sabato 7 febbraio 2015

Mattarelliana / 3

La durata media di un intervento pubblico di Sergio Mattarella nell’arco temporale preso in oggetto (crf. Mattarelliana / 1) è di 21'09", bassa se rapportata alla prolissità dei politici della Prima Repubblica, bassissima se rapportata a quella degli esponenti della Sinistra democristiana. Almeno per la parte fin qui trattata (1986-1989), sono anni in cui l’intervento pubblico di un politico, soprattutto se democristiano, ha i tratti tipici della retorica largamente impiegata nella Prima Repubblica: periodi lunghi e infarciti di proposizioni secondarie, insistito uso della perifrasi, costante ricorso all’eufemismo e, soprattutto, come carattere che a mio modesto avviso può essere considerato tra i più significativi del fine ultimo cui si consegna il discorso, tendenza a bilanciare ogni asserzione con tutti i «benché», i «sebbene» e i «purtuttavia» sui quali esso intende dimostrarsi rettamente validato per un’onesta ponderazione. Sergio Mattarella non è un caposcuola di questa retorica, né si contraddistingue per una di quelle singolarità di stile che pure sono rintracciabili nell’uniformità del discorso data dai suddetti caratteri: è un retore minore, non brilla per incisività, non ha coloriture degne di nota, in più è penalizzato da un eloquio poco fluido, da una dizione che sembra subire un’urgenza di affrettarsi e che costantemente lo induce a microfratture che sacrificano per lo più le sillabe finali delle bisdrucciole. Anche sui contenuti, niente di notevole: è il caratteristico esponente della sinistra democristiana che declina come meglio può, e meglio sa, la Dottrina Sociale della Chiesa, meno vibratile di una Rosy Bindi, senza i cromatismi di un Pierluigi Castagnetti, ma soprattutto assai al di sotto della versatilità di un Leopoldo Elia o di un Nino Andreatta. E tuttavia c’è un punto, che a me pare di poter datare tra il 1990 e il 1991, in cui si evidenzia uno scarto di un certo significato, oltre il quale rimane retore minore, ma acquistando un peso polemico: non è Sergio Mattarella a diventare meno opaco, ma è il contesto in cui i suoi interventi pubblici vanno a calare a renderlo più incisivo, almeno per l’uditorio del momento. Sono gli anni in cui monta il malcontento del paese contro il malcostume dei partiti e la Dc, com’è ovvio per un partito che è al governo da quasi mezzo secolo, è tra quelli maggiormente fatti oggetto di una critica che spesso assume i toni dell’aggressione. La reazione è quella dell’arroccamento, d’altronde già adottata in passato (si pensi al «non ci faremo processare nelle piazze» di Aldo Moro), ma i tempi ormai sono cambiati e il sistema manda sinistri scricchiolii che annunciano la prossima implosione. Sergio Mattarella, qui, mostra le energie di chi è in politica da nemmeno dieci anni, e dunque non dà per acquisite le rendite di posizione: insiste sulla necessità di un rinnovamento della Dc, che deve riscoprirsi partito popolare, abbandonando gli intrecci col malaffare e riguadagnando il credito che la rese centrale nel paese. Pochi anni prima sarebbe stata una proposta da anima bella, nel 1991 diventa un posto da vicesegretario. Ed è proprio nel 1991, ad un convegno su Crisi del sistema politico e ruolo dei partiti, tenuto a Chianciano, il 18 ottobre, che in uno dei suoi discorsi più lunghi (56'11") Sergio Mattarella si offre in una summa. L’eloquio ha un tratto che gli conferisce un piglio spiccio e sbrigativo, mentre i contenuti, e perfino certi passaggi, certi modi di dire, certe formule sintattiche, sono i soliti.
Quello non è un gretto incontro di corrente, dice. Se appena l’anno prima la sinistra democristiana era una forza di opposizione, oggi è guida, almeno come patrimonio di valori tutti intatti, e si fa carico delle istanze di tutto il partito, anche se ci sono rigurgiti della posizione che fu a lungo maggioritaria per mettere la sinistra in una «riserva indiana». I tempi cambiano, e cambiano velocemente: accade quello che si pensava non sarebbe mai potuto accadere, e non solo per la caduta del comunismo, non solo per il riaccendersi nel mondo di focolai di guerra che ci mettono un niente ad allargarsi (il Golfo Persico, i Balcani), ma anche per una «forte messa in discussione della centralità della Dc», e quando s’era visto mai, puttana Eva. Il cittadino è cambiato: è un concentrato di delusione e attesa, di sfiducia nel passato e di un bisogno di rinnovamento morale che lo spinge ad atteggiamenti demolitori. I nodi vengono al pettine, e uno riguarda la Dc, come partito dei cattolici. La questione non è quella dell’unità politica dei cattolici, l’ha detto il Papa a Loreto, l’ha detto Ruini nell’ultima prolusione, ma delle ragioni storiche di una classe politica che si ispira alla Dottrina Sociale della Chiesa, giacché nessuno ha scelto di essere democristiano per un altro motivo. Viene meno il Pci, almeno nel nome, che sembra poco ma è più di molto, però questo non deve in alcun modo significare che vengano meno le ragioni della Dc, cui spetta ribadire il suo ruolo di promozione del rispetto della persona umana e a tutela dei più deboli. Ridare corpo al popolarismo, come coinvolgimento della società che crede nel processo di perfezionamento della «città dell’uomo», nella quale l’uomo non potrà mai realizzarsi pienamente (sottinteso: questo potrà accadere solo nella «città di Dio»), senza perciò dover rinunciare a renderla più vivibile. Questa è la dimensione della laicità sulla quale insiste: il temporale è autonomo, ma non può non guardare al magistero della Chiesa, che qui si è da poco rinnovato nella Centesimus Annus, che cent’anni dopo la Rerum novarum rideclina la terza via tra capitalismo e socialismo, offrendo un compromesso inservibile. D’intanto, tutto d’attorno è bufera. Si fa strada – dice – un modo di far politica che consiste nella denigrazione dell’avversario, mentre l’opinione pubblica mostra un’urgenza di una condanna di tutto e di tutti, come per una palingenesi che non risparmi nulla. E i partiti hanno le loro colpe, e le élites finanziarie pure, e il potere per il potere porta al peggio, e contro il popolarismo c’è solo il plebiscitarismo, e certo sbranarci di tra di noi non reca alcun vantaggio: cose così, con continui richiami alla Cei. E una democrazia senza valori equivale ad un totalitarismo subdolo, e la classe politica si è chiusa man mano che aumentava la voglia di partecipare, e la forma di partito è superata, e sì alle privatizzazioni, ma non si può demolire il patrimonio pubblico: cose così, e l’uditorio applaude.
L’anno dopo, alla Festa dell’Amicizia che si tiene a Pesaro, più che un anno, sembra passato un secolo: Mani pulite ha scoperchiato la fogna e Sergio Mattarella può lamentare che s’è perso un anno. Non presente che la Dc è ormai agonizzante, ma già è pronto per diventare il custode di un pezzo della reliquia. Non si sa mai, dovesse tornar comodo. 


