giovedì 8 maggio 2014

La responsabilità delle opinioni


Com’era possibile scrivere una storia delle paranoie di cui certi uomini politici si servono per costruire «complotti immaginari al fine di mascherare la realtà [e] occultare le responsabilità personali» (pag. 9), lasciando fuori quella di quel «piccolo ma pugnace partito ridotto a setta osannante il capo» (pag. 75) che da decenni è solito «attribuire al complotto dei media i fallimenti delle sue iniziative politiche» (pag. 68)? E com’era possibile lasciar fuori l’ultima paranoia, quella che informa la teoria della trattativa Stato-Mafia, senza affidare il capitolo a chi nella rassegna stampa che tiene quotidianamente a Radio Radicale da sempre è il suo più acuto critico? Com’era possibile mettere insieme le due cose senza incresciosi infortuni? La soluzione pare segnata da un pochino d’ansia, visto che il volume riporta l’avvertenza in capo (pag. 4) e in coda (pag. 207), ma i due autori sono persone che sanno il fatto loro. Ottimo libro, lo consiglio a tutti.  



mercoledì 7 maggio 2014

[...]




Ciò che rende straordinario il video di Emily Letts è la grazia con la quale straccia tutti i più odiosi luoghi comuni che non di rado affliggono anche chi non è contrario all’interruzione volontaria di gravidanza: la sofferenza fisica e quella psichica sono in gran parte proiezioni che la donna è costretta ad assumere per pagare il pizzo del senso di colpa al moralismo che glielo estorce. Più efficace di una pila di volumi.

Ancora sul farsi prendere la mano


Torno su quel «farsi prendere la mano» che è il rischio più serio nell’analizzare un’opera d’arte e stavolta prendo a esempio il celebre autoritratto di Johann Anton Gumpp, qui sopra riprodotto nelle due versioni realizzate dall’artista, dicendo che grazie alla seconda, meno nota e parte di una collezione privata, possiamo destituire d’ogni solidità ciò che è stato detto, anche da voci peraltro autorevoli, sulla prima, il tondo che è alla Galleria degli Uffizi di Firenze, conosciutissimo. In primo luogo, è da smentire ciò che entrambe le versioni mostrano in modo evidente, e cioè che non si tratta di un autoritratto doppio, ma triplo, perché l’artista ritrae se stesso anche di spalle, quasi a figura intera, tra i due ritratti a mezzo busto che sono racchiusi nell’ottagono dello specchio sulla sinistra e nel rettangolo della tela sulla destra; in molte circostante, tuttavia, troviamo riproduzioni dell’opera a corredo iconografico di scritti che trattano il tema del Doppio in letteratura, in filosofia o in psicoanalisi, senza tenere in alcun conto il fatto che in realtà il dipinto non raddoppia ma triplica il soggetto. In quanto al resto, non starò a riproporre per esteso le faticose e affaticanti elucubrazioni che l’opera ha sollecitato in quanti hanno provato a interpretare le più intime intenzioni dell’artista: dirò solo che la gran parte d’esse s’appunta sulle diverse direzioni cui volgono i due sguardi nella versione più nota, e che ci danno prova della loro palese insussistenza all’osservazione della versione meno nota, perché si può dare per scontato, salvo ulteriori e ancor più faticose e affaticanti elucubrazioni, che le intenzioni dell’artista non possono essere state diverse nel proporci in due occasioni la stessa scena. Possibile che Jean-Luc Nancy (Le regard du portrait – Galilée, 2000) e Omar Calabrese (L’arte dell’autoritratto – La casa Usher 2010) ignorassero l’esistenza di una seconda versione del quadro, di fatto è proprio questa che sgonfia le loro affascinanti ipotesi sulla prima. C’è poi un’altra questione, che non è affatto marginale: è assai probabile che il tondo sia la seconda versione in ordine cronologico. Non sarebbe il primo caso in cui un’artista decida il rifacimento di un’opera ritenuta particolarmente riuscita passando da un formato più comune ad uno che supponga ne esalti il contenuto, e mai come in questo caso si può ritenere che così sia stato: basti il considerare che il gatto e il cane raffigurati in entrambe le versioni trovano collocazione meno forzata nella tela che nel tondo. Le originali intenzioni dell’artista, allora, dovrebbero essere individuate nella prima versione, e perciò smentire ulteriormente ciò su di esse si è elucubrato analizzando la seconda.

