lunedì 15 settembre 2014

Inventing the Individual

Non si può che esser grati a chi recensisca un saggio illustrandone la tesi in modo chiaro, riportandone in virgolettato i passi salienti, meglio ancora se la recensione sia integrata da un’intervista all’autore del volume a ulteriore puntualizzazione di quanto potrebbe sollevare qualche perplessità, e il tutto venga presentato al lettore senza alcun rilievo critico, anzi, con un tocco di affettuosa benevolenza, perché se la tesi è cretina, e cretini gli argomenti che dovrebbero sostenerla, ci si risparmia l’acquisto del mattone. Grazie a Marco Ventura, dunque, per la sua recensione di Inventing the Individual di Larry Siedentop (La laicità è nata cristianala Lettura, 14.9.2014).
Tesi cretina, quella di Siedentop, ma non originale: «Abbiamo smarrito la genealogia della laicità liberale; soprattutto, perché non ne comprendiamo più il fondamento cristiano». Così, «il principio liberale che il cristianesimo ha inventato è ormai una fede nell’uomo senza fede in Dio». Com’è potuto capitare? Semplice. È che «l’Umanesimo e l’Illuminismo hanno cercato nel mondo greco-romano quella fondazione della laicità liberale che stava invece nel Medioevo cristiano» e questo ha dato vita a «due eresie liberali: da un lato la libera scelta degenera in mercato senza giustizia, in interesse cieco (eresia utilitarista); dall’altro l’individuo si isola, non va oltre i legami familiari e amicali; evaporano lo spirito civico e l’impegno politico (eresia individualista)». E così il liberalismo non è più cristiano, ahinoi.
È evidente che con l’individualismo di John Stuart Mill e l’utilitarismo di Jeremy Bentham siamo già al tramonto del liberalismo, che invece deve aver avuto il suo momento di massimo fulgore con Bernardo di Chiaravalle e Tommaso d’Aquino. È altresì evidente che il liberalismo contro il quale Gregorio XVI scagliava i suoi fulmini non fosse vero liberalismo: «Assurda ed erronea sentenza o piuttosto delirio – diceva – che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza»; e deprecava la «mai abbastanza esecrata ed aborrita libertà della stampa»; e guai a «coloro che vorrebbero vedere separata la Chiesa dal Regno» (Mirari vos, 1832).

Un po’ di chiarezza, dunque. Il liberismo – il vero liberalismo – ripudia la centralità dell’individuo, al posto dell’utile mette il necessario, schifa la separazione tra Stato e Chiesa, è contro la libertà di pensiero e di coscienza, contro la libertà di stampa, contro l’istruzione di massa… Non bastavano gli editorialisti di Avvenire? Avevamo bisogno di Siedentop?

domenica 14 settembre 2014

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Mica dev’essere solo bella, Miss Italia 2014, Simona Ventura dice che deve avere anche personalità. Sarà per questo che a una delle candidate chiede di tirar giù il suo jolly, l’imitazione della scimmia. I giurati sembrano apprezzare, ma la presentatrice sa che la ragazza può dare di più: «E adesso la scimmia in calore». Poi, tra una dozzina d’anni, sarà una pagina di antologia televisiva.

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L’insulsaggine di certi autorevoli editorialisti si diluisce nei tweet di certi poveri sfessati, o forse è il contrario, è l’insulsaggine di certi poveri sfessati che viene distillata da certi autorevoli editorialisti, anche se non è escluso che le due cose facciano sistema in un grande alambicco a serpentina che ricircola la stessa insulsaggine, risciolta nella più tonta delle dabbenaggini dopo essere stata concentrata nei più intensi dei sussieghi, e via di seguito.
Sia come sia, una delle più insulse opinioni così correnti è che la politica italiana dovrebbe pigliar consiglio dai moniti del papa – di questo papa – come se questo papa non si limitasse a frasi fatte, insieme ridondanti della più sciatta retorica e vuote di ogni minima sostanza. Roba che può suonare bene ad ogni orecchio, come in realtà accade, ma totalmente priva del ben che minimo contenuto che possa dirsi, non dico soluzione, ma per lo meno indirizzo.
Non un programma, nemmeno il vago accenno di quella potrebbe essere la linea di un progetto: altisonanti chiacchiere, magniloquenti frasi che sembrano non aver altro scopo che cercare il consenso più ampio, perciò del tutto prive di quanto potrebbe circoscriverlo e mobilitarlo su un’opzione. La guerra è una follia, e chi non è d’accordo? La politica si deve occupare di chi muore di fame, e trovami qualcuno che dica il contrario.
Cose così, sicché se in questo straparlare di niente c’è ingerenza, e c’è, la contesa non è sul primato nella gestione della cosa pubblica, ma sul consenso che alla stessa politica non serve ad altro che ad autolegittimarsi. In questo, Chiesa e Stato sembrano mostrare la stessa impotenza dinanzi ai problemi: la sola forza di cui sembrano dotati è quella in grado di assicurare loro un congrua fidelizzazione di cieche speranze, nutrite esclusivamente di attesa.
Se socialismo e liberalismo sono ormai parole vuote che la politica evita in nome di un pragmatismo che non ha visione, né progetto, tutto speso a rappezzare buchi con toppe che non reggono due mesi, la Dottrina Sociale della Chiesa a oltre un secolo dalla sua nascita si mostra altrettanto inservibile. Doveva essere la terza via, perciò nasceva ambigua, sospesa sulla composizione delle sue contraddizioni interne, ma paradossalmente mostra i suoi limiti proprio dopo l’eclissi del sogno socialista e una delle più acute delle cicliche crisi del capitale: non aveva uno specifico, e non ne era neanche il sincretico.
Politica e religione – o forse è meglio dire: classe politica e gerarchia ecclesiastica – sono ugualmente prive di soluzioni: a entrambe manca la capacità di cavarle fuori dalla dialettica dei conflitti che danno corpo ai problemi, sono costrette ad ignorarli per una vocazione al plebiscitario che non è in grado neppure di inventarsi un neocorporativismo. Perciò invitare Renzi ad ascoltare le parole di Bergoglio è insieme la più crudele delle cattiverie e il più stupido dei consigli. 

giovedì 11 settembre 2014

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Abituati a vederli litigare sempre, è bello vedere che una volta tanto Ferrara e Travaglio siano d’accordo almeno su una cosa, e che il caso voglia lo scrivano in sincrono, lo stesso giorno, con varietà d’accento quasi impercettibile, perché di Berlusconi uno scrive che Renzi sia l’«erede», l’altro il «pupillo», ma sbagliano entrambi. È che il Berlusconi dei bei tempi andati – per opposte ragioni, è ovvio – manca molto a entrambi. Per meglio dire, manca molto ai loro lettori, ed entrambi, da seri mestieranti, dei loro lettori si sforzano d’essere al meglio l’anima e la voce. Probabilmente, poi, sapranno pure non sia affatto vero, o almeno lo intuiranno, ma per oggi i loro aficionados potranno consolarsi d’aver trovato in pagina la suggestione di una continuità come di vertebra che segue a vertebra lungo il groppone della stessa bestia. In fondo sono giornalisti, di più non si può pretendere.
Cazzate, Renzi sta a Berlusconi come la silifide sta alla blenorragia. Le trovi nello stesso posto, analoghe le cause che ne hanno favorito l’insorgenza, su entrambe hanno lo stesso effetto i derivati della penicillina, ma l’agente patogeno è diverso, e diverso è il meccanismo l’azione, diverse le possibili complicanze sul medio e sul lungo periodo, diversi gli esiti. E la sifilide è senza dubbio peggio. 

Pietrangelo Buttafuoco, Buttanissima Sicilia, Bompiani 2014


A dispetto del titolo, questa non è una recensione. Il libro di Pietrangelo Buttafuoco mi offre solo l’occasione per vergare a matita, a margine del brano riprodotto qui sopra (si tratta di ciò che scrisse Basilio Puoti nel 1838), «difficilissimo, ma possibile»


mercoledì 10 settembre 2014

E tuttavia ogni tanto un troglodita...

