lunedì 22 dicembre 2014

20.5.1944 - 22.12.2014



Avrò avuto 15 o 16 anni, proiettarono Woodstock a una Festa de l’Unità, ero in prima fila, abbracciato ad una ragazzina brufolosa di cui ero innamorato perso, del film me ne importava poco o niente. Poi, d’un tratto, la sua voce. Non sapevo chi fosse. Anche dopo averlo saputo, non è che mi abbia fatto differenza. Per dire, mai comprato un suo disco. Quella canzone, interpretata in quel modo, con quella faccia – quella scena, insomma, con tutto quello che di fastidioso pure mi procurava, quelle basette, quella maglietta – solo quello era il mio Joe Cocker, la topica del blues bianco. Non avrei molto da commemorare, in fondo era un artista che riducevo a quegli otto minuti del film. La ragazzina disse: «Cazzo!». «Cazzo!», risposi io. E per otto minuti rimanemmo inchiodati con gli occhi sullo schermo. Una delle cose che non dimenticherò mai.       

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Ormai sono passati più di venti mesi da quando Bergoglio è stato fatto papa e qualche resoconto, anche solo alla buona, penso sia lecito farlo. Non già sul suo pontificato, però, perché è presto ancora, ma sulle reazioni che ha prodotto nel popolo dei tiepidi o degli indifferenti o addirittura dei sedicenti anticlericali, sì, ci è lecito. E allora occorre segnalare che, a fronte delle tante autorevoli teste di cazzo che al povero Ratzinger rinfacciavano un giorno sì e l’altro pure di grattarci quattro miliardi all’anno tra ottopermille, finanziamenti alle scuole gestite dai preti, riparazioni al campanile, sconti fiscali, eccetera, non c’è neppure una vocina, fioca quanto si voglia, che a Bergoglio chieda conto di come si concili tutta la sua retorica da poverello che si batte a mani nude contro Mammona e il continuare a intascare la sfaccimma della sfaccimma della sfaccimma di milioni e milioni di euro attraverso i canali di sempre. Vanno a intervistarlo, gli chiedono di tutto, ma a nessuno salta l’uzzolo di dirgli: «Santità, che fa, molla la presa sul pacco di soldi che continua a scorrere dalle tasche degli italiani verso la Cei e il Vaticano? E quando?». Né glielo chiede uno dei tanti che chiama al telefono, sarà che sono troppo coglioni per affrontare una questione tanto sgradevole o forse già sanno che di botto mancherebbe campo e la linea cadrebbe, e poi di che cazzo potrebbero vantarsi il giorno dopo? Ve lo immaginate Benigni? «Oh, Santità, la ringrazio, quanto onore ricevere i suoi complimenti per la mia catechesi laica. Già che ci troviamo, però, mi toglie una curiosità? Cosa le costa un motu proprio di due righe nel quale si legga: “dal giorno tot accettiamo soldi solo dal singolo fedele”?». Macché. 

sabato 20 dicembre 2014

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«Considero grave e allarmante l’impoverimento culturale che la politica ha subìto; e non mi riconosco negli atteggiamenti oggi prevalenti. Stiamo vivendo un’epoca di sfrenata personalizzazione della politica, di smania di protagonismo, di ossessiva ricerca dell’effetto mediatico. E al fenomeno dei “partiti personali”, cresciuto in Italia più che in qualsiasi altro grande paese europeo, al declino dei metodi di direzione politica collegiale, alla perdita da parte dei partiti di radicamento e di vita democratica nelle istanze di base si accompagna una diffusa spregiudicatezza nella lotta per il potere e nella gestione del potere». Chi può aver scritto parole tanto sagge? Non ci arrivate? Ok, non voglio tenervi troppo sulla corda: si tratta di Giorgio Napolitano, è un brano tratto dalla sua «autobiografia politica» (Dal Pci al socialismo europeo – Editori Laterza, 2005). Da non crederci, vero? Si tratta dello stesso Giorgio Napolitano che qualche giorno fa ci ha esortato all’adorazione del vitello d’oro, il Matteo Renzi che, in quanto a spregiudicatezza, a sfrenata personalizzazione della politica, a smania di protagonismo, ad ossessiva ricerca dell’effetto mediatico e allo sbattersene dei metodi di direzione politica collegiale, non è secondo a nessuno. Si tratta dello stesso Giorgio Napolitano che ha fatto un solenne cazziatone a quanti nel Pd storcono il muso per come il Fenomeno se ne fotta altissimamente delle istanze di base e del radicamento del partito, che ha trasformato in una macchina propagandistica da campagna elettorale permanente. Obietterete che non si crocifigge un caro vecchietto a quel che ha detto dieci anni fa, quando l’impoverimento culturale subìto dalla politica era evidente quasi solo nel centrodestra e “partito personale” era sinonimo di Forza Italia. Convengo, figurarsi. Era solo per avvertire la casa editrice: in caso di ristampa, si provveda al taglio del succitato passaggio.  

