sabato 30 luglio 2016

C’è quartismo e quartismo

Chiusa la stagione che ci illuse di essere finalmente diventati un paese normale per il solo fatto di essere approdati al tanto agognato bipolarismo, formula magica che avrebbe sanato i mali della Prima Repubblica, a cominciare da quello dellinstabilità dei governi, dalla quale si diceva fossero sortiti tutti gli altri – sia consentito linciso: sè visto quanto fosse magica, la formula – ecco che se ne apre una nuova, quella del tripolarismo, come a insinuarci il sospetto che la normalità non fa per noi, che siamo nati per essere speciali, forse semplicioni, ma refrattari alle semplificazioni, anche a quella di due opposti schieramenti che facciano il pienone di tutte le piccinerie in lizza a surrogare la permanente guerra civile che a chiacchiere ci piace da impazzire, ma che poi stanca, e ci convince che in fondo siamo nati per venire a patti, per costruire le basi di una civile convivenza in cui ci si possa fottere a vicenda, ma a bassa intensità.
È che devesserci stato, col bipolarismo, qualche fraintendimento circa il concetto di normalità, che probabilmente – azzardo unipotesi – devesser nato per il cronico ritardo che ci portiamo nellarrancare dietro un mondo che da oltre un secolo va a zigzag, ma troppo velocemente per gente riflessiva comè noto sono gli italiani: così, mentre il bipolarismo già mostrava chiaramente i suoi limiti perfino nei paesi in cui era quasi diventato forma mentis, noi lo adottavamo con lentusiasmo che lanimale mette nelluso dellorgano che gli è stato conferito da una mutazione vincente, certi che semplificare la selva di particolarismi, per lo più corrispondenti a bassi interessi di famiglie, clan, consorterie e corporazioni, ci avrebbe dato lalternanza, la solidità dellesecutivo, un sano pragmatismo, le ascelle sempre belle fresche e la pelle vellutata. Preso con entusiasmo lo zig, non avevano calcolato lo zag: di una politica semplificata in due opposti schieramenti, uno di destra e uno di sinistra, cioè, per meglio dire, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, entrambi a rompersi le corna per conquistare il centro, lasciando a destra e a sinistra zoccoli ritenuti duri, poi rivelatisi friabilissimi, il mondo non sapeva più che farsene. La morte delle ideologie, il ritorno del sacro, la riscoperta dei particolarismi, il revival del nazionalismo, boh, va’ a capire. Due schieramenti erano pochi. O troppi. Pochi per farsi carico delle diverse e perfino opposte ragioni che gemmavano in seno ad ogni schieramento, troppi per quella bella e illuminata dittatura cui anche il più sincero democratico cominciava a fare un pensierino.
Come risolvere laporia? Soluzione allitaliana: tripolarismo. Asimmetrico, per giunta. I tre schieramenti, che insieme raccolgono più dei tre quarti dei votanti, che comunque sono a stento i tre quinti degli aventi diritto al voto, hanno forze pressoché pari, e la cosiddetta morte delle ideologie ha reso estremamente mobili gli elettori, per non parlare degli eletti, sicché un incremento o un calo dei consensi, gratta gratta, non è mai affidato a un progetto di società, talvolta neppure a un programma di governo, ma quasi esclusivamente alla spinta o al risucchio di istanze labili, quasi tutte umorali, che sembra quasi impongano a ogni soggetto politico lo star dietro ai sondaggi, come il tafano sta appiccicato al culo della vacca.
Questo è quanto i tre schieramenti hanno in comune (ovviamente con la vocazione a rappresentare il meglio della società italiana, che non si sa perché si ci accanisce a dare per scontato sia la maggioranza, in un paese dove a ogni vizio morale o intellettuale di un eletto corrisponde con purissima proporzionale lo stesso vizio, per lo più imbruttito, in quanti lo hanno scelto a rappresentarli), ma il resto li fa differenti in tutto: mentre il Pd è un partito (per meglio dire, è un comitato elettorale), il centrodestra è una coalizione (per meglio dire, lo sarebbe a rimuovere due o tre dozzine di problemini che vi si frappongono) e il M5S, invece, è un movimento che fieramente disdegna la forma partito (per meglio dire, ci tiene a darsi aspetto di assemblea permanente, ma in fondo è un marchio dato in franchising a ogni sfessato che sia disposto ad obbedire ciecamente alla politica aziendale).
Non solo: tutti e tre gli schieramenti hanno vocazione maggioritaria, ma, mentre il M5S persegue lobiettivo in orgogliosa solitudine, indisponibile ad alleanze con chicchessia, il Pd e il centrodestra hanno una voglia matta di stringere unintesa, però ci tengono a far finta di esserci costretti, ovviamente per il bene del paese, e ovviamente a malincuore, perché avessero il consenso per far tutto da soli, e vabbè, ma per quanto fior fior di cervelloni si alternino da anni nel tentativo di scrivere una legge elettorale che eviti di avere due poker dassi allo stesso giro, tantè, chi vince è costretto a spartirsi il piatto, sicché si tollera perfino che al rilancio uno dica «servito» e si giochi tutte le fiches che ha davanti, per poi ritirare la posta in gioco se il giro pare butti male. E poi comunque gli ordini vengono da Bruxelles, uguali per chiunque stia al governo, tanto vale far finta di stare al gioco.
Non pensiate, però, che questo non abbia generato disagio. Lha generato, eccome. Lha generato e continua a generarlo, come ieri dimostrava il fenomeno del terzismo e oggi dimostra quello del quartismo. Ma qui occorre intendersi.
Nel definire il terzismo come l’«atteggiamento di chi sostiene una terza posizione autonoma rispetto a due schieramenti contrapposti», il Treccani mette le mani avanti, dicendo che il termine è proprio del «linguaggio giornalistico», come a dissuaderci da ogni considerazione di merito sul significato che qui il significante si incarica di rappresentare. È noto, infatti, che la logica che informa il giornalismo non risponda affatto ai criteri sui quali in altri ambiti si fonda la relazione tra cosa e parola, prevalendo la ratio che piega l’una all’altra, o viceversa, per rendere efficaci delle suggestioni, per lo più servendosi di eufemismi o iperboli.
Nel caso del terzismo, che peraltro è fenomeno tutto giornalistico (nasce e muore dentro al Corriere della Sera, fatta eccezione per le sue emanazioni emulative), la suggestione sta nell’evocazione di una «posizione» che implicherebbe uno spazio ben definito, entro il quale sarebbe possibile riconoscere, se non un’unità di pensiero, almeno un comune sentire, che tuttavia non le conferirebbe i connotati di «schieramento», e questo per il suo non porsi in competizione con le due opposte «posizioni», ma anzi per offrirne ad esse una terza come occasione di mediazione. Niente di più lontano, in realtà, da quanto abbiamo constatato negli interventi di quanti venivano definiti terzisti nel passato ventennio: la loro terzietà sembrava non avere affatto un tratto univoco, né sul piano culturale, né su quello politico, anzi, sembrava non avere neanche vocazione a mediare, accontentandosi di trovare un’equidistanza che servisse ad assicurare un profilo di superiore neutralità.
Tutto uguale col quartismo, che però rivela unasimmetria di neutralità che trova congruità con quella dello schema tripolare. E infatti cè quartismo e quartismo.

[segue] 

venerdì 29 luglio 2016

International Superbullshit Awards 2016

Mentana ci vede una contraddizione, solleva pure un sopracciglio quasi a dire che gli dispiace doverla segnalare, visto che si tratta del Papa, ma che lintelligenza ha i suoi insopprimibili diritti, e un dovere solo, quello di non tacere mai. Bergoglio dice che quella in atto non è una guerra di religione – osserva Mentana – ma poi va in visita ad Auschwitz, dove tanti ebrei trovarono la morte per la loro fede. Ragionamento tanto sgangherato che merita la nomination allInternational Superbullshit Awards 2016.
Ammesso (e soprattutto non concesso) che ad Auschwitz gli ebrei siano stati eliminati per motivi religiosi e non razziali, dove sarebbe linferenza che consente di affermare che allora le stragi che da qualche tempo insanguinano lEuropa abbiano lo stesso carattere? Dove sarebbe necessitata la relazione di analogia tra sterminio di ebrei in quanto ebrei (non importa se per motivi religiosi o razziali) e ammazzamenti di gente a caso, senza alcuna distinzione per età, sesso, nazionalità, etnia, fede, ecc.? 

