venerdì 7 marzo 2014

Sui valori, negoziabili e no



Farete fatica a trovare «valor» nello sterminato archivio dei Documenta Catholica Omnia, che raccoglie gli scritti «omnium Paparum, Conciliorum, Ss. Patrum, Doctorum Scriptorumque Ecclesiae», migliaia di autori lungo i venti secoli di storia cristiana, ad occhio e croce oltre un chilometro di scaffali: per meglio dire, il termine comincia a farvi capolino non più di un secolo e mezzo fa, per diventare di lì ad oggi sempre più frequente, fino all’inflazione cui è andato incontro degli ultimi due o tre decenni, soprattutto sotto il papato di Wojtyla e quello di Ratzinger. Anche fuori da quest’ambito, in realtà, farete fatica a trovare «valor» prima della seconda metà dell’Ottocento e, quando lo troverete, non avrà mai il significato che ha oggi, ma quasi esclusivamente quello allegato a «pretium» o a «aestimatio», sennò a «valetudo». Né c’è da stupirsene, perché «valeo» non può che far riferimento a una valuta, cioè a un sistema in cui un dato «valor» designa un livello di scala quotativa, che assume corrispettivo di misura ad essa correlata. Perché «valor» cominci ad acquisire il significato che oggi lo inscrive nella sfera morale come incommensurabile virtù di un principio – perché, in altri termini, «valor» perda il senso del relativo che etimologicamente implica e assuma quello dellassoluto che è fuori scala in quanto inestimabile e fuori mercato in quanto senza prezzo – bisogna aspettare la cosiddetta «crisi nichilista» del XIX secolo e la nascita di quella  «filosofia dei valori» che cerca di porvi argine. Degno di nota è il fatto che questa mutazione di «valor» da quantità relativa e particolare a qualità assoluta e universale arrivi alla teologia dalla filosofia, e non viceversa. In sostanza, si tratta di un rimedio tutto secolare  al «Gott ist tot»: il chierico lo fa suo non trovando altra soluzione efficace. 
È in un passo di Holzwege (1950) che Martin Heidegger ci dà ottima sintesi di ciò che accade in quel periodo: «Parlare di valori diventa abituale e pensare per valori diventa normale. [...] Si comincia a parlare di  valori vitali, di valori culturali, di valori eterni, di valori spirituali, di qualità valoriali, arrivando a pretendere di trovare quei valori anche presso gli autori classici. [...] Nasce la filosofia dei valori, si costruiscono sistemi di valori, l’etica indaga sulle stratificazioni dei valori, e anche la teologia cristiana prende a definire Dio, quello che fin lì è stato il summum ens qua summum bonum, come valore supremo. Si dichiara la scienza estranea al valore e si collegano i valori alle visioni del mondo. Il valore, ciò che ha valore, diviene un surrogato positivistico del metafisico». In chiosa Carl Schmitt vi appunta: «Una scienza basata sulla legge di causalità, quindi avalutativa, minacciava la libertà delluomo e la sua responsabilità religiosa, etica e giuridica. A questa sfida la filosofia dei valori ha risposto contrapponendo al regno di un essere determinato in modo esclusivamente causale un regno dei valori come regno della validità ideale» (Die Tyrannei der Werte, 1960). Fin lì il «valor» aveva dato misura del «factus», ora il primo sta al secondo come il  «dover essere» all«essere».
[Circa un secolo dopo, avremo un esemplare caso di «surrogazione positivistica del metafisico» col prendere ad identificare la «persona» nel suo dna: parafrasando  Schmitt, la scienza andava dimostrando che non si dà «persona» se non nel suo farsi, e cioè che non può darsi  «persona» in uno stadio embriologico del sistema nervoso centrale comunque posteriore al momento dellanimazione, e allora l’anima si vide costretta a sloggiare dal cervello, dove aveva trovato rifugio dopo essere stata sloggiata dal cuore, trovandone uno nuovo nel corredo cromosomico. Nel tentativo di conservare alla «persona» il suo statuto trascendente, lo spirito andò a trovare ipostasi nellacido desossiribonucleico, e in pratica lanima si fece meme: a chi sosteneva  che la «persona» nasce con la fusione dei gameti rimaneva solo il rompicapo di due gemelli omozigoti che devono spartirsi una sola anima e limbarazzo di trovarsi insieme a Richard Dawkins a ritenere la vita un semplice vettore di senso. Infortuni di un Dio con la smania di incarnarsi e a cui la scienza si è ostinata a fare dispetti.]

