lunedì 7 novembre 2011

Contro la soluzione aristocratica


Massimo Gramellini e Michele Serra hanno raccolto critiche severe fino al biasimo, da destra e da sinistra, per aver messo in discussione l’assunto egalitario che sta a fondamento della democrazia nel principio di universalità dell’elettorato attivo e di quello passivo.
Il primo, infatti, ha scritto che «la prevalenza del cretino, o comunque del mediocre, raggiunge la sua apoteosi in quella caricatura di democrazia che è diventata la nostra democrazia», perché «una parte non piccola degli elettori è così immatura da privilegiare i peggiori», sicché «per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto» (La Stampa, 3.11.2011).
In piena sintonia con Gramellini, Serra ha lamentato che «l’uomo della strada, con tutta la sua spensierata dabbenaggine, è arrivato al vertice»: «Pensavano – ha scritto – che la democrazia fosse una selezione dei migliori. Aperta a tutti, ma destinata a individuare i migliori. Il vecchio concetto di classe dirigente, insomma. Ritrovarsi rappresentati nel mondo da uno che pensa e parla come l’ultimo di noi è un bruciante fallimento. Votare per uno “come noi” significa sprecare il voto e sprecare la democrazia» (la Repubblica, 5.11.2011).
Entrambi hanno mostrato di aver ben presente l’obiezione che sarebbe stata mossa loro, ma si sono limitati a respingerla in modo goffo, comunque inefficace. Gramellini ha detto che la sua critica al suffragio universale era «aristocratica solo in apparenza», perché la sua proposta di «un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione» non mirava a un governo degli ottimi, ma solo dei migliori («megliocrazia»), come alternativa al «governo dei peggiori» (dei pessimi). Stesso espediente è stato usato da Serra per attenuare «migliore» da superlativo a comparativo: «Vogliamo votare per uno che sia migliore di noi». È evidente, tuttavia, che «uno migliore di» quanti hanno diritto di voto (previo superamento di un esame o meno) sia, di fatto, «il migliore di» tutti.
Di fatto, in Gramellini e Serra, è evidente il cedimento a una tentazione che accompagna la democrazia fin dalla sua nascita, e che è quella di ritenere che un sistema democratico possa funzionare «al meglio» (sennò – prima o poi – «al peggio») solo se informata da un principio che in ultima analisi è morale, perché rimanda a meriti che al loro grado di eccellenza sono sempre traducibili in virtù, anche quando non attengono alla sfera morale propriamente intesa. La democrazia funzionerebbe solo quando alcune virtù siano apprezzate da una larga maggioranza di elettori e incarnate da un largo numero di eletti: in pratica, quando gli elettori riconoscano negli eletti quel «bene» che in un monarca illuminato è riconosciuto dai suoi sudditi. Viva la volontà della maggioranza, ma a patto che essa sia capace di esprimere nei suoi rappresentanti il massimo grado di virtù al quale è necessario tendere.
Questa pretesa rivela lo stesso pessimismo sulla natura umana che è proprio dei moralisti inclini ad essere scettici della democrazia, ed è superfluo aggiungere che si inscrive nella stessa logica che porta gli ottimisti a ricercare il «bene» che sarebbe nel fondo della natura umana sradicando il male che lo corrompe. Si tratta, insomma, di una delle due facce della stessa idea di società come rappresentazione di un eterno conflitto morale tra «bene» e «male», categorie che inevitabilmente portano alla costruzione di un sistema dispotico, nel quale ai «buoni» è dato potere sui «cattivi». Suppongo sia altrettanto superfluo aggiungere che il piano morale sul quale si consuma questo conflitto non è mai così solido come vorrebbe chi ritiene che la natura umana sia immutabile nel tempo e nello spazio, e che il «bene comune» sia un valore definibile una volta per tutte.
Se non si abbandona il principio del «bene comune» (che è proprio di ogni sistema retto sull’assunto di una radice trascendente della natura umana) in favore di quello utilitaristico della «maggiore felicità per il maggior numero di individui» (Bentham)  – se, cioè, non si sostituisce alla categoria del «bene» quella dell’«utile» non se ne esce. Perché una democrazia funzioni non è necessario che gli eletti siano moralmente ineccepibili, anzi, questo può essere addirittura un pericolo per la stessa democrazia: è necessario che essi siano in grado di costruire le opportunità perché si realizzino le condizioni dell’«utile» per il maggior numero di individui. Non abbiamo bisogno di un monarca illuminato o di una oligarchia di anime belle, ma di una liberaldemocrazia che fondi su poche regole, ma severe, tutte riassumibili in una: ti è vietato imporre ad altri ciò che ritieni «bene» per te. Antidoto alla «peggiocrazia», ma anche alla tentazione di una soluzione aristocratica. 

Rumori dall’avanguardia

[Stavolta, mi son detto, non voglio sprecare neanche una parola. La lascio a Marco Ricci, che mi invia quanto segue. Se devo trovarvi un difetto, direi: troppo buono.] 


