lunedì 1 febbraio 2016

Non ci si può aspettare una risposta accettabile


Qualche settimana fa ho riportato su queste pagine una frase tratta dalle conversazioni di don Luigi Giussani con Robi Ronza raccolte da Jaka Book in un volume dato alle stampe nel 1987: «La realtà del rapporto uomo-donna – diceva il pretino – trova compimento nellesperienza coniugale e ha sostanziale funzione di arricchire di figli la Chiesa». Se a darci il raccapriccio, qui, è il fine ascritto alla procreazione, perché giocoforza evoca lo sprone a figliare per far più forte la Patria, che è tratto comune di ogni regime totalitario, a darcelo riguardo al modo in cui andrebbe correttamente inteso il mezzo è il passaggio tratto dallintervento tenuto da Massimo Gandolfini alla kermesse del Circo Massimo qui sopra riportato, che il tono categoricamente assertivo non basta a rendere meno grottesco di un «non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio».
Dinanzi alle affermazioni di Giussani e di Gandolfini, che in combinato disposto ci danno una sintetica ma esaustiva sinossi della dottrina morale della Chiesa su quanto attiene a sesso, procreazione, matrimonio e famiglia, mettere al mondo un figlio per mero capriccio acquista unenorme dignità, ancor più se a fronte di ostacoli che richiedano limpiego di pratiche contro natura, mentre il coito ad esclusivo fine edonistico, ludico o ricreativo libera il sesso dallavvilente giogo che lo riduce a una pratica del tutto impersonale, da officiare come una liturgia.
Questo, ovviamente, laddove si voglia rigettare la dimensione creaturale dalla quale a un maschio e a una femmina non resti altro che elevare lode al Dio di Giussani e di Gandolfini. E se appunto è questa la scelta di un cittadino italiano? Resta ancora nella libertà di un individuo rigettare il magistero della Chiesa o è d’obbligo recepirlo? Se è il nucleo dottrinario che sta nelle affermazioni di Giussani e di Gandolfini a dare fondamento al modello antropologico cristiano, perché le leggi di uno stato non confessionale dovrebbero recepirlo disconoscendo il valore di famiglia, con tutto quanto ne consegue, alle unioni che esprimono un modello alternativo? Non ci si può aspettare una risposta accettabile: come sempre quando si viene alla resa dei conti coi prepotenti, la soluzione è nello scontro, costi quel che deve costare.

sabato 30 gennaio 2016

Si mandi in pagina

«Quale esiste nelle nostre società, la famiglia coniugale non è lespressione di un bisogno universale, né è inscritta nelle radici della natura umana: è una soluzione intermedia, uno dei possibili stati dequilibrio tra formule che ad essa si oppongono, e che altre società hanno effettivamente accettato».
Chi sarà mai sta bestia che osa mettere in discussione la trascendenza della famiglia tradizionale? È presto detto: si tratta di Claude Lévi-Strauss.
Se stamane avete letto Il Foglio, sono certo che vi chiederete se per caso non si tratti di un omonimo del Lévi-Strauss cui Antonio Gurrado ha attribuito la «formidabile arringa in favore della “famiglia naturale”» che ha pensato di poter cavare da La famiglia (ne Lo guardo la lontano, il Saggiatore 2010). No, si tratta dello stesso Lévi-Strauss. Un po manipolato, diciamo, ma questo non dovrebbe far troppo scandalo, in fondo stiamo parlando di un articolo pubblicato su Il Foglio, per giunta a firma di chi qualche tempo fa provò a rifilarci un «Voltaire cattolico» (Lindau, 2013), e poco mancava che «écrasez l’infâme» diventasse il motto da apporre sotto la statua della Vergine che col piede schiaccia il Serpente, tutto a partire da un «grazie a Dio, sono buon cattolico» palesemente ironico (Proscritto al Trattato sulla tolleranza).
Stavolta? Una robina senza troppe pretese: Gurrado dà valore di domanda retorica a una domanda che non l’ha per niente. «Se l’universalità della famiglia non è effetto di una legge naturale, come si spiega che la si trova dappertutto?»: isolandola da ciò che viene prima e ciò che viene dopo, nel testo, torna buona ad attribuire a Lévi-Strauss esattamente il contrario di quanto afferma; e comunque, come vedremo, per «famiglia» non si intende affatto «famiglia tradizionale» (intesa come relativa alla tradizione delloccidente cristiano).
Già lassunto di partenza tende a scoraggiare ogni tentazione a postulare un modello ideale cui la natura tenderebbe per sua intrinseca tendenza: «Sarebbe un errore addentrarci nello studio della famiglia con spirito dogmatico». E infatti: «Quando si ripercorra limmenso repertorio delle società umane su cui abbiamo informazioni, tutto quello che si può dire è che la famiglia coniugale vi è frequentissima, e che, dove essa sembra mancare, si tratta in generale di società molto evolute, e non, come ci si sarebbe potuto aspettare, delle più rudimentali e semplici. Peraltro, tipi di famiglie non coniugali esistono; e basta questo per convincerci che la famiglia coniugale non proviene da una necessità universale».
Come si può fare di Lévi-Strauss un testimonial per il Family Day? Impossibile. Impossibile da usare per spacciare la «famiglia tradizionale» come modello superiore. Impossibile da usare per sostenere la tesi che i modelli alternativi ad essa siano «contronatura». Ma impossibile da usare pure per dimostrare che il principio coniugale possa necessariamente realizzarsi tra persone di sesso diverso. Ed ecco, allora, che dopo un ampio ventaglio di modelli familiari quanto mai distanti dalla «famiglia tradizionale», si arriva a ciò che consiglia di tenere Lévi-Strauss a debita distanza dal Circo Massimo: «Per quanto strani ci appaiano, questi matrimoni tengono ancora conto della differenza dei sessi, che ai nostri occhi è la condizione essenziale (per quanto le rivendicazioni degli omosessuali comincino a contestarla) per la fondazione di una famiglia. Ma in Africa donne dalto rango avevano spesso il diritto di sposare altre donne, ingravidate da amanti autorizzati; la nobildonna diventava padre legale dei figli».
Ma Gurrado non si limita a questo: scrive che per Lévi-Strauss la famiglia è «fenomeno praticamente universale» (anche qui lasciando intendere che per «famiglia» sia da intendersi «famiglia tradizionale») per sostenere che debba necessariamente ritenersi fondata «sull’unione più o meno duratura, ma socialmente approvata, di due individui di sesso diverso che fondano una convivenza, procreano e allevano figli». Bene, questa definizione è solo quella che Lévi-Strauss pone in antitesi a quella di una «famiglia quale si osserva nelle società moderne» come «fenomeno relativamente recente, frutto di unevoluzione lunga e lenta», per dire che in entrambi i casi si tratta di «posizioni estreme» che «peccano per semplicismo».
Sì, vabbè, ma chi volete che vada a controllare cosa davvero abbia scritto Lévi-Strauss? Si mandi in pagina. 