Perché ad affermarlo è persona autorevole, perché è opinione largamente accreditata, perché si è sempre fatto così, perché a fare diversamente c’è da temere gravi conseguenze, perché a consentirlo si aprirebbe la strada a ben peggio… Oppure – tutto in uno – perché non ho argomenti validi. Però dalla mia ho le ragioni del senso comune, che sono persuasive con la forza che rigetta ogni obiezione come diabolica o perversa, e te le sbatto in faccia come leggi di Dio o della Natura, che poi tutto sommato è lo stesso.
Più o meno è questo il profilo retorico del conservatore. Difficile trovarne uno che si attardi troppo fuori dal contorno: quando capita, è di poco, e per poco, perché subito vi rientra. Lì fuori c’è la logica argomentativa, c’è il rischio di rompersi le ossa. Parliamo di fecondazione assistita? E che differenza c’è tra un bambino concepito secondo Natura e uno contro Natura? Che differenza c’è tra il desiderio di avere un figlio, e averlo come Dio comanda, e lo stesso desiderio se frustrato da Dio e soddisfatto come a Dio non piace? Che differenza c’è tra l’essere padre biologico e padre adottivo al netto del comportarsi da padre? Che differenza c’è tra avere un padre e una madre o due genitori dello stesso sesso?
Meglio tenersi lontano da questioni tanto insidiose, si potrebbe correre il rischio di dover ammettere che un bambino è un bambino quale sia il modo in cui è stato concepito, che la riproduzione sessuata è solo un mezzo e non un fine, che non c’è lo straccio di uno studio scientifico serio che segnali differenze nello sviluppo psicologico di un bambino allevato in una famiglia omoparentale rispetto a uno che è cresciuto in una famiglia tradizionale. Sarebbe imbarazzante, meglio andare sul sicuro. La Chiesa, che è istituzione saggia e illuminata, è contraria. La gente non è ancora preparata, sarebbe come toglierle certezze da sotto il culo. Diagnosi preimpianto, ma poi non è che torna Hitler? E l’eterologa non legalizza di fatto le corna? Sillogismi da trogloditi, ma incisivi. E tuttavia ogni tanto un troglodita s’azzarda a metter naso fuori dalla sua comoda caverna di fallacie e ci prova…
«Va garantito – scrive Marco Politi (Il Fatto Quotidiano, 10.9.2014) – il diritto preminente del concepito di sapere sempre “da dove è nato”. Far dipendere questo diritto primario dal “mercato”, cioè dall’andamento della domanda e dell’offerta delle donazioni di gameti (tolto l’anonimato, si dice, diminuiscono i donatori) appare semplicemente impensabile dal punto di vista dei diritti umani». E come lo garantisci, grandissima testa di cazzo, a quel 10-15% di bambini il cui Dna paterno non appartiene a quello che la mamma ha sempre assicurato loro essere il babbo? Fai uno screening di massa e torturi tutte le mamme che abbiano concepito con un altro uomo quei poveri bambini a quali s’è negato questo diritto umano perché rilevino chi sia il vero padre biologico? 

martedì 9 settembre 2014

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Sarà la magistratura a chiarire cosa sia realmente accaduto a Rione Traiano, ma fin d’ora un fatto è certo: quello sul petto del cadavere è un foro d’entrata. Questo smentisce chi ha dichiarato fosse sul posto quando il proiettile è partito dall’arma, affermando che la vittima volgesse le spalle a chi ha sparato. Si tratta del giovane che s’è spontaneamente presentato alle telecamere del Tg2 per dire fosse lui il terzo uomo in sella al motociclo cui i carabinieri avevano intimato l’alt, non il latitante di cui questi erano sulle tracce. È evidente che quanto ha detto non trova riscontro, e questo solleva più d’un dubbio sulla sua versione dei fatti.
Era davvero in sella a quel motociclo, insieme alla vittima e al pregiudicato che di lì a poco sarebbe stato arrestato? Può darsi, ma ha detto anche di essere subito scappato via quando la gazzella dei carabinieri è finalmente riuscita a interrompere la loro fuga, sicché è molto probabile non fosse nelle immediate vicinanze della scena sulla quale andava consumandosi il tragico evento: e allora perché inventarsi di sana pianta un dettaglio tutto sommato irrilevante al fine di addossare l’intenzionalità del gesto al carabiniere che ha sparato, e comunque smentibile in fase peritale?
Domanda che si pone anche nel caso fosse in prossimità del luogo in cui sono accaduti i fatti, anche se non su quel motociclo, sul quale dunque è assai probabile ci fosse davvero il latitante poi resosi irreperibile. Sostituirsi a lui alleggerirebbe di poco la sua posizione nei confronti della giustizia, ma appesantirebbe quella del carabiniere dalla cui arma è partito il colpo: alla intenzionalità di uccidere, che a Rione Traiano già pare essere prova provata, si aggiungerebbe l’errore di persona, che renderebbe due volte colpevole chi ha sparato.
La più inquietante delle possibilità, tuttavia, è la terza, cioè che fosse altrove, e qui sulle ragioni che l’avrebbero spinto a dichiarare il falso s’aprirebbe un ricco ventaglio di ipotesi, ma tutte avrebbero in comune con le altre due l’intento di caricare di infamia una volontarietà dell’omicidio, che peraltro è tutta da dimostrare. Intento che in tutti e tre i casi, però, rivela l’ostilità già più volte dimostrata nei confronti delle forze dell’ordine a Rione Traiano.
Come rappresentanti di quello Stato al quale è fin troppo comodo addebitare più colpe di quante ne abbia, per liberarsi delle proprie? Come il solo e in ogni caso inefficace presidio contro la delinquenza organizzata che su quel territorio esercita un potere pressoché incontrastato? C’è da presumere si tratti di entrambe le cose, di fatto contro la delinquenza che spadroneggia in quel quartiere non s’è mai vista neanche l’ombra dell’indignazione sollevatasi in questi giorni.     

lunedì 8 settembre 2014

«L’istituzione del Dalai Lama ha fatto il suo tempo»