Ciò premesso, possiamo sgnignazzare ferocemente alla tautologica affermazione che Bergoglio consegna a De Bortoli (Corriere della Sera, 5.3.2014): «i valori sono valori e basta», dice Cicciobello, e dunque non avrebbe senso dirne alcuni «negoziabili»  ed altri no. Come non esser solidali con quei cattolici che in questo papa vedono il liquidatore della baracca? Apre bocca solo per dimostrare quanto sia disperata la missione che si è posta e quanto ne sarà alto il costo. A chi ha cuore che la Chiesa sprofondi, un Bergoglio che segue a un Ratzinger suona come scricchiolio dopo scricchiolio, e non si fa fatica a immaginare la fifa a star lì dentro: è come vedere mamma che ogni sera si prepara per scendere in strada a battere sennò non si mangia, col rischio di non vederla più tornare a casa la mattina dopo, e non mangiare più lo stesso, in più dovendo piangere una madre morta da baldracca. È che non è facile correre dietro alle pecorelle scappate dall’ovile e intanto tener pure buone quelle vi sono rimaste dentro: più ti allontani, e non è detto che riuscirai a portarne indietro tante, più quelle che lasci incustodite te lo rinfacciano, perché sarà pur vero che lassù «ci sarà più gioia per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7), ma quaggiù la cosa solleva più di un problema, che in sostanza è psicologico, ma ci mette niente a diventare ecclesiologico.
L’inversione è stata troppo brusca, daltronde era indispensabile. Di fatto, da una Chiesa tutta introvertita nella difesa della tradizione sembra si sia passati ad una estroversione che molti considerano una resa alla modernità, e per molti versi non si può dare loro torto. Insomma, ne volano di pesanti, e fischiano di brutto. Il papa è il papa, è vero, e bisogna farselo piacere, al punto che più doloroso è lo sforzo e più Dio ne darà merito, d’altronde questo qui è gesuita, quindi se lecca il culo al secolo sarà per incularselo meglio, ma est modus in rebus, cazzarola, non vorrà mica toccare la dottrina? Lì dentro ci sono i cosiddetti «valori non negoziabili». Non vorrà mica che la misericordia faccia tabula rasa di ciò che è verità e giustizia?
Ecco in questione, appunto, quei «valori» che dicono di un «dover essere», al venir meno del quale non si è neppure più cattolici, neppure più cristiani. In quanto tali, è vero, non vè traccia nei Vangeli, né in Agostino, né in Tommaso, ma sono diventati «valori» in quanto beni trasmessi di generazione in generazione, ed è stato un «negotium» ad aver dato loro una quotazione: dirli «non negoziabili» significa dichiararli «non ri-negoziabili», a differenza degli altri, e dunque tentare di metterli in cima alla scala dei «valori» correnti. Bene, arriva il fessacchiotto e dice che nessun «valore» è «negoziabile», e ti saluto il tentativo di far distinzione tra i tuoi, quelli assoluti, e gli altri, quelli relativizzabili. Tutti i «valori» sono «valori», nel senso che sono tutti inestimabili: nessuno ha intenzione di farne «negotium» per la semplice ragione che non è possibile, e allora ciascuno si tiene i suoi. È come dire al mondo: Cristo si offre in eucaristia come specchio mandato in frantumi e in ciascuno puoi specchiarti per come puoi, se vuoi, via, prova. Potremo biasimare chi gli metterà il cianuro nel mate, a sto sciagurato?   

mercoledì 5 marzo 2014

Tra «lassismo» e «rigorismo»

Mi pare di aver già illustrato su queste pagine – due o tre anni fa, se non erro – uno dei trucchi più ingegnosi cui ricorre il sofista per far forte la sua tesi sulla vostra: parlo di quello che consiste nel tirarne in ballo una terza, che non è affatto in discussione, e che per giunta non ha alcun sostenitore nel foro in cui lui e voi siete convenuti, una tesi che estremizza la sua fino a renderla francamente insostenibile, di modo che la tesi da lui sostenuta conquisti posizione equidistante da questa e dalla vostra, andandosi a piazzare «in [quel] medio [dove si dà per certo] stat virtus».
Esempio: mettiamo si stia discutendo di Concordato, che voi sosteniate sia opportuno abolirlo e lui sia di parere contrario: il sofista dirà che il Concordato è la migliore soluzione nei rapporti tra Stato e Chiesa, contro le tentazioni laiciste, da un lato, e quelle teocratiche, dall’altro. Voilà, la vostra tesi diventa estremista, dunque implica un pericolo, inutile star lì a pensar troppo quale (dev’essere di segno opposto a quello di un regime teocratico, ma come dubitare che sia altrettanto grave?), mentre la sua, al contrario, è equilibrata, dunque rassicurante, e qui basta che l’uditorio abbia la fessaggine media che eleva i sofisti al grado di custodi del buonsenso per guadagnarci pessima fama, oltre a perdere la partita.
Prevedo un’obiezione: mi si dirà che, se si discute di Concordato, la tesi teocratica è virtualmente in discussione anche in assenza di chi la sostenga, e che dunque il trucco ha sostanza di argomento. Siete in errore, perché nel discutere di un patto tra Stato e Chiesa che in premessa, almeno formalmente, dà per scontato che entrambi siano sovrani in ambiti distinti, la teocrazia è esclusa a priori: evocarla è strumentale, e abbiamo visto a qual fine.
Anche se ha precursori di vecchia data, il trucco di cui stiamo parlando trova i suoi fasti nella retorica da seminario a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quando il revival del tomismo dà al cattolicesimo il vestitino della precettistica e la «virtus» che «stat in medio» ne taglia il drop: la morale cattolica si dà reputazione di campione di moderatismo. Finisce addirittura, qualche decennio dopo, col diventare cifra della cosiddetta «strategia della tensione», che trova la sua filosofia nella dottrina degli «opposti estremismi». Poi, decade a utensile della polemica da gazzettino, punteruolo retorico di vecchie pantegane come il Caffarra e il Ruini.
Torno su questo trucco, oggi, perché ne trovo esempio nella relazione che Walter Kasper ha buttato giù a margine del prossimo sinodo, quello che metterà mano alla pastorale sulla famiglia (Il Foglio, 1.3.2014), e nella versione clericus contra clericum è uno spasso: Sua Eminenza si dà posizione moderata tra «lassismo» e «rigorismo», dove il primo sarebbe quello che non vuole e il secondo quello che non può. Archiviata la questione se la Dc fosse o no partito cattolico, e in qual senso, si pone quella assai più intrigante se questo papato sia democristiano o no, e quanto.  


