martedì 30 novembre 2010

“Nessuno si suicida a 95 anni”


Avevo capito “Umberto” invece di “Giovanni” e mi ero assai stupito di una affermazione tanto imbecille: “Nessuno si suicida a 95 anni”. Un medico dovrebbe sapere – mi son detto – che non c’è età alla quale sia sopportabile un solo attimo in più di una vita davvero considerata insopportabile: che cazzo dice, Veronesi? Come può cedere, anche lui, a questo festival della costernazione dinanzi al suicidio? Perché non tace, se deve dire stronzate?
Non si trattava del venerabile oncologo – in cuor mio gli ho chiesto scusa per il solo averlo pensato possibile – ma del regista: tanto per intenderci, quello di Per amore, solo per amore (1993) e dei Manuale d’amore 1 (2005), 2 (2007) e 3 (2011). [Una di queste volte devo farmi spiegare da qualche esperto del ramo come un regista possa mettere nella sua filmografia un titolo che uscirà l’anno dopo. Esclude possa avere ripensamenti e metterci un anno in più prima di farlo uscire? Lo fa uscire comunque, anche se ha ripensamenti? E che tipo di cinema è? Che genere di regista è un regista del genere?]. Bene, tenuto conto del fatto che non l’aveva detta Umberto, ma Giovanni Veronesi, la cosa ci stava: ho ritirato lo stupore.
Poi però ho pensato a Rudolf Hess, suicida a 93 anni. Vuoi vedere – mi son detto – che devo in cuor mio scusarmi pure col signor regista, che intendeva solo dare a Monicelli il dovuto riconoscimento del record strappato a Hess? Scherzo, ovviamente: “nessuno si suicida a 95 anni” è frase così scema che non può essere troppo studiata, non fino a tanto.

A pensarci, però, meglio un commento cretino come quello di Giovanni Veronesi che quelli di chi è convinto che, a fargli una visita in ospedale, Monicelli avrebbe trovato una gran gioia di vivere. Chi si pente di averlo lasciato pranzare da solo, chi rimpiange di non avergli cambiato la busta al catetere. Siamo al solito voler bene appiccicoso di chi si crede indispensabile: dai, aspetta, adesso ti sorriso, così ti passa la voglia di buttarti di sotto. Ti sto dando tutto il mio calore umano, come non può darti ragione di vita? C’è arroganza in ogni tipo di pro life.


Machiavelli's wikileak



“Sia chiaro: i consigli che il Segretario della Repubblica di Firenze dedicava al Principe in verità non sono a lui diretti, ma alla popolazione intera” (Vieni via con me – Raitre, 29.11.2010).

Dario Fo prende per buona la tesi del Foscolo: Machiavelli scrive un trattatello sul potere per denunciare pubblicamente “di che lagrime grondi e di che sangue”. Non si tratterebbe di un manuale per la presa ed il mantenimento del potere “habb[endo] nelle cose a vedere il fine e non il mezzo”, ma di una deliberata wikileak, una studiata fuga di notizie riservate che un diplomatico in disarmo decide tra una partitella a carte in osteria e un attacco di gastrite, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla reale natura del potere. Dario Fo come Assange, Machiavelli la sua talpa. Inutile dire che la tesi del Foscolo è stata largamente smentita, e che Machiavelli va messo con Hobbes e Schmitt, non con Montesquieu e Swift.
Non si poteva presentare il pezzo senza la premessa foscoliana? Che male c’era a presentare Machiavelli per quello che era? Un Grande Italiano, senza dubbio, ma gli italiani erano e sono come lui: pessimisti, molto amorali e un po’ fatalisti.
Non sarebbe stato allegro leggere Il Principe per quello che è, si correva il rischio di dare i brividi al pubblico di Raitre: ecco il Machiavelli di Dario Fo, allora, una specie di Kissinger passato al nemico che pubblica tutti i suoi carteggi con la Casa Bianca. E lì che amare risate su Nixon, su Carter, su Ford.

“Acqua naturale o gassata?”


