mercoledì 10 febbraio 2016

Giacché Giulio Mozzi solleva obiezione al riguardo

Una dozzina di giorni fa, su queste pagine, ho scritto che trovavo «una sintetica ma esaustiva sinossi della dottrina morale della Chiesa su quanto attiene a sesso, procreazione, matrimonio e famiglia» nel «combinato disposto» di una frase di don Luigi Giussani contenuta ne Il movimento di Comunione e liberazione (Jaka Book, 1987) e di un passaggio tratto dallintervento di Massimo Gandolfini al Family Day dello scorso 30 gennaio. Giacché Giulio Mozzi solleva obiezione al riguardo, trovando che «Giussani e Gandolfini espongano una dottrina piuttosto diversa da quella che si ritrova nel Catechismo», ritengo che per respingerla argomentando nel dettaglio non sia superfluo riproporre i due brani: «La realtà del rapporto uomo-donna trova compimento nell’esperienza coniugale e ha sostanziale funzione di arricchire di figli la Chiesa» (Giussani); «Il sesso non è il piacere sessuale. Il sesso è la procreazione, è la trasmissione della vita. Il sesso ci fa partecipi dellopera creatrice di Dio» (Gandolfini).
In via preliminare, vorrei far presente che in entrambi i casi non ci troviamo dinanzi a parole in libertà, ma a frasi che anche nella forma riproducono fedelmente degli importanti assunti dottrinari.
Nel caso di Giussani, riguardo al compimento che il rapporto uomo-donna potrebbe trovare solo dellesperienza coniugale, c’è esplicito riferimento a una dozzina di paragrafi del Catechismo (1612-1617; 1652; 2360-2363; 2390), con tutto quanto ne consegue per definire vero matrimonio solo quello che è sacramento, e cioè celebrato con rito religioso; in quanto alla sua «sostanziale funzione di arricchire di figli la Chiesa», siamo a un modo un po spiccio di sintetizzare il paragrafo n. 5 della Familiaris consortio («Nel matrimonio e nella famiglia si costituisce un complesso di relazioni interpersonali – nuzialità, paternità-maternità, filiazione, fraternità – mediante le quali ogni persona umana è introdotta nella famiglia umana e nella famiglia di Dio, che è la Chiesa. Il matrimonio e la famiglia cristiani edificano la Chiesa: nella famiglia, infatti, la persona umana non solo viene generata e progressivamente introdotta, mediante leducazione, nella comunità umana, ma mediante la rigenerazione del battesimo e leducazione alla fede, essa viene introdotta anche nella famiglia di Dio, che è la Chiesa»).
Nel caso di Gandolfini, invece, troviamo organicamente strutturati: «Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione» (Catechismo, 2351); «Gli sposi partecipano della potenza creatrice e della paternità di Dio» (Catechismo, 2367).
Cosa resta fuori, di grazia, della dottrina morale della Chiesa su quanto attiene a sesso, procreazione, matrimonio e famiglia? Il sesso deve essere in funzione alla riproduzione, sennò è lussuria, e cioè peccato mortale. La riproduzione è un dovere degli sposi, perché così Dio vuole. Il matrimonio è veramente tale solo se si incardina nella vita della Chiesa come sacramento. La famiglia è veramente tale solo se è esercizio di Chiesa domestica, cinghia di trasmissione della fede di generazione in generazione.
Ho detto che è sinossi sintetica, ma non è esaustiva? Mi pare manchi solo qualche dettagliuzzo tutto sommato irrilevante, chessò, lobbligo di battezzare la prole, mandarla ai corsi parrocchiali per la prima comunione e la cresima, e la raccomandazione di non far troppo casino se poi il prete ne abusa sessualmente.
Nel rilievo che Giulio Mozzi mi muove, però, cè un ben preciso rimando a qualcosa che dovrebbe (non potrebbe non) costringermi a rivedere il mio giudizio: «A me pare che Giussani e Gandolfini espongano una dottrina piuttosto diversa da quella che si ritrova nel Catechismo attuale (e sottolineo attuale). Anche ciò che si legge al punto 1652, e che con un po di sforzo si potrebbe far echeggiare, mi pare che in realtà dica tuttaltro)». E che cè scritto? Leggiamo, va.
«Per sua indole naturale, listituto stesso del matrimonio e lamore coniugale sono ordinati alla procreazione e alleducazione della prole e in queste trovano il loro coronamento». Io ci leggo un po dincongruo tra «indole naturale» e «istituto», ma non voglio fare troppo il pignolo, via: può darsi che con «istituto» non si voglia intendere un costrutto che ritaglia un profilo comportamentale nella «natura» per inverarlo nella storia, perciò togliendogli «naturalezza»: chiudo un occhio e faccio finta di aver letto «sacramento». Poi?
«I figli sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori. Lo stesso Dio che disse: Non è bene che luomo sia solo (Gn 2, 18) e che creò allinizio luomo maschio e femmina (Mt 19, 4), volendo comunicare alluomo una certa speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse luomo e la donna, dicendo loro: Crescete e moltiplicatevi (Gn 1, 28). Di conseguenza la vera pratica dellamore coniugale e tutta la struttura della vita familiare che ne nasce, senza posporre gli altri fini del matrimonio, a questo tendono che i coniugi, con fortezza danimo, siano disposti a cooperare con lamore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia». Una efficace indoratura della pillola, senza dubbio, ma in cosa sarebbero smentiti Giussani e Gandolfini?

martedì 9 febbraio 2016

Che diciamo?