lunedì 3 marzo 2014

Un film da esportazione

Parlare del film di Paolo Sorrentino dopo che ha vinto l’Oscar è assai più difficile di quanto lo fosse prima. Anche prima, d’altronde, non era facile, perché sembrava fatto apposta per essere candidato a vincerlo. Non saprei dire se già nel momento in cui veniva scritto, ma certamente nel momento in cui veniva girato, era un film che rincorreva il giudizio favorevole che avrebbe dovuto darne il pubblico di cui l’Oscar esprime sensibilità e gusto. Premio meritatissimo, dunque, perché il film dimostra di aver pienamente corrisposto al fine per cui era stato concepito, con encomiabile controllo del mezzo artistico.
Di fatto, quando questo accade, il portato artistico, se c’è, diventa invisibile. Difficile afferrarlo, impossibile dire di averlo afferrato. Si resta impigliati in una battuta, in una immagine, le si dà il valore di una chiave, la si infila nella toppa, ma non si apre niente. Così, dovessi dire dove volesse andare a parare, il film, manco per niente. Affresco allegorico? Apologo morale? Elegia? Può darsi, e no. In più, non appartengo al pubblico di cui l’Oscar esprime sensibilità e gusto. Per dire, non uno dei film che mi sono più piaciuti – e parlo di Alfred Hitchcock, di Ingmar Bergman, di Orson Welles – ha mai vinto la statuetta placcata d’oro.
Non vorrei essere frainteso, però. Non dico che La grande bellezza sia stato pensato e realizzato al solo scopo di ottenere l’Oscar e ciò che il premio rappresenta in termini di profitto per l’autore e il produttore: anche per questo, ovviamente, ma in primo luogo per andare incontro al particolare genere di consenso che produce questo particolare genere di profitto. In altri termini, il film di Paolo Sorrentino non aveva alcuna aspirazione di parlare a tutti, come di solito è nelle ambizioni di un artista, ancorché velleitarie o forse, proprio per ciò, e così spesso, velleitarie: si rivolgeva a un pubblico ben preciso, anche se assai vasto, e cercava di ottenerne il consenso secondandone l’immaginario. Ancora più esplicitamente: era un film da esportazione destinato al pubblico che della città di Roma ha proprio l’idea cui la pellicola ha dato corpo in immagini.
Un film per turisti, potremmo dire, ma sarebbe ancora troppo generico. Direi fosse un film per turisti intenzionati a tornare a casa con l’idea che li aveva accompagnati alla partenza, però arricchita da un gran numero di evocazioni e rimandi, frattali della loro idea di Roma, non solo come straordinario magazzino di vestigia del passato, ma come sintesi emblematica di quell’italianità che è cifra distintiva dei più datati depliant. Non solo turisti stranieri, dunque.
Non che questa italianità sia mero prodotto letterario, tutt’altro. Prende i tratti letterari di quello che solitamente è detto carattere, ma trova rispondenza in quei luoghi comuni che gli italiani si sforzano di incarnare, anche se sempre più pigramente, per una crescente fatica che arrischia il micidiale. Le numerose citazioni felliniane in cui Paolo Sorrentino ha manifestamente cercato e trovato compiacimento avevano il solo fine di dissimulare questa fatica in una connaturata accidia. Perciò potremmo dire che l’Oscar a La grande bellezza è un premio non solo a Paolo Sorrentino e alla sua indubbia bravura, ma anche a quegli italiani che con eroicomica determinazione sgomitano per entrare nell’inquadratura. Del tutto naturale che gioiscano del premio.
  

Il risvegliatore della Pietà di Michelangelo


Peggio dell’insensibilità dinanzi all’opera d’arte c’è solo lo stravolgerne il significato calcando a forza nelle intenzioni dell’artista le proprie impressioni, spesso balzane, non di rado a dispetto di ciò che attestano le fonti storiche, e senza lasciare adito a dubbio, o addirittura a offesa della più piana evidenza e a oltraggio del più solido buonsenso: vizio ridicolo, che tuttavia diventa francamente insopportabile quando a sostegno di quella che è immancabilmente presentata come straordinaria scoperta, strabiliante rilevazione che dovrebbe far luce sulla più intima natura dell’artista, l’eccentrico di turno non ha da produrre altro argomento che il suo intuito. Con l’articolo di Luc Templier per Donne, Chiesa, Mondo, l’inserto domenicale de L’Osservatore Romano curato da Lucetta Scaraffia, ci risiamo. E a farne le spese è la Pietà di Michelangelo Buonarroti conservata nella Basilica di San Pietro in Vaticano: «Un giorno mi è apparso un dettaglio che ha cambiato la mia visione dell’opera. […] Maria è giovane, troppo giovane, addirittura più giovane di Cristo. […] Cristo è abbandonato, […] non mostra alcun segno di rigidità. Al contrario, a forma di S, è flessuoso, sensuale, languido. […] Di fatto non vediamo più solo la Vergine e Cristo morto, ma una giovane donna e un giovane uomo volontariamente offerto alle sue braccia. Una coppia insomma. […] Capiamo ciò che Michelangelo ha suggerito in questa sublime parabola: la capitolazione consenziente del maschile al principio femminile. Giusta esaltazione dei valori femminili a lungo calpestati, eppur vicini anche ai valori dei Vangeli. […] Ma perché, mi direte, questa allegoria non era mai stata commentata? Perché le rivelazioni importanti, sacre, non possono mai essere fatte subito. Esse sono sempre velate: nella poesia, nelle favole, nelle parabole. Nel marmo. Là aspettano, a volte per lungo tempo, che qualche traghettatore (o passante) o qualche risvegliatore le colga». Chiaro, no? In quel pezzo di marmo dormiva un Gesù morto in grembo a una Maria addolorata, ma Luc Templier è passato di lì, ha buttato l’occhio e il suo formidabile intuito ha risvegliato dall’algida materia il giovanotto spossato da una formidabile scopata cui la sua ganza volge lo sguardo come a dire: «T’ho succhiato l’anima, ammettilo». Grandioso, è comprensibile che la Lucetta si sia subito precipitata a mettere in pagina lo scoop.
Dinanzi a una rivelazione di tale portata i nostri pregiudizi si volatilizzano. Dalla biografia di Ascanio Condivi, che del Buonarroti era amico, avevamo letto che, a chi gli aveva sollevato l’obiezione della giovane età di Maria, Michelangelo aveva risposto: «La castità, la santità e l’incorruzione preservano la giovinezza». Mentiva, è ovvio. Riuscendo a ingannare perfino il Vasari, che di lì a poco avrebbe scritto: «Se bene alcuni, anzi goffi che no, dicono che egli abbia fatto la Nostra Donna troppo giovane, non s’accorgono e non sanno eglino che le persone vergini senza essere contaminate si mantengono e conservano l’aria de ’l viso loro gran tempo, senza alcuna macchia, e che gli afflitti come fu Cristo fanno il contrario?». L’usanza di ritrarre Maria con le fattezze di quando aveva messo al mondo Gesù per significare che fosse «Figlia del suo stesso Figlio»? Cazzate. Guardate bene la Pietà, è proprio come dice Luc Templier. Anzi, se osservate bene la mano che Gesù lascia cadere sul panneggio della veste di Maria, riuscirete anche a vedere tra le dita la sigaretta che dopo una scopata è cosa santa. 

sabato 1 marzo 2014

[...]