[segue]

venerdì 6 febbraio 2015

Caro Fabristol

Vangeli e Corano sono così imbottiti di contraddizioni che non c’è affatto da stupirsi possa trarsene ogni cosa e il contrario, però su un punto sono inequivoci, accomunando i due monoteismi a quello che con un termine mutuato dalla storia potremmo chiamare programma di conquista, e questo punto è l’universalismo: cristiani e musulmani hanno il mandato divino di conquistare il mondo, se con le buone o le cattive maniere è questione certo importante, ma tutta contingente alla storia, al momento che produce il mezzo per inverare il fine, sicché se oggi abbiamo una frattura tra cristianesimo e colonialismo che ci consente di considerare almeno momentaneamente chiuso l’arco storico che ha visto ogni fazione cristiana lottare per il predominio sulle altre e per la conquista di spazi sempre più ampi, mentre invece l’islam mostra in certe sue espressioni la velleità di espansione politico-militare, questo non deve indurci a dimenticare che nel bruciante desiderio di ogni buon cristiano e di ogni buon musulmano c’è il mondo intero assoggettato ad una sola legge morale, eternamente e universalmente valida; così, se questo ci fa orrore, siamo senza dubbio tenuti a fare i conti in modo decisamente diverso tra mezzo e mezzo, ma a non dimenticare che in entrambi i casi il fine è identico, sicché la cosa più idiota che possa ritenersi idonea a debellare una fede armata di kalashnikov sia quella di scendere in campo armati di una fede che oggi, almeno a chiacchiere, predica la tolleranza, ma nel programma ha «ut unum sint» e per statuto «qui non est mecum contra me est».
Viene dal Corano la devastante furia degli uomini dell’Isis? Senza dubbio. Ma non è lo stesso Corano in cui sta chiaramente scritto che «non c’è costrizione nella religione»? Senza dubbio. Ma è che ogni testo sacro, per poter sfidare i secoli, deve essere necessariamente contraddittorio e ambiguo, meglio se poi qui e lì è oscuro, per offrirsi a interpretazioni opposte, una utile oggi, l’altra domani. Sicché conviene, caro Fabristol, non insistere troppo sul fatto che dietro la bestialità dell’Isis ci sta un libro. Ci sta, senza dubbio, ma la questione è tutta nella ragione storica che oggi ne fa un potenziale strumento di conquista. Non devo farti alcuna lezioncina, perché tu sei persona colta: sai bene per quali motivi Hassan al-Banna propose una lettura del Corano che consentisse questo, nel 1928, e sai bene perché abbia potuto trovare un consistente seguito solo cinquant’anni dopo, perché ce ne siano voluti altri venti per diventare unonda. Che teologia e politica siano mischiate tra di loro, senza dubbio, è un fatto. Ma la realtà si legge meglio, credo, separandole. 

giovedì 5 febbraio 2015

[...]

«Chi risparmia il bastone odia suo figlio,
chi lo ama è pronto a correggerlo» (Pr 13, 24)

«Non risparmiarti di correggere tuo figlio.
Se lo bastoni, non morirà. Anzi, se lo bastoni,
lo salverai dalla perdizione» (Pr 23, 13-14)


Spendendo una buona parola in favore delle punizioni corporali ai bambini, Bergoglio rivela che di tanto in tanto, tra una passerella e l’altra, trova il tempo per rileggere la Bibbia. Meno male, va’.

martedì 3 febbraio 2015

Mattarelliana / 2

A pag. 654 degli Atti del XV Congresso Nazionale della Dc (Roma, 2-5 maggio 1982) è registrato l’ingresso ufficiale di Mattarella nella vita politica: è tra nomi della terza delle tre liste dei candidati alla Direzione Centrale del partito, quella che sostiene la «dichiarazione d’intenti» di De Mita (la prima sostiene la mozione di Fanfani, Piccoli e Andreotti, la seconda quella di Forlani). Non interviene, ma non ce n’è bisogno, De Mita ha deciso che sarà lui il suo uomo in Sicilia, e poi con quel cognome, con quel fratello…
Mattarella sarà devoto a De Mita fino in fondo: sette anni dopo, al Congresso che metterà fine alla lunga segreteria di De Mita, Mattarella è il solo a prenderne le difese, a stigmatizzare quanti festeggiano come per la liberazione da un tiranno, e cita le Lamentazioni, le Lezioni americane di Italo Calvino, vibrando un monito solenne e dolente a quanti pensano che con la nuova segreteria, quella di Forlani, la crisi elettorale del partito possa trovare soluzione nella mera rivendicazione dell’anticomunismo di sempre. Il comunismo ha fallito, certo, ma la Dc non è stata solo anticomunismo: aveva ed ha valori alternativi che rischiano di esser persi a pensare fossero strumentali a un mero antagonismo. Sono i valori che traggono ispirazione dalla Dottrina Sociale della Chiesa e che trovano nuovi avversari nei poteri che possono far della politica una sovrastruttura. È ancora un po’ fumoso, ma due o tre anni dopo i concetti saranno più articolati e in un convegno organizzato dall’Istituto Aldo Moro punterà il dito sul rampantismo e sul carrierismo: mantenendosi sul vago, senza fare nomi, leva il monito contro chi interpreta l’impegno politico «in modo arbitrariamente esistenziale», senza pensarlo come servizio temporaneo. Dice che l’impegno politico deve essere gratuito e spende parole dure contro la corruzione di cui la politica – la vera politica – finisce per diventare vittima per quel connubio che la stringe al mondo degli affari, dal quale mutua la convinzione che le sorti delle battaglie si decidono sulla base di chi abbia «il miglior consigliere pubblicitario». È la condanna della politica come spettacolo, delle tv commerciali che propongono modelli che rischiano di produrre una «classe politica mutata in peggio».
Ancora più esplicito due anni dopo, ad un dibattito che si tiene durante una Festa dell’Amicizia, ma è già il febbraio 1994, la macchina propagandistica di Berlusconi scalda i motori e tutto è ormai tremendamente chiaro: le tv di Berlusconi – dice – promuovono una radicalizzazione dello scontro con un «bipolarismo informativo» che fa leva su «toni forti e intolleranza», con l’uso di «suadenti tattiche di pubblicità applicate alla politica che sacrificano programmi e idee». Sarà ancora più duro dopo la vittoria di Berlusconi alle Politiche, ma questo lo vedremo alla prossima puntata.
C’è da supporre che Mattarella abbia già un suo pensiero politico al momento di scendere in politica, d’altronde è moroteo per dinastia familiare, di certo è che riesce a dargli articolazione soprattutto dal 1986 in poi. Niente di particolare, sia chiaro, si tratta del canonico armamentario della sinistra democristiana – personalismo, visione organicistica della società, solidarismo, sussidiarietà come ricetta alle pecche del pubblico e del privato, rivendicazione del laicato come espressione del sensus fidelium che dà corpo al magistero, ecc. – ma, com’è noto, in esso è possibile distinguere sfumature di accenti che consentono di delineare profili caratteriali che fanno capo a subcorrenti interne all’area. Mattarella non ne fonda una nuova, va ad apparentarsi con quella che nella sinistra democristiana ha già fatto filone in cui sono confluiti via via Moro, Zaccagnini, Gui, Galloni, Bodrato, ecc. Non proprio demitiano, diciamo, tanto meno assimilabile alla sinistra di Base dei Marcora o a Forze nuove dei Donat Cattin. Più Lazzati che Dossetti, si potrebbe dire, e più De Gasperi che Sturzo.
Parametro essenziale a cui bisogna ispirarsi per le riforme è quello di coinvolgere la società. Riforme necessarie perché i tempi impongono velocità di decisione, e la velocità, se non è controllata dalle istituzioni, va a favore di chi nella società è più forte. Perciò – udite, udite – marcatamente contrario ad un Parlamento che si limiti a ratificare le iniziative del Governo, dice che questo è contrario alla Costituzione. Inoltre il Parlamento deve essere libero dalle pressioni delle lobby e – udite ancora, udite – si dichiara a favore del dissenso di un parlamentare rispetto al suo gruppo, purché esplicito. Emblematico l’intervento che tiene nel settembre del 1988 ad un convegno siciliano organizzato da padre Sorge: parole di fuoco contro la cultura dell’indifferenza e dell’egoismo (racconta di un ragazzo in motorino investito da un camion al centro di Palermo, al quale nessuno ha prestato soccorso, e dice che l’episodio l’ha vivamente colpito), elogio del comunitarismo (parla di Gerusalemme e delle sue case attaccate le une alle altre, come immagine plastica di una continuità solidaristica), società come impegno alla partecipazione (dice di aver molto apprezzato un prete che si è rifiutato di battezzare un bambino, perché il battesimo è inserimento in una comunità, e lì il prete affermava che comunità non c’era), politica come esercizio di immaginazione (lo slogan sessantottino che recita «l’immaginazione al potere» – dice – gli piace da morire), riforme sì, ma non come «capriccio» (devono dar voce alle persone e avvicinarle allo Stato, sennò non hanno senso).
Decisamente obbediente alla dottrina cattolica, il nostro Mattarella, soprattutto sulle questioni bioetiche. Ad un convegno che si tiene a Montecatini Terme, verso la fine del 1989, mette sullo stesso piano mafia, droga, guerra e aborto, e dice che la scienza è bella, come no, ma la politica deve metterle un freno, perché ha saputo che ultimamente un bambino è nato dall’utero della propria nonna e questo non sta affatto bene. Dice che su questi temi gli fa da vangelo Scienza e saggezza di Maritain.

