lunedì 8 giugno 2015

Il punto in cui la linea prende la tangente per la deriva


In tempi in cui il modello demagogico sembra essere considerato da tutti i protagonisti della vita politica come il più efficace strumento per raccogliere consenso, la differenza tra quanti concorrono a conquistare un mercato con un prodotto che è sostanzialmente uguale a quello dei propri concorrenti può essere fatta solo dalla confezione nella quale questo è offerto al pubblico, poco importa se come scelta estemporanea o come risultato di uno studio preparatorio, perché in ogni caso limballaggio ha sempre bisogno di aggiustamenti alla risposta data dal mercato. In generale, potremmo dire che un soddisfacente grado di riconoscibilità dellofferta, che di per se stessa è fattore promozionale, sia raggiunto quando i tratti caratteriali del demagogo diventano tanto significativamente peculiari da poter essere caricaturizzati in favore di quella che la pigrizia mentale definisce satira politica, e che in realtà è il più affidabile attestato che allofferta corrisponda ormai una domanda e, in sostanza, che quella particolare offerta di demagogia ha conquistato una discreta fetta di mercato. Ricorrendo a un’ellissi, direi che oggi, in Italia, a certificare la commerciabilità di unofferta demagogica è Crozza.
Nelle sue imitazioni di Berlusconi, di Renzi, di Salvini, di Grillo, quel che è comune a tutti va interamente smarrito, per lasciar spazio solo alla deformazione umoristica dei rispettivi caratteri, cioè delle diverse confezioni in cui è posto in vendita lo stesso prodotto: ladulazione di un popolo ormai da tempo degradato a plebe al fine di strappargli il consenso ad interpretarne la sovranità con quel tratto dispotico che troverebbe piena legittimazione in tale investitura. Ben si spiega, allora, come anche limitazione di De Luca non possa che esaurirsi nellenfasi posta sui connotati più pittoreschi del personaggio, trascurando del tutto quel «chi vince governa» di cui De Luca si è fatto scudo prima, durante e dopo le elezioni regionali del 31 maggio per pretendere di essere ammesso alle primarie nonostante il codice etico del Pd non glielo permettesse, di candidarsi ad una carica dalla quale una legge dello stato lavrebbe comunque sospeso e di poter esser certo che la sospensione avesse peso solo aleatorio mettendo al suo posto un prestanome investito dalla carica di vicegovernatore.
Certo, non spetta a Crozza segnalare in quel «chi vince governa» ciò accomuna tutti i ritratti della sua fortunata galleria, di fatto pare che anche chi dovrebbe farlo si attardi per lo più a marcare le differenze tra un demagogo e l’altro, quasi fosse scontato che la sovranità appartenga al popolo allo stesso modo in cui qualcuno possegga qualcosa che possa cedere a chi voglia perché questi possa a sua volta disporne a proprio piacimento. A ben vedere, è questo modo di intendere la sovranità che spiega perché, sulla diagnosi che la democrazia abbia in se stessa l’embrione della tirannide, concordino sia i nemici della democrazia sia quelli della tirannide. E, a mio modesto avviso, quel che consente agli uni e agli altri di essere scettici sul fatto che una democrazia possa avere altra sorte, pur con diversa disposizione d’animo (chi contento, perché lo aveva sempre sostenuto, chi afflitto, e in fondo rassegnato), sta in quel secondo capo del primo articolo della Costituzione italiana che a tanti sembrerebbe consentire ogni genere di deriva.
Se infatti «la sovranità appartiene al popolo» – si argomenta – il popolo non può disporne a proprio piacimento? È vero, certo, che «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», ma cosa impedirebbe al popolo di dar mandato a Caio o a Tizio per una revisione costituzionale? In fondo, ad essere intoccabile non è soltanto la forma repubblicana? Bene, io penso che tutto sta nellinfelice scelta di un termine come «appartenenza», che nellintendimento di scrisse la Costituzione aveva laccezione di «ciò che fa parte» – e tra poco spiegherò in che senso, e perché se ne possa esser certi – poi corrotta in quella di «possesso».
In sostanza, oggi si è portati a ritenere che il primo articolo della Costituzione consenta ogni genere di avventura populistica o plebiscitaria, purché un avventuriero riesca a convincere la maggioranza del popolo italiano, anzi, neppure quella, né quella degli aventi diritto al voto, ma solo la maggioranza dei votanti. In pratica – e non mi si venga a dire che vado troppo lontano dalla realtà – basterebbero una dozzina di milioni di italiani a dare piena legittimità a un demagogo per fare carne di porco della democrazia, semmai avendo la premura di lasciarne intatta la forma. Non è così.
Comincerei col dire, infatti, che alla formula del primo articolo della Costituzione si è arrivati in modo assai singolare. L’accordo pressoché unanime della commissione incaricata di redigerlo era sulla seguente formula: «La sovranità dello stato si esplica nei limiti dell’ordinamento giuridico formato dalla presente Costituzione e dalle altre leggi ad essa conformi. Tutti i poteri sono esercitati dal popolo direttamente o mediante rappresentanti da esso eletti». In tutta evidenza, il principio della sovranità popolare non è affatto dominante, tanto meno se può inferire che sia il popolo a generare la Costituzione dalla quale lo stato dipende.
In pratica, non è il popolo ad essere titolare della sovranità: è lo stato ad essere sovrano, e non la Costituzione a generare tale sovranità, limitandosi invece solo a darle assetto, margini, equilibrio tra le parti che la amministrano. Basta rileggere gli interventi di Dossetti, Moro, La Pira e perfino di Togliatti, che pure avrebbe potuto essere sensibile ad una «sovranità popolare», per capire che tra i Padri costituenti era ben saldo il rifiuto di un principio che sembrava avesse il marchio del giacobinismo, con quanto di pericoloso al giacobinismo è allegato in termini di deriva dispotica. Tutti contrari a questo assunto, tranne il monarchico Lucifero d’Aprigliano, il quale provocatoriamente sfidò gli altri costituenti ad essere coerenti fino in fondo: se era venuta meno la figura di un re che fin lì aveva personificato la sovranità dello stato, si fosse tanto onesti nel trasferire quella sovranità al popolo che aveva deciso di ghigliottinarlo. Sfida che fu respinta con forza e perfino con sdegno, anche se ebbe l’effetto di far rivedere la prima formula, con la proposta di una sovranità che «risiede nel popolo», poi bocciata in favore di quella che recitava di una sovranità che «emana dal popolo», ma con l’accento, posto da Tosato e da Togliatti, sul fatto che la sovranità fosse prerogativa dello stato, e che la Costituzione ne fissasse i limiti.
I termini della discussione si riproposero invariati anche nella discussione dell’Assemblea del 22 marzo 1947, che però ebbe uno sviluppo tanto serrato da far riproporre, e far accettare come liquidatoria di ogni ambiguità riguardo alla natura del mandato che alla Costituente era stato affidato dal popolo, la formula della sovranità che «appartiene al popolo». In definitiva, passava il principio di una sovranità che è dello stato, sì, ma che nella Costituzione di cui il popolo è attore trova forma, espressione e vincoli: si assumeva che il popolo avesse «parte» dei limiti della sovranità dello stato.
Da qui a immaginare che la sovranità fosse una proprietà che il popolo avesse piena libertà di alienare in favore di un despotuccio per due quinti scilinguagnolo, e per il resto spocchia, villania e somaraggine, ne doveva correre. Perché, poi, si arrivasse a immaginare che il popolo desse mandato ai propri eletti di varare una legge come quella che porta la firma di Paola Severino, perché una patetica macchietta di energumeno potesse usarla come carta per pulircisi il culo, in virtù dei voti avuti per essere eletto, bastava poco più dun niente. E ora a questo stiamo: la sovranità popolare è un cazzo diventato così storto che oggi il popolo può usarlo solo per ficcarselo in culo.