«Che diciamo?», chiede Il Foglio. Diciamo, con Massimo Gandolfini, che «il sesso non è il piacere sessuale, ma la procreazione»: lo pensano i cattolici, perché non lasciarlo pensare pure ai musulmani? Certo, linfibulazione è soluzione barbara, ma sarà che la repressione basata sull’instillazione del senso di colpa non convince lislam. Come dargli torto? A lasciare il clitoride dovè, limitandosi a spalancare le porte dellinferno a chi gode per godere, sè visto a cosa sè ridotto loccidente giudaico-cristiano, o no? Si prenda «il declino demografico italiano [che sullo stesso numero de Il Foglio (pagg. II e III) è] spiegato in 12 slide»: avessimo adottato linfibulazione per tempo, le curve di quei grafici avrebbero tutt’altro andamento. Il Foglio mangia Machiavelli a colazione, a pranzo e a cena, e poi dobbiamo spiegargli noi come dev’essere trattato il vulgo perché obbedisca ai voleri del Principe? «Che diciamo?». Diciamo che la violenza fisica dà risultati più affidabili di quanto ne dia quella psicologica, e che lamputazione è sempre più sicura dellinibizione. Diciamo, soprattutto, che non si può vantare alcun primato antropologico su chi pratica linfibulazione, avendo in eguale considerazione il piacere sessuale.

lunedì 8 febbraio 2016

[...]

Libertà di coscienza solo sulla stepchild adoption, precisa Beppe Grillo, continuando a dichiarare il falso riguardo al fatto che nella consultazione online del 24 ottobre 2014 non si facesse cenno ad essa, per giunta ricorrendo ad arzigogoli speciosi e truffaldini nel tentativo di difendersi dalle critiche di chi gliel’ha rinfacciato. Resta da capire, tuttavia, perché a un parlamentare del M5S possa essere concessa libertà di coscienza sull’art. 5 del ddl Cirinnà, ma non sul resto: chi stabilisce che sia legittimo negarla sull’art. 1? Il riconoscimento delle unioni civili non era nel programma col quale il M5S si è presentato alle Politiche del 2013, dunque era possibile candidarsi nelle sue liste senza che alcun impegno, neppure implicito, fosse sottoscritto in loro favore: chi in coscienza allora le sentisse inammissibili poteva candidarsi in piena tranquillità. Se bastava una consultazione online a poter pretendere che, una volta eletto, si mettesse la coscienza sotto i piedi, cosa impedisce che un’altra ne venga indetta perché sotto i piedi se la metta pure chi sente inammissibile la stepchild adoption? Più in generale, chi decide nel M5S fino a che punto è lecito coartare la coscienza? 

Prometeo sappia

La riflessione di Marco Fulvio Barozzi (Popinga) merita di essere qui riportata integralmente: «Se ancor oggi sono moltissimi coloro che credono agli oroscopi o alla guarigione per intervento soprannaturale, se l’esposizione del cadavere mummificato di un “santo” attira folle adoranti, se le diffidenze fideistiche contro i vaccini stanno aumentando pericolosamente l’incidenza di morbi infettivi ritenuti ormai sconfitti, il compito dell’educazione e divulgazione scientifica è ancora assai difficile e, per certi versi, può apparire senza speranza: nuove false credenze si affiancano a quelle antiche o ne prendono il posto, quasi a significare un bisogno innato di spiegazioni semplici e mitiche, perché il metodo scientifico richiede impegno e ragionamento, e l’uomo comune preferisce la meraviglia del mistero a quella della scoperta. L’impero dell’audience e della tiratura queste cose le sa bene, e affianca alla ricerca del profitto un livellamento verso il basso della sua offerta, che si fa sensazionalistica e superficiale, quando non deliberatamente menzognera. Le scoperte della scienza e le realizzazioni della tecnica hanno cambiato e cambiano sempre di più la vita dell’uomo, ma c’è bisogno che al fatto dell’innovazione si affianchi la spiegazione del come e del perché, altrimenti anch’essa diventa oggetto di quella manipolazione mitologica su cui campano ciarlatani, professionisti della fuffa e della religione, Dulcamara delle staminali e profeti di una nuova era che assomiglia tanto a un Medioevo culturale. Il problema dell’educazione scientifica è principalmente questo: richiede un minimo di ragionamento, di basi culturali fondamentali, di capacità di distinguere cause ed effetti. Insomma richiede fatica. Possiamo cercare di ridurre questa fatica, ma non possiamo eliminarla. Possiamo schierare tutte le nostre armi pedagogiche e tutti gli effetti speciali della multimedialità, ma dobbiamo essere consci che, per la maggior parte delle persone, la fatica è oramai un disvalore» (*).
Sottoscrivo, ma tutto questo non vale solo per il sapere scientifico: storia, letteratura, musica, arti figurative seguono la stessa sorte. Occorre prendere atto che divulgare è dare perle ai porci, e in fondo lo è sempre stato. Non dico sia inutile, dico che è da folli attendersi risultati pari allo sforzo. Insomma, Prometeo sappia che ha da rimetterci il fegato. 

sabato 6 febbraio 2016

Date tempo al tempo

Martedì 28 ottobre 2014, dalle 10.00 alle 19.00, si tenne la consultazione online degli iscritti al M5S sulla mozione a firma del senatore Alberto Airola avente a oggetto il riconoscimento delle unioni civili, che proprio in quelle settimane si apprestava allavvio delliter parlamentare.
Falso, come oggi afferma Beppe Grillo, che allora la stepchild adoption non fosse in questione: «Se credete che sia sacrosanto concedere dei diritti alle coppie di fatto – recitava il testo della mozione – votate sì. Se credete che dovremmo avere il matrimonio egualitario vi consiglio di votare sì lo stesso, perché questo sarà il primo passo per riconoscere comunque dei diritti alle coppie etero e gay», e qui si precisava: «Tenete presente che il testo sulle unioni garantisce molto le coppie al pari del matrimonio, salvo adozioni ex novo per le coppie omosessuali». Anche riguardo alla stepchild adoption, dunque, si chiedeva un parere su quanto poi avrebbe coerentemente preso forma nel ddl Cirinnà.
Il risultato della votazione fu favorevole nella misura dell84,5% al riconoscimento della unioni civili, comprese quelle tra persone dello stesso sesso, e alla possibilità che una delle due potesse adottare un figlio dellaltra: superfluo dire che questo impegnava tutti i parlamentari del M5S, in forza del vincolo di mandato, caposaldo statutario del movimento, sullesito della consultazione, che sarebbe stata del tutto inutile laddove si fosse ritenuto legittimo che ciascuno esprimesse il proprio voto in piena libertà di coscienza.
Inammissibile meno di un anno e mezzo fa, oggi la libertà di coscienza è benevolmente concessa ai parlamentari del M5S da un Beppe Grillo che evidentemente ne dispone a piacimento, a dispetto della smania di disimpegno dichiarata in dozzine di interviste.
Neanche all’ultimo dei fessi è consentito stupirsi di questo dietrofront: quando perde la sua forza propulsiva, la paranoia avvizzisce in tatticismo. Date tempo al tempo, non dovrebbe mancare ancora troppo: non riuscirete più a distinguere Di Maio da Capezzone. 

