire sulla riforma della scuola, perdindirindina, gli hanno causato uno spiacevolissimo disguido ferroviario impedendogli di andare a Parma. «Ignorantissimi,
sgraziati, incapaci di parlare in italiano... però
cerco di capire, e mi leggo [sic] sul Corriere online le loro motivazioni, le loro
proposte...». E dunque? «Buffonate». Soluzione? «A
casa (dopo aver ripulito lo scempio), a fare i compiti, a imparare a memoria
l’Adelchi, a impegnarsi a testa bassa, e se non si ottengono risultati si va a
letto senza cena, oppure si lascia la scuola e si va a bottega a lavorare. Poi
non lamentiamoci se, mentre noi ci balocchiamo con la vernice rosa e le
autovalutazioni, il mondo del lavoro verrà monopolizzato dai cinesi». Potrà piacere o non piacere, ma, via, s’intona perfettamente al frac. Nulla da eccepire, se non fosse che il post chiude col consiglio: «leggansi
le memorie di Lang Lang, e i metodi didattici che si usavano con lui». E qui sorge il problema. Perché non sappiamo dei metodi didattici che si usavano con Lang Lang, però, a sentire come suona, c’è da supporre siano buoni a formare degli ottimi operai addetti alla pressa, non pianisti.
Mi sembra così semplice
Ottimo
esempio della differenza che c’è tra verità storica e verità giuridica, quello
del cosiddetto caso Ruby, ce ne sarebbe per mettere d’accordo tutti, amici e
nemici di Berlusconi, ma le passioni sono cieche anche davanti all’evidenza:
anche il peggio del peggio, con quanto di relativo resta nel superlativo, può
restare penalmente irrilevante, per la semplice ragione che la legge non può
mai del tutto penetrare nei fatti, come invece è agevole per l’opinione personale,
che vi entra e li risistema al meglio del meglio, con quanto di relativo resta nel superlativo. Berlusconi è innocente, ma colpevole, ma innocente, ma colpevole, via, mi sembra così semplice.
giovedì 12 marzo 2015
La voce del padrone
Solo
«la forma repubblicana non può essere
oggetto di revisione costituzionale», per tutto il resto basta
la «maggioranza assoluta dei componenti
di ciascuna Camera», e io ce l’ho, che cazzo avete da obiettare? Come? Deriva autoritaria? Ma fatemi il piacere, «la
sovranità appartiene al popolo», certo, che però «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»,
quindi, basta che la repubblica resti repubblica e non diventi monarchia, forme
e limiti della sovranità popolare li decido io, cioè, pardon, la maggioranza parlamentare,
tanto è la stessa cosa, visto che con l’Italicum la tengo per le palle. Non vi
sta bene? Sbraitate pure, è tutto regolare. Come, non è regolare? Calamandrei?
E chi è? Ah, vabbe’, un parruccone. E che diceva? Vabbe’, ma era un secolo fa.
Ovvìa, tagliamo corto, ché fra mezz’ora ho squash. Mettiamola così: vi assicuro
che ci sarà un referendum anche se dovessi avere i due terzi dei voti alla
Camera e al Senato, tanto non ce li ho. Basterebbe un quinto dei deputati o
dei senatori a chiederlo, ci si arriverebbe comunque, dunque che mi costa dire
che lo voglio io? Vi concedo il referendum, ok? Mica mi fa paura, anzi, al
pensiero già godo come un porco. Mi ci vedo già. «Italiani, volete mica continuare
a buttare soldi nel Cnel? No, eh? Bravi. E che ne dite di un Senato che non vi
costi nulla perché i senatori hanno già uno stipendio da amministratori locali?
Fighissimo, no? Eh, lo so, è un’ideona, comprendo l’entusiasmo. Anzi, già che state lì a spellarvi le mani, potreste prolungarmi l’applauso per la legge elettorale che ho pensato giustappunto per voi? Occhio alla slide, si
tratta di una cosina che semplifica tutto alla grande: basta che mi
votiate e per cinque anni penso io a tutto, ma proprio a tutto. Provare per
credere, come diceva Bacone». Chi è che mormora lì in fondo? Come? Non era
Bacone? Aiazzone? Non stiamo a sottilizzare, l’importante è la pregnanza del
concetto.
[...]