[segue]

giovedì 4 giugno 2015

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Non posso dire di aver compreso appieno la faccenda dei cookie – mi muovo meglio in una prospettiva di Escher che in un html – ma mi fido di Mantellini che la configura come una gran rottura di coglioni per chi sia titolare di un blog. Poi può darsi che la cosa si sgonfi, può darsi che un refolo di resipiscenza sfiori la colossale testa di cazzo che ha partorito lidea di questa tassa sulla libera diffusione di opinioni personali (sarà un mio limite, ma non riesco a leggerla in altro modo), può darsi che blogspot.it provveda gentilmente a togliermi la rogna, qui però parlo dando per scontato che nulla di questo accada, e comunico di non avere alcuna intenzione di adeguarmi ad una normativa che ritengo assurda. Perciò avverto il mio lettore che, al primo blog che saprò raggiunto dalla sanzione che il Garante della Privacy ha previsto per chi rifiuti di piegarsi alla sua richiesta, chiuderò questa pagina senza ulteriori comunicazioni in proposito, e non sembri scostumatezza.
È che il patto tacitamente sottoscritto undici anni fa tra me e il mio lettore era che Malvino non dovesse costare neanche un centesimo di euro, né a me, né a lui: è per questa ragione che ho scelto di non acquistare un dominio personalizzato, ma di utilizzare una piattaforma di blogging ad accesso gratuito (Il Cannocchiale, prima, e Blogger, poi), e per questa stessa ragione ho deciso che non avrei mai dato spazio a banner pubblicitari, né avrei mai fatto ricorso alla pratica del chiedere unofferta al lettore (non mi azzardo a biasimarla, ma personalmente non ne sarei mai capace, neppure se versassi nella più buia indigenza). Insomma, se non può continuare come è stato fin qui, basta, ché in fondo questa malsana abitudine di pensare ad alta voce è pure durata troppo. 

martedì 2 giugno 2015

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C’è quello che parcheggia in doppia o addirittura in tripla fila in Piazza Scozia, quello che imbratta un muro di Via Calenda scrivendo con la bomboletta spray «Frullino, sei il mio battito d’ali», poi cè quello che sfreccia in motorino in Piazza della Libertà, che è area pedonale, e quello che in Via Diaz lascia il sacchetto della spazzatura fuori dal cassonetto, ma si arriva all’enormità di quello che ha tentato di rubare una panchina a Piazza Malta svitandone i bulloni che la fissavano al suolo. Tutti «incivili», senza dubbio, anzi «cafoni», veri e propri «animali», anzi «bestie», sì, ma per quale ragione? E c’è bisogno di chiederlo? Si tratta di individui che non hanno alcun rispetto delle leggi. Proprio come De Luca, che con la «legge Severino» ci si pulisce il culo.
Lart. 8 della «legge Severino» recita che «sono sospesi di diritto dalle cariche indicate all’art. 7, § 1 [fra le quali vi è quella di presidente della giunta regionale] [...] coloro che hanno riportato una condanna non definitiva per uno dei delitti indicati all’art. 7, § 1, lettera a), b), e c)», fra i quali v’è quello di abuso d’ufficio, per il quale, a gennaio di quest’anno, De Luca è stato condannato in primo grado ad un anno di reclusione. Cè bisogno di essere titolare di una cattedra di Filosofia del diritto per intuire che la logica che porta alla sanzione per chi ostacola il traffico alla rotatoria di Via Nizza perché ha parcheggiato lauto dove non doveva sia la stessa che porta alla sospensione del neoeletto governatore della Campania un attimo dopo che si sarà insediato?
Sarebbe stato meglio non parcheggiare lì lauto, sarebbe stato meglio non candidarsi proprio, ma ormai è fatta, e allora come è opportuno comportarsi? Quello che è in sosta vietata – ce lo racconta De Luca in uno dei video nel quale ha consegnato alla storia le sue gesta da paladino della legalità – trasecola (e che avrà fatto mai?), e invece di sbrigarsi a spostare l’auto, che sta causando un serio ostacolo al regolare flusso del traffico, pretende di discutere sul senso di un divieto di sosta proprio in quel punto. Come definire uno così? «Incivile», come minimo, e poi «bestia». E De Luca? Come reagisce, De Luca, a chi gli fa presente che la «legge Severino» è legge dello stato? Tale e quale.
A rendere De Luca incompatibile con una carica pubblica non è tanto una condanna per abuso dufficio in attesa del giudizio in appello, unaltra per reato ambientale poi estinta per prescrizione, e nemmeno i suoi numerosi carichi pendenti per danno erariale, diffamazione, corruzione, concussione, lottizzazione abusiva, ecc. – do per certo che le imputazioni, se le fonti dalle quali ne prendo notizia non sono mendaci, cadranno tutte in piene assoluzioni – ma il fatto che, in quanto a rispetto delle regole, non è meno «bestia» di chi egli stigmatizza come «bestia».

lunedì 1 giugno 2015

Frammenti predatati

«Prendere in mano il libro d’uno scrittore vivente e, a giusta ragione, stimato; ripetere alcune sue proposizioni, esaminarle punto per punto, trovare in tutto che dire, fargli, per dir così, il dottore a ogni passo, è una cosa che, a lungo andare, è quasi impossibile che non lasci una certa impressione di presunzione, e di basso e insistente litigio. Per prevenire questa impressione, non dirò al lettore: vedete se non ho ragione ogni volta che prendo a contraddire: so e sento che l’aver ragione non basta sempre a giustificare una critica, e soprattutto a nobilitarla. Ma dirò: considerate la natura dell’argomento».
Alessandro Manzoni,
Osservazioni sulla morale cattolica