Il principio teocratico ha un tratto comune nei monoteismi: chi detiene il potere è venerabile quanto non altri, ma della sovranità di Dio è soltanto lo strumento. Non così nel buddhismo, che d’altronde è «religione senza Dio», e per il quale, dunque, anche parlare di teocrazia è formalmente improprio: non è l’incarnazione di un Dio, certo, ma il Dalai Lama non è neppure semplicemente massima autorità spirituale e massima autorità politica insieme, perché il suo corpo è il medium attraverso il quale è lo stesso Buddha a rivelarsi. Con tutte le riserve d’obbligo in un raffronto che già in premessa è fortemente asimmetrico, potremmo concludere che la teocrazia ebraica, quella cristiana e quella islamica siano forme di governo che affidano al sovrano il ruolo di ponte tra immanenza e trascendenza, che in quella del buddhismo tibetano, invece, trovano coincidenza nello stesso Essere che migra di corpo in corpo, e di epoca in epoca. Potrà sembrare differenza di poco conto, ma non lo è. Nei monoteismi, infatti, il teocrate è mera variabile del modo in cui Dio dichiara la sua sovranità. Al contrario, quando il buddhismo si dà in forma teocratica – è questo il caso del buddhismo tibetano – il teocrate è insieme Kundun e Kyabgon, presenza e salvezza. La sostanza di questa differenza sta nella portata dell’asse dinastico, che attraverso il Dalai Lama non si limita a trasmettere un rapporto privilegiato con Dio come avviene lungo il succedersi di patriarchi, papi e califfi, ma esprime una continuità dello stesso Bodhisattva, l’Essere che illumina, guida e salva. Differenza che si esalta nel momento in cui la forma teocratica vien meno: mentre nei monoteismi la sovranità di Dio sul mondo è solo costretta a esprimersi in modo più indiretto (privata del potere temporale, l’autorità spirituale continua ad ispirare la norma mondana), nel buddhismo tibetano il mondo viene ad essere privato della stessa fonte di sovranità del trascendente sull’immanente.
È lettura scorretta di cosa implichi l’annunciata rinuncia del 14° Dalai Lama a reincarnarsi nel 15°? Può darsi, infatti anche metterla in questo modo – dire che annuncia l’interruzione della linea dinastica – può darsi sia scorretto. Ma poi può davvero deciderlo? Voglio dire: la dimensione immanente che muove a tale decisione – perché, vedremo, la sua è una decisione che prende le mosse da elementi di natura tutta contingente – può condizionare quella trascendente, che la informa, al punto da modificarne la natura? Anche qui può darsi che a sollevare la questione sia il non essere all’interno di quell’universo religioso e culturale, ma – proprio perciò, dico – Tenzin Gyatso non avrebbe il dovere di spiegare meglio a chi ne è fuori, e contestualmente al suo annuncio, come sia possibile sul piano dottrinario che lo sguardo compassionevole del Buddha si ritragga dal mondo?
Niente di tutto questo. L’intervista rilasciata a Die Welt non dà ragguagli a proposito. «L’istituzione del Dalai Lama ha fatto il suo tempo», dice, con ciò lasciando intendere che, quando Altan Khan la istituì, nel 1578, Sonam Gyatso non aveva alcun potere di dichiararsi 3° Dalai Lama, investendo della carica i suoi due predecessori. «Così finiscono anche quasi cinque secoli di tradizione Dalai Lama», dice, e in questo modo dà da intendere che Gendun Drup (1391-1474) e Gendun Gyatso (1475-1543) non fossero davvero il 1° e 2° Dalai Lama: in pratica, l’istituzione non veniva a riconoscere una realtà di fatto, ma di fatto la creava, alla faccia del primato del trascendente sull’immanente. Tutto normale per chi pensa che anche il buddhismo, al pari di ogni religione, sia una sovrastruttura, ma qui a dirlo è chi, fin quando è stato sovrano in Tibet e poi sovrano dei tibetani in esilio, vestiva la prerogativa come 14° reincarnazione del Cenresig Wangchug. E dire, oggi, che «il buddismo tibetano non dipende da un solo individuo» e che tutto sommato di un Dalai Lama i tibetani possono fare a meno, perché «abbiamo una buona organizzazione della quale fanno parte monaci e studiosi altamente qualificati», non è un delegittimare l’istituzione, sottraendogli la sua dichiarata natura trascendente? E da cosa mai gli viene il potere di non reincarnarsi in un successore se la progressione di cui non è che un segmento in lui può trovare solo, giocoforza, l’occasione immanente? Sbagliarono a considerarlo reincarnazione di Thubten Gyatso, 13° Dalai Lama, o il Buddha della Compassione è reale quanto Cappuccetto Rosso?


Postilla
Come sempre, quando la fede è forte, torna spassoso saggiare quanto le ritorna. Qui, a campione, un buddhista coi controglioni (da His Holiness the Dalai Lama di Deborah Hart Strober e Gerard S. Strober, in ital. presso Armenia, 2006 - pag. 203).



domenica 7 settembre 2014

[...]

«Avant de mourir, je vais protester contre cette invention
de la faiblesse et de la vulgarité, et prier mes lecteurs
de s’attacher à déstruire mes observations
et mes raisonnemens plutôt que d’accuser mes maladies»

Lettera a Luigi de Sinner, 24 maggio 1832



Un giorno – siamo ai primi dell’Ottocento – ad Antonio Fortunato Stella, «stampatore in Milano», viene l’idea di dare alle stampe un’edizione dell’opera omnia di Cicerone che abbia apparato critico da renderla imperitura e affida a Niccolò Tommaseo il compito di stendere le note per le Orazioni. Quando gli viene consegnato il lavoro, ha qualche dubbio sulla tesi che serpeggia in esso – Cicerone sarebbe retore scarsuccio e pessimo avvocato – sicché manda il manoscritto a Giacomo Leopardi perché gli esprima un parere, ma senza dirgli chi ne sia l’autore, per discrezione. Leopardi lo legge e scrive a Stella che è robaccia, zeppa di madornali errori che rivelano gravi lacune nella conoscenza del latino. Qui la discrezione di Stella accusa un inspiegabile cedimento: fa leggere la lettera ad alcuni letterati, che si dicono d’accordo con le osservazioni di Leopardi, e allo stesso Tommaseo, che comprensibilmente non la prende affatto bene. Potrà vendicarsi solo molti anni dopo, quando ormai ha acquistato fama e prestigio: i circoli culturali di tutta la penisola fanno propria la sua tesi che il pensiero di Leopardi trovi ragione solo nel fatto che è basso, gobbo e malaticcio. Tesi che a 177 anni dalla morte di Leopardi riaffiora ancora, anche se raffinata in morbide insinuazioni, dalle pagine che ci danno notizia dell’edizione inglese dello Zibaldone o dell’uscita del film di Mario Martone. Il che spiega perché Tommaseo abbia potuto acquistare fama e prestigio: conosceva gli italiani, sapeva che avrebbero afferrato al volo la maldicenza per risparmiarsi la fatica di fare i conti con la vertiginosa profondità di Leopardi.
Non ha importanza chi riprenda, oggi, la maldicenza di Tommaseo: carte che ci arrivano come se non avessero un nome in calce, come il manoscritto che Stella inviò a Leopardi.

Stavolta hanno visto tutti


Si cercano telecamere che possano aver ripreso la scena della morte del diciassettenne del Rione Traiano, a Napoli. C’è da scommettere che non se ne troveranno. Tutte fuori uso, perché chi spaccia tiene alla privacy. Non si capisce, d’altra parte, perché si abbia bisogno di accertare i fatti con una prova video. Pare, infatti, che sul posto ci fossero testimoni oculari a dozzine. Alle tre di notte tutto il quartiere era lì, e tutti dicono di aver visto tutto, e lo dicono con straordinaria concordanza di sostantivi, aggettivi e verbi: non c’è dubbio, tutto è chiaro, la colpa è dei carabinieri.
Il caso è chiuso, via, e per stavolta tacciano quanti insinuano che i napoletani siano conniventi e complici della camorra perché non c’è mai uno che abbia visto niente, quando il morto è ammazzato in una via affollata e a mezzogiorno: stavolta hanno visto tutti, le indagini sono superflue, il processo è una formalità. Mettiamo il carabiniere che ha sparato a «marcire in carcere», come chiede la mamma del povero ragazzo, piangiamone l’ingrata sorte e leviamo alto lo sdegno per l’istinto assassino dell’Arma, che come vede tre tizi, di cui uno pregiudicato, in sella allo stesso motorino, privo di patentino ed assicurazione, e intima l’alt, e quelli non si fermano, spara, mirando con micidiale precisione agli organi vitali.
Uniamoci solidali ai parenti e agli amici della vittima, «bambino innocente», e almeno col pensiero, se distanti, bruciamo una gazzella dei carabinieri.

