martedì 7 giugno 2016

[...]

Mi tocca fare ammenda per due svarioni.

1. In uno scambio con Olympe de Gouges, nella pagina dei commenti a Non è un infortunio logico, è un «“clic” psicologico» (Malvino, 28.5.2016), ho fatto cenno a «lultimo Engels, quello dellintroduzione alla prima ristampa di Lotte di classe in Francia, del 1895», con implicito rilancio della vulgata di una sua revisione critica delle tesi esposte in quellopera. Vulgata infedele, perché, come Olympe de Gouges non ha mancato di illustrarmi con ampia documentazione (Breve storia di una falsificazione - diciottobrumaio, 31.5.2016), il testo di Engels subì pesanti alterazioni sotto pressione di Richard Fischer, che per conto della direzione del Partito socialdemocratico tedesco ne chiese e ottenne modifiche che consentirono di presentarlo come una sconfessione della pratica rivoluzionaria in favore dellopzione riformista. Devo confessare che ignoravo tutto questo, anche se si trattava di cosa che poi ho scoperto essere relativamente nota: è che la fonte da cui attingevo (Editori Riuniti, 1987), sebbene di parecchio posteriore alla scoperta del carteggio Engels-Fischer che aveva consentito di ricostruire in modo esatto i termini della faccenda, non ne faceva alcun cenno, avallando il falso del «vecchio compagno di Marx torn[ato] a riconsiderare autocriticamente alcuni errori commessi […] in sostanza demol[endo] quelli che nella biografia intellettuale sua e di Marx erano stati alcuni dei capisaldi dei loro scritti giovanili […] Quello che in particolare cambia in radice nella nuova prospettiva è il rapporto tra movimento operaio e socialista e legalità democratica» (Angelo Bolaffi). Non posso far altro che chieder scusa al lettore. Certo che però pure quellEngels... Un socialdemocratico ti chiede di ammorbidire i toni e tu che fai, lo assecondi? Uno se li immagina tostissimi, ’sti marxisti, e invece? Vabbè, come non detto, lerrore resta tutto intero, e mio.

2. Altre scuse al lettore sono dovute per quanto ho scritto nel primo capoverso del post qui sotto (La rete ci renderà stupidi? - Malvino, 6.6.2016). Formulo laddebito nel modo in cui mi è stato contestato in uno dei commenti: «Mi pare che lei, per opporsi alla cervellotica accezione [che Luca] Sofri [dà di watchdog], lo segua sullo stesso terreno». Riconosco giusta la critica, soprattutto per aver ceduto all’impiego di unargomentazione che, a torto, ho ritenuto congrua, senza sottoporla al vaglio del buon senso. In altri termini, mi ritengo in fallo per non essere riuscito a dimostrare che la risemantizzazione di un termine azzera il significato che gli assegna letimo e ne modifica la valenza metaforica. Ma su questo tornerò prossimamente, augurandomi di saper trovare argomenti più persuasivi, e comunque meno infelici. 

lunedì 6 giugno 2016

La rete ci renderà stupidi?


Wikipedia dice che watchdog significa cane da guardia, ma trascura di affrontare la questione della risemantizzazione del termine nelluso che se ne fa per definire il ruolo che la cultura anglosassone assegna al giornalista. Watch, infatti, significa guardare, che in senso estensivo copre adeguatamente laccezione del tener docchio e dunque anche quella del far la guardia, ma più generalmente sta a indicare un osservare cui venga posta quella particolare attenzione che trascende dalla mera sorveglianza in funzione di difesa della casa o del gregge (comè nel caso di «watch out!», che è un «fai attenzione!» non necessariamente finalizzato al «keep guard» di un bene o di un territorio) e che dunque, riferito a dog, non rimanda necessariamente al cane che abbaia o morde il postino, e neppure a quello che coadiuva il pastore, assumendone la stessa qualifica. Watchdog, perciò, è più propriamente il cane da caccia, nella sua variante da ferma o da punta: il cane che si limita ad avvertire il cacciatore della presenza della selvaggina. Nelluso che il termine assume in ambito giornalistico, dunque, assume il significato del soggetto che svolge il ruolo di richiamare lattenzione dellopinione pubblica su ciò che questa può essere interessata a mettere nel mirino e a colpire.
Niente a che vedere, insomma, col cane riguardo al quale ci sarebbe da chiedersi, come si chiede Luca Sofri, se sia chiamato a «protegge[re] il potere dai malintenzionati», ipotesi che tuttavia tende a scartare, o a «protegge[re] qualcosa dal potere» (ritenendolo tendenzialmente «malintenzionato», pur «rimuov[endo] i dubbi sul diffuso uso generico e demagogico della parola “potere”»), per finire con lo scartare anche questa e perdersi in congetture prossime al delirio: «Quello che si vuol dire [col termine watchdog] è che un giornale, o il giornalismo in genere, deve essere una specie di sorvegliante nei confronti di qualcuno: di secondino nel peggiore dei casi, di guida e controllore nel migliore. Bada al singolo ladro (tant’è vero che lo ha già individuato, “il potere”), non alla potenziale refurtiva. Non è lì per impedire un attacco di nemici esterni, ma per tenere a bada che nessuno all’interno si comporti male. Non è un cane da guardia, ma piuttosto una via di mezzo tra un cane da cieco e uno di quei cani usati per intimorire i prigionieri: insomma, non è la metafora giusta – volendo rimanere nello stesso ambito, forse “tenere al guinzaglio il potere” avrebbe più senso – ma evidentemente a qualche punto della storia qualcuno l’ha introdotta e poi nessuno si è più fatto domande. Anche perché per fare il cane da guardia, devi avere avuto un’investitura: qualcuno ti deve avere mostrato la casa e averti detto “bada che nessuno la tocchi”: un giornale che si vede “watch dog” invece si nomina protettore di un’idea arbitraria di bene comune dagli attacchi del “potere” (che viene descritto malintenzionato e malfattore per definizione). Con due rischi. Il primo è quello che riguarda ogni ruolo poliziesco: di vedere ovunque il male e dare per scontato di essere il bene (un giornale “sinonimo di battaglia politica e civile” difficilmente aiuterà a capire il mondo). Il secondo è di trasformarsi esso stesso – molto più pretestuosamente del potere politico, che almeno è legittimato democraticamente – in un potere assai maggiore: come sanno i postini, che la posta la devono consegnare».
Un gran bellimpiastro di meditabonda chiacchiera, insomma, per giunta a contestare quanto nelluso del termine è attribuito a chi, usandolo, ha dato spunto a tanta cataratta di spropositi (Carlo De Benedetti intervistato da Salvatore Merlo, per Il Foglio), e tutto a partire da un approccio paurosamente acritico con quanto Wikipedia spiattella ai suoi fruitori. In tal senso sembra che Luca Sofri possa tornarci utile almeno a trovare una risposta alla domanda che si fa Derrick de Kerckhove (La rete ci renderà stupidi? - Castelvecchi, 2016): non necessariamente, direi, però già dà una mano a chi ci è portato di suo. 