I. La decisione di sospendere l’aggiornamento di queste pagine nasceva, come ho provato a spiegare, dall’insofferenza alle norme che da qualche tempo sono vigenti nella comunicazione pubblica, e che di fatto abrogano quelle della retta argomentazione, sempre violate da quando esiste il mondo, questo sì, ma mai come negli ultimi anni dichiarate formalmente invalide sull’assunto che nel foro sia legittimo cercare, e dunque legittimo ottenere, la persuasione col piegare la logica al paralogismo: dichiaravo, in sostanza, che nel foro pubblico la mia scrittura potesse tutt’al più assolvere al compito di testimoniare la cocciuta fedeltà a norme ormai desuete, riconosciute valide solo in contesti sempre più marginalizzati. Se questo è l’andazzo che ormai segna la comunicazione pubblica sugli affari correnti, tutto si esaspera su quelli speciali, e questo è quel che accade in queste ore, con lo spaccio di narrazioni che non lasciano dubbi: si cercano e si offrono semplificazioni che possano nutrire l’emozione, renderla sazia di certezze facilmente commestibili, per reclutare l’opinione pubblica in opposte fazioni armate di sentimento e di risentimento. E tutto questo accade proprio nel momento in cui dovremmo sforzarci di non fare il gioco dei terroristi, e invece anche stavolta è proprio questuso improprio dell’emozione a farci correre il rischio di dar loro un consistente aiuto nel riuscire a ottenere proprio quello che si prefiggevano.
Voglio dare per scontato sia solo l’emozione a farci correre questo rischio: voglio sterilizzare ogni sospetto che qualcuno stia tentando di strumentalizzarla, con ciò rendendosi di fatto complice dei terroristi, e tuttavia spacciandosi come il suo più fiero nemico; voglio evitare il ben che minimo cenno a quel fin troppo generoso tributo di compassione che, a dispetto d’ogni buona fede, ci consente di sentirci esentati dal dovere di capire, per quanto ci sia dato; voglio astenermi perfino dal segnalare le patenti incongruenze cui l’emozione trascina, demolendo in pochi istanti ciò che abbiamo faticosamente costruito in decenni di sforzi personali e in secoli di impegno collettivo. Cercherò di essere bonario, diciamo, ma per essere onesto fino in fondo devo premettere che lo spettacolo che vedo scorrere in queste ore non mi assicura di riuscirci, perciò avviso che potrei risultare irritante nell’attribuire ignoranza o malafede a chi sta dando prova di credere o voler far credere che il problema posto dai fatti di Parigi stia tutto nell’islam oppure, di converso, nelle politiche imperialistiche dell’occidente capitalistico: costruzioni che reggono solo su pseudoargomenti, che tuttavia sono riusciti a conquistare tanto successo da risultare inattaccabili perfino all’evidenza che l’imperialismo sia una categoria ormai inservibile per dar ragione degli interessi del capitalismo e che di islam ce ne siano almeno tre o quattro. Le rappresentazioni di comodo vincono su ogni tentativo di leggere ciò che accade.

II. Ora che i fatti del 13 novembre non sono più in cima ai temi del dibattito pubblico, e al punto che forse a tanti già non basterà la sola data per richiamarli con immediatezza alla memoria, è possibile qualche considerazione che per freddezza di argomento sarebbe apparsa sconveniente nel tumulto delle emozioni – dolore, rabbia, paura – scatenato dagli eventi. A chi voglia prendervi parte senza correre il rischio di procurarsi cattiva fama, infatti, il dibattito pubblico impone la regola di non arrecare la ben che minima offesa alle emozioni che sono prevalenti nel momento in cui si prende la parola, offesa che talvolta risulta gravissima anche al solo sospetto che esse non siano pienamente condivise, figurarsi il concedere che siano pienamente condivisibili, ma per ciò stesso rammentare quanto siano in tutto funzionali al disegno terroristico. E dico rammentare, perché il terrorismo è stato studiato a fondo, sappiamo cosa sia, a cosa veramente miri, come si serva proprio delle emozioni che scatena per ottenerlo, quanto più facilmente riesca nello scopo quanto meno si riesca a offrirgli altro che quelle, coi loro ciechi automatismi. Oggi, ad appena un mese dalla strage di innocenti consumatasi a Parigi, dolore, rabbia e paura riverberano quasi esclusivamente nella loro eco, nella quale finiranno per spegnersi fino a quando non saranno riaccese dal prossimo attentato terroristico: siamo nellintervallo concessoci per poter rammentare che il terrorismo è teatro, che le sue vittime sono solo un mezzo, che il vero fine dei terroristi è quello di suscitare paura, dolore e paura in platea, per condizionare le opinioni, piegarle alla convinzione che la risposta migliore a una strage sia proprio quella cui la strage mirava, dando il destro ai governi di farsi complici più o meno consapevoli, più o meno interessati, di chi ha seminato il terrore. In questa occasione, con chi ha riproposto la tesi che fossimo dinanzi allepisodio di una guerra di religione, possiamo dire di essere stati al gioco dei terroristi, che infatti non si risparmiano per convincerci sia davvero così. Anche in questo caso, come sempre daltronde, la religione è mera sovrastruttura degli interessi che ne fanno il vessillo in battaglia.

