venerdì 22 aprile 2016

[...]


«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare»
Leonardo Sciascia, Una storia semplice (1989)

Quando si parla di analfabetismo funzionale, ci si limita a considerare l’incapacità di comprendere un testo relativamente semplice, produrne uno sufficientemente adeguato a esprimere quanto sia nelle intenzioni di chi scrive, eseguire calcoli anche estremamente facili e risolvere problemi non eccessivamente complicati – incapacità che per ciascuna delle dette operazioni è opportunamente valutabile grazie a test che ne rivelano la gravità caso per caso – come espressione di un mero deficit di nozioni, che per quanto attiene al leggere e allo scrivere sarebbero grammaticali, sintattiche e lessicali, quasi che il problema debba ritenersi relativo solo al grado di istruzione, e in sostanza all’acquisizione, al corretto uso, alla necessaria manutenzione degli utensili impiegati per comunicare, dimenticando che a informare la struttura del linguaggio sono le leggi della logica, sicché non è affatto azzardato affermare che a ogni analfabeta funzionale corrisponda un individuo che non ragiona affatto o che ragiona male.
Questo primo capoverso poteva essere spezzettato in dieci frasi per renderne più agevole la lettura? Senza dubbio, ma a che scopo? Per non pretendere dal lettore una continuità di attenzione che già a un terzo della sua lunghezza – concedo – può risultare faticosa. È così che deve aver preso piede la premura di costruire frasi brevi: dal tronco della proposizione principale vengono potate le coordinate, le subordinate e le incidentali, senza togliere efficacia comunicativa al testo, sia chiaro, ma rinunciando a dargli una forma che corrisponda allarticolazione logica che lo sostiene. In altri termini, la scelta è quella di disarticolare i processi logici, ritenendo che non sia essenziale assicurarne la continuità per dar ragione del loro sviluppo. Daltronde, se si ha contezza del fatto che di analfabetismo funzionale soffre oltre l’80% degli italiani (nella sua forma più grave la percentuale è del 47%), non cè altra scelta: occorre rinunciare a produrre testi che impongano al lettore la fatica di ragionare. Non mi si fraintenda: con una scrittura semplice, non faticosa, si possono adeguatamente esprimere concetti anche assai complessi, senza che limpianto argomentativo venga a perdere solidità, né che venga meno la possibilità di saggiarla. Di fatto, tuttavia, il saggiarla implica dover ricostruire il processo attraverso il quale limpianto argomentativo è venuto a strutturarsi. Poco male, si dirà, in fondo nulla andrà perso. Certo, ma solo per chi sarà in grado di riattaccare i rami al tronco: lanalfabeta funzionale non ne sarà capace, anzi, neppure ne comprenderà il senso. Si saranno così create le premesse perché a persuaderlo possa bastare ciò che pensa di aver capito, laddove il testo gliene offra occasione, poco importa quanto reale. La breccia sarà fatta per lasciare passare non solo paralogismi e tautologie, ma anche argomenti validi, se però esposti in modo didattico, il che giocoforza presuppone la disponibilità ad assegnare autorità senza poterne valutare pienamente la legittimità.
Il primato europeo di analfabetismo funzionale di cui lItalia continua ad essere lincontrastata detentrice fin dalla prima indagine effettuata sul fenomeno non è, dunque, solo un problema strettamente culturale, ma anche, e forse soprattutto, una questione antropologica, tanto più rimarcabile in quanto tale per lenorme divario che la separa dagli altri paesi: a dispetto degli autori che ci hanno scoraggiato dalla costruzione di quegli idealtipi cui si dà il nome di «carattere», quello italiano esiste, e ha una ben distinguibile cifra identitaria, che è l’incapacità di ragionare

