venerdì 25 ottobre 2013

Francesco Bucci - Eugenio Scalfari, l’intellettuale dilettante - Soc. Ed. Dante Alighieri, 2013

Dubbia è la radice di ακρίβεια, che in Tucidide sta per diligenza, in Platone per precisione, in Aristotele per rigore, nella Bibbia dei Settanta per esattezza, e che arriva nel nostro lemmario dall’uso che se ne fece nell’Ottocento tedesco, dove Akribie stava per la virtù del filologo e dello storico che eccellono in meticolosità. Da noi divenne acribia, e fu subito degradata a pignoleria, difficile capire se per quella nostra inclinazione al pressappoco che nella cura minuziosa e assidua dei dettagli vede un ostacolo alla comprensione intuitiva del tutto (dobbiamo questo cancro a Benedetto Croce), o se non fu piuttosto per come il termine suona all’orecchio: non sentite un che di acre e di bilioso, sennò di borioso, nell’acribioso? Se siamo costretti a sospendere la questione sul piano etimologico, perché ormai ci è impossibile capire quanto discernere (άκρατος) e quanto assodare (βέβαιος) ci fosse nell’ακρίβεια dei greci, non è vano porcela su quello della cosiddetta psicologia morale, perché non c’è ombra di dubbio che, di là dai suoi risultati, l’acribia ha un movente di natura etica, e infatti l’acribioso ha sempre un Über-Ich spietato, perciò raramente inefficace.
Francesco Bucci ci aveva già dato prova di quanto sia efficace la sua acribia con Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio Editore, 2011), nel quale dimostrava con spietata documentazione quanto la ricca bibliografia del filosofo sia in realtà un immenso patchwork dcopia-incolla. Ora ce ne dà una ancora più convincente con Eugenio Scalfari, l’intellettuale dilettante (Società Editrice Dante Alighieri, 2013), disperdendo tutto il fumo che ormai da anni avvolge il fondatore de la Repubblica, dandogli profilo di grande pensatore. Operazione che necessitava di qualcosa in più della meticolosità nello studio dei testi, perché scovare a pag. 694 de Il tramonto dell’Occidente: «L’esegesi heideggeriana è questo tentativo. Come il ta’ wil islamico essa è un ritorno promosso dalla persuasione che ciò che rimane nascosto e gelosamente custodito dallo spazio simbolico non costituisce il limite o lo scacco del linguaggio, ma il terreno fecondo su cui solamente possono fiorire e svilupparsi nuovi sensi e nuove parole. L’esegesi che così prende avvio non è mossa dall’ideale della ragione occidentale, che è poi quello dell’esplicitazione totale che elimina ogni nascondimento, ma, al contrario, custodisce il nascosto per accogliere ciò che esso libera, ciò che offre non tanto all’interpretazione (ermeneutica), ma all’orientamento (esegesi)», e trovare il collegamento con quanto c’è a pag. 238 de La terra del male: «L’esegesi junghiana è questo tentativo; come il ta’ wil islamico essa è un ritorno promosso dalla persuasione che ciò che rimane nascosto e gelosamente custodito dal simbolo non costituisce il limite o lo scacco della coscienza, ma il terreno fecondo su cui solamente la coscienza può fiorire e svilupparsi. L’esegesi che così prende avvio non è mossa dall’ideale della ragione, che è poi quello dell’esplicitazione totale che elimina ogni nascondimento, ma, al contrario, custodisce il nascosto e accoglie dal nascosto ciò che esso libera, ciò che offre non all’interpretazione, ma all’orientamento», tutto sommato vuole solo acume e perseveranza, e Galimberti è rivelato. Con Scalfari non bastavano, perché l’impostura corre in diagonale lungo i suoi testi.
La tesi che Bucci intende dimostrare, a mio modesto avviso riuscendoci, è che, da quando «ha lasciato la direzione di la Repubblica ed è andato in pensione, nella mente [di Scalfari] si deve essere accesa una luce che gli ha indicato un percorso nuovo e difficile, [nell’intento di] lasciare ai posteri un’immagine di sé più alta e nobile di quella del semplice giornalista che, per quanto grande, ha pur sempre a che fare con la banale attualità [e] il modo più semplice per raggiungere l’immortalità deve essergli sembrato quello di trasformarsi in saggista e di occuparsi in tale veste dei massimi sistemi [fatto sta che] i suoi libri, se risultano qua e là di un qualche interesse sul piano autobiografico, sono privi di qualsiasi valore sotto il profilo propriamente culturale, e questo per il semplice motivo che sono opere di un dilettante». Dove sta il problema? Bucci lo pone in esergo, con la folgorante formula di Alessandro Morandotti: «Il dilettante diletta solo se stesso».
I più tragicomici infortuni di questa pratica autoerotica sono evidenziati da Bucci fin dallIntroduzione, dove dimostra quanto siano contraddittori i significati che Scalfari affida di volta in volta a due termini come universalità e modernità, e per una semplicissima ragione: il bignamino dal quale il pensatore attinge è ogni volta diverso. Non meno tragicomici sono gli infortuni in cui Scalfari incorre ogni volta che deve far quadrare ragione con moralenatura con storia, libertà con progresso, e qui mi pare che Bucci colga il quid dal quale discendono il tragico e il comico: Scalfari si dibatte nel guscio vuoto del sistema crociano, e non riesce a liberarsene.
Molto ancora si potrebbe dire intorno a Eugenio Scalfari, l’intellettuale dilettante: sulla linearità dell’argomentazione, sull’uso discreto dell’ironia, sulle riflessioni che punteggiano il testo col ricorso allautorità del mero buonsenso. Ma qui mi fermo, consigliandovene la lettura.     