Sull’ultimo numero di Internazionale (874/XVIII – pagg. 48-53) vi è un’intervista ad Hans Magnus Enzensberger di Moritz von Uslar per Die Zeit (trad. dal ted. di Anna Zulliani) che mi ha irritato enormemente. Penso che non sia necessario dire chi sia Enzensberger, e qui nemmeno ha tanta importanza, perché ho intenzione di soffermarmi su von Uslar e sul suo modo di intervistare. Pare faccia sempre così, come ha fatto con Enzensberger, che evidentemente sapeva che tipo di intervista lo aspettava, e ha accettato. [Lo sapeva perché le 100 Fragen di von Uslar sono su ogni numero di Die Zeit, e si tratta di 100 domande (99 quelle fatte a Enzensberger) a cazzo di cane, sul tutto e sul niente, di quelle che si trovano nei questionari diagnostici dei neurologi e di quelle che si rivolgono agli oracoli, di quelle che si fanno per attaccare bottone in treno e di quelle che ti farebbe un Gigi Marzullo. E Enzensberger, dicevamo, ha accettato. Da oggi in poi io leverei quel Magnus.]
“Acqua naturale o gassata? Dov’è New York? Quando ci saranno le prossime elezioni? Fa sempre più caldo o ce lo immaginiamo noi? Qual è la differenza tra una bella cravatta in lana e una cravatta molto bella? Come va la schiena?...”. Le domande delle cento pistole della Bignardi o il giochino della torre di Sabelli Fioretti diventano alto giornalismo, al confronto. Se non sai chi è Enzensberger, non te ne fai un’idea; se sai chi è, le risposte possono sembrare sue – perché no? – ma anche di chiunque altro. Perché un’intervista del genere?Non dà un ritratto dell’intervistato, né dà una particolare visibilità all’intervistatore: è solo un compiaciuto darsi a un formato.

lunedì 29 novembre 2010

Il Sottosegretario alla Salute incontra il Papa


“Il Papa l’ha ringraziata per il suo lavoro in politica, in difesa della vita e della famiglia, e l’ha incoraggiata ad andare avanti. E lei ha risposto che il coraggio le veniva da lui, dal Papa, e che era lei, quindi, che lo doveva ringraziare!!! Quando me l’ha raccontato era ancora molto commossa”



Non la trovo cosa carina


È mia abitudine dare uno sguardo ai blog che hanno linkato lo stesso articolo dal quale ho preso spunto per un mio post, lo faccio per controllare se per caso ho preso qualche abbaglio, e oggi è stato il caso di quello che Maurizio Molinari ha firmato ieri per La Stampa (“Eletto Ratzinger gli americani sono sotto choc”). Scopro che l’ha citato pure, fra gli altri, Paolo Rodari, vaticanista de Il Foglio, che così commenta: “Si capisce bene come i diplomatici Usa (e le loro fonti in Vaticano) si basassero per le proprie previsioni esclusivamente sulla lettura dei giornali senza alcuna capacità di andare oltre le aspettative di questi”. Può anche andare: considerazione banale, ma può andare.
Quello che non va è che fra i commenti trovo un certo T. Harver che accusa Rodari di aver copia-incollato da un post de Il Sismografo nove decimi di ciò che ha scritto. Vado a controllare ed è proprio così. Ciò che però è davvero notevole sta nella risposta di Rodari: “E allora? Io cito chi voglio e quando voglio”. Tanto notevole che mi sento in dovere di dire la mia: “Gentile Rodari, forse T. Harver intendeva dire che è scorretto farlo senza virgolettare e senza citare la fonte”. Bene, passano alcune ore e i tre commenti spariscono. Non la trovo cosa carina, ecco.


Aggiornamento Rodari ritiene opportuna una spiegazione (troppo onore, troppo onore), che però non convince: perché cancellare il commento di T. Harver? Tuttavia ammette: “Tutta la prima parte del post l’ho copincollata dal sito Il Sismografo. L’ho fatto perché mi sembrava una buona sintesi. Capita che a volte prendo pezzi da agenzie o da altri siti. Se sono esaurienti mi fanno guadagnare tanto tempo. Non sempre cito la fonte”. Ecco, vergogna.

A quell’Assange dovrebbero fare una statua


Niente di sconvolgente in quanto è ora rivelato grazie a Wikileaks, niente che non fosse stato almeno ipotizzato in questo o in quel retroscena. La sorpresa sta nel constatare che molto corrisponde alle ipotesi che avremmo definito poco verosimili perché troppo fantasiose. Ma era proprio come diceva quel tale: dietro ai sorrisi di Obama a Berlusconi c’era disprezzo e diffidenza, dietro ai sorrisi di Berlusconi a Putin c’era il business e la joint venture. Era proprio come azzardava chi dietro ai fronti dello scontro di civiltà vedeva lo sfarinamento di religioni e ideologie: la geopolitica più sofisticata sembra andarsene a puttane, trionfa il muoversi a naso in un generale timor panico di pigliarlo in culo. Il mondo sembra scritto da un Dagospia sovranazionale, le potenze mondiali sembrano i baldracconi ingioiellati di Cafonal, tutti sono immortalati mentre si grattano i coglioni o infilano una tartina in bocca.