Se
la generalizzazione è quello strumento della conoscenza del reale che sfrutta la
funzione del cosiddetto attenuatore di varietà per semplificare e velocizzare
il processo cognitivo ma per dare risultati spesso assai insoddisfacenti e
talvolta tragici, c’è una condizione del reale che ha in sé un intrinseco attenuatore di varietà che fa della generalizzazione lo strumento più efficace a coglierla,
e questo è il caso, sempre tragico, in cui la varietà si pone a ostacolo della
necessità di semplificare e velocizzare la costruzione della norma che si
ritenga necessario informi il reale. Accade quando il reale pone un problema di
difficile soluzione, con la tentazione di trovarla nella ridefinizione del
problema, adeguandolo a una soluzione già pronta, considerata quella buona per
ogni problema, e che si è soliti chiamare «soluzione di forza», dove la «forza»
non è quella che risolve il problema, ma quella che impone come migliore
soluzione quella di ridefinirlo, per lo più eludendone il senso, poco importa se in buona o in cattiva fede, per mera ignoranza o per disonestà intellettuale. Quando questa «forza» risulti efficace, il
cosiddetto attenuatore di varietà avrà per tempo avuto effetti su quanti si
saranno persuasi che questa sia la migliore soluzione: la generalizzazione sarà
nei fatti, non nel processo cognitivo che li prende a oggetto. Ecco perché è possibile
generalizzare, e dire, senza far loro alcun torto, che, al netto della faccia
più o meno di cazzo, i renziani sono tutti uguali: in essi la «soluzione di
forza» non è tanto agente, ma agita. Presto ancora, invece, per dire renziana la
stagione politica che attraversiamo: sarebbe una generalizzazione, che tuttavia
potrebbe realizzarsi nei fatti, se entrasse a regime l’attenuatore di varietà
ancora in fase di collaudo.
mercoledì 11 marzo 2015
Un’alta onda di merda
I
357 deputati che ieri hanno votato la più schifosa delle riforme costituzionali
possibili rappresentano meno di un terzo degli aventi diritto al voto, ma nella
Camera sono maggioranza in virtù di una legge elettorale che li ha portati in
Parlamento neanche da eletti, ma da nominati. Ricattabili come tutti i gregari
che non hanno altro peso se non quello che dà loro omogeneità di massa, oggi,
alle viste della legge elettorale che sostituirà quella vecchia, già dichiarata
incostituzionale, sono ancora più ricattabili di quanto lo fossero al momento
di entrare in Parlamento, buoni solo a dire sì quando gli è chiesto, meglio se
mostrandosi entusiasti, sennò giusto a mugugnare un poco e a dire sì lo stesso,
in nome della fedeltà alla banda, se non al capobanda. Solo per questo
dovrebbero vergognarsi di aver stravolto una Carta scritta da una Costituente
eletta col proporzionale, e che dunque era espressione di tutto il Paese, nella
quale peraltro sedevano uomini di cui un solo pelo del cazzo valeva più quanto oggi
valgano tre dozzine di renziani. E tuttavia si sa che i gregari sono capaci di
tutto tranne che di vergognarsi, sicché è del tutto inutile rammentare al
grosso di questi scellerati che nel loro programma elettorale non vi fosse
traccia di alcuna riforma costituzionale, men che meno di una che facesse tanto
schifo quanto quella votata ieri. Un’alta onda di merda passa sul Paese, sulla
sua cresta una tavola da surf, e sopra, al momento in perfetto equilibrio, un
imbecille drogato di autostima.
lunedì 9 marzo 2015
domenica 8 marzo 2015
[...]
Ecco l’ennesimo
cretino, stavolta prestigiosissimo, a sostenere che don Giussani odorava di giaggiolo
e di mughetto, mentre Cl ormai puzza di cacca. Oddio, non proprio in questi
termini, ma insomma, tenuto conto che l’occasione era un’udienza concessa ai
ciellini nel decimo anniversario della morte di don Giussani, sentirsi dire da
Bergoglio che «io sono di Cl» fa «spiritualità di etichetta» è come beccarsi l’aspersorio
sui denti.