Nel gesto di ripararsi dal vento e accendere del tabacco mi accosto al fianco semichiuso del furgone regia con cui la Rai copre il congresso Radicale di Chianciano. Mentre il tabacco prende, alla consolle parte il servizio pronto per qualche TG: panoramica sulla sala ancora mezza vuota, congressisti smarriti per l’assenza prolungata di Pannella, Bonino risponde fugace e scontrosa sul perché di quel mistero, un anonimo oratore contende i congressisti del dopocena ad una partita di pallone in TV, un iscritto commenta mellifluo l’andamento del congresso. Il giornalista insinua sornione “si dice che lei sia anche un grande mago”; l’uomo non resite alla vanità e, imputandola all’obiettività di terzi, conferma la maliziosa indiscrezione.
Mi allontano pensando che quel servizio non ci rende onore e, più tardi, non mi sorprenderà sapere che un operatore è stato strapazzato da un militante al grido di comunista di merda... si dissoci chi può. Oltre al furgone regia ci sono un’automobile, un camion generatore e una selva di antenne e cavi, quindi cinque o sei persone per quattro giorni pieni, trasferta, alloggio, piè di lista e straordinari per una macchietta di 30 secondi e nessuna notizia, nessun approfondimento. Ulteriore tassello di una scientifica strategia d’emarginazione mediatico-culturale, costosa vendetta da parte di quello “schifo di Rai” per l’insulto ancora caldo o altro ancora?
Scendo le scale verso la sala congressi e mi domando se siamo davvero così bizzarri, incomprensibili e buoni solo da rendere in caricatura. Dentro in effetti il mago c’è da vero: in arte Divinotelma, polemizza velenoso con segretario e tesoriere per la presunta discriminazione in violazione di statuto perpetrata a danno dell’ organizzazione ch’egli rappresenta. Mi chiede di sottoscrivere la sua mozione particolare per l’introduzione delle primarie nella selezione dei candidati Radicali al parlamento, che firmo di buon grado. Il presidente delle Camere penali ha appena finito una sconsolata ricognizione tecnica dei guasti maggiori della giustizia penale mentre un’imprenditrice si prepara a raccontare delle angustie tra cui e costretta la piccola impresa tra orgogliosa resistenza, voglia di legalità e, magari, impossibilità di pagare i tributi dichiarati per mancanza di liquidità. In mezzo un tale con occhiali alla Buscetta arringa la platea sull’eccesso di massa monetaria circolante, vera causa del disastro finanziario e dell’iperbole del debito pubblico che zavorra le economie occidentali; complici le banche centrali che, dice, si rifiutano di fare l’unica cosa giusta: alzare, decise, i saggi d’interesse. Mentre l’eloquio senza indugio da geniaccio reverce thinker incalza e ti domandi a che scuola economica appartenga, è lui a chiarire di non essere un economista ma un grossista d’abbigliamento della magna Grecia invero preoccupato della fuga della manifattura dal sud-Italia verso l’est del mondo. Bonino non trattiene un rimbrotto liberista intuendo che sotto la spoglia del monetarista austriaco de noantri si nasconda un altro protezionista istintivo, come tanti se ne trovano anche nelle stanze del Palazzo.
Sul podio si alternano anche i relatori delle commissioni che hanno lavorato per gruppi tematici: debito ecologico, giustizia e amnistia, libertà civili e riformismo, internet e mobilitazione, Europa e federalismo. L’estemporaneo apporto di profani che si cimentano nel dibattito pubblico si mischia al contributo di esperti e professionisti dando luogo ad un discorso che, riarticolato nel lavoro di relazione, riesce ad esprimere un proprio significato politico. Rumori dall’avanguardia, umori e suggestioni da terreni ancora poco frequentati che, saputi decifrare, sono la materia grezza che alimenta e ispira la fucina Radicale.
L’umanità che incontri è variegata e nessuno è come l’altro; per età, abbigliamento, linguaggio e provenienza sono tutti diseguali ma accomunati dalla genuina curiosità per l’altrui diversità e una certa ipertrofia dell’Io. C’è il pirotecnico retore che approfitta di ogni dichiarazione di voto per esercitare il suo vibrato eloquio erudito e buffo. C’è la signora del ’30 che ricorda dal podio la solitudine di una giovane nel fronteggiare il padre e il mondo per la propria omosessualità senza che in giro vi fosse ancora una Famiglia Radicale nella quale rifugiarsi. C’è il vaticanista cattolicissimo che premette al suo intervento la promessa di non tentare di convertire la platea. C’è il profeta della “Tri-bon tri-voluzione” che diresti pazzo e che, quando l’urbanista propone di tornare al concetto di città medievale fatta di case attaccate le une alle altre e chiede si disincentivi fiscalmente il “distacco” tra i fabbricati, si alza puntando l’indice e grida: “tassare gli architetti!”. E tu capisci che il pazzo non è lui. Altrove sbufferebbero, scuoterebbero la testa, ti taccerebbero da disturbatore: qui ti ascoltano senza boria. Individualità, originalità sino all’eccentricità e tolleranza della più schietta forgia: John Stuart Mill qui si sentirebbe a casa.
La tensione però sale per via delle polemiche sulla strategia parlamentare e la frattura consumata con il Pd che hanno preceduto il congresso, mentre Pannella continua ad aleggiare ma non si materializza in sala. Un compagno blocca Bernardini e la incalza preoccupato: “ma tu credi se la sia presa su con noi per qualcosa…?”. Nella quasi completa assenza di personalità politiche, per il PD parla il vice Ventura ma è Giachetti a tentare la ricucitura e, da ex, lo fa nell’unico modo plausibile: attaccando, rilanciando. “Compagni occorre sporcarsi le mani”, dice, ma l’esortazione ad esprimere un minimo di realismo nell’azione politica viene letta come un invito al gioco losco… Qui le parole contano più delle intenzioni e sono prese molto seriamente.
La temperatura congressuale continua a salire. Il discorso di Vecellio non è il solito casualty count del prigioniero ma è pur sempre zeppo di cattivi presagi. Al rischio di settarismo paventato dal militante storico Spadaccia, Vecellio aggiunge l’immagine dei Radicali come i resistenti di Fort Alamo, trucidati nella vana attesa di rinforzi; vaticina di pieni poteri da affidare ad imprecisati dittatori con delega in bianco affinché portino il partito fuori dalle secche, poi butta là la metafora del gigante biondo dagli occhi blu che migliaia di fili tengono bloccato su una spiaggia. Bah, chi sia il Gulliver riesco a immaginarlo, ma della forzata staticità del mostro non vedo traccia… Rubrico il tutto sotto la voce “preoccupate esortazioni” ai lillipuziani, e passo oltre: annunciano che sta per parlare Emma.
Una distinta signora piemontese offre il proprio contributo di consulente di management e psicologa del lavoro analizzando, da simpatizzante, l’incapacità dei Radicali di farsi anche votare da tutti quelli che li amano. Qui anche ai non iscritti è garantito il diritto di tribuna e gli oratori si susseguono per ordine d’iscrizione a parlare, siano essi politici di primo piano, normali militanti o perfetti sconosciuti, in un puzzle di cui fatichi a capire la trama. L’esperta individua due difetti nel modo dei Radicali di relazionarsi con il pubblico e che finiscono per farli apparire come “setta” incapace di comunicare con chi non sia in grado di capirne i principi e la storia: familiarità e finalità. Ma, signora, lei sta asserendo che non è per via dell’oscuramento mediatico che si determina la scarsa presa sul pubblico? No? Dice che ci sia dell’altro? Ma lo sa che forse non ha tutti i torti se penso al body-language di Bonino nell’ultima intervista a Sky o al Pannella dall’Annunziata. Un concentrato di rancore custodito per decenni.
Dell’amicizia e dell’inclusività che si respirano qui, nelle pur rare apparizioni sui media non traspira nulla, anzi tramutano in ruvidezza, astio, orgogliosa necessità di marcare le differenze con l’universo mondo. Se occorresse una conferma alla tesi basta ascoltare Bonino che, nel rispedire al mittente l’accusa di settarismo, dirà: “… perché in questo paese non c’è un appestato e tutti gli altri sono sani… c’è [invece] qualcuno che è più appestato di altri”. Lapsus, signora Bonino? Veda, non è il fatto di non dialogare con tutti a far dei Radicali una setta, ma proprio la convinzione che tutti quelli con cui dialoghiamo siano degli appestati e noi, i puri, quelli che offrono un’occasione di redenzione.
Pannella si è da poco deciso a fare la sua comparsa in sala e siede nelle ultime file accanto ad una donna che lo tiene per mano. Bonino parla per 40 minuti del successo che, in periodi bui come questo, è il solo fatto di continuare ad esistere, riuscendo magari a fare qualche passo nella direzione di costruire “la società delle nuove speranze”. Il mistero della mancata nomina degli otto senatori eletti durante il governo Prodi è l’unico spunto polemico nei confronti degli alleati, per il resto il suo intervento è tutta una critica al Presidente del Consiglio che, dice, “non ha capito che al potere si accompagnano anche le responsabilità”, e del suo governo “morto e nefasto”, che prima nega, poi minimizza e infine “spreca la crisi”, rinunciando a fare le riforme necessarie, salvo poi farsele dettare dalla BCE sotto la tutela della Commissione europea. Berlusconi è sì il frutto ultimo della partitocrazia, ma nell’opera di demolizione della cultura delle istituzioni “ha messo pesantemente del suo” considerando il Paese la sua impresa e anteponendo l’interesse proprio a quello del Paese. Segue applauso lungo e fragoroso e standing ovation dei cinquecento in sala. Ti consoli e ti dici che è tutto chiaro.
Domani i lavori si concluderanno con l’elezione di segretario, tesoriere e presidente. Quasi una formalità compressa negli ultimi scampoli di tempo congressuale, mentre i delegati sfollano e la navetta fa già la spola con la stazione del treno. In precedenza è stato approvato il bilancio con la relazione del tesoriere nelle veci di revisore dei conti. Tra insignificanti voci d’entrata per autofinanziamento e corposi debiti pregressi spicca la voce “sopravvenienze attive” per euro un-milione-ottocentomila-etc. a titolo di remissione di debito. Chiedo lumi su chi sia il munifico creditore: Lista Marco Pannella e Partito Radicale Transnazionale, mi dicono. Ops, lillipuziani, riponete i vostri lazzi: il gigante non lo si imbraga. Anzi mi risulta che l’assenza di debito sia condizione necessaria per lo scioglimento di un’associazione… Lillipuziani, attenti! Mellano commenta il regalo recapitato senza un chiarimento sul significato politico e sull’autonomia del movimento dicendo che “si è persa un’importante opportunità di dibattito” e s’inalbera quando il presidente Viale suggerisce di non guardare in bocca al cavallo. Sorprendente solitudine, dottor Mellano…
Un’ora dopo il discorso di Bonino, Pannella prende la parola che terrà per 118 minuti. Non riesco a capire dove voglia andare a parare con quell’eloquio al solito affidato a imperscrutabili meccanismi di associazione libera, dove a malapena rintraccio due filoni: 1) elencazione minuziosa degli sgarbi ascrivibili a PCI, PDS, DS, Ulivo, PD patiti dal 1976, con divagazioni concatenate su circostanze, luoghi e persone; 2) sostanziale riabilitazione del “leale” Berlusconi apprendista pasticcione che si è smarrito perdendo prima noi e poi Veronica, scioccamente additato a genio del male.
Forse qualche cosa mi è sfuggita, ma non posseggo i canoni esegetici della prosa pannelliana che ha Bordin. Forse meglio così, perché occorrono troppo tempo e pazienza (e forse un qualche vincolo contrattuale) per trovare la “chiave interpretativa” che nasconde. Lascio la sala mentre la platea è rapita dalle grida commosse del suo leader, fuori un solo compagno a fumare, l’abbraccio e mi metto in macchina mentre alla radio l’invettiva continua. Quando sono ormai a Firenze, quel vaniloquio velenoso ha termine e segue altro applauso lungo e fragoroso e, immagino, altra standing ovation dei cinquecento. Sono confuso adesso. Mi domando cosa faranno i sei parlamentari quando nei prossimi giorni si voterà la fiducia, ma non so darmi una risposta. Caduto dal precipizio di una democrazia malata con al collo la pietra della propria tragicomica megalomania, Berlusconi è morto e Pannella, fiutato il cadavere, sembra pronto a precipitare con lui. I lillipuziani sono pochi e i loro fili debolissimi. Sarà suicidio collettivo?
Quattro giorni di congresso e nessuna risposta alla domanda che assilla tutti, dentro e fuori il partito. Temo che il problema non sia neppure la risposta, ma la plausibilità stessa della domanda: a condannare all’estinzione quest’appassionata falange d’idealisti non sarà l’esito della vicenda quanto la permanente incertezza sul suo scopo, il continuo interrogarsi sul fine. Perché la politica non è solo buone idee ma è possibilità, è finalità e se il fine non c’è o non si vede, se è troppo astratto o vive nella testa di uno solo, allora non c’è politica e quel che resta è solo intenzione, passione, bella umanità e vana oratoria con buona pace per la società delle nuove speranze.