[...]

Cè un bel po’ di gente che ha interesse a incrinare i rapporti tra Roma e Il Cairo dopo che la scoperta del più grande giacimento di gas nel Mediterraneo da parte dellEni ha dato avvio a un considerevole rafforzamento degli accordi di partnership economica tra Italia e Egitto. Sulla morte di Giulio Regeni potrebbe essere estremamente difficile arrivare alla verità. 

venerdì 5 febbraio 2016

Non si può escludere che

Il professor Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria, corre subito a precisare di essere stato frainteso. Aveva detto: «Non si può escludere che convivere con due genitori dello stesso sesso non abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva». Ora spiega che questo «non significa affermare che due soggetti omosessuali non possano garantire a un bambino affettività e standard educativi in linea con uno sviluppo normale». A rigor di logica si dovrebbe ritenere superflua questa precisazione, già tutta implicita nella formula scelta per la sua sortita: «non si può escludere che non», infatti, è cosa ben diversa da «è certo che», «è altamente probabile che», «cè il ragionevole sospetto che», ecc.
Se non è chiaro, mi si consenta un esempio. Mettiamo caso dicessi (ipotesi del terzo tipo): «Non si può escludere che la formula “non si può escludere che” sia stata la scelta un po’ furbetta, ma intellettualmente assai disonesta, per offrire a quanti sono contrari alla stepchild adoption un argomento che sembrasse vestire i panni d’una qualche autorevolezza, ma in modo che questa non potesse essere messa in discussione nel merito, come d’altronde sarebbe possibile, e in forza di opinioni assai più autorevoli, peraltro assai meglio argomentate». Ho detto che l’uso di quella formula è stato un volgare trucchetto per attribuire valore scientifico a un becero pregiudizio senza poi dover essere chiamato a risponderne sul piano scientifico? Manco per niente. Anzi, formalmente nemmeno l’ho insinuato. Di più: avendo usato anch’io la stessa formula, neanche potrei essere accusato di averne avuto l’intenzione.
Ma alla precisazione il professor Giovanni Corsello ha voluto aggiungere – bontà sua – le ragioni che l’hanno portato a sortire in questione: «Ciò che è rischioso – ha detto – è un dibattito teso a promuovere situazioni simili come assolutamente fisiologiche. Si voleva semplicemente sottolineare che su questioni di tale complessità, che implicano valutazioni fortemente individualizzate, sarebbe meglio evitare scelte determinate da norme di legge vincolanti, procedendo con equilibrio e competenza sulla base delle peculiarità di ogni situazione per garantire al meglio la tutela dellinteresse del bambino».
Se le parole non sono vento per dar aria alla bocca, il professor Giovanni Corsello ha ritenuto necessario intervenire per segnalare il rischio che «situazioni simili» passino per «assolutamente fisiologiche» in forza di «norme di legge vincolanti». È evidente che egli ritenga non lo siano sempre, e su questo come è possibile dargli torto? D’altronde questo è assicurato a un bambino allevato da una coppia eterogenitoriale, e per la sola ragione del fatto che si tratti di una coppia eterogenitoriale? No di certo, né che si tratti in entrambi i casi di genitori biologici, né se il genitore biologico è uno solo dei due, né se entrambi sono genitori adottivi. Allo stato, e in tutti e tre i casi, si dà per scontato che sussistano le condizioni «assolutamente fisiologiche», salvo il doverle escluderle, con quanto ne consegue per laffido del bambino a unaltra coppia. Ma perché con coppie di persone dello stesso sesso dovremmo adottare misure inverse? Cosa solleva la coppia eterogenitoriale dallonere della prova che invece dovrebbe essere imposta, caso per caso, alla coppia omogenitoriale? In altri termini, quale sarebbe il fattore che assicura una maggiore probabilità di condizioni «fisiologiche» nella prima rispetto alla seconda? È una supposta patologia della condizione omosessuale a sostenere questa inferenza?
Si tratta di domande alle quali chiunque può rispondere attingendo al bagaglio dei propri pregiudizi per potersi trovare concordi allimpostazione data dal professor Giovanni Corsello, sta di fatto che il professor Giovanni Corsello interviene del dibattito come pediatra, anzi, come presidente della Società Italiana di Pediatria, unendo così allautorità delluomo di scienze il prestigio di una carica significativamente rappresentativa. Può, dunque, intervenire, ma rispondendo del peso che le sue affermazioni pretendono di avere. Il problema è che da uomo di scienze non ha nulla al quale appendere le proprie affermazioni: gli studi scientifici sullo sviluppo psichico e relazionale dei bambini allevati da coppie omogenitoriali non rivelano alcuna significativa differenza rispetto a quello dei bambini allevati da coppie eterogenitoriali. Non meno grave che se avesse detto: «Non si può escludere che i vaccini provochino lautismo», cosa che gli sarebbe costata cara. Non si può escludere, invece, che la sua uscita sullomogenitorialità gli tornerà assai utile. Né si può escludere che quello fosse il calcolo. 

martedì 2 febbraio 2016

[...]