martedì 6 maggio 2014

Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce / 2



Al mio lettore assicuravo che mi sarei precipitato al più presto in libreria per procurami Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce di Giancristiano Desiderio (liberilibri, 2014), allo scopo di rettificare, nel caso, la pessima impressione che ne avevo ricavato dall’ampia illustrazione datane dall’autore nel corso della presentazione andata in onda sulle frequenze di Radio Radicale, lo scorso 29 aprile, e che da subito non rinunciavo a rappresentare su queste pagine in forma di perplessità. Ogni promessa è debito e qui oggi ne parlo dopo averlo letto.
Peggio di quanto pensassi, devo dire. Si tratta di un’umidiccia agiografia scritta da uno che non fa alcun mistero di essere assai devoto alla figura di Benedetto Croce, devoto al punto di arrivare a definirlo «il Socrate italiano» (pag. 20). Il fatto è che tanta devozione non riesce a tappare nemmeno un decimo dei buchi dai quali, ormai da decenni, il mito di Benedetto Croce fa acqua, e più di un colabrodo. Il povero Giancristiano Desiderio si affanna a rammentarci che Antonio Gramsci (pag. 18), Norberto Bobbio (pag. 18), Rudolf Borchardt (pag. 19) e Karl Popper (pag. 27) concessero a Benedetto Croce qualche cortesia di circostanza, fa i salti mortali nel tentativo di convincerci che la fumosità e l’astrusità del suo sistema filosofico non sia stata penetrata ancora a dovere per trovarci dentro tutto il ben di Dio che cela al nostro occhio pigro (pagg. 35-38, pagg. 44-47) e si fa il proverbiale culo quadrato per rendercelo simpatico (pagg. 21-24, pagg. 31-35, pagg. 38-41), il fatto è che, anche liquidando la cattiva fama che ebbe in vita come frutto di malanimo e invidia, non riesce nel compito che s’era prefisso e, giunti alla fine del suo volume, Benedetto Croce rimane quello che conoscevamo: né il suo pensiero ci appare più interessante di quanto ci apparisse prima, né il suo carattere migliore dell’idea che ci eravamo fatti in precedenza, né la sua vita ci rivela alcunché di nuovo rispetto a quello che avevamo appreso da quella mezza dozzina di biografie che abbiamo sugli scaffali. Anzi, giacché Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce si prefiggeva di mostrarci soprattutto l’uomo, diremmo che, a voler prendere per buone le spiegazioni che Giancristiano Desiderio ne dà di certi aspetti, nell’immagine che ce n’eravamo costruito si creano punti oscuri: liquidando quelle che vengono definite «dicerie […] utilizzate dai critici di Croce nel tentativo assai maldestro di screditare l’uomo non riuscendo a buttar giù il filosofo» (pag. 78), e che tuttavia lo illuminavano a meraviglia, anche se poi non era un bel vedere, si creano zone che il tentativo di riaccreditarlo lasciano in ombra. In tal senso potremmo dire che il libro ottiene il fine opposto a quello che si proponeva.
È questo il caso dell’argomento affrontato nel terzo capitolo (pagg. 75-105), quello relativo ad Angelina Zampanelli. [Tralascerò in questa sede ogni commento sul secondo capitolo, quello relativo all’infanzia e al terremoto di Casamicciola. Qui Giancristiano Desiderio ripete ciò che ha scritto sul Corriere del Mezzogiorno nella nota polemica tra Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, e Roberto Saviano, sulla questione delle centomila lire che, sotto le macerie del terremoto, Pasquale Croce avrebbe raccomandato al figlio di offrire a chi lo soccorresse: esclude possa essere davvero accaduto – si tratterebbe dell’ennesima «diceria» – perché il filosofo non riportò mai l’episodio nei suoi scritti. Sulla questione mi sono già intrattenuto in due o tre post, qualche anno fa, e non annoierò il lettore ripetendomi. Dirò solo che la «diceria» fu riportata molte volte mentre Benedetto Croce era ancora in vita, su libri, giornali e riviste, e da lui non ebbe mai smentita, mentre non si contano le volte che prese carta e penna per correggere chi su di lui ne avesse detta una non gradita o imprecisa.]
Su quello che Giancristiano Desiderio scrive riguardo alla lunga storia d’amore tra Benedetto Croce e Angelina Zampanelli ho già fatto qualche cenno, visto che a Radio Radicale è proprio su quella che egli si è intrattenuto per più tempo. Qui mi limiterò a smentirlo su ciò che egli nega in più occasioni (pag. 78, pag. 86, pag. 93, pag. 94), cioè che Benedetto Croce l’abbia sposata. E comincio con riprodurre l’estratto per riassunto dell’atto di morte di Angelina Zampanelli rilasciato dal Comune di Raiano (AQ). L’ho trovato in un volume che non è citato nella bibliografia che Giancristiano Desiderio allega in coda al suo lavoro (Gennaro Cesaro, Benedetto Croce in pace, in guerra e in amore, Bastogi 2012 – pag. 103), e certifica ufficialmente che la donna fosse «coniugata con il senatore». Si tratta di un documento che senza dubbio è sfuggito a Giancristiano Desiderio, che infatti riferisce come orario della morte di Angelina Zampanelli le «6,45» (pag. 101), mentre  l’atto dell’Ufficio dello Stato Civile recita che è spirata alle «6,15».