domenica 6 novembre 2011

L’1xmille dell’8xmille

La Cei viene in soccorso di Genova con 1 dei circa 1.000 milioni di euro intascati l’anno scorso grazie all’8xmille. È denaro che dai genovesi torna ai genovesi, ma si tratta comunque di un bel gesto, quindi non è il caso di star lì a polemizzare se sia poco, molto o il giusto. Varrà la pena solo di rammentare che Gesù raccomandava: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati» (Mt 6, 1), e che ieri la notizia era al centro della prima pagina di Avvenire. Per onestà, però, bisogna aggiungere che il titolo non era fosforescente.

sabato 5 novembre 2011

[...]

Era indispensabile mandare in onda anche l’audio del filmato amatoriale che ieri era ospitato da tutti i tg della sera? È stato preso da youreport.it, che ne ospita almeno altre due dozzine, quasi tutti assai più eloquenti dei disastri causati dall’alluvione che ha colpito Genova, tuttavia si è scelto proprio quello. Non ho alcuna intenzione di commentare la scelta, mi limito a segnalare che tutti i tg hanno preferio proprio quello. Tanto meno voglio commentare l’audio, perché temo che sarei troppo severo con chi ha girato il filmato.

venerdì 4 novembre 2011

Cazzarolina!


   
Non montavo un’Inglesina da più di vent’anni, ma adesso mi sento laureato con lode in ingegneria.