Niente di sconvolgente, tranne l’amministrazione Bush a cavallo dell’ultimo conclave (ne ha parlato solo Maurizio Molinari, per La Stampa). Passi il non aver nemmeno messo in conto l’elezione di Joseph Ratzinger, quello che sconvolge è come si reagisce al fatto: “Nonostante le speculazioni dei media sul sostegno a Ratzinger da parte di molti cardinali, la sua elezione è stata una sorpresa per molti”, soprattutto per l’osservatore americano di settore, quel tal Brown che “era sotto shock” dopo l’annuncio dell’elezione. Ma non era il papa che la tank di Karl Rove aspettava? All’esportazione della democrazia come miglior prodotto della cristianità non serviva proprio un cappellano militare di quel tipo? Macché. “Chi è vicino al nuovo papa si aspetta un impegno battagliero contro il secolarismo negli Usa e in altre nazioni dell’occidente, assieme alla dovuta attenzione per il mondo in via di sviluppo”, cioè ai nemici naturali del capitalismo. Cosa temere, dunque? L’impegno battagliero contro il secolarismo.
E chi l’avrebbe immaginato. Sapevamo del presidente Bush, di Condy e degli altri a pregare in ginocchio nella Stanza ovale prima di ordinare un bombardamento in Afghanistan o in Iraq e ora scopriamo che erano preghiere di tipacci che avevano a cuore il secolarismo. Al punto che la contrarietà del cardinale Ratzinger all’ingresso della Turchia in Europa pareva già da sola una mezza tragedia e, oplà, appena il cardinale è fatto papa, cambia idea sulla Turchia in Europa. Mentre alla Turchia passa la voglia.

Che mondo straordinario, che meraviglioso guazzabuglio di ipocrisie e goffaggini. Dovrebbero fare una statua a quell’Assange per avercene mostrato un pezzetto.

Elizabeth Dibble



In privato rubacchiava dai miei post, in pubblico da quelli di Jimmomo.

domenica 28 novembre 2010

Il paradigma dell’ateo devoto


Posto che quanto sembra conveniente fino al necessario lo sia in sé, ma che Dio torni conveniente fino al necessario per dargli fondazione trascendente, avere fede non fa troppa differenza col non averla. È il paradigma dell’ateo devoto e possiamo semplificarlo anche in questo modo: Dio non esiste, ma è bene far finta. La finzione può arrivare a rendere del tutto indistinguibile chi crede in Dio da chi non vi crede e, come se il Papa fosse davvero il Vicario del Figlio di Dio, si può arrivare anche a baciargli la mano (e meno male che non s’usa più baciarne la pantofola, sennò l’ateo devoto farebbe pure quello): Dio non esiste, la religione è solo un instrumentum regni, il gesto è puro ossequio conveniente fino al necessario. E però ogni finzione ha un punto debole e lì salta il paradigma: è quando Dio pretende priorità rispetto al fine del quale è stato chiamato a farsi instrumentum.

Il paradigma dell’ateo devoto che s’era preso una sbandata per Joseph Ratzinger salta proprio sul richiamo che Benedetto XVI fa alla priorità di Dio, perché “il discorso razionale resta sullo sfondo ma assume una veste ancillare di difficile comprensione per i laici extra ecclesiam” (Il Foglio, 27.11.2010). Se tra chi crede e chi non crede c’è accordo su quasi tutto ciò che per entrambi è conveniente fino al necessario, perché sostenere che senza Dio tutto cade? Fingere che esista non basta?
Giuliano Ferrara è triste perché il suo Ratzi pretende troppo: “Benedetto conferma nel suo ultimo libro, con la consueta forza argomentativa, il dissenso cristiano da alcuni tratti insopportabili dell’esistenza moderna, ma la ricetta nella sostanza cambia: il teologo e filosofo proponeva che il secolo si comportasse «come se Dio ci fosse» […], mentre il pastore […] oggi si rivolge al suo gregge con un più prudente appello alla fede nel Dio vivente”, e così “le linee del suo insegnamento pastorale perdono in parte quell’attrazione trasgressiva, quel vigore provocatorio e quell’aura di sfida al secolo, sul suo infido terreno, che ci hanno fino a ieri fatto ragionare, magari anche un po’ delirare e, in un certo senso, credere di poter credere”. Un po’ di delirio, ok, ma la conversione, cazzo, è troppo.