Piccola parentesi: state ancora applaudendo al suo anodino discorso di insediamento? 

[segue]

lunedì 2 febbraio 2015

[...]


Il prolife che arriva al selfie col bambino Down è al penultimo scalino dell’abiezione, più in basso c’è solo sparare al ginecologo non obiettore. 

Postilla

Prima di passare alla seconda puntata della mia Mattarelliana, occorre dedicare due righe a quanto oggi è riportato dal Corriere della Sera (chi ha letto le bozze del discorso che Sergio Mattarella terrà al suo insediamento dice che in esso vi è un richiamo ad innovare la Costituzione, ma senza tradirla) e da la Repubblica (Matteo Renzi dichiara che «l’elezione del Capo dello Stato mette il turbo, non rallenta le riforme»). Sarà interessante vedere come questo Presidente della Repubblica possa dare un’accelerazione, per esempio, al varo dell’Italicum, che patentemente tradisce la Costituzione, e proprio nei punti che l’apparentano strettamente al Porcellum, già bocciato con voto unanime dalla Corte Costituzionale, di cui Sergio Mattarella era membro. Dunque v’è da porre una clausola estensiva ai limiti temporali posti in premessa al mio studiolo, perché, almeno per quanto attiene al sistema elettorale, la nostra conoscenza di Sergio Mattarella non si ferma al 2008: nel dicembre del 2013 la pensava ancora come ai tempi in cui scriveva il Mattarellum. Poi, ripeto, il Quirinale ti trasforma e ogni previsione diventa più aleatoria di un oroscopo. D’altronde, il Nostro ha nel tema natale un Marte in Ariete leso da una quadratura con Mercurio in Cancro…

Segnalibro

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«Si è sempre pensato – mi spiega Armando Massarenti (Il Sole-24Ore, 1.2.2015 – pag. 23) – che la Retorica […] fosse stata composta da Aristotele nel suo secondo periodo ateniese, quando egli era un maturo docente nel celebre Liceo. L’interpretazione di Ingemar Düring, che ha modificato l’intera cronologia delle opere dello Stagirita, invece, fa oggi risalire la stesura di questo testo al primo periodo ateniese, ovvero alla gioventù del filosofo…». Qui mi fermo e faccio due conti: nasce nel 384 a.C., entra nell’Accademia a 17 anni, cioè nel 367 a.C., e per i primi tre anni, come da programma, studia matematica, per passare solo dopo alla dialettica, dunque nel 364 a.C., quando ha vent’anni. Vabbe’ che Aristotele è Aristotele e poteva aver scritto la Retorica anche quand’era ancora in fasce, ma come si spiega che, in I (A), 1, 1355a, scriva: «… come dicemmo anche nei Topici…»? Quando cazzo li ha scritti, i Topici, per aver scritto la Retorica, come Massarenti dice sia «affascinante immaginare», «ancora giovanissimo»? Per carità di Dio, il Düring non si mette in discussione. Turbare, poi, l’incanto di Massarenti sarebbe da villani. Ma è credibile che Aristotele abbia scritto i Topici prima di apprendere i rudimenti della dialettica? Se poi la Retorica viene dopo i Topici – e su questo mi auguro non ci piova – è credibile che «fresco di studi […] mett[a] in pratica le raccomandazioni del maestro Platone», peraltro lontano da Atene al momento in cui lo Stagirita entra nell’Accademia, per farvi ritorno solo tre anni dopo? Cerchiamo un compromesso, via, diciamo che, per essere stata scritta dopo i Topici, che peraltro a loro volta vengono dopo gli Analitici, la Retorica non può esser stata scritta prima dei 24-25 anni. Nella Grecia di allora, era età matura. 

domenica 1 febbraio 2015

Mattarelliana / 1

Qui parlo del Sergio Mattarella di cui posso avere un giudizio argomentato sulla base dei suoi interventi pubblici (congressi, convegni, comizi, interventi parlamentari, ecc.) recuperati dall’archivio storico di Radio Radicale e relativi a un arco temporale di circa vent’anni (dal maggio del 1986 al settembre del 2005), per un totale di 18h49'36" (5 sessioni di ascolto di circa 4h ciascuna, da venerdì 27 gennaio a domenica 1 febbraio), dal quale ho escluso solo gli interventi da lui tenuti nelle sedute delle Commissioni parlamentari di cui è stato membro, ad eccezione di quelle della Commissione sulle riforme istituzionali, che mi è sembrato potessero tornare di grande utilità, come in effetti è stato. Quello di cui parlo, dunque, non è il Sergio Mattarella che negli ultimi dieci anni è stato notoriamente avaro di dichiarazioni pubbliche, tanto meno è il Sergio Mattarella che sarà, visto che l’esperienza insegna che il Quirinale trasforma anche drasticamente l’inquilino che vi si insedia, a volte da subito, più spesso nel giro di due o tre anni. Do per scontato, insomma, che Sergio Mattarella sia ancora, e possa continuare ad essere per qualche tempo, quello che era da esponente di spicco di una Dc morente e di un Ppi nascente, tra i fondatori dell’Ulivo e i padri di un Pd da venire. Mi sento autorizzato a questa congettura per la straordinaria omogeneità dei contenuti espressi nei vent’anni che ho preso in oggetto, vent’anni che hanno costretto più di un politico a rivedere anche profondamente le proprie convinzioni, anche se dimostrando grossa difficoltà nell’ammetterlo: l’azzardo, perché sono disposto a concedere che di azzardo si tratti, è di ritenere che Sergio Mattarella non sia cambiato o, se è cambiato, non lo sia poi di molto, mantenendo immutato fino ad oggi l’impianto del credo politico professato in quegli anni.
Bene, se materiali e metodo non sono scorretti, comincerei col dire che l’elezione di Sergio Mattarella sarà pure questo grande capolavoro di Matteo Renzi, come si va dicendo, ma ora al Quirinale siede uno che, se dovesse essere coerente con quel che è stato, non gli tornerebbe affatto comodo, tutt’altro. Non risultano dichiarazioni di Sergio Mattarella a commento dei passaggi che hanno portato Matteo Renzi alla segreteria del Pd e alla Presidenza del Consiglio, tanto meno a commento delle iniziative del governo in merito a riforme istituzionali e legge elettorale, come d’altronde era da attendersi da un membro della Corte Costituzionale, che ogni giudizio su tali punti è abituato a esprimerlo solo ai suoi pari e quando l’organo di cui è membro viene chiamato a discuterne: probabilmente è stato questo, solo questo, a renderlo spendibile per una partita che Matteo Renzi giocava innanzitutto contro l’opposizione interna al suo partito, per non essere costretto a cambiare la maggioranza che lo sostiene in Parlamento trasformando il patto del Nazareno in una trappola per lui mortale. Se Sergio Mattarella non è cambiato da quel che è sempre stato fino a quando, nel 2008, si è ammutolito, non è difficile immaginare cosa possa pensare di Matteo Renzi. A costo di risultare un tantinello ellittico, direi che, rispetto a Rosy Bindi, Sergio Mattarella ha in più solo dieci anni e un pisello: l’universo etico-estetico è identico. 