Provate a mettervi nei panni di un Ocone


Provate a mettervi nei panni di un Ocone... Fermi lì, mi avete frainteso... Via quel costume ricoperto di piume, via quelle pinne e quel becco giallo, non vi invitavo a un ballo in maschera... Parlavo di Corrado Ocone, lultimo dei crociani in unItalia che ormai di Croce si rammenta solo ai decennali della nascita e della morte, per giunta spicciando la faccenda in modo sempre più sbrigativo, e sempre per ribadire che il suo sistema filosofico è ormai inservibile. Ecco, immaginate che su quel sistema filosofico siate rimasti solo voi a passare la cera, a tappare con lo stucco i buchi lasciati dai tarli, e dite: non vi brucerebbe tremendamente il culo a non vedervi fra gli invitati a presentare un volume su Croce e Gentile?
Non assumete quella posa da intellettuali insensibili alle lusinghe mondane, siate sinceri: vi brucerebbe, eccome. Eccheccazzo – starnazzereste – viene invitato Canfora, e Ferroni, e Vacca, e Ciliberto, che al netto delle buone maniere so quattro comunisti di merda, e io, crociano che più crociano non si può, trattato come il figlio della serva?
Ok, forse non proprio in questo modo, ma che direste? Star zitti e fingervi contegnosamente distaccati, convengo, non sarebbe da crociano: se avete speso la vita in devozione a Croce, almeno un po del narcisismo che lo gonfiava deve per forza avervelo insufflato. Poi cè che, se invitati, vi sarebbe stata offerta loccasione per sparlare di Gentile... Chissà che in sogno non sareste stati gratificati da un don Benedetto che mettendovi una mano sulla spalla vi avrebbe detto: «Guaglio, me fatte allicria’! L’hai scamazzato, a chillommemmerda!».
E invece niente: Canfora sì, Vacca pure, e voi niente. Non vi resta che polemizzare. Polemica garbata, però, mi raccomando, non sia mai detto che difettiate di idealismo.

venerdì 3 giugno 2016

[...]

Mancano pochi mesi al 40° dellesordio televisivo di Roberto Benigni, e io ho un ricordo assai nitido di quella serata, perché il personaggio di Mario Cioni da lui interpretato in Onda Libera fu oggetto di unaccesa discussione tra me e mia madre. A lei quel contadino non dispiaceva, trovava avesse una vena di malinconico surrealismo che prometteva bene. È probabile, quasi certo, che non dicesse proprio «malinconico surrealismo», ma, insomma, il senso era quello.
Da subito, invece, a me diede il fastidio che in questi 40 anni non è mai venuto meno, e che anzi è diventato sempre più molesto, fino alla nausea che mi hanno inflitto proprio le sue prove più applaudite. Per dire, ho trovato insopportabili La vita è bella, Tutto Dante, La più bella del mondo, I dieci comandamenti, e di tutto quello che è venuto prima (Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino, Pinocchio, La tigre e la neve, ecc.) salverei dal cesso solo Non ci resta che piangere, e solo per rispetto a Massimo Troisi. Ma il peggio del peggio mi è sempre sembrato il Benigni delle ospitate donore, quello che strizzava le palle a Pippo Baudo e palpeggiava il culo a Raffaella Carrà, tra cretini ordinari a sbellicarsi in platea e cretini di rango a definire geniali quelle pagliacciate, il giorno dopo, sulle prime pagine dei quotidiani. Non mi è mai sfuggito, tuttavia, anzi ho sempre avuto dolorosamente presente, dolorosamente e rabbiosamente presente, che il successo di un viscido ruffiano è sempre pienamente meritato se tributato da un paese di merda: i pidocchi prosperano dove cè forfora, il conformismo di sinistra è sempre stato lhabitat elettivo di certa gente di spettacolo, poco importa se nellhumus si muovessero da simbiotici o da saprofitari.
È per questo che la giravolta di Benigni sul referendum che si terrà ad ottobre non mi stupisce, e anzi mi torna a conferma – sia per la decisione di farla, sia per lamarezza che sembra aver inflitto a tanti – di quanto ho più volte scritto su queste pagine: il popolo del «se lavesse detto/fatto Berlusconi, saremmo tutti a manifestare in piazza» è ormai perdente rispetto a quello del «Renzi sarà pure la continuazione di Berlusconi con altre chiacchiere, ma è il segretario del partito che comunque non possiamo non votare». Laltrieri erano una cosa sola, e da quella Benigni raccoglieva a piene mani, ma oggi sono alla conta, e Benigni è costretto a decidere, da marcatore di una mutazione che è del conformista di sinistra, prim’ancora che del Pd di Renzi.

