venerdì 10 maggio 2019

Pretesto imperdibile


[La polemica che montò intorno al brano che Joseph Ratzinger trasse dalla settima διάλεξις di Manuele II Paleologo e ficcò nella lectio tenuta a Ratisbona nel 2006 oscurò il tema che affrontava in quel testo con la logora riproposizione del trucchetto tardo-ellenistico di mettere la maiuscola a λόγος (pensiero) per farlo diventare Λόγος (Dio) e così costringere la ragione a far la colf della fede: le isteriche reazioni nel mondo musulmano e lindecorosa marcia indietro che portò a ben tre riscritture del passaggio misero in ombra il numero da treccartaro di scuola agostiniana.
Così è accaduto con gli «appunti» destinati alla pubblicazione su Klerusblatt: imputare al Sessantotto la pedofilia dei preti e ringraziare Dio per aver fatto crepare Franz Böckle prima che potesse contestare la Veritatis splendor hanno fatto velo alla questione affrontata in quel testo che in buona sostanza riafferma la pretesa del primato etico della Chiesa come indefettibile interprete del dettato morale intrinseco allordine creaturale.
Pretesto imperdibile per un quarto dora di evasione da Twitter.]


Quando parliamo dei principi cui le nostre azioni devono aderire per perseguire il bene, siamo nel campo della morale, mentre invece siamo in quello dell’etica, quando parliamo delle modalità con cui questi principi devono essere messi in pratica. In entrambi i casi si può avere la sensazione di stare a discutere di norme antecedenti e superiori all’uomo, sennò intrinseche alla sua natura, comunque universali ed eterne, valide per tutti, ovunque e sempre, e tuttavia siamo costretti a fare i conti, fin dall’etimo, col fatto che i mores che fanno la morale e l’ethos che fa l’etica altro non sono altro che usanze, consuetudini, abitudini: che usus è participio passato di uti, che è trarre utilità da, servirsi di, avvantaggiarsi da; che cum-suetum è quanto di proprio, cioè di suum, sta in ciò che solemus, diverso da quello che in passato altri solebant, quasi certamente diverso da quello che in futuro altri ancora solebunt; che habitus è abito, costume, non quello che c’è dentro. Siamo costretti, insomma, a prendere atto della natura eminentemente culturale delle regole che una data società in una data epoca si dà come ottimali.
Non dovrebbe darci da pensare che per quanto così spesso siamo inclini a considerare universale ed eterno – cosa sia il bene, come esso sia efficacemente perseguibile – abbiamo a disposizione solo termini che rimandano al particolare e al temporaneo? Sembreremmo essere alle prese con un assoluto, mettiamo la maiuscola a Bene, ma le nostre parole rimandano alla relatività di un ethos che nel suo significato originario è il posto in cui si vive (dunque ambito, contesto, che dà un senso a ciò che, fuor d’esso, ne ha un altro, o addirittura non ne ha alcuno) e a quella di mores che in radice sono misure dell’agire (e dunque ne caratterizzano il valore parametrandolo, dandogli significato in funzione di incidenza, distribuzione, frequenza, durata, ecc.).
Basterebbe questo a smascherare l’impostura che si cela nella cosiddetta teologia morale, «la scienza procedente dalla divina rivelazione che ordina gli atti umani alla beatitudine soprannaturale», dove già la definizione mostra un altro controsenso, perché la rivelazione cade giocoforza in un certo posto e in una certa epoca, e dunque non può esser recepita che nei modi dati come possibili in quel luogo e in quel tempo, cristallizzandosi in usanze, consuetudini, abitudini, che possono ragionevolmente trovare senso presso una tribù di pecorai sprofondata nel medioriente di due millenni fa, ma altrettanto ragionevolmente non trovarne alcuno altrove, né prima, né dopo.
È che, al pari della «legge di Natura», anche la «legge di Dio», che spesso le è coincidente per la cogente relazione tra Creatore e Creato, e che diventa addirittura inferenza di «immagine e somiglianza» nella Creatura, è un prodotto storico, precettistica che può pretendere obbedienza solo al perpetuarsi delle condizioni che l’hanno resa funzionalmente efficace quando è stata adottata. Dovrebbe bastare questo a rendere evidente che la pretesa di un sistema morale valido per tutti, sempre e ovunque, cela in realtà il disegno di perpetuare il tipo di società che l’ha prodotto, a dispetto di ciò che ineluttabilmente la trasforma.
Ma cosa la trasforma? In sostanza a trasformarla è l’insorgenza di nuovi bisogni, individuali o collettivi, che riescono ad acquistare forza fino a porsi come problemi, e a chiedere soluzioni adeguate, cioè conformi a una ratio, che, prima di essere ragione, è calcolo, misura, proporzione. A ben vedere, tutti i momenti dell’insanabile conflitto tra fede e ragione, cui tante anime pie si affannano vanamente a trovar rimedio, sono già tutti in nuce a questo inevitabile conflitto tra una morale che si pretende universale ed eterna e una morale che si dichiara autonoma e razionale: tra una morale che si esaurisce nelle interpretazioni della rivelazione, anzi nell’interpretazione che è stata capace di imporsi su tutte le altre, e una morale che trae consapevolezza (cum-sapio) interrogando la coscienza (cum-scio). Una morale, quest’ultima, specularmente opposta alla teologia morale, che – dicevamo – è «la scienza procedente dalla divina rivelazione»: qui è la scientia che procede dalla sapientia, che ovviamente è quella somma di Dio, ma è tenuta a procedere con la permanente assistenza della Chiesa, che «è il luogo della conoscenza dello Spirito Santo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 688).