Qui penso cada bene un inciso. Un biografo non dovrebbe attingere da fonti qualificate? E quali sono le fonti più qualificate per accertare a che ora sia morta una persona e se fosse coniugata o meno? Non risulta, in questo caso, che il biografo di Benedetto Croce abbia fatto ricerche negli archivi del Comune di Raiano. Ma diamo per scontato che Giancristiano Desiderio fosse a corrente di ciò che Gennaro Cesaro ha ritenuto dimostrabile grazie a un documento ufficiale, e diamo per scontato che abbia deliberatamente deciso di non tenerne conto perché riteneva falso il certificato, e chiediamoci: nello smentire la vulgata che tra Angelina Zampanelli e Benedetto Croce vi fosse un vincolo matrimoniale, non avrebbe avuto il dovere di dimostrare la falsità di quell’atto ufficiale? Niente di tutto questo, tutt’altro: nega che fossero sposati; e non sottovaluta che «per l’epoca» (pag. 94) quella convivenza ponesse Angelina Zampanelli in una situazione estremamente imbarazzante; inoltre riferisce che a lungo ella espresse il desiderio di regolarizzare quell’unione, ma «lui le diceva di correre un po’ troppo» (pag. 86), non che alla cosa dovesse rinunciare; per poi concedere che «da tutti era chiamata e indicata come la moglie del filosofo e lei stessa usava chiudere le sue lettere firmandosi Angelina Croce» (pag. 86). Non è chiaro, insomma, su quali basi Giancristiano Desiderio escluda che si sia celebrato un matrimonio tra i due, anche se solo in prossimità della morte della donna. Cioè, un sospetto ce ne suggerisce la ragione: se erano sposati, si solleverebbe la questione del perché Benedetto Croce, ancorché implicitamente, fosse reticente nel dichiararlo prima, quando la donna era ancora in vita, e dopo, quando ormai era morta. La ragione potrebbe essere una sola: quel matrimonio imbarazzava il filosofo, prima e dopo la morte di Angelina Zampanelli, e il suo biografo è imbarazzato nel darci spiegazione di quell’imbarazzo, anche se non può fare a meno di offrircene i motivi: «lui legato alla sfera dell’alta e ricca borghesia, lei di umili origini contadine» (pag. 84) e nata da una relazione illegittima tra un possidente terriero, ucciso per oscuri moventi «in un agguato con ben diciotto colpi di arma da fuoco» (pag. 84), e una «serva» che lavorava in casa sua; forse non era una ballerina, una sciantosa o una cocotte, Angelina Zampanelli, di fatto l’incontro con Benedetto Croce avvenne nel buffet della stazione ferroviaria di Salerno, e quel buffet era gestito da un suo zio, nulla di meno improbabile che lì lavorasse come cameriera… Un egolatra come Benedetto Croce poteva far sapere al mondo intero che si era sposato con una così? L’amava, l’amava molto, su questo possiamo anche evitare di sollevare dubbi. In ogni caso, accanto al filosofo, ella svolse per venti anni l’attività di segretaria.

[segue]

Corrispondenze


Caro Malvino,
penso ti faccia piacere leggere questa notizia. A me farebbe piacere leggere un tuo commento, anche se con il tuo post sull’argomento aveva già detto quasi tutto quello che c’era di dire.
Cordiali saluti,
Roberto Pinzani


E cosa vuoi che aggiunga al già detto, caro Roberto? Che la Ru486 possa causare guai solo quando l’assunzione sia per via vaginale, e comunque solo in rarissimi casi, ormai lo sanno tutti, e nel caso di Anna M., come in tutti quelli di interruzione della gravidanza espletata fin qui in Italia col metodo farmacologico, il protocollo prevedeva l’assunzione per via orale: la Ru486 era fuori discussione da subito. Come è fuori discussione, ora, che i cosiddetti pro-life (in realtà sarebbe meglio chiamarli versus-choice) staranno un po’ di silenzio, giusto il necessario per far dimenticare le cazzate che hanno sparato per l’occasione, tornando alla carica al minino pretesto cui potranno appigliarsi. Ormai è routine e, a dire il vero, fanno pure tanta tenerezza, poveracci, accanirsi su di loro non sarebbe elegante.

lunedì 5 maggio 2014

Abbiamo l’ennesimo stronzetto


Abbiamo l’ennesimo stronzetto molto fiero di esserlo, e il piacere di fare la sua conoscenza lo dobbiamo a Giuliano Ferrara, che lo elegge a suo eroe di giornata (Il Foglio, 5.5.2014). Si chiama Tal Fortgang, studia alla New Rochelle High School di New York e, a chi gli raccomanda di sottoporre le sue opinioni al vaglio critico che possa rivelarle come mere difese di un privilegio, risponde: «Già fatto, il privilegio è pienamente meritato, perché ho avuto nonno che è stato perseguitato dai nazisti e babbo che ha sgobbato tanto». Un Lapo Elkann in sedicesimo, insomma, uno di quelli che nel proprio curriculum vitae mettono i meriti maturati dalla famiglia nel corso delle ultime tre o quattro generazioni: il trisavolo ha sofferto tanto, ma è come se a soffrire fosse stato lui, è sangue dello stesso sangue; il nonno ha fatto tanti sacrifici, ma è come se li avesse fatti lui, è sangue dello stesso sangue; il padre ha lavorato notte e giorno, ma è sangue dello sangue e dunque è più che meritato che a diciott’anni giri in Ferrari. Privilegio di sangue, come per altri versi, un tempo, era quello del titolo nobiliare, il fatto è che lo stronzetto nato marchesino lo avverte come un merito proprio e a chiedergliene ragione indica lo stemma. Superfluo dire che ogni stronzetto del genere trova sempre degli stronzoni che ne lodano la fierezza, e anche in ciò lucrano ciò che non gli spetta: la lode, infatti, è alla natura cieca e arrogante del privilegio, non al cretino che lo rivendica. 