[segue]

venerdì 30 gennaio 2015

Scalfaro 2.0

Tutta strumentale, da parte di Matteo Renzi, la scelta di Sergio Mattarella: pensata per quello che doveva provocare, e in buona misura ha provocato, ma come sempre accade per chi ha un’agenda svelta e corta, fitta di calcolo e di azzardo, malaccorta sugli effetti a distanza, che in questo caso saranno irrimediabili, il rischio incombe. Sarà un nome che spariglia, Sergio Mattarella, senza dubbio, ma nel caso andasse al Quirinale, e a questo punto è probabile che perfino i voti di Silvio Berlusconi finiranno per unirsi a quelli di Nichi Vendola, sarebbe davvero un Presidente della Repubblica comodo per Matteo Renzi? È in sonno da anni, questo è vero, ma c’è indizio che faccia credere sia diverso da quello che è sempre stato? È un moroteo, tutt’altra cosa che un fanfaniano. Ed è un professorone. Ha un’idea della politica che è l’esatto contrario di quella fin qui mostrata da chi lo candida a garante dell’unità nazionale: crede nella mediazione, nella concertazione, e come tutti i democristiani che sono nati e cresciuti nell’Azione Cattolica ha della sua missione politica una concezione quasi ieratica. In più, è uno che crede nella Costituzione così com’è, ha palesato in più occasioni, ancorché implicitamente, un animus ostile – garbatamente, ma fermamente ostile – ad ogni forma di decisionismo, sempre in favore di scelte che in ambito partitico e istituzionale privilegiassero il momento collegiale. Il Presidente della Repubblica che può maggiormente somigliargli è un Oscar Luigi Scalfaro: se provo a immaginare che tipo di rapporto ci sarebbe stato, nei passaggi istituzionali che abbiamo avuto nell’ultimo anno, tra un tal genere inquilino del Quirinale e l’attuale inquilino di Palazzo Chigi, vedo solo attriti e scintille. Credo, insomma, che Matteo Renzi sarà il primo a pentirsi di essere riuscito ad ottenere una maggioranza parlamentare su Sergio Mattarella, se ci riuscirà.  

giovedì 29 gennaio 2015

[...]

Quanto il potere abbia capacità di subornare anche chi sembrerebbe dover essere del tutto immune alle sue lusinghe, non già per l’aver fama di sapersene schermire, ma perché ultimo tra quanti ci si aspetterebbe possa esserne fatto oggetto, ci è esemplarmente dimostrato dalle dichiarazioni rilasciate da Magalli riguardo alla sua candidatura al Quirinale che alcuni buontemponi hanno provocatoriamente lanciato in rete, riuscendo a farne una felice parodia di plebiscito: Magalli sa che non potrà mai essere Presidente della Repubblica, sa che si è trattato di uno scherzaccio, ma pare seriamente intenzionato a prendersi quanto pensa che l’occasione gli abbia offerto, e si mette a capo di un fantomatico partito che lo avrebbe eletto a leader con un mandato ben preciso: denunciare la ridda che impazza attorno alle elezioni per mandare al Quirinale chi torni utile alla Casta: in sostanza, tirato in mezzo da sagoma di cartone, si mette a fare l’outsider. Voilà, corrotto. 

mercoledì 28 gennaio 2015

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Un po’ presuntuosetto, Tommaso Campanella: non a «pugnar», che già sarebbe da titano, ma addirittura a «debellar», certo di vincere. Sappiamo come andò: più volte sottoposto a tortura, decenni e decenni di prigione, «tirannide, sofismi, ipocrisia» più rigogliosi dopo che prima. E tuttavia campò più a lungo di Torquato Accetto, quello che consigliava la dissimulazione, ancorché onesta. 

martedì 27 gennaio 2015

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Non ha senso ricordare la Shoah ogni 27 gennaio senza aver ben chiaro chi siano quelli che oggi compirebbero lo stesso crimine, o lascerebbero si compisse, poco importa quanto soddisfatti o quanto indifferenti, tutt’al più cavillando se siano stati sterminati ebrei, giudei o israeliti. Dura da millenni, cambiano le facce, i moventi dichiarati e quelli reali, soprattutto cambiano i metodi, l’antisemitismo si fa mimetico, ma il tentativo di annientarli non cede. Senza aver ben chiaro chi siano, è meglio non commemorare niente.  

[...]

«Di fronte al fenomeno dell’autoproclamato Stato Islamico e al numero di coloro che lasciano l’Europa per sposare il fanatismo omicida, l’Occidente dovrebbe fare un serio esame di coscienza e chiedersi il perché di questo arruolamento violento e suicida. Perché? Una ragione è che un certo islamismo fondamentalista riempie il vuoto nichilista dell’Occidente. L’anima di un uomo, come di un popolo e di uno Stato, non si può riempiere di dubbi e di cose materiali: queste sono necessarie, ma non danno senso alla vita. Il senso si trova su un piano diverso, qualitativo. Il mondo occidentale ha svuotato la coscienza collettiva di valori spirituali e morali soffocandola di cose, ma non di bene, di verità e di bellezza».

Probabilmente crede davvero in ciò che dice, il cardinale Angelo Bagnasco, qui nella sua ultima prolusione al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana. Non possiamo esserne del tutto sicuri, perché quella qui esposta è la tesi che la macchina propagandistica ruiniana ha confezionato all’indomani dell’11 settembre 2001, e da allora non s’è avuto modo di rivederla, non se n’è trovata una meno sciatta. Può darsi, dico, che Sua Eminenza ripeta quello gli hanno dato da ripetere, ma in fondo sappia che è tesi rozza. D’altro canto, non è mai stato testa, ma solo braccio, dunque può darsi non lo sappia, può darsi ritenga sia davvero una spiegazione ragionevole del fenomeno, o può darsi che a forza di ripeterla abbia finito per crederci: «coloro che lasciano l’Europa per sposare il fanatismo omicida» lo fanno perché in occidente il cristianesimo non è più centrale; lo fosse ancora, non partirebbero per arruolarsi nelle milizie islamiste; giacché «l’anima di un uomo, come di un popolo e di uno Stato, non si può riempiere di dubbi e di cose materiali», togli il cristianesimo, e lasci spazio all’islam, anzi no, a «un certo islamismo fondamentalista». Regge?

Può reggere, ma solo se il cristianesimo, quello che trabocca «di bene, di verità e di bellezza», è alternativo al «fanatismo omicida», e viceversa: chi cerca luno, e non lo trova, si risolverebbe a cercare l’altro, trovandolo. Così equipollenti, dunque, «per lanima delluomo»? Ma, poi, davvero non è dato, a chi voglia, essere un buon cristiano in una società che abbia «svuotato la coscienza collettiva di valori spirituali e morali»? In altri termini, occorre che questi valori nutrano la coscienza collettiva perché possano nutrire la coscienza di un individuo che altrimenti non trova adeguate motivazioni ad essere un buon cristiano e diventa un feroce islamista? Ma allora costui non cerca valori: cerca una società in cui dei valori, non importa quali, siano collettivamente condivisi, necessariamente condivisi. Costui non cerca un certo tipo di credo religioso, cerca un certo tipo di società. Cerca una società in cui è la fede a dare la cittadinanza: in realtà, dunque, non cerca una società, ma unumma. E si può ben capire che, non trovando in occidente lo stato organico, lo stato etico, la società cristianamente intesa come corpo mistico, cerchi altrove e ovviamente possa trovare ciò che cerca solo nel peggior islam. E non è meglio perderlo, uno così?    

[...]

«Il voto per il Quirinale non è un referendum su di me o sul governo», dice Matteo Renzi. Del voto per le Europee diceva la stessa cosa, prima, ma è da otto mesi che spaccia quel 40,8% come un plebiscito che lo legittimi a Palazzo Chigi, come non fosse noto come ci sia arrivato e con quali mezzi ci resti. Farà lo stesso col Quirinale: se riuscirà a piazzarci chi vuole, si intesterà la vittoria come l’ennesimo voto di fiducia strappato a un Parlamento sotto ricatto. Bugiardo, sleale, arrogante, quintessenza di volgarità e di supponenza, Matteo Renzi è il peggio che potesse capitare a questo paese, che naturalmente se lo merita. Peggio di Silvio Berlusconi? Senza dubbio.  