lunedì 21 ottobre 2013

Il sogno di parlare col papa




Il sogno di parlare col papa è il ridicolo di certi atei, d’altronde il ridicolo incombe su tutti, credenti e non credenti, sempre, perché è un infortunio della vanità, e la vanità è una debolezza umana. Nel caso degli atei che sognano di parlare col papa, la vanità sta nella presunzione di invincibilità dei propri argomenti contro la fede, che già in se stessa reca un grave rischio di infortunio, perché il miglior argomento contro la fede è l’indifferenza al problema di Dio. L’infortunio vero, però, si realizza nel desiderio di voler dar prova di tale invincibilità nel tenzone con chi si ritiene abbia i migliori argomenti in favore della fede, e nel ritenere che questi sia il papa, qualunque papa. Non è così, ovviamente, perché Tommaso d’Aquino era senza alcun dubbio un osso più duro di Niccolò IV, e Blaise Pascal di Innocenzo X. Bene, ritenere che, per il semplice fatto di essere assiso al vertice dell’istituzione che custodisce e difende la fede, il papa abbia i migliori argomenti in favore dell’esistenza di Dio, della sua incarnazione in Cristo, e via dicendo, è un implicito riconoscimento dell’azione dello Spirito Santo nel corpo della storia. Non è un caso, infatti, che il sogno di parlare col papa sia ricorrente anche in chi nutra la certezza di riuscire a convincerlo circa la bontà della propria eresia o della propria riforma.
Tolti i casi in cui l’ateo si procuri da vivere grazie al suo ateismo e cerchi nella polemica diretta col papa un’occasione di promozione pubblicitaria alla sua professione, il discrimine in materia sta nell’asimmetria della finalità dell’argomentazione: dal papa all’ultimo dei pretonzoli, e al più fesso dei credenti, chi crede vuol convertire chi non crede, a tutti i costi; gli argomenti dell’ateo, invece, sono per lo più difensivi, e mirano a dimostrare che questa fregola è tanto più molesta quanto più la sostanza del credo sia inconsistente e quanto più gli effetti della conversione si rivelino sempre, in ultima istanza, deleteri.
Qui, però, occorre porre un distinguo sul «credere», che è termine insidioso, come dimostra il frequente uso del sofisma che vorrebbe comunque «credente» («in altro», si è soliti dire) chi non crede nell’esistenza di Dio, nella sua incarnazione in Cristo, e via dicendo. Il distinguo sta nell’accezione che si intende dare a «credo»: se vuol dire «penso», «reputo», «ritengo», la fede non c’entra un cazzo, e il sofista andasse a farsi fottere.
Trattandosi di debolezza umana, possiamo dire che il ridicolo è tragicomico. Si pensi all’«ingenioso hidalgo» che andava in giro con un catino di barbiere in testa credendolo l’elmo di Mambrino, e lo si compari al «matematico impertinente» (Longanesi, 2005) che s’è fatto dare pubblicamente del coglione da Ratzinger e, invece aprirgli il culo a spicchi, ne mena vanto, oppure all«uomo che non credeva in Dio» (Einaudi, 2008) che al vicario di Cristo in terra ha offerto a gratis diverse pagine di pubblicità sul giornale che ha fondato, e ne va tutto fiero. In entrambi i casi, l’infortunio della vanità precede dalla cattiva digestione di un mito: nel primo caso, fu il mito della Cavalleria a precipitare nel tragicomico il povero don Quijote de la Mancha; nel secondo caso, è il mito di Voltaire che intrattiene carteggio con Papa Lambertini ad aver giocato un pessimo tiro a Piergiorgio Odifreddi e a Eugenio Scalfari. D’altra parte, chi ha studiato il fenomeno della Cavalleria sa bene che di nobile aveva solo un leggero strato di retorica in superficie. In quanto a Voltaire, anche lì si trattava di un tentativo di autopromozione.

In capo al post ho riprodotto uno scorcio di pag. 9 del numero di Panorama del 19 marzo 1970, a firma di Guido Calogero. Se non sapete chi fosse, possiamo cavarcela in meno di tre righe: in quanto a onestà intellettuale, Eugenio Scalfari dovrebbe fargli una pippa; in quanto a vastità di sapere e a profondità di pensiero, Piergiorgio Odifreddi non ne vale un pelo del cazzo. E tuttavia anche Guido Calogero era un uomo: anche a lui scappò il sogno di parlare col papa, anche se si trattava solo di un espediente retorico per riempire la paginetta della sua rubrica. Ve ne risparmio il contenuto, a grandi linee dirò che si trattava di una peroratio a Paolo VI, che due anni prima, con lenciclica Humanae vitae, aveva gelato le speranze dei cretini che nel Concilio Vaticano II avevano intravisto chissà cosa. Vi offro solo il finale, per darvi la misura del ridicolo nel sogno di parlare col papa.