Dopo aver sentito un gesuita dire che «dietro il pensiero casistico sempre c’è una trappola», manca solo Vattimo che dà del frocio a Socrate, e poi non resta che l’Apocalisse.


Fare per fare / 4



[«Prima di tirare le somme della nostra riflessione – dicevo – occorre ancora un altro paragrafo: quello che ci chiarisca il precipitato storico della personalizzazione della politica, dalle forme del culto della persona dell’autocrate al successo mediatico dell’impostore, nel ventaglio delle sue più comuni tipologie». Sarà il caso di rimandare per soffermarci in un inciso.]

L’ambiguità del termine Beruf, che è professione, ma pure vocazione, è carica, ma pure occupazione, potrebbe rendere un po’ scivolosa la lettura di Politik als Beruf (1918), ma Max Weber chiarisce subito: «lo stato è quella comunità umana che nei limiti di un determinato territorio esige per sé, e con successo, il monopolio della forza fisica legittima» e «chi fa azione politica [altri non è che chi] aspira alla partecipazione di [questo] potere o allinfluenza sulla sua ripartizione». Arbeit, né Werk, dunque, ma risposta a una chiamata (Ruf), che possiamo immaginare cogente come quella al sacerdozio o alle armi.
In tal senso, giacché  «lo stato consiste in un rapporto di dominazione di alcuni uomini su altri uomini, il quale poggia sul mezzo della forza legittima (vale a dire: considerata legittima)», la risposta alla chiamata inscrive nella logica che fonda una linea gerarchica di tipo religioso e/o militare e detta le regole della missione e della conquista. D’altro canto, e sempre in stretta analogia ai compiti che sono della milizia e/o dell’ordine religioso, cè un nesso tra mezzo e fine che dà ragione della «legittimità della dominazione» in forma di «giustificazioni intrinseche»: «anzitutto, l’autorità dell“eterno ieri”, ossia del costume, la cui stabilità è consacrata da una validità di antichissima data, fondata sulla consuetudine»; «in secondo luogo, l’autorità del dono di grazia personale di natura straordinaria (carisma), la dedizione assolutamente personale e la fiducia personale nelle rivelazioni, nel carattere eroico o in altre qualità di capo di un individuo»; e, «infine, la dominazione in forza della “legalità”, [...] e cioè in forza dellobbedienza fondata sulladempimento di doveri stabiliti da norme: una dominazione qual è quella esercitata dal moderno “funzionario statale”».
Weber non si serve dell’analogia che qui abbiamo proposto col servizio sacerdotale e con quello militare (ma potremmo anche prendere in considerazione quello che li unisce nellordine di tipo religioso-cavalleresco), dunque dovremo provare a saggiarne la validità in relazione alle  «giustificazioni intrinseche». Possibile? Senza alcun dubbio. Nella Politik als Beruf, infatti, ne abbiamo i corrispondenti, sia al vertice, sia alla base della piramide gerarchica. E nell’immagine che apre questo post offro cinque esempi che, al netto delle enormi differenze, declinano lo stesso paradigma.
              