giovedì 28 luglio 2016

Una modesta proposta

a Filippo Facci

Ritengo ci sia un modo per scoraggiare drasticamente chi sia intenzionato a commettere – il lettore scelga il termine che più gli garba, non fa alcuna differenza – un attentato, una strage, un attacco jihadista che mieta vittime – il lettore scelga l’obiettivo che più gli aggrada, è uguale – tra miti fedeli raccolti in preghiera, bavosi erotomani attorno a un palo di lapdance, adolescenti drogati a un rave party, amabili famigliole a far compere in un centro commerciale, e – permettete un briciolo di presunzione – ritengo sia un rimedio che possa trovare largo consenso – questo penso sia il suo pregio – sia fra quanti sono certi che bestialità del genere abbiano l’inconfondibile e dunque incontestabile marchio dello zoticume coranico, sia fra quanti sono convinti che, in casi come questi, la religione stia solo a copertura di severi quadri psicotici in cui sono prevalenti elementi narcisisti e paranoici ad impronta altamente aggressiva, distruttiva ed autodistruttiva. Pronti a stupirvi di una soluzione che supera ogni polemica sulla natura del fenomeno? È in due punti:
1) Dalla prossima carneficina in poi sarà fatto tombale riserbo sulle generalità di chi lha consumata: non saranno resi pubblici né il nome, né la nazionalità, tanto meno ne saranno pubblicate foto, diffusi video, riportate testimonianze di parenti, amici o conoscenti. Sapere che sarà sepolto nel più totale anonimato gli sottrarrà il premio che si attende, sia che si tratti di un soldato dellIsis votato alleroismo, sia che si tratti di un esaltato intenzionato a soddisfare la sua delirante fame di attenzione. Copertura finanziaria: zero euro.
2) Lislam, si sa, è roba da beduini: chi ha il corpo contaminato da carne di animale impuro non entra in Paradiso. Pubblico avviso che da oggi in poi la salma (o quello che ne resta) di chi si sia reso responsabile di una carneficina che si presti anche lontanamente ad essere rappresentata come azione jihadista sarà inumata completamente avvolta in fettine di prosciutto.  Copertura finanziaria: dai 20 ai 30 euro (anche meno se le fettine sono sottili). 

[...]

È comprensibile che la complessità generi il bisogno di semplificare. Per certi versi, e fino a un certo punto, è giusto che il bisogno abbia ristoro, ed è giusto che qualcuno se ne faccia carico, soprattutto se in favore di chi non abbia mezzi propri per difendersi dallo sgradevole stato d’ansia che la complessità infligge a tanti. Lodevole, perciò, lo spirito con quale Angelo Panebianco dev’essersi messo davanti alla pagina bianca per scrivere l’editoriale che ieri apriva la prima pagina del Corriere della Sera, sta di fatto che semplificare è sempre operazione a rischio, e il risultato, in questo caso, illustra quanto possa esser grosso.
«Un paio di islamici radicali va a sgozzare un sacerdote e un’altra persona in una chiesa cattolica francese»: di che si tratta? Guerra di religione, dice Angelo Panebianco: è «guerra santa islamica». Ma allora perché vedere un «salto di qualità» nel passare dal massacro indiscriminato all’«assassinio mirato degli uomini-simbolo dell’odiata cristianità occidentale»? Se con gli ammazzamenti che da qualche tempo insanguinano l’Europa siamo in presenza di un attacco che l’islam ha sferrato al cristianesimo, l’episodio che si è consumato nella chiesa di Saint-Etienne-de-Rouvray non segna affatto un innalzamento del livello di offensiva, anzi, c’è da chiedersi perché qualcosa del genere non sia accaduto prima. A considerare, come correttamente Angelo Panebianco non manca di fare, che fino all’altrieri le stragi abbiano avuto per vittime per lo più «atei, agnostici o cristiani di fede molto tiepida», e aggiungeremmo anche musulmani (oltre un terzo fra i morti a Nizza), regge la tesi che tutti questi tragici eventi siano segmenti di offensiva mossa da «cristianofobia»?
No, nel tentativo di semplificare ad Angelo Panebianco dev’essere scappata una stronzata, lasciate che si spieghi meglio: non è una guerra di religione, è uno scontro di civiltà, perché, «pur quasi scomparsa dalla coscienza di tanti europei, forse la maggioranza, la religione cristiana ha comunque forgiato il mondo europeo e occidentale [e] anche se molti europei non possiedono più gli strumenti per comprenderlo, le categorie culturali che essi usano derivano da quella tradizione». Bene, ma allora come si spiega che la gran parte degli autori delle stragi sulle quali l’Isis appone la sua vidima, oltre a non aver mai nemmeno letto il Corano, oltre a non aver mai frequentato una moschea, oltre a non rispettare il Ramadan, a bere alcol, consumare droga, mostrare estrema disinvoltura nella loro vita sessuale, hanno un profilo culturale per nulla differente da quello di tanti altri disperati che sono il vero e proprio scarto sociale della nostra superiore civiltà giudaico-cristiana? Non è più verosimile che l’islam, o almeno quel che dell’islam è utilizzabile allo scopo, sia solo il vestito che attualmente è considerato più elegante per presentarsi a chiedere il saldo delle proprie frustrazioni, dei propri fallimenti, della propria rabbia?
Angelo Panebianco non lo esclude, anzi, concede che chi «si vota all’assassinio di persone inermi sia affetto da gravi tare», non diversamente da «colui che entrava nelle SS per il gusto di commettere omicidi o [da]l bolscevico che scannava contadini ricchi o tutti quelli che il Partito definiva nemici, o [dal]la guardia rossa impegnata in azioni criminali per conto di Mao Tse Tung», ma questo – dice – «non permette di occultare il rapporto fra le loro azioni e il totalitarismo». Certo, ma non varrebbe la pena di definire meglio questo rapporto? Se è vero, infatti, che «dire che il tale o talaltro jihadista ha problemi mentali non consente di negare il legame che c’è fra la sua azione e la guerra dichiarata dall’islamismo radicale contro l’occidente», è chiarire la natura di questo legame che consente di appurare se davvero quel che assume il connotato di «islamismo radicale» sia primariamente interessato a colpire l’occidente o piuttosto non si serva del terrore che semina nelle città europee per farsi forte nella resa dei conti con le opposte fazioni che in seno alle società di tradizione musulmana hanno preso corpo dopo la destabilizzazione dell’area che dalla Tunisia si estende fino al Pakistan, riprendendo i tratti delle antichissime contese che periodicamente si scatenano in seno all’islam a copertura di contese che per posta in gioco hanno da sempre il controllo di territorio e risorse economiche. O davvero vogliamo far finta che a muovere fenomeni di tali dimensioni possano essere contenziosi tutti teologici? Possibile che, pur di semplificare, Angelo Panebianco non riesca a trovare una formula diversa da quella cara a Oriana Fallaci, a Magdi Cristiano Allam e a Giuliano Ferrara? A quanto pare, è possibile. Anche a lui – soprattutto a lui, almeno lui ha studiato – occorrerà concedere che non accada in malafede. D’altra parte, quanti lucidissimi cervelli hanno pisciato dinanzi a quello che non si era mai visto prima?
Certo, qualche sospettuccio viene: se non di malafede, almeno di una certa qual pigrizia intellettuale. Perché, a suo dire, non essere convinti che quanto va accadendo non possa trovare altro paradigma che quello dell’assedio di Vienna sarebbe segno che si è «impantanati nelle trappole del politicamente corretto». Argomento che palesemente sembra voler eludere il merito della questione, per giunta trascurando la pacifica evidenza che porre la questione di quanto la religione e la cultura siano mere sovrastrutture di fenomeni e processi che, seppure solo se e quando si riesca a enuclearli dalle passioni in cui sono avvolti, immancabilmente rivelano tutt’altra natura non è affatto far loro omaggio, anzi.

martedì 26 luglio 2016

[...]

Non escludo che un calciatore possa affezionarsi alla città che dà i colori alla squadra in cui gioca, soprattutto se in quella città è nato o in quella squadra ha giocato per molti anni, ma si può pretendere che, dopo esservi rimasto solo per tre anni, la ami al punto da rinunciare a unofferta estremamente vantaggiosa che gli venga fatta da unaltra società di calcio, che peraltro si impegna pure a pagargli la penale per la rescissione del contratto? In buona fede, si può arrivare a sentire che abbia fatto offesa alla città che lascia e addirittura a dargli del traditore, quasi avesse stretto un patto di sangue, e lavesse violato?
Beh, non costituirà saggio attendibile, ma, nellarco delle due ore che oggi ho speso in giro per sbrigare alcune faccende, in città non si parlava daltro, e proprio in questi termini: Higuain ha offeso Napoli, Higuain ha tradito Napoli. Non la squadra del Napoli, dove parlare di offesa e tradimento, seppure esagerando, ci potrebbe pure stare: no, loffesa e il tradimento si sono consumati a danno dei napoletani, e, almeno a quanto mè parso di poter intendere tra gli insulti che contestualmente venivano rivolti a sua madre, a sua moglie e a sua sorella, offesa e tradimento vanno considerati tanto più gravi perché si sono consumati per vile interesse pecuniario, che poi sarebbe una robetta di alcuni milioni di euro.
A strepitare che per due soldi Higuain s’è venduto lanima e ha sfregiato la città, gente il cui voto costa 50 euro, e che per 100 te ne porta 3, quello di sua madre, di sua moglie e di sua sorella, e guadagnandone 10, perché a ciascuna ne dà solo 30.