sabato 6 settembre 2014

venerdì 5 settembre 2014

Introduzione alla paleocoprologia

Una branca della paleontologia alla quale dobbiamo molto di ciò che oggi sappiamo su animali ormai estinti da decine di milioni di anni è quella che studia i loro coproliti, e cioè i fossili delle loro feci, straordinariamente ricchi di nozioni relative ai loro stili di vita: in primo luogo, come è ovvio, alle loro abitudini alimentari, e quindi, come è facilmente intuibile, all’ambiente in cui vivevano. Qui proveremo ad applicare il principio che dà dignità di disciplina a questa specializzazione, e cioè che l’attento studio di uno stronzone consenta di trarre preziose informazioni sulla bestia che l’ha cagato, studiando attentamente ciò che Francesco Agnoli scrive su Il Foglio di giovedì 4 settembre, nel tentativo di comprendere qualcosa in più di quel cattolicesimo che ormai da tempo sembra avviato all’estinzione.
Cominceremo col dire che il pezzo in questione, come tutti i fossili, ha una discreta consistenza. Non ha forma regolare, né struttura omogenea (il tema mostra vistose increspature, focali cedimenti, numerose disarticolazioni), e tuttavia è riconoscibile un movimento di torsione interna che in buona evidenza gli è impresso dal titolo (Il jihad dentro di noi) e prende sagoma dal sommario (Il disgusto della vita e la guerra purificatrice, due secolari vizi europei, prima che islamici).
Di cosa si sia cibato l’animale è evidente: «la modernità, respinto Dio, crea di continuo idoli e religioni surrogate», ed è perciò, che, «perso il contatto con ciò che è concreto, ciò che ci sta sotto i piedi, e accanto: la patria, la famiglia, la fede», «tanti giovani sono capaci di abbandonare ogni sogno (un lavoro, una casa, una famiglia)», e che fanno? Si convertono all’islam, corrono dal Califfo e si danno agli sgozzamenti: «gli occidentali, in particolare britannici, che partono per la guerra santa, e sgozzano infedeli in nome dell’islam, non sono anzitutto uomini infervorati dal Corano (che forse neppure conoscono bene), ma persone mosse dallo sdegno morale, la disaffezione, la noia, la ricerca di una nuova identità, il bisogno di un senso, di uno scopo, di una appartenenza».
In pratica, non li mandano al catechismo da bambini, non li spaventano dicendo loro che a farsi le pippe si diventa ciechi, non li cresimano, ed ecco che ti diventano atei, cioè pronti a farsi musulmani, «come dimostra, per esempio, la storia di Sally Jones, la donna inglese che prima di indossare il tradizionale vestito islamico e il velo, e prima di scrivere su Facebook che vorrebbe decapitare cristiani col suo coltello, vestiva minigonne di pelle, cantava rock, si occupava di magia nera e stregoneria, e gestiva, da sola, due figli, accogliendo uomini ad ogni ora».
Pronti a sgozzare, sennò a farsi saltare in aria da «martiri» (qui tra virgolette, com’è ovvio: i veri martiri sono solo cristiani), perché «nell’epoca in cui le emozioni e i desideri sostituiscono ogni valore, anche una morte particolare, originale, può avere il suo fascino».

Sarò riuscito almeno in parte a trasmettervi l’emozione che un paleocoprologo prova quando da un tocco di vile materia riesce a estrarre l’immagine d’un mondo estinto, quasi facendolo rivivere? Se di bocca, spontaneo, v’è uscito un «che cagata!», allora sì.  

[...]


Vero è che tra i significati di jihad vi sia anche quello di guerra santa, ma solo l’ignoranza o la malafede possono sussumerlo in una fattispecie concettuale che includa pure quello che gli storiografi occidentali hanno definito guerra di religione. Vero è d’altronde che i 20.000 o 30.000 uomini dell’Isis si dicono jihadisti, ma solo l’ignoranza o la malafede possono spacciarceli per movimento religioso, seppur armato, come d’altronde è naturale sia per chi dell’islam ha la stessa idea che hanno gli islamisti. In sostanza direi che solo l’ignoranza o la malafede possono concedere a questa banda di terroristi l’onore d’essere l’embrione di un’umma islamica, con ciò andando incontro alle loro aspettative. In altri termini direi che c’è solidità d’interesse tra Abu Bakr al-Baghdadi e Giuliano Ferrara: a entrambi torna comodo far credere che in Medio Oriente si stia giocando una fatale partita tra due mondi, ed entrambi contano di potercene convincere riempendo di robaccia tutta nuova le desuete ma romantiche categorie di orientalismo e di occidentalismo. Non credo che si saranno telefonati per concordare una strategia, ma poi neanche ce n’era bisogno, perché tra avventurieri, seppur di taglio e calibro dissimili, c’è un simpatetico che unisce anche quando i campi sono avversi. Anzi, direi di più: ogni avventura che veste di grandiosità storica i disperati e miserabili interessi di un disadattato alla modernità riverbera specularmente in suo analogo, che necessariamente è opposto. Così, mentre tra Iraq e Siria, al comando di un pugno d’uomini, un poveraccio si sente califfo di oltre un miliardo di musulmani, in Lungotevere Raffaello Sanzio, a capo di una dozzina di redattori, un altro poveraccio si sente comandante in campo dell’occidente cristiano. 

giovedì 4 settembre 2014

Tra gufo e allocco

Probabilmente Matteo Renzi sarà fatto a pezzi con la solita crudeltà che i disillusi riservano a chi li ha illusi, non già per vendicarsi dell’impostura di cui diranno d’esser stati fatti oggetto – quello sarà l’alibi per mettere a tacere la coscienza – ma per saldare i conti con la propria ingenuità o, peggio, con la malata coazione a cercare disperatamente un impostore, implorandolo di illuderli. Povero cazzaro, non è riuscito a reggere il bluff neanche per un anno, e fra quanti l’hanno salutato come Uomo della Provvidenza già comincia a serpeggiare il sospetto che sia buono solo a vender chiacchiere, come non fosse chiaro da subito. A chi non è mai piaciuto – e qui non se n’è mai fatto mistero – non resta che attendere, e pare non si debba neanche attender troppo per cogliere la differenza tra gufo e allocco.  

martedì 2 settembre 2014

[...]

Un falso storiografico che è diventato formula proverbiale, per lo più usata a mo’ di biasimo, è che la caduta di Bisanzio debba essere imputata in qualche misura a quanti, invece di difenderla dall’assedio dell’Ottomano, indugiassero in oziose discussioni sul sesso degli angeli. In realtà, quando la sua capitale fu espugnata dall’esercito di Maometto II, l’Impero Romano d’Oriente era già in pezzi da tempo, non aspettava che uno sputo per crollare, e poi sul sesso degli angeli non si è mai discusso per davvero, né a Bisanzio, né altrove, perché sul fatto che siano esseri incorporei c’è sempre stato accordo pressoché unanime nel mondo cristiano, e fin dal IV secolo. 
Tanto valga per chi fosse tentato dall’usare proprio un’ipotiposi così farlocca per rimproverarmi del fatto che qui perdo tempo a disquisire se internet sia sostantivo maschile o femminile, invece di produrmi in una vibrante difesa del povero Magdi Cristiano Allam o in una fiammeggiante invettiva contro quegli zoticoni dell’Isis. Avrei voluto farlo già da un pezzo, ma temevo che l’argomento fosse troppo frivolo coi tempi che corrono. Stavolta, invece, vado tranquillo, cogliendo l’occasione offertami da un post del Mantellini, anche se lì è in questione se internet voglia la maiuscola o no (pareri contrastanti, mentre «sul fatto che [internet] sia femminile [si dà per pacifico] ci siano pochi dubbi»). Nomi eccellenti tra i commenti: il Mozzi, il Quintarelli, il Tolardo, il Minotti… Insomma, mi son detto, chi potrà mai venirmi a rinfacciare che tratto un tema sul quale dibattono tutti sti Paleologi?
Bene, venendo al dunque, so di aver contro l’autorevole parere dell’Accademia della Crusca, che, «per la determinazione del genere degli anglismi che sono entrati in italiano senza adattamento, si può enunciare la seguente regola: sempre il maschile, a meno che non agisca un sostantivo femminile italiano soggiacente», sicché quest’eccezione varrebbe anche per internet, visto che -net sta per rete. Il problema, a mio modesto avviso, è che quell’inter- rende maschile il sostantivo, perché internet non è semplicemente net, ma il prodotto delle connessioni che vengono a crearsi in essa, per il suo tramite. Pare che a vederla in questo modo sia solo il Devoto-Oli, per il quale internet è sostantivo maschile, mentre per il Treccani, il De Mauro e il Garzanti è femminile…
Ma basta così, ché bussano alla porta e voglio andare a controllare se per caso non sia l’Ottomano. 