giovedì 2 giugno 2016

Inizia con la “k” e ha 110 lettere


Giorni fa, su Libernazione, Dan Marinos scriveva di avere «l’impressione che Il Post abbia drasticamente calato la qualità del servizio offerto». Non riuscendo a figurarmi una qualità più bassa di quella che due o tre anni mi spinse a cancellare Il Post dalla lista del mio feed reader, sono andato a curiosare. Bene, posso dire che il giudizio di Dan Marinos è ingeneroso: nessun calo di qualità, Il Post è sempre lo stesso, forse solo un po più appesantito di réclame e marchette. Mi pare che la formula non sia affatto cambiata: pesca a strascico dal web, con tutti i limiti e gli infortuni del caso, a dispetto della spocchia esibita da chi lo dirige nel dare la lezioncina sulla verifica delle fonti. Un caso emblematico è quello del post che intenderebbe fornire al lettore la nozione del «luogo geografico con il nome più lungo del mondo», che «inizia con la “t” e ha 85 lettere» (Il Post, 2.6.2016): pescato sul web, dove infatti non si ha traccia di quello riprodotto qui sopra (da Il senso del Tingo, Rizzoli 2006 – pag. 204), che con 110 lettere lo batte. 

Ci vuole pazienza

Anche se lo sfizio di commentare Il Foglio mi è passato da tempo, oggi non posso trattenermi dall’intrattenermi su una cosina pubblicata a pag. 2, la più interessante di tutto il numero oggi in edicola: parlo della letterina con la quale l’onorevole Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia, annuncia di aver presentato in Cassazione, insieme ad altri suoi colleghi, il quesito referendario per abrogare la prima parte della legge sulle unioni civili, certo di poter contare sul sostegno del giornale, che pure si è sempre dichiarato contrario a questo passo fin da quando, mentre ancora la legge era discussa in Parlamento, ne era ventilata l’ipotesi. Motivo di tale certezza? «Noi foglianti non ci siamo mai fatti intimorire dalla forza degli avversari, né fermare dal calcolo delle possibilità di vittoria». Riandando ai referendum del 2005, alla giravolta che sul calcolo di Ruini portò Il Foglio dal no all’astensione, si resta senza parole: sarà che l’onorevole è un candido o è un cinico? Probabilmente falso candido e vero cinico.


[...]


Rifugiato in India da 57 anni, il Dalai Lama dice che i rifugiati dovrebbero rimanere solo per poco nel paese che li ospita. È un capo religioso, dunque gli è consentita una faccia di culo.

mercoledì 1 giugno 2016

Un sospiro di mestizia

Leuforia della scoperta scientifica tende sempre a dare un aspetto allettante a quanto si è scoperto, e questo è largamente giustificato, perché arrivare a comprendere qualcosa che prima non si comprendeva è il primo passo per cercare di metterci mano, per cambiarla, se è il caso, traendone vantaggio. Talvolta, tuttavia, leuforia è un riflesso condizionato: ci viene rivelato qualcosa che non è per niente allettante, cui sembra pressoché impossibile mettere mano, ma i toni coi quali si dà notizia della scoperta sono comunque entusiastici.
Così accade con la scoperta di «una firma strutturale e funzionale dellattività cerebrale di ciascuno di noi» (Le Scienze, giugno 2016 – pag. 17): studi sullattività cerebrale umana effettuati mediante scansione per risonanza magnetica rivelano che ogni individuo ha una sua specifica configurazione di attività neuronale, che trova ragione in una specificità sia anatomica che funzionale, e che è ben distinguibile sia nel compiere alcune azioni che nel non compierne alcuna.
Presto ancora per dire come ciascuno giunga ad acquistare questa firma inimitabile, ma non è azzardato supporre che come al solito vi sia il concorso di patrimonio genetico e ambiente. Di fatto, sembrerebbe lecito affermare – ed Edoardo Boncinelli, che firma larticolo, non fa fatica ad ammetterlo – che, per «poter essere diverso in azione, il mio cervello deve essere in potenza diverso da qualsiasi altro». Ragioni per rallegrarsene non mancano: è cosa che «ci salva dalla noia e dallo squallore del branco senza animazione». Ma è pure cosa che «non favorisce una placida intesa reciproca», si concede. Cedendo troppo alleufemismo, direi, perché viene a vacillare il fondamento di una logica che possa dirsi fattore specie-specifico. 
Certo, sapevamo che la logica fosse un’invenzione e non una scoperta. Sapevamo che 5-6000 anni fossero troppo pochi per farla diventare una protesi fissa. Ma sia consentito un sospiro di mestizia.

martedì 31 maggio 2016

Giovanotto


Giovanotto, oltre che un mostro, lei è un grande scostumato, sa? E che, si fa così? Confessare prima di aver dato modo a Chirico, a Manconi, a Cerasa e al resto della compagnia di potersi attivare? Sulla coscienza lei non ha solo uninnocente, ma pure una bella carretta di innocentisti, si vergogni.   

[...]


La scritta in nero dallallineamento incongruo allondulato del supporto, lo strafalcione che storpiava «fin» in «fine»... Un fake davvero grossolano, inevitabile fosse smascherato in fretta, e infatti così è stato, ma nessuno ha pensato ad avvisare Giuliano Ferrara. 