[...]

[Le cose più sennate che ho letto sulle stragi che stanno insanguinando mezzo mondo le ho trovate... Indovinate dove? Su Il Foglio. Non rabbrividite, parlo de Il Foglio che esce il lunedì, quello diretto da Giorgio Dell’Arti, raccolta antologica di articoli apparsi su altri quotidiani e altre riviste, talvolta anche sul web, nel corso della settimana precedente. Il numero di ieri apriva con una miscellanea di brani tratti da articoli di Guido Olimpio, Andrea Riccardi, Stefano Montefiori e altri, cuciti assieme in modo assai efficace come a ribattere le osservazioni di un interlocutore immaginario, vergate probabilmente dallo stesso Dell’Arti, a costruire un dialogo così vivo e brillante che non posso trattenermi dal riportare su queste pagine. Tra le parentesi quadre ci sono i rimandi alle fonti, elencate in calce.]    


Rassegnarsi a convivere con la morte?

Il fondamentalismo islamico e la pazzia dietro agli attentati dei lupi solitari:
cosa possiamo, cosa non possiamo fare e cosa dobbiamo sperare. 


Questa mattina, seduto in metropolitana, un po’ per gioco e un po’ per ansia, mi sono chiesto: chi ha il volto dell’attentatore? Chi potrebbe farsi esplodere o tirare fuori un coltello?
La capisco, stiamo vivendo una lunga estate del terrore. In poche settimane, dagli Stati Uniti all’Europa, abbiamo assistito a una serie impressionante di attacchi. L’ultimo a Monaco di Baviera. L’Isis, il folle, il veterano in lotta con la polizia, il disturbato che prende in prestito una causa politica o religiosa. La sintesi è brutale: la nostra società è sotto minaccia [1].

Sempre seduto in metropolitana, ho pensato che sarebbe ora di prendere in mano i fucili. Sarebbe ora di difendere con le armi i nostri territori contro l’Isis.
La capisco anche in questo caso, ma lei sta confondendo due problemi distinti, anche se connessi. C’è il totalitarismo e il fondamentalismo dell’Isis, o Is o Daesh (e mi scusi se qui generalizzo un po’) con insediamenti territoriali, ramificazioni e la sua propaganda, che si sviluppa in un mondo islamico carico di contraddizioni e divisioni. D’altra parte, si moltiplicano in Europa i radicali, i folli, gli antisistema, pronti a fare tanto male, che vivono tra di noi [2].

Se ho capito bene, quelli che fanno gli attentati in Europa per lei sono solo dei pazzi? Ma guardi che rivendicano la loro fede, urlano «Allah Akbar» mentre sparano sulla folla. Mi sembra un atteggiamento da radical chic che dal suo lettino di Capalbio (ammesso che i radical chic vadano ancora a Capalbio) cerca di minimizzare la minaccia dell’Islam, riducendo tutto a una questione di follia.
Ma certo, non tutti i terroristi sono pazzi, ovviamente, ma qualsiasi pazzo oggi può ispirarsi all’Isis e improvvisarsi suo soldato. Una volta i matti pensavano di essere Napoleone, oggi pensano di essere l’Isis. Lo Stato islamico fornisce loro la copertura ideologica e l’incitamento ad agire. L’Isis è in grado di organizzare attentati complessi, ma è capace anche di accontentare chi vuole suicidarsi finendo in prima pagina [3].

Ma chi lo dice che questi terroristi che uccidono in nome dell’Islam sono pazzi? Lei, guardando un uomo con un kalashnikov in mano, sa distinguere un pazzo da un sano di mente?
Questi i fatti: indagando per mesi sui foreign fighters, gli investigatori francesi hanno scoperto che il 10 per cento di chi è partito per la Siria o per l’Iraq è schizofrenico [4]; e nel rapporto annuale sul terrorismo in Europa che l’Europol ha presentato la scorsa settimana è scritto che circa il 35 per cento dei lupi solitari che hanno compiuto attacchi tra il 2000 e il 2015 aveva problemi di tipo psichiatrico [5].

Capisco, ma non può negare che qui c’entri la religione e il fondamentalismo islamico. E le rivendicazioni dell’Isis allora? Possibile che nessuno di questi terroristi avesse contatti diretti con membri o cellule dello Stato Islamico?
Certamente, un lupo solitario può essere un terrorista dormiente addestrato in Siria. Non tutti diventano combattenti al fronte, però. Chi non riesce a partire per il Medio Oriente può essere facilmente riciclato: sono i «lupi solitari» incoraggiati all’azione nei Paesi in cui si trovano. Ma può anche essere – ed è questa la minaccia più grave – un qualsiasi musulmano con problemi psichici, oppure depresso da un matrimonio finito male, oppure propenso all’assunzione di droghe, oppure perfettamente normale ma pieno di rabbia per le sue condizioni di vita, che trova nella ideologia apocalittica dell’Isis e nella sua propaganda multimediale una apparente via d’uscita. Senza ricevere ordini da Raqqa, che ha poi comunque interesse a etichettarlo e rivendicare l’attacco terroristico [6].

Spesso questi terroristi si islamizzano velocemente, va bene, ma sempre fondamentalisti islamici sono.
Qui non c’è un esercito di liberazione, guerriglieri che si organizzano, qui c’è un patologico culto di morte. La follia di Mohamed Lahouiaej Bouhlel, l’attentatore di Nizza, non è così diversa, almeno dal punto di vista fenomenologico, da quella di Andreas Lubitz, il pilota tedesco che si schianta sui Pirenei con un aereo pieno di passeggeri, o anche da quella di Anders Breivik che spara coi suoi fucili automatici nel corso di una festa politica a Utøya, o da quella di Omar Mateen che irrompe armato in un locale di Orlando e fa fuoco all’impazzata [7].

Troppo filosofico.
Le faccio esempio più comprensibile: Mohamed Bouhlel, l’uomo che si è lanciato con un Tir sulla folla a Nizza del 14 luglio: non andava mai in moschea, beveva alcol, era depresso e picchiava la moglie, il padre in Tunisia dice che era pazzo. Ma le autorità francesi hanno parlato di attentato islamista, e l’Isis lo ha rivendicato. Perché? Ho letto qualche giorno fa un’intervista all’orientalista francese Olivier Roy, che da tempo sostiene la tesi di una «islamizzazione del radicalismo»: secondo lui persone disadattate, nichiliste o squilibrate finiscono per abbracciare la causa jihadista perché «è oggi l’unica davvero radicale sul mercato», quella che garantisce il maggiore grado di rifiuto del mondo [3].

Suvvia, messe così molte storie ricordano quelle degli assassini di massa americani.
Certo, il percorso di Mohamed Lahouaiej Bouhlel ricorda quello dei «mass shooter» statunitensi che per lungo tempo macerano nei propri tormenti, simulano una vita anonima e innocua. Poi all’improvviso una scintilla, una situazione contingente che accende la miccia e li trasforma in bombe. C’è un’evidente sovrapposizione tra le due realtà: la prima appartiene al privato, la seconda arriva quando scoprono l’impegno politico. In questa ultima veloce fase, il killer sceglie il movente che preferisce per giustificare la sua follia [4].

Io forse ho studiato meno di lei, ma ricordo una frase di Cechov che fa: «Chiunque può superare una crisi: è il quotidiano che ti logora». Il ripetersi di attentati ha portato insicurezza, affanno, paura nelle nostre vite. E lei mi parla di rifiuto del mondo, dice che non dovremmo fare niente? Io credo che sia il momento di potenziare i nostri apparati militari e di intelligence. Guardi François Hollande, che ha deciso di schierare entro fine luglio 15mila riservisti, di portare a diecimila il numero di militari schierati a presidio di manifestazioni o eventi estivi.
Mai come questi giorni l’intelligence internazionale è sotto scacco. Perché le indagini sulla strage di Nizza hanno svelato che il piano del massacro veniva preparato da mesi, senza che le autorità francesi ne sapessero nulla. E la reazione delle autorità bavaresi invece di isolare il pericolo ha allargato le dimensioni del panico, trasmettendo allarmi crescenti e infondati, invitando una metropoli e una regione a barricarsi in casa. È stata una pessima prova. Ma il punto è che non esiste nessuna possibilità di prevenire i lupi solitari. D’altra parte negli Usa i lupi solitari (da Columbine in poi) esistono da un pezzo. È lo stesso fenomeno, l’unica differenza è che si presenta con abiti diversi e in questo caso l’abito è l’Islam [8].