[...]


Mi pare che con l’accaduto a margine di Fiorentina-Napoli si sia in presenza dell’ennesimo trionfo dell’assurdo, specialità in cui da tempo vantiamo l’eccellenza, offrendo al mondo l’immagine di un paese di merda, ma merda singolare, bizzarra, stravagante, perfino affascinante se non ci si è ficcati dentro. Tanta indignazione, innanzitutto. Perché «con i violenti non si tratta». Il che sarebbe anche sensato, ma non quando ai violenti hai dato modo di avere tutto il peso che hanno. È a monte che non si dovrebbe trattare con i violenti, perché a valle, quando hai consentito loro di poter imporre la loro volontà, trattare è inevitabile, e cedere può addirittura essere necessario, com’è nel caso di specie: a sospendere Fiorentina-Napoli quasi certamente si sarebbe visto di peggio, e a scatenarlo sarebbero stato proprio chi ha avuto modo di imporre la trattativa accreditandosi a pieno titolo come controparte delle forze dell’ordine. A monte, invece, non mi pare sia mai stato fatto nulla di serio per evitare che le tifoserie incubassero violenza, anzi è proprio chi oggi maggiormente si indigna ad essere responsabile di aver consentito – scientemente o meno, poco importa – che le curve degli stadi di calcio divenissero vere e proprie discariche in cui sversare le più disparate forme di delinquenza, quella contigua o perfino organica alla criminalità organizzata, quella attigua e in gran parte sovrapponibile ad alcune frange di estremismo politico, quella di un sottoproletariato che ha cercato emancipazione nel teppismo e quella di psicopatici cui la fede nei colori di una squadra – fede, così la chiamano – ha dato status di supporter. Così, chi oggi trova in Genny ’a carogna il più comodo dei capri espiatori è proprio chi ha fatto del calcio una metafora ubiquitaria. A lamentarsi che un derby possa degenerare in una guerriglia urbana è proprio chi ne ha sempre drammatizzato fino all’inverosimile il risultato. Chi si duole che il calcio sia diventato un mostruoso giro di denaro è proprio chi maggiormente ha contribuito a conferire aura mitologica a semianalfabeti in mutandoni. La bestia è stata nutrita proprio da chi oggi ne denuncia la bestialità. Se gli stadi di calcio sono diventate enclavi in cui è sospesa o derogata ogni disposizione relativa all’ordine pubblico, la colpa è di chi ha dato al calcio più spazio di quanto ne meritasse.

domenica 4 maggio 2014

Grazia nel disagio


Giusto sessant’anni fa, il 3 maggio 1954, Leo Longanesi era a Francoforte e sulle pagine del suo diario annotava quanto gli era capitato quel mattino, intorno alle nove, nell’anticamera di un fotografo: una signora in vestaglia, prima, e poi un grosso signore anziano in pigiama, e poi una giovane ragazza in accappatoio, e poi ancora una signora zoppa molto in là cogli anni, tutti con un bicchiere, uno spazzolino da denti e un tubetto di dentifricio in mano, sortivano via via da una tenda di percalle a fiori, d’un lato, per passare ad una stanza affianco, l’unico bagno dell’appartamento, che aveva cinque vani e nel quale vivevano otto persone, fra cui il fotografo. È questi che spiega all’ospite italiano la situazione: «Certo, siamo fitti come le sardelle, ma possiamo dirci fortunati: c’è chi sta peggio. La noia più grossa è quella del bagno, al mattino. Ma ognuno di noi ha il suo turno. L’importante è aver grazia nel disagio».
Erano gli anni in cui la Germania usciva dal baratro in cui era precipitata una decina d’anni prima, ma il Wirtschaftswunder non faceva ancora sentire i suoi effetti sulle condizioni di vita dei tedeschi, che in gran parte continuavano a subire le pesanti conseguenze di una guerra persa, e persa nel peggiore dei modi. Di lì a poco avrebbe preso il via uno dei più poderosi piani di edilizia civile mai visti sul continente, ma intanto quello degli alloggi era uno dei problemi più grossi, e l’appartamento in cui Leo Longanesi era capitato quel mattino ne era esempio eloquente. Quello che maggiormente lo colpiva era che l’andirivieni per il bagno non solo era ordinato, ma anche dignitoso, e annotava: «Queste parole mi restano nell’orecchio per tutto il giorno: grazia nel disagio. Vorrei che a Roma qualcuno le comprendesse».  
Questo, credo, sia l’unico commento possibile al distillato di risentimento nei confronti della Germania che sta ubriacando la campagna elettorale in corso: nel bollitore il Wille zur Macht di Nietzsche, il Neue Ordnung di Hitler, perfino il Faust di Goethe, e dalla serpentina, goccia a goccia, pura germanofobia. Dovremmo prendere esempio dai tedeschi, in realtà avremmo dovuto farlo per tempo, ma non ne abbiamo la tempra, mai avuta. Così, a considerare il degrado in cui anneghiamo, ci torna utile credere che sia l’effetto delle mire egemoniche che la Germania non avrebbe mai smesso di coltivare. Ieri coi blindati, oggi coll’euro: questa è la vulgata che ci è stata offerta dai demagoghi di casa nostra, e sembra torni comoda, nel disagio, a gente che non ha mai mostrato alcuna grazia neppure nel benessere.   