La scorta a Saviano e quella a Verdini

Le polemiche di recente innescate dalle dichiarazioni del senatore DAnna, secondo il quale non avrebbe ragion dessere lassegnazione di una scorta a Saviano, mi hanno fatto venir voglia di sapere a chi altri ne sia assegnata una. In una lista aggiornata al 2013 (ripeto: 2013), nella quale figurano i nomi di giornalisti come Vespa, Fede e Belpietro, di politici come Formigoni, Angelucci, Scajola, Ghedini, La Russa, Cicchitto, Alemanno, De Mita e Santanchè, e di esponenti del mondo imprenditoriale come Marcegaglia, Cordero di Montezemolo e Berlusconi (Silvio e Paolo), ho trovato anche quello di Verdini, leader del gruppo parlamentare di cui DAnna è membro. A onor del vero, occorre dire che Verdini si è tempestivamente dissociato dalle dichiarazioni di DAnna, ma questo non mi fa smettere desser curioso sulle ragioni che abbiano reso necessario assegnargli una scorta, della quale, a dar fede al pettegolezzo, pare tuttora goda. Cè qualcuno che sappia quale sia il pericolo che ne mette a rischio lincolumità fisica? 

lunedì 30 maggio 2016

Interpretare / 1

Non ho ancora acquistato il libro scritto a quattro mani da Mario Brunello e Gustavo Zagrebelsky (Interpretare, Il Mulino 2016), di cui oggi Il Fatto Quotidiano ha mandato in pagina uno stralcio, nel quale mi pare venga riproposta in modo più che esplicito una questione che probabilmente non sarà mai chiusa con un accordo tra le parti in causa, cioè tra il legislatore e il magistrato giudicante. Nei prossimi giorni mi procurerò il volume e vi saprò dire se mi ha offerto spunti di riflessione, ma fin d’ora, a mo’ di premessa, ritengo utile far sgombro il campo da possibili equivoci su un tema che è estremamente delicato e che costituisce un capitolo centrale della discussione sui rapporti tra politica e giustizia, già affrontato su queste pagine nel commentare in modo critico – aspramente critico – gli interventi di chi muoveva alla magistratura l’accusa di esorbitare dalle sue prerogative per riempire i vuoti lasciati dalla politica o addirittura per usurparne ruolo e funzione. Come mi auguro sarà evidente dalla lettura di quanto segue, io ritengo che la separazione dei poteri implichi necessariamente che il legislatore perda ogni facoltà di controllo sul testo di legge dopo che lo ha licenziato, e che, laddove le sue intenzioni non siano fatte esplicite dal testo, la sua interpretazione è giocoforza nella disponibilità di chi applica la norma, ovviamente nei limiti posti dalla giurisdizione costituzionale. Ma su questo tornerò nelle conclusioni in coda alla serie di post di cui questo è il primo.



1. I problemi posti dall’«interpretazione» sono già tutti impliciti nellincertezza che a tuttoggi resta sul suo etimo. Se è chiaro, infatti, che «inter-» stia per «tra», a intendere una relazione tra cosa e cosa, è controverso cosa la stabilisca, visto che per alcuni la «-pretazione» sarebbe «negoziazione» o «permuta» (per significato estensivo dato a περαω, che sta per «vado a vendere»), mentre per altri sarebbe «esposizione» o «spiegazione» (da φραζω, che sta per «mostro», «indico», «dichiaro», ma che ha molti altri significati, non meno pertinenti in questo caso, come «scorgo», «medito», «delibero»). Probabilmente è questo che dà ragione della notevole plasticità che assume il significato dell’«interpretare», al pari di ciò che accade col «tradurre», termine che gli è affine sia nell’accezione che fa dell’«interprete» colui cui spetta «trans-ducere» un testo da una lingua a un’altra, sia in quella che ne fa l’intermediario tra l’autore e chi è destinato a fruirne, com’è nel caso di una commedia o di un brano musicale. Questaffinità tra «interpretazione» e «traduzione» spiega perché all’«interprete» e al «traduttore» venga spesso mossa la stessa accusa, quella di aver «tradito», per colpa o per dolo, il testo che erano stati chiamati a «interpretare» e a «tradurre». È accusa che non di rado è assai difficile stabilire se fondata, perché il presunto «tradimento» è spesso ai danni di chi solo avrebbe pieno diritto di lamentarlo, ma non ne ha la possibilità: Johann Sebastian Bach è morto da troppo tempo per dirci quanto possa sentirsi soddisfatto dell’«interpretazione» che Ramin Bahrami dà delle sue composizioni; per la stessa ragione, Herman Melville non può dirci se si ritenga più «tradito» da Cesare Pavese o da Ottavio Fatica (laddove potesse, daltra parte, sarebbe necessario avesse una buona conoscenza della lingua italiana); e così accade pure per la Costituzione degli Stati Uniti d’America, perché ad ogni sentenza della Suprema Corte che ne richiama questo o quellarticolo manca il visto di approvazione da parte di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, ecc. In generale, potremmo dire che per provare il «tradimento» di un testo siamo spesso costretti a ricorrere ad un’autorità di provata competenza alla quale affidiamo il compito di «interpretare» le reali intenzioni dell’autore, quando questi non abbia modo di farlo di persona. Nel caso di una legge, per esempio, quest’autorità è affidata alla magistratura giudicante, tenuta a rispettare il criterio di «interpretazione», indispensabile allapplicazione della norma, che le è imposto dall’art. 12 delle Preleggi: «Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore». Tutto sembrerebbe essere predisposto per non dar luogo ad alcun contenzioso, se non fosse che anche qui siamo dinanzi a un testo da «interpretare», per giunta relativamente ambiguo. L’«intenzione del legislatore», infatti, sembrerebbe doversi ritenere evidente nel testo stesso della norma, «fatta palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse», e tuttavia non è affatto raro che le parole usate lascino ampio margine a «interpretazioni» diverse, perfino opposte, per non parlare di come la «connessione» delle parole stesse sia spesso ulteriore fonte di dubbio. Il suddetto art. 12 sembra farsi carico di questa evenienza, perché recita che, «se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe», e, «se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato», che però sono espressi da parole, il cui «significato proprio», «secondo la connessione di esse», può risultare non univoco. A ciò il testo della norma sembra spesso voler porre rimedio col ricorso a perifrasi che tolgano ogni possibile ambiguità a parole che consentirebbero più d’una «interpretazione», ma non sempre questo è sufficiente, né risolve la questione il connetterle in proposizioni che costringano a una lettura inequivoca, perché il caso al quale la legge va applicata ha uno specifico che rende sempre necessaria una trasposizione del principio astratto nella realtà fattuale. In conclusione, potremmo dire che non si può applicare una legge senza interpretarla, né si può interpretarla senza attribuirle un senso che spesso non è fatto così inequivocabilmente palese dal testo, come invece chi lha scritto avrebbe preteso fosse. 