III. I dizionari etimologici sono soliti dar conto in modo estremamente algido di controversie che a volte sono state incandescenti sul donde di alcuni lemmi. Uno di questi è legge, che a lungo s’accettò venisse da ligare, e cioè legare, dunque obbligare, fino a quando sortì chi sostenne venisse da legere, e cioè scegliere, raccogliere, ma anche eleggere e prim’ancora – letteralmente – leggere, ben presto trovandosi d’affianco, e poi opposto, chi affermava venisse da λέγειν, che insieme sta per dichiarare, proclamare, esporre, ma anche – estensivamente – ordinare, e con la stessa duplicità di significato che questo verbo conserva in italiano (comandare e mettere in ordine). Litigarono per qualche secolo, poi, quando parve che la disputa potesse ritenersi destinata a non avere un vincitore, e le tre tesi dovessero convivere nel compromesso, accadde un fatto nuovo: scese in campo chi affermò che legge venisse dal celtico legh o dal sassone lagh, participi passati di verbi che stanno per porre, stabilire, fissare. Lì la disputa si riaccese, cominciando a farsi, a fasi alterne, ora semasiologica, ora onomasiologica, fin quando schizzò dall’ambito in cui era nata per andare ad appiccare fuoco in quello della filosofia politica: posto che la legge proclama e stabilisce e ordina e obbliga – così qui la questione fu riformulata – quale delle quattro funzioni implica le altre tre? Questione che a ben vedere, dunque, rimaneva su un donde, però spostando l’attenzione dal significante al significato. Ci si cominciò a chiedere: la legge è antecedente e superiore all’uomo (perché in ultima analisi è sempre divina e/o naturale, e dunque non può che sostanziarsi in obbligo, in aderenza a una verità che, essendo prima, conviene resti ultima) o è piuttosto la soluzione che di volta in volta l’uomo si dà per far fronte a bisogni che sono inevitabilmente sempre nuovi, perciò ricontrattualizzandone incessantemente i termini, che in sostanza sono quelli propri a un pattuire? Anche qui, dove tuttora si consuma, è difficile che la disputa possa chiudersi in modo definitivo, tanto meno che se ne possa prevedere l’esito. Dev’essere per questa ragione che Carl Schmitt elude la questione del donde venga lex e tutta la sua attenzione va a νόμος (Der Nomos der Erde, I, 4), il cui etimo sterilizza il problema se la norma preceda l’uomo o lo segua. Se νόμος, infatti, è quanto divide, ripartisce e assegna la proprietà con quanto le allegato in termini di potere, la sua origine sta certamente prima di ogni patto, che di fatto subentra solo a sancire la divisione, la ripartizione e l’assegnazione, ma certamente dopo che sia dato ciò che è da dividere, ripartire e assegnare, sicché nel limite che separa, circoscrive e conferisce si trova la coincidenza di trascendente e immanente, e questo taglia la testa al toro: la norma – così risolve – sta in una dimensione ancestrale che precede la storia, anzi potremmo dire che addirittura la generi, e donde tragga origine a sua volta diventa questione che rimanda alla natura umana, sulla quale è opportuno discutere in altra sede, dove d’altronde trova ulteriore accantonamento, perché con «teologia politica» il donde torna ancora alla coincidenza di trascendente e immanente, soluzione che può tornare comoda per ogni teocrazia e per ogni cesaropapismo. Non così se la questione parte dal dove venga la legge, perché, se lega, elegge, ordina o fissa, resta insoluto il problema di cosa o chi la muova a farlo, e come abbia acquistato questo potere. Discorso a parte è quello sulle armi che si impiegano nel sostenere l’una o l’altra delle ipotesi sul donde venga la legge: ad esse si affidano le sorti di una partita che evidentemente è fatale, dunque si penserebbe debbano essere micidiali, di fatto tuttavia non sono mai troppo diverse dagli attrezzi coi quali gli etimologi scavano in cerca di radici. È che, al pari del seme, che si estende verso il basso, perdendosi in profondità spesso insondabili, ma pure verso l’alto, con uno sviluppo quasi sempre imprevedibile, ed è in questo – semplicemente in questo, che poi è il suo destino, verso l’alto e verso il basso – che il seme va irrimediabilmente perso, anche l’origine di un lemma diventa privo del senso primigenio nel suo proiettato anteriore e in quello posteriore. Nell’impossibilità di riandare al momento della semina (altra cosa è rappresentarsela, ma qui subentra l’arte storiografica, necessariamente al servizio di questo o quel committente), non resta che andare a considerare quel che di sé il seme riproduce in seno al frutto: si può almeno – ecco cosa ci rimane – tentare di riconoscere la legge in seno a ogni singola legge, ma, quand’anche vi si riesca – e chi può mai dire d’esserci davvero riuscito? – resta il fatto che si è sempre ben lungi dal poter essere certi su chi davvero sia il soggetto che le ha dato profondità e altezza, mentre resta assodato solo che questi ne abbia avuto il potere, senza che peraltro neppure si possa fare un passo avanti nel capire se ciò gli fosse intrinseco ab origine o gli sia stato conferito, ed eventualmente quando, e come, e da chi. Per meglio dire: questi problemi sono sempre – irrimediabilmente – spostati in altro ambito, quello mitologico o quello storico, dove daranno luogo ad altre dispute, ma di fatto, per quanto sia possibile tracciare il farsi di una singola legge fino al più minuto dei suoi dettagli, la legge che ne ha guidato il farsi resterà comunque inaccessibile alla piena comprensione. Ancora meglio, e perché l’affermazione non suoni come radicalmente scettica come se messa in mano a un novello Sesto Empirico: ci resterà oscuro il modo in cui la ratio che la informa, e che probabilmente potremo pure dire riconoscibile con un buon margine di approssimazione, sia poi riuscita a farsi attiva in essa. Perché, alla fin fine, la natura del potere rimane oscura anche a chi lo detiene, e forse è proprio per questo che teologia e politica furono a lungo inestricabili, e per millenni il λόγος del λέγειν parve la ratio che dall’onnipotenza di Dio scendesse ad ipostatizzarsi nel potere dell’uomo. È sconsolante – tanto sconsolante, a volte, da doverlo rimuoverlo – ma chi governa (rectius: chi legifera e impone il rispetto delle leggi) spesso non ha pieno controllo della ratio che lo muove: la legge – diremmo – lo attraversa. Con ciò, sia chiaro, non si vuol disconoscere che nel suo agire siano evidenti i fini che lo spingono all’azione, né si vuol sminuire il fatto che essi rispondano sempre ad interessi miranti a dividere, ripartire e assegnare, per la ridefinizione del limite che separa, circoscrive e conferisce: semplicemente qui si afferma che la ratio che muove il legislatore trascende i suoi calcoli quand’anche siano giusti, ed è per questo che la governabilità di un popolo resta in ultima analisi nella capacità di convincerlo che il donde della legge riposi nel compromesso tra le ipotesi sul suo etimo. In sostanza, che il potere non si sappia donde venga, ma che si legittimi nell’esserci. Un’aporia che si scioglie in una tautologia. E sia ben chiaro che questo vale per ogni genere di legge, da quella morale a quella fisica, da quella che fonda la logica a quella che si traduce in norma sintattica. La legge è legge, e le leggi la contemplano.

IV. Tutti i gesti coi quali lanima fece cadere ad uno ad uno ogni suo velo lavvilupparono in una fitta ipocrisia, sicché allo stolto, infine, parve nuda, tremante, e invece era tutta infagottata di tutto il suo gesticolato, e non tremava per pudore o freddo: il suo era il sussulto dun ghigno. Stava al centro del romanzo, fingendo un bel rossore di verecondia, ma dentro – nellanima dellanima – cera la fiera perfidia di avere infinocchiato il lettore.


V. «La forza di un argomento – dice Chaïm Perelman – dipende dall’adesione degli ascoltatori alle premesse dell’argomentazione, dalla pertinenza di quest’ultima, dal rapporto prossimo o remoto che essa può avere con la tesi sostenuta, dalle obiezioni che le si potrebbero muovere, dal modo con cui si potrebbe confutarle». Nella forza di un argomento – tiene, però, a precisare – «si mischiano, in modo quasi inestricabile, due qualità: l’efficacia e la validità». Di qui l’impossibilità di dare per scontato che un argomento sia valido per il solo fatto che si riveli efficace, ma anche di poter essere sicuri che esso possa rivelarsi efficace per il solo fatto di esser valido, e Chaïm Perelman ne dà ragione col dire che «l’efficacia di un argomento è relativa all’uditorio [sicché] è impossibile valutarla senza far riferimento all’uditorio cui esso viene presentato», mentre «la validità, al contrario, è relativa a un uditorio competente, nella maggior parte dei casi all’uditorio universale». Ne conseguirebbe che l’efficacia di un argomento sia il fine cui solo la validità può offrirsi come retto mezzo: giacché a nessuno sfugge che la retorica sia un’arte affine a quella bellica, sarebbe come a dire che ci si possa dire vincitori sul campo solo se nel corso della battaglia si siano rispettate delle ben precise regole. Sappiamo che questo non accade, e non è mai accaduto: nobile o meno che fosse il fine per cui si entrasse in guerra, la regola di risparmiare le popolazioni civili non si è quasi mai rispettata; né mai ci si è fatto scrupolo nell’uso di fallacie per vincere una causa, quando sentita giusta, sebbene non lo fosse, e non lo fosse proprio perché difesa da argomenti invalidi, poco importa se non ve ne fossero di validi spendibili, o ve ne fossero, ma non venissero spesi. In ciò la retorica mostrò fin dagli esordi il grave limite posto al suo statuto fondativo: nata per trasformare il campo di battaglia in foro, e la forza bruta in logica, ben presto fu costretta a fare i conti con l’impossibilità di separare quanto fosse valido da quanto risultasse efficace. Come la democrazia, nata perché la legge fosse uguale per tutti («competente» «universale», diciamo), così la logica che informa la retta argomentazione: giacché «la forza di un argomento dipende dall’adesione degli ascoltatori alle premesse dell’argomentazione, dalla pertinenza di quest’ultima, dal rapporto prossimo o remoto che essa può avere con la tesi sostenuta, dalle obiezioni che le si potrebbero muovere, dal modo con cui si potrebbe confutarle», era ed è sufficiente che il foro non sia «competente» perché da giudice si trasformi in oggetto conteso. Può dolere a chi scenda nel foro aspettandosi il giusto verdetto da un «uditorio competente» perché «universale» (un uditorio che riconosca la cogenza delle norme che informano la logica, rigettando col dovuto sdegno la loro violazione e, ancor più, i mezzucci per aggirarle), ma si rassegni: quasi mai le premesse saranno tali da premiare le sue attese, che dunque, a condizioni date, sono legittime solo dinanzi a un giudice tutto fittizio, sostanzialmente aleatorio. Chi scende nel foro con la certezza che un argomento valido possa anche risultare efficace compie un atto di fede nell’onnipotenza della logica, che in realtà può solo dove, come e quando le è lasciato spazio per mettere ordine, a prezzo di un sacrificio che è insostenibile per la gran parte degli umani, e non si può pretendere. Tutto sommato, potremmo dire che pretendere di aver ragione su  un argomento invalido sia …
Ma come cazzo mi viene di star lì a rotolare dolorante, urlando «arbitro! arbitro!»?

