martedì 2 maggio 2017

Uno stronzo a forma di serpente, sì, ma non solo

Si trattasse solo della sua parabola umana, potremmo anche fare a meno di occuparcene, perché quella di Matteo Renzi è del genere che non offre alcun interesse particolare. Noto il fuoco, nota la direttrice, nota la formula che ne genera la curva, noti i valori che ne determinano il profilo, quale che sia il piano sul quale possiamo andare a considerarla come percorso personale, apologo morale o caso clinico, è parabola che sappiamo come sale e che sappiamo come scende. Lungo tutta la salita, d’altronde, abbiamo visto confermati tutti i caratteri di questo genere di curva, mentre dal 4 dicembre ad oggi, in questo primo tratto di discesa, ne abbiamo puntualmente avuto il riscontro atteso.
Potremmo, insomma, lasciar perdere Matteo Renzi, dedicandoci a questioni più interessanti, per limitarci a metterci una pietra sopra quando tra tre o quattro anni sarà tornato da dovera partito, ma coperto di merda. E invece occorre occuparcene, perché alla sua parabola umana sembra ormai indissolubilmente legata quella di una parte del paese.
A scanso di equivoci, però, chiariamo: Matteo Renzi non nasce dal nulla per legare indissolubilmente a sé il Pd con chissà quale fatale e subdolo sortilegio. Senza voler affatto sottovalutare gli strumenti che gli hanno permesso di trasformarlo in un partito personale, è il caso di aprire gli occhi su ciò che il Pd era fin dalla sua nascita, e che spesso pare sia rimosso, per piegare alla vulgata della «mutazione genetica» che un post-democristiano avrebbe indotto in un partito che al momento della fondazione era almeno per tre quarti post-comunista.
Il rimosso è che, almeno in nuce, il Pci aveva, fin dal 1975, acquisito i tratti di quel partito socialista borghese (cfr. Gian Franco Venè, La borghesia comunista, SugarCo 1976), che «corrisponde al suo proprio carattere solo quando diventa pura figura retorica» (Karl Marx/Friedrich Engels, Il manifesto del partito comunista, 3, 2). Di questa figura retorica del socialismo era riuscito a conservare i tratti fin dopo la Svolta della Bolognina, quando, peraltro senza alcuna elaborazione critica del suo più prossimo e recente passato, cominciava a dirsi socialdemocratico, per diventare sempre più solido cooperante della trasformazione cui intanto il capitale andava incontro, a fronte del processo di globalizzazione del mercato. Restava solo la blairizzazione del partito in cui il Pci-Pds-Ds andava a confluire, per dare pienamente conto delle politiche sempre meno «di sinistra» del Pd, e tuttavia rivendicate come tali, con una temeraria faccia di culo. [Per citare solo due dei più recenti tentativi di accreditare come partito «di sinistra» quello che ormai sarebbe il caso di ribattezzare PdR (Partito di Renzi), bastino quelli di Francesco Cundari con «Lottimismo è di sinistra (e pure marxista)» (Left Wing, 17.1.2017) e «Una Leopolda gramsciana» (lUnità, 14.3.2017), che è difficile dire se più irritanti o esilaranti.]
Il fatto che Matteo Renzi vinca le primarie del Pd con il 68% nel 2013 e con il 71% nel 2017, dunque, non è da interpretare come investimento sulluomo che promette di dare al partito una salda e duratura egemonia culturale e politica, costi quel che costi, fosse pure il rendere sempre più problematico poterlo dire (anche solo in parte, e per «pura figura retorica») «di sinistra». Al contrario, rivela in una consistente parte di quell’elettorato che cominciò a votare il Pci dal 1975 in poi, per rimanervi fedele mentre diventava Pds, e poi Ds, fino a confluire nel Pd, un acquistato disinteresse per quella «pura figura retorica» del socialismo che prima sembrava indispensabile a far da velo a un partito borghese, dunque sostanzialmente prono alla logica del capitale.
Un punto, tuttavia, resta da chiarire sul perché, e sul come, sia venuta a mancare la preoccupazione di salvare almeno le apparenze, fino a sentire rivendicare quasi con orgoglio una sostanziale neutralità ideologica nell’analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni. [È il caso, per esempio, delle politiche riguardanti il flusso di migranti dalle coste africane verso quelle italiane: dopo aver affermato che «il problema della sicurezza non è di destra, né di sinistra», si è passati a rivendicare come senza dubbio «di sinistra» la soluzione dei Cpr avanzata da Marco Minniti in forza della sola ragione che sarebbero più efficienti dei Cie, così come definiti nel 2008 dal governo allora presieduto da Silvio Berlusconi, e con Roberto Maroni agli Interni: stessa logica concentrazionaria, ma – appunto – più efficace, e senza alcuna rottura rispetto al modo in cui il centrodestra concepiva e affrontava il problema.]
Senza addentrarci troppo nelle dinamiche socio-economiche che hanno cambiato corpo e faccia al ceto medio negli ultimi trentanni (con una sensibile accelerazione negli ultimi venti, diventata convulsa negli ultimi dieci), potremmo semplificare dicendo che la crisi in cui è precipitato sul piano economico, prima, e su quello culturale, dopo, ha sottratto il lusso di poter essere «di sinistra» a buona parte di quellelettorato che dal 1975 in poi ha preso a votare Pci-Pds-Ds-Pd, finendo infine per toglierle anche il lusso di onorarne almeno la «pura figura retorica».
In buona sostanza, parliamo di quella «aristocrazia operaia» che non è affatto da intendere come la parte degli operai meglio pagati, ma come quelleterogeneo insieme di dirigenti e di funzionari di partito e di sindacato, di intellettuali (giornalisti, scrittori, ecc.) in maniera diretta o indiretta orbitanti attorno al Pci, prima, e al Pd, poi, e dei parlamentari, dei consiglieri regionali, provinciali e comunali in rappresentanza nazionale o locale del partito (cui ovviamente vanno aggiunti i componenti dei loro staff e quantaltri adibiti in pianta stabile alle attività di propaganda sovvenzionate dal partito).
Per il progetto di «egemonia culturale» perseguito dal Pci fin dai primi anni dellultimo dopoguerra, quando gli accordi di Yalta sbarrarono la strada ad ogni soluzione violenta per la presa del potere in Italia, questa «aristocrazia operaia» è venuta a rappresentare una consistente porzione della base elettorale comunista, ampliandosi nei numeri proprio grazie alle politiche sociali promosse dal Pci nel regime di sostanziale consociativismo pattuito con la Dc.
Scrive Venè nel lavoro già citato: «La borghesia comunista è composta da borghesi che, con il loro voto, hannofatto del Pci un partito candidato ad entrare nellarea del potere. Quali interessi e quali prospettive può avere un borghese per offrire il proprio suffragio a una forza politica che, per propria natura, dovrebbe essere “antiborghese” e “anticapitalista”? […] Tutto ciò pone il Pci di fronte a una serie di scelte essenziali, delle quali si cerca di non parlare mai, e meno che mai nellimminenza delle elezioni. Quale atteggiamento può assumere, concretamente, un partito che nasce dal movimento operaio nei confronti dei milioni di borghesi che si sono giovati delle lotte sindacali per mantenere i propri privilegi parassitari partecipando allo sfruttamento della classe operaia? In base a quali criteri il Pci può selezionare, allinterno degli strati borghesi, i voti realmente utili alla formazione di una nuova società da quelli suggeriti dallopportunismo o da una semplice fiducia nelle riforme “tecniche” proposte dagli efficienti quadri di partito? E soprattutto: a quali voti “borghesi” il Pci dovrebbe rinunciare per tener fede ai suoi programmi di rinnovamento?».
È da correggere, dunque, lidea che in questi ultimi anni si è fatta strada anche nelle analisi dei commentatori politici più acuti: con il PdR non siamo dinanzi alla «mutazione genetica» che un post-democristiano avrebbe indotto in un partito che al momento della fondazione era almeno per tre quarti post-comunista, ma alla chiusura di quel lento processo che ha portato con successo la «borghesia comunista» a marginalizzare la base elettorale tradizionalmente «di sinistra», per renderla dapprima solo esornativa, quasi esclusivamente epidittica nella narrazione del partito «di (centro)sinistra», fino a espellerla di fatto dal partito. Basti pensare che da tempo in Parlamento non siede un solo operaio sui banchi del Pd, mentre abbondano figure dell«aristocrazia operaia», insieme a imprenditori e notabili di questo o quel potentato. Matteo Renzi non ha democristianizzato il Pd: è la democristianizzazione del Pci iniziata nel 1975 ad essersi finalmente palesata in modo inequivoco, per finire col non avere nemmeno più bisogno di essere dissimulata.
Ecco perché la parabola di Matteo Renzi riveste un interesse che va ben oltre lo studio dellennesimo stronzo a forma di serpente, soprattutto adesso che il pieno controllo del Pd gli consente di non avere altri freni lungo la discesa. È chiaro che, per assecondare la sua malata smania, non potrà che stringere un patto col centrodestra un minuto dopo aver incassato il risultato delle prossime elezioni politiche, e alla perdita di consensi cui lo porterà la frettolosa rimozione della lezione del 4 dicembre si aggiungerà quella ulteriore conseguente alla grande coalizione che stringerà con Silvio Berlusconi, la cui vita non si prospetta facile, né lunga, a fronte delle spinte che verranno da un paese ormai avvitato in un declino dal quale potrebbe venir fuori solo con politiche sgradite tanto allelettorato del centrodestra quanto a quello del Pd, per quel che ormai è diventato. Matteo Renzi non consegnerà lItalia al M5S nel 2018, ma nel 2020 o nel 2021 senza meno.
È solo lì che la sua parabola toccherà il punto più basso, e quasi certamente gli risulterà assai più doloroso di quanto oggi sia in grado di immaginare, perché il «buon selvaggio» di Rousseau, contrariamente a quanto riteneva Rousseau, sa essere candidamente cattivo, praticamente una bestia.