venerdì 19 dicembre 2014

giovedì 18 dicembre 2014

Il peggio che poteva fare, l’ha fatto,

C’è chi sostiene che il prossimo Presidente della Repubblica conterà infinitamente meno di quanto ha contato quello attuale, perché riforma del Senato e nuova legge elettorale rafforzeranno di fatto a tal modo i poteri dell’esecutivo da far venir meno ogni ragione che ha costretto Giorgio Napolitano ad assumere un ruolo che a molti è parso esorbitare dalle prerogative che la Costituzione assegna al Capo dello Stato. Volendo, si può dire pure in altro modo: l’instabilità politica ha offerto a Giorgio Napolitano il pretesto di esorbitare tanto spesso dalle prerogative che la Costituzione assegna al Capo dello Stato al punto da poter dettare una sua agenda, e che questa ha portato ad un riassetto istituzionale che si traduce in un presidenzialismo di fatto, con un Presidente del Consiglio che potrà contare su un enorme premio di maggioranza e un Parlamento ad una sola Camera in cui siederà una maggioranza di nominati, e nominati da lui. Volesse o non volesse questo, Giorgio Napolitano l’ha reso possibile, perciò suonano francamente scandalose le affermazioni che ha fatto nel suo discorso alla cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile, l’altrieri.     
«Gli auguri che quest’anno ci scambiamo s’intrecciano strettamente con gli impegni che tutti condividiamo per il superamento degli aspetti più critici della situazione economica e sociale del Paese. E qui si collocano le difficoltà che ancora si oppongono alla realizzazione dei cambiamenti di indirizzo e strutturali programmati dal governo e sottoposti al vaglio delle Camere». Chi ha deciso questi cambiamenti, e in virtù di quale investitura del voto popolare? Dov’è la maggioranza del Paese che si è mai espressa in favore del presidenzialismo e del bipartitismo come soluzioni degli aspetti più critici della situazione economica e sociale dell’Italia? Ed è corretto definire difficoltà le resistenze che in Parlamento si oppongono a questo disegno?
«Non credo sia stata arbitraria la percezione, certo non solo da parte mia, che in quest’anno abbiamo ragionato, discusso e operato in una dimensione unica, italiana ed europea. I problemi dell’Italia, e le responsabilità del soggetto politico e istituzionale Italia, hanno fatto oggetto di serrata attenzione in sede europea, e discutendo tra noi dei nostri problemi non abbiamo potuto separarli dal contesto europeo di cui pure ci sentiamo protagonisti». Sì, ma chi ha deciso quale fosse il ruolo che l’Italia dovesse giocare in Europa? Che fine ha fatto la tanto sbandierata intenzione di ridefinire i nostri impegni in sede europea che è servita a Renzi per fronteggiare in termini concorrenziali le spinte euroscettiche di Lega e M5S? Ci sentiamo protagonisti del contesto europeo, ma non lo siamo. Se non abbiamo potuto separare i nostri problemi da quel contesto, è perché in esso prendevano forma e dimensione in relazione a un ruolo che non era affatto da protagonista.
«Il forte consenso espressosi nelle elezioni del 25 maggio per il partito che guida il governo italiano ha oggettivamente garantito accresciuto ascolto e autorità all'Italia nel concerto europeo, come si è visto nel peso esercitato dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi nel concorrere a soluzioni unitarie e significative nella definizione dei nuovi vertici dell’Unione, e innanzitutto nella composizione e nella guida della nuova Commissione. E lì si è anche espresso un rilevante riconoscimento per il ruolo del nostro Paese nella persona del ministro degli esteri Federica Mogherini chiamata a rappresentare, a far crescere e a dirigere la politica estera e di sicurezza comune europea». Cazzate, medaglie di latta: contiamo pochissimo in Europa, e non meritiamo di contare di più, perché, di là dai maquillages, debito, fisco e spesa pubblica sono piaghe, e il pil ristagna, e la crescita è sotto zero, e siamo fermi da più di vent’anni, e la colpa è di una classe politica che Giorgio Napolitano trova ancora il coraggio di difendere.
«Il tema delle riforme necessarie per determinare condizioni idonee allo sviluppo degli investimenti, alla creazione di nuovo lavoro, alla maggior produttività e competitività delle nostre economie, è stato, in un passato anche recente, prospettato con qualche nebulosità in ripetute discussioni nelle istituzioni europee, ma ha oramai assunto dei contorni precisi, un’ampia articolazione concreta. E in questo senso bisogna considerare il programma di riforme messo a fuoco dal Presidente Renzi e dal suo governo. Riforme su cui ogni forza politica potesse misurarsi, senza pregiudiziali e in termini di confronto tra visioni e approcci seriamente sostenibili. Si tratta di un programma vasto, da scaglionare nel tempo complessivo che lo stesso governo ha voluto assegnarsi: ma che ha dato il senso di quale cambiamento fosse divenuto indispensabile, e non più eludibile o rinviabile». In quale punto della Costituzione sta scritto che il Presidente della Repubblica, da rappresentante dell’unità nazionale, può farsi garante presso la Nazione di un esecutivo guidato da un tizio che non ha mai avuto un solo voto in un’elezione politica e ha raccolto solo il 23,3% dei consensi tra gli aventi diritto al voto per delle consultazioni europee? Non è un avallo costituzionalmente nullo e politicamente illegittimo?
Sul resto non vale neanche la pena di spendere un commento: lessico da attore politico della Prima Repubblica speso in favore di una Terza Repubblica da incubo, nella quale Palazzo Chigi governa a colpi di decreti in bianco. Prima Giorgio Napolitano si dimetterà e meglio sarà: il peggio che poteva fare, l’ha fatto, e con questo discorso l’ha vidimato. Se poi il suo successore conterà assai meno, sarà un bene, come minimo ci risparmieremo di vedere ancora il Quirinale come regia politica. Ma sarà un bene che avremo pagato carissimo. 