Però c’è l’esempio di Israele. Un’enorme attività di intelligence e un popolo perennemente in armi. Servizio militare obbligatorio di tre anni (un anno per le donne), con richiamo per tutti ogni anno, fino a che non si sono compiuti 50 anni. In altri termini: una mobilitazione generale continua.
È vero, è un sistema molto efficace. Non si azzera il rischio, ma lo si contiene. Loro accettano in pieno questo sistema militarizzato perché si sentono e sono assediati da un pezzo e sanno che c’è almeno un paese, l’Iran, che dichiara ufficialmente di volerli annientare. Noi non abbiamo questa consapevolezza e nonostante tutto ci sentiamo sicuri, parendoci impossibile che casi come quelli di Nizza capitino proprio a noi [9].

C’è però il caso della Gran Bretagna, che in passato fu bersaglio anche di un terrorismo diffuso, dove sono stati investiti oltre due miliardi di sterline per l’intelligence e la prevenzione: in pratica per pagare centinaia di infiltrati e attirare nella rete i candidati al jihadismo. Chiaro che questa non è una garanzia assoluta di successo ma limita la possibilità di attentati, come dimostra Londra.
Bisogna però dirlo con franchezza: il terrorismo è una tecnica di combattimento prima ancora che un’ideologia mortale che non può essere sconfitto in maniera definitiva. Non ci sono realistiche possibilità di cancellare il pericolo di subire attentati come la quello di Nizza o di Monaco o del giovane immigrato che ha attaccato all’arma bianca i passeggeri di un treno in Baviera [10].

Dovremmo quindi abituarci a convivere con la possibilità di essere ammazzati in una qualunque sera in un qualunque ristorante?
Esattamente come ci siamo abituati all’idea che ogni anno, nell’indifferenza generale, muoiano in macchina 3-4.000 persone. Fidiamo nel fatto che la ripetitività del massacro gli tolga forza mediatica, quindi significato. Come tutti i fenomeni di moda, verrà a sbiadire anche questo [9].

Tutto qui? Io rimango convinto che serva più vigilanza, più poliziotti nei quartieri, più attenzione ai siti internet che arruolano i disperati, più telecamere, più sermoni in italiano nelle moschee, più controlli sui barconi...
Tutto vero. Tutto giusto. Ma più ancora è importante avere la consapevolezza, vigile ma non isterica, che può accadere anche da noi. Ed essere, tutti noi, più presenti. Fare finta che possa capitare solo agli altri non è solo inutile, è autolesionista [11].



Note: [1] Guido Olimpio, CdS 23/7; [2] Andrea Riccardi, CdS 23/7; [3] Stefano Montefiori, CdS 17/7; [4] Alessandra Coppola, Guido Olimpio, Cds 17/7; [5] Marco Bresolin, La Stampa 21/7; [6] Franco Venturini, CdS 17/7; [7] Christian Raimo, internazionale.it 15/7; [8] Gianluca Di Feo, la Repubblica 23/7; [9] Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 16/7; [10] Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 23/7; [11] Gian Antonio Stella, Cds 23/7. 

giovedì 21 luglio 2016

Considerazioni sull’intervista che Giorgio Napolitano ha concesso a Claudio Cerasa (Il Foglio, 20.7.2016)


Augurare la morte a qualcuno è penalmente irrilevante (Cassazione, 41190/2014), resta il fatto che spesso, quando l’augurio va a segno, la morte arriva sempre troppo tardi. 

[...]

Considero la profilassi vaccinica una conquista di valore inestimabile, prima che nella storia della medicina, in quella del progresso umano, dunque riservo un severo biasimo a quanti fanno resistenza alla sua diffusione, con ciò mettendo a rischio la propria salute, talvolta la propria vita, il che sarebbe ancora pienamente legittimo, se non fosse che questo mette a rischio pure la salute e la vita altrui. Niente in contrario, quindi, allobbligatorietà della profilassi vaccinica. Aggiungo che, fosse per me, la estenderei anche a molti di quei casi in cui è facoltativa.
Ciò detto a scanso di ogni possibile equivoco, confesso di nutrire più duna perplessità riguardo a quanto apprendo: «I medici che sconsigliano i vaccini infrangono il codice deontologico e vanno incontro a procedimenti disciplinari che possono arrivare alla radiazione» (ansa.it, 20.7.2016).
La prima perplessità è relativa alla sintesi giornalistica che accentua, fino a drammatizzare, un passaggio del Documento sui vaccini licenziato lo scorso 8 luglio dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, che testualmente recita: «Solo in casi specifici, quali ad esempio alcuni stati di deficit immunitario, il medico può sconsigliare un intervento vaccinale. Il consiglio di non vaccinarsi nelle restanti condizioni, in particolare se fornito al pubblico con qualsiasi mezzo, costituisce infrazione deontologica» (pag. 4). È pacifico, infatti, che uninfrazione deontologica comporti in sede sanzionatoria la somministrazione di un procedimento disciplinare congruo alla sua gravità. Sta di fatto, tuttavia, che il Documento sui vaccini non faccia alcun cenno a quanto grave debba ritenersi quella di sconsigliare un intervento vaccinale, sicché pare del tutto arbitraria una lettura del testo tesa ad attribuirgli un giudizio di gravità pari a quella di infrazioni deontologiche punite con la radiazione.
Daltronde – di qui la seconda perplessità – il Codice di Deontologia Medica, che pure è del 2014 e che appena due mesi fa ha subìto lultima modifica, non ha ancora formalmente recepito questa fattispecie di infrazione, sulla quale, quindi, è stato formulato un giudizio di merito.
È possibile avanzare qualche ipotesi riguardo a questo ritardo, e di qui una terza e più grossa perplessità. Si può ragionevolmente prevedere, per esempio, che la costruzione di una tale fattispecie implichi giocoforza – poco importa quanto propriamente – la messa in discussione di due degli articoli più delicati del Codice di Deontologia Medica, quelli che evocano lobiezione di coscienza anche senza nominarla esplicitamente: «Lesercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità» (art. 4); «Il medico può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici» (art. 22). In un campo così delicato meglio accontentarsi di piantare uno spaventapasseri.  

martedì 19 luglio 2016

[…]

Oggi è inimmaginabile prima che impossibile, ma una ventina d’anni fa l’entrata della Turchia nella Unione Europea era cosa immaginabile e anche possibile, almeno a considerare i termini in cui se ne discuteva: paese musulmano, certo, ma laico, e poi da tempo nella Nato, insomma, non era come farci entrare l’Ungheria, ma nemmeno sembrava tutto questo gran tabù, tant’è che al partito di cui Erdogan è leader veniva concesso lo status di osservatore presso il gruppo consiliare del Ppe, quello che intanto maggiormente si spendeva perché nella Costituzione europea fosse fatta menzione delle radici cristiane del continente. Poi venne l’11 settembre del 2001, Bush, Ratzinger e Fallaci lo presero per una dichiarazione di guerra dell’islam all’occidente cristiano, l’ignoranza e la paura fecero il resto, e la Turchia in Europa parve d’improvviso uno spalancare le porte al nemico: stop, marcia indietro, per entrare in Europa alla Turchia mancavano la storia e la geografia, se ne poteva riparlare solo dopo un eventuale battesimo di massa. La rabbia e l’orgoglio, ovviamente, non sono esclusive tutte occidentali: i turchi non la presero benissimo e, come spesso accade quando ci si sente esclusi da un consesso del quale si vorrebbe far parte, cominciarono a esibire con fierezza le ragioni che motivavano l’esclusione, mentre gli integralisti islamici, che a ogni tentativo di far capolino dalle fogne in cui Ataturk li aveva cacciati trovavano l’esercito a ricacciarveli, avevano gioco facile a convincere che l’uva non valesse la pena di fare tutti quei salti perché era acerba.
Accade così anche col singolo individuo: se lo emargini, si fa forza con la prima maschera identitaria che ha sottomano. Prendi il tizio che fino a ieri insegnava in un’università bosniaca: fino a ieri si professava ateo, ascoltava quartetti jazz e beveva cognac, ma lascia che a distruggergli la vita, ad ammazzargli moglie, figli e amici sia il cristianissimo esercito serbo, e dal niente che gli resta spunta la sorpresa che suo nonno fosse – così almeno gli diceva suo padre – un buon musulmano, ed eccolo trasformato in mujaheddin. A chi emargini in una banlieue parigina puoi negare tutto, ma non l’invidia e il risentimento, né puoi impedire che diventino follia, né puoi impedire alla follia di indossare il miglior vestito che trova in soffitta, quello del suddito del Gran Califfo. Sia chiaro, è sacrosanto ficcargli una pallottola in mezzo agli occhi, ma vestito da Costantino IV Pogonato in difesa di Costantinopoli è da pazzi, tale e quale.
Sono disposto a concedere che l’islam possa rappresentare un pericolo per l’occidente, ma solo in virtù dell’idiozia di cui l’occidente ha dato prova a cavallo dei due millenni. Ma idiozia è termine improprio, perché include, col freddo calcolo di alcuni, l’ignavia delle moltitudini.