martedì 25 aprile 2017

È un po’ come il 6 gennaio

È un po come il 6 gennaio. La cosa nasceva come Epifania, cioè come apparizione della divinità in forma visibile, così ci ragguaglia Wikipedia, con riferimento alla visita dei Tre Re Magi alla grotta in cui da poco era nato Gesù. In realtà, non erano tre e non erano nemmeno re, ma insomma, via, la cosa stava in piedi, e poi c’erano le statuine di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre a fugare ogni dubbio: tre, e re.
Poi, si sa che fine ha fatto, l’Epifania: cè voluto del tempo, ma è diventata una vecchiaccia a cavallo di una scopa, per giunta cambiando a tal punto il nome che oggi a chiederti donde venga il termine Befana è il Trivial Pursuit, e ovviamente parlo delledizione italiana, perché anche in questo noi italiani vantiamo la ben nota eccezionalità che ci accompagna da sempre.

Su cosa si commemori esattamente il 25 aprile non siamo forse allo stesso punto, daltronde dal 1945 sono passati solo 72 anni, però il tempo ci sta lavorando sopra, e occorre dire che anche qui promette altrettanto bene. Resta la Festa della Liberazione, al momento, ma, chissà, può darsi che di qui a qualche lustro sarà Festa della Libagione, una specie di Oktoberfest di cui solo gli storici sapranno rintracciare lorigine.
Intanto è ancora relativamente chiaro da cosa ci si è liberati, però il termine nazifascismo genera qualche ambiguità, nel senso che, insieme, cadde il fascismo e finì loccupazione dellItalia da parte dei soldati del Terzo Reich, ma più duna questione resta senza soluzione condivisa, al punto che si è convenuto di non riproporla più, sennò latmosfera di festa si sarebbe guastata.

Tanto per dire, in che misura sono da spartire i meriti della Liberazione tra partigiani antifascisti e Forze Alleate? Lidea di un paese che almeno fino al 1940, ma anche fino al 1942, era quasi interamente fascista fa nascere il problema di dove fossero nascosti tutti questi partigiani in grado, solo pochi anni dopo, di cacciare via i tedeschi, da soli, mentre inglesi e americani si limitavano a fare il tifo per loro, per rifocillarli di tanto in tanto con cioccolato e sigarette: tesi che, almeno oggi, nessuno sposa più, ma che per qualche tempo è scivolata nelle pieghe retoriche dellepica vulgata di un paese che non vedeva lora di liberarsi di Mussolini fin dall’indomani della Marcia su Roma, mentre ormai pacificamente si conviene che, salvo quattro gatti, l’Italia fu tutta fascista prima che il fascismo cadesse, e tutta antifascista quando cadde.
Chi vince finisce per convincere, non foss’altro perché col tempo i vinti devono adeguarsi, tutt’al più coltivando nostalgie in spazi molto angusti, dove peraltro non è raro riescano a tenere in vita il germoplasma di una pianta che intanto va in estinzione.
Non che la pianta che ne prende il posto ha vita infinita, perché la mancanza di cure può rinsecchirla, e così, in fondo, è accaduto con quella dell’antifascismo, prima irrigata con fiumi di parole, notte e giorno, per 365 giorni all’anno, e poi innaffiata solo il 25 aprile, e tanto per dar da vedere. Le radici quasi spaccavano il vaso, che infatti mostra qualche crepa, ma oggi, a guardarci dentro, è evidente che sono diventate vizze.