martedì 19 aprile 2016

Bah, chissà, forse la fretta

I tecnici nominati dalla Procura di Vibo Valentia ritengono in via preliminare che gli incidenti verificatisi sul tratto della Salerno-Reggio Calabria ora sottoposto a sequestro cautelativo siano dovuti a difetti nella realizzazione delle opere di ammodernamento che di recente vi sono state apportate. Bah, vedremo come andrà a finire, può darsi che tutte quelle morti siano dovute solo al caso e che limpresa incaricata dei lavori non abbia alcuna responsabilità dellaccaduto. Certo, se ne avesse, sarebbe legittimo chiedersi cosa possa aver causato gli errori di progettazione e di messa in opera. Chissà, forse la fretta. Sappiamo, infatti, che entro il 22 dicembre la A3 deve essere completata, perché linquilino di Palazzo Chigi possa inaugurarla, come ha promesso lo scorso febbraio, quando allannuncio in conferenza stampa tutti gli hanno riso addosso, e allora – mirabile visu – sulle sue gote si è colto un lieve accenno di rossore, del tipo che si osserva in certe balaniti: quelloltraggio alla sua credibilità può averlo spinto a mettere il pepe al culo ai responsabili dei cantieri aperti sulla A3, e si sa che col pepe al culo lerrore scappa sempre. Fare per fare, e fare in fretta, di rilancio in rilancio, in perenne sfida: è la filosofia di Matteo Renzi, i morti nella galleria Tremisi-San Rocco ne sarebbero i paralipomeni.

lunedì 18 aprile 2016

Guerri su Buonaiuti


Rammentandoci che il 20 aprile ricorre il 70° anniversario della morte di Ernesto Buonaiuti, Giordano Bruno Guerri ne tratteggia la figura di intellettuale che subì feroci persecuzioni da parte del papato, chiudendo il suo articolo con l’auspicio che Bergoglio ne faccia ammenda, tanto più doverosa da parte di Bergoglio perché è proprio il suo pontificato ad aver dato segno di «voler recuperare lo spirito più profondo del messaggio di Buonaiuti», e poi perché Bergoglio è un gesuita, e proprio i gesuiti furono i suoi più accaniti detrattori (Adesso Papa Francesco perdoni l’«eretico» Buonaiuti - il Giornale, 18.4.2016).
L’auspicio sembra assai sentito, d’altronde basta aver letto la biografia di Buonaiuti che Guerri diede alle stampe tempo fa (Eretico e profeta, Mondadori 2001) per capire quanta compassione abbiano suscitato in lui i torti subìti dall’«esponente più importante del modernismo» qui in Italia. Né sembra strumentale, l’auspicio, anche se le posizioni anticlericali di chi lo formula sono note, perché, da storico che non si è mai adeguato a una conformistica lettura del fascismo, Guerri non dimentica di denunciare anche i torti che Buonaiuti subì dal regime fascista (tutte recepite, in occasione del Concordato e dei Patti Lateranensi, le richieste vessatorie avanzate dal Vaticano nei suoi confronti), né, da liberale, fa sconti ai liberali, Croce in testa, che per la sorte di Buonaiuti spesero solo indifferenza («pensando a torto che si trattasse di battaglie che non riguardavano la vita laica»).
Tutto bene, diremmo, se non fosse che in quarta di copertina, sulla prima edizione della biografia di Buonaiuti, si legge: «non potrà mai essere perdonato dalla Chiesa: o eretico o santo». Che, da un lato, rivela la piena comprensione delle ragioni che ancora oggi costringono la Chiesa a rigettare i capisaldi del modernismo (evoluzione creatrice, lettura storico-critica delle Scritture, recupero dell’ecclesiologia del primo cristianesimo, ecc.) con una fermezza di cui invece si sente in grado di poter fare a meno quando fa l’ecumenica con ortodossi, anglicani e lefebvriani, e, dall’altro, esprime in modo plastico la coincidenza di strategia e di tattica nel modo che essa adotta per riscrivere la sua storia. Proprio perciò, e in virtù del suo quasi sfacciato candore, l’auspicio appare sottilmente provocatorio. 