  




sabato 19 ottobre 2013

[...]

«Signore, col pretesto di tenere un bordello,
vostra moglie vende stoffe di contrabbando!»



Si parva licet, Michele Santoro è passato dall’invettiva di Tacito al pettegolezzo di Svetonio, che nel giornalismo è passo assai più lungo di quello che dalla fermata d’autobus davanti alla Procura di Milano ha portato Paolo Brosio a Medjugorje, ed è passo irreversibile. A questo punto è inutile dirgli: «Basta con le olgettine, raccontaci il paese», il suo senso critico è irrimediabilmente sceso ai livelli di Alfonso Signorini, di cui vuol essere la negativa fotografica. Che glielo dica Massimo Cacciari o un coro greco di cassintegrati, fa lo stesso: si parva licet, in Caligola vede ormai solo il vizioso, eventualmente il folle. Con ciò, l’imperatore smette di essere problema politico e diventa questione morale, e le questioni morali, si sa, amano andare fuori contesto, di là dai casi che le sollevano, si fanno apologo e, quando trovano una persona per darle antonomasia, si spersonalizzano... In fondo, il favore più grosso che Servizio Pubblico ha finora fatto a Silvio Berlusconi non è stato rilanciarlo alle ultime elezioni politiche, ma farlo diventare una categoria morale. Come il tributo a un monumento.

giovedì 17 ottobre 2013

Io sto con Gnocchi e Palmaro


Ho rinunciato ad aprire una cartella di collazione degli atti e dei detti notevoli di Bergoglio, sapevo fosse una fatica inutile, ci avrebbero pensato gli ultras cattolici ai quali sta sul cazzo fin da quel «buonasera» di sei mesi fa, nel caso avrei potuto attingere dalla cartella che aprirono quella stessa sera. Lì dentro, giorno dopo giorno, hanno ficcato tutto quello che Bergoglio andava facendo e dicendo, agitando nei loro cuori tutta la gamma delle emozioni dallo sgomento allo sdegno. Li capisco, poverini, anche per loro Bergoglio non è che una bagascia, e per chi ha un bisogno quasi biologico di stare inginocchiato davanti un papa dev’essere un tortura indicibile sta lì col ginocchio piegato, ma senza poterlo poggiare, perché al posto di un pontefice ci sta un esperto di marketing chiamato a rimettere in sesto la ditta.
Li capisco, perché sto in analoga condizione: ho un palmo della mano destra sospeso in aria, pronto a mollare uno schiaffone, ma il cerone sul volto del cattolicesimo post ratzingeriano è così abbondante che la mano vi impatterebbe scivolando via, per giunta tutta impiastricciata, ci farei la figuraccia di chi scivola su una buccia di banana. Io, il senzadio con lhobby del decostruzionismo, e loro, le pecorelle più candide nel gregge, aspettiamo un altro papa e rimpiangiamo quello andato in pensione: loro per poggiare il ginocchio, io per sferrare lo schiaffone.
Che chiavica di papa, questo Bergoglio. Anche il papa più sifilitico che ci abbia regalato il Medioevo o il Rinascimento sembra un Gigante della Fede al suo confronto: la Tradizione era meglio conservata in una sua pustola che in questa patetica messinscena del poverello d’Assisi che gira in scarpe da tranviere e con borsone da veterinario. Il cattolicesimo non è questa melassa, è un orrido viluppo di bassissimi interessi coperto da un affascinante velo intessuto di sofismi. Ora arriva questo pretonzolo col sorriso à la Stan Laurel e con la zeppola à la Helenio Herrera  e degrada il mostro a un cartone animato, bleah.
Perciò io sto con Gnocchi e Palmaro, i due licenziati in tronco da Radio Maria per aver detto che a loro questo papa non piace, argomentando con la più pura ortodossia, al confronto della quale le bubbole che Bergoglio ha sbaccellato a Scalfari e a Spadaro hanno dignità di eresiucole stortignaccole: il cattolicesimo genuino è il loro, quello di Bergoglio è una volgare contraffazione per fottere il mercato. Sto con Gnocchi e Palmaro, a loro va tutta la mia solidarietà, e con loro levo al cielo la dolente preghiera: «Aridacce un puzzone».

[...]


Nel gran discutere intorno ai funerali religiosi che le gerarchie ecclesiastiche hanno negato a Erich Priebke mi pare non si sia dato il giusto rilievo al fatto che il capitano delle SS fu battezzato nel 1948. Concedergli il battesimo, allora, e negargli i funerali religiosi, oggi – che carognata!  