martedì 16 dicembre 2014

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Il bastone

Fuori dalla cerchia dei cattolici fedelissimi alla dottrina, che saranno lo 0,2% dei cattolici per modo di dire, il professor De Marco è pressoché un Signor Nessuno, e questo è un vero peccato, perché non è un fesso, meriterebbe la notorietà che ingiustamente va a certi sagrestani che della Chiesa sanno appena dov’è la corda della campana. È colto, il professore, e io lo leggo sempre con gran diletto, perché del cattolicesimo è una spremuta senza aggiunta di additivi o conservanti, acida come si deve. Bene, non è difficile arguire che anche al professore stia sul cazzo quella fetecchia di Bergoglio, e il fatto che dopo Ratzinger era necessaria proprio una simpatica macchietta come lui sennò il barcone andava a sbattere – niente da fare – non gli scende, ma non gli scende proprio. Il fatto è che lui è personcina a modo, mica come quel pazzo scatenato di Socci che a Bergoglio è arrivato a dare dell’usurpatore, e soffre uguale, ma non schizza bile, la gonfia in bellissime bolle verdoline che Magister cattura in instagram postandole su Settimo Cielo, ormai sito ufficiale degli orfani dell’Emerito. Ed è su Settimo Cielo che qualche giorno fa è stato pubblicato un altro articolo di De Marco, Il clima del pontificato e una nuova voglia di bastone, che fin dal titolo rivela il suo caratterere polemico, e infatti, contrariamente al solito, è teso, quasi contratto, livido qua e là, del tutto privo di quel pescare dai più polverosi scaffali, che abitualmente rendono sfiziosissime le performance del professore. E qui, dolenti, siamo costretti ad un’amara riflessione: ai cattolici come si deve, quelli che il Denzinger ce l’hanno sempre sulla punta della lingua, questa chiavica di papa leva il gusto dell’ornato e del fiorito, li intristisce e li mortifica, lasciandoli senza parole per le bestialità che infila senza soste, sicché fanno fatica a stargli dietro, senza riuscire neanche a trovare il tempo di rammendarsi le vesti prima di potersele stracciare ancora. Poveri tradizionalisti, c’è da comprenderli: con Bergoglio accade loro ciò che a noi accade con Renzi, una tal bestia che non sai da dove cominciare. E povero De Marco, sia detto senza un velo di ironia, che in questa occasione lamenta la brutta aria che tira per chi non ha intenzione di adeguarsi al clima di questo pontificato.
Dice che chi non segue l’andazzo è preso a randellate, robe brutali, mai viste ai tempi di Wojtyla e Ratzinger, dove pure non mancava quel fenomeno di allineamento che porta chierici e laici a compiacere il papa. «Singolare – scrive De Marco – che tale allineamento, allora inerme, si eserciti ora in una pugnace difesa del papa regnante solo per colpire ambienti e individualità ortodosse», in favore di quella «paccottiglia cristiana postmoderna che consiste in resipiscenze e contrizioni, in autocritica del passato cattolico “alla luce del Vangelo”, in abbracci di ogni genere purché nell’agenda dei media», che Bergoglio insuffla col suo fare «qualunquistico», che «esonera dall’impegno di valutare, discernere, opporsi al “mondo”». «Così – scrive De Marco – dimenticando che è solo il nichilismo ad avere sempre un “volto umano” benevolente, che non giudica, sollecito della pubblica felicità, tanti cattolici qualificati, clero e laici, mancano al loro compito essenziale: ricordare all’Occidente, e al mondo, l’antropologia cristiana che è a suo fondamento, si tratti di anima e di corpo, di vita o di morte, di generazione o di identità di genere. Quasi nessuna voce cattolica dotata di autorità d’ufficio si alza ancora contro la infondata (filosoficamente e scientificamente) e nevrotica manipolazione livellatrice del maschile e del femminile cui si cerca di piegare la cultura diffusa, agendo sul parlamento e a scuola. Assieme alla mistura di paura e attrazione verso il papa, a frastornare laicato e clero vi sono, dunque, il sonno della ragione cattolica, una coscienza di sé ai minimi termini, una sudditanza all’etica pubblica altrui che – si pensa – sotto papa Bergoglio non hanno più bisogno di essere dissimulate. In più, mimeticamente dipendenti da un’opinione pubblica che simula di operare per valori, e pensandosi legittimati da un papa mediato da quei medesimi “opinion maker”, alcuni laici ed ecclesiastici con responsabilità su uomini e organizzazioni si trasformano (secondo una costante della sociologia politica) in “tiranni democratici” verso i dissenzienti». Una vergogna, via.
«Niente di nuovo, si dirà. Ma nel passato le sanzioni erano motivate dalla protezione dell’integrità della fede e dell’istituzione ad essa necessaria. Oggi invece si agita il bastone sotto l’effetto di formule imposte da una falsificazione secolare del cristianesimo, come “amore” e “misericordia” contro responsabilità e retto giudizio, come “vita” contro ragione, come “natura” e “felicità” contro peccato e salvezza, come “Concilio” contro tradizione cristiana». Insomma, non è il bastone in sé ad essere il problema: ben venga se si tratta di raddrizzare i gropponi che hanno la scoliosi, la cifosi o la lordosi eretica, ma randellare chi ha schiena drittissima – eccheccazzo! 

lunedì 15 dicembre 2014

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Qualità suprema


Occorre essere giusti con Giuliano Ferrara, riconoscere che ciò che scrive sarà sgradevole, maleodorante e sudicio quanto si voglia, ma che nell’economia della retorica, seppur dovendo sottoporre i suoi pezzi a svariati stadi di lavorazione, non se ne può buttar via niente, e tutto torna utile, fresco o stagionato. Insegnassi logica formale all’università, userei i suoi editoriali del lunedì, che sono macinato di prima scelta, per tagliarne fettine sottili da offrire ai miei studenti, per poi chiedere: «Chi sa dirmi qual è il tipo di porcata che avete testé assaggiato?», e al primo a dirmi quale, distinguendo tra fallacia e fallacia: «Bravo, lo terrò presente al momento dell’esame». Sì, riconosco, sarei un docente di quelli daltri tempi...
Il pezzo di questo lunedì (C’è un nemico insidioso della libertà: la suggestioneIl Foglio, 15.12.2014) è il tipico insaccato in legatura a spago, sgrassato e disossato, compattato da una sfoglia di cotenna. Porcata di pregio, perché «la suggestione è regina dell’informazione» e «un certo grado di manipolazione della notizia, a partire dalla scelta delle cose da raccontare e analizzare e dall’importanza che si conferisce loro, è inevitabile», e Giuliano Ferrara non fa alcuna fatica ad ammettere che manipoli, si serva della suggestione, ma – questo è ciò che rende sopraffino il volgare suino – «faccio un’operazione intellettuale non dico virtuosa e non dico onesta, ma comprensibile e falsificabile, ragiono come parte, come soggetto, non pretendo universalità di premesse e conclusioni».
Gli altri, invece? Chi non la pensa come lui? La risposta è già nel titolo: sono nemici della libertà, e per giunta lo sono in modo insidioso, salumi adulterati con sostanze dannose alla salute. Si tratta di quelli che la pensano diversamente da lui su «femminicidio, guerra, mafia romana, torture della Cia, pubblica moralità, casta, matrimonio omosessuale, aborto come diritto, povertà e capitalismo, lavoro e sviluppo economico, e tante altre cose importanti»: su questi temi lui ricorre ad una «manipolazione razionale», gli altri alla «suggestione irrazionale». Per esempio? «Tutti piangono per i bambini uccisi ma non per quelli abortiti in nome di un diritto. E tutti, salvo eccezioni e campagne di verità che di tanto in tanto bucano lo schermo suggestivo universale, si acconciano alle premesse e alle conclusioni di un ceto il cui unico riferimento è l’inganno irrazionale del pubblico realizzato attraverso l’identificazione con il pubblico». Equiparare bambini e embrioni sarà «manipolazione razionale», e il diritto di decidere del proprio corpo e della propria capacità riproduttiva sarà «suggestione irrazionale», come aver dubbi? Porco di qualità suprema.