Sul fronte opposto a chi invano chiede unamnistia, Marco Travaglio, che invano teme ne venga prima o poi concessa una, commette lo stesso errore: sostiene che il Messaggio alle Camere di Giorgio Napolitano avesse come fine quello di sollecitare il Parlamento proprio in quel senso. Entrambi i fronti, per opposte ragioni, entrambe facilmente intuibili, sembrano voler ignorare che in quel testo il ricorso a provvedimenti di clemenza era indicato solo come uno dei possibili rimedi al sovraffollamento carcerario, per giunta messo in fondo allelenco, dopo «l’introduzione di meccanismi di probation», «la previsione di pene limitative della libertà personale ma non carcerarie», «la riduzione dell’area applicativa della custodia cautelare in carcere», «lo sforzo diretto a far sì che i detenuti stranieri possano espiare la pena inflitta in Italia nei loro Paesi di origine», «l’attenuazione degli effetti della recidiva», «unincisiva depenalizzazione», «un nuovo impulso al Piano Carceri». In quanto ai provvedimenti di clemenza, ne era rimarcato il carattere di «straordinarietà», con la raccomandazione di accompagnarli a «vere e proprie riforme strutturali», senzsottovalutare «il pericolo di una rilevante percentuale di ricaduta nel delitto da parte di condannati scarcerati». Ad una lettura non di comodo del suo Messaggio alle Camere ce nè ancora per dire che Giorgio Napolitano chiedeva al Parlamento unamnistia, e solo quella?

Ernesto Galli della Loggia si chiede

Ernesto Galli della Loggia si chiede perché solo oggi gli omosessuali rivendicano il diritto di sposarsi e di allevare dei figli: «Come mai la rivendicazione di un tale diritto in precedenza non era mai venuta in mente a nessuno? Gli omosessuali non sentivano, forse, ieri il bisogno di sposarsi e di avere figli?»; giacché gli sembra che tale diritto sia rivendicato in nome dei principi che informano la democrazia liberale, chiede: «La democrazia non era abbastanza liberale? Non eravamo abbastanza democratici, o che?». Domande retoriche, ovviamente, perché ha già tutte le risposte: «Lascesa del matrimonio gay nel cielo dei diritti non deriva da alcun principio inerente alla democrazia liberale. È solo il frutto della specifica evoluzione storica della nostra società, della sua progressiva secolarizzazione individualistica, e della conseguente volontà delle maggioranze parlamentari che in essa si formano». Solo a questo punto – e siamo ormai a metà del suo editoriale – comprendiamo dove vuole andare a parare: intende sostenere che i veri diritti umani precedono luomo, sono inscritti nella sua natura ab initio, e che levoluzione storica si limita a scoprirli, riconoscendoli in quanto tali quando sono tali, ma pure quando non lo sono. Potremmo anche concederglielo, ma poi a chi spetta dire lultima parola sulla genuinità di un diritto di cui ieri nessuno avvertiva la necessità e di cui oggi si chiede il riconoscimento?
Siamo in Alabama, nei primi anni Sessanta, e cè chi chiede la legalizzazione dei matrimoni misti: chi decide se si tratta di un diritto o di un capriccio? Chi decide se la società abbia o non abbia a trarre danno dal riconoscere a una donna bianca il diritto di sposare un uomo di colore? E a entrambi sarà giusto concedere il diritto di mettere al mondo dei figli che poi dovranno sopportare il peso di essere dei mulatti? Lattenzione non dovrebbe essere spostata sui diritti del bambino? Siamo sicuri che autorizzare i matrimoni misti non causi sofferenza a un povero bambino che si sentirà diverso sia dai bambini bianchi sia dai bambini neri? Possiamo, in nome dellamore, dar vita a famiglie tanto bizzarre? Che fare? Lasciar decidere al Congresso? Sottoporre il dilemma alla Supreme Court? Sì, vabbè, sti cazzi: «Basta la volontà di una maggioranza, di una qualunque maggioranza parlamentare, per autorizzare una pratica sociale, per stabilire qualunque diritto, anche negli ambiti più cruciali riguardo il profilo storico-antropologico di una collettività?». Poi, «nella storia di tutte le Corti non si contano i casi in cui il riconoscimento di un diritto a lungo rifiutato è stato poi ammesso», insomma, chi potrà mai assicurarci che poi non finiscano per consentire la celebrazione di matrimoni misti solo in base ad uninterpretazione eccessivamente estensiva della «pari dignità sociale»?
Cazzarola, il rischio è grosso. Lasciamo tutto comè, via, aspettiamo che tra una sessantina danni Ernesto Galli della Loggia ci dica dalle pagine del Corriere della Sera se quello che sè scovato in Alabama è un vero diritto o un frivolo capriccio. Ché poi si sa come si inizia e non si sa come va a finire: oggi permetti a un nero di sposare una bianca e domani lo slippery slope te ne fa rotolare uno fino alla Casa Bianca. 

lunedì 1 febbraio 2016

Segnalibro


Non ci si può aspettare una risposta accettabile


Qualche settimana fa ho riportato su queste pagine una frase tratta dalle conversazioni di don Luigi Giussani con Robi Ronza raccolte da Jaka Book in un volume dato alle stampe nel 1987: «La realtà del rapporto uomo-donna – diceva il pretino – trova compimento nellesperienza coniugale e ha sostanziale funzione di arricchire di figli la Chiesa». Se a darci il raccapriccio, qui, è il fine ascritto alla procreazione, perché giocoforza evoca lo sprone a figliare per far più forte la Patria, che è tratto comune di ogni regime totalitario, a darcelo riguardo al modo in cui andrebbe correttamente inteso il mezzo è il passaggio tratto dallintervento tenuto da Massimo Gandolfini alla kermesse del Circo Massimo qui sopra riportato, che il tono categoricamente assertivo non basta a rendere meno grottesco di un «non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio».
Dinanzi alle affermazioni di Giussani e di Gandolfini, che in combinato disposto ci danno una sintetica ma esaustiva sinossi della dottrina morale della Chiesa su quanto attiene a sesso, procreazione, matrimonio e famiglia, mettere al mondo un figlio per mero capriccio acquista unenorme dignità, ancor più se a fronte di ostacoli che richiedano limpiego di pratiche contro natura, mentre il coito ad esclusivo fine edonistico, ludico o ricreativo libera il sesso dallavvilente giogo che lo riduce a una pratica del tutto impersonale, da officiare come una liturgia.
Questo, ovviamente, laddove si voglia rigettare la dimensione creaturale dalla quale a un maschio e a una femmina non resti altro che elevare lode al Dio di Giussani e di Gandolfini. E se appunto è questa la scelta di un cittadino italiano? Resta ancora nella libertà di un individuo rigettare il magistero della Chiesa o è d’obbligo recepirlo? Se è il nucleo dottrinario che sta nelle affermazioni di Giussani e di Gandolfini a dare fondamento al modello antropologico cristiano, perché le leggi di uno stato non confessionale dovrebbero recepirlo disconoscendo il valore di famiglia, con tutto quanto ne consegue, alle unioni che esprimono un modello alternativo? Non ci si può aspettare una risposta accettabile: come sempre quando si viene alla resa dei conti coi prepotenti, la soluzione è nello scontro, costi quel che deve costare.