Sia chiaro, almeno qui si è solidali con Cl: avendo letto tutto ciò
che don Giussani ha scritto, troviamo che la dolce mafiosità di Cl, a metà tra
holding e setta, sia fedelmente conseguente al suo
insegnamento. E perciò esprimiamo il nostro più sincero apprezzamento a Luigi
Amicone, che, intervistato da Virginia Della Sala per Il Fatto Quotidiano, con
le gengive ancora gonfie, abbozza come si conviene e molto giussanianamente ribadisce:
«Ci sono stati scandali, però non rinunciamo al potere». Che poi, alla faccia di ’sti cafoni che arrivano dalla fine del mondo a propinarci la loro catechesi da buzzurri, è sintesi perfetta di ciò che don Giussani ha misteriosoficamente celato in All’origine della pretesa cristiana (Jaka Book, 1988). Bravo Amicone! Io ci avrei messo pure un «a la mierda, hijo de puta», ma pure così va benone, ché i papi passano, ma la Compagnia delle Opere resta.
[...]
C’è
una vulgata di pretto stampo reazionario che in chi contesta i guasti e le ingiustizie
di un sistema vuole sia prudente sospettare il malintenzionato che vuole
costruirsene uno nuovo, a sua misura, non meno ingiusto, forse ancor più
guasto, e che perciò sui suoi argomenti debba pesare sempre il sospetto che un
domani migliore dell’oggi possa costare un dopodomani assai peggiore. È vulgata
che assume ruolo ancillare nella difesa dello status quo, e come tale, al pari
di ogni vulgata di pretto stampo reazionario, fa leva sulla diffidenza che è
propria di una visione pessimistica della natura umana, libera solo di
decadere, degradare, con ciò svelando la pericolosità, prim’ancora che l’illusorietà,
del progredire. Tutto molto tetro, non c’è dubbio, d’altronde l’esperienza ci
insegna che tanti fasulli innovatori sarebbe stato meglio abortirli quand’erano
ancora in pancia allo status quo, ma poi si sa che l’esperienza serve sempre a
poco o a niente, sicché non resta che far finta possa tornarci utile in un’altra
occasione, che peraltro non ci è data mai.
Il
lettore smaliziato avrà capito che queste riflessioni nascono a margine di una
lettura, e probabilmente si starà chiedendo chi sia l’autore di un libro capace
di istigare pensieri tanto insalubri. Dávila? Evola? Strauss? Macché, leggevo A viso aperto (Polistampa, 2008), di
Matteo Renzi: «Le norme di selezione per
i parlamentari – scriveva – assomigliano
pericolosamente ai criteri di alcune trasmissioni tv, ma la casa degli italiani
non è la casa del Grande Fratello, è il Parlamento della Repubblica. Ridateci
le preferenze, tenetevi la vostra Isola dei Famosi». E poco oltre: «Dentro al partito farò una battaglia per il
ritorno delle preferenze. È un diritto dei cittadini scegliere le persone e non
vedersele imposte». A quei tempi sarebbe bastato un ferro da calza, oggi
non basterebbe una divisione di alabardieri.
venerdì 6 marzo 2015
[...]
Riprendendo
la via per non so più quale paesino papà aveva deciso valesse la pena andare a
villeggiare – mi pare fosse Allumiere – gli chiesi perché non avesse dato un
cazzotto sul naso a quello scostumato che ci aveva trattato peggio che se
fossimo stati dei criminali. Si sarà espresso sicuramente con altre parole, ma la
risposta fu più o meno questa: «Lui’, fino a due giorni fa quello portava le pezze
al culo, e oggi indossa una divisa da carabiniere: non c’è da stupirsi che sia
un poco screanzato quando chiede libretto e patente: la vertiginosa ascesa da
morto di fame a rappresentante dello stato gli ha fatto perdere il controllo
della misura. Più che indispettire, intenerisce, via». Ripensandoci, a un
bimbetto di sette o otto anni sarebbe stato meglio dire che un cazzotto a quel carabiniere ci avrebbe rovinato la villeggiatura, e spiegando il perché. Voglio immaginare
dipenda da questa esperienza infantile il fatto che dinanzi all’arroganza e
alla prepotenza di chi rappresenta lo stato, prima di indignarmi e protestare,
io sia portato a cercare di spiegarmi quale sia il problema psicologico che le
genera. Questo mi pare possa essere il motivo per cui da queste pagine non ho
mai contestato nulla alla Boldrini: fino a due giorni fa era una comunistella
di Sel, e oggi è alla Presidenza della Camera, c’è da capirla quando sbaglia, passando oltre.