VI. «Cesare Abbo aveva portato dalla natura un temperamento estremamente lussurioso. Appartenente a famiglia ricca e di ottime origini, che godeva di gran credito nella migliore società, egli si era abbandonato giovanissimo a tutti gli eccessi, ed aveva sciupato il proprio patrimonio nel giuoco, nella crapula, negli stravizi di ogni genere, seminando il sentiero della sua vita di vittime infelici della sua foia. [...] Compromesso da una serie di fatti turpi Cesare Abbo, per non incorrere in guai maggiori, dovette lasciar Roma e lo stato pontificio. Dopo aver passato qualche anno soggiornando in varie città d’Italia, passò all’estero e finì collo stabilirsi a Parigi, dove, dato fondo fino agli ultimi resti della sua fortuna, aveva dovuto, per vivere, ricorrere alla sua cultura e trar profitto dalle sue cognizioni. [...] Riparato a Liegi ebbe un posto di professore in un collegio cattolico e corruppe una quantità di fanciulli affidati alla sua cura, suscitando uno scandalo gravissimo e facendosi istruire un processo, dal quale non sarebbe uscito incolume, senza l’aiuto della famiglia la quale riuscì ad assopire la cosa. Era stato in quel mezzo investito della sacra porpora un suo nepote in linea femminile e questi spiegò tutta la sua influenza a favor dello zio. Erano passati di molti anni e la memoria dei fatti di Cesare Abbo era impallidita a Roma. Il cardinale, fatte le debite diligenze pensò di richiamarlo a sé, e gliene fece la proposta per lettera. L’offerta non poteva essere più lusinghiera e vantaggiosa per il lussurioso e randagio buontempone. Egli vide aprirsi innanzi un nuovo orizzonte e si promise di approfittare largamente di tutte le gioconde prospettive che esso gli presentava. Chiese ed ottenne di entrare negli ordini e sorvolando per volere del nipote a tutte le difficoltà, vincendo tutti gli ostacoli, fu fatto prete in breve volger di tempo, mutando il suo nome di Cesare troppo compromesso in quello di Domenico. […] Il cardinale fu molto sorpreso di trovarsi avanti uno zio che pareva meno anziano di lui, quantunque foss’egli il più giovane dei membri del sacro collegio; investito della porpora cardinalizia da Sua Santità Gregorio XVI per la grandissima dottrina ond’era fornito. Tuttavia sedotto dai modi squisitamente signorili del neoprete, giudicò che sarebbe tornato di lustro alla sua corte e gli fece pertanto le migliori accoglienze. [...] Domenico Abbo conservò per parecchio tempo un contegno castigatissimo ed una condotta irreprensibile. […] I favori di Gregorio XVI uniti a quelli del cardinale nipote nocquero all’antico libertino. Imbaldanzito, egli non avea più veruna cura ad occultare i suoi intrighi colle belle penitenti. I sontuosi pranzi, le luculliane cene incitavano sempre più i suoi sensi e le lascivie succedevano alle lascivie degeneranti in oscenità indescrivibili. Le spose e le zitelle non bastavano più alla sua foia invereconda e andava ripescando nella storia della prostituzione greca, assira, babilonese i più infami riti per soddisfare le luride sue cupidigie. Appositi provveditori gli procuravano teneri garzoncelli, ai quali imprimeva il marchio della sua libidine, escogitando sempre nuovi adescamenti, per ravvivare la sua sensibilità ed acuirla, quando sembravagli intorpidita. Egli rinnovava nel palazzo stesso del cardinale le neroniane orgie di Capri e di Baia, giungendo ad infiggere degli spilli nelle carni de’ giovinetti pazienti, che si assoggettavano alle sue lubriche voglie, per trar godimento più intenso dai sussulti che cagionavan loro gli spasimi delle atroci punture. […] Avvertito una notte che nell’appartamento dello zio doveva aver luogo una delle solite orgie, deliberò di assistervi e di piombare su Domenico Abbo, al momento opportuno, per cacciarlo dal palazzo, come nostro signor Gesù Cristo cacciò i mercatanti dal tempio». È qui che accade il fattaccio: lo zio prete uccide il nipote cardinale. A morsi.
Si tratta di stralci da Mastro Titta (Le memorie del boia di Roma. Memorie di un carnefice scritte da lui stesso), pubblicato in Roma, presso la Tipografia Perino, nel 1891. Anonimo l’autore, che in molti hanno individuato in Ernesto Mezzabotta, liberamente ispiratosi agli appunti lasciati da Giovanbattista Bugatti, boia della Roma papalina, ritrovati da Alessandro Ademollo, che ne curò la pubblicazione per leditore Lapi, in Città di Castello, nel 1886. Ispirazione estremamente libera, basti pensare che «nepote carnale» diventò «nepote cardinale» per costruirci sopra il romanzaccio che abbiamo scorso nei soli passaggi salienti (nel Mastro Titta copre ben sei capitoli, dal LXXXII al LXXXVII).
È il diario del principe Agostino Chigi (Le Edizioni del Borghese, 1966) che ci consente di dare alla vicenda i suoi reali contorni. Qui, in data 30 maggio 1842, leggiamo che due giorni prima «fu arrestato un prete genovese di cognome Abbo, abitante nella via del Seminario, nellatto che mandava alle sepolture il cadavere, da lui stesso rinchiuso nella cassa, di un ragazzo di 8 o 10 anni, suo nipote, che conviveva con lui e sul quale si sono riconosciute le tracce evidenti delle più orribili sevizie, di cui tutti i coinquilini e vicini erano informati, e che pare sicuramente siano state compite con la morte. Il prete è stato tradotto in Castel S. Angelo in mezzo alla universale esecrazione»; e in data 19 settembre 1842 che «questa mattina si è tenuta sullinterno di Castel S. Angelo la seduta del Tribunale criminale del Governo per giudicare la causa dello sciagurato prete Abbo, che ivi è detenuto; il risultato è del tutto segreto». Al caso il Chigi dedica altre note nel gennaio 1843: per dire che si è tenuta la seconda udienza, il 4; che «corre voce» si sia proceduto alla «degradazione del prete Abbo», l11; che «oggi si mette in dubbio che seguisse ieri la [sua] degradazione», il 12; e che«avendo [egli] ricusato ostinatamente di prestarsi, se no costretto dalla forza, alla sua degradazione secondo il rito, si assicura avere il Papa ordinato che prescindendo dalla cerimonia gli si legga il decreto, e quindi si vada avanti nella processura», il 29. In data 12 febbraio, poi, leggiamo che «corre voce che nella seduta del Tribunale tenuta ieri in Castel S. Angelo fosse condannato alla pena di morte», alla cui voce dà conferma il 30 giugno, per dar notizia, in data 4 ottobre, che «questa mattina si è eseguita tra le 8 e le 9 di Francia sulla piazza darmi di Castel S. Angelo la sentenza della decapitazione nella persona del celebre Abbo», ma che «lingresso [alla piazza darmi] è stato indistintamente interdetto [al pubblico]», facendo «prevalere nel volgo lopinione che il reo sia stato occultamente sottratto al supplizio». Tre mesi prima, il 4 luglio: «Ha dato luogo a molto discorsi larresto seguito vari giorni fa a Civitavecchia (si dice per conto del SantUffizio) nellatto che stava per imbarcarsi, del Sacerdote D. Ignazio Ralli, primo maestro della scuola dei Sordo Muti a Termini. [Appena un anno prima la scuola aveva avuto l’onore di una visita del papa, Gregorio XVI, che si era profuso in complimenti per l’opera di don Ralli.] Si vuole che il delitto, di cui viene accusato, abbia in parte dellanalogia con quello dellabate Abbo». Stavolta, tuttavia, non era scappato il morto, dunque cè da supporre che il «delitto» in questione fosse quello dellabuso ai danni di minori. Se non per don Abbo, almeno per don Ralli, possiamo parlare di un religioso arrestato dalle autorità pontificie per ciò che oggi definiremmo pedofilia.
E dunque è da considerare errato quanto si afferma in queste ore, a margine della notizia della morte di Jozef Wesolowski: non si è trattato del primo caso di un religioso messo agli arresti in Vaticano per aver commesso abusi sessuali su minori, ma è che, a fronte di quanto la stessa Santa Sede non ha avuto difficoltà ad ammettere nel 2010 (a detta del cardinale Hummes, la percentuale di pedofili tra i religiosi sfiorerebbe il 5%), tra il primo e il secondo arresto corrono più di 170 anni.