sabato 30 gennaio 2016

Si mandi in pagina

«Quale esiste nelle nostre società, la famiglia coniugale non è lespressione di un bisogno universale, né è inscritta nelle radici della natura umana: è una soluzione intermedia, uno dei possibili stati dequilibrio tra formule che ad essa si oppongono, e che altre società hanno effettivamente accettato».
Chi sarà mai sta bestia che osa mettere in discussione la trascendenza della famiglia tradizionale? È presto detto: si tratta di Claude Lévi-Strauss.
Se stamane avete letto Il Foglio, sono certo che vi chiederete se per caso non si tratti di un omonimo del Lévi-Strauss cui Antonio Gurrado ha attribuito la «formidabile arringa in favore della “famiglia naturale”» che ha pensato di poter cavare da La famiglia (ne Lo guardo la lontano, il Saggiatore 2010). No, si tratta dello stesso Lévi-Strauss. Un po manipolato, diciamo, ma questo non dovrebbe far troppo scandalo, in fondo stiamo parlando di un articolo pubblicato su Il Foglio, per giunta a firma di chi qualche tempo fa provò a rifilarci un «Voltaire cattolico» (Lindau, 2013), e poco mancava che «écrasez l’infâme» diventasse il motto da apporre sotto la statua della Vergine che col piede schiaccia il Serpente, tutto a partire da un «grazie a Dio, sono buon cattolico» palesemente ironico (Proscritto al Trattato sulla tolleranza).
Stavolta? Una robina senza troppe pretese: Gurrado dà valore di domanda retorica a una domanda che non l’ha per niente. «Se l’universalità della famiglia non è effetto di una legge naturale, come si spiega che la si trova dappertutto?»: isolandola da ciò che viene prima e ciò che viene dopo, nel testo, torna buona ad attribuire a Lévi-Strauss esattamente il contrario di quanto afferma; e comunque, come vedremo, per «famiglia» non si intende affatto «famiglia tradizionale» (intesa come relativa alla tradizione delloccidente cristiano).
Già lassunto di partenza tende a scoraggiare ogni tentazione a postulare un modello ideale cui la natura tenderebbe per sua intrinseca tendenza: «Sarebbe un errore addentrarci nello studio della famiglia con spirito dogmatico». E infatti: «Quando si ripercorra limmenso repertorio delle società umane su cui abbiamo informazioni, tutto quello che si può dire è che la famiglia coniugale vi è frequentissima, e che, dove essa sembra mancare, si tratta in generale di società molto evolute, e non, come ci si sarebbe potuto aspettare, delle più rudimentali e semplici. Peraltro, tipi di famiglie non coniugali esistono; e basta questo per convincerci che la famiglia coniugale non proviene da una necessità universale».
Come si può fare di Lévi-Strauss un testimonial per il Family Day? Impossibile. Impossibile da usare per spacciare la «famiglia tradizionale» come modello superiore. Impossibile da usare per sostenere la tesi che i modelli alternativi ad essa siano «contronatura». Ma impossibile da usare pure per dimostrare che il principio coniugale possa necessariamente realizzarsi tra persone di sesso diverso. Ed ecco, allora, che dopo un ampio ventaglio di modelli familiari quanto mai distanti dalla «famiglia tradizionale», si arriva a ciò che consiglia di tenere Lévi-Strauss a debita distanza dal Circo Massimo: «Per quanto strani ci appaiano, questi matrimoni tengono ancora conto della differenza dei sessi, che ai nostri occhi è la condizione essenziale (per quanto le rivendicazioni degli omosessuali comincino a contestarla) per la fondazione di una famiglia. Ma in Africa donne dalto rango avevano spesso il diritto di sposare altre donne, ingravidate da amanti autorizzati; la nobildonna diventava padre legale dei figli».
Ma Gurrado non si limita a questo: scrive che per Lévi-Strauss la famiglia è «fenomeno praticamente universale» (anche qui lasciando intendere che per «famiglia» sia da intendersi «famiglia tradizionale») per sostenere che debba necessariamente ritenersi fondata «sull’unione più o meno duratura, ma socialmente approvata, di due individui di sesso diverso che fondano una convivenza, procreano e allevano figli». Bene, questa definizione è solo quella che Lévi-Strauss pone in antitesi a quella di una «famiglia quale si osserva nelle società moderne» come «fenomeno relativamente recente, frutto di unevoluzione lunga e lenta», per dire che in entrambi i casi si tratta di «posizioni estreme» che «peccano per semplicismo».
Sì, vabbè, ma chi volete che vada a controllare cosa davvero abbia scritto Lévi-Strauss? Si mandi in pagina. 


[Si ringrazia Urzidil per la revisione.]

In difesa della tradizione





giovedì 28 gennaio 2016

[...]

Il trapezista, il lanciatore di coltelli, la contorsionista, ovviamente lelefante, e poi lo sputafuoco, la scimmietta che sa far di conto, l’illusionista... Numeri che da ventanni strappano lapplauso a grandi e piccini, ma è quello dei pagliacci ad essere da sempre il top del barnum fogliante.
Oggi, ad esempio, cera davvero da pisciarsi addosso allo sketch dun bagonghi seduto sulle spalle di un gigante del conservatorismo: «I fautori delle nozze gay e delle unioni civili – strillava schizzando lacrime da due tubicini collegati a una pompetta – sono animati dagli stessi principi cardine che avevano spinto all’azione più o meno sanguinaria i loro precursori – i giacobini – che al posto della bandiera arcobaleno sfoggiavano la coccarda tricolore».
Numero spassosissimo, senza dubbio, ma si poteva anche far meglio col richiamo alla comune radice di «culattone» e «sanculotto»