lunedì 26 gennaio 2015

Un omaggio all’innocenza

Vabbe’ che sono uno cui piace molto stare a casa. Poi, certo, c’è che solo raramente leggo le pagine di cronaca locale ed è già tanto se guardo un Tg Campania a settimana. Voglio dire: ammetto che non sono molto attento a quello che accade quotidianamente nella città in cui vivo, ma com’è possibile che a Napoli si sia tenuto un Forum Universale delle Culture, sia durato un anno intero, ed io non ne abbia saputo niente? C’è una spiegazione: il Forum c’è stato, ma è come se non ci fosse stato. Recupero dal blog di Maria Lorenzi, Presidente della Commissione Cultura e Turismo del Comune di Napoli, tutte le informazioni necessarie: l’evento è stato organizzato a cazzo di cane, preceduto da sanguinose faide interne alle forze politiche presenti in Consiglio Comunale e da un logorante braccio di ferro tra Comune, Provincia e Regione su chi dovesse metterci le mani sopra, rimandato di mesi rispetto alla data che era stata stabilita per l’apertura, presto ridotto a un mucchietto di appuntamenti di scarsissimo interesse, senza un progetto che desse loro un’articolazione decente, insomma, la solita occasione sprecata, nella migliore delle ipotesi per incompetenza, nella peggiore per poterci rubacchiare sopra. Andate a porgere una parola buona alla Lorenzi, fatemi ’sto favore, ché se la merita. Nata in Piemonte e vissuta nel Veneto – recita la scheda autobiografica – la signora è venuta a Napoli nel 1976 e, anche se vi è restata il necessario per capire come vadano le cose da queste parti, si è prestata alla politica con tanta buona volontà, probabilmente illudendosi di poter essere utile. La sua amarezza ha un che di tragico e di nobile, e la sua pertinacia sa di onestà e di coraggio. Se non le spareranno per come insiste a chiedere un resoconto di come sono stati spesi milioni e milioni d’euro per un Forum che ha lasciato come traccia solo qualche minuscola cagatina di mosca, alle prossime elezioni, non importa in quale lista sarà candidata – se sarà candidata – le do il mio voto. Un omaggio all’innocenza.  

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Francamente assurde, le pretese di Raffaele Fitto. Sembra gli sfugga la ragione prima e ultima di Forza Italia, partito che è proprietà privata di Silvio Berlusconi, fondato per tutelare i suoi interessi. Lamenta «una resa incondizionata ai diktat di Matteo Renzi», Raffaele Fitto, e sembra non aver chiaro che il sì di Silvio Berlusconi a ciò che Matteo Renzi chiede potrà far perdere altri voti a Forza Italia, forse, ma torna utile a Silvio Berlusconi, senz’alcun dubbio. Il sì all’Italicum, col premio di maggioranza attribuito alla lista e non più alla coalizione, coi cento capilista bloccati: Raffaele Fitto lamenta che questo significa rendere insignificante l’opposizione di Forza Italia, peraltro limitando enormemente il numero dei deputati eletti con le preferenze. Appunto, no? Chi in Forza Italia può contare su un consenso personale, per aver radicato bene sul territorio, lo piglierà in culo e abbasserà la cresta. Un numero di parlamentari forzisti assai più esiguo, poi, sarà un problema solo apparente: saranno sempre abbastanza per tornar utili a Matteo Renzi, se le opposizioni interne al Pd dovessero minacciare di far venir meno la maggioranza parlamentare. Raffaele Fitto sembra non voler capire che, per tornare utile a chi ne è proprietario, un partito non ha bisogno necessariamente di vincere le elezioni. Basta che torni utile, meglio se indispensabile, a chi va al governo. Il patto del Nazareno, in fondo, non è che questo: Silvio Berlusconi sfrutta al meglio la crisi di consenso, e Matteo Renzi non può che accontentarlo, per poter fare del Pd un partito personale, in cui le opposizioni interne contino meno di quello che contano adesso, contino quanto Raffaele Fitto conta in Forza Italia. Se stupisce che Raffaele Fitto non l’abbia capito, stupisce ancora di più non l’abbia capito Daniele Capezzone, cui non dovrebbero essere ignote le logiche di un partito personale: dovrebbe sapere che agli interessi personali del leader che è proprietario del partito si può e si deve sacrificare tutto, anche il consenso elettorale. Passi per Raffaele Fitto, che sembra non capirlo, e si muove come un signorotto della Dc dei tempi andati: per Daniele Capezzone è lecito pensare si tratti di stupidità, stupidità senza speranze. 

domenica 25 gennaio 2015

«Che pretendi?», ho detto

L’odio è un sentimento che si è soliti infamare, ma per mera convenienza, per quel debito di ipocrisia che ci accolliamo per essere accettati in società. Non lo infamiamo solo per offrire agli altri la faccia più gradevole, quella mansueta, quella non pericolosa: quello che ci costringe a dire che siamo incapaci di odiare, o almeno che evitiamo, e sempre con piacere, senza sforzo, fino al paradosso di dichiarare che odiamo l’odio, è il fatto che, quando non produce gli effetti voluti, spesso assai al di sopra delle nostre forze, l’odio rivela un nostro fallimento, rendendoci ridicoli, e in società il ridicolo uccide. Questo accade pure con l’amore, ma l’amore si accontenta d’essere ricambiato, mentre l’odio è sempre più esigente, spesso chiede l’impossibile, soprattutto fa più fatica dell’amore ad arrendersi, anzi, nel non trovare soddisfazione s’invigorisce, e non è affatto raro che per trovare ristoro si ritorca su chi odia, infliggendogli una doppia sconfitta, dunque rendendolo ancor più ridicolo. Chi odia, insomma, rischia di più, molto di più. Si finisce per risolversi a non odiare, il che è disumano, sennò a dissimulare l’odio al meglio, per lo più sublimandolo. Conveniente, senza dubbio, ma profondamente ingiusto. C’è sempre un prezzo da pagare nel rinunciare all’odio e spesso è sempre più salato del ridicolo che ci si procura odiando senza riuscire a produrre gli effetti voluti. L’odio è un sentimento forte, bello, nobile, tragico come tutti i sentimenti, e come tutti i sentimenti va curato, certo, ma non corrotto.

Ogni tanto prendo a caso uno dei tanti quadernetti riempiti in gioventù e rileggo qualche pagina. Quella che ho ritrascritto qui sopra, mettendo solo un poco d’ordine alla punteggiatura, reca la data del 6 luglio 1980: l’ho riletta stamane, fumando la prima sigaretta della giornata. Ero più saggio allora, ho pensato. Forse un po’ più goffo, com’è naturale quando si ha solo poco più di vent’anni, ma senza dubbio assai più saggio. Nel fondo, mi son chiesto, queste cose non le pensi anche adesso? E saresti capace di scriverle esattamente come le scrivevi allora? Vabbe’, mi son risposto, che ci vuole? Copio e pigio «invia». E così mi ero ripromesso di fare, ma poi all’ultimo momento ho constatato che in calce avevo scritto «6.7.1980»: una vigliaccheria, tentavo di dissociarmi.
«Hai visto?», m’ha chiesto il ventitreenne di allora. «La pensi come me, ma non riesci a sottoscrivere quello che ho scritto senza prendere le distanze. E che distanze! Ci metti in mezzo sette lustri e così salvi la faccia, fellone!».
«Che pretendi?», ho detto.
«Che ti prendi la tua parte di ridicolo: spara il nome di uno che odi. Ma di uno che odi veramente, fino alla tua ultima cellula. Uno che, potendo, ti lavoreresti di rasoio e fiamma ossidrica per secoli e secoli».
«Mi vergogno», ho detto.
Mi ha riso in faccia e ha detto: «Vabbe’, lasciamo perdere. Rimettimi nello scaffale e cerca di non venire più a rompere il cazzo».