[Si ringrazia Urzidil per la revisione.]

In difesa della tradizione





giovedì 28 gennaio 2016

[...]

Il trapezista, il lanciatore di coltelli, la contorsionista, ovviamente lelefante, e poi lo sputafuoco, la scimmietta che sa far di conto, l’illusionista... Numeri che da ventanni strappano lapplauso a grandi e piccini, ma è quello dei pagliacci ad essere da sempre il top del barnum fogliante.
Oggi, ad esempio, cera davvero da pisciarsi addosso allo sketch dun bagonghi seduto sulle spalle di un gigante del conservatorismo: «I fautori delle nozze gay e delle unioni civili – strillava schizzando lacrime da due tubicini collegati a una pompetta – sono animati dagli stessi principi cardine che avevano spinto all’azione più o meno sanguinaria i loro precursori – i giacobini – che al posto della bandiera arcobaleno sfoggiavano la coccarda tricolore».
Numero spassosissimo, senza dubbio, ma si poteva anche far meglio col richiamo alla comune radice di «culattone» e «sanculotto»

Un punto a favore del marmo

Sul caso delle statue impacchettate per non turbare lospite in turbante, penso sia utile segnalare il confronto avutosi ieri, a Laria che tira, tra Alessandro Giuli e Matteo Colaninno: mentre il primo definiva inescusabile la premura nei confronti della sessuofobia che è di tutti i fanatismi religiosi, e molto appropriatamente rammentava la furia iconoclasta dei primi cristiani contro i nudi dellarte pagana, sebbene ancor più appropriato sarebbe stato rammentare i braghettoni di Daniele da Volterra ai nudi del Giudizio Universale, il secondo respingeva la contestazione – anche abbastanza infastidito, occorre dire – esortando a porre lattenzione sul fatto che fosse in gioco una partita da 17 miliardi di dollari, e che dunque nessuna premura fosse da ritenere eccessiva, con ciò lasciando nel retrogusto della sua affermazione un che di tremontiano, qualcosa del tipo «fossero saltati gli accordi, ce mangiavamo du’ zinne de marmo?».
Lo scambio avveniva poco prima che da Palazzo Chigi fosse licenziata la nota ufficiale che declinava ogni responsabilità dellaccaduto, scaricandola sugli addetti al Cerimoniale di Stato, che di lì a poco lavrebbero rimpallata agli uffici del Consiglio dei Ministri. Quella di Colaninno, in sostanza, sarebbe in breve diventata una cazzuta excusatio non petita in nome e per conto di un esecutivo che presto avrebbe mostrato di non avere alcuna intenzione di sottoscriverla. Riaprendo la vecchia polemica rinascimentale su quale materiale abbia il primato nel rendere al meglio una figura, un punto a favore del marmo (del Museo Capitolino) sul bronzo (della faccia di Colaninno).  