[...]




sabato 27 novembre 2010

L’intuizione di Frattini


Il complotto ai danni dell’Italia e la barzelletta sul pollo che attraversa la strada si tengono benissimo, e vi spiego subito il perché.
L’ometto va a un summit del G20. Gli altri 19 sono statisti che la congiuntura mondiale ha reso seriosi e nevrotici, ma il nostro è la quintessenza dell’allegria, è argento vivo, è genio dell’intrattenimento. Cosa meglio di una bella barzelletta per sciogliere l’umor cupo che fa cappa sul vertice? Una botta di buonumore fa bene a tutto, anche all’instabilità dei macrosistemi. Il nostro non è mai stato scoraggiato in tal senso, anzi, spesso abbiamo avuto la sensazione che i suoi interlocutori internazionali lo trovassero simpatico. Ecco, il punto è questo: sarà che abbiamo avuto un’impressione errata. Può darsi che lo trovassero ridicolo e che quella simpatia fosse in realtà compassione.
Non volendo dire: “È imbarazzante”, hanno sempre detto: “È divertente”, o hanno lasciato intenderlo a chi voleva. Questo ha ingenerato un equivoco che ha incoraggiato l’ometto a far sempre di peggio, anche perché incoraggiato da chi gli faceva credere che le relazioni internazionali avessero tanto bisogno di una spolveratina delle sue. Alla barzelletta sul pollo che ha imbarazzato perfino gli addetti alla traduzione, si arriva in niente. Se non era per una barzelletta intraducibile, sarebbe stato per una amichevole strizzatina di palle a Cameron o per un popi-popi alle tette della Merkel, ma prima o poi doveva accadere.
Qui viene a realizzarsi il cortocircuito che slatentizza il complotto ai danni del nostro amato premier e dunque, in pratica, ai danni dell’Italia. L’imbarazzo dinanzi al ridicolo non riesce più celarsi dietro i sorrisi di cortesia e, quando il tanto arriva al troppo, cala il gelo, l’ipocrisia non è sentita più come dovere: di colpo, le pacche sulle spalle, i cucù, le battute da vecchio erotomane diventano insopportabili.
Accade che il disprezzo di cui è fatto oggetto il premier ricada sul paese che rappresenta. Non dicono che rappresenta l’italiano medio? Non sostengono che in lui si fondano virtù e difetti del carattere nazionale fino a non poter più discernere quali siano le une e quali gli altri? E da capo di stato estero non è naturale che, venendoti a star sul cazzo Berlusconi, ti vengano a star sul cazzo tutti gli italiani e l’Italia? Non ti viene una gran voglia di cercare alleanze segrete per dare una severa lezioncina a questo popolo di insopportabili cafoni? Vai con le strategie destabilizzanti l’Italia, vai col complotto. Ed eccoci all’intuizione di Frattini.
So bene che vi risulterà bislacco, ma è l’unico modo per spiegare l’intuizione di Frattini.


Ci prova


“Negli ultimi anni il numero dei nuovi sacerdoti è aumentato in tutto il mondo” (Benedetto XVI, Luce del mondo, L.E.V. 2010). Formalmente non è una falsità, sostanzialmente sì.
Nel 2000, la popolazione mondiale ammontava a poco più di 6 miliardi di individui, i cattolici erano poco più di un miliardo e i sacerdoti erano 405.178; nel 2008, i sacerdoti erano 409.166 (solo 3.988 in più) per 1,17 miliardi di cattolici (oltre 110 milioni di fedeli in più) sui 6,7 miliardi della popolazione mondiale complessiva. Mentre nel 2000 avevamo un sacerdote per 2.579 cattolici, nel 2008 ne avevamo uno ogni 3.000 circa: in assoluto, dunque, il numero sacerdoti (s) è aumentato, anche se di pochissimo, ma è diminuito, e di parecchio, in relazione alla massa di fedeli (f), con una significativa caduta del rapporto s/f, che è espressione della presenza pastorale.
Sostanzialmente i preti sono diminuiti, formalmente Benedetto XVI può negarlo. Ma non è tutto.
Si parla del numero dei “nuovi sacerdoti” e si dice che è “aumentato in tutto il mondo”: formalmente è vero, ma sostanzialmente è falso, perché aumenta complessivamente “in tutto il mondo”, ma non “dappertutto nel mondo”: più preti solo in Asia e in Africa, sempre gli stessi nelle Americhe e in Oceania, molti di meno in Europa. E così è per le nuove ordinazioni sacerdotali: sempre di meno in Europa, stabili dappertutto, in aumento in Africa.
C’è poco da essere allegri, ma Benedetto XVI ci prova. A costo di ingannare gli sprovveduti.