lunedì 18 luglio 2016

Consiglio a gratis

Pare che Jim Messina, gran guru della comunicazione al servizio di Matteo Renzi, abbia già consigliato da qualche settimana al suo assistito di non battere troppo sul chiodo del referendum, di smettere col dargli il significato di un plebiscito pro o contro la sua persona, anzi di farsi un po’ da parte quando se ne parla, perché ad ogni sua sortita sul tema i sondaggi hanno fin qui regolarmente registrato un calo delle intenzioni a favore del Sì, con un corrispettivo incremento a favore del No, che dapprima è stato solo relativo, per poi diventare assoluto, raccogliendo consensi da chi prima era indeciso. Per quanto attiene alle analoghe sortite di Maria Elena Boschi, diventate via via più frequenti al diradarsi di quelle di Matteo Renzi, idem con patate, e forse anche peggio: pare che neppure la bellona incanti più. Ora, giacché Jim Messina è ormai da mesi consigliere di Matteo Renzi, viene spontaneo chiedersi com’è che questo effetto non fosse stato previsto: è Jim Messina a non essere tutto ’sto gran guru che si dice o è Matteo Renzi che non ne segue i consigli? Nel primo caso, c’è da chiedersi se sia stata scelta intelligente quella di assoldare un tizio che delinea strategie–alla–come–cazzo–gira–il–vento. Nel secondo, la domanda è che senso abbia strapagare un espertone al quale non si sia disposti a dare piena fiducia. È così che assume particolare rilievo l’ulteriore consiglio che pare Jim Messina abbia dato a Matteo Renzi per riaddrizzare l’andamento della campagna referendaria: «umanizzarsi». Su cosa Jim Messina possa aver inteso con «umanizzarsi» è lecito solo fare supposizioni, probabilmente avrà voluto dissuadere dal continuare ad esibire la certezza che il referendum sia solo una formalità e che l’approvazione della riforma costituzionale sia ormai già cosa fatta. Se è così, sarà difficile che il consiglio di Jim Messina possa trovare il dovuto ascolto da tipetti drogati di autostima come Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, che d’altronde, per quanto hanno fin qui illustrato del loro carattere, potrebbero risultare «umani» solo facendosela addosso. Potrebbe basta anche la piccola, forse, ma per andare sul sicuro – consiglio a gratis – meglio la grossa.

martedì 12 luglio 2016

Malammore


Nellultima o penultima puntata della seconda serie di Gomorra (Sky Atlantic, 2016) – non ricordo bene – cè la scena in cui Malammore, il fedelissimo di don Pietro Savastano, uccide Maria Rita, una ragazzina di undici o dodici anni, figlia di Ciro Di Marzio: un caso di vendetta trasversale, tanto più bestiale perché ad esserne fatto oggetto è un minore. Non è solo questo, tuttavia, a destare il comprensibile raccapriccio nello spettatore: prima di sparare, quasi per uno straccio di anticipata resipiscenza, Malammore prende il crocifisso che porta appeso ad una catenina che ha al collo, lo porta alle labbra e lo bacia. Anche con un certo trasporto, occorre dire.
È evidente che la religione centri poco o nulla, ma è altrettanto evidente che quel crocifisso è senza alcun dubbio un simbolo religioso. Come possiamo sciogliere il paradosso?
Una soluzione potrebbe essere quella di ascrivere il gesto a tutta quella serie di rituali che in passato precedevano le operazioni belliche che avessero per fine più o meno dichiarato quello dello sterminio di infedeli, e che ancora oggi persistono in forma residuale nella benedizione delle truppe inviate in guerra, in certi casi perfino delle loro armi, da parte dei cappellani militari, come a dare una sorta di copertura morale al soldato per ciò che si appresta a fare. Bene, ma tutto questo ha qualche attinenza con ciò che è propriamente religione? Tutto sta nel propriamente, perché ogni religione – insieme – vieta severamente lomicidio e poi concede sempre qualche deroga a commetterlo, soprattutto quando è in gioco la difesa della fede, anche se per alcune religioni la deroga ormai si è assai ristretta. Si prenda proprio il caso del crocifisso di Malammore: in passato giustificava ammazzamenti dogni genere, oggi solo la legittima difesa, nella quale rientrano, anche se sempre meno comodamente, pure la pena di morte e la cosiddetta «guerra giusta» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2263-2267).
Diremmo che Malammore è tre volte in difetto verso il crocifisso che bacia prima di far fuori la ragazzina. Innanzitutto, è pesantemente anacronistico rispetto ai tempi in cui nelloccidente cristiano bastava baciare un crocifisso per sentirsi a posto con la coscienza e passare ad ammazzare chiunque stesse sul cazzo a chi comandava di farlo. Il Pietro che gli ha commissionato quellomicidio, inoltre, non ha proprio niente a che vedere col Pietro che invece avrebbe avuto piena potestà di commissionarglielo, in passato, semmai insignendolo del titolo di defensor fidei. Infine, la piccola Maria Rita è soggetto che si presta in modo assai poco congruo a poter essere considerata nemica della fede, quandanche la scena fosse retrodatata di secoli: non è ebrea, non è eretica, non è strega.
In definitiva, potremmo dire che il bacio che Malammore dà al crocifisso, più che muoverci a sgomento, deve interrogarci sulla funzione che quel gesto ha avuto in passato, e sul come ne sia arrivato fino a noi del tutto privo, per finire collindurci a una reazione che somiglia molto, per l’automatismo che fa mix di ignoranza e pigrizia mentale, al biasimo di cui facciamo oggetto chi usi posate e bicchieri tenendo il migliolo sollevato in aria, retaggio dei tempi in cui a quel dito i nobili portavano un anello, quello solitamente usato per apporre il proprio sigillo, che a tavola cercavano di evitare si sporcasse di pietanze. Nato come gesto con una sua precisa funzione, è diventato, prima, ciò che segnalava il possesso di un titolo nobiliare e, poi, uno stigma da cafone.
Ecco, dunque, cosa abbiamo visto in quella scena della seconda serie di Gomorra: un fossile del cristianesimo che ieri era vivo e pulsante (immaginate un esercito di crociati sfilare davanti a uno stendardo sul quale è ricamata una croce da baciare prima di schierarsi in battaglia) e che oggi emerge dal passato ormai pietrificato, roba che un creazionista può azzardare sia una prova cui Dio ci sottopone per saggiare la nostra cocciutaggine nell’eresia darwinista. Il crocifisso di Malammore – possiamo dire – assume la funzione di un feticcio di cui si sia smarrita la comprensione del perché la sua protezione sia potente.

Questa era la premessa. Si è capito che lintenzione era quella di commentare leditoriale che Ernesto Galli della Loggia firmava ieri sul Corriere della Sera per dare una risposta indiretta a quanti mi hanno accusato di aver omesso ogni cordoglio per gli imprenditori tessili italiani morti a Dacca per limitarmi ad insinuare che potessero essere lì a delocalizzare la produzione per il basso costo della manodopera locale? No, eh? E vabbè, significava pretender troppo. Passiamo a Ernesto Galli della Loggia.