VII. Lesperienza tenta disperatamente di insegnarci che lasciarsi andare alle emozioni ci infligge quasi sempre cocenti delusioni e crudeli castighi, tuttavia come si fa a restare freddi dinanzi a gente proverbialmente fredda che accoglie in patria una marea di rifugiati cantando lInno alla Gioia? Come si fa a restare freddi dinanzi a un bimbo che stringe al petto un cagnolino di peluche dopo tremila chilometri di stenti? Lesperienza ci guarda lasciarci andare alle emozioni e ammonisce: «Ai tempi in cui lUngheria era sotto il tallone comunista, Viktor Orban era un giovanotto molto liberale che lottava per i diritti umani: avresti mai pensato sarebbe diventato una tal merda umana? Tra ventanni il bimbo non può diventare uno jihadista e far strage alla Oktoberfest?». Si fa odiare, lesperienza, sembra fatta apposta per farsi odiare. E più la odi, più sembra farsi forte, e insiste: «Ricordi comeri contento nel 1989, quanderi convinto che si fosse alla Fine della Storia?». E tu lì sei ad un passo dal mandarla a farsi fottere, ma lei non te ne dà il tempo, e continua: «Ma lasciamo da parte i massimi sistemi, devo rammentarti tutte le volte che per lasciarti andare alle emozioni – e sto parlando delle tue cosine personali, non del tuo eccezionale naso in questioni geopolitiche – poi ti sei dovuto dare del cretino?». Non puoi più mandarla a farsi fottere, la stronza, ma ce la mandi lo stesso: «Lasciami in pace», le dici, ma è più un implorarla che un mandarla a farsi fottere. «Lasciami sbagliare, poi pagherò, ma lasciami sbagliare. Non sbagliassi adesso, potrei guardarmi con soddisfazione allo specchio dopodomani, ma non domani». 

VII. 

Sarà davvero interessante leggere le motivazioni della sentenza che ieri ha mandato assolto Erri De Luca dal reato di istigazione a delinquere («perché il fatto non sussiste»), soprattutto laddove esse mostrassero che sia stata accolta la tesi difensiva, peraltro ampiamente illustrata in più occasioni dallo stesso imputato, secondo la quale, nel suo caso, il verbo «sabotare» non dovesse essere ristretto al significato di «danneggiare», perché usato in senso figurato per esprimere quello di «ostacolare». Sarà davvero interessante – dico – perché l’esortazione a «ostacolare» la realizzazione di un’opera come la Tav realizzava in ogni caso l’istigazione a commettere un reato, quello di «attentato a impianti di pubblica utilità» (art. 420 c.p.), sicché non si capisce quale sia la ratio che qui possa trasformare in una libera espressione del pensiero quella di fatto resta un’istigazione a delinquere, tanto più perché, nell’intervista concessa il 1° settembre 2013 all’Huffington Post e dalla quale ha preso avvio la vicenda processuale, l’esortazione non era solo al «sabotaggio», ma anche al «vandalismo», di cui risulta pressoché impossibile trovare un senso figurato sostanzialmente differente da quello letterale. Anche qui il giudice può aver accolto la tesi difensiva? Negli atti vandalici che Erri De Luca definiva «necessari» può davvero aver intravvisto il principio della resistenza passiva predicato da Gandhi e da Mandela, cui l’imputato ha spudoratamente accostato la sua persona, sostenendo che la violenza alla quale esortava aveva come fine una «legittima difesa»? Per il rispetto che ci imponiamo nei confronti dei giudici, anche dei giudici che emettono sentenze che ci sembrano ingiuste, c’è da augurarsi di no: le motivazioni di una sentenza che ci sembra ingiusta dovrebbero almeno scalfire la nostra convinzione, non rafforzarla, come qui invece sarebbe inevitabile se il giudice mostrasse di aver fatto propri gli argomenti dell’imputato.
A scanso di ogni equivoco, chiariamo: sull’utilità della Tav è pienamente legittimo che si possano esprimere dubbi (non starò a elencare tutti quelli sollevati, mi limito a dire, e per il poco che vale, che personalmente ne condivido parecchi); pienamente legittimo, altresì, che questi dubbi possano maturare in una franca contrarietà alla realizzazione dell’opera (da parte di chiunque e, ancor più, da parte di chi vive in Val di Susa); altrettanto legittimo – e pienamente legittimo – che questa contrarietà si manifesti in protesta (in loco o altrove); laddove, tuttavia, questa assuma i connotati dell’azione mirante a «ostacolare» la realizzazione dell’opera, mi pare pacifico si configuri quanto sia diretto a danneggiarla, e cioè il reato di cui all’art. 420 c.p.; e allora com’è possibile che l’esortazione a commetterlo non sia istigazione a delinquere?