[segue]

sabato 28 maggio 2016

Non è un infortunio logico, è un «“clic” psicologico»

Oggi Michele Serra scioglie ogni dubbio su quanto ieri Massimo Cacciari affidava alla penna di Ezio Mauro e ci costringe ad arrossire per lingenuità di cui abbiamo dato prova nel segnalare la patente incongruità tra premessa («riforma maldestra») e conclusione («voterò Sì»): non si trattava di un infortunio logico, ma di un «“clic” psicologico». Bastava saper leggere a dovere quel «non abbiamo la faccia per dire no»: «Non abbiamo la faccia, noi sinistra, noi classe dirigente del Paese, noi italiani senzienti e operanti tra i Sessanta e il Duemila (e rotti) – spiega Michele Serra – per giudicare con la puzza sotto il naso il lavoro di un governo di giovanotti avventurosi e forse avventuristi. Dal riflusso in poi (dunque dai primi Ottanta) la sinistra semplicemente ha smesso di esistere se non come reazione stizzita al presente. [...] Ora la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata». È questo che «impedisce [a Michele Serra, ma anche a Massimo Cacciari, come Michele Serra ritiene di poterci assicurare] di essere antirenziano pur avendo, con Renzi, quasi zero in comune». «Quasi», perché «il papà di Renzi è la sinistra depressa» e «la mamma della Boschi è la bicamerale». Insomma, «c’è una ineluttabilità, nel renzismo, che da un lato sgomenta, dall’altro chiede di compiersi per il semplice fatto che più niente di davvero significativo si è compiuto, a sinistra, dopo gli anni costituenti e quelli dell’avanzata operaia. Dal riflusso in poi (dunque dai primi Ottanta) la sinistra semplicemente ha smesso di esistere se non come reazione stizzita al presente».
Anche qui sembra evidente una patente incongruità tra premessa («quasi zero in comune [con Renzi]») e conclusione («la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata»), ma non faremo lo stesso errore di segnalarla come infortunio logico: se nella sinistra dei Serra e dei Cacciari non è più la logica a spiegare atteggiamenti e a motivare scelte, tutta lattenzione deve essere spostata a quel «“clic” psicologico» che inibisce in conclusione ciò che in premessa parrebbe non aver ragione di essere inibito. Siamo autorizzati – direi di più: siamo obbligati – a spiegarci atteggiamenti e scelte di quella sinistra non renziana che più o meno obtorto collo a Renzi finisce per dir sempre sì – quella che «se lavesse fatto Berlusconi, saremmo tutti in piazza a manifestare» – come manifestazioni cliniche di un vero e proprio disturbo delladattamento con evidenti segni di una sofferente capacità di giudizio. In pratica, di una nevrosi.
«In Renzi – scrive Michele Serra – vedo la nemesi della sinistra italiana: non esisterebbe, non si spiegherebbe, se non alla luce della verbosa e presuntuosa impotenza che lo ha preceduto e soprattutto lo ha generato». Se è corretto attribuire a «nemesi» il significato di punizione riparatrice, saremmo dinanzi a un Renzi che la sinistra non renziana avverte come necessaria espiazione del peccato di impotenza. Sul piano politico troverebbe sintomo nellinibizione a un giudizio di merito su quello che Renzi fa, perché sarebbe pur sempre qualcosa rispetto al niente di cui è stata capace la sinistra negli ultimi trenta o quarant’anni, ma allo stesso tempo troverebbe prognosi infausta per tutto ciò che la sinistra ha inteso rappresentare fino a quando ne ha avuto gli strumenti culturali. In tal senso, la sua sostanziale acquiescenza alle tante decisioni politiche prese da Renzi che hanno segnato una drammatica rottura rispetto alla tradizione culturale della sinistra italiana andrebbe letta come ammissione di un fallimento strategico, non tattico. La sinistra non renziana che vede nel renzismo il Purgatorio necessario per mondarsi dalle proprie colpe è in realtà già all’Inferno: non è chiaro quanto ne sia cosciente, ma di fatto ammette che non le è possibile governare il paese attirando a sé il Centro, ma solo facendosene attirare, per diventare in esso irriconoscibile, pena l’esserne espulsa. Il Partito della Nazione è già nei fatti: prim’ancora che nei maneggi con i verdiniani e i cosentiniani, è tutto esplicito nel «“clic” psicologico» di Massimo Cacciari e di Michele Serra. 