Della guerra civile che si concluse con la vittoria dell’antifascismo sul fascismo resta solo il lontano ricordo, scolorito come i petali del fiore che cogliemmo dai rami della Liberazione, quando il fusto era ancora rigoglioso. Sta in un libro che raccoglie le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, ma conviene non toccarlo nemmeno, sennò va in briciole. Conviene non riaprirlo nemmeno, il libro, sennò quelle lettere ci sembrano scritte invano.
Accontentiamoci del fatto che il 25 aprile non si lavora e si può passare la giornata coi nostri figli. Poi, certo, per chi voglia, resta l’occasione di frugare nelle memorie dei propri padri e dei propri nonni, per trarre dalla storia quello che può tornarci comodo, chessò, l’apologo consolatorio che ci assicura della sicura punizione che tocca a chi confida troppo nell’amore che sembrano mostrargli quanti lo scelgono a sollevarli dalla preoccupazione di essere liberi e responsabili. 


lunedì 24 aprile 2017

Corrispondenze

Gigi Manca mi chiede un commento su ciò che Beppe Grillo ha scritto a margine della discussione parlamentare sul biotestamento (Fine vitabeppegrillo.it, 22.4.2017), e con ciò mi mette in grande difficoltà, perché, al pari di molti altri testi a firma del comico prestato alla politica, anche qui è davvero temerario l’esser certi di aver capito tutto. Questo, d’altronde, è il motivo per cui, pur avendo spesso criticato le sue posizioni, non ho mai affrontato in dettaglio il modo in cui le esponeva, e sì che ho sempre ritenuto essenziale partire dal come ci si esprime per arrivare a capire cosa davvero si pensa. Qualche tentativo, in realtà, lho fatto, ma confesso di aver incontrato le stesse difficoltà che ebbi tanti anni fa quando lessi per la prima volta le Memorie di un malato di nervi di Schreber.
In generale, direi che Beppe Grillo non sappia articolare le proprie argomentazioni, per giunta quasi sempre scorrette (per conclusioni che seguono da premesse infondate) o invalide (per conclusioni non congrue a premesse che pure abbiano un qualche fondamento), procedendo a balzi e a tonfi in un caotico assemblaggio di avvilenti banalità e sgangherati paradossi, che in patenti svarioni lessicali, grammaticali e perfino ortografici danno forma a insopportabili sproloqui.
Anche quello sul quale Gigi Manca mi chiede un commento non fa eccezione, e tuttavia, pur a fatica, si riesce a rintracciare il fine che lo muove: lintenzione è quella di costruirsi una terza posizione tra chi è contrario al testo di legge passato alla Camera, e su di esso si prepara a dar dura battaglia al Senato, e chi invece lo ritiene solo un primo passo, per giunta timido, sulla strada che porta al diritto di scelta eutanasica.

Ve nè un buon donde. La scorsa settimana, intervistato da Cesare Zapperi per il Corriere della Sera, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha detto che «sono tanti i cattolici che partecipano alle iniziative del M5S» e che, «dal lavoro alla lotta alle povertà, nei tre quarti dei casi abbiamo la stessa sensibilità».
Sono affermazioni che hanno sollevato molti mugugni in campo cattolico, al punto che lintervistato si è dovuto affrettare a precisare di aver espresso solo opinioni personali. È innegabile, tuttavia, che questultimo pontificato abbia dato un forte accento populista alla dottrina sociale della Chiesa, rendendo suggestivamente simili su molti temi i fervorini di Bergoglio e le intemerate di Grillo. Tarquinio, insomma, ha fotografato una realtà di fatto, senza peraltro dimenticare di rilevare il punto sul quale la sintonia viene a cadere: «Non riesco a capire come [i grillini] possano portare fino alle estreme conseguenze il loro concetto di libertà su temi eticamente sensibili come quello del fine vita e dell’eutanasia».
Ecco, dunque, la necessità di rigettare laccusa di estremismo costruendosi una posizione favorevole al biotestamento, come daltronde lo è pure la gran parte di quanti in Italia si dichiarano cattolici (almeno a quanto riportano i sondaggi), ma decisamente contraria all’eutanasia, dunque ossequiosa alla dottrina morale della Chiesa. E come poteva essere resa meglio, questa contrarietà, se non con un attacco ai radicali, gli unici ad essersene fin qui fatti espliciti fautori, fino alla raccolta di firme a sostegno di un disegno di legge di iniziativa popolare che a tuttora riposa nei cassetti della Presidenza della Camera dei Deputati?

Grillo li aveva sempre ignorati, i radicali. Per rompere l’isolamento in cui le sue ciniche e opportunistiche giravolte lo avevano precipitato, Pannella gli twittava con la boccuccia a cuoricino: «Finalmente together? Lo sai che t’aspetto da tempo?», ma Grillo non lo degnava neppure di un freddissimo «no, grazie!». Allora da Pannella arrivavano gli insulti, perfino con qualche colpo basso: «Se rifiuti il dialogo, rifai l’errore per il quale anni fa un tribunale ti ha condannato: vai a sbattere, e ancora una volta sarai di danno a chi ti dà fiducia», e Grillo niente, neppure uno sdegnato «che miserabile!». Come non esistessero, i radicali. Che poi è il miglior modo per farli soffrire sul serio, visto che pure il parlarne male li esalta, dandogli comunque un segno che dunque esistono.
Mai esistiti, per Grillo, i radicali. Ora, invece, è il caso di prenderli in considerazione, ma solo per stornare nei loro confronti l’accusa di «portare fino alle estreme conseguenze il concetto di libertà su temi eticamente sensibili» che Tarquinio rivolgeva ai grillini, e dichiararsi equidistanti, di qua, da loro e, di là, dagli integralisti cattolici, che d’altronde, dal vecchio pontificato a quello nuovo, si sono ritrovati come orfani. In tal senso, non è da considerare poi tanto assurda la definizione che Bersani ha dato del M5S affermando possa essere considerato «una forza di centro». Su molti temi, infatti, col crescere dei consensi attribuitigli dai sondaggi, la cosa grillina ha già da tempo cominciato ad operare un sensibile riposizionamento mirante ad accreditarsi come affidabile forza di governo, e con lo stesso espediente che qui serve a presentare come moderata la posizione sul fine vita.