venerdì 26 novembre 2010

Avanzi di propaganda guelfa




L’enciclica è una circolare e, prima che il Papato perdesse il potere temporale, aveva sostanza e forma di decreto. Da Leone XIII in poi l’enciclica cambia forma e, perso il potere temporale, il Papa scrive encicliche sempre più lunghe: perso il valore formale di decreto, la circolare si trova costretta ad argomentare. Riducendo ai minimi termini, gli argomenti sono tutti autoreferenziali e tautologici: reggono solo sull’assunto che hanno valore cogente. Con la perdita del potere temporale, però, la parola “obbedienza” diventa sempre più rara nelle encicliche papali, anche quando il richiamo è sulla dottrina morale, praticamente andando a scomparire nelle encicliche degli ultimi 50 anni. Oggi sono torrenziali lenzuolate nelle quali l’ordine è impartito come esortazione, la minaccia subito è smorzata in monito paterno, la sanzione è un accenno a fil di labbra.
Non così quando il Papa era ancora Re. Prendiamo, per esempio, la Mirari vos di Gregorio XVI, del 1832, quella che condanna “l’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza, errore velenosissimo a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato”. Il gregge d’anime è anche popolo suddito: la pecora nera fa peccato, ma anche eversione. E allora, se pensare con la propria testa porta prima al carcere e poi all’inferno, figuriamoci spargerne il frutti: “Pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita [è quella] «libertà della stampa» che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore”. Scritto in un’enciclica del tempo il cui il Papato aveva ancora potere temporale, come dev’essere tradotto? Basta uno sguardo al pontificato del successore di Gregorio XVI, alla repressione di ogni forma di libertà di coscienza, di opinione e di espressione, compresa quella a mezzo stampa.

Ciò detto, tornate alla letterina di Angela Pellicciari che apre il post e considerate l’uso della parola “enciclica”. Non è necessario chiarire troppo: la famigerata revisionista del Risorgimento, cara a Berlusconi e a Ferrara, alla decrepita nobiltà nera romana e ai nostalgici del Papa-Re in generale, dice “enciclica” e dice “placet del governo” come se – faccio per dire – Zapatero avesse fatto ritirare dalla circolazione tutte le copie della Deus est caritas, sanzionando severamente i responsabili dello smercio.
La signora è solita invitare i suoi lettori a contestualizzare le condanne a morte che Pio IX volle comminare ai suoi oppositori – a quei tempi era considerato gesto caritatevole, diciamo – ma, di fronte all’art. 270 del codice penale che il regno di Savoia si diede nel 1859, legge “enciclica” come se si trattasse di un’enciclica dei nostri tempi e legge “placet del governo” come se si trattasse di una odiosa forma di violazione della libertà religiosa. Il Papa-Re ci fa quasi la figura di un libero pensatore al quale lo Stato mette il bavaglio.
Fino a poco tempo fa, quando si diceva di un tale “quello è uno storico”, non si dava certo per scontato che la sua tesi non potesse essere fragile, ma veniva naturale un minimo di rispetto. Da dove escono questi avanzi di propaganda guelfa?