Lo stile
Ieri
sera, da Santoro, Faraone somigliava in modo impressionante al Cuffaro che in
un Maurizio Costanzo Show d’annata polemizzava con Falcone. Dev’esserci una
scuola che sforna quello stile, e lo stile è il manico della brocca.
giovedì 5 marzo 2015
In entrambi i casi, anche se per vie diverse
Ho
voluto che passasse qualche giorno dalla diffusione del video che documenta la distruzione delle opere d’arte conservate nel Museo di Mosul ad opera degli
uomini dell’Isis, perché quello che avevo da dire era fuori tema rispetto alle
questioni sollevate, che d’altronde erano pienamente legittime, ma a mio
modesto avviso superficiali, e per superficiali non intendo dire vacue o
frivole, ma – letteralmente – poste in superficie al problema vero, che –
voglio dirlo subito – è relativo all’esegesi biblica di Es 20, 4.
Innanzitutto c’era da descrivere, più che discutere,
tutte le sfumature dell’orrore che un occidentale prova alla sola idea che un’opera
d’arte dell’antichità vada distrutta per mano d’uomo. Sacrosanto orrore,
indubbiamente. Fatta eccezione per il movimento futurista, infatti, e al
momento non mi viene in mente altro, tutta la storia dell’occidente è storia di
un vero e proprio culto delle opere d’arte del passato. E tuttavia mi è parso
che questo orrore sia stato solo la trama emozionale sulla quale venivano
intessute le questioni ritenute degne di attenzione. Erano originali, quelle
statue, o copie? Qual era il fine ultimo di quel video? E appena un po’ più sotto
a quell’orrore, ma ancora ben distante dal cuore del problema: tanta barbarie poteva
dirsi aderente al dettato coranico, dunque propria della natura dell’islam, o invece
era da considerare come ennesimo saggio di una lettura fondamentalista del Corano? Questione
un po’ più seria, questa, ma solo in apparenza, perché il Museo di Mosul è
stato costruito da musulmani, e da musulmani è sempre stato gestito, il che
naturalmente ci dice poco o nulla sulla correttezza della lettura che essi
hanno fatto del Corano relativamente al punto che vieterebbe la rappresentazione
di persone e animali («O voi che credete,
in verità, il vino, il gioco d’azzardo, gli idoli, le frecce divinatorie, sono
immonde opere di Satana» - Corano 5, 90), anche se un’idea possiamo farcela
sapendo che «idoli» è espresso dal
termine «ansab», che letteralmente è «pietra eretta» (statua, stele, obelisco),
e che nel Libro questa relativa agli «idoli»
non trova la solita ripetizione che è tipica di tutte le più importanti prescrizioni.
La faccenda è ancora più ambigua alla lettura degli hadith, che, com’è noto, sono
le sentenze che cercano di far chiarezza sui versetti del Corano che si
prestano ad interpretazioni controverse: secondo epoca e luogo, «ansab» conserva il significato
restrittivo del termine o accoglie estensivamente tutto ciò che è «immagine», con un ventaglio normativo relativamente
ampio, dalla tolleranza dell’«ansab»,
ma col divieto di produrlo, alla sua condanna, fino all’ordine di distruggerlo
(e in quest’ultimo caso siamo nella piena tradizione degli hadith di scuola
salafita).
Ciò detto, occorre chiederci donde possa trarre giustificazione
esegetica la distruzione delle immagini di persone e animali. Qui, senza entrare
troppo nello specifico, possiamo limitarci a dire ciò che vale in innumerevoli
altre occasioni: il Dio del musulmano è lo stesso Dio dell’ebreo e del
cristiano, come d’altra parte ebrei e cristiani non fanno fatica a riconoscere,
anche se le differenze – e significative – sorgono quando si tratta di dargli i
connotati del legislatore. L’islam, poi, si sente momento compiuto della vera fede che nell’ebraismo e nel cristianesimo vede stadi anteriori e ancora imperfetti.