Come diceva il poeta

Sette italiani su dieci, ieri, hanno disertato le urne. Trattandosi di un referendum, direi che le ragioni – valide o meno, a piacere – possano ridursi alle seguenti, ma senza che ciascuna escluda necessariamente le altre:
(1) rigetto di ogni forma di voto, come espressione di sfiducia nel metodo democratico o addirittura di ripudio del principio che lo informa;
(2) rigetto del voto referendario, per generica contrarietà ad ogni forma di democrazia diretta, per specifico dissenso al senso che questa assume nello strumento del referendum, per sfiducia maturata dall’esperienza delle numerose volte in cui l’esito del voto è stato disatteso;
(3) rigetto del quesito posto in questa occasione, perché non adeguatamente compreso, perché ritenuto di peso irrilevante, perché considerato strumentale, perché non proposto da 500.000 cittadini, ma da 9 regioni;
(4) contrarietà all’evenienza che dalle urne uscisse vincitore il sì e conseguente scelta di far forte il no con l’astensione motivata dalla somma delle suddette ragioni.
È ovviamente impossibile discernere in quota percentuale quanto abbia pesato l’una o l’altra ragione nel mancato raggiungimento del quorum, ma un astensionismo ormai stabile intorno al 30-40% per ogni genere di consultazione elettorale tenutasi negli ultimi dieci anni, con un marcato incremento quando si trattava di referendum, consente di ridimensionare il peso tutto apparente che assume la pur incontestabile vittoria di chi voleva che andasse come è andata.

Relativamente più semplice è l’elenco delle ragioni che hanno portato alle urne i restanti tre italiani su dieci:
(1) c’era chi non diserta mai il voto, perché lo ritiene un dovere civico, non intende venirvi meno neppure se ha coscienza che ormai conta sempre meno, e va a votare sempre, anche se non ha le idee ben chiare, dove probabilmente lascia la scheda in bianco;
(2) poi c’era chi, a torto o a ragione, pensava di aver chiara la questione che era in gioco, e su quella intendeva esprimere la propria idea, ritenendo indispensabile darle un peso col voto, sia per votare sì, nel tentativo di abrogare una norma ritenuta ingiusta, sia per votare no, perché indisposto a vederla confermata dal mancato raggiunto del quorum o disposto a vederla confermata anche in quel modo, ma personalmente indisposto a servirsene;
(3) infine c’era chi al voto riconosceva la legittimità del valore strumentale che era venuto assumendo come espressione di sfiducia al governo, poco importa se per la natura stessa del quesito o per la sfida lanciata da Matteo Renzi col suo invito all’astensione.
Anche qui è difficile separare una ragione dall’altra per assegnare a ciascuna il proprio peso percentuale, sta di fatto che l’invito di Matteo Renzi all’astensione rende in qualche modo omogeneo il 32,15% che si è recato alle urne, conferendogli un profilo politico che il 67,85% che se n’è tenuto lontano non ha. In buona sostanza, questo referendum ha creato un collante tra chi è andato a votare perché l’indifferenza è un peccato mortale, chi ci è andato pensando a cazzo di cane che il suo voto servisse a salvare l’albatros dall’atroce agonia in una pozza di catrame e chi invece l’ha fatto semplicemente perché sperava di poter vedere Matteo Renzi schiattare di rabbia: un collante che manca alle componenti dell’elettorato astensionista, sul quale oggi il buffone ha buon gioco a puntare i piedi, ma che in realtà è meno affidabile della superficie delle sabbie mobili. In più, non è da sottovalutare l’effetto frustrante di un mancato quorum in chi è andato a votare, non importa quale fosse il motivo che portasse alle urne.

In definitiva, direi che il fine immediato posto dal referendum, come ampiamente previsto, è senza dubbio fallito, ma quello che, scientemente o meno, gli era insito alla media e lunga distanza ha trovato pieno successo, come ne ha dato plastica dimostrazione la conferenza stampa tenuta da Matteo Renzi, dove la voglia di incassare il risultato è stata cautamente raffrenata da toni di ricomposizione: la vittoria non era del governo, ma dei lavoratori addetti alle trivelle; la sconfitta non era di chi era andato a votare, ma di chi ce l’aveva portato. Può darsi che questo tentativo di blandire il risentimento dei tanti che sono stati sbeffeggiati dai suoi sgherri possa avere qualche effetto, ma l’impressione è che con la vittoria ottenuta ieri, soprattutto col modo in cui se l’è procurata, Matteo Renzi abbia dato un altro colpo di vanga allo scavarsi la fossa nella quale sarà seppellito vivo. Non è dato sapere quando, e comunque non è ragionevole pensare che accadrà presto, in fondo quella italiana è plebe dai riflessi assai ottusi, quasi spenti.
«E poi perdere ogni tanto ci ha il suo miele», come diceva il poeta. Che aggiungeva: «si pianga solo un po’ perché è un peccato e si rida poi sul come andrà a finire»; «la ragione diamo e il vincere ai coglioni, oppure ai bari»; «ne abbiam visti geni e maghi uscire a frotte per scomparire»; «ghignando ce ne andremo pian pianino per sederci lungo il fiume ad aspettare»... Conviene riascoltare tutta la sua poesia.