giovedì 1 maggio 2014

Segnalibro

Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce


Giorno di festa, le librerie sono chiuse, non possiamo precipitarci a comprare l’ultimo volume di Giancristiano Desiderio (Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce – liberilibri, 2014), che Radio Radicale ci raccomanda come imperdibile. Lo faremo domani, senza meno, anzi arriveremo un quarto d’ora prima dell’apertura per essere sicuri di potercene assicurare una copia prima che vada esaurito, d’intanto riflettiamo su quanto l’autore ha detto nel corso della trasmissione, e trasecoliamo, perché di Benedetto Croce ci eravamo fatti un’idea diversa da quella che questo libro sembra voglia suggerirci, e noi siamo disposti a ricrederci: ben venga chi abbia argomenti per dimostrarci che non fosse il mostro di egolatria che emerge dalle molte e molte testimonianze che nel corso degli anni abbiamo raccolto qua e là, tutte convergenti nel rafforzare in noi la convinzione che proprio un grave vizio di anaffettività fosse al fondo della pomposa artificiosità del suo sistema filosofico. E tuttavia da subito, dal poco che ci ha detto Giancristiano Desiderio nel corso della trasmissione radiofonica, qualche perplessità ci assale.
Vero è, infatti, che Angelina Zampanelli abbia vissuto accanto a Benedetto Croce per vent’anni, ma non solleva alcun dubbio il fatto che egli abbia deciso di sposarla solo in punto di morte? Il periodo storico era quello in cui la convivenza more uxorio senza contrarre vincolo matrimoniale faceva della donna una concubina: tanto amore non riuscì a trovare modo di risolvere una situazione che avrà arrecato senza meno qualche imbarazzo alla signora? Si potrebbe obiettare che il filosofo fosse allergico al matrimonio, se non fosse che a pochi mesi dalla morte di Angelina Zampanelli egli si sposa con Adele Rossi. E basta leggere la lettera datata 16 febbraio 1914 indirizzata alla cugina Teresa nella quale le annuncia la decisione per aver modo di capire chi fosse veramente Benedetto Croce. 


Collaboratrice e badante, diremmo. Sposabile, a differenza di Angelina Zampanelli, perché di buona famiglia. Diciamo che sposare Angelina in punto di morte fosse da intendere come il versamento della liquidazione prima di passare a mettersi in casa una nuova governante, con altro tenore di contratto, visto che il datore di lavoro era ormai sotto la cinquantina.
Si dirà, e a ragione, che a quei tempi molti matrimoni, poi anche felici, avevano analoghe basi affettive. Siamo negli anni, infatti, in cui su un giornale bavarese appare il seguente annuncio a pagamento: «Impiegato statale di medio livello, cattolico, 43enne, cerca ragazza cattolica, vergine, che sia brava in cucina, nel cucito e nelle pulizie domestiche. Gradita la dote, ma non è indispensabile», che avrà buon esito portando all’altare il padre e la madre di Benedetto XVI, il quale, onorando la nobiltà dei valori sui quali era fondata la sua famiglia, lamenterà coerentemente, un secolo dopo, che ormai «si riduce l’amore a emozione sentimentale e a soddisfazione di pulsioni istintive».  Bene, tutto bene, così andavano le cose e non possiamo rimproverare a Benedetto Croce di aver avuto in Angelina, prima, e in Adele, dopo, due collaboratrici domestiche. Ma dipingercelo come uno col cuore grosso quanto Palazzo Filomarino – questo pare voglia farci credere Giancristiano Desiderio – francamente è troppo.     