Sul più bello

Trattandosi di un partito dal grande attaccamento ai valori cristiani, era indispensabile che il Movimento di Responsabilità Nazionale esibisse almeno una tonaca al suo primo congresso. La ricerca sarà stata accurata, perché è toccato a don Marcello Stanzione, colonna portante di pontifex.roma.it. Avremmo potuto sentire dalla sua viva voce quali affinità elettive esistano tra il partito di Domenico Scilipoti e il notorio “blog cattolico non secolarizzato”, ma non è stato possibile, perché lo Spirito sarà forte, ma sul più bello la Vescica si è rivelata debole. 


giovedì 3 novembre 2011

Franco Garelli - Religione all’italiana. L’anima del Paese messa a nudo - Il Mulino, 2011

Volentieri archivieremmo, dunque, anche il convegno di Todi, se non fosse che oggi, nella stessa giornata, sul Corriere della Sera è pubblicato un intervento di Natale Forlani, portavoce delle associazioni di ispirazione cattolica del mondo del lavoro, dal titolo Una voce unitaria per i cattolici. La sfida dopo il seminario di Todi (pag. 53), nel quale prevalgono i toni da sergente di esercito invincibile, e in libreria arriva Religione all’italiana. L’anima del Paese messa a nudo, un’indagine firmata da Franco Garelli, per Il Mulino. Ne ho letto solo l’introduzione e le conclusioni, limitandomi a sfogliare il resto, sicché rimando ad ulteriori considerazioni, se ve ne fosse bisogno, e tuttavia mi pare di poter dire che siamo dinanzi a un quadro del cattolicesimo italiano deprimente almeno quanto quello che Maurizio Ferraris dipinse alcuni anni fa (Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede? – Bompiani 2006). Ma forse tutto sarà più chiaro con qualche esempio, che piglio dai campioni più eloquenti.
Credere nella risurrezione dei morti è un “elemento essenziale” (Catechismo, 991) della fede cattolica. Se, infatti, “la fede cristiana nella risurrezione ha incontrato incomprensioni ed opposizioni” (Catechismo, 996), è pressoché impossibile dirsi cattolico senza aver fede nel fatto che “con la morte l’anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione Dio tornerà a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima” (Catechismo, 1016). E tuttavia, alla domanda “Che cosa crede vi sia dopo la morte?”, il 14,6% degli italiani risponde “Nulla”, l’1,7% risponde “Non si può sapere”, il 3,5% dice “Non so”, il 21,4% ritiene che si reincarnerà “in un altro/a uomo/donna o essere vivente” e solo il 36,3% risponde “Penso vi sia un’altra vita”, ma solo in misura assai modesta (meno di un terzo) fa un cenno, peraltro vago, alla resurrezione dei morti; il resto, insieme a un altro 22,5%, che Garelli rubrica alla voce “Varie”, ha le più svariate idee sull’al di là, tutte assai poco cattoliche. Né va meglio con Dio. Tra atei, agnostici, scettici di ogni risma e credenti a intermittenza si arriva al 54,2%, mentre il restante 45,8% crede che “Dio esiste veramente”, ma è a chiedergli chi sia che sono dolori: è più spesso Manitù, che Trinità.
È il cattolicesimo all’italiana: una religione ridotta a vademecum morale, comodamente interpretato e largamente inosservato, mentre il Credo è un vuoto bla-bla che, a una attenta analisi, impietosa negli esiti, si rivela largamente incompreso. Cattolico è il profilo sociologico, di tipo familistico-tribale, non quello dottrinario, tanto meno quello teologico. Il libro di Garelli deprime innanzitutto chi polemizza col cattolicesimo sul piano dottrinario e su quello teologico, appunto. Fa capire che è polemica sterile, da petardo in seminario.

[...]

martedì 1 novembre 2011

Volesse il cielo fosse solo una faccia di cazzo


a Giovanni Fontana

Sul perché Matteo Renzi piaccia così tanto alla destra, e così poco alla sinistra, non è il caso di intrattenerci troppo, perché è impossibile arrivare a conclusioni esaurienti. Però possiamo almeno fare qualche ipotesi.
Può darsi sia davvero un uomo nuovo, quello finalmente che può liberare la sinistra dai suoi vizi psicologici, culturali e politici, tirandola via dalle secche in cui la storia l’ha portata ad incagliarsi, rendendola finalmente capace di riguadagnare motivazioni, entusiasmo e consensi, facendole trovare idee per governare e voglia di vincere. E allora è possibile che raccolga tante critiche fra quanti invece dovrebbero salutarlo come il leader che ci voleva, perché la sinistra è ottusamente conservatrice, fottutamente masochista, irrimediabilmente votata alla sconfitta. Non è da escludere, ma questo non ci dà garanzie che Matteo Renzi sia la soluzione. 
Al contrario, può darsi che le sue idee non appartengano affatto al patrimonio culturale e politico della sinistra, e che quindi a buon motivo sia sentito da gran parte della sinistra come un corpo estraneo, come un ex democristiano che abbia subìto, anche se in ritardo, la stessa mutazione genetica di tanti ex democristiani che dalla Dc passarono a Forza Italia. Mi par chiaro che in entrambi i casi la sinistra non meriti Matteo Renzi.
D’altro canto, le critiche che Matteo Renzi muove alla sinistra sono le stesse che da sempre le sono mosse dalla destra. Sarà per questo che piace così tanto a quanti dovrebbero essere i suoi avversari “naturali”? È molto probabile, anzi, a sentire le lodi che la destra rivolge a Matteo Renzi, parrebbe che le critiche che egli rivolge alla sinistra siano le stesse che la destra (in quanto destra) muove alla sinistra (in quanto sinistra). Parrebbe che, a raccogliere le critiche che Matteo Renzi le rivolge, e che egli si sforza di dimostrare siano costruttive, la sinistra non avrebbe da far altro che diventare un po’ più simile alla destra, per vincere. Pare, infatti, che per “costruttivo” debba intendersi tutto ciò che consente la vittoria. Ci troveremmo di fronte ad una mutazione della sinistra ancora più profonda: da avanguardia che guida le sorti del popolo a oligarchia che rincorre gli umori della gente. 
Non si capisce, in realtà, perché un elettore che abbia idee di destra dovrebbe essere conquistato da una sinistra così rifatta invece che rinnovare la propria fiducia ad una destra che rimane tale, dimostrando con ciò di aver vinto la sua lunga partita contro la sinistra, né si capisce perché un elettore che abbia idee di sinistra dovrebbe rinunciarvi perché solo così potrebbe veder vincere una sinistra che di fatto non lo sarebbe più. Parrebbe, insomma, che Matteo Renzi piaccia così tanto alla destra perché, consapevolmente o no, divide la sinistra: fra quanti la vorrebbero vincente anche a costo di vederla somigliare un po’ di più alla destra e quanti sarebbero disposti a vederla eternamente perdente purché fedele alle sue idee di sempre.
Ma forse tutto ciò che ho fin qui scritto ha un vizio di fondo, che è quello di far riferimento a due categorie che sono superate già da tempo, per reciproca contaminazione: probabilmente destra e sinistra sono inservibili ad un’analisi del renzismo, che forse altro non è che un mero epifenomeno di questa contaminazione, giunta con lui a un tal grado di mimetismo da essere presentabile come superamento delle due posizioni ideologiche in un metodo duttile e pleomorfo, pragmatico più che pragmatista. Probabilmente, caro Giovanni, la questione si pone in altri termini. Ho cercato di farlo nel post qui sotto, ma forse in modo troppo ellittico. Provo a farlo qui, augurandomi di essere più chiaro: la società che sta nel progetto di Matteo Renzi è liberaldemocratica?