Un punto a favore del marmo

Sul caso delle statue impacchettate per non turbare lospite in turbante, penso sia utile segnalare il confronto avutosi ieri, a Laria che tira, tra Alessandro Giuli e Matteo Colaninno: mentre il primo definiva inescusabile la premura nei confronti della sessuofobia che è di tutti i fanatismi religiosi, e molto appropriatamente rammentava la furia iconoclasta dei primi cristiani contro i nudi dellarte pagana, sebbene ancor più appropriato sarebbe stato rammentare i braghettoni di Daniele da Volterra ai nudi del Giudizio Universale, il secondo respingeva la contestazione – anche abbastanza infastidito, occorre dire – esortando a porre lattenzione sul fatto che fosse in gioco una partita da 17 miliardi di dollari, e che dunque nessuna premura fosse da ritenere eccessiva, con ciò lasciando nel retrogusto della sua affermazione un che di tremontiano, qualcosa del tipo «fossero saltati gli accordi, ce mangiavamo du’ zinne de marmo?».
Lo scambio avveniva poco prima che da Palazzo Chigi fosse licenziata la nota ufficiale che declinava ogni responsabilità dellaccaduto, scaricandola sugli addetti al Cerimoniale di Stato, che di lì a poco lavrebbero rimpallata agli uffici del Consiglio dei Ministri. Quella di Colaninno, in sostanza, sarebbe in breve diventata una cazzuta excusatio non petita in nome e per conto di un esecutivo che presto avrebbe mostrato di non avere alcuna intenzione di sottoscriverla. Riaprendo la vecchia polemica rinascimentale su quale materiale abbia il primato nel rendere al meglio una figura, un punto a favore del marmo (del Museo Capitolino) sul bronzo (della faccia di Colaninno).  

martedì 26 gennaio 2016

Fatte le debite proporzioni



Quali differenze ci siano tra l’Iran e la Città del Vaticano, lo so di mio, non c’è bisogno che me le rammentiate, fatto sta che in entrambi i casi siamo dinanzi a quella che tecnicamente è una teocrazia. Sì, la forma di governo non è affatto simile, ma è perché l’Iran è una repubblica presidenziale e la Città del Vaticano è una monarchia assoluta, ma in fondo, via, in entrambi i casi il potere politico sta in mano ad una autorità religiosa. Anche qui con qualche differenza? Senza dubbio. In Iran, infatti, almeno formalmente, il legislativo e l’esecutivo spettano ad organi eletti dal popolo, anche se poi è la Guida Suprema, oggi rappresentata dall’ayatollah Khamenei, ad avere su di essi il pieno controllo; nella Città del Vaticano, invece, fanculo all’ipocrisia, al Papa è data «potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente».
Non mi sfuggono neppure altre due o tre differenze, che pure sono di grande importanza. In primo luogo, l’Iran è una teocrazia dal 1979, anno in cui la rivoluzione islamica portò al potere incontrastato dell’autorità religiosa, allora rappresentata dall’ayatollah Khomeini, sulla vita di oltre 77.000.000 di abitanti, mentre il processo che ha portato all’unità d’Italia ha tolto allo Stato Pontificio un bel po’ di territorio, relegandone la sovranità in meno di mezzo chilometro quadrato, abitato da meno di 1.000 anime (ammesso e non concesso che ogni cittadino della Città del Vaticano ne possegga una). Del tutto comprensibile, dunque, e questo è solo un esempio, che le forze armate iraniane contino 945.000 unità, mentre il papa ha solo 110 guardie svizzere.
In secondo, in terzo e in quarto luogo, non mi sfugge neppure quanto consegue dalla disparità di quello che potremmo definire – lato sensu – il potere temporale in capo all’una e all’altra autorità religiosa, che è enorme in Iran, dove la Guida Suprema se lo tiene bello stretto, cosa di cui il Papa non si è dimostrato capace, facendo, seppure a gran fatica, di necessità virtù l’esserselo fatto strappare. Quando (e se) questo accadrà anche in Iran, probabilmente avremo una replica di quanto è accaduto in Italia, quasi certamente rispettando la sequenza: raffiche di scomuniche, non expedit, poi expedit, e via con un cordiale concordato.
In sintesi, potremmo dire che lIran è una teocrazia in ottima salute, e perciò ganza e spaccona, mentre quella del Papa è una teocrazia un po sfigata, che un tempo non era poi da meno nello sbarazzarsi di pervertiti e apostati, nemici esterni e oppositori interni, ma di quel passato conserva ormai solo una struggente e inconfessabile nostalgia, pudicamente trattenuta in un assai ben compresso «vorrei ma non posso».
È per questo che, fatte le debite proporzioni, se si bacia la mano al Papa, si può tranquillamente stringerla a Rouhani. 