martedì 29 aprile 2014

Cinque o sei cavolate


Stupisce che a Luigi Manconi possano essere scappate tante cavolate, tutte in una volta e per giunta così grosse, come quelle che oggi stipavano il suo Clericali e no (Il Foglio, 29.4.2014).
La più grave: «La teoria della riduzione del danno […] si nutre anche di un fondamento teologico quale la concezione del “male minore”». Si tratta di un errore grosso come una casa, perché «di due mali scegliere e perciò compiere il minore non è lecito, se si tratta di due mali morali ossia di due operazioni che sono in se stesse violazione della legge morale»: «un male [infatti] non diventa bene o lecito, perché c’è un altro male più grande, che si potrebbe scegliere», sicché «la comparazione con un altro peccato non toglie la malizia del primo» (Dizionario di Teologia Morale – Editrice Studium, 1969). Tanto più grosso, l’errore, se questo insussistente «fondamento teologico» viene chiamato a fornire «una motivazione cristiana nel volere, sia pure solo in casi estremi, la legalizzazione dell’aborto»: come si può ignorare, infatti, che l’aborto è sempre «gravemente contrario alla legge morale» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2271), anche quando la gravidanza sia frutto di stupro o di incesto, e perfino se metta a rischio la salute fisica o psichica della gravida? Luigi Manconi sembra non esserne a conoscenza.
Seconda, per gravità di errore, l’affermazione che segue ad una considerazione banalmente ovvia, e cioè che l’«anticlericalismo non equiv[alga] a spirito antireligioso e anticristiano»: Luigi Manconi aggiunge «bensì al suo esatto contrario». Ora, è un dato incontestabile che esista un anticlericalismo che «auspica il rinnovamento all’interno della Chiesa», e che nasce proprio al suo interno, in reazione ad un clericalismo inteso come «degenerazione dell’esperienza di fede», non di rado proprio grazie all’opera di membri del suo clero: è l’anticlericalismo tipico dei movimenti di riforma da cui la Chiesa è periodicamente scossa, ma non è il solo. C’è anticlericalismo, infatti, che non si limita a denunciare le colpe del clero come manchevolezze del mandato apostolico, ma che contesta lo stesso mandato, nelle sue forme e nei suoi contenuti: è l’anticlericalismo che rigetta ogni dimensione trascendente, e che a buon titolo può dirsi «antireligioso e anticristiano», anche con un certa fierezza, diciamo. Luigi Manconi sembra non esserne a conoscenza.
Nel terzo, nel quarto e nel quinto errore, invece, incorre quando affronta una vicenda che nei giorni scorsi ha conquistato qualche spazio sui media, dopo averlo disperatamente cercato. Luigi Manconi afferma che fare scioperi della fame e della sete, peraltro a singhiozzo, possa intendersi come «testimonianza cristiana e, per certi versi, cristologica». Un cristiano potrebbe considerarla affermazione blasfema, qui possiamo limitarci a correggerla dicendo che questo tipo di testimonianza sta al martirio dei cristiani e alla passione di Cristo come l’opistono isterico sta a quello tetanico. In quanto al fatto che «l’organismo che dimagrisce e ingrassa, che si ritrae e si espande, che si rattrappisce e si gonfia, che deperisce e infragilisce e che si riprende e si rafforza, costitui[rebbe] la più importante manifestazione d[i una] capacità di compassione» come «rappresentazione autentica del dolore e “teatro della crudeltà” della vita vera che viene mortificata fino all’annichilimento nei luoghi di privazione della libertà», vien da chiedersi se per caso Luigi Manconi abbia intenzione di prenderci per il culo, tanta è l’enfasi che mette nel farci la perifrasi di una patetica sceneggiata all’ennesima replica. Scrive, infine: «Tutto ciò può apparire a molti insopportabile narcisismo e monotona reiterazione. E forse lo è». Dove l’errore, il più lieve della serie, sta nel «forse», che è di troppo. 

lunedì 28 aprile 2014

#nessunoescluso


«Lasciate che io dica esattamente il contrario di quello che ci si potrebbe aspettare di ascoltare da me. Altro che chiedere alla Chiesa e al mondo cattolico di non ingerirsi. Io direi: ingeritevi. Se non ora, quando?». Chi l’ha detto? No, vi siete fatti sviare dall’attualità e avete sbagliato: l’ha detto Massimo D’Alema, poco più di quattro anni fa, chiedeva al cardinal Camillo Ruini una scomunicuccia a Silvio Berlusconi. L’ultimo degli togliattiani, si sarebbe detto. Ma a torto, perché leccare il culo ai preti, chiamarli in soccorso dei propri miserabili calcoli, è costume di una razza più che di una teoria politica. E a quella razza, morti Pannunzio, Rossi e Salvemini, appartengono tutti, #nessunoescluso.   