Πολεμική τέχνη / 2


«Sapeste la sorpresa e l’emozione che si provano nel
ricevere a casa propria un’inaspettata lettera di un Papa»
Piergiorgio Odifreddi (la Repubblica, 24.9.2013)

«Buongiorno, Santità, sono sconvolto, non m’aspettavo
che mi chiamasse… Posso abbracciarla per telefono?»
Eugenio Scalfari (la Repubblica, 1.10.2013)


 
Alcuni giorni fa mi sono intrattenuto sulla πολεμική τέχνη, ho detto che può essere considerata come la continuazione del duello con altri mezzi, ma che, col differire il fine di annichilire il nemico in quello di dimostrare che l’avversario ha torto, perde l’equipollenza geometrica che ha col duello nel punto della contestabilità dell’esito, perché l’argomentazione ha un limite insuperabile rispetto a quello della forza bruta, che sta nell’aleatorietà del suo successo, sicché puoi avere i migliori argomenti contro chi ne ha di pessimi, e usarli nel modo migliore, ma questo non ti assicura affatto che la vittoria ti sia riconosciuta da chi è stato chiamato ad arbitrare la contesa, tanto meno dal soccombente, se pure chi arbitra la contesa l’abbia dichiarato sconfitto: a colpi di randello non c’è discussione, in tutti i sensi.
Oggi vorrei soffermarmi su quello che in buona evidenza è un paradosso: se deporre il randello per impugnare l’argomento è da considerare un salto qualitativo sul piano antropologico, com’è che il nuovo strumento si rivela meno efficace del vecchio? La logica che muove l’evoluzione, qui, non è in favore della soluzione migliore? In altri termini: abbiamo deciso di rinunciare all’inequivocabilità dell’esito di un contenzioso risolto a colpi di randello solo per ridurre il numero di teste fracassate? Se così fosse, si dovrebbe dedurre che la logica che informa l’evoluzione, qui, mira a salvare teste piuttosto che a selezionare quelle migliori. D’altra parte, non sarebbero quelle migliori ad essere selezionate grazie al randello. E dunque: a cosa mira questa evoluzione?
Levandole il connotato teleologico che qui le abbiamo appioppato solo per dare un significato motivazionale a quella che abbiamo chiamato «logica», potremmo dire che sostituire argomento a randello sposta l’arbitrato dalla «natura» alla «società» (e metterle tra virgolette come ho fatto con «logica» mi auguro lasci intendere il connotato che appioppo ai due termini). La polemica come continuazione del duello con altri mezzi, infatti, ha il suo prodromo storico nel duello che si svolge nell’arena, dinanzi a un pubblico. Quando il pubblico comincia a cambiare, l’arena si trasforma in piazza e poi in foro tribunalizio: a quel punto il salto è compiuto, e il duello affida l’esito del cimento a un’opinione «sociale» che si arroga una prerogativa prima «naturale». Siamo al punto in cui il duello, ormai già polemica, è sotto la stessa norma che informa l’opinione pubblica del momento storico in cui si consuma la contesa: non può che consumarsi entro la sfera in cui è la stessa opinione pubblica a darsi norma. La retorica, qui intesa come tecnica dell’argomentazione, diventa lo strumento che nel formare un’opinione pubblica pre-giudica il contenzioso, sicché la polemica comincia a diventare sempre più spesso il modo per saggiare la forza dei contendenti sul piano della «logica» che informa la «società»: le teste fracassate dai randelli cedono il passo agli argomenti che hanno il difetto di essere poco persuasivi.
Qui credo che non sia superfluo ripetere ciò che ho scritto in un altro post. Un buon argomento scrivevo deve essere corretto, valido e persuasivo; è corretto quando poggia su premesse incontestabili, valido quando non incorre in tautologie o contraddizioni, persuasivo quando risulta efficace. Non basta che sia solo efficace, dunque, a renderlo buono, perché la persuasività si può ottenere anche con argomenti viziati da errori logici più o meno ben dissimulati o che prendono le mosse da premesse salde solo in apparenza; né basta che sia valido, perché il rispetto della logica proposizionale non assicura un risultato accettabile partendo da false premesse; tanto meno basta sia corretto, perché anche partendo da premesse autoevidenti si può arrivare a conclusioni errate alterando il procedimento attraverso il quale l’argomento viene a costruirsi. (Sul fatto che la «bontà» del «buon» argomento non debba intendersi come qualità morale, e perché, e cosa implichi il fatto, rimando al post in questione.) Il punto sul quale credo sia utile soffermarsi è che un argomento, pur valido e corretto, non è detto che sia necessariamente persuasivo. A costo di tediare il mio lettore, ripeto ancora: la persuasività si può ottenere anche con argomenti viziati da errori logici più o meno ben dissimulati o che prendono le mosse da premesse salde solo in apparenza. E di cosa «vive» il «sociale», se non di quelle premesse che riescono ad apparire ben salde in un determinato contesto storico? Cosa «muove» il «sociale», se non la ricerca della più convincente dissimulazione dell’utile nel giusto, del senso comune nel vero e dell’acconcio nel bello?
Il luogo in cui si consuma la polemica, dunque, ne prefigura in buona misura l’esito. E le tesi che scendono nellagone, ancorché male argomentate, non vi scendono mai sguarnite dell’arma persuasiva che i contendenti ritengono più forte. Perciò – scrivevo –  l’argomentare racconta storia e carattere di chi argomenta, non già del Logos che si incarna in chi ne racconta l’incarnazione: la teoria dell’argomentazione non è l’esegesi di una narrazione mitica, ma il tentativo di decostruire la metafisica. E cosa vuoi decostruire del cattolicesimo, cretino, se nellaccingerti a polemizzare con un Papa ti sdilinguisci in carinerie?