martedì 26 gennaio 2016

Fatte le debite proporzioni



Quali differenze ci siano tra l’Iran e la Città del Vaticano, lo so di mio, non c’è bisogno che me le rammentiate, fatto sta che in entrambi i casi siamo dinanzi a quella che tecnicamente è una teocrazia. Sì, la forma di governo non è affatto simile, ma è perché l’Iran è una repubblica presidenziale e la Città del Vaticano è una monarchia assoluta, ma in fondo, via, in entrambi i casi il potere politico sta in mano ad una autorità religiosa. Anche qui con qualche differenza? Senza dubbio. In Iran, infatti, almeno formalmente, il legislativo e l’esecutivo spettano ad organi eletti dal popolo, anche se poi è la Guida Suprema, oggi rappresentata dall’ayatollah Khamenei, ad avere su di essi il pieno controllo; nella Città del Vaticano, invece, fanculo all’ipocrisia, al Papa è data «potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente».
Non mi sfuggono neppure altre due o tre differenze, che pure sono di grande importanza. In primo luogo, l’Iran è una teocrazia dal 1979, anno in cui la rivoluzione islamica portò al potere incontrastato dell’autorità religiosa, allora rappresentata dall’ayatollah Khomeini, sulla vita di oltre 77.000.000 di abitanti, mentre il processo che ha portato all’unità d’Italia ha tolto allo Stato Pontificio un bel po’ di territorio, relegandone la sovranità in meno di mezzo chilometro quadrato, abitato da meno di 1.000 anime (ammesso e non concesso che ogni cittadino della Città del Vaticano ne possegga una). Del tutto comprensibile, dunque, e questo è solo un esempio, che le forze armate iraniane contino 945.000 unità, mentre il papa ha solo 110 guardie svizzere.
In secondo, in terzo e in quarto luogo, non mi sfugge neppure quanto consegue dalla disparità di quello che potremmo definire – lato sensu – il potere temporale in capo all’una e all’altra autorità religiosa, che è enorme in Iran, dove la Guida Suprema se lo tiene bello stretto, cosa di cui il Papa non si è dimostrato capace, facendo, seppure a gran fatica, di necessità virtù l’esserselo fatto strappare. Quando (e se) questo accadrà anche in Iran, probabilmente avremo una replica di quanto è accaduto in Italia, quasi certamente rispettando la sequenza: raffiche di scomuniche, non expedit, poi expedit, e via con un cordiale concordato.
In sintesi, potremmo dire che lIran è una teocrazia in ottima salute, e perciò ganza e spaccona, mentre quella del Papa è una teocrazia un po sfigata, che un tempo non era poi da meno nello sbarazzarsi di pervertiti e apostati, nemici esterni e oppositori interni, ma di quel passato conserva ormai solo una struggente e inconfessabile nostalgia, pudicamente trattenuta in un assai ben compresso «vorrei ma non posso».
È per questo che, fatte le debite proporzioni, se si bacia la mano al Papa, si può tranquillamente stringerla a Rouhani. 

Ridotta veramente male, non c’è che dire

Quando Camillo Ruini esortò i cattolici italiani a disertare la chiamata referendaria del 12 e 13 giugno 2005, il calcolo – poi rivelatosi azzeccato – era che il quorum non fosse raggiunto e che la legge n. 40 del 19 febbraio 2004 non fosse abrogata. Per quanto sottoposta a limiti così pesanti da renderla un percorso ad ostacoli, la fecondazione assistita non era tuttavia vietata da quella legge, che infatti allart. 1 recita: «Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita», venendo così a confliggere in modo irricomponibile col dettato che definisce «moralmente inaccettabile» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2377) il ricorso a qualsiasi tecnica di inseminazione artificiale. Sembrò che la Cei si spendesse in difesa di un principio, mentre in realtà lo sacrificava con grande disinvoltura, per uscire vincitrice da una prova di forza che era tutta politica. Se, infatti, «vi sono comportamenti concreti che è sempre sbagliato scegliere, perché la loro scelta comporta un disordine della volontà, cioè un male morale» (ibidem, 1761) – e in questa fattispecie cade il ricorso a pratiche procreative diverse da quelle naturali – la politica è pratica di compromesso che non di rado costringe il principio entro i limiti del possibile.
Così accade con le unioni civili: tutte le dichiarazioni che in questi giorni sono licenziate dai vari gradi della gerarchia ecclesiastica, e che per la gran parte dei commentatori sono il legittimo esercizio del magistero sulle coscienze dei fedeli, sono in grave difetto – soprattutto omissivo, ma non solo – rispetto a quanto la dottrina morale cattolica afferma come inderogabile. Nella difesa del matrimonio, ad esempio, viene costantemente trascurato il richiamo al fatto che «non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento» (Codice di Diritto Canonico, can. 1055 § 2): in sostanza, il matrimonio civile non è «offesa alla dignità del matrimonio» meno di quanto lo siano tutte le forme di «libera unione», degradate a «concubinato» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2390). Sembrano lontani i tempi in cui monsignor Pietro Fiordelli, vescovo di Prato, bollava come «pubblici concubini» Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, sposatisi in municipio con rito civile: «Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della religione – scriveva sul giornale diocesano – è motivo di immenso dolore per i sacerdoti e per i fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati assolutamente non è matrimonio, ma soltanto l’inizio di uno scandaloso concubinato». Nessun prete si azzarderebbe a ripeterlo, oggi, ma nulla sul piano dottrinario e canonico è mutato da allora: se non è sacramento, il matrimonio non è vero matrimonio.
Ma il compromesso non si limita ad evitare di porre il distinguo tra matrimonio celebrato con rito religioso e quello celebrato con rito civile: purché sia fermo il punto che nessuna forma giuridica possa (e dunque debba) essere attribuita al legame tra due persone che abbiano lo stesso sesso, le gerarchie ecclesiastiche sono già da tempo indulgenti sulle unioni di fatto tra un uomo e una donna, omettendo la condanna morale a quanti «rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica lintimità sessuale» e con ciò «distruggono l’idea stessa di famiglia» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2390), ed evitando ogni rampogna pubblica a chi abbia rapporti sessuali prematrimoniali, che restano grave offesa al VI comandamento, al pari  esattamente al pari  della masturbazione e dello stupro. Anche qui il principio è sacrificato a una partita tutta politica, che impone, se non labbandono, almeno un significativo disimpegno su una questione sempre meno difendibile, per concentrare tutte le forze su quella che sembra offrire qualche possibilità di successo. Anche qui, come nel caso della condanna del matrimonio con rito civile negli anni Cinquanta, a quei tempi celebrato in rarissimi casi, la scelta è quella di battersi contro modelli socialmente minoritari, nella convinzione che possano restar tali stigmatizzandoli come deleteri, consci del fatto che il riconoscimento pubblico e giuridico di ogni modello alternativo a quello cattolico (così daltronde era accaduto per il matrimonio con rito civile, contemplato dal Codice Civile del 1942) lo rende, prima o poi, socialmente accettato. In fondo è lammissione che la legge umana fotte sempre quella divina, e che questultima non può più contare sullautoevidenza della sua superiorità, tuttal più su qualche cattodem, su Gasparri, su Quagliariello. Ridotta veramente male, non c’è che dire.