«… mostrandosi allegra e piacevole…»



Sulle «nuove regole» che la retorica si dà col mutare del foro cui si rivolge – ne parlavo qualche mese fa (Intorno al cacozelo - Malvino, 10.2.2014) – devo rettificare quanto ho scritto: il mutamento non si ha «con l’uscita dal Barocco», ma nel momento in cui vi si entra, e forse anche un poco prima. In tal senso va corretto anche quanto deducevo, almeno riguardo all’uso dell’analogia, sul nesso tra mezzi e fini della persuasione, al punto da poterne invertire il segno: direi che è la retorica a trasformare il foro, e non viceversa. Mi rendo conto che, esposta in questi termini, l’affermazione farà drizzare i capelli in testa a chi sia affezionato alla tetragona vulgata marxiana su struttura e sovrastruttura, ma porgo subito il pettinino: la retorica che porta al Barocco è a sua volta un prodotto. Dunque aggiusterei il tiro a questo modo: la persuasione comincia a «mostrarsi allegra e piacevole», abbandonando le armi di offesa e di difesa che le erano servite per più di quindici secoli, in pratica da Quintiliano in poi, non già per adeguarsi alla cortesia come abitudine di corte, ma perché la corte prenda abitudine alla cortesia. In altri termini, non è un nuovo genere di principe a volere un altro genere di retore, ma è un nuovo genere di retore che riesce a persuadere il vecchio principe a rinnovarsi. Ne traggo convinzione grazie alla descrizione che Cesare Ripa fa della Rettorica nella sua Iconologia. L’«artificio», qui, è già «dolce», e l’arte ci si presenta con un libro in una mano e uno scettro nell’altra, e «sprona», sì, ma «raffrena» pure e, in virtù del suo aspetto amabile, «piega». Siano in un altro mondo iconologico rispetto a quello di un Gherardo di Giovanni di Miniato, che è solo di un secolo prima: l’arte, qui, è ancora tutta bellica.   



E tuttavia occorre dire che l’immagine orna il De nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano Capella, che è del V secolo: la Rettorica, qui, è ancora guerriera, ma già accenna ad un sensibile ingentilimento. 

«Una giornata particolare»



Ieri è stata «una giornata particolare» e con le virgolette alludo al film di Ettore Scola (Italia, 1977), alla Roma del 6 maggio 1938 stracolma di folla festante per la visita di Adolf Hitler, evento storico anche quello. Non si parlava d’altro, proprio com’è accaduto ieri, e anche in quel caso s’ebbe gran spreco di retorica, mastodontico servizio di sicurezza, gerarchi in prima fila, entusiasmo alle stelle. Ieri, come 76 anni fa, non c’erano mura che potessero ovattare l’orecchio alla stentorea cronaca in diretta della solenne buffonata: gli altoparlanti del regime raggiungevano anche chi avesse voluto perdersela. Analogia bislacca, penserà il lettore, ma ieri, da laicista, io mi sentivo nei panni che nel film di Ettore Scola erano indossati da Marcello Mastroianni. Se avete visto il film, rammenterete: in quegli anni il culto della virilità non era meno severo con gli omosessuali di quanto la dittatura lo fosse coi dissidenti politici, e gli uni e gli altri finivano al confino, entrambi marchiati a fuoco come «disfattisti» – da oppositori di un partito che pretendeva la coincidenza con lo stato e con la nazione o da disertori della campagna di incremento demografico, non faceva poi tanta differenza – e Marcello Mastroianni interpretava un nemico della Patria alla vigilia della sua partenza per quella che qualcuno, una settantina d’anni più tardi, avrebbe definito una «villeggiatura», per le sue «tendenze perverse», che già gli erano costate la perdita del lavoro. Analogia davvero bislacca, dunque, convengo. Ma fare della canonizzazione di due papi una celebrazione da dover seguire a tutti i costi, salvo che tapparsi in casa e chiudere ogni canale di comunicazione col mondo esterno, non è da paese totalitario?   

sabato 26 aprile 2014

Vernissage


Michele Castaldi (Napoli, 2011)
Memammapapà (2014)
tecnica mista su cartoncino, cm 66,5 x 74,5
(collezione privata)

[...]


(via La boite verte)
 

venerdì 25 aprile 2014

Mi auguro che la Procura di Brescia


Mi auguro che la Procura di Brescia abbia già aperto un fascicolo sul cedimento strutturale del Crocifisso eretto sul Dosso dell’Androla, a Cevo, in Valcamonica, perché si arrivi, possibilmente in tempi brevi, ad accertare chi siano i responsabili della morte del 21enne che vi è finito schiacciato sotto. Non vi è dubbio, infatti, che non si sia trattato di tragica fatalità, ma di omicidio colposo, e che quindi sia doveroso valutare nelle opportune sedi a chi vada addebitato, piuttosto che lasciarsi andare a stravaganti elucubrazioni sul più attendibile significato racchiuso del simbolico dell’evento, come tanti sembrano credere sia la sola cosa necessaria, oltre che possibile. Saranno i giudici a stabilire in quale misura la colpa debba essere attribuita a chi ha voluto quello sproposito alto trenta metri e pesante diverse tonnellate, a chi ha condotto le perizie tecniche che hanno dato il non obstat, a chi ne ha autorizzato l’installazione, a chi l’ha progettato e a chi l’ha costruito, ma fin d’ora, dinanzi a quanto è accaduto, ci è lecito evidenziare un dato incontestabile: a fare il morto è stata quella smania di grandiosità che dall’ardito schizzo di un artista contagia, per ragioni assai diverse ma tutte convergenti, alti prelati, amministratori della cosa pubblica ed esecutori d’opera. Mi azzarderei a dire che Marco Gusmini è morto da vittima sacrificale sull’altare attorno al quale trafficano preti che pensano di poter disporre del denaro pubblico per scimmiottare le committenze d’arte dei porporati del Rinascimento, sindaci che li assecondano (nella migliore delle ipotesi) per dare visibilità internazionale al paesino, titolari di imprese affamati di commesse pubbliche e artisti con la fregola mistica.