Caricaturizzare il giustizialista è un gioco da ragazzi

Caricaturizzare il giustizialista è un gioco da ragazzi, perché ci sono molti canovacci, e alcuni hanno la potenza dei classici, tragicamente ridicoli, ridicolmente tragici, archetipi che sono fatti apposta per vestire i panni del forcaiolo di giornata. Col garantista è assai più difficile e la questione si pone già sul piano semantico, perché giustizialismo, nell’accezione della pretesa a che venga fatta «giustizia rapida, severa, e talvolta sommaria, nei confronti di chi si è reso colpevole di determinati reati» (Devoto-Oli), rivela nel suo -ismo la stortura di una giustizia piegata da un cieco impeto in un tremendo vizio, mentre così non è col garantismo, cui l’-ismo dà il carattere di un’oltranza che è in difesa di un principio sacrosanto, mal distinguibile dall’inclinazione ad essere, sempre e comunque, «favorevoli a sanatorie e colpi di spugna generalizzati» (Treccani). Così il giustizialista è maschera che fa la sua porca figura, a teatro: è ciliosa, biliosa, ha labbra strette, reca lo stampo di un cruccio perenne che si stempera in un malvagio sorriso di soddisfazione, sempre spietata, solo quando vede il cappio stringersi al collo del colpevole, anche quando è solo presunto tale. Il garantista, invece? Qual è la maschera del tizio che pretende sempre tre gradi di giudizio per dire colpevole chi è colto in flagrante, e che dinanzi all’intercettazione telefonica nella quale un criminale si autoaccusa di un delitto solleva la questione se mettergli la cimice sia stato lecito, e che riesce sempre a trovare un diritto negato a ogni fetente della peggior risma, e più fetente è, più sembra andare in brodo di giuggiole a trovargliene uno da spendersi per garantirglielo? Il giustizialista, si sa, ha un ghigno obliquo, e un feroce prognatismo, e due solchi scuri che dalla fronte scendono, divaricandosi lungo le pinne nasali, per stringersi solo un attimo e aprirsi subito alle commessure labiali e chiudersi, come in un pugno, in un mento che sembra sempre pronto a contundere. E il garantista – quello che in ogni giudice vede un boia e in ogni ladro, ogni assassino, ogni stupratore vede sempre il poveretto massacrato di botte lungo la strada che da Gerusalemme scende a Gerico, e accorre subito con olio, vino e bende – che faccia ha? Senza dubbio merita anche lui una caricatura, ma quali sono i tratti che la caratterizzano?  

domenica 14 dicembre 2014

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Bertinotti toglie la fiducia a Prodi per tener fede all’etica dei principî contro l’etica della responsabilità, e Prodi cade, e questo consegna l’Italia a Berlusconi, previa la parentesi del governo D’Alema, che agli italiani dà l’impressione che il centrosinistra sia disposto a tutto pur di restare al potere. Ora, lui ha votato proprio Bertinotti, e l’ha votato perché significava spingere il centrosinistra verso sinistra. Quando Bertinotti vota per la sfiducia al governo Prodi, lui ha una folgorazione: ecco la rovina cui conduce la purezza, e decide che da quel momento in poi guarderà l’impurità con altri occhi, e capisce che piegarsi è infinitamente più virtuoso e utile che non piegarsi, e sente un gran senso di sollievo, e sposa l’etica del «che sarà mai?», che è la domanda che una ragazza solleva tra quanti restano impietriti alla vittoria di Berlusconi nel ’94, e sposa pure quella ragazza, e adotta la superficialità come compagna di vita. È il nucleo de Il desiderio di essere come tutti (Einaudi, 2013), e lui è Francesco Piccolo, uno che mi è sempre stato sul cazzo, a pelle, perché non sono mai riuscito ad arrivare in fondo ad uno dei suoi articoli, per la scrittura sciatta, irritante. Il libro mi è stato regalato, sennò non l’avrei mai letto, e sarebbe stato un male, perché a leggerlo ho capito cos’è che mi rendeva insopportabile un tizio della cui scrittura potevo tranquillamente fare a meno. Mi verrebbe voglia di recuperare quei suoi articoli lasciati a metà, adesso saprei leggerli col disprezzo necessario per arrivare fino alla fine: Francesco Piccolo è la «pecora tosata» di cui Curzio Malaparte parla in Maledetti toscani, è l’italiano che non riesce a pigliarsi cura della propria anima, che rinuncia a «sapersela tenere pulita, all’asciutto, che non pigli polvere né umido, come sanno [fare quelli] che dell’anima propria son gelosissimi, e guai a chi gliela volesse sporcare, o umiliare, o ungere, o benedire, o impegnare, affittare, comprare», non già per la follia di tener fedele all’etica dei principî contro l’etica della responsabilità, figurarsi, ma per liberarsi dei principî e della responsabilità col sollievo di quando si ammolla una scoreggia. Uomo dei nostri tempi, senza dubbio. 
 