Liberismo e liberalismo: o stanno insieme o degenerano. Stessa cosa per libertà e responsabilità: senza responsabilità la libertà diventa arbitrio, senza libertà la responsabilità diventa sudditanza. Se arbitrio e sudditanza sono termini relativamente ambigui, le degenerazioni di un sistema nel quale l’individuo goda della sola libertà economica, o di tutte le altre tranne quella, danno vita a società dai caratteri piuttosto precisi, peraltro tristemente noti, prima o poi invivibili, e dunque destinate ad essere messe in discussione da istanze reattive, spesso anche violente. Chi voglia costruire una società che sappia evitare queste derive non può fare a meno di guardare alle libertà come un corpo inscindibile, senza considerarne alcune prioritarie rispetto ad altre, e alla responsabilità come l’unico presidio che può garantirle tutte.
Di tutte le libertà, quella economica è quella che meglio si presta a saggiare questo assunto. Quand’anche un individuo la eserciti nel pieno rispetto di un sistema normativo che gli impedisca di farne strumento di arbitrio o causa di sudditanza, la ricchezza che ha pur legittimamente cumulato gli darà modo di godere illegittimamente di quelle libertà che eventualmente siano negate a quanti non dispongano dei suoi mezzi, oltre che a proteggersi dagli effetti delle sanzioni che potrebbero raggiungerlo per aver violato il divieto, se non addirittura a fuggirle.
È il caso di una società che riconosca all’individuo la libertà di intraprendere e di cumulare ricchezza, ma gli neghi altre libertà che pure sono nel corpo del diritto di autodeterminazione nella responsabilità verso gli altri individui: a costui non sarà difficile goderne comunque, creando di fatto, anche non di diritto, condizioni di disparità che inevitabilmente faranno dei suoi beni materiali, pur legittimamente cumulati, un elemento di ingiustizia sociale. Se la ricchezza assicura ad alcuni la piena e legittima “libertà da”, che però può facilmente tradursi in piena ma illegittima “libertà di”, è solo una piena e legittima “libertà di” che può garantire l’equità di diritti nella differenza che di fatto c’è tra individuo e individuo, e che può e deve avere modo di esprimersi anche sul piano economico. Perciò ripeto: se non stanno insieme, liberismo e liberalismo degenerano.


Bene, caro Giovanni, se molte delle proposte uscite dalla Leopolda possono sembrare liberiste, non ve n’è traccia di liberali, eccezion fatta per la n. 89 (Una regolamentazione per le unioni civili), che sembra messa lì tanto per fare da bandierina nel campo dei diritti civili. Ve n’è, invece, qualcuna francamente illiberale e, ciliegina sulla torta, silenzio assoluto sul conflitto di interessi. Per Matteo Renzi, l’autodeterminazione dell’individuo è sacrosanta solo in campo economico ed è qui che il nostro si rivela liberale – scusami la bestemmia – quanto lo è Silvio Berlusconi. Nei fatti è filoclericale come lui, ma senza avere la fierezza di rivendicarlo come merito. Come lui, cerca di essere simpatico a tutti (cosa che dovrebbe sempre insospettire), e con risultati altrettanto tragicomici (cosa che dovrebbe sempre far riflettere). Tiene il palco con la stessa posa da uomo della provvidenza, che ha il sole in tasca e l’uovo di Colombo in testa. Quei 100 punti, che dovevano essere scritti in wiki e si sono accontentati della lingua di un ex Mediaset come Giorgio Gori, fanno il depliant di unofferta già sentita, appena camuffata da un volto che ancora non ha bisogno di cerone. Volesse il cielo fosse solo una faccia di cazzo. 

lunedì 31 ottobre 2011

Maremma maiala


L’impegno a mettere in discussione il regime concordatario, a provvedere alla drastica riduzione dei benefici di cui gode la Chiesa cattolica in Italia, a consentire il matrimonio ai gay, ad abrogare la legge 40/2004, a depenalizzare il consumo delle cosiddette droghe leggere e a sperimentare il regime di somministrazione controllata per quelle cosiddette pesanti, a facilitare il ricorso all’aborto farmacologico e l’accesso ai metodi contraccettivi, a istituire corsi di educazione sessuale nella scuola dell’obbligo, a consentire il testamento biologico e a favorire la libera e responsabile scelta eutanasica, alla regolamentazione e al controllo della prostituzione, a difendere e a sostenere la libertà di ricerca scientifica, all’abrogazione del reato di clandestinità: nessuno di questi impegni è fra i 100 di Matteo Renzi. Eppure sono gli unici che potrebbero essere condivisi da un elettore liberale e da un elettore di sinistra, ma sono pure gli unici che potrebbero allontanare gli elettori filoclericali e di destra. Che tipo di Pd voglia, il nostro, adesso è un po’ più chiaro. Aggiungiamoci che sul conflitto di interessi non si spende neanche un rigo e, oltre che chiaro, è tragico. 

“Totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità”

Forse è ingiusto liquidare Matteo Renzi per quello che sembra, anche se è quello che più conta in chi ha sempre messo la visibilità in cima alle proprie preoccupazioni: adesso che abbiamo a disposizione le 100 proposte uscite dalla Leopolda, l’onestà intellettuale ci impone di spostare l’attenzione su quelle, distogliendo lo sguardo da quella inemendabile faccia di cazzo.
Naturalmente l’onestà intellettuale ci impone di trascurare pure le proposte di franca ispirazione demagogica, per concentrarci solo su quelle che hanno il solo scopo di chiamare l’applauso. La prima è la n. 7, quella sul finanziamento pubblico ai partiti, che “va abolito o drasticamente ridotto”, favorendo quello privato, “sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità”.
Ecco, su una proposta come questa siamo costretti a rimodulare il nostro giudizio: anche una faccia di cazzo può spararne una giusta. E dunque, quanto è costato il Big Bang? Chi l’ha pagato? Perché non se n’è dato alcun conto, né prima, né durante, né dopo la tregiorni alla Leopolda? Totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità, prego.

C’è impresa e impresa



domenica 30 ottobre 2011

[...]




Una volta ho scritto: “D’Alema non è mi particolarmente simpatico, ma lo diventa ogni volta che penso a Veltroni”. Coi loro succedanei direi il contrario: non sopporto Civati, ma Renzi me lo rende amabilissimo. Peggio di Renzi, nel Pd, nessuno. Renzi è la larva che il berlusconismo ha deposto in una delle tante piaghe del Pd.

Avrò frainteso il Papa, Ciccio?