sabato 24 gennaio 2015

Al netto

Pensate un attimo alla differenza che, almeno sulla carta, sta tra un matrimonio religioso, che è un sacramento, e cioè un «segno sensibile ed efficace della grazia, istituito da Cristo per la santificazione dei fedeli», e un matrimonio civile, che invece è un negozio giuridico, e cioè un «atto mediante il quale il privato è autorizzato dall’ordinamento giuridico a regolare interessi individuali nei rapporti con altri soggetti». Differenza enorme, senza dubbio, ma appunto solo sulla carta, perché basta mettere a confronto Codice di Diritto Canonico e Codice Civile per constatare che i diritti dei coniugi sono pressoché simili, e così i doveri, sia quelli reciproci, sia quelli verso i figli. Ad evitare che quanto affermo sollevi contestazioni, ripeto: diverso il significato che i due codici danno al matrimonio, diverso l’apparato normativo che ne regola la fattispecie, ma il carico dato ai coniugi è sostanzialmente lo stesso, e ovviamente parlo dei codici attualmente vigenti.
Differenza enorme, tuttavia, sembrerebbe esservi nel fatto che il matrimonio religioso è indissolubile e quello civile no, ma anche qui solo sulla carta, mentre sul piano pratico l’annullamento, previsto dal Codice di Diritto Canonico, dà effetti sostanzialmente simili a quelli del divorzio, previsto dal Codice Civile. Cosa consenta il divorzio a chi si sia sposato con un matrimonio civile è noto, e altrettanto cosa consenta l’annullamento a chi si sia sposato con un matrimonio religioso: anche qui, sulla carta, sembrerebbero esservi enormi differenze, però, con una sempre maggiore disponibilità dei tribunali ecclesiastici a riconoscere i casi in cui a uno o a entrambi i coniugi sarebbe mancata la consapevolezza riguardo agli impegni derivanti da un matrimonio religioso al momento di contrarlo, all’annullamento sia arriva anche più in fretta che al divorzio. In entrambi i casi, Chiesa e Stato prendono atto che quei due non possono più vivere sotto lo stesso tetto, e il fatto che la Chiesa ci aggiunga che non avrebbero mai potuto, perché il matrimonio è sempre stato nullo, fa differenza, certo, e anche bella grossa, soprattutto per quello che riguarda gli strascichi, ma in sostanza gli effetti finiscono per essere coincidenti. Anche qui: diverso il significato che i due codici danno al fatto che due coniugi non debbano più essere considerati tali, diverso l’apparato normativo che regola il come ci si arrivi, ma il carico dal quale vengono liberati è lo stesso. Anche qui: se parliamo dei codici attualmente vigenti. 
Su quanto segue, invece, mi aspetto forti obiezioni. Affermo, infatti, che la sempre maggiore disponibilità dei tribunali ecclesiastici a dichiarare la nullità di un matrimonio non sia altro che il tentativo – quanto conscio non saprei, ma azzarderei non troppo – di rendere competitivo il matrimonio religioso rispetto a quello civile: nell’impossibilità di poter rivedere il vincolo di indissolubilità, la Chiesa viene incontro alla crescente difficoltà di tenere in piedi un matrimonio religioso con la disponibilità a considerarlo nullo, poi vai a capire quanto entri in gioco la misericordia e quanto la santissima cazzimma. I matrimoni religiosi validi, dunque, sarebbero quelli che si mantengono in piedi, gli altri non lo sarebbero mai stati: un modo come un altro per ribadire il primato del matrimonio religioso in quanto sacramento.
Di qui il frequente tornare di Bergoglio sulla necessità che la Sacra Rota agevoli nei tempi e nei costi i procedimenti di annullamento: più sarà chiaro che il matrimonio religioso offre una via d’uscita più agevole del divorzio, più facile sarà invertire la tendenza che da decenni lo vede sempre meno favorito rispetto a quello civile. Anche in questo, come per il resto, Bergoglio rincorre il secolo, e con strumenti relativamente efficaci. Solo relativamente, però, perché, come per il resto, rischia grosso. Se, infatti, come ha affermato ieri, «il giudice, nel ponderare la validità del consenso espresso, deve tener conto del contesto di valori e di fede – o della loro carenza o assenza – in cui l’intenzione matrimoniale si è formata [perché] questa eventualità  non va più ritenuta eccezionale come in passato, data la frequente prevalenza del pensiero mondano sul magistero della Chiesa», la validità di un matrimonio religioso resta confermabile solo a posteriori, cioè se nessuno dei coniugi solleva la questione della sua invalidità col dichiarare l’esistenza a priori di una «riserva mentale circa la stessa permanenza dell’unione, o la sua esclusività». C’è bisogno di indicare dove si annidi l’insidia alla fede stessa?

venerdì 23 gennaio 2015

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In Isole, il secondo dei capitoli di Caro Diario, c’è uno straordinario Renato Carpentieri che interpreta Gerardo, «un amico [di Nanni Moretti] che si è ritirato lì [a Lipari] undici anni fa [e che] da allora sta studiando solamente l’Ulisse di Joyce». Gerardo vanta con orgoglio di non guardare mai la tv («Mai, sono trent’anni che non la guardo più»), ma è accompagnando l’ospite in un giro per le Eolie, alla ricerca di un’isola in cui poter lavorare in pace, che incappa in una puntata di Beautiful che fatalmente lo incanta da un televisore acceso a bordo di un traghetto. Un Ulisse che cede al canto delle Sirene, potremmo dire. In un niente, Gerardo diventa teledipendente, al punto che alla fine dell’infruttuosa ricerca del posto giusto dove trovare un po’ di concentrazione, approdando ad Alicudi, «l’isola più lontana, l’isola più selvaggia», dove non arriva l’energia elettrica e dunque neanche la tv, è preso da una violenta crisi d’astinenza, e fugge via, imprecando contro Enzensberger e Popper: ma quale zero-medium, ma quale unftaithful servant, la tv è l’Omero dei tempi moderni.
Calcando un po’ la mano, com’è naturale quando si vuole pungere sul vivo, Brunella mi ha paragonato a Gerardo per l’attenzione che durante le vacanze di fine anno ho dedicato alle dodici puntate di Gomorra, la serie televisiva tratta dall’omonimo volume di Roberto Saviano, andata in onda l’anno scorso su Sky Atlantic e da me allora fieramente snobbata. È cominciato coll’incappare in una parodia della saga dei Savastano (The Jackal), la curiosità m’ha portato all’originale (su Youtube ho trovato tutte le puntate della prima serie) che ho letteralmente divorato con godimento non inferiore a quello provato qualche anno fa, quando m’incapricciai della Congiura dei Pazzi sprofondandomi nella lettura di tutto ciò che ne era stato scritto. Quando poi sono passato a colmare un’altra enorme mia lacuna tra i fondamentali, guardando tutte le puntate della prima e della seconda serie di Romanzo criminale, che fino a quel punto avevo sempre evitato anche di striscio, ho avuto serio conflitto interno e, temendo di scivolare sempre più in basso, semmai arrivando ai Sopranos, ad House of Cards e Dio solo sa a cos’altro, ho messo fine all’andazzo, mi sono ricomposto e per punizione mi sono inflitto la rilettura dell’Estetica di Benedetto Croce.
E però bisogna dirlo, Stefano Sollima è un gran figlio di puttana. Come sirena, dico, ha un canto ammaliatore niente male. Un poco ti vergogni a dire che sa cucinare intingoli da farti sbavare, anzi, te ne vergogni assai, ma, quando capisci che devi cominciare a vergognarti, è tardi: l’hai fatto e t’è piaciuto. E allora ti castighi considerando che «l’arte contemporanea, sensuale, insaziabile nella brama dei godimenti, solcata da torbidi conati verso una malintesa aristocrazia che si svela ideale voluttuario o di prepotenza e crudeltà, sospirando talora verso un misticismo, che è altresì egoistico e voluttuario, senza fede in Dio e senza fede nel pensiero, incredula e pessimistica, e spesso potentissima nel rendere tali stati d’animo, quest’arte che i moralisti vanamente condannano, quando sia poi intesa nei suoi profondi motivi e nella sua genesi, sollecita l’azione, la quale non volgerà certo a condannare, reprimere o raddrizzare l’arte, ma a indirizzare più energicamente la vita verso una più sana e profonda moralità, che sarà madre di un’arte più nobile di contenuto e, direi anche, di una più nobile filosofia», ma poi fanculo Benedetto Croce, che solo per il tempo che ti ha fatto perdere dovresti spararlo in bocca. 