giovedì 25 novembre 2010


Se voglio essere tenuto in vita quanto più a lungo possibile, fino a quella morte cosiddetta naturale che solitamente è ritardata con strumenti rigorosamente artificiali, chi può impedirmelo? Nessuno mi staccherà la spina, non contro la mia volontà, posso esserne certo. Anzi, posso essere certo che non mi sarà staccata nemmeno se volessi, nemmeno se implorassi: la legge lo vieta. E dunque, anche se volessi decidere diversamente, non posso. In pratica, posso decidere solo di essere tenuto in vita, in quella specie di vita che, in ultima analisi, taluni considerano tollerabile, ma altri no, preferendo morire. Questi ultimi potranno ritenerlo ingiusto, potranno protestare, potranno volere una legge che consenta a ciascuno di poter decidere per sé, ma che hanno da chiedere, i primi? Un bel niente.
O forse no, parrebbe che abbiano qualcosa da chiedere. Almeno a leggere Avvenire, vorrebbero che la loro scelta rimanesse, come già è, obbligatoria per tutti. Pretendono, pare, sia data loro voce in contraddittorio a quanti chiedono la possibilità di scegliere liberamente, ciascuno per sé. In pratica, vorrebbero poter esprimere le loro ragioni contro la libertà di scelta. E vogliono andare a Vieni via con me perché ci sono andati Englaro e Welby, anche questo lo pretendono, anche questo come se si trattasse di una questione di vita o di morte (la loro vita, la loro morte), non della vita e della morte (di ciascuno).
Fazio e Saviano dicono di no e fanno bene, speriamo solo che siano capaci di tenere il punto fino a rinunciare ad andare in onda, se fosse imposto loro di ospitare una replica. Che sarebbe non già in favore della vita e contro la morte, ma in favore dell’imposizione e contro la libertà di scelta.


Più obliqui che trasversali


Il tragico si riproduce in farsesco. Prendete Lotta Continua, per esempio. Potrete anche essere dei rozzi conformisti malati di moderatismo, ma non potrete negare la narrazione di alto livello che sta nell’umanità negli ex giovanotti lottacontinuisti. Voglio dire: potrete anche trovare irritante quel retrogusto borioso che sta in ogni mitezza di Adriano Sofri; potrete anche venire a dirmi che il loro livido velleitarismo poteva invecchiare solo in un Carlo Rossella o in un Giampiero Mughini; potrete farmi notare che era una setta ed è decaduta a lobby: d’accordo, posso darvi anche ragione, ma non vi siete accorti che nel farmelo notare vi è certamente scappata – lo sappiate o no – una citazione di Dickens o di Dostoevskij?
Sentite: “Il movimento ha come controparte la classe borghese storicamente dominante e questo dominio di classe si manifesta attraverso una serie di mediazioni che tuttavia sono espressione, anche se in maniera talvolta contraddittoria, di un piano organico del capitale”. Un “tuttavia” messo a cazzo di cane, ma roba finissima, vibrante e lirica, anche un po’ epica: c’è dentro l’uomo, e la storia, e sono innervati di destino.

Che abbiamo alla generazione successiva? Sofri jr & signora, con le rispettive consorterie. Da un movimento che andava a scegliersi come controparte la classe borghese dominante, qui siamo al tentativo di bissare le fortune della coppia Costanzo-De Filippi. La coraggiosa schiatta degli arcangeli del proletariato, poi dispersasi per salotti e redazioni restando famiglia e facendosi romanzo corale, qui non è nemmeno in parodia, e tutt’al più riesce a dirsi in una strip. L’incendiario fervore che si muoveva tra Pisa e Torino è degradato a link incrociati tra Il Post e Le Invasioni Barbariche, tra Wired e Vanity Fair, tra questo programma alla radio e quella trasmissione in tv, più obliqui che trasversali.  


"Lesioni gravissime"



Superfluo dire che anche uno sputo fa reato ed è da condannare, ma all’uscita dal ristorante nel quale martedì sera è stato fatto oggetto di aggressione, stando al video, Emilio Fede non mostrava alcun segno evidente delle “lesioni gravissime” che avrebbe riportato: nessun edema, nessun ematoma, nessuna escorazione. In un ristorante non manca certo del ghiaccio, ma pare che non ce ne sia stato alcun bisogno.

mercoledì 24 novembre 2010

“Noi, cui le bestemmie dei violenti fanno meno paura che il silenzio degli onesti”

Lettera di don Aldo Antonelli al cardinal Angelo Bagnasco.

[grazie a Francesco Madonna per la segnalazione]

Le vajasse ci hanno distratto


In coda al tg de La7, ieri sera, Enrico Mentana si scusava coi telespettatori: “Non abbiamo avuto il tempo di parlare dello scontro armato tra le due Coree”.




L’editorialino del sommario dell’ultimo numero di Internazionale (873/XVIII, pag. 5) merita di essere ritagliato e conservato come esempio di scrittura assai brillante, perché riesce a dimostrare in poche righe che Gianfranco Fini è per davvero unaltra persona da quella di 9 anni fa, anzi 6, anzi 4, anzi 3, anzi forse meno di 2. Non chiarisce, però, perché le sue attuali posizioni debbano essere trovate poi così male e allora merita di essere ritagliato e conservato come esempio di pessima argomentazione, quella che contraddice l’assunto che si intende dimostrare.