Col primo capoverso del suo lungo post, Grillo marca la distanza dai paladini dei «valori non negoziabili». Dovrebbe essergli più facile che marcarla dai radicali, ma stranamente s’avvoltola in modo assai infelice in una sconcertante serie di infortuni logici.
«In che modo – attacca – un parlamento, la legge scritta oppure ancora da scrivere, può contenere in sé la più grande paura dell’uomo?». È evidente che «la più grande paura delluomo» stia per perifrasi della morte, e già qui, allora, siamo dinanzi a una premessa infondata, peraltro affermata con la categoricità che «uomo» dà alla totalità degli uomini, fra i quali, invece, vanno considerati quanti hanno più paura di soffrire che di morire, e che proprio perciò ritengono di aver diritto ad uno strumento legislativo che consenta loro di scegliere, in una data situazione, la morte piuttosto che la sofferenza.
«Come possiamo pensare – prosegue – di trovarci tutti d’accordo su qualcosa, la fine della vita per come la conosciamo, che ognuno di noi vede e teme in modo differente?». Qui siamo dinanzi ad unaltra premessa infondata, ancorché formulata con l’espediente della domanda retorica. Se, infatti, è vero che non possiamo avere tutti le stesse opinioni riguardo alla morte, è pur vero che ciascuno può averne riguardo alla propria, e nel caso del biotestamento ciò che viene consentito a chi lo stende non implica un giudizio, tanto meno una disposizione attiva, sulla morte altrui, ma esclusivamente sulla propria.
«Nulla è più soggettivo della morte», dice Grillo, e infatti è proprio questo che sta in radice alla legittimità di poter decidere, quando possibile, del come e del quando sia più opportuna la propria morte. E dunque, sì, ciascuno può avere della propria morte unopinione diversa da quella di un suo simile, ma questo mette in discussione cosa realmente la morte sia? No, di certo. E allora che senso ha chiedersi in cosa consista «il passaggio dall’essere vivi al non esserlo più», lasciando intendere che non esista una risposta certa, peraltro proprio dopo aver opportunamente concesso che è possibile dare una definizione oggettiva («in modo scientifico») «dello stato di vita e quello di morte»? Dove vuol andare a parare, Grillo, con due premesse infondate, al momento lasciate in sospeso, e una fondata, ma che porta a conclusione che non le è assolutamente congrua?
È presto detto: «C’è solo una cosa chiara riguardo a questo tipo di argomenti: finiscono per diventare la passerella di schieramento politico preferita da coloro che non intendono affrontare la questione in sé ma, piuttosto, vogliono dispiegare come ruote di pavoni il loro colore morale. Invece di essere in contatto con temi potenzialmente sconvolgenti si approfitta per schierarsi, pronti a dichiarare “inaccettabile” oppure “inammissibile” l’argomento stesso». Non è evidente leco della condanna che Bergoglio ha in più occasioni scagliato contro i politici che pensano di poter far carriera usando in modo strumentale i cosiddetti «valori non negoziabili»?

Come marcare, invece, la distanza dai radicali? Sui contenuti relativi al fine vita è oggettivamente assai difficile (basta dare una scorsa agli interventi tenuti dai deputati del M5S nel corso della discussione sul testo di legge, dove è evidente quanto il diritto di autodeterminazione, che ha fatto da Stella Polare a più di una battaglia radicale, sia pienamente fatto proprio dagli argomenti in favore delle disposizioni anticipate di trattamento), e allora il bersaglio, anche abbastanza in vista, resta quello che, con qualche approssimazione per eccesso, potremmo definire habitus radicale. Faccio riferimento a quella supponenza tutta radicale nel pretendere di incarnare un superiore modello antropologico, che è sempre stato il fianco che i radicali hanno offerto ai loro critici, spesso con esiti catastrofici delle loro pur nobili iniziative.
«Ma neppure possiamo fare la fine dei radicali», dice Grillo. «La fine dei radicali»: già in questa locuzione sono evidenti tutte le ragioni che spingono Grillo allo smarcamento da coloro che – dice – «nascono da una posizione morale e basta, lì finiscono». Giudizio che potrà sembrare ingeneroso, ma che in fondo coglie la sostanziale differenza tra pannelliani e grillini, rimandando alla sostanziale differenza tra Pannella e Grillo: entrambi padroni di linea, roba e simbolo, entrambi istrionici, bizzosi e aggressivi, e poi contraddittori, cinici, opportunisti, stessi modi spicci e stessa voce grossa, entrambi insofferenti ad ogni critica interna o esterna al loro movimento – e qui lelenco dei tratti comuni potrebbe procedere ancora per lunga pezza – ma il primo aspirante al ruolo di papa laico (o almeno, come premio di consolazione, a un seggio di senatore a vita, semmai per prendersi lo sfizio di rifiutarlo prima e poi accettarlo, ma con sufficienza, come Dylan col Nobel), il secondo a quello di piccolo padre o di grande fratello.

[...] 

Caro Gigi, qui penso di potermi anche fermare. Il resto del post di Grillo, infatti, è tutto speso a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, qui col precisare che «il movimento non considera le posizioni morali, oppure religiose, come di meno o più qualificate ad esprimersi in questo senso», lì col puntare lindice sui «moltissimi parlamentari che si sono nascosti dietro improbabili atteggiamenti morali in cerca di un autore politico a cui asservirsi». In definitiva, direi che il post sia una lettera aperta alla Cei, la quale, vedrai, saprà leggerla come si deve. E comportarsi di conseguenza. Almeno fino a quando i sondaggi daranno il M5S attorno al 30%.

sabato 22 aprile 2017

Non vola una mosca

Per evitare di essere fraintesi – rischio che non dovrebbe mai essere sottostimato neppure da chi sappia contentarsi di essere in pace con la propria coscienza – sarebbe consigliabile non affrettarsi a entrare nel merito di una questione quand’essa è ancora in mano a quanti, per chiaro intento strumentale, ne stanno con successo stravolgendo i termini nei quali invece andrebbe correttamente posta: di qua e di là dalla linea che separa i fronti in campo, onestà intellettuale e rigore analitico risultano, in tal caso, parimenti intollerabili, finendo addirittura con lessere considerati via di fuga nel disimpegno. Se veramente la questione ci sta a cuore, occorre rinunciare alla pretesa che la ragione riesca a far sentire la propria voce fra gli strepiti, e aspettare che il frastuono si sposti altrove.
Spesso non c’è nemmeno da aspettar troppo, perché di solito a chi strepita la questione cade di mano dopo due o tre giorni, massimo quattro, mai più d’una settimana, per essere presto abbandonata nel disinteresse in cui abitualmente finiscono i pretesti che sulla scena del dibattito pubblico hanno vestito fino ad un istante prima i panni di problemi cardinali, principi non negoziabili, ragioni prime o ultime, e similari. È allora che può essere recuperata dal punto in cui è stata fatta cadere ed essere adeguatamente riformulata, semmai riconoscendo il merito di chi ha cercato di farlo, restando inascoltato.