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lunedì 1 settembre 2014

«La foto ha qualcosa che non va»

Sono a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso e della possibilità che esse possano adottare dei bambini, dunque trovo irritante il manifesto di Fratelli d’Italia che recita: «Un bambino non è un capriccio. No alle adozioni per i gay. Difendiamo il diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma». Irritante per il testo becero, ma soprattutto per la foto che l’accompagna. Si tratta di uno scatto di Oliviero Toscani, che ne lamenta il furto, minacciando di rivalersi per la violazione dei diritti di proprietà, il che è legittimo, ci penseranno i giudici a stabilire se merita d’essere risarcito, e in quale misura. Del tutto insensato, invece, mi pare quanto afferma annunciando la querela: «Quella foto è stata usata nel modo opposto per cui era stata fatta: erano foto redazionali per spiegare le varie possibilità di famiglia per un giornale francese» (lastampa.it, 31.8.2014). Giusto, si tratta di uno degli scatti pubblicati da Elle due anni fa a corredo di un servizio su La famille homoparentale, ma in sostanza cosa intendeva rappresentare, il manifesto di Fratelli d’Italia, se non quelle «possibilità di famiglia» – due gay e due lesbiche, nel caso della foto in questione – che a loro avviso non avrebbero diritto di adottare bambini? Diciamo piuttosto che quella foto si prestava proprio ad essere «usata nel modo opposto per cui era stata fatta», e diciamolo con le parole che un sito di «cultura pop in salsa lesbica» usò due anni fa, senza che Oliviero Toscani trovasse nulla da ridire: «La foto ha qualcosa che non va. Le luci sono molto scure. Hanno qualcosa di tetro, come se non bastasse lo sfondo grigio. Poi gli sguardi dei protagonisti. Mi sembrano tristi. Il ragazzo di sinistra ha l’aria di sfida e accenna un sorriso, mentre gli altri due sembrano rassegnati, fino ad arrivare alla ragazza di destra: sembra una di quelle foto contro la violenza sulle donne, nel senso che lei è una delle vittime. E il bambino, lì nel mezzo, pare crocifisso, conteso da una parte e dall’altra, con l’aria mesta, fa quasi pietà. Il problema è che non capisco se il signor Oliviero Toscani intendesse lanciare un messaggio a favore dei matrimoni gay, oppure no. Perché vista così, questa foto funzionerebbe molto più come spot contro. Voi dareste mai in adozione un bambino a persone che hanno quell’aria così cupa e triste? Beh, io ci penserei su» (lezpop.it, 30.11.2012). Descrizione della foto così puntuale dal sentirmi piacevolmente sollevato dal doverla riprodurre in pagina, sia nella versione pubblicata da Elle, sia in quella approntata da Fratelli d’Italia, tanto non farete fatica a trovarla o l’avrete già vista. Una foto francamente infelice, diciamo. Sarà l’averlo capito con due anni di ritardo che spiega perché a Oliviero Toscani non bastasse rivendicarne la proprietà, ma sentisse il bisogno di ritoccarla. Brutta com’è, impossibile.  

sabato 30 agosto 2014

Voglio due mamme


Twitto poco, per lo più d’istinto, e quasi sempre pentendomi subito di quello che ho twittato, perché in 140 battute spazi inclusi raramente si argomenta a dovere, e senza argomentare a dovere ogni scambio di opinioni scade inevitabilmente in battibecco, che spesso le livella, indebolendo quelle forti e irrobustendo quelle deboli. Così mi pare sia accaduto ieri.
In un confronto come si deve, ammesso e non concesso che con un @marioadinolfi ne valga la pena, avrei dovuto far presente che nessun «bimbo» era stato «obbligato ad avere due “mamme”». Innanzitutto, si trattava di una bimba. Questa precisazione, però, l’avrei lasciata in coda, sollevando una questione solo in apparenza marginale: quanto di proiettato c’è nel «bimbo» che un @marioadinolfi immagina «obbligato ad avere due “mamme”»? Per meglio dire: cos’è che autorizza chi trova insopportabile questa sentenza a mettersi nei panni del minore per dichiararsene insoddisfatto, anzi, per dirsene penalizzato, e pesantemente, giacché la soluzione sarebbe contro «natura»? Più esplicitamente ancora: non è un’indebita assunzione di paternità da parte di chi in ogni caso ne ha assai meno diritto rispetto a una delle due mamme, quella biologica non meno di chi si arroga il diritto di parlare in nome della «legge» e della «natura»?
Ma questo, dicevo, l’avrei detto solo alla fine. Sarei andato subito al testo della sentenza, nella quale si legge che la bimba «è nata e cresciuta con la ricorrente e la sua compagna, madre biologica della bimba, instaurando con loro un legame inscindibile che, a prescindere da qualsiasi “classificazione giuridica”, nulla ha di diverso rispetto a un vero e proprio vincolo genitoriale. Negare alla bambina i diritti e i vantaggi che derivano da questo rapporto costituirebbe certamente una scelta non corrispondente all’interesse della minore […] Non si tratta di concedere un diritto ex novo, creando una situazione prima inesistente, ma di garantire la copertura giuridica di una situazione di fatto già esistente da anni, nell’esclusivo interesse di una bambina che è da sempre cresciuta e stata allevata da due donne, che essa stessa riconosce come riferimenti affettivi primari, al punto tale da chiamare entrambe “mamma”». Né in oltraggio alla «legge», dunque, né contro «natura».
Ripensandoci, tuttavia, tutto questo si poteva sintetizzare in 140 battute spazi inclusi, chessò, «leggi il testo della sentenza, coglione», ma non sarebbe stato ancora più ellittico? No, è il mezzo che non va bene, è Twitter che non è adatto al fine. 

venerdì 29 agosto 2014

Il carretto passava e quell’uomo sparava cazzate


Rap


Probabilmente tra dieci anni riprenderò in mano questa Storia di Firenze di John M. Najemy e non mi sembrerà più il libro straordinario che oggi mi sembra, capirò che ero io a dargli modo di prendermi interamente, come sta facendo, ma che in fondo mi si offriva a pretesto per lenire l’infinita noia che mi infliggeva quello che scorreva sulle prime pagine dei quotidiani, nei titoli dei tg, sulle homepage degli uomini più chic e delle femmine più pittate del web, in quell’ormai lontano agosto del Quattordici. Probabilmente mi sembrerà pure un pretesto idiota e, ingrato del godimento che m’ha dato, mi permetterò pure di alzare un sopracciglio su quell’unico refuso tipografico a pag. 59 che oggi, nel cominciare a rileggerlo daccapo, mi sembra delizioso come un neo sulla schiena della tizia che ti chiede: «Ancora!». Insomma, sì, non escludo sia un bel libro e basta, fatto sta che in questi ultimi giorni mi è sembrata la sola cosa degna di attenzione, incantevole rifugio al tedio di robette ritrite. Non era avido, il capitale, nella Firenze degli Strozzi, dei Cerchi e dei Bardi? Non meno di quello delle odierne multinazionali, ma aveva la freschezza d’una violenza cieca quanto innocente, perfino il dono della grazia che hanno le fauci dei grandi felini. E non doveva avere i tratti fisiognomici del cazzaro, quel Buondelmonte de’ Buondelmonti che si sparava pose di riformista? Non è escluso, ma vuoi mettere la resistenza che la sua cotenna offrì al pugnale? Oggi i cazzari sono flaccidi, manco c’è sfizio a ficcargli un ferro in pancia, si è costretti a vederli annegare nel torrente dei loro hashtag. E si sgozzava, cazzo se si sgozzava, e della crudeltà non si faceva risparmio, anzi, e non mancavano manacce esperte sulla tastiera dell’arbitrio e del terrore – questo ha di meraviglioso, il Najemy, che foglia dopo foglia ti apre il mito come una cipolla, e del Rinascimento ti mostra il suo più genuino ghigno, tutto belluino – ma a una testa mozzata trasalivi, mica potevi uscirtene con la nevrastenia che è tutta pornografia, signora mia. Dio, che uomini. E qui, in questa merdaccia in cui tutti rovistano cercando la pepita d’oro di un Riumanesimo da venire, i più lucidi – che poi, a guardare bene, si tratta solo dei meno opachi – non sanno andare con la nostalgia più in là della Prima Repubblica. Macché, bisogna riandare almeno al 1294 – diciamo al 1296, toh, voglio essere generoso – per trovare un editoriale davvero intelligente, un post di quelli veramente acuti. 

martedì 26 agosto 2014

Zitti, state zitti!