Ridotta veramente male, non c’è che dire

Quando Camillo Ruini esortò i cattolici italiani a disertare la chiamata referendaria del 12 e 13 giugno 2005, il calcolo – poi rivelatosi azzeccato – era che il quorum non fosse raggiunto e che la legge n. 40 del 19 febbraio 2004 non fosse abrogata. Per quanto sottoposta a limiti così pesanti da renderla un percorso ad ostacoli, la fecondazione assistita non era tuttavia vietata da quella legge, che infatti allart. 1 recita: «Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita», venendo così a confliggere in modo irricomponibile col dettato che definisce «moralmente inaccettabile» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2377) il ricorso a qualsiasi tecnica di inseminazione artificiale. Sembrò che la Cei si spendesse in difesa di un principio, mentre in realtà lo sacrificava con grande disinvoltura, per uscire vincitrice da una prova di forza che era tutta politica. Se, infatti, «vi sono comportamenti concreti che è sempre sbagliato scegliere, perché la loro scelta comporta un disordine della volontà, cioè un male morale» (ibidem, 1761) – e in questa fattispecie cade il ricorso a pratiche procreative diverse da quelle naturali – la politica è pratica di compromesso che non di rado costringe il principio entro i limiti del possibile.
Così accade con le unioni civili: tutte le dichiarazioni che in questi giorni sono licenziate dai vari gradi della gerarchia ecclesiastica, e che per la gran parte dei commentatori sono il legittimo esercizio del magistero sulle coscienze dei fedeli, sono in grave difetto – soprattutto omissivo, ma non solo – rispetto a quanto la dottrina morale cattolica afferma come inderogabile. Nella difesa del matrimonio, ad esempio, viene costantemente trascurato il richiamo al fatto che «non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento» (Codice di Diritto Canonico, can. 1055 § 2): in sostanza, il matrimonio civile non è «offesa alla dignità del matrimonio» meno di quanto lo siano tutte le forme di «libera unione», degradate a «concubinato» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2390). Sembrano lontani i tempi in cui monsignor Pietro Fiordelli, vescovo di Prato, bollava come «pubblici concubini» Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, sposatisi in municipio con rito civile: «Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della religione – scriveva sul giornale diocesano – è motivo di immenso dolore per i sacerdoti e per i fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati assolutamente non è matrimonio, ma soltanto l’inizio di uno scandaloso concubinato». Nessun prete si azzarderebbe a ripeterlo, oggi, ma nulla sul piano dottrinario e canonico è mutato da allora: se non è sacramento, il matrimonio non è vero matrimonio.
Ma il compromesso non si limita ad evitare di porre il distinguo tra matrimonio celebrato con rito religioso e quello celebrato con rito civile: purché sia fermo il punto che nessuna forma giuridica possa (e dunque debba) essere attribuita al legame tra due persone che abbiano lo stesso sesso, le gerarchie ecclesiastiche sono già da tempo indulgenti sulle unioni di fatto tra un uomo e una donna, omettendo la condanna morale a quanti «rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica lintimità sessuale» e con ciò «distruggono l’idea stessa di famiglia» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2390), ed evitando ogni rampogna pubblica a chi abbia rapporti sessuali prematrimoniali, che restano grave offesa al VI comandamento, al pari  esattamente al pari  della masturbazione e dello stupro. Anche qui il principio è sacrificato a una partita tutta politica, che impone, se non labbandono, almeno un significativo disimpegno su una questione sempre meno difendibile, per concentrare tutte le forze su quella che sembra offrire qualche possibilità di successo. Anche qui, come nel caso della condanna del matrimonio con rito civile negli anni Cinquanta, a quei tempi celebrato in rarissimi casi, la scelta è quella di battersi contro modelli socialmente minoritari, nella convinzione che possano restar tali stigmatizzandoli come deleteri, consci del fatto che il riconoscimento pubblico e giuridico di ogni modello alternativo a quello cattolico (così daltronde era accaduto per il matrimonio con rito civile, contemplato dal Codice Civile del 1942) lo rende, prima o poi, socialmente accettato. In fondo è lammissione che la legge umana fotte sempre quella divina, e che questultima non può più contare sullautoevidenza della sua superiorità, tuttal più su qualche cattodem, su Gasparri, su Quagliariello. Ridotta veramente male, non c’è che dire.

lunedì 25 gennaio 2016

Un contributo

Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, scrive una lunga lettera al direttore del Corriere della Sera, che domenica 24 gennaio la manda in pagina titolandola Diritti tradizionali e valori fondanti.
«Dopo mesi di discussioni intorno alle unioni civili – scrive il successore di don Luigi Giussani – il disegno di legge Cirinnà approda in Parlamento, scatenando una nuova manifestazione di piazza, anzi due, una a favore e una contraria. Chi sostiene il progetto reclama il riconoscimento di nuovi diritti; chi vi si oppone lo fa per difendere diritti tradizionali».
È un incipit che fa pensare ad una riproposta degli pseudoargomenti cari a chi si oppone al disegno di legge, perché è evidente che i «diritti tradizionali» non sono affatto messi in discussione dai «nuovi diritti» (neppure il matrimonio tra due persone dello stesso sesso toglierebbe valore a quello tra maschio e femmina, non si capisce quale sia lattacco che gli sarebbe sferrato dal riconoscimento delle unioni civili), e tuttavia qualcosa lascia intuire che nelle intenzioni vi sia dellaltro, perché la posizione che chi scrive si ritaglia sembra voler essere terza rispetto a quella dei contendenti in campo, e di ciò pare esservi conferma nella preoccupazione che viene espressa nel successivo capoverso, dove lo scontro tra favorevoli e contrari al ddl Cirinnà è detto foriero di «fratture sociali e conflitti politici che sembrano insanabili».
«Sembrano insanabili», dunque non è detto lo siano davvero: vuoi vedere – ti chiedi – che questa terza posizione di Carrón ha in sé il rimedio per sanarli? Se non sei prevenuto verso Cl, non puoi far altro che continuare a leggere. E sbagli – meglio chiarirlo subito – perché Carrón non offre soluzione: si limita a dire che loggetto del contendere è un falso problema (vedremo quale sia, a suo dire, quello vero), e che dunque non ha senso stare a litigare.
Si ha la sensazione che Carrón voglia interporsi tra i due litiganti perché smettano di darsele, e invece non si tarda a scoprire che lintenzione è quella di bloccarne uno, fingendo di abbracciarlo con affettuosa premura, perché laltro possa menarlo meglio.
Ecco allora «la testimonianza, in cui mi sono imbattuto di recente, di un omosessuale, che si occupa di moda, ha un bel lavoro e una relazione con un compagno. A una coppia di amici incontrati per caso confida che non è felice e dice loro: È come se mi mancasse qualcosa, è come se vivessi la mia vita a partire da una reazione, da una difesa. Ciò mi rende inquieto. Inquieto, come tutti. Tutti tendiamo continuamente a ridurre il nostro desiderio a una immagine creata da noi, perché così pensiamo di avere la soluzione a portata di mano. Ma l’uomo reale non si accontenterà mai. Anzi, il prezzo da pagare è molto alto: soffocare dietro le sbarre della prigione che ci si è costruiti. L’insoddisfazione può essere risanata con l’approvazione di una legge? Tanti credono di sì. Questo spiega la lotta accanita per approvarla. D’altra parte, chi ritiene che questo mini le basi della società si oppone spesso con lo stesso accanimento, senza riuscire a sfidare minimamente, anzi, alimentando, la posizione che combatte».
In soldoni, Carrón cerca di scoraggiare chi si batte in favore del ddl Cirinnà cercando di fargli capire che quandanche ottenesse di vedersi riconosciuta dallo Stato l’unione col proprio compagno – ma che dico, ammesso pure gli si consentisse di sposarlo – non avrebbe certo trovato la serenità, come d’altronde non è detto che un eterosessuale riesca necessariamente a trovarla nel matrimonio.
È chiaro che la ricerca della serenità sia un lavoraccio che spetti a ciascun essere umano, omosessuale o eterosessuale che sia, ma non dovrebbe essere altrettanto chiaro che a entrambi debbano essere date le stesse possibilità? Quando entrambi ritengono di poterla trovare nel riconoscimento da parte dello Stato dell’unione con chi amano, negarla a uno e concederla all’altro non pone qualche problemino?
Chissà quanto intenzionalmente, a Carrón sfugge il problemino: «Solo Cristo, come avvenimento presente nella vita delle persone, è in grado di liberare l’uomo dalla sua riduzione e di fargli desiderare e sperimentare quella pienezza per cui è fatto. Sarebbe bello vivere il lavoro e i rapporti come li vivete tu e tua moglie. Senza una simile esperienza di liberazione, qualunque risposta cosiddetta concreta sarà sempre insufficiente. Ciascuno di noi ne ha prova diretta nella sua vita».
Bene, ma questo basta a liquidare come superflua la richiesta di parità di trattamento da parte dello Stato? In sostanza, sì, o almeno così parrebbe, perché quale sarebbe il «contributo che ciascuno di noi cristiani è chiamato ad offrire al dibattito in corso»?
Prima di copiarlo dal Corriere della Sera per incollarlo qui, via, cercate di indovinare quale possa essere, sto contributo. Non riuscite a immaginarlo? Eccolo: «Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’Ecce homo di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva».
Come so brutti sti lupi che ululano nelle piazze per il riconoscimento di un diritto che, quandanche fosse riconosciuto, sarebbe sempre insufficiente a dar loro l’agognata pienezza. Orsù, prendessero esempio dal Gesù flagellato e coronato di spine, che non recrimina.