Per oggi abbandoniamoci al lirismo, via, ché poi, quando verrà il momento di saldare i conti non ce ne sarà tempo, né motivo.

domenica 17 aprile 2016

Siamo onesti, via

Siamo onesti, via, quello che si è tenuto oggi era un referendum fallito in partenza. A gente come quella che intasa la canna fecale che da Aosta scende fino ad Enna non si pongono quesiti così astrusi, ma domande semplici e su questioni che tocchino davvero la viva realtà del suo quotidiano.  


Karma


È giovane, questo è vero, ma non si può mai dire, la morte è capricciosa, pesca a caso, e poi ultimamente non mostra unottima cera, è gonfio, chiude la frase con un lieve affanno, appena percettibile, questo sì, ma non sarei affatto sorpreso se la minima fosse sui 90/95, la creatininemia sforasse anche di poco, avesse qualche occasionale disritmia cardiaca... Poi cè che i giovani si sentono immortali, sottovalutano i sintomi, sperperano energie pensando siano inesauribili... Se poi sono drogati di vitalismo e di autostima, perennemente su di giri, convinti di avere il mondo in pugno, basta un nonnulla, chessò, un piccolo aneurisma cerebrale, e il karma non perde loccasione di dar prova di quanto sappia essere stronzo. Insomma, non cè da disperare, occorre solo esser pazienti.
«Nessuno strumentalizzi il voto», dice. Ti verrebbe da sparargli in bocca, ma perché scomodarsi? Lasciamo fare al fato, che in ogni vita è piantato come una trivella, e succhia e succhia e succhia, senza rinnovo della concessione, fino a esaurimento. 

sabato 16 aprile 2016

venerdì 15 aprile 2016

Napolitano 2005

Mai avrei immaginato che Napolitano avesse fan tanto agguerriti. Ammiratori, sì, sapevo che ne avesse, ma non immaginavo che fossero capaci di esprimere la loro ammirazione per Re Giorgio con insulti così violenti allindirizzo di chi azzardasse a sollevargli critica. La regola, qui, è di cestinare ingiurie e minacce, ma a questi corazzieri di complemento in pensione devo una risposta, e mi pare non ce ne sia una migliore che proporre un Napolitano dannata. Non così lontano nel tempo, poi: si tratta dellintervista concessa ad Alessio Falconio, per Radio Radicale, l8 giugno del 2005. Concetti chiari, e chiaramente espressi, peraltro ribaditi nel 2011, anche lì in occasione di una chiamata referendaria. Ascoltatelo, lemerito, poi andate a fare in culo assieme a lui.

[Commenti di tenore analogo a quelli riservati al post qui sotto saranno allegati a documento di querela contro ignoti.] 