Quando gli torna utile, il Vaticano è capace perfino di non mentire. Il massimo della perversione, diciamo. Momenti indimenticabili, non foss’altro per lo sgomento che allora semina fra quanti non sanno coglierne il motivo e restano spiazzati. Che cazzo, pensavano stessero dando una mano, poi arriva il Segretario di Stato e no, «non è uno scontro tra islam e cristianesimo», vederla a questo modo è «una semplificazione» (La Stampa, 25.8.2014). Robe che ai Socci, ai Galli della Loggia, ai Ferrara, agli Allam e agli Amicone non resta che l’imbarazzo della scelta tra un giramento di coglioni e una crisi di nervi, anche perché ’sto stronzone d’un Parolin mica sè limitato a romper loro le bolle di sapone, lo scontro di civiltà, la guerra di religione, il Logos contro la Spada, ma gli ha pure mandato a dire di starsene buonini, ché «non occorre sempre gridare per risolvere i problemi». Tradotto dal curiale: mettetevi la lingua in culo e fateci lavorare!
«Problemi», mica massacri. «Problemi» che a pomparli di retorica cè il rischio di trasformarli in guai davvero seri. Ok, quando sarà il momento li beatificheremo tutti, ’sti cristiani che stanno a mori’ in Iraq, ma oggi a farsi prendere dall’entusiasmo di dichiararli vittime di un jihad selettivamente cristianofobico o, peggio, pensare di organizzare una crociata per salvarli sarebbe un errore madornale. Con un cattolicesimo che è sempre più asiatico e africano, ci mancherebbe solo il far del papa il cappellano di un occidente neocolonialista. Basta pugnette sulla lectio di Ratisbona, imbecilli, ché ci rovinate la partita. Sapeste «quanti musulmani soffrono per questa situazione e sono solidali con i cristiani». Non sapete che «ci sono allinterno dellislam, e credo siano la maggioranza, persone che rifiutano metodi così brutali e antiumani»? E allora zitti, state zitti, e fateci lavorare!
Tempi duri per gli orfani di Ratzinger. Niente più guerre sante, di principi non negoziabili manco più a parlarne... Poi c’è da stupirsi se uno, che pure è nato allombra d’un campanile, d’un tratto ti diventa salafita?

lunedì 25 agosto 2014

Coda

Fin qui ho solo sfiorato la vicenda relativa al tweet nel quale Richard Dawkins ha definito «immorale» portare avanti una gravidanza con feto portatore di sindrome di Down quando sia possibile interromperla per tentare di averne un’altra con feto sano, l’ho fatto limitandomi a segnalare la scorrettezza di chi, per colorarlo della «brutalità» di cui evidentemente l’assunto di principio gli è parso potesse non esser pieno a dovere, ha scritto che era il consiglio personalmente dato ad una donna realmente incinta (Il Foglio, 22.8.2014). Mi è stata sollevata l’obiezione di aver voluto appuntare l’attenzione su un dato di natura meramente formale, come non esistesse alcuna relazione tra la forma che si sceglie di dare a un argomento e la sostanza di quanto gli si vuol far dimostrare. Che la donna cui era indirizzato il tweet fosse realmente incinta o meno, invece, ritengo non sia affatto irrilevante, e qui vorrei soffermarmi a spiegare meglio il perché, con ciò dando premessa alla risposta che devo a chi mi ha chiesto cosa consiglio ad una gravida dopo aver fatto diagnosi di una grave malformazione a carico del feto.
Dico subito che mi limito a spiegare come stiano le cose, e cerco di farlo con delicatezza, ma senza venir meno al dovere di essere schietto, cercando di evitare sia eufemismi che crudezze. In ogni caso evito di dare consigli sul da farsi, anche quando mi vengono richiesti con l’evidente fine di avere avallo ad una scelta che intimamente è già presa, qualunque essa sia. Così quando tale scelta mi è comunicata: qualunque essa sia, mi astengo da ogni osservazione che possa anche lontanamente aver forma di approvazione o di biasimo. Nei panni di chi ho davanti so quale sarebbe la decisione che prenderei io, ma ritengo che in situazioni del genere ciascuno abbia il diritto e il dovere di arrivare ad una scelta libera da condizionamenti esterni alla propria sfera di opinioni e sentimenti. Nei panni di chi ho davanti la mia decisione sarebbe uguale a quella consigliata da Richard Dawkins, qui non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo, ma dirlo ad una donna che in utero ha un feto gravemente malformato assumerebbe un altro significato. 
Mi rendo conto di aver anticipato la risposta saltando la premessa con la quale avevo intenzione di spiegare quale sia la differenza tra esprimersi in favore della scelta eugenetica, che è quanto Richard Dawkins ha fatto col suo tweet, e consigliarla ad una donna che in utero ha un feto gravemente malformato, che è quanto invece non ha fatto. A chi è contrario che nel caso di specie sia data libertà di scelta torna comodo far credere che l’opzione dell’interruzione di gravidanza voglia essere imposta da chi in realtà si limita ad ammetterla, e così è stato nel caso specifico che qui trattiamo, dove l’insinuazione è parsa tanto più agevole per l’uso del termine «immorale» al quale Richard Dawkins è ricorso: in pratica, si è inteso dare alla sua «morale» il carattere cogente che invece è il tratto distintivo di quella che nega la libertà di scelta.
Basta aver letto Il gene egoista per dare il giusto senso a ciò che nel suo tweet Richard Dakwins ha definito «immorale»: sta per «contrario al buonsenso». Un buonsenso, occorre dire, che da qualche tempo trova sempre maggiore coincidenza nel senso comune, come dimostra il sempre più frequente ricorso alla diagnostica prenatale. Una «morale», dunque, quella di Richard Dawkins, che, lungi dallessere il dettato di una norma trascendente, si limita ad esprimere la ratio che possa governare al meglio l’immanente. Sgradevole quanto si voglia a chi ne abbia una diversa, è una «morale» che esprime l’ormai consolidata opinione che tra ovocellula fecondata, morula, blastocisti, embrione, feto e uomo ci siano differenze significative, e che siano proprio queste a dar contro del processo che dalla materia biologica porta alla persona, quando accade e se accade. 