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lunedì 14 ottobre 2013

Sansepolcristi 2.0


Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno tutto il diritto di pretendere che i parlamentari del M5S desistano da ogni iniziativa volta a modificare la Bossi-Fini: da candidati hanno assunto l’onere di rispettare il vincolo di mandato e sottoscrivendo il Codice di comportamento degli eletti si sono impegnati all’attuazione del programma presentato agli elettori, che all’immigrazione non dedica neanche un rigo. Questo, in quanto al metodo. In quanto al merito, invece, c’è da dire che solo chi si ostina a considerare il grillismo come una mutazione in seno al popolo della sinistra può concedersi il lusso di stupirsi per il solenne cazziatone che Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno riservato ai senatori del M5S che in Commissione Giustizia hanno votato in favore di una revisione del reato di clandestinità. È che il grillismo pesca elettori ed eletti nel popolo della sinistra, ma ha poco o niente da spartire col tradizionale patrimonio di valori della sinistra, se non con quella sinistra che un secolo fa fu espulsa dal Partito socialista italiano per farsi fascista di lì a qualche anno.
Rinnovo l’invito di qualche mese fa a comparare il programma del M5S e quello di CasaPound, soprattutto ai punti relativi a Economia, Welfare ed Europa: il minimo comune multiplo sta nel «socialismo» mussoliniano del 1919. A scanso di fraintendimenti, però, sarà il caso di ribadire che quel «socialismo» non è ancora il fascismo del 1922, per quanto sia già lontano migliaia di anni luce dal solidarismo internazionalista di Turati, Albertelli, Treves & c., e non è ancora il fascismo del 1936, ma è già nazionalista, sciovinista e revanchista, e non è ancora il fascismo del 1938, ma già ha un’idea di nazione che fonda sullo ius sanguinis. D’altra parte, quando Mussolini è prossimo all’espulsione dal Partito socialista italiano, fa parte dell’opposizione interna che viene detta della «sinistra estrema»: il salto che spicca a destra prende lunga ricorsa da quel massimalismo che ha vocazione più facinorosa che rivoluzionaria. Una banda di pericolosissimi cialtroni che nella crisi dello Stato liberale troveranno il terreno fertile per reclutare rabbia e paura.
È la stessa strada che tentano i sansepolcristi 2.0 del M5S, dunque non c’è affatto da stupirsi, tanto meno da scandalizzarsi, che al momento siano costretti a lisciare il pelo alla bestia: la Bossi-Fini non si tocca, i sondaggi dicono che alla gente piace.   

domenica 13 ottobre 2013

[...]


[I post che ho dedicato alla Vocazione di San Matteo del Caravaggio (1, 2, 3) mi hanno procurato l’immenso piacere di uno scambio epistolare con un autorevole studioso di storia dell’arte nei cui confronti ho sempre nutrito immensa stima. Non me ne ha fatto divieto, ma eviterò di farne il nome, perché il fatto che mi abbia contattato per dare il suo fin troppo lusinghiero avallo alle mie riflessioni potrebbe metterlo a rischio di qualche speciosa molestia di rimbalzo. Se ne parlo, d’altronde, è solo per dare una spiegazione al post qui sotto, che è stato scritto su suo espresso invito, e che senza questa premessa potrebbe essere letto senza riuscire a coglierne il registro ironico, peraltro esplicito fin dal titolo: in una delle sue e-mail mi ha chiesto di produrgli un esempio di quelle disavventure che capitano – avevo scritto in risposta al commento di un lettore – a «tanta critica d’arte, che, per liberarsi dal rigore dell’analisi scientifica dell’opera (contesto storico, tecnica, ecc.), vola per i cieli dell’interpretazione arbitraria» e «piega gli elementi formali dell’opera d’arte alla concettuosità di chi la guarda», sicché accade che «la tela deve adattarsi a ciò che l’occhio vede in essa». Quanto segue, con dedica, è l’esempio richiestomi.]




Il Tondo Doni come psicobiografia gay di Michelangelo



   
È opinione corrente che la scena dipinta da Michelangelo Buonarroti nel Tondo Doni raffiguri Maria nell’atto di prendere il piccolo Gesù dalle braccia di Giuseppe che glielo sta porgendo. Tutto sbagliato, si tratta esattamente del contrario: è Maria che porge Gesù a Giuseppe. Questa lettura consente di liberare l’opera dalla fredda analisi formale che la liquida come «punto di partenza del Manierismo» per farne un vero e proprio diario dell’anima dell’artista.
Prima di passare a considerare i significati che si sprigionano dall’opera se letta in questo modo, diciamo subito che questa lettura non confligge con quanto è assodato sul piano storico in relazione a ciò che ne spiega genesi e struttura. Se infatti la scena starebbe a rappresentare il «dono» di Gesù che Giuseppe fa a Maria, in evidente allusione al cognome del committente, Agnolo Doni, la lettura alternativa di Maria che «dona» Gesù a Giuseppe non la contraddice.
Peraltro, le posture dei tre personaggi della Sacra Famiglia sono compatibili con entrambe le letture, anzi, quella alternativa qui proposta risulta ancora più convincente. Gli occhi di Giuseppe, infatti, sono rivolti verso il «dono», com’è naturale in chi compia l’atto di riceverlo, mentre in Maria, che lo sta «donando», analogo sguardo è giustificato, dato il gesto di porgere il «dono» a chi è posto alle sue spalle, dalla premura di verificare se la presa sia sicura.