Il discorso che Benedetto XVI ha tenuto nella Basilica di Santa Maria degli Angeli di Assisi, giovedì 27 ottobre, è zeppo di bugie. Non meriterebbero alcuna attenzione, perché si tratta delle solite bugie, quelle che la Chiesa di Roma si ostina a ripetere, nella convinzione che così smettano d’esserlo, da quando non le è più consentito l’uso dell’intimidazione per imporre come vero il falso. Convinzione non del tutto infondata, perché è continuando a ripetere che il cristianesimo è religione contraria alla violenza che si finisce per dimenticare gli immensi stermini compiuti in nome di Cristo: questo è quanto Benedetto XVI ha ripetuto ad Assisi, come se le centinaia di milioni di morti disseminati dai cristiani lungo due millenni siano questione irrilevante, del tutto estranea all’insegnamento di chi affermava: «Chi non è con me è contro di me». Stessa faccia tosta di chi loda il comunismo chiudendo un occhio o entrambi sui crimini commessi in suo nome, trascurabili effetti collaterali della costruzione del paradiso in terra.
Un blogger di fresco pelo, un tal Gianfranco Ravasi, invita a leggere integralmente le parole del Papa senza travisarle. Da blogger a blogger: pensi di fargli un favore, Ciccio?

Il Papa ha detto che «la critica della religione, a partire dall’illuminismo, ha ripetutamente sostenuto che la religione fosse causa di violenza e con ciò ha fomentato l’ostilità contro le religioni». Era calunnia o semplice constatazione? Il Papa ammette: «Sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura». Ammesso e non concesso che sia vero, ma non è grazie a questa violenza che la fede cristiana ha potuto affermarsi? Senza questa violenza il cristianesimo non avrebbe potuto espandersi: ne dà prova il fatto che la Chiesa cattolica è tanto più forte, oggi, dove più ha potuto, in passato, esercitare la sua violenza; dove questa ha incontrato un’efficace resistenza, la Chiesa poco o niente. Sua Santità ci parla dalla cima del cumulo di crimini dei quali si vergogna.
Da lassù dice: «Se una tipologia fondamentale di violenza viene oggi motivata religiosamente, ponendo con ciò le religioni di fronte alla questione circa la loro natura e costringendo tutti noi ad una purificazione, una seconda tipologia di violenza dall’aspetto multiforme ha una motivazione esattamente opposta: è la conseguenza dell’assenza di Dio, della sua negazione e della perdita di umanità che va di pari passo con ciò. I nemici della religione vedono in questa una fonte primaria di violenza nella storia dell’umanità e pretendono quindi la scomparsa della religione. Ma il “no” a Dio ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio».
Liberando il testo dalle perifrasi, esisterebbero solo due tipi di violenza: quella di chi attarda a far proselitismo come in passato l’hanno fatto i cristiani (rimprovero che Manuele II Paleologo rivolse al suo interlocutore musulmano dopo che il cristianesimo aveva già fatto almeno 80 milioni di morti e prima di farne almeno altri 140); e quella di chi non ha fede in alcun Dio, che per “reductio ad hitlerum” è nazista (Sua Santità è tedesco, ma non riesce a tradurre in latino “Gott mit uns”).

E dunque «la negazione di Dio corrompe l’uomo e lo conduce alla violenza»? Non necessariamente. Al contrario, non c’è una sola religione che abbia rinunciato a usare la violenza. Ma il Papa dice pure che «l’assenza di Dio porta al decadimento dell’uomo e dell’umanesimo». Ma cos’è l’umanesimo, se non il primo passo per dare centralità all’uomo togliendola a Dio? Non è l’umanesimo ad aver chiuso la stagione del Medioevo, apice della cristianità, età dell’oro per ogni buon cristiano? Probabilmente il Papa intende far riferimento a quella distinzione tra umanesimo cristiano e umanesimo ateo, diventata necessaria da quando la condanna dellumanesimo tout court fatta dai suoi predecessori è diventata insostenibile? È per questo che parla di «decadimento dell’umanesimo»? Ci spieghi, allora, perché fu condannato prima che decadesse.

Ma questo è ancora niente, perché poi il Papa dice:  «Accanto alle due realtà di religione e anti-religione esiste, nel mondo in espansione dell’agnosticismo, anche un altro orientamento di fondo: persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio. Persone del genere non affermano semplicemente: “Non esiste alcun Dio”. Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui». Non si tratta di tutti gli agnostici, dunque, ma di alcune persone che tra gli agnostici cercano Dio cercando il vero e il buono. Ma chi potrà mai dire che avranno trovato il vero e il buono solo quando avranno trovato Dio? E quale Dio fra i tanti? Sua Santità non vorrà mica farci credere che l’uno valga l’altro?
Alla fin fine, è pur sempre quello che ha scritto la Dominus Iesus: «Deve essere fermamente creduta l’affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, si dà la rivelazione della pienezza della verità divina» (5); «Deve essere, quindi, fermamente ritenuta la distinzione tra la fede teologale e la credenza nelle altre religioni […] che è esperienza religiosa ancora alla ricerca della verità assoluta e priva ancora dell’assenso a Dio che si rivela» (7); «Similmente, deve essere fermamente creduta la dottrina di fede circa l’unicità dell’economia salvifica voluta da Dio Uno e Trino, alla cui fonte e al cui centro c’è il mistero dell’incarnazione del Verbo, mediatore della grazia divina sul piano della creazione e della redenzione, ricapitolatore di ogni cosa, diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (11).
Par chiaro che l’agnostico cerca il buono e il vero, ma li trova solo se e quando arriva a dirsi cattolico apostolico romano: la sua sofferenza potrà trovar termine solo quando e se finirà in ginocchio davanti al Papa. Sennò gli restano due sole alternative: una credenza religiosa imperfetta, non immune dalla tentazione alla violenza, oppure l’umanesimo ateo, intrinsecamente violento, nazista o quasi.
Avrò frainteso il Papa, Ciccio? Digli di spiegarsi meglio.  