venerdì 28 febbraio 2014

mercoledì 26 febbraio 2014

Fare per fare / 3

Nel secondo paragrafo di Fare per fare (Malvino, 24.2.2014) ho scritto che «l’apparente ineffabilità della relazione [tra l’impostore e i suoi “polli”] si scioglie nello spostare l’attenzione dall’offerta alla domanda» e che «la promessa di un interesse assai più alto di quello un promotore finanziario può ragionevolmente assicurare ai suoi clienti» trova il “pollo” in chiunque nutra l’«illusoria aspettativa d’inclusione» nella «pseudologica phantastica» (Helen Deutsch) che «l’impostore affida alla cifra simbolica della propria persona», come dispensatrice degli effetti dei suoi «poteri magici» (Max Weber): è per questo che ho parlato di un «doppio investimento», perché a quello che promette il lucro materiale (un incremento della cifra investita nel caso di un promotore finanziario, elevati utili aziendali nel caso di un manager, condizioni di vita migliore nel caso di un tribuno della plebe, ecc.) si sovrappone, per certi versi si sostituisce, quello che assicura al “pollo” un effetto di «legatura» all’impostore, equivalente del sortilegio che nelle pratiche magiche lega le sorti di mandante e mandatario. Occorre tuttavia spiegare donde nasca l’«illusoria aspettativa» cui facevo cenno, e trovare gli elementi che nel “pollo” siano il concavo di ciò nell’impostore sta nel convesso della sua impostura. E qui torna lassunto argomentato ne Il cosiddetto carisma (Malvino, 13.12.2012): «Grave errore, [...] quello di considerare il carisma come un dato oggettivo, incontestabilmente reale [...] Il carisma è un prodotto relazionale [...] Si dovrebbe smettere di considerarlo come una sorta di grazia della quale un leader può essere dotato o meno, ma una sorta di disgrazia nella quale incorrono quanti si fanno seguaci di un leader dalla personalità severamente disturbata».
Robert Cialdini (The Psychology of Persuasion, 1984) individua in sei attributi l’armamentario tattico dell’impostore: (a) l’ingegno nel darsi veste di autorità; (b) l’abilità nel riprodurre un ingannevole rapporto di congrua reciprocità tra offerta e domanda; (c) l’essere in grado di dare all’offerta una preziosa dote di peculiarità che la renda rara o addirittura unica; (d) il saper attribuire all’adesione un carattere di riprova sociale d’un qualche prestigio; (e) la capacità di acquisire gradi crescenti di adesione come tributi di coerenza ad un iniziale impegno di pur scarso valore; (f) la capacità di creare un simpatetico medium comunicativo. Non è affatto difficile individuare le debolezze del “pollo” che esaltano queste doti nellimpostore, né è difficile immaginare gli scenari entro i quali queste debolezze vengono evocate e accentuate: occorre solo aver fatto tesoro della lezione della psicosociologia di scuola anglosassone (Richard T. Lapiere, Collective Behavior; Kimball Young, Social Psychology; Neil J. Smelser, Theory of Collective Behavior). 
Chiarita la natura della «legatura» tra impostore e “polli”, possiamo passare a considerare  i caratteri che assume quando  l’impostura ha per oggetto una massa, e qui può tornarci utile lanalisi di ciò che Nello Barile ha definito  «neototalitarismo» (La mentalità neototalitaria, 2008), che in buona sostanza è la militarizzazione delle pratiche di mimesi e di seduzione. La conquista non è di uno spazio pubblico che viene egemonizzato per esclusione o marginalizzazione del diverso, ma per espropriazione della sua diversità, che l’impostore incorpora senza che questa generi elemento di rottura nella narrazione mitopoietica dei suoi  «poteri magici»: «Il verbo neototalitario consiste nella volontà di affermare il proprio punto di vista impossessandosi di quello dell’altro in una sommatoria di comportamenti contraddittori […] La mentalità neototalitaria non contraddistingue colui che esclude l’altro ignorandolo, né chi lo include assoggettandolo, ma è propria di colui che esclude l’altro attraverso l’emulazione». Siamo così allinversione del paradigma che faceva del totalitarismo politico del Novecento un progetto di reductio ad unum così ben illustrato nel celeberrimo passo del discorso che Pio XI tenne il 18 settembre 1938, ribadendo la legittimità della pretesa che il cattolicesimo opponeva agli usurpatori: «Se c’è un regime totalitario, totalitario di fatto e di diritto, è il regime della Chiesa, perché l’uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, dato che l’uomo è creatura del Buon Dio. E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei diritti di Dio, non è che la Chiesa».
Con la «mentalità neototalitaria», la conquista dellegemonia politica e culturale rinuncia ai massacri: al terrore subentra la fascinazione. Non per questo, tuttavia, vengono meno i rischi per chi se ne fa attore. Basti comparare ciò che il generale Raffaele Cadorna scrisse in epitaffio al Ventennio: «È la solita folla che alterna l’“Osanna!” al “Crucifige!” e che tende ad attribuire a uno solo le proprie fortune o le proprie sciagure. Chi la trascina e la esalta, accarezzandone gli istinti ed eccitandone le passioni, la vedrà delirare nell’ora del successo, ma se la ritroverà davanti, inesorabile e spietata, al momento del disastro» (La riscossa, Rizzoli 1948), con ciò che Manfred Kets de Vries ha scritto sul destino che incombe sullimpostore: «Se c’è un aspetto su cui la letteratura non solo concorda, ma è unanime, è proprio che essere leader significa o richiede innanzitutto di dimostrare di avere una visione. La visione non di rado coincide con il sogno (“ho fatto un sogno…”) là dove la leadership si salda al carisma: la leadership carismatica è la leadership di un grande sogno che si insegue, che si vuole realizzare e che per molti aspetti è alto nella scala dei valori, alto nella scala delle difficoltà, alto nella fedeltà che richiede. Il sogno nella relazione con chi è sotto diventa così il vero profondo motivo psicologico delle vicissitudini della relazione di potere. In questo senso a sognare si è in due: il capo e i suoi gregari, tutti ugualmente coinvolti ad alimentare, a inseguire il sogno, a rispecchiarsi in esso: un sogno a due, un bi-sogno. Evidentemente così forte da potersi trasformare in illusione, autoinganno, fuga dalla realtà. La caduta del sogno, l’aprire gli occhi sulla realtà per quella che è, la delusione più grande della leadership, la sua fine, molto spesso proprio per questo violenta e distruttiva, è la vendetta per un sogno tradito» (Essays on the Psychology of Leadership, 1993).
Ma prima di tirare le somme della nostra riflessione occorre ancora un altro paragrafo: quello che ci chiarisca il precipitato storico della personalizzazione della politica, dalle forme del culto della persona dellautocrate al successo mediatico dellimpostore, nel ventaglio delle sue più comuni tipologie.

lunedì 24 febbraio 2014

Si fidino, siore e siori, si fidino!



Fare per fare / 2


Sarebbe ingenuo, prima che ingiusto, considerare Matteo Renzi un avventuriero con straordinarie capacità di impostura. Com’è stato per Silvio Berlusconi, è piuttosto da intendersi come sintomo di una patologia, e della stessa patologia, come vedremo, ma ad uno stadio notevolmente più avanzato. Come non è dato impostore, infatti, senza platea di gonzi che ne esprima il bisogno, ancorché inconscio, legato all’illusoria aspettativa d’inclusione in quella narrazione che Helen Deutsch ha definito «pseudologica phantastica» (Neuroses and Character Types, 1965), allo stesso modo non è dato carisma, weberianamente intenso come «qualità della personalità di un individuo, in virtù della quale egli si eleva sugli uomini comuni ed è trattato come uno dotato di qualità soprannaturali, sovrumane, o quanto meno specificamente eccezionali, non accessibili alle persone normali» (Wirtschaft und Gesellschaft, 1922), che non sia espressione di un investimento emotivo che tende ad acquisire i benefici effetti di una «grazia» (χάρις): in entrambi i casi, l’apparente ineffabilità della relazione si scioglie nello spostare l’attenzione dall’offerta alla domanda. Nella promessa di un interesse assai più alto di quello un promotore finanziario può ragionevolmente assicurare ai suoi clienti c’è sempre la richiesta di un doppio investimento che in buona parte è sui suoi «poteri magici» (Max Weber, ibidem): tale domanda trova ineluttabilmente adesione nel bisogno di essere toccati da questa «magia», della quale si presume esser fatti degni dall’atto di fede alla narrazione che l’impostore o il leader carismatico affidano alla cifra simbolica della propria persona, che si offre come fattore «legante». E non è un caso, infatti, che il termine «legatura» ricorra nelle pratiche magiche come sinonimo di sortilegio che implica mandante e mandatario.
Lo straordinario caso di Silvio Berlusconi, che mostra la natura di questo vincolo pattizio anche nei suoi effetti residuali, laddove la «magia» si è rivelata deludente per oltre un terzo della platea che aveva sottoscritto il mandato, si offre come paradigma di questo meccanismo di fidelizzazione, e trova le ragioni che ne hanno reso possibile la parabola non già nella sua persona, o comunque non solo, ma innanzitutto nelle aspettative di quello che per una lunga stagione è stato un vero e proprio blocco sociale, la risultante di un profondo mutamento della società italiana. Per dirla in altro modo, la tv di Silvio Berlusconi non ha creato ex novo dei bisogni, ma li ha solo liberati dalla rimozione che li traduceva in nevrosi, sicché è stato facile, per chi si offriva come «liberatore», accreditarsi come più genuina espressione di un profondo che esigeva legittimazione. È così anche per Matteo Renzi, ma in uno stadio ulteriore di questo venir meno della denevrotizzazione del rimosso, che denota una palese tendenza all’ingravescenza della peraltro cronica incapacità degli italiani ad assumersi responsabilità. Questo, d’altronde, è il motivo per cui la personalizzazione della politica, che è orientamento cui solitamente inclina la democrazia nelle sue più gravi crisi, in Italia assume ancora e ancora le fattezze dell’Uomo della Provvidenza, quelle del decisionista le cui decisioni nascono da un cieco senso della volontà, dell’innovatore che rappezza il vecchio in patchwork neanche tanto originali, del rivoluzionario che ha per orizzonte un rimpasto del presente. Non è un caso che da trentanni non si abbia idea di Rinascita, che non debba dirsi in debito con la profetica visione di Licio Gelli.        