Di questo genere mi pare sia la questione sollevata dalla tanto discussa puntata di Report sulle patenti lacune di cui gli organi deputati alla farmacovigilanza si sono fin qui rese responsabili nel controllo sugli effetti indesiderati di alcuni preparati vaccinali (sul punto mi pare non si possano sollevare obiezioni valide, visto che sono state ammesse perfino da Silvio Garattini, persona al di sopra di ogni sospetto in quanto a preconcetti relativi al mondo dell’industria farmaceutica): al netto di quello che si è arrivati a sostenere, o almeno ad insinuare, era questo il tema di quella puntata.
Non erano in discussione limportanza della pratica vaccinale in generale, né quella del vaccino contro linfezione da Papillomavirus, lì specificamente trattato. Non era in discussione neppure la necessità di una generale copertura vaccinale per quelle infezioni che, per pressoché unanime consenso del mondo scientifico e sennato recepimento da parte delle istituzioni pubbliche, da tempo hanno trovato la più adeguata soluzione nella obbligatorietà della profilassi. Nemmeno era in discussione che i casi di reazione avversa, più o meno dimostrabilmente associabili allavvenuta inoculazione di un vaccino, siano da considerare sempre un prezzo sociale enormemente inferiore rispetto a quello che si sarebbe costretti a pagare, e solitamente si paga, per le complicanze cliniche di quegli eventi epidemici che non di rado mietono vittime nei soggetti più deboli di una popolazione. Nulla, poi, lasciava adito a ritenere che gli autori dellinchiesta giornalistica intendessero affermare in qualche modo legittimo, per il medico, il poter opporre obiezione di coscienza in parola, atto od omissione alla pratica vaccinica o, per il cittadino, il poter fare richiamo al secondo capo dellart. 32 della Costituzione («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario...») senza leggerlo per intero («... se non per disposizione di legge») e trascurando quanto lo precede, laddove al primo capo la salute non è intesa solo come «diritto dellindividuo», ma anche come «interesse della collettività» (ratio che proprio nel caso della vaccinazione obbligatoria trova il miglior esempio di balance). Nulla di tutto questo, invece, sembra esser stato chiaro a chi ha mosso critiche alla trasmissione, di cui in qualche caso si arrivati a chiedere la sospensione.

Proprio per evitare di svilire a mera occasione di polemica tutta strumentale, come anche in questo caso è accaduto, la questione che Report affrontava, direi non valga neanche la pena di prendere in considerazione le numerose prove di malafede consumatesi in questa occasione. Mi limiterei a segnalare la dinamica che le ha mosse.
In passato, alcuni esponenti del M5S (peraltro nemmeno di spicco, quasi sempre si è trattato di voci semianonime sollevatesi dal brodo di coltura in cui è venuta a crescere la cosa grillina) hanno elaborato tesi sgangherate, per lo più basate su documentazioni parziali, quando non palesemente farlocche, per muovere critiche ai principi e alle istituzioni della medicina cosiddetta ufficiale, accusata di essere strutturalmente al servizio di loschi e biechi interessi di strapotenti imperi farmaceutici, e fra queste critiche non poche sono state proprio quelle relative alla produzione e alla diffusione dei preparati vaccinali.
Superfluo sottolineare quanto questo atteggiamento sia in sostanza da considerare pura disinformazione. Anzi no, non riteniamolo superfluo: a scanso di equivoci, diciamo chiaramente che è stata , e continua ad essere, pura disinformazione, per giunta pure estremamente pericolosa. Ma non accontentiamoci: per dar segno di piena coscienza di questa pericolosità, rammentiamo che la legge punisce chi diffonde «notizie false o tendenziose» (art. 656 c.p.) o si rende responsabile di allarme per «pericoli inesistenti» (art. 658 c.p.), e poi chiediamoci perché si è sempre preferito lacerarsi le vesti dallindignazione di fronte a chi seminava frottole (scie chimiche, microchip sottopelle, cure anticancro a base di succo di limone o di bicarbonato, ecc.) invece di portarlo per le orecchie davanti a un giudice.

Ora, possono esserci cento altre ragioni per considerare il M5S il peggio del peggio del panorama politico e (sprechiamo un parolone) culturale italiano, e certamente la centounesima può a buon diritto essere ciò che in questo genere di frottole distilla rozzo qualunquismo e crassa ignoranza, paranoia di qualità peraltro assai scadente e inemendabile citrulloneria, ma come si può ritenere corretto il nesso logico, primancora che lipotesi di concorso associativo, tra la puntata di Report e chi, al sostenere che le Twin Towers sarebbero venute giù per una demolizione controllata e che lallunaggio dellApollo 11 avrebbe avuto per regista Stanley Kubrick, aggiunge che i vaccini provocano lautismo? O fredda malafede o cecità pregiudiziale: non riesco a trovare altra spiegazione, quindi passo oltre, a considerare le critiche a Report che non si sono mosse lungo questa linea, ma lungo unaltra che tutto sommato è da considerare parallela, perché al vizio di metodo che si è preteso di intravvedere nellinchiesta giornalistica qui è conferito i tratti di quella particolare forma di egemonia di pensiero che qualche settimana fa, sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco affermava essere già in atto in un pressoché generale cedimento a tentazioni populistiche, complottistiche, giustizialistiche, ecc. In sostanza, a Report si è mossa laccusa di essersi adeguata a questa egemonia di pensiero, arrivando ad affermare che con i servizi mandati in onda nelle passate annate se sarebbe stata addirittura una colonna.
Per riconoscere a tale posizione unautonomia morale e intellettuale nella conventio ad excludendum di cui il M5S è fatto oggetto ormai da tempo, prenderò in considerazione il modo in cui è stata fatta propria da due opinionisti che da sempre possono vantare autonomia morale e intellettuale, talvolta perfino abusandone.