lunedì 25 gennaio 2016

Un contributo

Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, scrive una lunga lettera al direttore del Corriere della Sera, che domenica 24 gennaio la manda in pagina titolandola Diritti tradizionali e valori fondanti.
«Dopo mesi di discussioni intorno alle unioni civili – scrive il successore di don Luigi Giussani – il disegno di legge Cirinnà approda in Parlamento, scatenando una nuova manifestazione di piazza, anzi due, una a favore e una contraria. Chi sostiene il progetto reclama il riconoscimento di nuovi diritti; chi vi si oppone lo fa per difendere diritti tradizionali».
È un incipit che fa pensare ad una riproposta degli pseudoargomenti cari a chi si oppone al disegno di legge, perché è evidente che i «diritti tradizionali» non sono affatto messi in discussione dai «nuovi diritti» (neppure il matrimonio tra due persone dello stesso sesso toglierebbe valore a quello tra maschio e femmina, non si capisce quale sia lattacco che gli sarebbe sferrato dal riconoscimento delle unioni civili), e tuttavia qualcosa lascia intuire che nelle intenzioni vi sia dellaltro, perché la posizione che chi scrive si ritaglia sembra voler essere terza rispetto a quella dei contendenti in campo, e di ciò pare esservi conferma nella preoccupazione che viene espressa nel successivo capoverso, dove lo scontro tra favorevoli e contrari al ddl Cirinnà è detto foriero di «fratture sociali e conflitti politici che sembrano insanabili».
«Sembrano insanabili», dunque non è detto lo siano davvero: vuoi vedere – ti chiedi – che questa terza posizione di Carrón ha in sé il rimedio per sanarli? Se non sei prevenuto verso Cl, non puoi far altro che continuare a leggere. E sbagli – meglio chiarirlo subito – perché Carrón non offre soluzione: si limita a dire che loggetto del contendere è un falso problema (vedremo quale sia, a suo dire, quello vero), e che dunque non ha senso stare a litigare.
Si ha la sensazione che Carrón voglia interporsi tra i due litiganti perché smettano di darsele, e invece non si tarda a scoprire che lintenzione è quella di bloccarne uno, fingendo di abbracciarlo con affettuosa premura, perché laltro possa menarlo meglio.
Ecco allora «la testimonianza, in cui mi sono imbattuto di recente, di un omosessuale, che si occupa di moda, ha un bel lavoro e una relazione con un compagno. A una coppia di amici incontrati per caso confida che non è felice e dice loro: È come se mi mancasse qualcosa, è come se vivessi la mia vita a partire da una reazione, da una difesa. Ciò mi rende inquieto. Inquieto, come tutti. Tutti tendiamo continuamente a ridurre il nostro desiderio a una immagine creata da noi, perché così pensiamo di avere la soluzione a portata di mano. Ma l’uomo reale non si accontenterà mai. Anzi, il prezzo da pagare è molto alto: soffocare dietro le sbarre della prigione che ci si è costruiti. L’insoddisfazione può essere risanata con l’approvazione di una legge? Tanti credono di sì. Questo spiega la lotta accanita per approvarla. D’altra parte, chi ritiene che questo mini le basi della società si oppone spesso con lo stesso accanimento, senza riuscire a sfidare minimamente, anzi, alimentando, la posizione che combatte».
In soldoni, Carrón cerca di scoraggiare chi si batte in favore del ddl Cirinnà cercando di fargli capire che quandanche ottenesse di vedersi riconosciuta dallo Stato l’unione col proprio compagno – ma che dico, ammesso pure gli si consentisse di sposarlo – non avrebbe certo trovato la serenità, come d’altronde non è detto che un eterosessuale riesca necessariamente a trovarla nel matrimonio.
È chiaro che la ricerca della serenità sia un lavoraccio che spetti a ciascun essere umano, omosessuale o eterosessuale che sia, ma non dovrebbe essere altrettanto chiaro che a entrambi debbano essere date le stesse possibilità? Quando entrambi ritengono di poterla trovare nel riconoscimento da parte dello Stato dell’unione con chi amano, negarla a uno e concederla all’altro non pone qualche problemino?
Chissà quanto intenzionalmente, a Carrón sfugge il problemino: «Solo Cristo, come avvenimento presente nella vita delle persone, è in grado di liberare l’uomo dalla sua riduzione e di fargli desiderare e sperimentare quella pienezza per cui è fatto. Sarebbe bello vivere il lavoro e i rapporti come li vivete tu e tua moglie. Senza una simile esperienza di liberazione, qualunque risposta cosiddetta concreta sarà sempre insufficiente. Ciascuno di noi ne ha prova diretta nella sua vita».
Bene, ma questo basta a liquidare come superflua la richiesta di parità di trattamento da parte dello Stato? In sostanza, sì, o almeno così parrebbe, perché quale sarebbe il «contributo che ciascuno di noi cristiani è chiamato ad offrire al dibattito in corso»?
Prima di copiarlo dal Corriere della Sera per incollarlo qui, via, cercate di indovinare quale possa essere, sto contributo. Non riuscite a immaginarlo? Eccolo: «Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’Ecce homo di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva».
Come so brutti sti lupi che ululano nelle piazze per il riconoscimento di un diritto che, quandanche fosse riconosciuto, sarebbe sempre insufficiente a dar loro l’agognata pienezza. Orsù, prendessero esempio dal Gesù flagellato e coronato di spine, che non recrimina.