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giovedì 22 gennaio 2015

Il royal baby

Troverete ben poca politica nel libricino scritto da Giuliano Ferrara (Il royal baby, Rizzoli 2014), anche se si presenta come «breve conversazione sul nuovo nato», e cioè su Matteo Renzi, a mo’ di instant book sul Patto del Nazareno. In realtà, si tratta di un monologhetto dal quale si potrebbe trarre il testo d’una pièce teatrale, coll’io narrante in proscenio e sul fondale, a scorrere, immagini d’archivio, quelle sì tratte dalla cronaca politica, da quella più recente a quella che ormai data trent’anni. La politica, insomma, sta dietro il discorso, che qui non è lectio e non è oratio, anche se assume la maniera qua dell’una e là dell’altra: va in scena il caso umano, il personaggio che tira le somme della propria esistenza, nella quale la politica – più che altro, i suoi rumori – hanno fatto da colonna sonora.
In questo senso, l’incipit è onesto: «A me è necessaria la politica. Non posso vivere senza i suoi travestimenti, le frodi, l’impostura, i segreti […] Non posso vivere senza l’imprevisto, l’inimmaginabile, il callido. Ho bisogno della legge bronzea, della forza che dispiega l’intelligenza di una cause célèbre, la controversia, il bagno di odio metaforico, la violenza della rottura costruita con il compromesso necessario». Della politica, in buona evidenza, qui si descrive l’atto, non già il fatto – d’altronde non è escluso che per Giuliano Ferrara la politica possa ritenersi puro atto (ovviamente cosa un po’ diversa dal gentiliano «atto puro», ma non troppo distante) – e tuttavia che il fatto abbia una sua ratio, di cui l’atto non è che rappresentazione, ci era sembrato non gli sfuggisse in pagine più seriamente meditate, come nella prefazione a Scrittura e persecuzione di Leo Strauss (Marsilio, 1990) o in quella a La saggezza della fronda. Massime del Cardinale di Retz e di François de La Rochefoucauld (Giuseppe Laterza, 2001). Qui, no.
Qui, come in una fin de partie, sembra che la categoria del politico (schmittianamente inteso) riduca amico e nemico a mere marionette di un teatrino, svilendo la tragedia a dramma, a comédie humaine, mentre l’Ausnahmezustand si contrae in un eccitato stato d’ansia, che ci si sforza di sentire stuzzicante. Quanto possano aver giocato i recenti problemi di salute e la severa dieta alimentare cui è stato sottoposto (al momento con buoni risultati, nell’ultimo anno deve aver perso almeno venti chili) è questione che andrebbe approfondita, sta di fatto che in questo libricino (poco più di 120 pagine, di 21 righe ciascuna, per 50 battute a riga: su Il Foglio sarebbe entrato tutto in tre paginoni di inserto) c’è solo una patina di dottrina, e ad un colpetto d’unghia salta, rivelando che sotto c’è solo umore, e solo in apparenza buono. Anche dove parrebbe dispiegarsi un metodo, nel tentativo di costruire un sistema, tutto abortisce nella provocazione, nel gusto un po’ malato di scandalizzare: «Quel che serve non è un Paese migliore […] Quel che serve è una rete di interessi corporativi combinati, che non esclude patti trasversali e inconfessabili doppi, tripli giochi, sempre nascosti dietro la fiera denuncia dei patti col demonio stipulati dagli avversari del momento». Così quando sembrerebbe stia prendendo avvio un ragionamento sulla natura del potere in era postdemocratica: «La leadership personale [...] è questo: non ci sono più partiti come sistema, non cè un ceto produttivo e borghese, non cè lintellighenzia, non cè la classe con la sua rappresentanza, il populazzo è come in Guicciardini “mille volte uno pazzo”, si muove flessuoso tra unelezione e laltra, è disponibile allavventura, al fidanzamento, non appartiene più, non resta che la persona, luomo solo al comando di se stesso che prova a manovrare il consenso diffuso dellinterdizione del mugugno, dellinfluenza e della furbizia». Bene, e dunque? «In questo, Renzi, allievo naturale del suo venerato predecessore, è ben piazzato». Stop.
Nulla del trattatello, dunque, anche se di tanto in tanto il tono fa il verso all’encomiastica di certi scrivani del XVI e del XVII secolo, che tra un inchino e l’altro infilavano un consiglio. C’è tanto di quell’io, in questo libricino, che Silvio Berlusconi e Matteo Renzi sembrano maschere, e maschere sembrano i tanti citati nelle ultime 20 pagine, dove l’io si veste addirittura di terza persona, per una breve autobiografia che cede alla celebrazione e pecca di pesante autoindulgenza, sebbene un po’ attenuata da qualche gigionismo e tante strizzatine d’occhio. Per chi conosce i fatti come davvero sono andati (Pino Nicotri, L’arcitaliano Giuliano Ferrara, Kaos 2004), questa storiella, che negli ultimi dieci anni ci è stata riproposta almeno cinque o sei volte, sembra un training autogeno. Così con Matteo Renzi, che poi «non è nemmeno il mio tipo», ma è che «volevo un vendicatore di questi vent’anni [e] l’ho avuto». Non gli è difficile convincersi che può dirsi soddisfatto del film che ha visto: ha vociato durante la proiezione, la trama ha preso la piega che voleva, esce dal cinema con la sensazione di aver concorso alla sceneggiatura. Non gli è difficile, soprattutto, presentare Matteo Renzi come figlio naturale di Silvio Berlusconi: stessa tecnica d’un Marco Travaglio, ovviamente rovesciando il segno.
Nulla di nuovo, dunque, si tratta di un libricino pressoché inutile. Prezzo di copertina 15 euro, scontato del 25% già a due settimane dall’uscita, a presto sulle bancarelle degli invenduti a 2 euro. Se volete comprarlo, vi conviene aspettare.  

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Guarda un po’ a cosa ci riduce, l’andazzo dei tempi: siamo costretti a trovare sennate, addirittura bene argomentate, perfino ottimamente espresse, le ragioni di un Paolo Cirino Pomicino. Certo, conviene chiudere un occhio sulle cause che trova all’andazzo (tutto sarebbe dovuto allo smarrimento di una democristiana arte di governo) e alle soluzioni che prospetta (ci vorrebbe il presidenzialismo, ancorché con opportuno sistema di contrappesi), ma l’analisi non è corretta?