«Chissà se in quella tragica sera di Dacca qualcuno dei nove italiani, mentre veniva torturato e si preparava ad essere sgozzato per non aver saputo rispondere a dovere alle domande di catechismo islamico, avrà pensato che i suoi compatrioti avrebbero preso l’impegno di vendicarlo. Penso proprio di no, dal momento che quegli italiani erano certamente esperti del mondo e della vita. Non sta bene covare sentimenti di vendetta, e tantomeno dirlo: loro sapevano che noi la pensiamo così, e dunque non potevano certo farsi illusioni».
Se non fosse che siamo così intensamente cristiani da non riuscire neppure a concepirla, la vendetta, come avremmo potuto vendicarli, volendo? A chi farla pagare, visto che gli attentatori hanno seguito la stessa sorte delle loro vittime? Prendercela con tutti i musulmani di casa nostra o con i soli musulmani dorigine bengalese? Dichiarare guerra al Bangladesh? «Quegli italiani erano certamente esperti del mondo e della vita», non cè motivo per dubitarlo, non a caso facevano affari in un paese dove un salario medio è sui 60-70 euro, a fronte dei 1.600-1.700 che costerebbe in Italia: nulla a che vedere con lesperienza che rende impossibile attendersi vendetta, per sensibilità cristiana, dai propri connazionali, men che meno da quelli licenziati perché la loro produzione veniva trasferita in Bangladesh. Diciamo che il mondo e la vita di cui erano certamente esperti li rendeva scettici sulla possibilità di essere vendicati, ma per tutt’altre ragioni che la nostra indiscutibile sensibilità cristiana.
«Verso la memoria di quelle vittime però, dovremmo tutti prendere almeno un impegno di serietà e di verità. Dunque, parlando di ciò che li ha condotti alla morte, rinunciare al buonismo di principio, ai giudizi programmaticamente tranquillizzanti, agli equilibrismi. Che ad esempio i maggiori quotidiani del loro Paese, quasi per farsi perdonare l’audacia di aver avanzato in un primo momento il sospetto che nella macelleria bengalese, vedi mai, la religione islamica c’entrasse qualcosa, che quei giornali, dicevo, immediatamente dopo si sarebbero sentiti in dovere, in omaggio a una presunta obiettività, di pubblicare articoli volti a rigettare il sospetto di cui sopra giudicandolo calunnioso e frutto di ignoranza, ebbene che una cosa simile sarebbe accaduta questo forse nessuna di quelle vittime è arrivata certamente a pensarlo».
Se guardando la puntata di Gomorra di cui abbiamo parlato nella premessa hanno rigettato l’idea che quel crocifisso avesse a che fare con la natura prima e ultima del cristianesimo, può darsi invece che siano arrivati a pensarlo: perché dare per scontato che gente esperta del mondo e della vita non sappia che la religione è sovrastruttura che copre mille schifezze?
«Da anni infatti terroristi islamici seminano dovunque la morte ma l’opinione pubblica occidentale si sente puntualmente ripetere che la loro religione non c’entra nulla. Il più delle volte con l’argomento (evidentemente reputato in grado di chiudere la bocca a chiunque) che, a tal punto il terrorismo islamico non c’entrerebbe nulla con la religione islamica che spesso le sue vittime sono proprio gli stessi islamici. Come chi dicesse che poiché le guerre di religione nell’Europa del Cinque-Seicento vedevano dei cristiani ammazzare altri cristiani, proprio per questo la religione con quella violenza non avesse nulla a che dividere».
Ma anche in quel caso, infatti, la religione era sovrastruttura, stupisce che un professorone del calibro di Ernesto Galli della Loggia possa pensare che cattolici e protestanti si scannassero perché avevano una diversa comprensione del concetto di Grazia.
Prendete fiato, qui Ernesto Galli della Loggia scende nella profondità nel messaggio cristiano: se vogliamo seguirlo senza rischiare l’asfissia, occorre adeguata ventilazione. E attenti a quando lo seguirete nel risalire in superficie, sennò vi scappa l’embolo.  
«“I jihadisti — ha scritto Tahar Ben Jelloun, conosciutissimo teorizzatore dell’Islam tollerante all’interno di un’auspicata tolleranza universale — prendono a riferimento dei versetti che erano validi all’epoca della loro rivelazione ma oggi non hanno più senso”. Già. Ma mi chiedo: e chi è che lo decide quali versetti del Corano continuano ad “avere senso” e quali invece sono per così dire passati di moda? Chi? E in ogni caso non vuol forse dire quanto scrive Ben Jelloun che comunque in quel testo ci sono parole e precetti che si prestano e magari incitano ad un certo uso della violenza? Certo, tutti sappiamo che il monoteismo in quanto tale intrattiene un oscuro rapporto con la violenza. Ma fa qualche differenza o no — mi chiedo ancora sperando di non incorrere per questo nell’accusa di islamofobia — fa qualche differenza o no se nel testo fondativo di un monoteismo i riferimenti alla violenza ci sono, espliciti e ripetuti, e in un altro invece sono del tutto assenti? Fa una differenza o no, ad esempio, se i Vangeli non registrano nella predicazione di Gesù di Nazareth alcuna azione o proposito violento contro coloro che non credono? Non ha significato forse proprio questo la possibilità nell’ambito del monoteismo cristiano di mantenere aperto costantemente uno spazio di contraddizione, di obiezione nei confronti della violenza pur commessa in suo nome che altrove invece non ha mai potuto vedere la luce? Mi pare assai dubbio insomma che tutte le cosiddette religioni del Libro adorino davvero lo stesso Dio come sostengono gli instancabili promotori delle tante occasioni di “dialogo interreligioso” che si organizzano dovunque tranne però, chissà perché, nei Paesi musulmani. Per la semplice ragione che in realtà quel Libro è per ognuna di esse un Libro dal contenuto e dal significato ben diversi».
Quanto spreco di fiato solo per riaffermare le ragioni del Manuele II Paleologo citato da Ratzinger a Ratisbona! Nell’islam sarebbe intrinseca la giustificazione della violenza a fine proselitario che invece è assente nel cristianesimo, e questo sarebbe provato dalla presenza nel Corano di versetti che alcuni musulmani (non tutti, dunque) prenderebbero alla lettera: nulla di simile nei Vangeli, ed ecco, allora, la prova provata che il cristianesimo è religione di tolleranza e di pace. Vallo a spiegare a chi l’ha sperimentato sulla propria pelle per oltre un millennio, dal IV al XVII secolo: digli che è stato battezzato a forza per una malintesa lettura dei Vangeli, che dove non prescrivevano la conversione col ferro e col fuoco trovavano esegeti particolarmente creativi, vedrai che apprezzeranno molto il distinguo e, grati della libertà che gli concedi, abbandoneranno la fede nella Santissima Trinità per tornare ad adorare Pachakamaq, Wiraqucha e Apocatequil.
Certo che pure ’sti Vangeli... Arriva Cristo e chiede che l’adultera non sia più lapidata, però, tanto per dire, dice che della legge mosaica non è venuto a cambiare neanche uno iota. Poi dice che bisogna amare il proprio nemico, ma dice che chi non è con lui è contro di lui. Che tipo, eh? 
«In realtà è assai difficile pensare che l’Islam non abbia un problema specifico tutto suo con la violenza. Ne è prova non piccola, a me pare, come esso continui a praticarla nei suoi riti i quali sembrano non aver conosciuto in misura decisiva il processo di trasfigurazione simbolica avutosi in altri monoteismi. Chiunque ad esempio si è trovato in una località islamica il giorno della Festa del Sacrificio (che ricorda il sacrificio del primogenito richiesto da Dio ad Abramo) ha potuto assistere allo spettacolo di ogni capofamiglia che, armato di coltello, sgozza sulla pubblica via un agnello procuratosi in precedenza. Certo, la pratica non è più universale ma è ancora abbastanza diffusa da impedire di credere che essa non costituisca tutt’oggi un paradigma dal potentissimo richiamo emotivo per l’insieme dei credenti».
Zotici intrinsecamente violenti, senza dubbio. Ma ancora niente rispetto a Malammore.