Massimo Bordin attacca in modo abbastanza scorretto il conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, senza entrare nel merito della questione: dice che si cerca di farne un eroe, forse perché ha un nome da «eroe nibelungico», ma è quello che nel 2001 mandò in onda, su Rainews24, unintervista che Paolo Borsellino aveva concesso nove anni prima a due giornalisti di Canal Plus, ed era unintervista manipolata, come riuscì a dimostrare Paolo Guzzanti, che ne addebitò la manipolazione a Ranucci, mentre invece era stata manipolata dai francesi, come si chiarì in tribunale, con lassoluzione di Guzzanti in sede penale, ma con «altre sentenze in sede civile in parte contraddittorie con quella penale», che fuor di perifrasi significa che della manipolazione Ranucci non era in alcun modo responsabile.
Questo, per Bordin, farebbe saggio del «metodo giornalistico di Ranucci», non dissimile peraltro da quello di chi lha preceduto nella conduzione di Report, trasmissione che si sarebbe distinta solo per aver cercato di infangare lonorabilità dei bar e delle pizzerie di Napoli. Non farà certamente saggio del metodo giornalistico di Bordin, ma questo è stato il taglio dato alla questione relativa al tema proposto da Report: fallacia ad hominem.
Stesso taglio dato da Massimo Mantellini, ma nella variante di fallacia ad hominen circumstantiale: «il giornalismo di Report è un giornalismo a tesi», per giunta «molto ideologico», come è evidente nel suo «dar voce anche alla controparte, ma mai fino al punto da rendere il punto di vista avverso credibile», e poi «è giornalismo dell’indignazione», quindi fa «più male che bene», perché «l’indignazione ha bisogno ogni volta di aumentare la dose» (e qui possiamo intravvedere unulteriore fallacia, quello del piano inclinato).

In entrambi i casi, sembra che la questione posta dalla puntata di Report non sia degna di essere presa in considerazione: se ne sarebbe potuto dare un giudizio anche senza averla vista, bastava averne visto qualche puntata precedente, avere qualche dubbio su un giornalismo che mira a terrorizzare il consumatore dicendogli che gli ftalati possono farlo diventare ricchione, e forse pure meno, nel senso che bastava sapere chi sia Ranucci, e meno ancora, perché bastava considerare che a prenderne le difese erano Roberto Fico e Marco Travaglio. E sia chiaro che Bordin e Mantellini sono due amabili cazzoni, niente a che vedere con chi pensa che la Marcia su Roma di Grillo e Casaleggio possa essere fermata segnalando gli errori grammaticali di Di Maio.
A questo pare debba essere condannato il dibattito pubblico in Italia, e dunque credo si possa comprendere chi non sta pronto sulla notizia del giorno, rifugiandosi nello studio della pittura fiamminga o della musica gregoriana.

In questi giorni molti mi hanno chiesto di esprimere un parere sulla questione: dopo averli fin qui intrattenuti sul modo in cui ne sono stati stravolti i termini, non posso esimermi dal dire come credo andrebbero correttamente riformulati. Sarò stringato, facendo mia la posizione espressa da Carlo Freccero nel corso della puntata di Piazza Pulita andata in onda lo scorso giovedì: Report non ha fatto altro che integrare il bugiardino che è allegato ad ogni confezione di vaccino anti- Hpv, richiamando a una più attenta e trasparente attività degli organi preposti alla farmacovigilanza.
I vaccini? Sono necessari. In molti casi credo sia più che giusto renderli obbligatori. Quello anti-Hpv? Non preclude in modo assoluto la possibilità di contrarre un carcinoma della cervice uterina, ma la riduce sensibilmente. Sulle possibili reazione avverse che può cagionare occorre esprimersi con cautela rimandando agli studi che hanno preceduto e accompagnano la sua somministrazione, ormai assai estesa, che allo stato non hanno dimostrato nessi significativi tra i preparati in commercio e le patologie che in alcuni casi hanno destato il sospetto di avere relazione con lavvenuta vaccinazione.
Più in generale, ritengo che sia necessario rimettersi a quanto è ampiamente assodato in campo scientifico quando siano correttamente messe in atto le severe procedure metodologiche che consentono di dare per consolidata una certezza in quel campo. A chiunque è lecito chiedere conto di queste procedure, ma a tutti è dovuto prendere atto delle conclusioni cui conducono gli studi che le rispettino.

Ecco perché resto a bocca aperta, senza sapermi dare una spiegazione, del perché passi in sentenza, e nel silenzio generale, che i cellulari causano cancro al cervello. Sul piano scientifico è men che dimostrato, ma ad affermarlo, qui, non è stato Napalm51: è stato un giudice, ancorché a conclusione di un processo di primo grado. Silenzio, ora non vola una mosca: stavolta pare che la scienza non sia stata stuprata. 

lunedì 10 aprile 2017

Buona lettura

Quattro anni fa su queste pagine postai Due editoriali di Benito Mussolini per Il Popolo dItalia (Malvino, 10.3.2013). Non vi aggiunsi neppure un rigo di commento, ma tutti lessero in quel post, come d’altronde era nelle intenzioni, un tentativo di parallelismo tra grillismo e fascismo. Tra grillismo e fascismo nascente, occorreva chiarire, perché «a scanso di fraintendimenti – scrivevo qualche tempo dopo – sarà il caso di ribadire che [il fascismo nascente] non è ancora il fascismo del 1922, [...] e non è ancora il fascismo del 1936, [...] e non è ancora il fascismo del 1938» (Sansepolcristi 2.0 – Malvino, 14.10.2013).
Oggi, nel riproporre i passaggi più significativi di quei due testi, e facendo seguire ad essi brani scelti da altri editoriali di Benito Mussolini, sempre per Il Popolo dItalia, tutti antecedenti alla Marcia su Roma, porrò unaltra questione: la trasformazione del M5S che viene annunciata da Beppe Grillo («non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro»), e che nella gran parte dei più autorevoli commentatori dellattualità politica italiana già da qualche tempo trovava eloquenti segni in una «istituzionalizzazione del movimento», consente un parallelismo col fascismo alla vigilia della Marcia su Roma?
Se pure fosse, nulla darebbe per scontato che da una eventuale vittoria del M5S alle prossime elezioni politiche dovrebbe attendersi ulteriore progressione del grillismo lungo questo parallelismo, questo è ovvio, ma è meglio dirlo esplicitamente. E in ogni caso andrebbe rammentato che l’irresistibile ascesa del fascismo, e il verso che prese lungo la sua parabola, ebbe indispensabile e costante propulsione dalla mancanza di credibili alternative. Provarono ad opporsi al fascismo, prima di salire sul carro del vincitore, liberali che avevano tradito il liberalismo e socialisti che avevano tradito il socialismo. Diremmo che del fascismo lItalia ebbe da esser grata soprattutto a Giolitti e a Turati.
Buona lettura.