La situazione cui Joseph Raztinger fa cenno nella prima delle tre parti di cui si compone il testo destinato alla pubblicazione su Klerusblatt fotografa il momento storico in cui la tradizionale soluzione del conflitto tra ragione e fede, da Tommaso risolta nell’assegnare alla prima il ruolo di ancella della seconda, comincia ad essere avvertita come inadeguata perfino nel mondo cattolico e, incredibile a dirsi, addirittura nella cerchia dei teologi morali, in particolar modo quelli di scuola tedesca. Il più autorevole esponente di questa scuola, Franz Böckle, sostiene che «la coscienza esige dall’uomo un giudizio ben fondato, perciò la decisione può essere presa solo sulla base di motivi ragionevoli [sicché] le norme morali insegnate dal Magistero obbligano solo nella misura in cui la coscienza viene convinta dalla ragionevolezza degli argomenti posti a loro sostegno». In sostanza, è come dire che sono valide solo le norme morali che la coscienza ritiene razionalmente fondate: un cattolico potrebbe rifiutarsi di obbedire ai precetti della Chiesa di Roma, laddove non ne fosse persuaso, in forza di quell’autonome Moral che non è mera opinione personale, ma rifiuto razionalmente argomentato dell’interpretazione che il Magistero dà del dettato evangelico; oppure, pur persuaso dell’interpretazione che ne dà il Magistero, potrebbe ritenere legittimo uno scarto tra principi generali e norme concrete.
Non è difficile immaginare come possano suonare questi tesi all’orecchio di chi, facendo propria la lezione di Tommaso, trova disobbediente pure il cattolico che segua, sì, gli insegnamenti della Chiesa, ma solo perché trova che essi coincidano con le proprie opinioni: l’obbedienza vera si realizza pienamente nel non averne di proprie, né prima, né dopo la ricezione del Magistero.
Qui possiamo cedere il racconto a Joseph Ratzinger: «Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a lavorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose».
Si sarebbero rimesse a posto in questo modo: «Sono sorte le obiezioni di fisicismo e naturalismo contro la concezione tradizionale della legge naturale: questa presenterebbe come leggi morali quelle che in se stesse sarebbero solo leggi biologiche. Così, troppo superficialmente, si sarebbe attribuito ad alcuni comportamenti umani un carattere permanente ed immutabile e, in base ad esso, si sarebbe preteso di formulare norme morali universalmente valide. Secondo alcuni teologi, una simile “argomentazione biologista o naturalista” sarebbe presente anche in taluni documenti del Magistero della Chiesa, specialmente in quelli riguardanti l’ambito dell’etica sessuale e matrimoniale. In base ad una concezione naturalistica dell’atto sessuale, sarebbero state condannate come moralmente inammissibili la contraccezione, la sterilizzazione diretta, l’autoerotismo, i rapporti prematrimoniali, le relazioni omosessuali, nonché la fecondazione artificiale. Ora, secondo il parere di questi teologi, la valutazione moralmente negativa di tali atti non prenderebbe in adeguata considerazione il carattere razionale e libero dell’uomo, né il condizionamento culturale di ogni norma morale. Essi dicono che l’uomo, come essere razionale, non solo può, ma addirittura deve decidere liberamente il senso dei suoi comportamenti. Questo “decidere il senso” dovrà tener conto, ovviamente, dei molteplici limiti dell’essere umano, che ha una condizione corporea e storica. Dovrà, inoltre, prendere in considerazione i modelli comportamentali ed i significati che questi assumono in una determinata cultura. Questa teoria morale non è conforme alla verità sull’uomo e sulla sua libertà. Essa contraddice gli insegnamenti della Chiesa». (Veritatis splendor, 47).
Li contraddice, perché insinua che «la Parola di Dio si limiterebbe a proporre unesortazione, una generica parenesi, che poi solo la ragione autonoma avrebbe il compito di riempire di determinazioni normative veramente oggettive, ossia adeguate alla situazione storica concreta [e questo non è ammissibile, perché] unautonomia così concepita comporta anche la negazione di una competenza dottrinale specifica da parte della Chiesa e del suo Magistero circa norme morali determinate riguardanti il cosiddetto bene umano» (ibidem, 37), il quale deve essere considerato sempre uguale a se stesso e, ciò che più conta, avere una sola possibile interpretazione, che dunque non può essere messa in discussione perché sussunta nel depositum fidei...