giovedì 11 dicembre 2014

Non si capisce

All’opinione largamente prevalente che siano i cosiddetti valori a dare fondamento ad una società si oppone quella di chi ritiene che essi ne siano solo il prodotto, peraltro assai tardivo rispetto alla sua fondazione, che dunque deve attribuirsi ad altro, in primo luogo ai cosiddetti bisogni. Nel primo caso, non è mai abbastanza chiaro donde vengano, questi valori, né cosa riesca a renderli fondativi in certi casi e in altri no, cioè cosa sia in grado di renderli ampiamente condivisi o no, perché almeno una cosa è chiara: alcuni valori assumono forza nella misura in cui sono assunti come tali a discapito di altri, e non c’è accordo unanime su quali sarebbero fondativi e quali no, tutto dipende dal tipo di società che esalta questi e degrada quelli. Tutto è più chiaro col ritenere che una società li assuma in funzione dell’opinione che ha di se stessa, in pratica che li produca – se mi è consentito esprimermi con un ossimoro – come moventi a posteriori, rappresentazioni (non di rado sublimate) di ciò che l’ha resa tale. In quest’ottica i valori stanno alla società come lo stemma sta a una nobile casata, rivestendo di simboli la sua origine e i suoi caratteri, ma in fieri.
È chiaro che Giorgio Napolitano propenda per la prima ipotesi, e questo un po’ stupisce, perché la sua formazione culturale dovrebbe portarlo a propendere per la seconda. Però stupisce solo un po’, perché la tradizione di scuola marxista incorre spesso in contraddizione quando distingue tra struttura e sovrastruttura. Così riusciamo a chiudere un occhio quando afferma: «Nella prima metà del secolo scorso c’è stata in larga misura, nella nostra Europa, un’eclisse di quei valori, democratici e solidaristici, determinata dall’avvento e dal feroce dominio del nazifascismo. E ciò di cui discutiamo e ci preoccupiamo oggi è, sia pure in ben altro contesto, di nuovo un oscuramento di parametri essenziali del comune vivere civile, tra i quali il rispetto della cultura e la cultura del rispetto: rispetto, innanzitutto, delle istituzioni e delle persone. Rischiamo, nella fase attuale, il logoramento e la perdita delle conquiste del periodo di riscatto e di avanzamento conosciuto dall’Europa nella seconda metà del Novecento».
È un’analisi che ci attenderemo da un crociano: la storia come manifestazione di uno spirito immanentizzato, il progresso come sua intrinseca natura, l’«oscuramento» come parentesi, come incidente, come transitorio smarrimento di valori che sono assoluti e non il risultato di ciò che una società elabora in forma di consapevolezza. Una relazione tra società e valori come quella che sembra suggerirci Giorgio Napolitano porta inevitabilmente a fraintendere la portata degli eventi che sono in gioco in una crisi (dando al termine il significato che assume in ambito scientifico): si fa una madornale confusione tra cause ed effetti, come appare evidente dalla necessità di dover ricorrere ad una peraltro non meglio definita «patologia dell’anti-politica» per spiegare – arrivando fin quasi a giustificare – le colpe della politica.
È di tutta evidenza che un sintomo venga considerato agente patogeno, ma quello che maggiormente sconcerta, tuttavia, è il ricorso ad una categoria come quella dell’«anti-politica», che appartiene alla più becera pubblicistica. Volendo riprendere l’allegoria che qui ci viene proposta, sembra che Giorgio Napolitano pensi che l’organismo soffra a causa della febbre, senza porsi il problema di quale microrganismo l’abbia causata, tantomeno afferrando la funzione che la febbre ha in un organismo affetto da un processo infettivo. Giacché sarebbe vilipendio del Capo dello Stato anche il semplice sospetto che si sia bevuto il cervello, si è costretti a pensare che Giorgio Napolitano voglia continuare a esorbitare dai poteri che contempla la Costituzione, anche agli sgoccioli del suo mandato, come a lasciare un protocollo d’intesa alle forze politiche che fanno sistema: liquidare come «patologia eversiva» ogni momento di critica allo status quo.
Di fatto, dalla crisi sarebbe possibile uscire solo col recupero di quei valori che sarebbero stati smarriti proprio dai partiti che fanno sistema. Perché li avrebbero smarriti? Non si sa, a stento ci viene suggerito il come. Ci sarebbe stato «uno spegnimento delle occasioni di formazione e di approfondimento offerte nel passato dai partiti in quanto soggetti collettivi dotati di strumenti specifici e qualificati. È stato questo un fattore decisivo anche di impoverimento morale. Perché la moralità di chi fa politica poggia sull’adesione profonda, non superficiale, a valori e fini alla cui affermazione concorrere col pensiero e con l’azione. Altrimenti l’esercizio di funzioni politiche può franare nella routine burocratica, nel carrierismo personale, nella ricerca di soluzioni spicciole per i problemi della comunità, se non nella più miserevole compravendita di favori, nella scia di veri e propri circoli di torbido affarismo e sistematica corruzione».
Con tutto quello che ha firmato in questi ultimi otto anni, Giorgio Napolitano si sente innocente? Ma come si possono recuperare questi valori? Non si sa, a stento ci viene suggerito che si dovrebbe «dare nuova vita e capacità diffusiva a quei valori [con] una larga mobilitazione collettiva volta a demistificare e mettere in crisi le posizioni distruttive ed eversive dell’anti-politica, e insieme, s’intende, a sollecitare un’azione sistematica di riforma delle istituzioni e delle regole che definiscono il ruolo e il profilo della politica». Come nella premessa posta all’inizio: donde verrebbero ripresi questi valori? E come potrebbero essere rivivificati con una riforma delle istituzioni e delle regole che porta quanto mai lontano dal modello di società che li produsse? Non si capisce. 

mercoledì 10 dicembre 2014

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La scorsa settimana ho commentato un articolo col quale Luigi Manconi perorava la causa di Bernardo Provenzano, che a quanto pare è in condizioni psicofisiche da far schifo,  e insomma sarebbe incompatibile col regime carcerario. Bene, pare che Totò Riina non stia meglio: due infarti, Parkinson, problemi al fegato. Possibile che solo quel fesso di Leoluca Bagarella sia sano come un pesce?

La simpatia


È davvero un peccato che Tocqueville decida di rivelarci l’intimità del suo animo solo in finale di carriera, dopo averci rifilato centinaia e centinaia di pagine. Lo leggevamo, non è che ci piacesse da morire ma ci sembrava un tipino sennato, forse un pochino frou-frou, ma insomma sempre meglio di un Chateaubriand. Ci metteva in guardia dalle derive violente della democrazia, e chi ama la violenza? Solo i bruti, via. Certo, ci stupiva che non riuscisse a trovare neanche una attenuante agli effetti collaterali della Rivoluzione – non è che l’aristocrazia puoi abolirla con un frego di penna, no? – ma ricacciavamo lo stupore nella simpatia, doveva essersi sporcato la redingote di sangue, poverino. Poi abbiamo letto quell’appunto e un dubbio ci ha trafitto: ma vuoi vedere che si trattava solo di uno furbo? Più elegante di un Talleyrand, senza dubbio, e soprattutto con un visino così pulito, un così bel periodare… No, via, furbo no. Diciamo che aveva un gran bel garbo.
Com’è che mi tornava in mente ’sta cosa di Tocqueville? Ah, ecco, mi tornava in mente leggendo Massimo Adinolfi su Il Mattino: «C’è qualcuno che vuole provare a difendere la politica romana, dopo l’inchiesta Mondo di mezzo? Nessuno. Dunque proviamoci. […] Si tratta di questo: l’inchiesta condotta dai pm romani ha portato alla luce una fitta trama di illegalità in alcuni settori dell’economia della capitale, che prospera grazie alla corrotta complicità delle burocrazie locali, e investe anche esponenti politici di rilievo, secondo responsabilità che devono essere accertate. È evidente che, posta in termini così asciutti, non vi sarebbe sufficiente materia per una settimana di titoli da prima pagina, o per parlare di mafia capitolina, o per evocare il clima di Mani pulite, secondo l’allarmata testimonianza di Raffaele Cantone, che al Corriere racconta come gli capiti sempre più spesso che la gente lo fermi per strada e gli chieda (o forse gli urli): arrestateli tutti. Ma si possono arrestare tutti? O anche: siamo sicuri che si devono arrestare tutti? Tutti chi, poi? Tutti i politici in quanto politici? Se parliamo di clima, non v’è dubbio che il clima sia quello, che il solo fatto di appartenere alla classe politica attira oggi sospetti e dicerie. […] Ma chi o cosa alimenta questo clima? La corruzione, certo. Il malaffare: è indubbio. Ma al momento il clima lo fanno le intercettazioni che finiscono sui giornali. Per carità: decida il Ministro, decida il Parlamento come e quando intervenire sulla materia, nel rispetto di tutti gli interessi coinvolti. Ma intanto non è forse un fatto che, ancora una volta, sulla base di intercettazioni che finiscono nei verbali di polizia indipendentemente dal loro rilievo investigativo e che vengono sparate come notizie prima e indipendentemente da qualunque accertamento, si travolge un’intera classe politica […]? […] Ma non è solo una questione di civiltà o di garanzie giuridiche […] No: la domanda più spregiudicata, ma necessaria, è la seguente: conviene? O forse, più precisamente: a chi conviene? A chi conviene questo bagno di sangue, questo lavacro purificatore, questa continua drammatizzazione mediatica e, suo tramite, la messa in stato d’accusa di un’intera classe politica? Al Paese non conviene».
Un gran bel garbo, no? E poi che c’è di più raccapricciante del Terrore? Leggevo e mi dicevo: «Bravo, Adinolfi!». Poi m’è tornato in mente l’appunto di Tocqueville. E allora mi son detto: «Bravo, ma pure furbo?». No, via, impossibile. Niente da fare, è la simpatia che mi fotte.