sabato 23 agosto 2014

venerdì 22 agosto 2014

Va’ a capire

Quanti morti fecero le guerre di religione consumatesi in Europa tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento? La stima oscilla tra i 90.000 e i 120.000, e parliamo di un’epoca in cui la popolazione europea era circa un quarto di quella mondiale, intorno ai 140 milioni di individui su 620. Guerre di religione per modo di dire, perché non c’è bisogno di essere storici di stretta osservanza marxista per individuarne le cause in ragioni di natura eminentemente economica. Com’è noto, poi, le cose non possono essere semplificate in modo lineare: il grosso del massacro si ebbe tra cattolici e protestanti, ma in ciascuno dei due campi s’ebbero screzi tutt’altro che incruenti, e al conto va aggiunto chi non c’entrava se non di sguiscio, come gli ebrei, i colpevoli di stregoneria, ecc. Era un gran bordello, e a starci dentro non è che si capisse esattamente cosa stesse succedendo, sicché tornava comodo il modello di un conflitto tra due modi diversi di intendere lo stesso Dio.
Bene, almeno a leggere Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera d’oggi, possiamo dire di non aver imparato nulla dalla storia. C’è un gran bordello in Medioriente, è ovvio, ed è fin troppo evidente che l’islam accusi i suoi sei secoli di ritardo sul cristianesimo dandoci solo adesso la resa di conti tra sunniti e sciiti. Gli uni cercano di prevalere sugli altri nella speranza di conquistare una definitiva egemonia, poi, semmai, troveranno un accordo, si spartiranno quello che hanno da spartirsi, e non è neanche detto che tra due secoli o tre non comincino a concepire qualcosa di ecumenico, nel mentre anche lì si farà strada la sana idea che il sacro è meglio se ne stia buonino nel privato. Niente, Ernesto Galli della Loggia legge i fatti in altro modo: è guerra di religione, ma tra islam e cristianesimo. Per meglio dire: l’islam ha dichiarato guerra al cristianesimo, che però non trova soldati a difenderlo, sicché l’occidente è fritto. E a quali mezzucci non ricorre per dimostrare quanto è salda la sua tesi.
«Come si può riuscire a fare la guerra a un aggressore che invoca continuamente Dio e l’appartenenza religiosa senza dare alla propria risposta militare alcun carattere anch’esso a propria volta inevitabilmente religioso? Detto altrimenti: è davvero necessario perché si possa parlare di guerra di religione che entrambi gli avversari la proclamino tale, o non basta invece che lo faccia uno solo? Se uno mi ammazza perché io sono sciita, cristiano, o ebreo, o “infedele”, e io cerco di difendermi colpendo a mia volta, cos’è questo se non un conflitto religioso?». Non strabuzzate gli occhi, Ernesto Galli della Loggia pensa che, per difendersi da uno che cerca di ammazzarti perché a torto o a ragione ti crede buddhista, bisogna armarsi di kalashnikov, sì, ma solo dopo aver indossato un bel saio arancione e aver cantilenato un tot di «Hare Krishna! Hare Rama!», sennò c’è il rischio di prendersi schiaffoni da uno che, mentre ti mena, urla «Pasquale, figlio d’un cane!», e tenerseli «perché, io so’ Pasquale?». In altri termini, se un truce energumeno armato di scimitarra si para innanzi a Indiana Jones e inizia a volteggiarla in aria minacciosamente, per Ernesto Galli della Loggia il duello non può essere che a scimitarra. Avere una pistola e sparargli sarebbe inopportuno? Va’ a capire.
«Domanda numero due: se una persona di diversa religione e origine culturale si trova fin dall’infanzia a vivere per anni ed anni con la propria famiglia in un Paese occidentale, ne apprende perfettamente la lingua, ne frequenta le scuole, vi si fa presumibilmente degli amici, ne assorbe le abitudini quotidiane, ma a un certo punto decide che tutto quanto è stato così intimamente e così a lungo intorno a lui gli è in realtà insopportabile e repellente fino al punto da meritare il più crudele annientamento, che cosa indica ciò? Che nome merita? E un fenomeno del genere ripetuto per centinaia di casi, è un fatto casuale, un puro accidente oppure no?». A parte il fatto che il caso di specie è tutt’al più nell’ordine delle decine, da un disagio psichico che sfoci in una carneficina non può essere colto anche una persona di «uguale» religione e origine culturale? Se per difenderci dall’immigrato musulmano di prima, seconda o addirittura terza generazione che in sé covi un micidiale stragista dobbiamo travestirci da crociati, da cosa dobbiamo travestirci per difenderci dai potenziali mostri indigeni travestiti anch’essi da crociati come Anders Breivik? Il mondo è pieno di tizi che a un certo punto possono sentire insopportabile e repellente quanto hanno intorno, e fino al punto da considerarlo meritevole di un crudele annientamento: cambia solo ciò che offre un motivo al malessere e un movente alla violenza. Che la strage sia ordinata da Allah, da Satana o da una vocina che esce dall’oblò della lavatrice, perché dovrebbe essere approntata una difesa di volta in volta diversa?
«Una radicale riconciliazione con il principio di realtà: ecco che cosa ci manca nel nostro modo di guardare al mondo», così conclude Ernesto Galli della Loggia. «Certo, le idee sono una guida necessaria a muoversi in esso. Ma che cosa il mondo sia e come funzioni, non l’hanno quasi mai stabilito le idee». Qui proprio non gli si può dar torto: spesso l’hanno fatto gli umori suscitati nelle masse dai propagandisti della classe egemone.  

Le solite


@InYourFaceNYer si dichiara «writer, artist, atheist, nerd, exercise fanatic. Yes, I’m a woman. Huge admirer of Richard Dawkins and Dr. Jack Kevorkian». È lei che a un tweet di @RichardDawkins, che aveva segnalato un articolo apparso su newrepublic.com (The Catholic Church Prefers Medieval Barbarism to Modern Abortion), risponde: «I honestly don’t know what I would do if I were pregnant with a kid with Down Syndrome. Real ethical dilemma». È incinta di un feto portatore di sindrome di Down? No, e lo chiarisce a chi ha frainteso la risposta che le ha dato @RichardDawkins («Abort it and try again. It would be immoral to bring it into the world if you have the choice»): dice che «no, @RichardDawkins was not ordering me to abort a fetus I’m never going to be pregnant with anyway». Vabbe’, ma cosa importa a Il Foglio?  

[...]

In rispolvero, voilà, le radici giudaico-cristiane. Poco importa quanto strumentalmente siano rievocate, anche stavolta occorre non far troppa differenza tra chi le tira fuori in buona fede, per la romantica inclinazione all’allegoria dello scontro di civiltà o della guerra di religione, e chi non vedeva l’ora che ricapitasse l’occasione buona, per rioffrirci la tesi della nostra superiorità antropologica in cambio una firmetta in calce alla stanca riedizione del solito manifesto clericofascista (Dio, Patria e Famiglia, e i loro succedanei): poco importa, perché gli argomenti sono gli stessi. Riecco, dunque, appena un po’ invecchiati, Bernard-Henry Lévy e Ida Magli, e naturalmente chi li legge trovandoli convincenti. In solido c’è alleanza tra chi taglia teste e chi le riempie di bubbole.

mercoledì 20 agosto 2014

[...]

È che quelli dell’Isis non hanno sense of humor, sennò la testa di Foley l’avrebbero spedita a Di Battista accludendo due righe del tipo: «Ci giunge notizia che lei si fa promotore di un dialogo con noi. È lei quello che “dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione”, giusto? Bene, il fatto che voglia “provare a comprendere” le nostre ragioni ci fa chiudere un occhio sul fatto che lei né le “approva” né le “giustifica” e con la presente voglia gradire i sensi della nostra piena disponibilità ad un cordiale scambio di opinioni. Non vediamo l’ora di essere “elevati a interlocutori”, è così che ha detto, giusto? Lasciamo a lei la scelta di data e luogo, caro Alessandro, e sappia che non abbiamo alcuna obiezione all’eventuale richiesta che la discussione vada in streaming, ché l’occhio della telecamera non ci rende timidi».
Certo, aperto il pacco, il cittadino Di Battista sarebbe diventato bianco come un cencio, ci sarebbero voluti i sali, ma chi non avrebbe gradito lo scherzetto di quei simpatici burloni? È d’un tal noioso, quest’agosto 2014, che un dibattito tra le vittime dell’“ingiustizia sociale” che genera terrorismo sunnita e le vittime dell’“ingiustizia sociale” che genera nonviolenza grillina sarebbe stato stimolante assai. E invece niente, tutto maledettamente piatto. Non una novità. Ah, sì, volendo ci sarebbe la scoperta che la Boschi ha un culo spaventosamente basso, ma questo è un blog d’un certo livello e allora omissis.
Niente, non succede un cazzo di niente, tutto scorre nel tran tran. Bergoglio con la mania di fare il simpatico con tutti, e poco manca che dica due miti paroline sull’eterologa, spiazzando quella povera donna della Lorenzin. Renzi che rilancia bluff su bluff, e poco manca che annunci la riforma del calendario, perché portando la settimana a dieci giorni il Pil potrebbe avere una scossina. Banali nubifragi al nord, le solite code sulle autostrade, la cronaca nera si prende lo spazio lasciato dal calcio, e il ghiaccio nel mojito si squaglia. Insomma, si muore di bonaccia.    

martedì 19 agosto 2014

[...]