«Per valutare nella giusta misura limportanza sempre più grande dei Fasci Italiani di Combattimento bisogna ricordare che sono nati il 23 marzo, nella prima adunata di Milano. […] Sono passati tre mesi e si può affermare […] che il movimento […] si è imposto allattenzione pubblica ed è, oggi, la forza più viva, più audace, più rinnovatrice, più rivoluzionaria […] che ci sia in Italia. Allinfuori del Partito Socialista, che pretende di possedere il monopolio esclusivo della piazza, non ci sono altri gruppi o partiti [...] che osino scendere in piazza. […] Non è, forse, prematuro esaminare i motivi che hanno provocato questa rapida ascesa, questo trionfale sviluppo del fascismo, malgrado laperta ostilità e la perfida malignazione di certa piccola gente. […] Il fascismo è un movimento spregiudicato. Esso non ha sdegnato di prendere contatto con uomini e con gruppi che lidiota filisteismo dei benpensanti ignorava o condannava. […] I Fasci non sono, non vogliono, non possono essere, non possono diventare un partito. I Fasci sono lorganizzazione temporanea di tutti coloro che accettano date soluzioni di dati problemi attuali. […] Questa è la novità interessante del programma fascista: la rappresentanza integrale» (3 luglio 1919).

«Oggi compiono i due anni dal giorno in cui sorsero i Fasci Italiani di Combattimento. [...] Dopo due anni di lotte, di varie e tempestose vicende, gettiamo uno sguardo sulla strada percorsa: il punto di partenza ci appare straordinariamente lontano. Il fascismo, dopo essersi affermato trionfalmente nelle grandi città, dilaga, straripa nei piccoli paesi e sin nelle più remote campagne. Che cosa è questo fascismo, contro il quale si accanisce invano una multicolore masnada di nemici vecchi e nuovi? Che cosa è questo fascismo, le cui gesta riempiono le cronache italiane? […] Sia concesso a noi, che abbiamo lorgoglio di aver lanciato nel mondo questa superba creatura, piena di tutti gli impeti e gli ardori di una giovinezza traboccante di vita, sia concesso a noi rispondere a queste domande. Il fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la nazione. [...] Il fascismo [...] non è un partito: è un movimento. [...] Nessun altro partito può competere con noi. I vecchi partiti non fanno reclute nuove, stentano a conservare le vecchie, che qua e là accennano anche sbandarsi. Il fascismo, invece, vede sorgere i suoi gruppi a decine e decine per generazione spontanea, tanto che fra qualche mese tutta lItalia sarà in nostro potere […] Va da sé che non ci nascondiamo le deficienze del nostro movimento. Più che di deficienze, in realtà si tratta di esuberanze. I fascisti sono uomini e qualche volta eccedono. Affiorandosi ed affiatandosi sempre più il movimento, queste deficienze scompariranno e il fascismo apparirà come leletto a dirigere i destini del popolo italiano. È la forza nuova che segna lavvento dei tempi nuovi. […] Due anni! Rapida successione di eventi! Tumulto e passare di uomini! Giornate grigie e giornate di sole. Giornate di lutto e giornate di trionfo. Sordo rintocco di campane funebri, squillare gioioso di fanfare allattacco. Fra poco il fascismo dominerà la situazione. [...] Avanti, fascisti! Tra poco saremo una cosa sola: fascismo e Italia!» (23 marzo 1921).

«La vittoria è un fatto, ora mi travaglia il modo col quale la vittoria potrà essere utilizzata. Comincia un nuovo periodo nella storia del fascismo italiano e non sarà meno aspro e difficile del precedente: è il periodo della rielaborazione spirituale e delle applicazioni pratiche. Bisogna smentire i nostri nemici, i quali ci hanno detto a sazietà: “Voi sapete distruggere, ma non sapete costruire! Siete ottimi sul terreno della negazione, ma, portati sul terreno positivo, vi rivelate nella vostra impotenza”. Tutto ciò è falso, ma bisogna dimostrare il falso con la nostra opera di domani. Infiniti sono i campi nei quali possiamo applicare le nostre energie! Certi dissidi e certi atti di indisciplina non mi preoccupano eccessivamente, anche se son sfruttati dalla stampa antifascista. Dal mio punto di vista personale, la situazione è di una semplicità lapalissiana: se il fascismo non mi segue, nessuno potrà obbligarmi a seguire il fascismo. [...] Luomo che ha fondato e diretto un movimento, e gli ha dato fior fiore di energia, ha il diritto di prescindere dalla analisi di mille elementi locali per vedere il panorama politico e morale nella sua sintesi» (3 agosto 1921).

«Nel 1919, il fascismo si riduceva ad un pugno, veramente un pugno, di uomini di tutti i partiti: cerano socialisti, repubblicani, anarchici, sindacalisti, democratici. In queste condizioni, il fascismo, raccogliendo uomini di tutti i partiti, non poteva essere che un antipartito. È di unevidenza cristallina. Ma in questi due anni di tempestose battaglie è accaduto nel fascismo un fenomeno di esodo di taluni elementi, un fenomeno di entrata, quasi invasione, di altri. Cè stato un travaglio formidabile di selezione in mezzo a noi. […] È certo che oggi il vecchio conglomeato del 1919 è scomparso e il fascismo è venuto via via assumendo una sua precisa e inconfondibile individualità. Rendersi conto di questo processo […] significa convincersi che il partito è già un fatto compiuto e che è puerile ostinarsi a negare questa vivente realtà. […] Questo movimento perirà se il fascismo non si darà lorganizzazione di partito. […] Io capisco lantipatia per la parola “partito”, poiché essa, specie in Italia, suscita impressioni di chiesuola, di inquisizione, di dogmatismo e di camorra, ma questantipatia non basta a giustificare un atteggiamento di pregiudiziale opposizione. […] Nella natura e nella storia, si va sempre da un indistinto ad un distinto, da un amorfismo caotico ad una differenziazione sempre più precisa. Più si sale nella scala, e più ciò risulta evidente. Individualità significa differenziazione. Più è sviluppato lorganismo e più è differenziato. Il fascismo non può sfuggire a questa legge di bronzo e non deve quindi nutrire ansie e preoccupazioni di natura squisitamente misoneistica e conservatrice-reazionaria, ostinandosi a chiamare “movimento” quando è già “partito”, ostinandosi in unambiguità oramai insostenibile. […] È tempo di tracciare il solco di divisione attorno alla nostra città quadrata. Questo e non altro è il partito. Questo significa salvare il fascismo in ciò che ha di vivo e immortale e prepararlo al compito supremo di domani: il governo della nazione» (9 ottobre 1921).