lunedì 11 luglio 2016

Abbozzo di discorso alla gioventù

L’età, col pesante carico d’esperienza che si trascina sul groppone, dovrebbe temperare l’impeto delle passioni, raffrenarle e raffreddarle, con ciò donando ad esse forma acconcia a rappresentarsi non altrimenti che come ampiezza e varietà del sentire, e invece – scusate il francesismo – manco per il cazzo: si prova, talvolta ci si riesce pure, ma in fondo è al più un dissimulare ben riuscito, tanto meglio se inganna innanzitutto chi dissimula: fatevelo dire da uno che è abbastanza vecchio da poterlo constatare di persona, ma non troppo da doverlo tacere come ultimo tributo a saldo dei tanti errori di cui ogni vita è stracolma: non vi aspettate che la foia vada a languire in raffinate meditazioni estetiche, cari giovinotti, non vi aspettate che il furore svapori in soffice ironia: metterete un po’ di pancia e questo, forse, frenerà l’impeto delle avances alle sbarbine, eviterete, forse, qualche rissa perché non avete più niente da perdere (non date retta ai poeti: si è portati a rischiare di più quando si ha tutto da perdere, è che accade perché non lo si sa), ma sarà tutto uguale ad ora, appena un po’ più nitido, o forse no, appena un po’ più opaco, ma forse nemmeno: soprattutto: scordatevi di poter diventare quello che siete, Nietzsche si era già bevuto il cervello quando lo ha detto: non lo diventerete mai: capirete – piano piano, se sarete fortunati, senno di botto, e quasi sempre sarà troppo tardi, se avrete sfiga – che l’opera è destinata a rimanere sempre incompiuta, pure se doveste arrivare a cent’anni e la vita dovesse esservi venuta a noia o a schifo: siete già quello che siete, e non sarete mai quello che dovreste, non potreste neppure se si trattasse di diventare altro: non fatevi prendere dal panico, ma non cercate di mantenere la calma: soprattutto: non tentatela neppure, l’atarassia, Schopenhauer cominciò a consigliarla solo dopo che una certa Irmgard dalle lunghe trecce gliel’aveva negata: non gliel’avesse negata, sarebbe stato Schelling: insomma: non date retta a chi dice, citando Croce, che l’unico compito dei giovani è quello di diventare adulti: è compito impossibile: si passa dalla gioventù alla vecchiaia senza transizione, per dover constatare che è tutto esattamente eguale (fatta eccezione per la potenza del cazzotto, dell’eiezione spermatica e altri dettagli tutto sommato altrettanto irrilevanti): soprattutto: per constatare che il passare del tempo è – appunto – un passatempo: basta non sprecarci troppo tempo, sennò non ne rimane per prepararsi a...

A cosa serva, l’esperienza, non sarà mai troppo chiaro. Renzi si dice disponibile a rivedere l’Italicum, che fino a prima delle Amministrative era la legge elettorale più bella della galassia, e toccarla sarebbe stato sacrilegio: grida di giubilo dallo sgabuzzino in cui la minoranza interna stava in castigo. Anche il referendum di ottobre non è più l’Armageddon che prometteva d’essere: opportunisti per tara genetica, i radicali si sono inventati lo spacchettamento, e Renzi già fa un pensierino a spacchettare il suo tutto per tutto (torna a casa se ne perde tre su cinque, due su quattro o sarà rivoluzione copernicana anche la sola abolizione del Cnel?). Be’, che c’è da stupirsi? Incazzarsi, poi, a che pro? Niente, dietro quel sorriso che sembra il più bel sigillo possibile da apporre sul trattato di pace permanente col mondo, c’è il sordido augurio che a tutti – a Renzi, a Cuperlo, agli inconsolabili orfani e alle inconsolabili vedove di Torre Argentina – possa venire un cancro in culo. Non letale, piccolino, ma dolorosissimo.

sabato 9 luglio 2016

Afa permettendo



Da Studi sul mutamento sociale di Amitai Etzioni (Etas Kompass, 1968) ho riportato uno stralcio dellIntroduzione alla Parte seconda (Strategie del mutamento), dove si prende a esempio quello che fu l’embrione della Ue – la Cee – per comparare l’efficacia delle modalità di «riforma» e di «rivoluzione» comunemente adottate per realizzare un mutamento sociale, risolvendosi col dare una risposta positiva alla domanda: «può un mutamento sociale che è largo come campo d’azione e rapido come ritmo essere compiuto senza una forte violenza?». Questo post si limita a porre solo i termini di una questione che, tempo permettendo, mi ripropongo di affrontare a margine – solo a margine – del dibattito sul destino della Ue, che con la Brexit è diventato un po più isterico di quanto già non fosse. È peraltro evidente che già dal modo da me scelto per porre i termini della questione (mostrare le promesse tradite dalla fede in un approccio gradualista) la mia riflessione non mancherà di sollevare obiezioni che in gran parte ho già presenti, e che comunque non mi scoraggiano. Dovessi rinunciare a metter mano alla cosa, si sappia: è stata colpa dellafa.

Un cazzone come non se n’è mai visti di eguali


Non ho dato molta attenzione al processo in cui alla sbarra erano, fra gli altri, Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi. La ragione sta nel fatto che mi è parso avesse il sapore di una farsa, come daltronde mi pare confermato dal modo in cui si è chiuso, e infatti lunico commento che ho dedicato alla vicenda si è risolto in due tweet di rampogna ai due imputati, colpevoli a mio modesto avviso di essersi prestati per sciocca vanità professionale al ruolo che il Vaticano aveva affibbiato loro in quella che peraltro aveva tutti i tratti di unoscena parodia («Nuzzi e Fittipaldi – scrivevo il 24 novembre dello scorso anno – non dovevano presentarsi in Vaticano, per la semplice ragione che non erano tenuti a farlo. La vanità è stata più forte»; e poco dopo: «La tragedia di Giordano Bruno trascinato in ceppi dinanzi allInquisizione torna come farsa con Nuzzi che va a farsi processare in Vaticano»).
Oggi che il Vaticano manda prosciolti i due per «difetto di giurisdizione», dichiarandosi in sostanza non legittimato a processarli, eviterei a maggior ragione di tornare sulla faccenda, se non fosse per il contenuto dell’intervista che Gianluigi Nuzzi ha concesso a Luca Telese per Libero di venerdì 8 luglio (pag. 3), e che nel titolo e nel sommario, qui sopra riprodotti, mi fa pentire di quei tweet, dei quali qui chiedo pubblicamente scusa: a spingere Gianluigi Nuzzi a farsi processare da chi non ne aveva alcuna legittimità – per averne la contezza bastava uninfarinatura non dico di Diritto, ma di cultura generale – non era la voglia di mettersi in posa da eretico o da martire della libertà di stampa per lucrarci sopra, ma il mero non capire un cazzo di quello che in realtà era il vero scopo di un processo istruito a quel modo.
Dico questo, perché a me, a naso, Gianluigi Nuzzi è sempre parso un buon cazzone, capace sì di farsi usare – non importa quanto coscientemente – da questa o quella fazione interna alla Curia pur di poter rivendicare il sacrosanto diritto di fare informazione, ma non al punto da farlo sentendosi davvero a rischio di essere bruciato vivo a Campo de Fiori. Per quello che oggi gli esce di bocca non ci sono che due alternative: o Gianluigi Nuzzi non è affatto un buon cazzone, e in finale di farsa continua a scroccare emozione attardandosi a tenere addosso i panni delleretico, ora graziato da Papa Clemente Ennesimo; o è molto più che un buon cazzone, è un cazzone come non se nè mai visti di eguali. E tra le due alternative, per non far torto al naso, mi impongo di prendere per buona la seconda. 

venerdì 8 luglio 2016

Omicidio preterintenzionale con finalità razzista

Molte volte abbiamo visto frustrata in sede di giudizio la domanda di giustizia che legittimamente si levava dall’opinione pubblica in occasione di vicende segnate da reati particolarmente odiosi, non di rado arrivando ad essere assai meno legittimamente attesa di vendetta, e questo è quasi sempre accaduto per un difetto dellimpianto accusatorio che recepiva quellistanza senza essere capace di circostanziare correttamente la fattispecie penale in oggetto: in sostanza, la delusione tradiva quasi sempre unaspettativa mal riposta e un uso maldestro dello strumento dell’accusa.
Questo mi pare il rischio posto nella formulazione dell’imputazione mossa ad Amedeo Mancini, perché non c’è dubbio che una finalità razzista fosse più che esplicita nell’insulto che egli ha rivolto alla signora Chinyery Emmanuel, ma dimostrare che questa finalità fosse attiva pure nell’aggressione ai danni del marito potrebbe non essere così semplice come oggi sembra: una cosa, infatti, è poter esser certi che l’autore dell’aggressione sia un razzista, come in questo caso è fuor di dubbio sia, un’altra che nell’aggressione vi fosse il fine razzista.
Non mi si fraintenda, per piacere: non sto indossando i panni dell’avvocato difensore, ma solo sollevando una perplessità riguardo all’aggravante di finalità razzista ipotizzata in quello che l’accusa sostiene essere stato un omicidio preterintenzionale. Per come sono stati riportati dagli organi di informazione, i fatti mi lasciano supporre che l’accanimento speso sulla vittima consentisse di formulare perfino l’accusa di omicidio volontario. Non escludo, dunque, la finalità omicida nell’aggressione: mi limito a considerare che possa essere maggiore la difficoltà di dimostrare quella razzista.
Posto, infatti, che l’aggressione sia stata messa in essere come risposta alle legittime proteste di chi aveva visto la propria moglie essere fatta oggetto di una pesante ingiuria, c’è da domandarsi se l’ipotesi dell’aggravante della finalità razzista potesse essere formulata anche nel caso in cui il marito non fosse stato nigeriano, come sua moglie, ma italiano: ucciso, in questo caso, per aver preso le difese della moglie o per odio razziale?
Anche qui vi prego di non fraintendermi: il rischio che intravvedo è che, se cade l’aggravante della finalità razzista, Amedeo Mancini possa cavarsela con una pena assai più lieve di quella che l’indignazione pubblica oggi si attende, e con un danno enorme per la giustizia, che onestamente mi pare assai peggio. 

giovedì 7 luglio 2016

[...]