lunedì 8 dicembre 2014

Mondo di mezzo

Lo stampo è un arnese che serve a imprimere una data forma a un materiale e perché ciò si realizzi occorre che il materiale abbia natura congrua a prendere e a conservare la forma che lo stampo gli imprime. A me pare che un’associazione per delinquere sia materiale di per se stesso congruo a poter prendere e conservare la forma che può darle lo stampo dell’organizzazione mafiosa, basta aderisca in modo stabile ai tratti distintivi che caratterizzano lo stampo. Penso pure che l’art. 416 bis del Codice Penale dia una esauriente descrizione della forma che dobbiamo attenderci da una congrua azione dello stampo sul materiale: «L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali».
Bene, dopo aver letto le 1.228 pagine dell’Ordinanza di applicazione delle misure cautelari emessa dal gip a carico degli indagati nell’ambito dell’operazione che i media hanno battezzato Mafia Capitale,  a me pare di poter concludere che l’associazione, di cui Massimo Carminati era senza alcun dubbio il capo, fosse senza dubbio associazione per delinquere, e altrettanto senza dubbio rispondesse ai tratti della forma che è descritta dall’art. 416 bis: lo stampo mafioso è riconoscibile senza possibilità di errore dalle conversazioni tra i componenti dell’organizzazione, che in pratica con esse si autoaccusano di quel reato.
Al mio lettore non sarà sfuggita l’insistita ricorrenza del termine congruo nel primo capoverso di questo post. Non è casuale, perché congruo significa proporzionato, ma soprattutto corrispondente: ho scelto questo termine perché mi pare che a stroncare i poverissimi argomenti di chi anche in questo caso mette in discussione l’ipotesi d’accusa – dalle indagini non emergerebbe alcuna traccia di coppole o di lupare, né alcuno degli indagati si esprimerebbe in dialetto siciliano – sia la semplice considerazione che a rendere efficace uno stampo basti la riproduzione di una forma nei suoi tratti salienti, che sono tali se immediatamente corrispondenti a quella forma che lo stampo imprime conservandone le proporzioni. Se «le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso», non c’è bisogno d’altro perché il capo d’accusa trovi fattispecie nell’art. 416 bis. Tutt’al più sarà necessario trovare un nome alla forma che lo stampo ha riprodotto a Roma e a me pare che il più adatto sia quello di Mondo di mezzo.
Si tratta dell’espressione con la quale Massimo Carminati descrive struttura, modalità e funzione dell’organizzazione di cui è a capo nella conversazione che l11 gennaio 2013 ha con Riccardo Brugia e Cristiano Guarnera (n° 1.710) e che, contrariamente a quanto qualcuno ha scritto nel tentativo di dare una intrigante caratura culturale al clan, non ha alcuna attinenza alla Midgard di Tolkien. Che alcuni membri dell’organizzazione criminale abbiano avuto un passato di militanza nella destra eversiva è fuor di dubbio, ma credere che il nucleo fondativo della banda possa aver avuto un pur aleatorio profilo ideologico, e che a ispirare la teoria del Mondo di mezzo esposta da Massimo Carminati a Riccardo Brugia possano essere siano le suggestioni ricavate da un autore di culto della destra, è da idiota, e pensare di poterlo far credere è da pataccaro. 

domenica 7 dicembre 2014

venerdì 5 dicembre 2014

D’un bel 625 KB cadauna


Non metto il link per risparmiarvi la pubblicità di un preservativo che si piglia un terzo della pagina, il banner sotto la testata sul quale scorrono i prezzi di caffè, prosecco e detersivo distribuiti da un ipermercato e il pop-up che reclamizza una società di spedizioni, che è quello che dà il maggior fastidio perché bisogna chiuderlo due volte ogni dieci secondi, però volevo segnalarvi lo stesso Le foto di Ignazio Marino e Salvatore Buzzi, un articolo col quale Il Post di Luca Sofri conferma il suo apparentamento ai rotocalchi che ci informano di che colore siano i calzini dei magistrati che rovinano l’appetito all’editore. Fedele alla bottega di Giuliano Ferrara, presso cui il babbo lo sistemò perché apprendesse i rudimenti del mestiere, Sofri il Giovane corre in soccorso di un uomo del «capo», l’iperrenziano Giuliano Poletti, che una foto ci ha mostrato attovagliato con un bel crocchio di indagati di Mafia Capitale, pubblicando alcune foto che mostrano Marino in compagnia di Buzzi.
Si sa che Giotto superò Cimabue, dunque non c’è da stupirsi che Ferrara si sarebbe limitato a scrivere: «Vedete? Essere fotografati assieme a un brutto ceffo non vuol dire sapere dei suoi affari o esserne socio», sennò, giusto per farci trasalire, il che lo eccita tanto: «L’arte del buongoverno è sempre un poco zozza, c’è da rivalutare Marino», mentre l’allievo va ben oltre, si vede che ha imparato il tratto ma lo risolve in nuance, e con riferimento a quanto Marino ha detto giovedì sera a Ottoemezzo: «O il sindaco di Roma ha mentito, come dicono oggi i quotidiani, o ha fatto un’esposizione un po’ confusa».
Ma che ha detto, Marino? Alla domanda se avesse mai avuto sospetti su ciò che andava combinando Buzzi, ha risposto: «Non ho neanche avuto mai conversazioni…». Eppure le foto rivelano che gli ha parlato, quindi mente, oppure voleva dire che dal poco che aveva potuto capire, per quel poco che gli aveva parlato, mai avrebbe pensato… D’altronde, ha ammesso di essere «stato anche molto tempo a visitare la cooperativa»: non è scontato che ad accoglierlo vi fosse chi ne era responsabile? Di fatto, Marino non ha detto di non aver mai incontrato Buzzi. E tuttavia, delle due, una: o mente o ha problemi con la lingua italiana, e tra le due, bontà sua, Sofri è disposto a concedere sia la seconda.
Articolo in apparenza inutile, dunque, se non in difesa del lessico, di cui solitamente Il Post fa scempio, ma in realtà bon pendant di quello che riporta l’autodifesa di Poletti (la sua lettera a la Repubblica in risposta alla questione sollevata da Roberto Saviano). In quanto alla foto della cena cui partecipò il signor ministro, inutile cercare, Il Post non la riporta. Né riporta quelle che almeno in altre due occasioni ritraggono Buzzi e Poletti insieme. Solo le foto in cui con Buzzi c’è Marino, e in una pagina senza pop-up, d’un bel 625 KB cadauna.