«Li abbiamo tutti addosso, in questo momento, i grossi preti, i piccoli chierici e gli innumerevoli scagnozzi delle diverse chiese e chiesuole politiche […] Voi non avete un programma, voi non ci avete dato un programma, il vostro programma è inconsistente: queste le accuse che partono con una commoventissima unanimità dalla estrema destra allestrema sinistra. […] Volevano “un” programma e lo volevano da me. […] Un programma non è una creatura che nasca tutto solo e da un solo cervello» (19 novembre 1921).

«Il fenomeno del proselitismo fascista, che invece di illangidire aumenta in proporzioni sempre maggiori col passare del tempo, dà l’idea di qualche cosa di fatale che è oramai superiore alla volontà degli uomini. Il fiume del fascismo continua ad alzare il livello delle sue acque, che hanno già abbattuto parecchi argini e strariperanno fra poco dovunque. […] Ora il troppo rapido ingrossamento delle file costituiva e costituisce un serio pericolo per i partiti combinati alla moda antica, per i partiti, cioè, che possono essere considerati come vaste assemblee diffuse su tutto il territorio, assemblee di disputanti, i quali, disputando, finiscono naturalmente per differenziarsi e detestarsi, da cui le innumerevoli “tendenze” e relative scissioni. Il fascismo è tutt’altra cosa. I suoi iscritti sono, prima di tutto, soldati. […] Siamo troppo conoscitori del mondo e dei suoi poco simpatici abitatori per ritenere che tutte le reclute del fascismo siano animate da motivi soltanto ideali. C’è anche fra di noi la zavorra. Ci sono anche fra noi gli arrivisti. Ci sono anche fra noi quelli che si giovano del fascismo per camuffare altri impulsi e altri interessi. Ma come si fa a leggere nelle anime? Ogni aggregato umano ha di questi detriti. Il fascismo, però, li seleziona e li elimina energicamente. […] Il fascismo ha energie sufficienti per controllare, dominare, eliminare gli elementi infidi o sospetti» (26 agosto 1922).

domenica 9 aprile 2017

[...]


«Comincio ad invecchiare. Sono stanco, ho perduto il gusto per le questioni rumorose, senza cui non si fa politica. Probabilmente la vecchiaia comincia a farmi diventare egoista. E l’egoismo assume la forma di amore per lo studio».

Gaetano Salvemini,
lettera a Ernesto Rossi,
7 ottobre 1922

martedì 28 marzo 2017

Il calcetto sta solo a metafora

Bersagliato dalle critiche per la sua seconda infelice uscita sulla disoccupazione giovanile, che tuttavia, come la prima, ha il pregio di rivelarci quale miserabile ometto sia rincantucciato in quello sproposito di omone, Giuliano Poletti riesce a fare anche di peggio nel tentativo di schermirsi: «Il calcetto – dice – era metafora delle relazioni sociali».
Nulla da correggere, dunque, riguardo all’affermata priorità delle entrature rispetto ai meriti, che indubbiamente oggi è realtà di fatto, come d’altronde è dimostrato proprio da chi non si capisce con quali meriti sieda a capo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, visti i risultati della sua azione di governo: solo l’essere riuscito a tessere una solidissima rete di relazioni sociali può spiegarlo, e per farsi un’idea di quale genere basta aver letto Falce e carrello (Bernardo Caprotti, Marsilio 2007), spaccato di un affresco antropologico prima che economico e politico.
Sta di fatto che Giuliano Poletti non si è affatto limitato a fotografare una realtà di fatto: ben lungi dal definirla odiosamente iniqua nei confronti di chi fra i suoi meriti non può vantare quello di essere un maneggione, l’ha legittimata come la sola possibile. In sostanza ha detto: «Così è: adeguatevi. Oppure – e qui pare evidente il richiamo a quanto disse alcuni mesi fa – andatevene all’estero, perché di chi non sa adeguarsi possiamo fare a meno, anzi, ci infastidisce averlo tra i piedi». E si può capire: uno che pretende sia dato il giusto riconoscimento ai propri meriti, e non coglie l’importanza del lasciarsi dribblare la palla da chi può restituirgli il simpatico gesto atletico con uno splendido voucher, diciamo la verità, che ci sta a fare nel paese dove il servilismo è considerata un’arte? Perché scandalizzarsi, poi? Che c’è di nuovo rispetto allo «sposi un uomo ricco» che Silvio Berlusconi dava in risposta alla precaria che gli chiedeva con quali mezzi potesse aspirare a crearsi una famiglia? 
Le chiamano gaffes, direi che invece sono i capisaldi di un vero e proprio manifesto politico. In tal senso credo che a Matteo Renzi si faccia un grave torto nel rimproverargli di non avere un progetto di società, perché gli uomini e le donne che ha portato al governo, e lui stesso, ne illustrano a dovere uno che è la fedele riproduzione della provincia di cui sono il frutto: figli di intrallatori perennemente attaccati al telefonino, alla Gazzetta Ufficiale, alla pagina dei necrologi, per costruire la trama di affarucoli e scambi di favore, pastette e pacche sulle spalle, simpatie e interessi, a messa la domenica e il lunedì a brigare nello studio del commercialista. Il calcetto – è evidente – sta solo a metafora. 

mercoledì 15 marzo 2017

Apri parentesi. Chiudi parentesi.


Apri parentesi. Com’è possibile che a tanti Matteo Renzi nemmeno sembra di sinistra e poi fra i suoi più convinti sostenitori si ritrova un Giuseppe Vacca, che, in quanto presidente dellIstituto Gramsci, non può non essere comunista? In favore dei poveri di spirito che possano essersi fatti cogliere da questa perplessità, Lilli Gruber pone la domanda al diretto interessato, che risponde: «E che centra? Gramsci è morto». Chiudi parentesi.

Apri parentesi. Non mancate alla tavola rotonda su «Attualità del pensiero di Antonio Gramsci» che oggi si terrà allIstituto Gramsci. Presiede il presidente, Giuseppe Vacca. Chiudi parentesi.