Un emerito

Quando si trattò di discutere su quale valore attribuire al voto, la Costituente si spaccò in due: cera chi voleva che la Costituzione ne affermasse lobbligatorietà giuridica e chi invece riteneva fosse un pochino esagerato schiaffare in galera chi disertasse le urne. Si arrivò al compromesso e il voto fu dichiarato «dovere civico».
In quanto «dovere», era implicito dovesse stabilirsi una sanzione per chi se ne sottraeva. Avendo rinunciato a trattarla come un reato, lastensione fu punita con liscrizione in un apposito albo, che per un mese restava esposto al pubblico nella bacheca delle ordinanze comunali, e con lannotazione «non ha votato» sul certificato di buona condotta per i cinque anni successivi, a norma dellart. 115 del testo unico della legge elettorale del 30.3.1957, che definiva il voto come «obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi».
Sarà solo un caso, ma tutto questo ha termine solo quando le leggi elettorali virano al maggioritario, quasi a concedere un vero e proprio diritto di astensione dal voto proprio quando la cosiddetta governabilità comincia ad essere sentita prioritaria rispetto alla rappresentatività. Come a dire: togliamo al tuo voto il suo effettivo peso, ma in cambio ti concediamo la libertà di non votare, lasciando al biasimo la mera maniera.
La Costituzione continua a recitare che il voto è un «dovere civico», ma al rispetto del principio sembrerebbe sia tenuta solo la figura istituzionale, visto che continua ad essere vigente, per esempio, la legge 352 del 25.5.1970 (Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo) che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni «chiunque investito di un pubblico potere [...] si adopera [...] ad indurli [gli elettori] all’astensione». Vigente per modo di dire, visto che il Presidente del Consiglio continua ad invitare a disertare il referendum che si terrà dopodomani senza che una Procura della Repubblica senta il bisogno di intervenire. 
Poi cè lemerito, e a emerito non aggiungo Presidente della Repubblica perché alludo ad altro. Dalle pagine de la Repubblica, ieri, lemerito diceva che «l’astensione è un modo di esprimere la convinzione dell’inconsistenza e della pretestuosità di questa iniziativa referendaria», alla faccia dellUfficio centrale per il referendum presso la Corte suprema di cassazione che lha dichiarata legittimamente fondata. Il rispetto del principio viene così ad essere dichiarato eludibile anche da chi sia investito di un pubblico potere.
Sarà solo un caso, ma tutto questo accade col degrado della funzione rappresentativa in  una delle più plastiche rappresentazioni del cosiddetto «populismo dallalto»: il pubblico potere trae legittimità dal silenzio-assenso più che dal dichiarato consenso e l’invito all’astensione diventa il modo per poter dichiarare legittima la pretesa della delega in bianco.
Ne è ulteriore conferma la procedura che lemerito ritiene più adeguata a correggere quelli che non ha difficoltà a riconoscere come punti deboli della riforma costituzionale per la cui approvazione così comè da parte del parlamento non ha risparmiato impegno: «Bisogna soprattutto farla, una riforma come quella appena approvata, eppoi impegnarsi per la sua migliore attuazione. A questo compito dovrebbero partecipare, una volta confermata la legge con il referendum, anche i gruppi politici che oggi la osteggiano». Scriverla come viene, approvarla anche se ha dei difetti, chiedere al popolo bue di dare il non obstat, e poi procedere a migliorarla per quanto possibile coinvolgendo chi avrebbe voluto emendarla prima che fosse approvata, ovviamente se disposto al supino assumere la ratio di un tombale neoconsociativismo. Che vi dicevo? Un emerito. 

mercoledì 13 aprile 2016

[...]