Non è tutto, perché è evidente sotto il piede destro di Gesù un lembo della veste di Giuseppe, nella quale è verosimile che il piccolo stia per essere avvolto. 


Non così nel modo in cui è raffigurata Maria, che in grembo ha un libro del quale si sarebbe liberata se stesse per accogliervi il bambino.


Che sia Maria a porgere Gesù a Giuseppe, dunque, oltre che possibile è assai più verosimile che viceversa.
Qui occorre rammentare che Michelangelo restò orfano di madre alla tenera età di sei anni: come non pensare al gesto della madre che prima di morire affida il figlio al padre? Si badi bene: il piccolo perde la madre mentre è in piena fase edipica. Non c’è bisogno di salire sullo scaletto per tirar giù dagli scaffali alti i classici della psicoanalisi per trovare conferma che qui siamo dinanzi ad uno dei quadri clinici che predispongono il soggetto ad una conversione nevrotica che possa sfociare in una scelta omosessuale. Bene, basta spostare lo sguardo alla scena rappresentata sullo sfondo del Tondo Doni per cogliere, nelleloquenza simbolica del gruppo di efebi nudi, tutta la gamma dei correlati comportamentali dellomofilia: dal gioco e dall’abbraccio che sono la solare rappresentazione della felice e innocente pederastia in Platone e in Virgilio,   


al torvo cipiglio di sfida e alla presa che ghermisce la preda sessuale che caratterizza il desiderio fattosi ossesso.


Concludendo, e senza tema di essere smentiti, il Tondo Doni è la psicobiografia gay di Michelangelo.




[...]


«La lettera va presa alla lettera»
Jacques Lacan

Devo una risposta a Matteo Mainardi, che mi rimprovera di aver riproposto su queste pagine l’intervista nella quale Gianfranco Spadaccia spiegava le ragioni del no radicale all’amnistia del 1981: dice che il contesto era diverso da quello odierno, che a quei tempi le patrie galere non erano sovraffollate come adesso, che allora l’amnistia era la «presa per il culo» che il «sistema» usava «per non riformare se stesso». Si tratta di un’obiezione che avrebbe un peso, se in quell’intervista Gianfranco Spadaccia non motivasse il no radicale a quell’amnistia sulla base di una questione di principio, anzi, di almeno tre principi, che definisce «temi caratteristici dell’opposizione radicale». In pratica, il richiamo al fatto che la situazione carceraria del 1981 fosse diversa da quella del 2013 è strumentale e surrettizio.
In tal senso, torna utile analizzare gli argomenti di Gianfranco Spadaccia. In primo luogo, afferma che il problema  c’è, ma che i radicali non se ne ritengono corresponsabili, dunque non si sentono chiamati a risolverlo, tanto meno ricorrendo alla soluzione prospettata da chi l’ha causato. Non mette affatto in discussione lo «stato di necessità», dunque, e tuttavia rigetta la proposta dell’amnistia come soluzione. In secondo luogo, afferma che i radicali la rigettano, perché non è soluzione strutturale, ed è un rimedio dalleffetto di breve durata. Infine, elenca i punti di una riforma del sistema penitenziario, e più in generale del compartimento della giustizia, che dice alternativa al provvedimento di clemenza.
Suppongo sia superfluo rimarcare le differenze con l’odierna posizione dei radicali sulla questione, di qui la ragione del mio post, che era una risposta all’accusa di incoerenza che i radicali rivolgono in questi giorni a Beppe Grillo: alcuni anni fa si esprimeva in favore dell’amnistia e oggi è decisamente contrario. Ricorrendo alla stessa obiezione offerta da Matteo Mainardi per dare spiegazione dell’evidente torsione subita dai «temi caratteristici dell’opposizione radicale», anche Beppe Grillo potrebbe appellarsi alle mutate condizioni. Ovviamente si tratterebbe di una lettura diametralmente opposta a quella odierna dei radicali, e ispirata dai temi caratteristici dell’opposizione grillina, che non si fa alcuna fatica a riconoscere come diametralmente opposti a quelli odierni dei radicali, che hanno subito anch’essi un’evidente torsione rispetto al passato.
Per inciso, inoltre, è da considerare che Detenuto in attesa di giudizio è del 1971 e offre uno spaccato del mondo carcerario italiano che non è meno infame di quello odierno. Cosa cambia, dunque? Per Matteo Mainardi, il fatto che «oggi siamo alla condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo». Sta insinuando che Gianfranco Spadaccia dovesse aspettare la condanna della Corte Europea per farsi unidea sui diritti dell’uomo?
Il fatto è che, se una questione di principio può farsi elastica a seconda del contesto, l’elasticità deve essere concessa sia alla vacca sia al mulo. Poi, sì, possiamo entrare nel merito e, a piacere, esprimere la nostra preferenza per la vacca o per il mulo, ma questo non toglie che a entrambi puzzi il culo. Levando l’eccesso di colore alla metaforetta, in entrambi i casi il principio si è adattato al contesto, secondo quanto è parso conveniente: a Beppe Grillo oggi conviene fare il forcaiolo anche a discapito della sensibilità mostrata in passato riguardo alla condizione dei detenuti nelle carceri italiane; in quanto a Marco Pannella, sull’amnistia si gioca il tutto per tutto, non avendo più nulla da perdere, e questo a discapito di quella che in passato era la soluzione strutturale al problema.
   