Patapaf

«La direttrice di Raitre martedì scorso ha convocato costumiste e truccatrici. Perché è soprattutto alle donne della Terza rete che è rivolto il nuovo codice sul modo corretto di vestirsi e truccarsi. Niente più abiti fascianti, niente tubini, rigorosamente banditi quelli di colore nero. Sono troppo sexy per la tv di Stato. Per quanto riguarda gli uomini c’è poco da obiettare, completo classico (gessato e non) con camicia e cravatta di buon gusto. Ma le donne devono prestare più attenzione. Anche ai dettagli. Sugli orecchini la Bignardi è stata lapidaria: al bando quelli vistosi. Bandito anche il tacco 12. Pure sul trucco non si può uscire dal seminato. L’ordine della Bignardi è perentorio: “Trucco leggero”. Nessuna licenza, neanche se la richiede la conduttrice. Il dress code è severo: camicetta sobria (consigliati i “colori tenui”), scollature minime (al massimo si può far prendere aria al collo), gonna o pantalone e tacco rigorosamente basso» (Il Messaggero, 27.5.2016).
Per chi si è lasciato scappare un velenoso sospettuccio alla sua nomina, patapaf, arriva uno schiaffo morale: questa donna incide sul costume.


venerdì 27 maggio 2016

Cacciari e il male minore


Sembra che Cacciari non riesca a immaginare altre ragioni di dissenso alla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi se non quella di chi in passato ha invano tentato di farne una: «Chi ha fallito si ribella», dice nell’intervista concessa a Mauro (la Repubblica, 27.5.2016), e nel novero dei perdenti – aggiunge – «ci sono anchio», riandando a quando, «con Marramao, Barbera, Barcellona, Bolaffi, Flores, [...] ragionavamo sulla necessità e sulla possibilità di riformare una Costituzione senza scettro, come dicevamo allora, perché […] pensavamo fosse venuto il momento di rafforzare le capacità di decisione del sistema democratico». Sente di aver fallito, Cacciari, ma non si ribella: dice che voterà Sì, anche se si tratta di «una riforma maldestra».
Sarebbe ingiusto liquidare questo atteggiamento come mera premura di esibirsi intellettualmente onesto a differenza di quanti ieri tentavano una riforma costituzionale, però senza riuscirvi, e oggi sarebbero contrari a quella voluta dal governo Renzi, che invece è riuscito a farla approvare dal Parlamento, solo perché invidiosi del successo mancato a loro. Non è però altrettanto ingiusto negare ad essi, e più in generale a chiunque sia contrario a questa riforma, che d’altronde lo stesso Cacciari non ha difficoltà a definire «maldestra», altre ragioni che non siano solo così meschine? Se è «maldestra», devono esservene. Sì, ma manca «la presa d’atto che non siamo mai riusciti a riformare il sistema, pur sapendo che ce n’era bisogno». Sembra di capire che, in presenza di questa presa d’atto, sarebbe legittimo ritenere che quella voluta dal governo Renzi sia una pessima riforma costituzionale, e dunque votare No, ma allora come è possibile che Cacciari, cui questa presa d’atto non manca, voterà Sì, anche se non gli sfugge il rischio di una «concentrazione oligarchica del potere» che essa favorirebbe?
Saremo ingenui, ma almeno dai filosofi ci aspetteremmo un buon uso della logica. Ammetti che la tal riforma favorisca una «concentrazione oligarchica del potere»: se vuoi tale concentrazione, voti a favore della riforma; se non la vuoi, voti contro; se non la vuoi, ma voti Sì, un problemino c’è. Problemino secondario, parrebbe, perché «il vero problema – dice Cacciari – non è una riforma concepita male e scritta peggio, ma la legge elettorale. Qui sì che si punta a dare tutti i poteri al Capo. Anzi, le faccio una facile previsione: se si cambiasse la legge elettorale, correggendola, tutto filerebbe liscio, si abbasserebbe il clamore e la riforma passerebbe tranquillamente». Può darsi, ma, proprio mentre l’intervista a Cacciari andava in pagina, dal Giappone, dov’è per il G7, Renzi ripeteva: «LItalicum non si discute».
È lo stesso Renzi che sul referendum di ottobre continua a ripetere di volersi giocare la permanenza al governo, e addirittura il continuare a fare politica. A Cacciari non è sfuggito, anzi, parrebbe che sia proprio questo, in fondo, a motivare il suo Sì al referendum di ottobre, anche se è l’argomentazione a lasciare perplessi: «Ormai non possiamo far finta di non vedere che la partita si è spostata – dice – e si gioca tutta su di lui, da una parte e dall’altra: se mandarlo a casa oppure no. Ci siamo chiesti cosa succede dopo? [...] Renzi va da Mattarella, chiede le elezioni anticipate e le ottiene. Poi resetta il partito purgandolo e lancia una campagna all’insegna del sì o no al cambiamento, con quello che potremmo chiamare un populismo di governo. Votiamo col proporzionale, con questo Senato, e non otteniamo nulla, se non una lacerazione ancora più forte del campo: è davvero quello che vogliamo? [...] C’è una teoria della cosa, si chiama il “male minore”. D’altra parte stiamo parlando della povera politica italiana, non di Aristotele».
Anche qui possiamo concedere a Cacciari di avere naso più dell’Oracolo di Delfi, ma ci vuole Aristotele per capire che una lacerazione della società italiana di fatto già c’è tra chi vuole e chi non vuole una «concentrazione oligarchica del potere», e che a causarla è proprio chi la vuole? Il male minore sarebbe dargliela per evitare la lacerazione? 