Er Cecato e la cecataggine

Lirio Abbate ci rammenta che un tempo, in Sicilia, politici, procure, preti e popolino negavano l’esistenza della mafia (Anno UnoLa7, 4.12.2014). Negarne l’esistenza sarà stato senza dubbio farle un favore, ma questo accadeva intenzionalmente? In qualche caso, sì, d’altronde a negarne l’esistenza erano innanzitutto padrini e picciotti, tuttavia non è difficile immaginare cosa spingesse tanti a definirla un’invenzione letteraria: la mafia in Sicilia era un sistema che in parte si sovrapponeva allo stato e in parte lo vicariava, sicché riconoscerla come entità criminale avrebbe assunto di fatto una valenza eversiva. Accadeva, così, che chiunque cadesse vittima della mafia, quando non potesse esser dato morto ammazzato per questioni di corna, fosse considerato, ancorché tacitamente, uno che non sapesse stare al mondo: era morto per questioni esistenziali, per non aver voluto accettare la realtà per quello che non c’era altro modo di immaginare potesse essere. Rigettare le regole di una società che la mafia aveva costruito per secoli a sua misura era un torto imperdonabile, ben oltre l’essere d’intralcio agli affari di Cosa Nostra: era un mettere in discussione la stessa idea di potere, così come venutasi a costruire nell’intreccio tra stato e mafia. Si negava l’esistenza della mafia per negare quell’intreccio, e a negarlo erano sia quelli che consentivano vi fosse, sia quelli che non lo vedevano perché del potere avevano un’idea sostanzialmente analoga a quella mafiosa, quella della violenza istituzionalizzata, del diritto degradato a favore, del privilegio esaltato a diritto, del cittadino corrotto a cliente o a famiglio, dell’amministratore come feudatario.
Ci sono voluti decenni, e molti morti per disagio esistenziale, ma che la mafia sia esistita e ancora esista lo sappiamo, e sappiamo come vive, come pensa, come agisce. Dopo aver sventato la tentazione di concepirla come entità metafisica, sappiamo come nasce, come cresce e come si riproduce. Dopo averla vista all’opera, e dopo alcuni tragici travisamenti della sua più intima natura, sappiamo cosa le dia forza e cosa gliela tolga. Con ciò è venuta a costruirsi, indagine dopo indagine, processo dopo processo, una vera e propria scienza delle cose mafiose. Fallibile come ogni scienza, ovviamente, e come ogni scienza in grado di correggere i propri errori.
Non più connaturata alla sicilianità, come si voleva col confondere storia e destino. Né più questione di teodicea, come si voleva col ritenerla trascendente nel vederne gli stampi fuori dalla Sicilia. Patologia sociale, con tanto di etiogenesi e patogenesi, con terapie assai valide, se correttamente applicate, e a partire da una diagnosi accurata, possibilmente precoce, senza dimenticare l’indispensabile ruolo della prevenzione e della profilassi. Lavoro duro, ma almeno sembrano finiti i tempi in cui la peste sembrava dovuta alla congiunzione di Giove con Saturno. Abbiamo perfino qualche vaccino. Superfluo dire che la lotta durerà ancora a lungo, ma a farcela perdere può essere solo il non vedere la mafia dov’è, sottovalutarne il pericolo, lasciare che la papula diventi bubbone.
In tal senso occorre denunciare come pericolo pubblico chi si spende nel liquidare come inutile allarmismo il solerte intervento su un focolaio. Non sarà untore, ma al pari dei politici, delle procure, dei preti e del popolino che decenni fa in Sicilia negavano l’esistenza della mafia – de facto – lavora perché la peste diventi endemica.  «Secondo me – dice – questa storia della cupola mafiosa a Roma è una bufala… Forse tutto questo è abbastanza per una delle solite retate nel mondo del delitto, ma non è un po’ poco per definire il contenuto di un patto mafioso corruttivo nella capitale del paese?... Niente è più credibile a Roma, città estranea antropologicamente a tutti quelli che ora indagano su di essa, di una rete di piccola e media criminalità che si avvale di complicità dei bassifondi politici o di alcuni pesci piccoli che vi nuotano. Ma è allo stato delle cose totalmente incredibile la surrealtà di una cupola mafiosa, sia pure in forma originale, che si sia impossessata della città per realizzare fini di guida e orientamento politico della sua vita amministrativa nei modi e nelle forme che sono suggeriti dal linguaggio delle intercettazioni e dalla sua elaborazione nelle notizie relative all’inchiesta... Quella che vi stanno dando non è informazione su un’associazione delinquenziale ma una coglionatura ideologica per creduloni. » (Il Foglio, 4.12.1204).
È il fisiologico rosicchiar di topi dove c’è formaggio, insomma, e si tratta di topi che ruggiscono come leoni, ma topi restano, e chi gli corre appresso è un esaltato con la fissa dei safari. Er Cecato avrà un avvocato, ma pure la cecataggine ne ha uno. Sì, il morto ha un sasso in bocca, ma era un fimminaro e l’avrà fatto fuori un marito cornuto. 