Bene, nel caso del divieto di produrre «immagini», la primigenia fonte islamica è il Vecchio Testamento («Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra» - Es 20, 4). Si tratta del passaggio della consegna delle Tavole della Legge a Mosè, ed è stranoto che, mentre la tradizione che da Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio è passata alla Chiesa antica, e dunque a quella greca-ortodossa e a quella riformata, fa del versetto un comandamento a sé stante, quella che la tradizione cattolica romana prende dalla lettura biblica di Agostino d’Ippona lo incorpora nel primo comandamento («Non avrai altri dei di fronte a me» - Es 20, 3), sicché «idolo» e «immagine» diventano «riproduzione di altra divinità che non sia io», e questo pone qualche problema con «quanto è quaggiù sulla terra» e «ciò che è nelle acque sotto la terra», laddove non si tratti di entità divinizzate. D’altronde è questa problematicità a prestarsi come argomento alla furia degli iconoclasti cristiani del VII e dell’VIII secolo. C’è da pensare che distruggessero opere d’arte antiche come abbiamo visto gli uomini dell’Isis distruggere quelle custodite nel Museo di Mosul. In entrambi i casi, anche se per vie diverse, l’ordine veniva dal Monte Sinai.
Bene, nel caso del divieto di produrre «immagini», la primigenia fonte islamica è il Vecchio Testamento («Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra» - Es 20, 4). Si tratta del passaggio della consegna delle Tavole della Legge a Mosè, ed è stranoto che, mentre la tradizione che da Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio è passata alla Chiesa antica, e dunque a quella greca-ortodossa e a quella riformata, fa del versetto un comandamento a sé stante, quella che la tradizione cattolica romana prende dalla lettura biblica di Agostino d’Ippona lo incorpora nel primo comandamento («Non avrai altri dei di fronte a me» - Es 20, 3), sicché «idolo» e «immagine» diventano «riproduzione di altra divinità che non sia io», e questo pone qualche problema con «quanto è quaggiù sulla terra» e «ciò che è nelle acque sotto la terra», laddove non si tratti di entità divinizzate. D’altronde è questa problematicità a prestarsi come argomento alla furia degli iconoclasti cristiani del VII e dell’VIII secolo. C’è da pensare che distruggessero opere d’arte antiche come abbiamo visto gli uomini dell’Isis distruggere quelle custodite nel Museo di Mosul. In entrambi i casi, anche se per vie diverse, l’ordine veniva dal Monte Sinai.
martedì 3 marzo 2015
Vicienzo ’a Funtanella
Sorprende,
se non è di maniera, la sorpresa che i media riservano alla vittoria riportata
alle primarie del Pd da Vincenzo De Luca (Vicienzo ’a Funtanella, per gli amici, a
causa dei ridondanti spruzzetti di saliva che schizza quando il tono gli va
sullo stentoreo): tenuto conto di cosa siano le primarie in una regione come la
Campania, anche quando siano regolari, visto che le primarie, di per se stesse,
hanno regole così lasche che tra l’una e l’altra ci passa pure un cane di
grossa taglia portando una scopa in bocca; tenuto conto di chi erano i
concorrenti, vuoi quello che s’è ritirato, più che altro per non inaugurare l’entrata nel Pd con una figura di merda, vuoi quello che ci ha provato, più
che altro sacrificandosi per dare un minimo di pathos a una partita che tutti
sapevano non avesse storia; tenuto conto di chi è Vicienzo, inteso come mito, e
di come sono fatti gli elettori ai quali chiedeva il voto, inteso come tributo al
mito; tenuto conto, soprattutto, di come butta la politica di questi ultimi tempi, la sua vittoria era largamente
prevista, alla faccia della legge Severino, alla faccia del partito che lo
implorava di fare un passo indietro, alla faccia della faccia di Gennaro
Migliore, che per calarsi al meglio nella parte del candidato unitario unico s’era
pure cambiato la montatura degli occhiali, che manco più sembrava un comunista,
ma un amico d’infanzia di Matteo Renzi, quello che gli passava il compito di
matematica. Una furia, Vicienzo, e cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta
sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – in Campania fanno
il deus ex machina. Interdetto dai pubblici uffici, ma, come il tizio cui fai
presente che corre come un pazzo e contromano, «e che è, ho acciso a quaccuno?».
Benemerito della caccia alla puttana e al rom, piglio da federale col bastone
animato, patrono dell’urbanistica in scala 1:1, mandibola da pugile, retorica
ipertiroidea – e come poteva non vincere, Vicienzo? Non resta che vederlo menar
le mani con Stefano Caldoro, ma già sembra di vederlo. «Giovinotto, ma è vero
che andate coi trans? Non vi offendete, ohinè, era voce che girava tra i vostri
amici di partito, io mi limito a darvi modo di smentirla».
lunedì 2 marzo 2015
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