mercoledì 25 maggio 2016

Altro non riesco a spiaccicare


Temo di non poter mantenere la promessa fatta al geometra Gaetano Barbella, «studioso eclettico dotato di singolari capacità intuitive che, unite ad una considerevole abilità delluso di “riga e compasso”, fanno di lui un singolare ricercatore» (così nella scheda biografica a corredo del suo saggio su Caravaggio, il geometra degli infiniti mondi di Giordano Bruno, che ha graziosamente voluto sottoporre alla mia attenzione, attribuendomi molto immeritatamente unautorevolezza di cui manco mi sogno di lambire lo zoccolo): in un momento in cui lanimo mi traboccava di soddisfazione per il felice esito di una macumba alla quale lavoravo da due anni, gli avevo promesso di esprimergli ampio e documentato parere sulla tesi da lui esposta in quelle pagine (centoquattordici), ma confesso che, pur avendole lette col massimo scrupolo, non ho parole neppure per azzardare una peraltro assai malcerta impressione.
È che il Barbella è certo di leggere in alcuni quadri del Merisi certe linee che a me paiono tendersi tra punti scelti assai arbitrariamente e, dallincrocio di esse, certi quadrati, certi rettangoli, e altre più complesse figure geometriche, che non ho ben capito come starebbero a summa del pensiero di Giordano Bruno, di per se stesso già abbastanza oscuro, non meno oscuro a vederselo chiarito grazie a un «codice segreto», che tale resta. A chi ha contestato a Marco Bona Castellotti laver ipotizzato una relazione tra la pittura del Caravaggio e la filosofia di Giordano Bruno senza portare uno straccio di argomento – è per quel post che sono stato chiamato a esprimere un parere  «lestrapolazione di peculiari “invisibili geometrie”», sulle quali il Barbella è certo che il pittore abbia costruito i suoi soggetti per dar corpo alle cosmografie del filosofo, pare qualcosa più di niente, ma assai meno che qualcosa. E altro non riesco a spiaccicare.

[...]

«My whole life I’ve been a fraud. I’m not exaggerating.
Pretty much all I’ve ever done all the time is try to create
a certain impression of me in other people.
Mostly to be liked or admired. It’s a little more complicated than that,
maybe. But when you come right down to it it’s to be liked, loved.
Admired, approved of, applauded, whatever. You get the idea»

David Foster Wallace, Good Old Neon (2004)



giovedì 19 maggio 2016

Ora una rivoluzione sta per cominciare


Non sarei troppo severo. I mezzi sono poco sorvegliati, ma il fine della comunicazione politica non è tradita.

martedì 17 maggio 2016

[...]


In un dibattito politico quasi sempre urlato, spesso degradato a rissa, ormai da troppo tempo intollerabilmente intossicato dal ricorso pressoché costante a pratiche di mistificazione e di impostura, una voce che ci invita a ragionare, ad affrontare una questione armati solo di buon senso, non può restare inascoltata. In questo caso, poi, si tratta di una voce che chi sa apprezzare la sempre più rara virtù dellonestà intellettuale non può non considerare amica, dunque porgiamo orecchio.
Linvito di Massimo Bordin – chi lo conosce potrà tranquillamente chiudere un occhio sul fatto che il suo invito parta dalle pagine del quotidiano più schifosamente renziano – è a far uso del solo buon senso per discutere di quella che a molti è parsa esplicita intenzione di Matteo Renzi – ora da lui risolutamente negata: gli sarebbe stata disonestamente attribuita dai suoi avversari – di trasformare il referendum di ottobre in un plebiscito sulla sua persona.
Questione interessante di là dal caso che la solleva, perché attiene al più generale tema della comunicazione in ambito politico. Qui, in sostanza, ci troveremmo di fronte a un clamoroso misunderstanding. Ne sarebbe stato fatto oggetto proprio luomo politico che da tanti è considerato il più abile comunicatore attualmente sulla piazza, sicché tertium non datur: o a Matteo Renzi è stata disonestamente attribuita unintenzione che davvero non aveva, e allora cè da denunciare un odioso complotto ai suoi danni, o quanto ha detto in numerose occasioni rendeva chiara ed inequivocabile lintenzione che gli è stata attribuita, e allora cè da segnalare la ritirata strategica di uno sbruffone, bugiardo matricolato, spudorato quaquaraquà.
Prima di passare allanalisi degli argomenti che portano Massimo Bordin a concludere che «se perdo, vado a casa» non intendesse affatto snaturare il senso del referendum sulla riforma costituzionale, ma solo «anticipa[re] una conseguenza logica del voto di ottobre» nel caso di una vittoria dei no, cè tuttavia da segnalare un motivo di perplessità riguardo al metodo che egli ci propone: che significa «con mente sgombra da sovrastrutture teoriche»? Per «sovrastruttura teorica» dobbiamo intendere quanto pretende di conferire sostanza veritativa a un principio meramente assertivo, come quando l’espressione è usata nei commentari di Diritto per richiamare a un’interpretazione più consona allo spirito che alla lettera della norma, o invece parliamo della costruzione ideologica che impone alla realtà lastrazione dei modelli analogici da cui procede, come accade nella più comune violazione del metodo scientifico? Tutto sommato, è problema marginale, forse il richiamo è solo a non vedere necessaria confliggenza tra senso comune e buon senso. Continua a perplimere, ma passiamo al testo, sennò ci impantaniamo.