sabato 29 ottobre 2011

LBS

Leggo dallo Statuto della Bce che i membri del Comitato esecutivo “sono nominati tra persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore monetario o bancario, di comune accordo dai governi degli Stati membri, a livello di capi di Stato o di governo, su raccomandazione del Consiglio previa consultazione del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo”. Così è stato per Lorenzo Bini Smaghi e, a scorrerne il curriculum, direi che le condizioni ci fossero.
Leggo, inoltre, che un membro del Comitato esecutivo non risponde ad alcuna autorità nazionale, ma solo al Consiglio direttivo della Bce, e che può essere rimosso dalla sua carica solo dalla Corte di giustizia dell’Ue e solo nel caso in cui “abbia commesso una colpa grave” o “non risponda più alle condizioni necessarie all’esercizio delle sue funzioni”. Non è il caso di Lorenzo Bini Smaghi, e infatti anche chi gli chiede di dimettersi non ne mette in discussione i meriti, né l’operato.
Stando a quanto leggo, insomma, Lorenzo Bini Smaghi ha il pieno diritto di non rimettere il suo mandato, che scade nel 2013. Potrebbe farlo, volendo, ma ha il diritto di non farlo. Non glielo chiede il Consiglio direttivo della Bce, ma le autorità nazionali di Italia e Francia, che peraltro non ne fanno istanza alla Corte di giustizia, ma richiesta privata, per ragioni di opportunità non contemplate dallo Statuto della Bce. Un membro del suo Comitato esecutivo non è più considerato italiano o francese, e Italia e Francia chiedono a Lorenzo Bini Smaghi di dimettersi perché è un italiano di troppo che deve lasciar posto a un francese: mera logica spartitoria per appartenenza nazionale in seno a un organismo che per definizione dovrebbe essere sovranazionale.
Se queste sono le premesse, siamo di fronte a una richiesta illegittima. Cosa impedisce, dunque, a Lorenzo Bini Smaghi di porre condizioni alla eventuale rinuncia di un suo diritto? E allora come si può pretendere che egli si dimetta, senza contrattare una contropartita, e in nome di una superiore ragion di Stato? Resista, metta un prezzo altissimo alle sue dimissioni e soprattutto non ceda al ricatto morale che lo addita a pietra dello scandalo. Lo scandalo sta nell’aver fatto mercato delle vacche in sede europea. Lorenzo Bini Smaghi ha pieno diritto di rifiutarsi di essere trattato come merce. Oppure di darsi il prezzo che ritiene giusto.    

venerdì 28 ottobre 2011

Patria


Tra governance e government

Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, un titolo che potrebbe essere uscito dalla penna di un epigono di Kant o di un precursore di Marx, forse massone, e invece sta in capo a 12 paginette del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Avrebbe dovuto fare un gran rumore, dunque, e invece è scivolato nel più irriverente disinteresse: il web lo ha snobbato e la stampa gli ha dedicato pochissimi commenti, quasi tutti scettici, perfino perplessi. Documento tanto ambizioso da sembrare velleitario, forse. Senza dubbio, innovativo. E qui sorge il problema. Perché un documento ufficiale della Chiesa di Roma può essere innovativo solo senza tradire il passato, soprattutto quello prossimo, e in questo caso, in più d’un punto e nell’assunto generale, il tradimento c’è. In poche parole, l’utopia di “un’autorità pubblica a competenza universale” non scivola liscia sulla dottrina sociale, e fa qualche attrito perfino sulla superficie della Caritas in veritate, che pure è sommamente ambigua. C’è un motivo, e questo spiega perché questo documento avrà vita breve e tormentata. Vediamo perché.
La gestazione della prima enciclica sociale di Benedetto XVI fu lunga quasi quanto quella di un elefante: nell’autunno del 2007 circolò voce che avesse preso a lavorarvi da alcuni mesi, ne fu annunciata la pubblicazione nel febbraio e poi nel settembre del 2008, per veder luce solo nel giugno del 2009. Sua Santità sembrava non essere mai contento del testo, che pare abbia avuto non meno di sei profonde revisioni e innumerevoli limature. Nell’attesa che fosse infine data alle stampe mi sono trattenuto molte volte sul perché di quel lungo indugio e ho scritto che proporre macrosoluzioni a macroproblemi è sempre un azzardo, anche per chi è ispirato dallo Spirito Santo, più che mai quando si tratta di affidarle alla prova dei fatti, da subito, e al giudizio del mondo, per sempre. Anche la Caritas in veritate doveva prendere la forma adeguatamente ambigua di tutte le encicliche sociali dalla Rerum novarum in poi per sembrare una ricetta insuperabile, ma per essere poi superabile, quando superata, senza dover essere manifestamente ritirata. Per non dover fare i conti con la fluidità dell’immanenza che inesorabilmente rimaneggia le dimensioni della conoscenza e della sensibilità umane, al magistero morale non resta che farsi nitido e intransigente, nel costante richiamo alla natura creaturale dell’uomo, nella quale sarebbe impressa una norma eterna, primigenia e immutabile. Al magistero sociale non conviene, perché l’arroccamento si tradurrebbe in autoemarginazione. Con la perdita del suo potere temporale, la Chiesa di Roma è costretta a fuggire la modernità sul piano morale, mentre su quello sociale è costretta a rincorrerla.
Cominciò con Leone XIII. Il socialismo ateo minacciava il primato della Chiesa nella cura dei disgraziati, e le encicliche sociali rilanciarono quel primato aprendo al mercato e alla libera impresa, però temperati dal solidarismo, inteso come emanazione attiva e permanente dei corpi sociali intermedi: una terza posizione tra socialismo e capitalismo che la Chiesa dichiarava antecedente ad essi, e che sembrò a tutti, ai cattolici innanzitutto, più aperta al capitalismo che disponibile verso il socialismo. Fino all’involuzione e alla crisi del socialismo, la Chiesa fu attivamente schierata in favore dell’economia di mercato, ma ribadiva che la “mano invisibile” non bastava, e che il capitalismo doveva farsi compassionevole, cioè informare i suoi meccanismi interni di una esterna e superiore logica dalla cifra morale. Era con ciò ribadito che Dio è carità, e che le forme della carità efficace non possono essere altro che momenti della sua incarnazione: la sovranità sociale di Cristo, politicamente sempre meno evidente, ribadiva la sua pretesa nel dichiarare che la dottrina sociale della Chiesa è necessità morale del gregge cristiano. È questo il solo assunto costante in tutte le encicliche sociali.
Ogni posizione intermedia tra la pura economia di Stato (l’abolizione della proprietà privata) e la pura economia di mercato (l’avido egoismo del cosiddetto liberismo selvaggio) diventava posizione in qualche modo accettabile dalla Chiesa, se prevedeva che ad essa fosse consentito di dettare le regole della solidarietà, con il suo ruolo diretto (associazionismo) o indiretto (ispirare le politiche sociali dei governi). Bisognava aspettare che il socialismo fallisse e che il capitalismo entrasse in una delle cicliche crisi di crescita perché la dottrina sociale della Chiesa riprendesse i connotati della pretesa della sovranità sociale di Cristo, cioè nella riaffermazione di una legge antecedente e superiore all’uomo, di cui i chierici sono custodi per mandato divino. Il fatto è che presto si sarebbe fatta viva la tentazione al socialismo, e ancora una volta la Chiesa sarebbe stata costretta a rincorrerlo. Siamo a questo punto e il documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace prende un pericolo abbrivio, e lo scavalca.
Com’è potuto accadere? Scandalizzerà gli ingenui, ma nulla è più simile al socialismo quanto il cattolicesimo, anzi, prendendo a prestito le parole di Giovanni Spadolini, «si potrebbe dire che la Chiesa ha elaborato una sua dottrina “socialista” per sfuggire al pericolo del liberalismo. Il socialismo è, in sé, una tecnica di equilibrio e di sicurezza sociale, che non può contrastare coi fini della Chiesa. L’antitesi insanabile del pensiero cattolico è, al contrario, con l’economia liberale, che abolì l’obbligo di sostenersi a vicenda, svuotando l’idea stessa della solidarietà. [...] Per il cristianesimo, tale posizione è inaccettabile: l’iniziativa del singolo ha dei limiti, a cui ripara in ogni caso la carità» (Il papato socialista, Longanesi, 1969). Si avesse qualche dubbio, basti la illuminante lettura de Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato (Rizzoli, 2009 - soprattutto le pagine finali [287-299]) di monsignor Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco. E tuttavia il documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace va oltre: «Nel cammino della costituzione di un’Autorità politica mondiale non si possono disgiungere le questioni della governance (ossia di un sistema di semplice coordinamento orizzontale senza un’Autorità super partes) da quelle di un shared government (ossia di un sistema che, oltre al coordinamento orizzontale, stabilisca un’Autorità super partes) funzionale e proporzionato al graduale sviluppo di una società politica mondiale. La costituzione di un’Autorità politica mondiale non può essere raggiunta senza la previa pratica del multilateralismo, non solo a livello diplomatico, ma anche e soprattutto nell’ambito dei piani per lo sviluppo sostenibile e per la pace. A un Governo mondiale non si può pervenire se non dando espressione politica a preesistenti interdipendenze e cooperazioni [3] Un sano realismo richiederebbe il tempo necessario per costruire consensi ampi, ma l’orizzonte del bene comune universale è sempre presente con le sue esigenze ineludibili. È pertanto auspicabile che tutti coloro che, nelle Università e nei vari Istituti, sono chiamati a formare le classi dirigenti di domani si dedichino a prepararle alle loro responsabilità di discernere e di servire il bene pubblico globale in un mondo in costante cambiamento. È necessario colmare il divario presente tra formazione etica e preparazione tecnica, evidenziando in particolar modo l’ineludibile sinergia tra i due piani della praxis e della poièsis [4]». Tra governance e government, senza la rivoluzione, cosa?  