domenica 24 gennaio 2016

Niente di nuovo

Quanto le cronache ci hanno fin qui rivelato degli ingegni e dei maneggi di Tiziano Renzi e di Pier Luigi Boschi basta e avanza, ben oltre ogni ulteriore ed eventuale istruttoria, per ridarceli come esemplari carotaggi di quella provincia italiana che da sempre vanta come sua massima virtù, non di rado con compiaciuta fierezza, quel familismo di stampo clanico che va dallarrangiarsi al fottere alla grande, nellinstancabile tessitura di reciproci favori in microsistemi di potere che spesso non esorbitano dalla cinta di un paesello di poche migliaia danime, ma che quasi sempre sono prima o poi costretti a tentare di allargare gli ambiti in cui sono gemmati come forme degradate della gens, della casata, della consorteria corporativa, per arrivare ad assumere quelle del consorzio, del cartello, della loggia, della cosca, più spesso per resistere agli attacchi della concorrenza, con ciò trovandone ragione nellistinto di sopravvivenza, che per smaniosa insaziabilità.
Nellincoazione il fine sta tutto nell’agiatezza economica e nella rispettabilità sociale, nell’assumere un ruolo di rilievo nella comunità locale, nel coltivare le amicizie giuste, nell’appuntarsi al petto un titolo, nel saper essere alla bisogna cliens o patronus, con capillare conoscenza del territorio, accorta scelta delle frequentazioni, accorta costruzione del profilo pubblico, costante presenza nei momenti che rinsaldano i vincoli sociali attorno a valori ampiamente condivisi, meglio se incarnati con la disinvoltura che promuove il cognome a quell’antonomasia che va a incastonarsi a meraviglia nell’aneddotica da tavolata.
Al maneggione di provincia non basterebbe altro, ma con quanto ha messo in gioco di energie, con quanto ne ha lucrato in quella particolare forma esperienza che sta nel sapere come gira il mondo, è inevitabile che in seconda o al massimo in terza generazione gli scappi la mutazione sul cromosoma giusto e metta al mondo un figlio che trasfiguri l’arte di aprire e chiudere scatole cinesi nei giochi di prestigio di una manovra di stabilità o la concessione del mutuo in cambio di un trattamento di favore su una compravendita nella sapiente gestione di una maggioranza parlamentare.
Fanfani, La Pira, Gelli... Quante cazzate. Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non hanno avuto altri maestri che i loro babbi, che per tempo li hanno costruiti nel modo che poi, per botta di culo, si sarebbe rivelato utile. Quando babbo si becca sette condanne tra cause civili e del lavoro per contributi non pagati, licenziamenti illegittimi, lavoro irregolare e roba simile, non hai bisogno di ispirarti alla Thatcher per il tuo modello di flessibilità. Né hai l’angoscia della copertura finanziaria per il cadeaux elettorale, quando è babbo che ti ha fatto andare alla Ruota della Fortuna ed è a babbo che hai consegnato i soldi della vincita per diventare socio dell’azienda di famiglia: è così che il denaro nasce dal niente.
Quando babbo fa slalom alla grande tra una turbativa dasta e un riciclaggio, a che ti serve la lezione del trasformismo dell’età giolittiana per trattare con Verdini e farti dare i voti che ti mancano in Parlamento? Basta un leggero fondotinta che a tutti sembrerà acqua e sapone, e via. Dai, ridillo: «Mio padre è una persona perbene», puoi metterci tutta linnocenza di una Vergine da presepio vivente, tanto a certificarlo cè tanto darchiviazione del consulente del governo di cui sei membro.
No, niente di nuovo in questi fenomeni spacciati per prototipi di una nuova razza: sono i figli di una provincia che continua a produrre mascalzoni indorati di decoro, furbastri che spacciano lo scilinguagnolo per dialettica, parvenu che spendono la loro vita tra commercialisti e avvocati, la domenica a messa e il lunedì a spremere occasioni dalla Gazzetta Ufficiale. La reputazione d’essere dei dritti come bussola e sestante, la raccolta dei proverbi come orizzonte esistenziale, l’orologio di marca come feticcio

venerdì 22 gennaio 2016

Corrispondenze

Ti risulta, come a me pare, che l’accentuazione di Dio come amore, fino a dire che l’essenza stessa di Dio è amore, sia una questione relativamente recente. Voglio dire, so bene che una teologia dell’amore è presente, almeno in nuce, già negli scritti giovannei, e che tutta la faccenda dell’amor dei è uno dei cardini della mistica cristiana e della teologia che ne deriva.
Però mi pare che nei scoli scorsi si ponesse più l’accento su quelle che potremmo chiamare le “qualità oggettive” di Dio: perfezione, giustizia, onnipotenza, eternità e così via, e che si facesse riferimento al suo essere summum bonum più che alla sua amorevolezza. Insomma, la concezione metafisica era ben salda e la centralità di Dio era affermata dall’ordine stesso dell’esistente. Mi pare che di recente, a seguito del crollo dell’edificio metafisico della creazione e alla sua sostituzione con una spiegazione scientifica dell’universo, la Chiesa sia passata, nei fatti anche se non nella dottrina ufficiale, a un generico deismo per quanto riguarda la creazione (un Dio che dà il la al Big Bang, non certo uno che presiede attivamente alla conservazione dell’essere), per costruire un rapporto con il divino che si gioca tutto sulla devozione e sul sentimento, non potendo più fondarsi su una necessità ontologica.
Ora, se la mia ricostruzione ha un senso (e ti prego di corroborarla o smentirla), mi pare che ci si trovi di fronte a una bella strettoia: se l’universo resta comunque una creazione divina, ne possiamo ammirare senz’altro la perfezione (e mi pare che una certa inclinazione della biologia evoluzionista reintroduca alla grande il principio della finalità), ma che non trabocca certo di amore. La natura si presta molto più a una descrizione hobbesiana che a una narrazione dell’amore divino: un Dio la cui essenza sia l’amore potrebbe, nella sua onnipotenza, aver creato qualcosa di diverso dalla catena alimentare.
Insomma, la mia è un’ipotesi, anzi, un abbozzo di ipotesi: porre l’accento tutto sull’amore è un modo per tenere in piedi la devozione uscendo dalle costrizioni della metafisica, ma è solo un modo per mettere la polvere sotto il tappeto, visto che comunque l’edifico metafisico, per quanto lo si nasconda, deve sempre reggere tutto. Se pensi che la cosa abbia un senso, e se hai qualche riscontro, ti prego di farmelo sapere.
Nane Cantatore