Ma a Matteo Mainardi devo anche alcune delucidazioni che in futuro potranno essergli utili ad evitare increspature al suo bel garbo.
Primo: la mia non è stata una «sparata». Consigliavo solo di «dare una guardatina in soffitta» prima di dare per scontato che i «temi caratteristici dell’opposizione radicale» siano gli stessi da sempre: uno solo, in realtà, è da sempre uguale a se stesso, immutabile e costante, ed è l’opportunismo, spina dorsale di quella «durata» che esalta i gregari e i famigli di Marco Pannella come il semplice fatto che la Chiesa stia lì da due millenni dà ai cattolici dà la certezza che Dio esista veramente.
Secondo: il presunto mio «antiradicalismo». Su questo punto, con infinita dolcezza, vorrei far presente a Matteo Mainardi che io non sono affatto «antiradicale», anzi, mi ritengo assai più radicale di lui. La ragione è semplicissima: lui sta ancora dietro ad uno che ha corrotto il pensiero radicale ad una pratica di ipocrisia, cinismo e opportunismo, io non più. 

sabato 12 ottobre 2013

Aspetta concedendoti pazienza


In prossimità del congresso di Radicali italiani, ti sarai sentito rivolgere linvito a iscriverti. Un consiglio: aspetta qualche anno.
Il giorno che Marco Pannella tirerà le cuoia – e sarà sempre troppo tardi – l’aggettivo «radicale» potrà finalmente liberarsi dalle aberranti accezioni che ha assunto negli ultimi cinquant’anni diventando un termine che ormai esprime solo la variante di un quadro nosografico, quello di una psicopatologia di gruppo dal profilo settario e dalla leadership di tipo carismatico affidata ad un soggetto seriamente disturbato.
Non sarà semplice, e ci vorrà molto tempo, ma «radicale», allora, potrà tornare a prendere il significato che ebbe con James Mill e Jeremy Bentham, con Jules Ferry e Leon Gambetta, con Agostino Bertani e Felice Cavallotti, con Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, per poi andare a smarrire il suo senso originario nell’abbaglio delle fanfaluche capitiniane, nella scimmiottatura della pratica gandhiana e da ultimo, non fosse bastato il lungo rimasticare i rancidi avanzi del modernismo murriano, nel disseppellimento del Benedetto Croce più putrefatto, quello del neoidealismo.
Fino a quel giorno, l’aggettivo «radicale» resterà sequestrato, inservibile a dare un nome a quei democratici che ritengono possibile coniugare liberalismo e socialismo, emendandoli di ciò che li ha resi incompatibili nel XX secolo: fino a quando «radicale» sarà sinonimo obbligato di «pannelliano», questa operazione sarà impossibile, ed è per questo che augurarsi la morte di Marco Pannella esprime una tensione ideale che va ben oltre l’auspicio della rimozione di un ostacolo fattosi insuperabile.
Certo, dopo il funerale occorrerà darsi da fare per disperdere i parassiti che gli sono cresciuti sotto le ascelle, ma incoraggia il dato di esperienza: quando il cane muore, le zecche muoiono con lui o saltano su un altro groppone.
Aspetta qualche anno, dunque. Aspetta concedendoti pazienza.

giovedì 10 ottobre 2013

mercoledì 9 ottobre 2013

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I radicali hanno scoperto che Grillo era a favore dell'amnistia, un tempo, e per ragioni diametralmente opposte a quelle per le quali è contrario, oggi. Prima di lapidarlo, sarebbe il caso di dare una guardatina in soffitta.