mercoledì 26 ottobre 2011

Monsieur fa bene a ridere dell’Italia



Qual è il giornale che più s’è speso in elogi a Nicolas Sarkozy, prima, durante e dopo la campagna elettorale che lo ha portato all’Eliseo? Un aiutino? Si tratta di un giornale del centrodestra. Non ci arrivate? Si tratta del giornale che per il discorso che tenne nella Basilica di San Giovanni in Laterano, nel 2007, gli fece un pompino di quelli indimenticabili. Ci siete? Bravi, si tratta proprio del giornale diretto da quel patetico pagliaccio che ieri si esibiva su un palco in piazza Farnese in favore di cinquanta astanti e duecento telecamere.
Monsieur fa bene a ridere dell’Italia. A me è sempre stato sul cazzo, ma ne ha tutto il diritto. Per dirne una: in Francia, con una popolazione di poco superiore a quella italiana, circolano solo 65.000 auto blu, poco più di un decimo di quante ne circolano in Italia. L’anno scorso erano 629.120, 21.000 in più dell’anno prima, 400.000 in più che nel 2005: il costo complessivo di questa enorme vergogna non è inferiore ai 21 miliardi di euro (i dati sono stati resi pubblici da Giulio Tremonti nel marzo del 2010). Pensate che nell’infinita serie di manovre e manovrine cogitate da questo governo di merda vi sia traccia di qualche taglio a questo sterminato parco macchine? Niente. 

martedì 25 ottobre 2011

Sennò non eravamo a questo punto

La bravura di chi riesce a venderti uno scampolo di moquette in poliestere e viscosa come tappeto persiano di pregio sopraffino sta tutta nel convincerti del fatto che, da grande intenditore qual sei, non puoi farti sfuggire l’affarone: quando ti capiterà più, e a un prezzo tanto conveniente, un parsibaft tanto omogeneo da sembrare quasi un axminster? Il patriottismo che Silvio Berlusconi è riuscito a suscitare in alcuni di voi è dovuto a questo tipo di bravura, che è del piazzista dalle doti eccelse.
Alla fine di un vertice dei capi di stato dellUnione europea, nel corso di una conferenza stampa, un giornalista chiede ad Angela Merkel e a Nicolas Sarcozy: «Silvio Berlusconi vi ha rassicurato circa le riforme che la Bce ha chiesto all’Italia?». È fin troppo evidente che il premier italiano non abbia potuto farlo, e qui a due scappa un sorriso imbarazzato, perché a dover essere sinceri, la risposta sarebbe: «No». L’imbarazzo dura quattro lunghissimi secondi, poi riescono a trovare una risposta: «Abbiamo fiducia nell’insieme delle autorità italiane, nelle istituzioni politiche, economiche e finanziarie del paese...». Come a dire: contiamo sull’Italia, ma, via, contare su Silvio Berlusconi è da sprovveduti.


Anche troppo buoni. Chi non conosce Silvio Berlusconi? Uno che fa il premier a tempo perso, che non schioda da Palazzo Chigi solo lì dentro può dirsi al sicuro, che fa fronte alle drammatiche emergenze del paese con un «qualcosa ci inventeremo», che amici e nemici danno ormai finito da mesi... Che garanzie può offrire, uno così? Anche troppo buoni, Merkel e Sarkozy. Ma se, come si è detto, i loro sorrisi imbarazzati sono stati uno schiaffo, questo schiaffo a chi è andato? All’Italia o a Berlusconi? «Abbiamo fiducia nell’insieme delle autorità italiane, nelle istituzioni politiche, economiche e finanziarie del paese...».  Nell’insieme, sì, ma non ci imbarazzate chiedendoci se Berlusconi gode della nostra fiducia: non gode più nemmeno di quella che gli italiani gli hanno dato nel 2008.
E dunque che senso ha questa isterica levata di patriottismo che dalle pance dei lacché di corte sale come un rutto e nei cretini che cercano un attestato di italiani super partes rumoreggia come un borborigma? Nessuno, se non quello di accettare, di ritorno, quella equivalenza tra paese e premier, tra Italia e Berlusconi, che può trovare senso solo in qualche residuale forma di simpatia per la monarchia assoluta. Siamo ben oltre pure al «right or wrong its my country», a meno che non valga l’equazione Italia = Berlusconi. Ma è come pagare uno scampolo di moquette in poliestere e viscosa al prezzo di un tappeto persiano di pregio sopraffino.


E allora comè che il piazzista si azzarda a tentare la sua truffa? Semplice. Abbiamo perso la capacità di capire la differenza tra tappeto e moquette. O non labbiamo mai avuta. Sennò non eravamo a questo punto.    
       

lunedì 24 ottobre 2011