Chi vince vince, non c’è dubbio

Chi vince vince, non c’è dubbio, e chi perde perde, è ovvio. Non si discute, dunque: le regioni erano sette, cinque vanno al Pd di Renzi, Renzi e i renziani possono dire di aver vinto cinque a due. Poi, volendo, cè da guardarla più da vicino, questa vittoria.
Ha votato solo un avente diritto al voto su due, con una media di quasi il 10% in più di astensionismo rispetto alle Europee, che già battevano un record. Sulla vittoria non incide, perché si sa che chi non vota conta zero, ma esiste e, pur stando zitto, qualcosa dice: dice che non fa alcuna differenza tra chi vince e chi perde, perché luno vale laltro, e il giudizio di valore quasi mai è lusinghiero. La vittoria, dunque, è oggettiva, senza dubbio, ma solo per chi crede nella partita, e a credere che abbia un senso è solo la metà del paese.
L’altra metà non ci crede, delegittimando in questo modo il senso della competizione elettorale, ma senza avere alcun diritto di delegittimarne il risultato, tanto meno di invalidarlo o di depotenziarne gli effetti, il che può lasciare indifferente solo chi considera le elezioni un mero espediente per avere uno che governi. Con lo sbilanciamento del rapporto tra rappresentatività e governabilità, e con l’ormai consolidata opinione che la prima debba sempre essere sacrificata alla seconda, che è il segno più macroscopico della crisi in cui versa la democrazia, non mette in alcun conto considerare un così alto astensionismo: se ne parlerà un pochino, ma solo fino a quando non si avranno i risultati definitivi, e sarà l’omaggio che il vizio tributa alla virtù.
E dunque accantoniamo senza alcuno scrupolo questi milioni di aventi diritto al voto che hanno ritenuto inutile votare, d’altra parte non è detto che in futuro cambino idea e tornino alle urne, ma, per il modo in cui si va consolidando l’idea che la democrazia possa restar tale anche conservando solo la forma per poter perdere ogni sostanza, è più probabile che si asterranno ancora, e che il loro numero sia destinato a crescere. Poco male: se il fine ultimo è svuotarla del tutto, saremmo in democrazia anche quando l’elettorato attivo dovesse pienamente coincidere con quello passivo e una oligarchia procedesse per cooptazione a darsi un quadro organico riassettandolo di volta in volta in funzione dei flussi di potere al suo interno. Basta parlare di astensionismo, dunque. Non è un problema.
Se dobbiamo concentrarci esclusivamente sull’oggettivo peso dei risultati, rimane il cinque a due che Renzi e i suoi possono vantare come vittoria. Possono vantarla, ma è vera vittoria? In Campania vince De Luca, in Puglia vince Emiliano: due che possiamo considerare renziani? De Luca ha avuto l’appoggio di Renzi solo nelle ultime due settimane, dopo mesi e mesi passati a cercare invano un’altra candidatura: sembrava che potesse andar bene chiunque al posto di De Luca, perfino un vendoliano riverniciato all’ultimo minuto da chiachiello. Neanche il tempo di vincere, anzi di stravincere, ed ecco che Emiliano apre al M5S, dice che gradirebbe la sua collaborazione al governo della regione. Poco importa cosa se ne farà, di fatto non ha aperto né a Schittulli, né a Poli Bortone, e questa è una rottura con la linea che il Pd persegue a livello nazionale, peraltro in bilico tra la voglia di un nuovo patto del Nazareno e la tentazione all’azzardo di provare al più presto l’Italicum per vedere se la destra si svuota in favore del tanto vagheggiato Partito della NazioneIn Campania e in Puglia, quindi, non è affatto esagerato dire che si tratti di una vittoria di Pirro: Renzi può solo attendersi delle rogne da De Luca ed Emiliano, e solo in cambio di poter esibire, oggi, le loro vittorie – vittorie esclusivamente loro – come sue. Un prezzo enorme per quasi niente. 
Lì dove erano in corsa candidati genuinamente renziani – Paita in Liguria e Moretti in Veneto – la batosta è stata anche più sonora di quanto fosse ragionevole attendersi, rivelando ancor di più, se fosse necessario, che Renzi è un uomo solo, che può contare, è vero, su un partito che in Parlamento e in Direzione nazionale lo asseconda con la dovuta soggezione, e quasi certamente continuerà a farlo, ma solo fino a quando riuscirà a reggere, e con personalità buone solo a fargli da contorno: comparse, qualche caratterista di assai opinabile talento, anonimi sgherri per presidiare il punti sensibili del web, ma poi che altro? Chi poi è diventato renziano dalla sera alla mattina – si pensi ad un Orfini o ad una Serracchiani – quanto potrà metterci a non esserlo più, quando fosse necessario?
Vince, Renzi, e in modo relativamente agevole, in Toscana e in Umbria, da sempre feudi del Pci, dove l’elettorato è abituato da oltre mezzo secolo a votare il candidato deciso dal partito, chiunque sia: riflesso pavloviano che prima scattava per ideologia o per sentimento identitario, e oggi scatta per quanto ne residua dopo la morte delle ideologie ed un assai problematico ragguaglio circa l’identità. Fa fede di quest’ultimo dato – emblematicamente, se gli si vuol dar peso – il fatto che in Umbria gli exit poll davano perdente il candidato del Pd e tutti sanno che gli exit poll falliscono le previsioni quando c’è un congruo numero di intervistati che si vergogna di dire per chi abbia realmente votato. A parte, se non avessimo già detto che chi non vota conta zero, ci sarebbe da segnalare che in queste due regioni l’astensionismo è sempre stato assai ridotto e oggi arriva a superare di parecchio il 40%. Segno che certa puzza si sente pure con le narici turate e turarsele non basta a preferire l’Italia di Renzi a quella di Berlusconi.
Ora, per gli elementi di natura narcisistica e paranoidea che sempre caratterizzano le dinamiche interne a gruppi che si danno una leadership come quella di Renzi, non è difficile prevedere come sarà letto il voto del 31 maggio, d’altronde già le prime reazioni rivelano i tratti che caratterizzeranno il mantra da far salmodiare a quelle patetiche decalcomanie del leader che da qualche tempo infestano i talk show televisivi. Dove si è perso – si dirà – era largamente previsto: contro Zaia, in Veneto, era impossibile vincere; in Liguria, si sa, c’è stato il sabotaggio dei fuoriusciti che, pur di far perdere il Pd, hanno fatto vincere Toti. Altrove? Conferma che l’Italia vuole Renzi. S’era detto – è vero – che quello delle Regionali non fosse un test su di lui e sul suo governo, ma il risultato, volendo, può ancora tornar buono come indicatore che il sogno ad occhi aperti ancora regge. Dio ne abbia pietà, quando, ad eccezione di chi sarà stato in grado di riciclarsi per tempo, li vedremo penzolare a testa in giù accanto al loro rais.   