domenica 23 febbraio 2014

Fare per fare

In questi ultimi giorni ho ascoltato, in gran parte riascoltato, gli interventi coi quali Matteo Renzi ha chiuso le quattro edizioni della Leopolda [(2010) 1, 2, 3, (2011) 4, (2012) 5, (2013) 6], tutte le interviste televisive di più ampio respiro che ha concesso dal 2008 ad oggi [(Le invasioni barbariche) 7, 8, 9, 10, 11, (Che tempo che fa) 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, (Ballarò) 19, 20, (In mezz’ora) 21, 22, (Porta a porta) 23, (Otto e mezza) 24, 25, 26, 27, 28, (Virus) 29, 30], tutto ciò che ha detto nel corso dei confronti televisivi tenutisi in occasione delle primarie del 2012 per la candidatura a premier [(Raiuno) 31, 32, 33, 34, 35, 36] e di quelle del 2013 per la segreteria del Pd [(Sky Tg24) 37] e una dozzina di suoi discorsi, per lo più tenuti nell’ultimo anno, in occasione di comizi elettorali e riunioni di partito [38, 39, 40, 41, ecc.], per un totale di circa 42 ore, una vera e propria full immersion nel suo vacuo scilinguagnolo, dalla quale sono riemerso senza essere riuscito a cogliere traccia, non già di una Weltanschauung renziana, nella quale d’altronde non contavo di imbattermi, ma neppure di un suo pur vago progetto di società, e non dico di un progetto originale, ma renziano anche solo per scopiazzatura, sicché mi sembra di poter concludere in serena coscienza che, dietro la mimica da personaggio di cinepanettone e le battute da piazzista di biancheria intima in lycra, in Matteo Renzi c’è il grado zero della politica intesa come idea di polis e che, dunque, lo stato delle cose che trova sintesi d’immagine nel suo arrivo a Palazzo Chigi consente di disertare ogni valutazione di merito su un eventuale orizzonte strategico in cui sia ragionevole pensare la linea politica del suo esecutivo: ammesso e non concesso che il suo governo riesca a tracciarne una che non sia la mera risultante delle resistenze interne ed esterne che si opporranno al suo velleitarismo, è impossibile immaginarne un’articolazione, quindi è del tutto inutile intrattenerci a ipotizzarne la direttrice. Sarà un fare per fare, nel tentativo di durare per durare. 

venerdì 21 febbraio 2014

E qui ho lasciato


Comincio a scrivere:

Serracchiani arriva ad insinuare che Barca sarebbe affetto da una stravagante forma di mitomania: dietro al rifiuto di entrare nell’esecutivo di Renzi malcelerebbe l’inconscia, ma forse neanche tanto inconscia, smania di entrarvi, tanto più prepotente quanto più denegata. Miserevole rivalsa sul severo giudizio che l’economista ha espresso nel colloquio telefonico col finto Nichi Vendola de La Zanzara, ma almeno le sue guanciotte hanno un pur lieve accenno al rossore, e l’evidente imbarazzo nel ferire il piano buonsenso, in buona misura, l’assolve.
Altro discorso per Adinolfi: con l’insuperabile faccia di corno che è il suo tratto peculiare, dice che a uscire a pezzi dalla telefonata non è Renzi, ma Barca, che sarebbe «la sinistra da dimenticare», «una sinistra sostanzialmente vanesia e velata di ipocrisia, che vede con terrore l’avanzata della giovane leadership e prova ad esorcizzarla con la maldicenza, condendo il tutto con l’invenzione del complotto plutocratico teso a minare la virtù del duro e puro».
Niente a gratis, ovviamente, perché Adinolfi mette sempre all’incasso ogni sua sfrontatezza, e poco importa se spesso non ne abbia a ricavare quanto era nel calcolo: difettando di ogni senso del ridicolo, riesce a trovare gratificazione anche dalle peggiori figure di merda, prontamente rubricate in curriculum vitae al capitolo delle nobili battaglie cui er monno ’nfame ha negato la vittoria.
È che di giorno in giorno diventa sempre più difficile che il cerchio magico ormai consolidatosi attorno al segretario del Pd lo accolga in seno, e allora occorre che l’offerta dei suoi servigi sia oltremodo generosa, accompagnata dalla promessa di una fedeltà che in lui non troverebbe alcun intralcio da importuni scrupoli morali: in pratica Adinolfi si offre pure per i lavoretti sporchi, basta che in cambio  gli si dia almeno l’opportunità di un provino per la parte di consigliere del Principe...