«Proviamo a immaginare – propone Massimo Bordin – che il referendum di ottobre si concluda con una inequivocabile sconfitta della riforma voluta dal governo. Cosa succederebbe?», si chiede. «Di sicuro l’opposizione chiederebbe con un certo vigore che il governo, sconfitto su una questione certo non marginale, levasse il campo. Non ci sarebbe obbligo, secondo Costituzione, ma visto che già oggi non passa giorno senza che qualche esponente autorevole della minoranza parlamentare intimi a Renzi di dimettersi, sarebbe a dir poco singolare che, sconfessato dal popolo, il governo si sentisse dire dall’opposizione: “Avete perso ma guai a voi se non restate al governo”. Non si capisce allora perché sia così grave che Renzi abbia anticipato una conseguenza logica del voto di ottobre».
È qui che il dover dare per scontato che Massimo Bordin sia in buona fede – mi è impossibile fare altrimenti – mi costringe alla sorpresa del constatare che il suo celebrato acume non riesca a cogliere la differenza tra il dover far fronte alle conseguenze di una sconfitta, come sarebbe la bocciatura di una riforma sulla quale Matteo Renzi ha più volte detto di volersi giocare la faccia, fra le quali vi sarebbe senza dubbio una richiesta di dimissioni da parte delle opposizioni – dimissioni di cui comunque non ci sarebbe obbligo – e il fare di questa eventualità una vera e propria posta in gioco nel lanciare una sfida. Il dover dare per scontato che Massimo Bordin sia in buona fede mi costringe alla sorpresa nel leggere che tale sfida sarebbe già tutta implicita dellimpossibilità che si realizzi il caso «a dir poco singolare che, sconfessato dal popolo, il governo si sentisse dire dall’opposizione: “Avete perso ma guai a voi se non restate al governo”». Da che mondo è mondo, quandè che un governo è tenuto a ritenere fondate le richieste delle opposizioni, se queste sono al di fuori delle condizioni poste dalla Costituzione? È legittimo che, anche al di fuori di tali condizioni, le opposizioni dicano «se perdi, vai a casa», ma dire «se perdo, vado a casa» da Presidente del Consiglio cambia inevitabilmente il senso della partita.
È il caso che si ebbe con le Amministrative del 2000: nessuno obbligava Massimo DAlema a lasciare Palazzo Chigi dopo la batosta presa dal suo partito, ma prima del voto aveva ripetutamente legato la sopravvivenza del governo da lui presieduto al risultato di quelle elezioni, personalizzandone il significato. Forse non ne aveva neppure voglia, ma accadde che un giornalista gli gettò il guanto e lo sventurato raccolse la sfida. È probabile che, dopo quella batosta, le opposizioni avrebbero comunque chiesto le sue dimissioni, ma, se non le avesse messe nel piatto, chi avrebbe potuto pretenderle come atto dovuto?
Se è vero, daltronde, che Matteo Renzi è legittimamente alla guida del governo – non ha mai avuto tale investitura dallesito di elezioni politiche, ma la Costituzione non la rende necessaria per andare a Palazzo Chigi – non è altrettanto vero che ha più volte preteso che tale investitura gli sarebbe stata conferita dal risultato delle Europee del 2014? È errato affermare che ci troviamo di fronte a un tizio per il quale la Costituzione a volte è tutta letterale e a volte è tutta materiale? Nega, oggi, di aver voluto, fino a ieri, fare del referendum di ottobre un plebiscito sulla sua persona, ma è evidente che questo sia dovuto solo al timore di aver caricato la sfida di un peso che non è più sicuro di poter reggere.
Nel voler legare il risultato del referendum di ottobre alla sua permanenza al governo vi era la convinzione che le urne gli assicurassero lapprovazione della sua riforma costituzionale per scongiurare una crisi dagli sviluppi incerti e dalle conseguenze potenzialmente gravissime, prima fra tutte la tremendissima ingovernabilità, che oggi fa più paura dell’anarchia: era un modo per dire che a lui non cerano alternative credibili, ma adesso, con i guai giudiziari in cui annaspa il suo partito, sente di non poterlo più dire. E dunque, sì, non ha mai detto testualmente «dopo di me, il diluvio», ma lha abbondantemente dato a credere, in ciò sostenuto anche da chi non gli ha risparmiato critiche: meno peggio di Berlusconi, meno peggio di Grillo, meno peggio di Salvini – così, più o meno, si argomentava – e altri in giro non ce nè, dunque teniamocelo. Ma comincia a farsi strada, seppur molto lentamente, troppo lentamente, che in realtà, peggio di lui, nessuno. Matteo Renzi lo ha capito: «Personalizzare lo scontro non è il mio obiettivo...», dice; con una faccia tosta che ormai non ci stupisce più, aggiunge: «... ma quello del fronte del No». Quale buon senso, quale logica, quale mente sgombra da sovrastrutture teoriche può tollerare questa patente menzogna?

Manderei a cagare chiunque provasse a dimostrarmi che Matteo Renzi non avesse intenzione di personalizzare il referendum di ottobre, ma qui, forzandomi a quella signorilità tutta eufemismo ed ironia che è la sua cifra inconfondibile, a Massimo Bordin mi limito a dire: direttore, ma sa che non mi ha convinto? 

lunedì 16 maggio 2016

Era meglio Berlusconi (cit.)

Capisce di aver sbagliato, ma figuriamoci se può permettersi di ammetterlo, e allora cerca di cambiare le carte in tavola: «Personalizzare lo scontro non è il mio obiettivo, ma quello del fronte del No» (*). Con la faccia di culo che si ritrova, vedrete, non avrà alcuna difficoltà a fare anche di più: se i sondaggi metteranno male, finirà col dire che, per evitare che il referendum di ottobre si trasformi in un plebiscito sulla sua persona, è disposto a fare un sacrificio, a tornare indietro sui suoi passi: se la sua riforma costituzionale sarà bocciata, non lascerà Palazzo Chigi, non lascerà la segreteria del Pd, non lascerà la politica. Pressappoco dirà: «Avevo detto che ci mettevo la faccia e che in caso di sconfitta ne avrei tratto le dovute conseguenze, me ne sarei andato a casa, ma con amarezza sono costretto a prendere atto che unassunzione di responsabilità è stata volgarmente strumentalizzata dai miei avversari, dunque, comunque vada, resto. Però sono sicuro di stravincere, anzi, pardon, sono sicuro che stravincerà lItalia che vuol cambiare». E allora il referendum lo vincerà davvero. Povia sarà un mentecatto, ma ha ragione: era meglio Berlusconi.