Si è soliti attribuire a Chilone il precetto di non dir dei morti altro che bene, ma in realtà Diogene Laerzio gli mette in bocca semplicemente il divieto di dirne male (Vite dei filosofi, I, III, 70), che però ha antecedenti in Omero (Odissea, XXII), in Archiloco (fr. 134 West) e in Eschilo (fr. 151 Radt).
Non è del tutto irrilevante la differenza tra il τον τεθνηκοτα μη κακολογειν di Chilone e il de mortuis nihil nisi bonum che diventa quando Ambrogio Traversari lo traduce dal greco al latino (Laertii Diogenis vitae et sententiae eorum qui in philosophia probati fuerunt, 1433). Nel primo caso, se voglio dir male di un morto, il precetto non mi dà alternative: devo tacere. Nel secondo caso, è un po diverso: mi è offerto il modo di parlarne, ma solo per dirne bene, il che non mi impedisce luso di strumenti retorici che possono rivelare quel che davvero penso, almeno a chi sia in grado di cogliere cosa ci sia sotto (υπο) il mio parlare (κρινειν). In sostanza, il de mortuis nihil nisi bonum mi consente unipocrisia (υποκρισιη) che il τον τεθνηκοτα μη κακολογειν mi nega.
Probabilmente è questo che spiega perché si sente parlare tanto bene di chi si sentiva parlare tanto male in vita, appena muore. Si tratta, tuttavia, di unipocrisia che solo in pochi casi rivela linsopprimibile bisogno di ribadire, pur ricorrendo allunico espediente consentito, il giudizio negativo che si aveva del morto, quandera vivo, perché, più in generale, accade che al tacere si preferisca parlare, per coprire leco del giudizio negativo che nel silenzio sarebbe ancora ben udibile: il tanto dirne male quandera vivo è così persistente che rischia di offenderlo anche da morto, e allora occorre esagerare col dirne bene, non di rado arrivando al grottesco.
Pessimi difetti diventano, così, virtù che prima non erano neppure sospettate, e al disprezzo fa posto la lode, allinsulto lincensamento: il pazzo fottuto è diventato un appassionato visionario, il losco burattinaio ora è un leader buono e saggio, dove prima c’era l’avido affarista ecco l’idealista che ci rimetteva di tasca sua..Il moralista ne resta nauseato, lo studioso di scienze umane sa trovarlo affascinante. 

martedì 12 aprile 2016

lunedì 11 aprile 2016

Nessuno è perfetto

Bravo, sto Grossi, ma proprio bravo, bravo, bravo: «Al referendum – dice – si deve votare: la partecipazione al voto – spiega – fa parte della carta d’identità del buon cittadino». Che peccato non averlo avuto alla presidenza della Corte Costituzionale ai tempi del referendum sulla legge 40, quando il cardinal Ruini invitava allastensione. E vabbè che una parolina avrebbe potuto spenderla anche allora, ché già ci aveva un curriculum prestigiosissimo, ma non risulta. Chissà ’ndov’era, magari era docente all’estero...
Andiamo a controllare, va’, può darsi che su Wikipedia... Ah, ecco, nel 2004 era giudice di un tribunale ecclesiastico. Su nomina della Cei, naturalmente. Alla cui presidenza cera il cardinal Ruini. Chiudiamo, via, nessuno è perfetto.    

Tutto deve essere semplice

Nel caso in cui Giulio Regeni fosse stato ucciso da una cellula deviata dei corpi di sicurezza egiziani – poco importa se infiltrata da agenti stranieri che si fossero posti il fine di creare tensione tra Italia ed Egitto o se espressione di uno di quei settori dellesercito che, per unanime parere degli analisti delle cose egiziane, da tempo tramano per rovesciare al-Sisi – potremmo dire che la sua operazione stia dando ottimi risultati: il caso è allattenzione dellopinione pubblica internazionale come emblematico di un regime sanguinario e gli attriti tra le autorità italiane e quelle egiziane sono arrivati al punto da mettere in discussione, seppure a mero scopo intimidatorio, i solidi accordi di partnership economica che fin qui avevano lasciato a bocca asciutta Francia e Regno Unito.
Potremmo dire sia stata scelta la vittima giusta, la si sia macellata nel modo migliore, nel momento più opportuno, con un accorto calcolo della reazione che lassassinio avrebbe provocato in Italia (soprattutto in relazione a chi dovesse necessariamente esserne il responsabile), dei passi diplomatici che questa avrebbe reso necessari (salvo ricadute su un governo che non poteva, e ancor più non può, permettersele), della necessitata risposta del regime egiziano (nellimpossibilità di ammettere di non avere il pieno controllo dei corpi di sicurezza), dell’escalation che tali elementi avrebbero innescato.
Potremmo, ma quest’ipotesi è liquidabile come «complottista», e quella di «complottismo», oggi, è imputazione che rovina la reputazione in società: l’uomo di mondo, oggi, ama radersi col rasoio di Occam, per porgere dal suo viso perfettamente sbarbato un sorriso beffardo a chiunque azzardi che i complotti sono il pane quotidiano di ogni servizio segreto. Come non detto, era giusto per non dare per scontato quel che è scontato. Giulio Cesare? Si decise di ammazzarlo lì per lì, smettiamola con le malate insinuazioni che dietro ci fosse una congiura, sennò finiamo nel mucchio di quelli che negano lo sbarco sulla Luna? Tutto non può che essere estremamente semplice, deve esserlo, sennò cadiamo nella paranoia: ergo al-Sisi è fesso e feroce, e i suoi hanno ucciso Giulio Regeni, e non ne hanno fatto sparire il corpo perché avevano finito l’acido, oppure no, perché c’era una partita alla tv, oppure perché  via, che importa il perché? Tutto è così semplice: di qua il ragazzo che stringe a sé il gattino, di là il tipaccio col grugno da faraone. Urge che al-Sisi ammetta la sua colpa, sennò prima ritiriamo l’ambasciatore dal Cairo, e poi l’Eni. Perché noi abbiamo una dignità da difendere, e vale più dei 25 miliardi di dollari di interscambio con l’Egitto. Ci facesse affari la Francia, con quel criminale.