Quello che di bello ha questo papa è il suo rendere palese, come mai prima, la vacuità delle banalità cui la Chiesa è costretta quando cerca di accontentare tutti, e senza risparmiarsi la sfacciataggine che d’altronde non deve mai far difetto in chi sa bene che il mondo è affamato di insulsaggini ammantate dal velo di una qualsiasi autorità che sia in grado di farle apparire perle di saggezza. Diciamo che Bergoglio è così dichiaratamente figlio di puttana che non puoi che biasimare chi ci casca e sta lì a leccarselo come un Calippo.
Stavolta, per esempio: «Dove c’è un’aggressione ingiusta posso solo dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. E sottolineo il verbo fermare: non bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati». E da chi? Perché non darci una mano in questo senso, Santità? Cosa suggerisce? Come lo fermerebbe, lei, l’aggressore ingiusto? Via, ingerisca.
Non uno stronzo a chiederglielo, tutti a concordare che – beh, sì – l’aggressore ingiusto va fermato, ma che bombe e guerra – ah, no – quelle belle non sono. Si potrebbe provare con un’offensiva aerea di Pater noster, chissà, semmai con l’appoggio di una batteria mobile di Ave Maria. E se non funziona, nessun indugio, si passi ad inviare all’aggredito ingiustamente un solido supporto di Requiescat in pace. 


lunedì 18 agosto 2014

«La mia generazione ha vinto»

Wikipedia fa buona sintesi del significato sociologico del termine generazione, dice che «identifica un insieme di persone che è vissuto ed è stato esposto a degli eventi che l’ha caratterizzato» e precisa che «le generazioni non esistono sistematicamente, [perché] vi sono periodi della storia in cui non si è verificato nessun evento caratterizzante», aggiungendo che «i giovani d’oggi ne sono un esempio»: anche se «alcuni sociologi hanno parlato di “generazione internet”», infatti, il web «non può essere definito come evento caratterizzante poiché comprende un vasto insieme di persone che hanno cominciato a usufruir[ne] (anziani, adulti, giovani e persino bambini)». Nulla aggiunge sul significato corrente del termine, solitamente usato per indicare quell’arco temporale di circa 25 anni che intercorre tra due generazioni successive, come da esempio offerto dai più aggiornati lemmari con quella generazione X che, pur «priva di un’identità sociale definita», come ebbe a precisare chi coniò il neologismo (Jane Deverson), voleva avere mera delimitazione anagrafica, includendo «chi è nato negli anni Sessanta e Settanta del Novecento».
Con le dovute scuse al lettore che avrà storto il muso per la pedante premessa, possiamo passare a chiederci se sia legittimo immaginare una generazione che includa chi è nato tra il 1° gennaio del 1970 e il 31 gennaio del 1979. Si tratta del parto della crassa fanfaronaggine di una delle più grottesche maschere che negli ultimi anni abbiamo visto affannarsi, quasi sempre con esiti tragicomici, per entrare nella posa che fotografa lo sfascio culturale e morale di un paese di merda, quel Mario Adinolfi che ne teorizzò l’esistenza alcuni anni fa, battezzandola Generazione U (Hacca, 2007). Non suoni tutto ironico, il teorizzare, perché tra le accezioni estensive di teoria vi è anche l’opinione scacazzata a punto e virgola, a serpentina, a spruzzo e a palline, e un’occhiata all’esilarante librettino è in tal senso dirimente: la generazione U non aveva altra caratteristica che essere quella «degli under 40» – generazione perenne, potremmo dire, sicché oggi il suo teorizzatore ne è fuori – mentre a cercare di coglierne i tratti che le dessero forma, se non struttura, non si poteva attingere che dai suoi gusti – I dieci film della Generazione U (300, La messa è finita, Matrix, ecc.), I dieci libri della Generazione U (Albert Camus e Paolo Villaggio, la Bibbia e Indro Montanelli, ecc.), e via elencando, come da pagina di Smemoranda – patenti proiezioni di un (allora) 36enne che si attardava nei sogni ad occhi aperti che sono delizia dell’adolescenza pronta ad abbracciare la croce della disillusione. Trovato su una bancarella dei libri scampati al macero, nel comparto di quelli al prezzo di 50 centesimi, riposa oggi in uno degli scaffali coperti pudicamente dagli schienali dei divani, tra Nel 2006 vinco io (e intanto gioco a governare) di Pierluigi Diaco (Mondadori, 2001) e Poveri ma ricchi – La favola del grande declino italiano di Filippo Facci (Mondadori, 2006). Anche Generazione U ha un sottotitolo notevole: Storia e idee di un blogger che vuole cambiare l’Italia. Poteva far paura, oggi strappa un sorriso.
Perché parlarne oggi? Perché oggi Mario Adinolfi afferma: «La mia generazione ha vinto»«Il simbolo fin troppo evidente è il potere imperiale assegnato a Matteo Renzi (1975)», e poi c’è Paolo Sorrentino (1970), Roberto Saviano (1979), Checco Zalone (1977), Fabio Volo (1972), Matteo Salvini (1973), Giorgia Meloni (1977), Angelino Alfano (1970), Matteo Orfini (1974), e tanti altri ancora, poco importa che non ve ne fosse uno a sottoscrivere le cazzate che lui scriveva nel 2007, poco importa che in un modo o nell’altro quelli siano riusciti a «cambiare l’Italia», mentre nel frattempo Mario Adinolfi è riuscito solo a cambiare bermuda, perché la proiezione ha questo di potente: investi a gratis e qualcosa comunque porti a casa. Mario Adinolfi guarda Matteo Renzi e sente scorrergli nelle vene un po’ di «potere imperiale», guarda Paolo Sorrentino e sente che quell’Oscar è anche un po’ suo, guarda Salvini, Meloni, Alfano e si sente segretario di partito. È facile, via, provate anche voi. Che siate nati tra il 1° gennaio del 1940 e il 31 gennaio del 1949 o tra il 1° gennaio del 1950 e il 31 gennaio del 1959 viene bene uguale. Se poi siete nati tra il 1° gennaio del 2000 e il 31 gennaio del 2009, non vi resta che attendere: vedrete che qualcosa vincerete di sicuro. Sicché non vi date troppo affanno, potrete anche avere «il limite di apparire una generazione “leggera”, incapace di complessità, forse superficiale», dovreste certamente «migliorare ed essere più credibili, studiare forse di più, leggere certamente di più», ma non preoccupatevi troppo, perché ci sarà qualcuno della vostra generazione che lo farà per voi, sicché potrete dire di aver vinto comunque. L’importante è che cominciate per tempo a sentirvela dentro. 

domenica 17 agosto 2014

[...]

«Il film è stato realizzato con un budget stimato di 80 milioni di dollari [e] il regista, affascinato da sempre dalla storia dei romani, ha effettuato ricerche su Pompei nei sei anni precedenti al film». Così nella scheda che trovo su Wikipedia, alla quale arrivo dopo aver letto la recensione di hannibalector. Superfluo ogni commento.

martedì 12 agosto 2014

domenica 10 agosto 2014

Si poteva ancora scavare


Gli abbracci e i baci che hanno sigillato al Senato l’intesa tra Renzi e Berlusconi sulla riforma costituzionale sono i preliminari di una copula che partorirà un nuovo blocco sociale e una legge elettorale che ridurrà la rappresentatività a mera rappresentazione delle forze dei due copulanti ne sarà la placenta. A dispetto di chi ritiene che Renzi durerà poco, e che non a caso è anche chi ha ritenuto fino a ieri che Berlusconi fosse irreparabilmente finito (ritenerlo oggi è improponibile), l’Italia si appresta a offrire al mondo un altro inedito modello di sintesi degli apparentemente inconciliabili appetiti di clan che di giorno si sgozzano in una parodia di conflitto sociale e di notte s’accordano per fare sistema. Non è il fascismo, stavolta, ma è qualcosa che del fascismo ha la stessa aspirazione a cercare coincidenza tra stato, inteso come macchina che produce consenso, e nazione, intesa come corpo che al consenso dà espressione: è l’eterno sogno di costruire una società a misura di quel familismo che per statuto ha il reciproco ricatto che rinsalda i piani della piramide, dal vertice alla base e viceversa, e per manifesto ha la compiacente offerta di un realismo che è la logica del parassita che vive degli avanzi incastrati tra i denti del predatore. Il berlusconismo non era il fondo dell’abisso, si poteva ancora scavare. Stavolta sfacciatamente esibita, la totale mancanza di una cultura politica, e di cultura in generale, poteva inventarsi il renzismo, che è solo l’altra gamba di un’Italia che fin qui aveva saltellato sul berlusconismo. Berlusconi serviva a Renzi non meno di quanto Renzi servisse a Berlusconi. Ora il paese è saldo su entrambe le gambe e può finalmente correre verso il suo finale schianto. Tanto lo si è temuto come possibile, e quasi certo, che l’angoscia si è placata in una paziente attesa.