Se non si fa proprio latto di fede che nella Chiesa afferma essere permanente lazione dello Spirito Santo, si pone il problema di come la sua istituzione abbia potuto sfidare i secoli superando crisi spesso drammatiche. Senza sottovalutare affatto la straordinaria serie di fattori che nel tardoantico le hanno consentito di germinare, radicarsi e crescere, cè da chiedersi come abbia potuto resistere allusura che intanto andava dissolvendo tutto ciò che le era dintorno, per giunta riuscendo sempre a parare i colpi micidiali che intanto le venivano inferti da potenti antagonisti esterni e interni, rinnovandosi costantemente, pur riaffermando di essere sempre uguale a se stessa, per trovare modo di perpetuarsi in un continuo adattamento al secolo. È questione sulla quale gli storici sono concordi: la Chiesa ha avuto il merito di saper costantemente sfruttare al meglio, facendole proprie, le eccellenze che da subito ha coltivato nei campi del sapere, prima in concorrenza e poi in regime di monopolio. Con l’oculata scelta di farsi detentrice unica del lavoro intellettuale in tutti i campi della conoscenza umana, ha presto acquisito strumenti insuperabili per selezionare le migliori intelligenze che fiorivano nel vasto impero che le era assoggettato, indirizzandole al servizio cui sarebbero state destinate fin dai primi segni che esse davano di sé, per edificare il prototipo di quell’intellettuale collettivo, strutturalmente e funzionalmente organico, magistralmente descritto da Antonio Gramsci nel Quaderno XII. Perché questo fosse possibile era necessario che fosse possibile la promozione sociale dei più dotati, e che questa promozione fosse scrupolosamente programmata, attentamente curata lungo tutto il suo gradiente, per assicurare un continuo apporto di energie fresche. È così che si spiega la costruzione di una élite in continuo adeguamento ai tempi e, allo stesso tempo, in grado di condizionarli. In tal senso, il celibato del chierico acquisiva un significato ulteriore rispetto allesigenza primaria di non disperdere il patrimonio della Chiesa: impediva la costituzione di linee ereditarie nella detenzione di cariche, rimettendo al merito la loro attribuzione. In sostanza, lélite ecclesiastica si dava regole che la rendevano strettamente funzionale al più generale interesse di unistituzione che fin dallautocomprensione e dallautorappresentazione di corpo mistico del Cristo vivente non poteva darsi altra struttura che di tipo organicistico. Regole ben diverse da quelle dellélite che si strutturano in caste impermeabili allapporto di meriti esterni a quella che si dà forma in cerchia che tutela un interesse di classe, e che tende a trasmettere alla progenie, col patrimonio materiale, anche quello della conoscenza. Siamo dinanzi al problema che affligge in radice il liberismo per la facoltà concessa allindividuo di poter trasmettere la proprietà privata ai propri eredi, di fatto abolendo la condizione di parità in partenza che in teoria dovrebbe coniugare al meglio libertà e uguaglianza: problema sostanzialmente irrisolvibile, data la natura del contratto umano che lega padri e figli. Il pericolo più grosso corso dalla Chiesa nel corso della sua storia fu quello che col nepotismo rese liberamente trasferibile la carica ecclesiastica lungo lasse ereditario naturale, negazione in principio di quello della dinastia apostolica. Così per lélite che blocca lascensore sociale: per quanto possa essere feroce la difesa delle proprie prerogative e dei propri privilegi, il sistema col quale nega laccesso a chi ne ha merito è il dispositivo a tempo che ne causa lautodistruzione. 

mercoledì 6 luglio 2016

Gentile Matteo Renzi


Gentile Matteo Renzi,
nel caso in qualche modo Le arrivasse questa mia che metto in bottiglia e getto nel gran mare della rete – mi auguro voglia apprezzare, come sforzo empatico, ladeguarmi alla Sua estetica da liceale – sappia che qui Le parlo deponendo ogni disprezzo per la Sua persona, cosa che fino a ieri ritenevo impossibile, ma che invece oggi, almeno per il breve spazio che prenderanno queste righe, credo di riuscire a fare.
È che nella mostruosa costruzione dellimpostura da Lei incarnata mi è parso di scorgere una tenue incrinatura nel punto in cui, nel corso della relazione da Lei tenuta alla Direzione del Pd di ieri, ha fatto cenno alla vergogna che Suo figlio Le ha detto proverebbe nel caso in cui Lei si recasse ad assistere una partita di calcio da lui giocata. Sono certo che uno come Lei non abbia alcuna difficoltà nel fingersi commosso, né credo si farebbe scrupolo nellusare un figlio per estorcere due grammi di simpatia, e tuttavia ieri mi è parso sincero: mi è parso sinceramente addolorato nel fatto che Suo figlio non voglia che Lei vada a guardarlo quando gioca, ed è quel dolore di padre che oggi mi consente di rivolgermi a Lei dimenticando per un istante il resto. Non escludo, sia chiaro, che ieri Lei possa aver messo a frutto gli studi di Ekman, Cialdini, Mehrabian, e sappia spezzar la voce ad arte, deglutire come si deve, insomma, non escludo che ieri Lei mi abbia fottuto, ma fa niente, voglio dare per scontato che Lei fosse davvero addolorato.
Bene, mi consenta di correggere lerronea impressione che Le ha dato il dolore: il ragazzo non si vergogna che il su babbo abbia la scorta, e nemmeno che labbia a dispetto di quanto Lei ebbe a dire in giorno in cui si insediò a Palazzo Chigi («A me la scorta non mi garba, non la voglio, grazie. La mia scorta è la gente» - Corriere della Sera, 18.2.2014), prima di una lunga serie di parole non mantenute: il ragazzo teme di doversi vergognare degli epiteti che il pubblico presente non mancherebbe di rivolgerLe.
Sia orgoglioso di Suo figlio: ha miglior polso del Paese di quanto ne abbia Lei. E poi ha una virtù che Le manca, e che dunque deve aver preso senza dubbio dalla mamma: è capace di vergognarsi. Lei non può capire, ma – si fidi – è promessa che, a dispetto di quello che è suo padre, possa pure diventare un galantuomo. Quella, sì, che almeno a casa Sua sarebbe una riforma di rilievo.
Saluti,

martedì 5 luglio 2016

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Su segnalazione di diciottobrumaio ho acquistato e letto uno dei più bei libri che mi siano capitati per le mani in questi ultimi anni, la Storia della guerra civile americana di Raimondo Luraghi (Rizzoli, 1985), e davvero non posso trattenermi dal consigliarvelo. Non fatevi spaventare dal numero delle pagine, scorre che è una meraviglia.  

domenica 3 luglio 2016

Italiani nel mondo


«17.3.2014 - Le telecamere di Presadiretta hanno girato un reportage sconvolgente in Bangladesh, il paese dove i grandi marchi di tutto il mondo vanno a produrre i loro capi sfruttando il bassissimo costo della mano d’opera. Il paese dove un anno fa è crollata la fabbrica di Rana Plaza, già dichiarata inagibile, lasciando sotto le macerie più di mille lavoratori. Un paese dove gli operai che lavorano per l’Occidente guadagnano poche decine di dollari al mese, non hanno diritto di chiedere aumenti né di manifestare. Presadiretta è andata nel centro e nel nord Italia per raccontare la crisi del tessile, il secondo comparto industriale italiano per numero di lavoratori, che in questi ultimi anni di crisi ha perso più di 85mila posti di lavoro. E soprattutto, per capire le ragioni della crisi di questo settore. Non solo la concorrenza dei laboratori cinesi e la delocalizzazione nei paesi dove il costo della forza lavoro è sempre più basso, ma anche la pratica di esternalizzare porzioni della produzione all’estero, per poi assemblare in Italia e applicare l’etichetta “Made in Italy”» (*).