martedì 2 dicembre 2014

Savastano


Nella penultima puntata di Gomorra, la serie televisiva andata in onda tra maggio e giugno su Sky Atlantic, don Pietro Savastano, al 41 bis da anni, è ridotto ad una larva umana: un volto totalmente inespressivo, un grave stato di decadimento psicofisico, un severo deficit cognitivo con patente azzeramento delle facoltà emotive, non riconosce i familiari, non parla, cammina solo se sostenuto dalle guardie carcerarie, insomma, è solo l’ombra esangue dello spietato boss che ha costruito un immenso impero economico grazie ad ogni genere di attività criminale.
Cosa sopravvive della bestia sanguinaria in quell’omone catatonico? Nulla, si direbbe, e dunque, quando arriva la revoca del 41 bis, nell’ultima puntata, il telespettatore può ritenere ingiusto il provvedimento? Solo se gli manca la cultura dello stato di diritto, che tutti sanno cosa sia, ma non sarà superflua una ripassatina: «La superiorità giuridica dello stato di diritto consiste in questo: nel fatto di essere indipendente da chi lo combatte così nella elaborazione delle leggi come nell’esecuzione delle pene. Di conseguenza l’amministrazione della giustizia non si fa influenzare da chi rappresenta la negazione assoluta dei principi che ispirano il sistema democratico, non ne adotta i metodi e non ne assume – mai – la ferocia. Se Provenzano venisse sottratto a una carcerazione incompatibile con il suo stato di salute, ciò costituirebbe una vittoria dello stato di diritto e il vecchio boss sarebbe restituito alla sua attuale e più autentica dimensione: quella di un “simbolo del male” ormai completamente vuoto e ridotto a un consunto simulacro del passato»Così Luigi Manconi (Il Foglio, 2.12.2014), e basta mettere Savastano al posto di Provenzano per ritornare alla trama della serie televisiva: arriva la revoca del 41 bis e questo consente al clan di far evadere il boss, che in un battibaleno ripiglia il colorito dei bei tempi andati, promessa di una seconda serie, la prossima stagione.
Meno male che solo nelle fiction le perizie mediche possono essere fatte a cazzo di cane e che in Gomorra non c’è un Luigi Manconi al quale rinfacciare i morti delle prossime dodici puntate, fra i quali non è escluso possa esservi lo stesso Savastano. 

lunedì 1 dicembre 2014

[...]

Nella lettera dedicatoria «al molto illustre e valoroso signore il signor Giovanni de’ Medici» (meglio noto come Giovanni delle Bande Nere) che Matteo Bandello fa precedere alla novella Messer Cocco e Domicilla si sfotte, e di brutto, «il nostro ingegnoso messer Niccolò Macchiavelli» per aver dato prova, a sue spese, di «quanta differenza sia da chi sa, e non ha messo in opera ciò che sa, da quello che oltra il sapere ha più volte messe le mani in pasta e dedutto il pensiero e concetto de l’animo suo in opera esteriore», a illustrare che «sempre il pratico et essercitato con minor fatica opererà che non farà l’inesperto, essendo l’esperienza maestra de le cose, di modo che anco s’è veduto alcuna volta una persona senza scienza, ma lungamente essercitata in qualche mestieri, saperlo molto meglio fare che non saperà uno in quell’arte dotto ma non esperimentato»: era l’estate del 1526 e nei pressi di Milano «messer Niccolò quel dì ci tenne al sole più di due ore a bada per ordinar tre mila fanti secondo quell’ordine che aveva scritto [nel suo Libro de la arte della guerra], e mai non gli venne fatto di potergli ordinare», e «tuttavia egli ne parlava sì bene e sì chiaramente, e con le parole sue mostrava la cosa esser fuor di modo sì facile, che io che nulla ne so mi credeva di leggero, le sue ragioni e discorsi udendo, aver potuto quella fanteria ordinare», fino a quando, «veggendo che messer Niccolò non era per fornirla così tosto», «detto[gli] […] che si ritirasse e lasciasse far a voi, in un batter d’occhio con l’aita dei tamburini ordinaste a quella gente in varii modi e forme, con ammirazione grandissima di chi vi si ritrovò». Ennesima avvilente conferma – vi accennavo qualche settimana fa – della «distanza che c’è tra studio e mestiere [sicché] si vorrebbe che il primo sia indispensabile al secondo, ma di fatto non è affatto vero, anzi, […] sconcerta, può arrivare a infondere sgomento, ma è di piana evidenza che, almeno in certi campi, sia impossibile trasporre con qualche profitto le regole che fanno il metodo della più perfetta scienza» (Malvino, 16.11.2014). Di questo mio sconforto relativo al fatto che «è nella più perfetta scienza politica che la più furba arte del governo trova le ragioni di ciò che è da evitare», piuttosto che da seguire, si stupiva un lettore (Romeo Sciommeri), il quale mi faceva presente che «di solito si scommette sulla grossolanità della scienza sociale rispetto alla complessità del suo oggetto di studio»: in pratica, dovremmo concludere che sia impossibile una qualsivoglia scienza sociale, con ciò dando per scontato che le scienze sociali siano inassimilabili alle scienze naturali. Per sostanziale differenza dell’oggetto o per inapplicabilità dello stesso metodo? Torno un attimo al post cui ho fatto cenno prima, al punto in cui liquido la questione – in verità, con una soluzione di comodo – scrivendo che «è nella più perfetta scienza politica che la più furba arte del governo trova le ragioni di ciò che è da evitare, perché il miglior daffare raramente è un ottimo affare». Possiamo farcelo bastare per concludere che quanto la scienza dà come ottimo non è mai tale rispetto a ciò che l’arte giudica migliore? E in cosa, allora, l’arte del governare risulta sempre vittoriosa sulla scienza politica? In altri termini – per riprendere quelli che usavo qualche settimana fa – se «non si è mai visto un grande economista diventare miliardario grazie a tutta la sua scienza», bisogna dedurre che non c’è alcuna relazione tra l’arte di far soldi e le teorie economiche? Ancora: com’è possibile che il consenso si guadagni così spesso contro ogni ragione? Lo scienziato della politica risponde che il rapporto tra teoria e fatti diventa tanto più labile quanto più i fatti si carichino di intenzionalità, per l’essere azioni di cui sono titolari individui o gruppi, e che è proprio questo fattore a determinare quel contesto policondizionale in cui viene a perdersi la prevedibilità che è propria del sistema entro il quale i fatti provano la correttezza di una teoria; in più, ci dice che, per la loro natura, essi sono ambigui, dunque difficilmente comprensibili, sia quando siano causa di ciò che si è chiamati a prevedere, sia quando siano effetto che sembra smentire la previsione. Resta la questione che avevamo lasciato aperta nei pressi di Milano nell’estate del 1526: Giovanni delle Bande Nere la chiude sistemando le truppe dove Dio comanda e invitando Machiavelli a pranzo, dove lo prega «che con una de le sue piacevoli novelle ci volesse ricreare».