Una religione che postula lipostasi di Dio è giocoforza sottoposta a un inesorabile processo di immanentizzazione: non per attacco esterno, ma per erosione interna. Quando poi pretende che Fede e Ragione debbano andare a braccetto, è inevitabile che il dogma si metaforizzi e la dottrina si riduca a precettistica: dal greco al latino, il Logos di Giovanni diventa Verbum, e segue il destino della Parola, che nel tempo subisce lineluttabile trasformazione cui è soggetta per le sue declinazioni e coniugazioni. Il fenomeno che tu descrivi, insomma, era già tutto nel cristianesimo nel momento in cui incontrava lellenismo, e la tua ipotesi è anche la mia, daltra parte mi pare di averla anche illustrata in molte occasioni. Due soli rilievi rispetto a quanto mi scrivi: a) non mi pare che «una certa inclinazione della biologia evoluzionista reintroduca alla grande il principio della finalità»: direi che questo accada solo col travisamento della teoria di Darwin, in special modo col suo travisamento strumentale ad opera di chi sostiene la tesi del Disegno intelligente; b) «la natura [che] si presta molto più a una descrizione hobbesiana che a una narrazione dellamore divino» scioglie la sua contraddizione nella costruzione di una cosmogonia in cui peccato originario e libero arbitrio danno soluzione a ogni teodicea. Infine, e a cornice del tutto, il collasso dei sistemi metafisici (non solo di quello cristiano), che sposta il fuoco della dottrina morale dalla conquista della vita eterna alla ricetta dellanodino quotidiano.
Ti abbraccio,
L.



Sul punto b) non credo che la soluzione possa ricondursi al libero arbitrio: la questione che vorrei proporre a un ipotetico apologeta del Deus sive amor sarebbe proprio quella della sofferenza pura che pervade il creato, anche al di fuori del libero arbitrio. Per sviluppare la questione: il problema è che, se lessenza di Dio è amore, come diceva lemerito BXVI, se lamore non è attributo ma appunto essenza, allora la creazione, in quanto manifestazione di questa essenza, dovrebbe essa stessa essere amorevole, e a questo punto vorrei capire in che modo si spiega una natura fatta di predatori, di violenza e di sofferenza: perché il leone non giace con lagnello, se nessuno dei due ha libero arbitrio? La faccenda regge abbastanza bene con la concezione classica, per esempio la quarta e la quinta via di Tommaso (gradi di perfezione e finalità), ma regge proprio perché qui si tratta di unarchitettura razionale e non di un atto di amore e basta, che dovrebbe produrre semmai un mondo di minipony e cucciolotti, non certo di zanzare e squali.
N.



Sbaglio o stai chiedendomi di vestire i panni di un apologeta del Deus sive amor”? Non ho alcuna difficoltà: il copione è di una semplicità estrema. Il creato è pervaso dalla sofferenza come conseguenza del peccato che luomo ha liberamente scelto. Sì, mi dirai, ma il leone non giace con lagnello. Qui, da copione, sorrido paternamente e ti invito a non considerare luomo e lanimale sullo stesso piano, e ti rimando al Libro della Genesi. Tu, ovviamente, ti incazzi un pochino e mi dici, sì, ma i bambini? Non sono innocenti, i bambini? Rischiando un cazzotto in faccia, io ti rispondo che il peccato originario si eredita al momento della nascita, e che le sofferenze di quanti ti sembrano innocenti – qui calco un po su “sembrano” – sono parte essenziale di un progetto del quale non ci è dato sapere il fine, ma sulla cui bontà comunque non è dato sollevare dubbi, anzi, sarà proprio nel discioglimento di questo mistero che vi sarà la ricompensa per chi avrà voluto considerarlo divina provvidenza. E qui che cazzo potrai mai rispondermi? Ogni idea di amore che porterai a obiezione non sarà mai commensurabile a quella del sommo bene che è Dio. No, caro Nane, non c’è verso: la fede è un labirinto di specchi, e dallesterno si capisce che non c’è via d’uscita, mentre all’interno sei sempre in così buona compagnia che della via d’uscita neanche sai che fartene.

L.



Concordo in pieno sulla generale insensatezza della fede, ma ho qualche dubbio che il copione ben noto, che tu hai così efficacemente recitato, sia oggi non dico sostenibile (ché non lo è mai stato), ma praticabile.
Quello che salta agli occhi è che tutta la fregnaccia del Deus sive amor dovrebbe servire a trascendere in qualche maniera la classica architettura metafisica in un mondo che ha una concezione delluniverso difficilmente sostenibile, anche rispetto al suo target, a partire dal resoconto di Genesi, e che fatica un po a immaginare che miliardi di galassie esistano solo perché la signora Pina capisca lamore divino e porti i nipotini al Family day.
Insomma, tu mi riporti alla spiega classica del libero arbitrio, che è presa pari pari anche dalla catechesi di sempre; a me sembra che la menata dellamore come essenza di Dio renda ancora più difficile tutta la faccenda, che dovrebbe invece semplificare.
N.