A parte, ma in tema
Consiglio questo interessantissimo intervento di Francesco Siciliano.


Molto bene, direi


Quando s’è saputo che Benedetto XVI concedeva vi fossero “casi giustificati” di uso del preservativo, vi ho invitato a non guardare la luna ma il dito: quella concessione non era esplicitamente espressa nella dottrina, ma si trattava della personale opinione di un teologo che discettava di morale. A parlare era stato Joseph Ratzinger, non il Papa, e ho scritto: “Non si tratta di un’affermazione tratta da un’enciclica pontificia, né da un documento ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede sottoscritto dal Papa, né da un testo che abbia forza di emendare il magistero”. Mi è subito venuto a dare sostegno padre Federico Lombardi, che qualche ora dopo precisava che quanto riportato nel libro-intervista era espresso “in una forma colloquiale e non magisteriale”.
Intanto c’era chi faceva notare la possibilità di un errore nella versione in italiano dell’affermazione del dottor Ratzinger: l’uso del preservativo doveva ritenersi “giustificato” non già nel caso di una prostituta che lo pretendesse dal cliente per evitare il rischio di contagio da malattia a trasmissione sessuale, ma nel caso di “ein Prostituierter”. Era proprio così. Implicazioni? Sembravano essere notevoli. “Il prostituto sta comunque commettendo un male (perché è omosessuale e perché si prostituisce), ma si tratta di un male che avrebbe commesso ugualmente anche senza profilattico”; nel caso della prostituta, invece, con l’uso profilattico si ammetterebbe la liceità morale di scegliere “un male minore (la prostituta non può più rimanere incinta dei suoi clienti)” rispetto a “un male maggiore (la prostituta alla lunga rimarrà contagiata)”, sicché “ciò che si applica alle prostitute dovrebbe a maggior ragione applicarsi anche alle coppie sposate, e che dunque l’uso del profilattico sarebbe adesso considerato tollerabile per prevenire l’Aids: una vera e propria rivoluzione, per la Chiesa”.
Insistevo nel dire che cambiava poco o niente: non si era validato l’uso del preservativo come “male minore” rispetto a un “male maggiore”, ma lo si era solo definito – qui è il caso di citare testualmente – un “primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole”. L’ho definito “un memento del peccato che si sta compiendo”. E quindi prostituta o prostituta non faceva differenza.
Padre Lombardi tornava a darmi sostegno: “Ho chiesto al Papa se c’era problema serio di scelta nel maschile piuttosto che nel femminile. Lui mi ha detto di no. Il punto è il primo passo di responsabilità nel tenere conto del rischio della vita dell’altro con cui io sono in rapporto. Se si tratta di un uomo o di una donna o di un transessuale è lo stesso”. È lo stesso Papa – non dimentichiamolo – che poco più di un anno fa ha dichiarato che il problema dell’Aids non si risolve con la distribuzione di preservativi, che anzi “aumentano il problema”: è evidente che l’uso del preservativo è “giustificato” non già come soluzione, ma come “primo passo verso una moralizzazione”, come possibile occasione di “consapevolezza” del peccato.
Riassumendo: quella del dottor Ratzinger non era un’affermazione ex cathedra, né indicava il preservativo come “male minore” o soluzione, né ammetteva come tollerabile sul piano morale il suo effetto contraccettivo. E dunque? E dunque niente, come vi avevo detto: nessuna storica apertura. Anche qui padre Lombardi si affrettava a darmi sostegno: “Il Papa non riforma o cambia l’insegnamento della Chiesa, ma lo riafferma […] Il ragionamento del Papa non può essere certo definito una svolta rivoluzionaria”.
Ennesimo infortunio mediatico e comunicativo, concludevo. E il filo del distinguo nelle due note del direttore della Sala Stampa Vaticana era di così ardua comprensione da poter essere sicuri che anche stavolta si creerà smarrimento e confusione nel gregge. Molto bene, direi.

martedì 23 novembre 2010

Ghe basti mi



“Invito tutti al senso di responsabilità, alla sobrietà, al rispetto dei nostri militanti e dei nostri elettori che non approvano certo personalismi ed esibizionismi”