martedì 20 gennaio 2015

Famiglia numerosa sì, famiglia numerosa no

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Bergo’, aspe’ ché ti sbobino un attimo le cazzate che hai detto in aereo al ritorno dalle Filippine, così chiariamo ’sta questione di tua madre, del cazzotto, eccetera, con stretto rigor di termini.
Tu dici: «In teoria, possiamo dire che una reazione violenta davanti a una offesa o a una provocazione – in teoria, sì – non è una cosa buona, non si deve fare. In teoria, possiamo dire quello che il Vangelo dice: che bisogna dare l’altra guancia». Ora, non è per impiccarti alle parole, che pure, essendo papa, dovresti calibrare bene prima di lasciarle uscir di bocca, ma tu, nell’intervista concessa all’andata, hai detto testualmente che un cazzotto dato a chi ti offendesse mamma è «normale». Non so se a Buenos Aires il termine ha un significato diverso, ma in italiano significa «regolare», «esemplare», «conforme», «logico», ed estensivamente «umano», «naturale», «comune». Tutto ciò, oggi, lo poni in antitesi alla «teoria» del messaggio evangelico, e allora, scusa, fammi capire: starai mica a dire che, sul come si deve reagire ad un’offesa, il Vangelo ci dà un precetto illogico, innaturale e disumano? Sarai mica nietzchiano o anche stavolta ne hai sparate due così, tanto per dire, e ti son venute a carajo de perro?
Ma procediamo. Tu aggiungi: «In teoria, possiamo dire che abbiamo la libertà di esprimerci. E questo è importante. Sulla teoria siamo tutti d’accordo, ma siamo umani e c’è la prudenza, che è una virtù della convivenza umana. Io non posso insultare, provocare, una persona continuamente perché rischio di farla arrabbiare, rischio di ricevere una reazione non giusta. Ma è umano, quello». Anche qui, consentimi, non ti seguo proprio. Tu dici che abbiamo libertà di esprimerci, e su questo non puoi immaginare quanto io ti stimi, pensando a quelle merde dei tuoi predecessori che sulla libertà di espressione avevano idee un pochino diverse. Non so se ad ammettere che gli uomini abbiano la libertà di esprimersi tu ci sia arrivato da solo o non abbia avuto bisogno di qualche aiutino da quei pensatori che fino allo scorso secolo finivano all’Indice, ma qui non è il caso di stare a sottilizzare: sappiamo che a suon di bastonate il mulo impara. La questione è un’altra: è che anche qui tu dici «in teoria», e solo per creare un’antitesi tra ciò che è giusto «in teoria» e ciò che «normalmente», «umanamente», smette d’esserlo. Fino a quando lo fai con il Vangelo, cazzi tuoi. Ma affermare che la libertà di espressione sia una cosa bella, buona e giusta, ma che debba fare i conti con chi non lo pensa, e che a conti fatti debba trovare il modo di reprimersi sennò è «normale» debba aspettarsi una reazione violenta, beh, non ci siamo proprio.
Non corro il rischio di averti capito male, perché tu dici testualmente: «Per questo dico che la libertà di espressione deve tener conto della realtà umana e perciò dico che deve essere prudente». Sarà reticenza tutta ovattata, ma in sostanza tu dici che, se con la mia libertà di espressione io do fastidio ad uno che non la tollera, io devo rinunciarvi, sennò è «normale» ch’io mi pigli il cazzotto che chi è contrario alla mia libertà di esprimermi possa ritenere giusto, a suo parere, io mi pigli. Dico: per caso usi un aereo che ha problemi di pressurizzazione?
Di là della questione posta in generale, tuttavia, resta un problema: che fine fa il cazzotto che qualche giorno fa tu minacciavi di dare a chiunque offenda tua madre? Voglio dire: tu sei per la «teoria» che insegna il Vangelo o per quella che a te pare «normalità» se riferita a ciò che definisci «umano»? In altri termini: quando parlavi di tua madre, il «tu» eri davvero tu o era un «tu» impersonale? Essendo papa, non è questione da poco. Perché mettiamo che domattina io mi svegli e decida di esprimere una libera opinione su tua madre o sulla tua fede, che a torto o a ragione tu possa recepire come offesa, mi pare sia fondamentale sapere se mi aspetta in risposta la «teoria» evangelica o la «normalità» dell’uomo che si lascia andare a una «risposta non giusta». Bada bene: la «risposta non giusta» potrebbe essere «normale» in risposta a qualcosa che risulti offesa a te, ma che in realtà lo sia solo a voler dare per scontato, contro ogni «teoria», che la mia libertà di espressione debba fermarsi dinanzi a ciò che tu ritieni intangibile al mio giudizio, se non positivo.
Ti faccio un esempio, via. Metti caso che domani, a reti unificate, sento dirti le solite cose, quelle indimostrabili, che o ci credi o no: che Dio esiste, che si è incarnato in un uomo detto Gesù, il quale è nato da una vergine che è rimasta tale dopo il parto, la quale l’avrebbe concepito senza aver avuto rapporti sessuali, e che ’sto Gesù poi è morto, ma è risorto, insomma, Bergo’, le solite cose, che a te sembreranno cose serie, ma a me fanno un po ridere e un po girar le palle. Bene, ho libertà di esprimermi e dire che sono stronzate? Comprendo che tu possa sentirla come offesa, ma dove va a finire la mia libertà di espressione se non ho il diritto di dire ciò che penso riguardo a ciò che tu ti senti in dovere di dire? Che fai, mi sferri un pugno come farebbe un islamista che ha lasciato a casa il kalashnikov o abbozzi? Capisci bene che la differenza è grossa, e sta nel capire se giustifichi la «risposta non giusta» in nome di un’«umanità» che ti apparenta all’islamista. 
Ma tu dici: «La prudenza è una virtù umana che regola i nostri rapporti. Io posso fino a qui, di qua, di là. E questo volevo dire, che in teoria siamo tutti d’accordo, c’è la libertà di espressione, una reazione violenta non è buona, è cattiva sempre, tutti d’accordo, ma nella pratica fermiamoci un po’, perché siamo umani e rischiamo di provocare gli altri. Per questo la libertà deve essere accompagnata dalla prudenza. Quello volevo dire». Perfetto, però ti rendi conto che, con questo bizzarro modo di intendere la prudenza, il limite che separa il «di qua» dal «di là» può deciderlo solo chi eventualmente possa dare anche una «risposta non giusta»? Ce n’è di che ritenere offensiva la  sola presenza di un cristiano in terra d’islam, e bruciarlo vivo sarebbe certamente una «risposta non giusta», «in teoria», mentre la prudenza necessaria consisterebbe, per il cristiano, nel fare bagagli e andare via: stride un po’ col dichiararlo martire, se resta e lo bruciano vivo, non ti pare? Che facciamo in questo caso: gli diamo dell’imprudente? A mio modesto avviso, Bergo’, hai le idee assai confuse, come d’altronde è inevitabile accada quando si pretende di trovare la quadra tra logica e senso comune, tra dottrina e vita, tra principi e cazzi propri.
Così con la questione dei figli, che a farne troppi il cristiano smetterebbe d’essere pecora, come dovrebbe, e diverrebbe coniglio. A parte il fatto che un tizio con quattro, sei o dieci figli potrebbe a buon diritto ritenersi offeso, scordarsi per un attimino ogni «teoria» e, consentendosi una «risposta non giusta», però «umana», sferrarti un cazzotto in piena faccia: grondando sangue dal naso rotto, te la sentiresti di dire che tutto è dovuto ad una tua imprudenza? Bergo’, fattelo dire: sei una frana. 

lunedì 19 gennaio 2015

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Molta più gente fuori il Pirellone, a contestare, che dentro, al convegno di omofobi già ampiamente pubblicizzato, le scorse settimane, da altre contestazioni. Legittimo contestare queste merdacce, ma contestandole si fa loro il gran favore di enfatizzarne la visibilità, per giunta consentendo possano assumere posa da vittime. Comprendo quanto sia difficile non reagire a un certo tipo di provocazioni, ma farlo è proprio quanto nel calcolo di queste insopportabili facce da schiaffi. L’arma davvero micidiale è ignorarle del tutto, ma se si è miti, e ci si accontenta di infliggere loro qualche ferita, può bastare il coro: «Sce-mi! Sce-mi!». Senza rabbia, però, con un sorriso largo. Niente di più che «Sce-mi! Sce-mi!», e si vaporizzano in pochi mesi.

domenica 18 gennaio 2015

Una proposta

Ogni volta che c’è da mandarne uno nuovo al Quirinale, è sempre la stessa storia: da chi ha il pieno controllo su consistenti pacchetti di deputati e senatori a chi non controlla bene nemmeno i propri sfinteri, tutti a puntare su un Presidente della Repubblica di proprio gradimento. È umano, sia chiaro, ma l’esperienza insegna che questo genere di scommessa è quasi sempre persa in partenza, e tuttavia nessuno sembra capace di rinunciarvi. Non io. Fosse per me, ad esempio, previo ritocco dell’acconciatura, al Quirinale manderei Luciano Canfora, ma su di lui non scommetto neanche un euro, neanche avanzo la proposta: un Presidente della Repubblica deve rappresentare l’unità nazionale e un paese come questo non può affatto essere rappresentato da una persona tanto intelligente, retta e signorile. La mia proposta è un’altra, ed è proposta che invece di rincorrere i miei gusti personali vuol essere un concreto aiuto a chi tra qualche giorno sarà chiamato a decidere: propongo Francesco Rutelli, che non ho in alcun conto, né come uomo, né come politico, ma che – qui e ora – mi sembra il candidato perfetto. Bella presenza. Cattolico. Amico di quasi tutti, ma non troppo. Mai avuta un’idea in vita sua, il che infonde tanta serenità. Da qualche tempo ai margini della vita politica, il che fa tanto super partes. Uno splendido pendant tra due corazzieri, pensateci. Insomma, signori deputati, signori senatori, rinunciando ad ogni personale gradimento, pensando unicamente al bene supremo della nazione, io propongo lui. A chi di voi avesse qualche dubbio faccio presente che, a differenza di Romano Prodi, Giuliano Amato, Pietro Grasso e tutti gli altri nomi che circolano in questi giorni, Francesco Rutelli sarebbe capace di starsene buono buono per sette anni, tra vasellame e arazzi, senza colpi di testa o entrate a gamba tesa. Pensate, poi, a una first lady come la Palombelli. 

venerdì 16 gennaio 2015