Sono pienamente concorde, tranne nelle conclusioni: rende più difficile la cosa a me e a te, ma la cosa non è stata costruita così comè per me e per te: serve a chi in passato aveva il dogma (tutto intero: modo e topos) e oggi ne ha solo ciò che del contenuto non è diventato del tutto inservibile alla mitopoietica di un Dio immanentizzato, a una catechesi che ormai si è quasi del tutto psicologizzata, a una dottrina indistinguibile da un vademecum, a una teologia perennemente ondivaga tra mera glossa e licenza eretica. Dellinferno si parla pochissimo, di Satana quasi soltanto per mantenere il punto, e della Trinità quasi per niente. Mai tanto poco come in questi ultimi decenni si è parlato del destino transmondano dellanima, la sua salvezza si è ridotta alla conquista della serenità, mentre il timor di Dio sè esaurito nel senso di colpa. Vedi? Sono lamentele sovrapponibili a quelle che i cattolici più oltranzisti scaricano nei loro claustrofobici forum, e infatti il loro è lunico cattolicesimo che resiste. Ormai serve a ben poco decostruire ledificio: è già decostruito. 
L.

Sì, certo, a prendere sul serio la Chiesa siamo rimasti solo noialtri atei, e i conservatori più oltranzisti, nei cui confronti condivido la tua simpatia. Ormai è chiaro che tutta la vecchia baracca è unaccozzaglia di sentimentalismo condito da una spiritualità che se fosse un po più accentuata sarebbe quasi new age, di consigli della nonna e di abitudini e tic identitari, inglobato nella più grande ONG di servizi sociali al mondo, che come ogni ONG si specializza nellopacità dei bilanci e nella veemenza dellazione lobbystica. Da questo punto di vista il buon Bergoglio, che ogni giorno somiglia di più a Giovanni Rana, è il testimonial perfetto.
Però, visto che le ubbie teologiche sono un passatempo innocuo, un po come i cruciverba o la filatelia, mi diverto ancora a vedere come si inventino toppe che peggiorano il buco: la vecchia teodicea riusciva in qualche maniera a venire a capo del problema del male nella creazione, o per lo meno a fare ammuina in modo passabile, ma tutta questa faccenda dellamore come essenza mi pare che finisca per porre in modo inedito il problema della forma del creato, che è evidentemente inconciliabile.
N.

Un tempo la baracca produceva rompicapo sfiziosi, ora sta manica di assistenti sociali del cazzo è capace solo di sofismi fessi. Ancora con Ratzinger riuscivi ad arrabbiarti, ora è noia senza fine. Distinto, per riflesso condizionato, ti verrebbe di commentare ogni uscita di Bergoglio, ma, appena ci metti mano, ti senti più cretino di quanto lui si sforza di essere.  Caro Nane, è finita un’epoca: 
L.




[...]

Sul caso che ha visto per protagonisti Sarri e Mancini pare vada acquistando un certo peso l’opinione che Sarri abbia sbagliato, è vero, ma che Mancini abbia sbagliato anche di più, perché quanto accade su un campo di calcio è meglio che rimanga lì. Nessuno aveva sentito, Mancini avrebbe fatto meglio a non sollevare il polverone. Peraltro le sue lamentele hanno un tono che sembra eccessivamente vittimistico, insinuando il sospetto che almeno in parte siano strumentali. Se si volessero applicare al calcio le regole del vivere civile – si argomenta – si ammazzerebbe la poesia del gioco, si violerebbe il suo statuto di extraterritorialità rispetto al mondo che sta oltre i tornelli, nel quale daltronde galateo e codice penale faticano comunque nell’ottenere il rispetto che pretendono: dovremmo star di continuo a biasimare il terzino che sputa sull’erbetta la saliva resa densa dai suoi picchi di cortisolo e adrenalina, e su ogni sputo che riceve in faccia dal centrocampista che si è rotto il cazzo per il suo marcamento troppo stretto dovremmo sollecitare l’apertura di un fascicolo in Procura per il reato d’ingiuria, peraltro aggravato dall’essersi consumato in presenza di più persone. Tra insulti, minacce, pestoni e gambe tese, alla fine di ogni partita dovrebbero scendere in campo dozzine di avvocati? Nello specifico, poi, Mancini non è gay, dunque avergli dato del «frocio», peraltro nel vivace battibecco di prammatica a bordocampo, non ha gli estremi delloffesa dalla valenza discriminatoria, tutt’al più stava per l’ellissi di «questo non è un gioco da signorine».
È argomentazione che non mi convince e che ritengo addirittura pericolosa nella sua implicita pretesa di dare legittimità alleccezionalità di un contesto: può darsi che io esageri – sono disposto a concederlo – ma il fatto che quello del calcio sia diventato un mondo sempre più ingovernabile, così spesso legibus solutus, non può trovare origine nellaver dato per scontato che dare del «cornuto» allarbitro non implicasse diffamazione della di lui signora?