domenica 24 gennaio 2016

Niente di nuovo

Quanto le cronache ci hanno fin qui rivelato degli ingegni e dei maneggi di Tiziano Renzi e di Pier Luigi Boschi basta e avanza, ben oltre ogni ulteriore ed eventuale istruttoria, per ridarceli come esemplari carotaggi di quella provincia italiana che da sempre vanta come sua massima virtù, non di rado con compiaciuta fierezza, quel familismo di stampo clanico che va dallarrangiarsi al fottere alla grande, nellinstancabile tessitura di reciproci favori in microsistemi di potere che spesso non esorbitano dalla cinta di un paesello di poche migliaia danime, ma che quasi sempre sono prima o poi costretti a tentare di allargare gli ambiti in cui sono gemmati come forme degradate della gens, della casata, della consorteria corporativa, per arrivare ad assumere quelle del consorzio, del cartello, della loggia, della cosca, più spesso per resistere agli attacchi della concorrenza, con ciò trovandone ragione nellistinto di sopravvivenza, che per smaniosa insaziabilità.
Nellincoazione il fine sta tutto nell’agiatezza economica e nella rispettabilità sociale, nell’assumere un ruolo di rilievo nella comunità locale, nel coltivare le amicizie giuste, nell’appuntarsi al petto un titolo, nel saper essere alla bisogna cliens o patronus, con capillare conoscenza del territorio, accorta scelta delle frequentazioni, accorta costruzione del profilo pubblico, costante presenza nei momenti che rinsaldano i vincoli sociali attorno a valori ampiamente condivisi, meglio se incarnati con la disinvoltura che promuove il cognome a quell’antonomasia che va a incastonarsi a meraviglia nell’aneddotica da tavolata.
Al maneggione di provincia non basterebbe altro, ma con quanto ha messo in gioco di energie, con quanto ne ha lucrato in quella particolare forma esperienza che sta nel sapere come gira il mondo, è inevitabile che in seconda o al massimo in terza generazione gli scappi la mutazione sul cromosoma giusto e metta al mondo un figlio che trasfiguri l’arte di aprire e chiudere scatole cinesi nei giochi di prestigio di una manovra di stabilità o la concessione del mutuo in cambio di un trattamento di favore su una compravendita nella sapiente gestione di una maggioranza parlamentare.
Fanfani, La Pira, Gelli... Quante cazzate. Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non hanno avuto altri maestri che i loro babbi, che per tempo li hanno costruiti nel modo che poi, per botta di culo, si sarebbe rivelato utile. Quando babbo si becca sette condanne tra cause civili e del lavoro per contributi non pagati, licenziamenti illegittimi, lavoro irregolare e roba simile, non hai bisogno di ispirarti alla Thatcher per il tuo modello di flessibilità. Né hai l’angoscia della copertura finanziaria per il cadeaux elettorale, quando è babbo che ti ha fatto andare alla Ruota della Fortuna ed è a babbo che hai consegnato i soldi della vincita per diventare socio dell’azienda di famiglia: è così che il denaro nasce dal niente.
Quando babbo fa slalom alla grande tra una turbativa dasta e un riciclaggio, a che ti serve la lezione del trasformismo dell’età giolittiana per trattare con Verdini e farti dare i voti che ti mancano in Parlamento? Basta un leggero fondotinta che a tutti sembrerà acqua e sapone, e via. Dai, ridillo: «Mio padre è una persona perbene», puoi metterci tutta linnocenza di una Vergine da presepio vivente, tanto a certificarlo cè tanto darchiviazione del consulente del governo di cui sei membro.
No, niente di nuovo in questi fenomeni spacciati per prototipi di una nuova razza: sono i figli di una provincia che continua a produrre mascalzoni indorati di decoro, furbastri che spacciano lo scilinguagnolo per dialettica, parvenu che spendono la loro vita tra commercialisti e avvocati, la domenica a messa e il lunedì a spremere occasioni dalla Gazzetta Ufficiale. La reputazione d’essere dei dritti come bussola e sestante, la raccolta dei proverbi come orizzonte esistenziale, l’orologio di marca come feticcio