Refrattarietà


Contavo di farlo già da tempo, lo faccio adesso che un post di Massimo Mantellini mi offre l’occasione. Quasi ogni giorno mi arrivano nella mailbox avvisi di Tizio che mi aggiunge al suo Google+, di Caio che mi invita su LinkedIn, di Sempronio che mi dà appuntamento su FriendFeed… Starò usando termini impropri, ma è che tutta questa ragnatela di collegamenti, relazioni, scambi e strusci per me ha dell’ostrogoto. Suppongo che questi avvisi mi giungano perché devo essermi iscritto a questi servizi – suppongo si tratti di servizi o sbaglio? – ma non ricordo quando, e in certi casi sono certo di non averlo fatto, e in altri di aver cancellato l’iscrizione… Insomma, volevo approfittare di queste pagine, le uniche dalle quali comunico col mondo virtuale (non ho una pagina su Facebook e accedo a Twitter solo una o due volte a settimana), per scusarmi se non ricambio queste attenzioni – suppongo si tratti di attenzioni o sbaglio? – di cui, comunque immeritatamente, sono fatto oggetto. Qui, come fuori dal web, sono scontrosetto e ho grande difficoltà a dare confidenza a chi non conosco, in più i primi quattro quinti della mia vita sono scorsi quando Internet non c’era e, anche se in qualche modo ci sono dentro da quasi tre lustri, molto mi è lontano miliardi di anni luce, e non sento alcuna urgenza di informarmene. Poi c’è che tutto quanto è social network mi deprime, perché quando v’indugio mi sembra di aver tolto tempo a cose molto più importanti. Insomma, non vorrei si pensasse sia per scortesia o, peggio, per albagia, ma se non rispondo, contraccambio, aggiungo, eccetera, è per refrattarietà al mezzo.

giovedì 24 aprile 2014

[...]


Non faccio nessuna fatica a credere che in Siria si vadano davvero consumando «inaudite violenze da parte dei “ribelli” contro la popolazione cristiana», come riferiva una suora intervistata ieri da Radio Vaticana, e che tra le atrocità subite da chi rifiuta di convertirsi alla fede islamica vi siano casi di crocifissione. Superfluo dire che tutto questo non è affatto bello perché riporta indietro l’umanità ai tempi bui in cui il fanatismo religioso faceva stragi di manichei, catari, ebrei, valdesi, ugonotti, indios, ecc., poco importa chi li bruciasse, sgozzasse, squartasse, ecc. In quanto alla crocifissione, orripiliamo al pari di quando leggiamo che per certi devoti particolarmente motivati farsi inchiodare ad una croce è uno sfizio imperdibile quando arriva il Venerdì Santo, spesso previa autoflagellazione, ma non ci sfugge la differenza tra una arrapante perversione e un atroce supplizio. Ciò detto per fare sgombro il campo da fraintendimenti, alcune affermazioni riportate nell’intervista lasciano perplessi: gli islamisti avrebbero decapitato alcuni cristiani «giocando a calcio con le loro teste» e, dopo aver sventrato alcune donne gravide, ne avrebbero «impiccato i feti agli alberi coi cordoni ombelicali». Per carità, tutto è possibile, qui non si intende sollevare dubbi sulla veridicità di quanto affermato dalla suora, anche perché ciò che ha riferito era a sua volta tutto de relato, e non ci ha detto da chi, e lei stessa ha preferito rimanere anonima. E tuttavia occorre rammentare che una testa pesa intorno al 6% del peso corporeo in toto e giocare a calcio con un pallone di 4 o 5 chilogrammi è pressoché impossibile, anche rinunciando ai cross, ai tiri piazzati e ai contropiedi. Pressoché impossibile anche impiccare un feto col suo cordone ombelicale: coi suoi 45-55 cm e la sua consistenza gelatinosa, calcolando quanto ne serve per un girocollo (circa un quarto, in proporzione), per il nodo che stringe il cappio e per quello che ne fissa l’altro estremo a un ramo – beh, proprio non ci siamo, un cordone ombelicale risulta di lunghezza insufficiente – più che impiccato il feto risulterebbe garrotato. Diciamo che poteva bastarci l’orrore di sapere che alcuni cristiani siano stati uccisi in Siria, non era necessario esagerare con macabri orpelli narrativi: ci dispiace uguale.  

mercoledì 23 aprile 2014

Papa Francesco News for iPad


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