martedì 19 gennaio 2016

L’apocatastasi bergogliana

Cercherò di renderla semplice e breve, perché, a trattarla come si dovrebbe, la questione dell’apocatastasi prenderebbe pagine e pagine, mentre qui la evoco solo per la sua relazione con la peraltro controversa faccenda dell’illimitatezza della misericordia divina, che troverebbe una insanabile aporia nel limite impostole dal fatto che Dio sarebbe anche somma giustizia, con quanto di inesorabile vè nella somministrazione della pena, soprattutto se eterna. Cè chi afferma, in realtà, che l’apocatastasi sia da intendersi come il compiersi della definitiva sovranità di Dio sulla totalità dell’Essere, nella quale, dunque, non avrebbe senso rappresentare alcun genere di contraddizione o, ancor peggio, di conflitto tra piena giustizia e infinita misericordia. Di fatto, tuttavia, pare di piana evidenza che il Sommo Bene non possa esercitare la sua piena sovranità sulla totalità dell’Essere senza che il Male sia annullato nelle cause e negli effetti, e che in sostanza non possa esservi apocatastasi laddove il peccato lasci traccia di sé fosse pure nella sola espiazione della colpa. Tanto basterebbe a quanto ci serve, ma nel caso vogliate approfondire, vi suggerisco quanto ne ha scritto Vito Mancuso ne Lanima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007) e quanto ne ha detto monsignor Manfred Hauke in una lectio che non faticherete a trovare su Youtube (Apocatastasi della Chiesa antica), meglio se dopo aver dato una scorsa al lemma su Wikipedia, tutto sommato abbastanza precisa e con un discreto corredo bibliografico a supporto.
A renderla semplice e breve, invece, qui basterà dire che, se fosse mantenuta la promessa che alla fine dei tempi vi sarà una restaurazione (αποκαταστασεως) di tutti e tutto in Dio (At 3, 21), dovremmo aspettarci una redenzione universale che escluda ogni possibilità di dannazione eterna: per quanto a lungo possano durare, infatti, i sæcula sæculorum sono tempo di cui è certo si avrà una fine, oltre la quale, perché la promessa sia mantenuta, anche il più grave peccato dovrà trovare perdono, al punto che lo stesso Satana si ravvederà e si convertirà, sicché linferno che il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce come «separazione eterna da Dio» (1035) non avrebbe senso se non nei sæcula sæculorum che danno la misura di una «eternità» che è comunque un concetto temporale, ma non dopo di essi, quando i tempi avranno avuto la loro fine.
Volendo, ve ne sarebbe abbastanza per dare una solida base teologica allinfinita misericordia divina che è il gonfalone di questo pontificato, e che fa impazzire gli orfani di Ratzinger, nutriti per otto anni dalla solida certezza che a ogni peccato debba necessariamente corrispondere una pena, salvo il pentimento che ristabilisca la perfetta coincidenza di Buono, Giusto e Vero: un misericordia infinita rende superfluo il pentimento, con quanto ne consegue in detrazione alla Verità, in sospensione della Giustizia e, ciò che è peggio, in perdita di quella cogenza precettistica che sta nel Bene come retta via da seguire per evitare punizioni. Che fine potranno mai fare i comandamenti di un Dio che, dovendo reintegrare tutti nella totalità dellEssere di cui sarà sovrano, sappiamo che perdonerà comunque ogni peccato? Se non è vuoto, l’inferno dura appena per l’eternità che precede l’apocatastasi? E chi sarà dissuaso dal peccare, o persuaso al pentirsi dopo aver peccato, sapendo che un Dio infinitamente misericordioso alla fine dei tempi chiuderà un occhio?
Il problemino – perché un problemino c’è – nasce dal fatto che l’apocatastasi è un’eresia ripetutamente condannata nel corso della storia della Chiesa, ma nessuno riesce a costruire per Bergoglio un capo d’accusa che la additi a substrato della sua pastorale. Probabilmente neanche sanno cosa sia. 

lunedì 18 gennaio 2016

Tanti saluti

Il matrimonio tra due persone dello stesso sesso, no, per carità di Dio. Però neppure qualcosa che somigli troppo a un matrimonio, chessò, si parli di formazione sociale specifica, in modo che lo specifico sottolinei la diversità. E ovviamente no alladozione di un bambino, neppure se è figlio di uno dei due: ladozione renderebbe troppo genitore anche quello che non lo è, meglio qualcosa tipo un affido rafforzato, ma, mi raccomando, senza rafforzarlo troppo...
Ecco, quando non è un no secco al riconoscimento giuridico dellunione di due gay o di due lesbiche, questo è pressappoco quanto si è disposti a conceder loro in questo paese di merda, e per giunta a fatica: briciole di diritto. Poi, se e quanto saranno concesse, saremo costretti pure a considerarla una rivoluzione culturale, perché a dire che è poco cè il rischio di sembrare degli oltranzisti.
Di più non si poteva – verrà a spiegarci quel brachicefalo di uno Scalfarotto nei tg della sera – e poi si tratta comunque di una grande conquista. In fondo mica siamo lInghilterra. E nemmeno la Spagna, nemmeno lArgentina, nemmeno lUruguay. Un po meglio della Bielorussia e dellArabia Saudita, però, sì. E mica è poco, via, gonfiamoci dorgoglio. Con moderazione, però, sennò chi voleva che tutto rimanesse uguale a prima può irritarsi e cè il pericolo che si creino lacerazioni.
Prendiamola con ironia, su, tanto siamo etero e può fregarcene solo fino a un certo punto, sai a quanto può servire star lì ad argomentare che, no, la Corte costituzionale non ha posto alcun divieto al matrimonio gay. Ciascuno lotta con le forze che ha, ed è evidente che la fantomatica lobby gay ne aveva meno di quella dei tassisti: non meritava di più, non stessero a romperci i coglioni. Altro che pubblicare i nomi dei cattodem contrari alla Cirinnà, avrebbero potuto almeno romperne le ossa a due o tre, ma, si sa, son cose incivili. E allora è giusto che vada così. Tanti saluti.