sabato 9 aprile 2016

Amoris laetitia


«Diremo forse che colui che dà
maggiormente perde nello scambio
sul valore di ciò che possedeva?
Niente affatto, dal momento
che tale superfluo è per lui senza utilità,
o che comunque, egli ha accettato di farne lo scambio
proprio perché accorda maggior valore
a ciò che riceve che a ciò che abbandona»

Michel Foucault, Le parole e le cose (1966)


Allapertura della sessione sinodale dello scorso ottobre, in favore di chi potesse averlo dimenticato, Bergoglio avvertiva che «il sinodo non è un parlamento», non è un luogo «dove ci si mette daccordo». Ancora più esplicito, alcuni mesi prima, era stato quando, allaccendersi di imbarazzanti tensioni tra gli opposti schieramenti in seno allassise che doveva licenziare lInstrumentum laboris a partire dalla Relatio synodis, aveva rammentato che, a norma del Codice di Diritto Canonico, «il sinodo dei vescovi è direttamente sottoposto allautorità del Romano Pontefice» (Can. 344). Come a dire: parresia à gogo, ma poi decido io, quindi moderiamo i toni. Che poi poteva intendersi pure a questo modo: ho già deciso il da farsi, mi servite solo a dargli la parvenza di una decisione collegiale, quindi cercate di non rompermi il cazzo.
Cosa avesse deciso era già chiaramente intuibile nella stessa decisione di convocare un sinodo straordinario, e proprio sulla famiglia: i margini entro i quali la pastorale poteva azzardare qualche novità consentivano di rinforzare allesterno limmagine di un pontificato che più di un fesso già aveva definito «rivoluzionario», senza per questo dover mettere a soqquadro la dottrina. In sostanza, si era riprodotta la situazione che ha già dato altre volte in passato alla Chiesa di Roma lopportunità di mostrarsi in grado di adattarsi ai tempi, ma senza svendere il suo deposito di fede, e Bergoglio non intendeva lasciarsene scappare loccasione. Con lesortazione apostolica postsinodale Amoris laetizia diremmo che loperazione sia andata a buon fine, ne sono prova le reazioni di chi vuol leggerla come una «rivoluzione».
In realtà, basta attenersi al testo per constatare che le sue accorte ambiguità possono accontentare anche i cattolici più intransigenti, che senza dubbio non rinunceranno a qualche lamentela, ma più per onorare il ruolo assegnato loro in commedia che per sincera preoccupazione. Nei loro confronti, daltronde, Bergoglio ha mostrato grande delicatezza con lannuncio di una ripresa delle trattative coi lefebvriani, diffuso, seppur con la dovuta discrezione, appena una settimana prima che fosse pubblicata lAmoris laetizia.