I Gufi - Il gallo è morto - 1965

domenica 31 maggio 2015

Rap

Di solito non ne azzecco mai una, è che la realtà si rivela sempre peggiore delle mie più pessimistiche previsioni, sarà che non sono mai abbastanza pessimista, o che vedo nero quel che è rosa, perché si sa che questo è il migliore dei mondi possibili, e sono io che non apprezzo l’eccezionalità italiana, insomma, provo a immaginare come andrà stavolta, sapendo bene che sarò comunque smentito. Lastensionismo sarà altissimo, poi invece non lo sarà affatto, perché venti euro tornano utili a un sacco di poveracci, ma pure questa è una previsione, e allora è probabile che sarò smentito, e lastensionismo sarà altissimo. De Luca vincerà, poi invece stravincerà, anzi no, ci sarà la sorpresa di un Cinquestelle alle stelle, ma avendolo previsto non sarà così, e vincerà Caldoro, anche se solo per due voti. Sarà un 6 a 1, anzi, un 5 a 2, però non è detto, perché i veneti non sono migliori dei liguri, e allora il 7 a 0 ha le stesse probabilità del 3 a 4, e insomma, delle due una, Renzi ne esce come Eliogabalo, tuttè vedere se come lEliogabalo portato sugli scudi o quello fatto a pezzi gettati nella Cloaca Maxima. Previsioni estreme, dunque è più verosimile che perderà un pochino, ma terrà, però anche questa è una previsione, dunque è destinata ad essere smentita. Daltronde corrono voci, anzi bisbigli, anzi sondaggi, che la base del Pd prepara un ribaltone, e che quella forzista si rivelerà più in forze di quanto si possa immaginare, per non parlare della Lega che sfonderà perfino in Puglia, dove non so neppure se si presenta. Gli impresentabili? Tutti eletti, anzi no, non ne sarà eletto neanche uno, cioè qualcuno sì, qualcuno no. In ogni caso è certo che lunedì ci sarà un terremoto, o un lento e quasi impercettibile bradisismo, sennò tutto tranquillo, e passeremo al calcio e alla cronaca nera, che risaputamente danno più soddisfazioni. Esiti improbabili, perciò possibili, ma, avendoli previsti, chissà, tutti impossibili.

[...]

«Ieri visita a Napoli del sottosegretario all’Economia Paola De Micheli per dare forza alla battaglia elettorale di Vincenzo De Luca. Dice di lui: “Il candidato governatore del centrosinistra è un politico e un amministratore di lungo corso, porta a sostegno della sua candidatura il bilancio positivo della sua città e l’intenzione di promuovere una nuova classe dirigente pronta a sostenere una battaglia di sburocratizzazione di tutta la pubblica amministrazione”»
ilsudonline.it, 28.5.2015

sabato 30 maggio 2015

[...]

«Io credo che questo non sia un voto che riguardi il governo, ma riguardi lEuropa... Non è un referendum sul governo», così la Boschi, il 20 maggio dell’anno scorso (*). Il mese dopo, allAssemblea nazionale del Pd, con alle spalle un fondale sul quale cera un enorme 40,8%, Renzi diceva che in quel risultato non ci fosse solo il buon risultato di un gruppo dirigente e del governo, ma il rinnovo di un mandato cui allegava lhashtag #italiariparte (*).
Il voto per il Quirinale? «Non è un referendum su di me o sul governo» (*), ma questo lo scorso 26 gennaio. Poi, quando Mattarella non ha avuto neanche il tempo di prestare il giuramento, ecco che la sua elezione deve leggersi come segno che il Parlamento abbia i numeri per approvare le riforme volute dal governo e il risultato ne rilanci l’azione (*).
Oggi, alla vigilia delle Regionali, «le elezioni locali hanno valenza locale» «il voto non è un test su di me» (*). Rammentarlo a futura memoria? Ma non diciamo sciocchezze. A un paese di merda, prima di tutto, manca la memoria. Quella a lungo termine, ma anche quella a breve. 

venerdì 29 maggio 2015

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Cominciamo col dire che sono stato condannato per un «reato lessicale»: sopra c’era un cartello con su scritto «in offerta», ci fosse stato scritto «prezzo scontato» non l’avrei certo portato via senza pagare. E questo vogliamo chiamarlo furto? Ma via, parliamo di una cosetta da due soldi. Ne girano, di ladri, e voi volete farmi pesare una sciocchezza del genere? Diciamocela tutta: la condanna è stata un assurdità. D’altronde mi sono candidato, e certamente sarò eletto, e l’elezione equivarrà ad una assoluzione. Come si dice? Vox populi... Certo, nemmeno mi sarei potuto candidare perché fino a due anni fa il partito di cui sono il capolista faceva vanto di un codice etico che vietava la candidatura pure a chi era semplicemente indagato, ma per fortuna il clima interno è cambiato, ora c’è un segretario che l’ha detto chiaro e tondo: «Chi vince governa». La legge Severino? È uno scandalo, è una legge che non sta in piedi. Andava bene per Berlusconi, che è sempre stato scostumato con la magistratura, ma io sono per la piena autonomia dei magistrati. 

giovedì 28 maggio 2015

[...]


Cè modo e modo per appellarsi alla tradizione come argomento decisivo, ma quello più fessacchiotto sta nella pretesa che letimo dia immutabile natura a un termine. È il caso di Claudio Cerasa: «Se le parole hanno un senso, il matrimonio è quello che viene celebrato tra un uomo e una donna che si sposano sapendo bene che sull’etimologia delle parole non si può equivocare: matrimonio viene da matrimonium, è l’unione tra due parole latine, mater, madre, e munus, dovere, compito, ed è un’unione che esiste per sancire l’amore tra due persone che si amano e che desiderano rendere legittimi e tutelati i figli nati dall’amore tra due persone di sesso diverso. Il matrimonio è questo, con le parole non ci si può sbagliare» (Il Foglio, 27.5.2015).
Questo implicherebbe che il possesso di beni materiali non sia lecito a una donna, perché il patrimonium è prerogativa di un pater, e che un ciao sia attestato di soggezione, perché viene dal veneto sciao, che a sua volta viene dal latino sclavus, che vuol dire schiavo (vostro). In tutta evidenza siamo dinanzi alluso più infelice della logica che assegna un senso alle parole, ma sarà che Cerasa viene da cè rasa, e sottintende tabula

mercoledì 27 maggio 2015

Voi dovete avere comprensione per il povero Parolin

Voi dovete avere comprensione per il povero Parolin, perché, col definire «una sconfitta per lumanità» il risultato del referendum che consente il matrimonio tra due irlandesi dello stesso sesso, si è preso lingrato compito di dire a nome di Bergoglio quello che Bergoglio ha pensato bene di non dire di persona, per non guastarsi licona che finora è riuscito a rifilare ai cretini. Pensateci: quando mai si è visto intervenire un Segretario di Stato a stigmatizzare che in Cile fosse legalizzato il divorzio o in Uruguay laborto? Roba che spetta alla Conferenza episcopale del paese in cui lumanità ha accusato la «sconfitta», ai responsabili delle Congregazioni e dei Pontifici Consigli di pertinenza, e poi a qualsiasi tonaca abbia voglia di dar aria alla dentiera, come daltronde sta accadendo anche in questa occasione, ma in casi come questi, solitamente, il Segretario di Stato lascia dire, e tace, perché i suoi compiti sono altri, e cioè quelli che trovate elencati nella Costituzione Apostolica «Pastor Bonus» (39-47), e che in sostanza ne fanno la cinghia di trasmissione tra il Pontefice e la Curia, verso linterno, e il plenipotenziario nel disbrigo delle relazioni internazionali, verso lesterno. Nel decidere che proprio a Parolin spettasse esprimere lopinione più severa su quello che è accaduto in Irlanda, con quanto di irritante potesse provocare in quanti hanno giudicato positivamente lesito del referendum, e di consolatorio in quanti lhanno giudicato negativamente, cera il chiaro intento di dare a intendere a questi ultimi che «una sconfitta per lumanità» fosse il giudizio di Bergoglio, risparmiando nel contempo una delusione ai primi, se così cretini da essersi fin qui illusi che questo papa è un libertario che con la copertina del Malleus maleficarum ci fa i filtri per le canne.