Mi fermo un attimo. Mi chiedo: sto scrivendo un post su Adinolfi, il mio lettore me lo perdonerà? E allora metto da parte il foglio e ne prendo un altro:

L’uomo di scienza non si sottrae all’attenta osservazione di ciò che causa disgusto anche al fuggevole sguardo dell’uomo comune, e al moto propulsivo che regola l’avanzamento delle feci nell’intestino crasso, alla formazione dell’essudato nell’ozena purulenta, alle variabili delle fratture scomposte che negli incidenti automobilistici esitano dall’impatto del massiccio faciale contro lo specchietto retrovisore, agli insetti che accompagnano le fasi della putrefazione cadaverica, eccetera, riesce a dedicare la stessa premurosa cura che un maestro d’ikebana pone nell’allestimento d’una composizione floreale. Tanto mi auguro basti a dar ragione dell’intento meramente scientifico che mi muove a parlare di Mario Adinolfi, e stia a mo’ d’avvertenza per il lettore dallo stomaco delicato.
Adinolfi scodinzolava già da qualche tempo attorno a Renzi, quando all’indomani della sconfitta che questi riportò nei confronti di Bersani al ballottaggio delle primarie del 2012 ebbe l’improntitudine di avanzare la pretesa di un ministero nel caso in cui il centrosinistra avesse vinto le Politiche del 2013. In quota renziana, ovviamente, e dopo che Renzi aveva già esplicitamente rifiutato di voler mettere all’incasso il 40% ottenuto contro il 60% di Bersani. Riuscì ad ottenere solo un «va’ a cagare» da Bersani, per giunta imbarazzando Renzi, trovandosi così dapprima escluso dalle liste elettorali del Pd e poi anche da quelle di Monti, presso il quale si era precipitato a scodinzolare, sperando gli si buttasse un osso. Nisba, e sì che aveva tentato un aggancio perfino col M5S: ohilà, ragazzi, non è per dire, ma nel 2001 ho messo su una cosetta che si chiamava Democrazia Diretta, in pratica sto a Grillo come San Giovanni Battista stava a Gesù. Neanche un «va’ a cagare», qui. Non restava che rassegnarsi, aspettare tempi migliori, ammazzare il tempo con qualche provocazione omofoba sui social network, il poker, qualche comparsata in tv…

Mi fermo ancora e mi chiedo: ma ti ha dato così tanto fastidio quel post su Barca? Evidentemente, sì. Ma al punto di sentirti in dovere di rammentare chi sia Adinolfi? E qui ho lasciato.  

lunedì 17 febbraio 2014

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Avere un figlio piccolo regala l’opportunità di fare scoperte di rara bellezza che altrimenti rimarrebbero sepolte per sempre nella nostra ignoranza.

[...]