«La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa» (1). Sarà superfluo chiarire che parliamo delle «famiglie» che la Chiesa ritiene propriamente tali, perché, tanto per fare un esempio, «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia» (251). Daltra parte, la Chiesa può considerare moralmente legittimo un amore che non sia fecondo dandosi in «immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio» (11)?
E allora tutto vien da sé: cinque capitoli (198 dei 325 paragrafi che compongono lAmoris laetitia) che scorrono anodini a riproporci il modello di famiglia cristiana, quello strano oggetto che dalla testa del prete è proiettato sulla famiglia reale che occupa il banco in prima fila e pare segua con attenzione la sua omelia. Famiglia che non esiste neppure al netto delle assoluzioni per tutte le disattenzioni, ma al prete piace tanto da considerarla lunica possibile, anche se ha imparato a prendere atto che deve accontentarsi del poco che la proiezione gli restituisce: «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (3), anche perché non possono, puttana Eva, e allora conviene «essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo» (36). «Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme» (37), e che ci abbiamo ricavato? «Dobbiamo ringraziare per il fatto che la maggior parte della gente stima le relazioni familiari che vogliono durare nel tempo e che assicurano il rispetto all’altro» (38), approfittiamone e cerchiamo di cavarne quel che può tornarci utile.
Sia chiaro, «in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio» (307), ma cerchiamo di chiudere un occhio tutte le volte che nella realtà dobbiamo constatarlo più mezzo vuoto che mezzo pieno. Parola dordine: indorare la pillola. Per meglio dire: sullamo della dottrina ci vada un bel verme grasso di misericordia, e buona pesca. Viga il principio, ma la regola si adatti al caso. Perché il peccato resti peccato, siate di manica larga col perdono. Divorzio, aborto, eutanasia, fecondazione assistita, matrimonio gay – non cambia niente, è ovvio, ma cerchiamo di non urlarlo a squarciagola, ché ne ricaviamo solo emorroidi. Eucaristia ai divorziati risposati? No, ma sì, cioè, così così.
Ok, potrà «costa[rci] molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio», saremo portati a «esig[ere] dai penitenti un proposito di pentimento senza ombra alcuna», ma convincetevi che «la prevedibilità di una nuova caduta non pregiudica l’autenticità del proposito» (311). Buon viso a cattivo gioco, ché a fare la faccia cattiva non si ha buon gioco.

venerdì 8 aprile 2016

[...]

Arrivato alla 246ª delle 1294 pagine de La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli, 2016), sento lirresistibile bisogno di espiare la colpa di averlo acquistato.

Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
Non devo più farmi fottere dagli unanimi elogi della critica.
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giovedì 7 aprile 2016

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Quando ho saputo che Mario Calabresi passava dalla direzione de La Stampa a quella de la Repubblica, ho pensato a quella volta che Graziano Delrio fu pizzicato mentre usciva dalla residenza romana di Carlo De Benedetti. Silvio Berlusconi era ormai un uomo finito e il giornale che lo aveva combattuto per vent’anni non aveva più senso, doveva tornare di altra utilità, e con Matteo Renzi al governo la sua conduzione doveva cambiare mano. Chi era il più renziano dei direttori sulla piazza? Mario Calabresi. Del tutto irrilevante che lo fosse perché stregato dalle strabilianti virtù del Rottamatore o perché è così che voleva Sergio Marchionne: ora che la Repubblica doveva cambiare linea, Mario Calabresi era l’uomo giusto a Largo Fochetti.
Scelta che può dirsi più che azzeccata, basta prendere in mano il numero mandato oggi in edicola: la notizia che tutti gli altri quotidiani mettono in prima pagina – la pessima accoglienza che Napoli ha riservato al Presidente del Consiglio – scivola dopo il caso Vespa-Riina. Al primo colpo di vanga col quale Matteo Renzi comincia a scavare la sua fossa corrisponde l’ultimo col quale può dirsi definitivamente seppellito il giornale-partito di Eugenio Scalfari: intatta resta solo la testata, e tanto basta a Enrico Porro, che da anni cura il blog Pazzo per Repubblica, per continuare a esserne un fan, senza neppure riuscire a cogliere la strana gerarchia che oggi è data alle notizie.
È proprio vero: la lettura dei giornali è la preghiera del laico, ma a forza di recitare il rosario tutte le mattine si finisce per perdere il senso delle parole che fanno lAve Maria. Più sei fedele ad un quotidiano, meno riesci a coglierne gli scarti, neppure più taccorgi delle inversioni a U.