Ops, stavo sforando il quarto dora. Torniamo all’avvincente derby fascisti-antifascisti su Twitter. 




3 commenti:

  1. La tentazione di tornarci sopra è forte, ma resta l'impressione che in fondo Ratzinger sia sempre lo stesso e a poco serva tornare sulle sue malefatte.

    P.s.: un 'riLeVazione' per un 'riVeLazione'

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  2. In definitiva per la Chiesa è solo una questione di copyright, cioè di potere. La loro è un’antropologia mistica, rovesciata, che chiamano teologia e che vuole spiegare l’uomo con la religione. Böckle, per contro, sostiene che “la coscienza esige dall’uomo un giudizio ben fondato, perciò la decisione può essere presa solo in base a motivi ragionevoli”; e però tali “motivi ragionevoli” non nascono in seno al singolo individuo astratto, perciò non basta “interrogare la propria coscienza”. Giusto dire che la “ratio, prima di essere ragione, è calcolo, misura, proporzione”, ma si tratta di superare il materialismo intuitivo e di concepire gli uomini come l'insieme dei rapporti sociali. Morale ed etica non dipendono soltanto dalla coscienza degli uomini, e genericamente dai “bisogni che si pongono come problemi”, bensì dalla dinamica dei rapporti sociali. Si dimenticano sempre questi maledetti rapporti sociali, solo entro i quali si forma e modula la coscienza degli individui, che non è sempre e comunque la medesima a prescindere dalla propria condizione sociale. Poni una questione vera e che va colta anche oltre lo specifico polemico, ma, a mio modo di vedere, meriterebbe di essere sviluppata (superando il limite dei 15’).

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  3. E' male solo cio' che reca danno ingiusto ad altri, volontariamente o per negligenza o imprudenza. Stop. La morale cattolica e' ipocrita vedi l'indulgenza omertosa della chiesa sui preti pedofili

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