Qualche giorno fa, Bergoglio ha incontrato la delegazione dell’American Jewish Committee e ieri L’Osservatore Romano ha pubblicato il testo del discorso che ha tenuto in quell’occasione. Niente di eccezionale, le solite carinerie che da qualche decennio i pontefici spalmano su secoli e secoli di feroce antigiudaismo. Tra queste, la più ruffiana: gli ebrei sarebbero i «fratelli maggiori» dei cristiani.
Ora, si dà il caso che le brutture della cronaca politica italiana mi costringano a distogliere lo sguardo dalle miserabili panzane che in questi giorni vanno accreditando come soluzione emergenziale quello che di fatto è un colpo di stato strisciante. Lascio, dunque, a chi ha stomaco più forte del mio, e lodevole fiducia nel fatto che dimostrarne la fallacia possa neutralizzarle (io ho miei dubbi, gli italiani sono in gran parte stupidi e in fondo un Renzi, dopo un Berlusconi, lo meritano), per dedicarmi a una panzana assai più grossa, e che per giunta gode di gran credito: che gli ebrei sarebbero «fratelli maggiori» dei cristiani.
Panzana che trova basi solide su un assunto che anche autorevoli studiosi danno per scontato, e cioè che tra il I e il II secolo dell’era volgare l’ebraismo avrebbe subìto uno scisma: i cristiani sarebbero gli scismatici che abbandonarono l’antica fede per fondarne una nuova, tuttavia ramo di quel tronco. Bene, le cose non stanno affatto in questo modo: né l’ebraismo è così «antico», né il cristianesimo è così «moderno», come abitualmente si ritiene. Del tutto errato, dunque, concepire il dissidio che tra di essi si consumerà per oltre quindici secoli, dalle Homiliae contra Iudaeos di Giovanni Crisostomo alle pagine de La Civiltà Cattolica a cavallo tra XIX e XX secolo, in termini di «superamento», come vorrebbero i cristiani, o di «tradimento», come vorrebbero gli ebrei.
Nel II secolo, quando ormai il cristianesimo ha assunto già buona parte dei suoi caratteri distintivi, l’ebraismo non è affatto la religione dell’Antico Testamento, ma il risultato di ciò che ha prodotto la riforma rabbinica del I secolo, che ha corso parallelo a quella che dall’antica fede porta al cristianesimo, nel quale molti elementi ne continuano ad essere presenti. In sostanza, la nascita dell’ebraismo (così come è oggi) è coeva a quella del cristianesimo: sono due rami dello stesso tronco, dal quale si dipartono nello stesso arco di tempo. Ma c’è di più, perché nel cristianesimo persistono alcuni elementi che la riforma rabbinica del I secolo espunge dall’antica fede: né il cristianesimo, dunque, è così «rivoluzionario» come si dà per inteso dietro sua pretesa, né l’ebraismo che conosciamo noi esisteva ancora ai tempi di Cristo, e dunque non è così «tradizionale» come pretende di darci a intendere.
È che con la distruzione del tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C., si ebbe la chiusura di un arco storico – quello che appunto è relativo al cosiddetto «Giudaismo del Secondo Tempio» – nel quale si fa davvero fatica ad individuare un’ortodossia di fede tra le numerose correnti di pensiero che orbitano nella galassia giudaica (sadducei, farisei, zeloti, esseni, samaritani, battisti, ecc.), e in fondo Cristo non è che il fondatore di una nuova setta in questo variegato contesto, come d’altronde più che ampiamente documentato negli Atti degli Apostoli: fino al 70 d.C. i seguaci di Cristo sono considerati membri di una delle tante sette giudaiche, dai membri delle altre sette e dai pagani, ed essi stessi si considerano tali.
Cade così l’assunto che il cristianesimo abbia radici nell’ebraismo così come lo conosciamo oggi, per il semplice fatto che questo ebraismo non esisteva ai tempi di Cristo. Tanto meno l’assunto regge dopo il 70 d.C., con la nascita di questo ebraismo, che è soltanto, al pari del cristianesimo, un prodotto della riforma del vecchio, che d’altronde è solo quanto dal Primo al Secondo Tempio è venutosi a sedimentare in un corpo dottrinario assai poco univoco, e nel quale si distinguono tre prevalenti tendenze (quella sadducea, quella farisea e quella essena) che per lungo tempo troveranno modo di convivere senza troppe difficoltà.
Qui, allora, si pone la questione: da quale di questi filoni Cristo prende le mosse per la sua riforma dell’ebraismo che andrà in divergenza con quella rabbinica? L’ipotesi di un Gesù esseno, scartata dopo il ritrovamento dei Manoscritti di Qumram, è da riprendere in considerazione dopo la scoperta che a scriverli furono membri di una comunità assai esigua in ambito esseno, quasi certamente in dichiarato dissidio con la gran parte degli esseni, e su un punto fondamentale, cioè il rapporto tra Dio e il Male. A differenza del gruppo che si ritirò sulle sponde del Mar Morto, la comunità essena traeva le proprie convinzioni sul punto da quanto andò a confluire, tra il IV e il I secolo a.C. nel Libro di Enoch, che non a caso non trova alcuna eco nei testi di Qumram ed è considerato apocrifo anche dagli ebrei che seguirono la riforma rabbinica.
Bene, basta leggere il Libro di Enoch per trovarvi spiegazione di più d’uno di quei punti oscuri che sono sparsi nei Vangeli, soprattutto quelli in relazione a massime che escono dalla bocca di Gesù: volendone negare il tributo che devono alla tradizione enochica, com’è d’obbligo per chi deve presentare il cristianesimo come inedita «rivoluzione», si è costretti a inverecondi salti mortali, mentre a cercarne spiegazione nel Libro di Enoch, soprattutto nelle due prime sezioni (Libro dei Vigilanti e Libro delle Parabole), di cui da qualche tempo abbiamo prova che in origine fossero stesi in aramaico, tutto si scioglie e il Padre di cui parla Gesù trova pieno riscontro. Così col senso che il cristianesimo darà alla personificazione del Male. Così col senso che il cristianesimo darà al Regno dei Cieli. In pratica, Gesù si limita allo scandalo del porsi a nodo tra Figlio dellUomo e Figlio di Davide, e in fondo pagherà solo per questo con la vita. Un libro, quello di Enoch, che così è sottratto ad ogni attenzione: per gli ebrei  «riformati» è materiale inservibile, per i cristiani è una placenta da divorare.  
Altro che «rivoluzione», il cristianesimo è di derivazione enochica come l’ebraismo nella forma che conosciamo (quella che deve il massimo contributo alla riforma di rabbi Yehudah HaNasi) è di derivazione sadducea. Altro che «fratelli maggiori» e «fratelli minori», si tratta di due gemelli eterozigoti partoriti dalla stessa grande crisi che nel I secolo travolge il «Giudaismo del Secondo Tempio».  


Vabbe’, era per dire



La logica che affida la memoria alle scansioni temporali periodiche che sono diventate d’uso corrente mi è sempre parsa – insieme – coatta e arbitraria, perciò detesto le ricorrenze date dai multipli di quei segmenti cronologici – anni, decenni, secoli, ecc. – che in fondo, senza neanche farne troppo mistero, pretendono di conferire un valore alla durata, secondo la gerarchia che dall’istante sale fino al millennio. A mio modesto avviso, invece, la durata non ne ha alcuno. La persistenza di ciò che si tiene in vita – fosse pure in quella particolare forma di vita che è surrogata dalla memoria – non ha, infatti, altro merito che l’essersi data – spesso senza volerlo, sennò con una volontà che sta sempre a un passo dal fine – la forma dell’approssimazione all’eterno, e cioè l’ipocrisia (qui intesa in senso letterale, come infedele rappresentazione) della resistenza. Per quanto piccola possa essere, questa porzione di eterno che si rosicchia alla morte o all’oblio pretende un riconoscimento di durata che le scansioni temporali periodiche segnano come traguardi di una corsa che si dà per infinita, sicché direi che col festeggiare un compleanno o commemorare un centenario tifiamo per la tartaruga contro Achille, e diamo fiducia al fatto che la sfida abbia un senso. A me questo è sempre parso assurdo, né ho trovato mai una spiegazione convincente al perché – farò un esempio che solleverà più di unobiezione, ne son certo –  le 83 annate de La Settimana Enigmistica dovrebbero avere un valore superiore alle 3 di Acéphale, e cioè il valore di quella durata che in fondo sta solo nel cercare e trovare i mezzi per durare. Di mezzo dev’esserci senza dubbio il valore che diamo alladattabilità allambiente, ma questa non implica una duttilità che ineluttabilmente modifica i caratteri di chi aspira a resistere? Cosa persiste, quando persiste? Non ciò che voleva persistere: persiste la sua sola volontà di persistenza, sennò il suo persistere oltre la sua volontà. In pratica, si muore di traguardo in traguardo: solo l’effimero ha il diritto di dirsi vivo, finché può. 

Vabbe’, era per dire che a marzo Malvino compie dieci anni, che in questi ultimi mesi ho riletto i suoi 11.451 post e che è bastato a farmi passare del tutto la già poca voglia di festeggiare.