Del più e del meno (più del meno che del più)

Giorgio Napolitano invia un messaggio al Parlamento. Ne ha facoltà, lo prevede la Costituzione: «Può inviare messaggi alle Camere» (art. 87). Sia chiaro: «può», nessuno lo obbliga. E infatti abbiamo avuto più Presidenti della Repubblica che messaggi dei Presidenti della Repubblica alle Camere, sarà che l’iniziativa del Quirinale non ha mai avuto alcun effetto vincolante, come dimostra l’ultimo dei messaggi al Parlamento, una dozzina d’anni fa: lo inviò Carlo Azeglio Ciampi, aveva a oggetto la necessità di un maggior equilibrio nel sistema dell’informazione, e fece un buco nell’acqua, se ancora oggi siamo dietro al Botswana nella apposita classifica. Non che sia andata diversamente nei casi precedenti, sarà per questo che il Quirinale ricorre al messaggio alle Camere quando proprio non può farne a meno, in pratica quando vuole salvare la faccia coi posteri e far scrivere agli storici: «Il Presidente della Repubblica fece tutto quanto era in suo potere».
È il paradosso della cosiddetta Costituzione materiale: il Quirinale esterna un giorno sì e l’altro pure, praticamente su tutto, spinge, preme, fa ricattucci e dispettucci, incontra ufficialmente Tizio e ufficiosamente Caio, cova governi e detta l’agenda legislativa, ma con l’unico strumento che gli è dato per farsi sentire non ottiene mai un cazzo.
Qui, con il messaggio inviato da Giorgio Napolitano alle Camere, è in questione lo stato delle carceri in Italia, una situazione vergognosa che in sede europea ci ha fatto cumulare richiami, censure e sanzioni a righe, a quadretti e a pallini, fino all’ultimatum che ha scadenza tra sei o sette mesi: se la condizione dei detenuti resta disumana com’è, l’Europa ci fa un culo grosso come una casa.
Condizione disumana da almeno tre lustri: non troppo diversa, insomma, da quella che Giorgio Napolitano trovò nel 2006, quando fu investito del suo primo mandato. E qui sorge spontanea la domanda: perché manda il messaggio alle Camere solo adesso? Pare che anche adesso in Parlamento manchino i numeri per un provvedimento di clemenza e, in quanto alle altre soluzioni che prospetta, potrebbero esserci i numeri, ma pare manchi il tempo. Vorrà si possa scrivere che «il Presidente della Repubblica fece tutto quanto era in suo potere», non gli si può dar torto. In ogni caso, è evidente che il problema morale riceve dalle minacce di Strasburgo un considerevole aiutino. 
D’altronde, bisogna essere onesti: Giorgio Napolitano non è mai stato insensibile al problema. E giustamente ci tiene a rammentarlo anche in questa occasione: «Com’è noto, ho già evidenziato in più occasioni la intollerabilità della situazione di sovraffollamento carcerario degli istituti penitenziari. Nel 2011, in occasione di un convegno tenutosi in Senato, avevo sottolineato che la realtà carceraria rappresenta “un’emergenza assillante, dalle imprevedibili e al limite ingovernabili ricadute, che va affrontata senza trascurare i rimedi già prospettati e in parte messi in atto, ma esaminando ancora con la massima attenzione ogni altro possibile intervento e non escludendo pregiudizialmente nessuna ipotesi che possa rendersi necessaria”».
L’accenno è al convegno promosso dai radicali e al quale Giorgio Napolitano partecipò per far cessare l’ennesimo sciopero della fame e della sete di Marco Pannella, che ennesimamente minacciava di lasciarsi morire sotto il Palazzo, e il Palazzo, si sa, non vuole immondizia davanti al portone. In quella occasione, Giorgio Napolitano riconobbe le catastrofiche condizioni in cui versa la giustizia in Italia e parlò di una «prepotente urgenza» di soluzioni adeguate, possibilmente strutturali (fece cenno a iniziative del Governo per l’ampliamento della capienza penitenziaria e per il varo di norme che consentissero pene alternative alla detenzione in carcere, stigmatizzando l’umoralità sociale perennemente oscillante tra «ciclica depenalizzazione e ripenalizzazione»), «non escludendo alcuna ipotesi» in grado di colmare l’«abisso» tra il dettato costituzionale e lo stato dei fatti. Rammentò inoltre che più volte era «tenacemente intervenuto nei già trascorsi cinque anni di mandato su preoccupazioni ed esigenze relative sia al superamento di gravi inadeguatezze e insufficienze del sistema giustizia in Italia sia al rispetto degli equilibri costituzionali tra politica e giustizia», ma che di più non poteva e dunque non voleva fare, riconoscendo i meriti di Marco Pannella nell’aver sollevato la questione del sovraffollamento carcerario, precisando che tale riconoscimento andava «al di là di tutte le differenziazioni legittime rispetto a suoi giudizi o a sue iniziative». Come a dire: riconosco il problema, ma non strusciarti addosso, ché con la bava mi rovini il Caraceni. Il termine «amnistia» non gli scappò neanche nella più allusiva delle possibili perifrasi: si limitò a dire che «dalla politica devono venire le risposte», ma rammentò che «la politica è debole e divisa, incapace di produrre scelte coraggiose».
Tant’è, ma in quell’intervento Pannella lesse la promessa di un appoggio alla sua battaglia, la sola via di uscita che era riuscito a trovare per venir fuori dal solito vicolo cieco in cui si era andato a infilare coi suoi folli rilanci.
Il solenne messaggio alle Camere arriva solo adesso. Per chi conosce Marco Pannella non c’è da stupirsi se ai radicali è già stata data la consegna di considerare quello odierno il risultato ottenuto grazie a due anni di insulti rivolti al Quirinale: da «uomo di grande esperienza interiore e di grande saggezza», l’indomani del convegno, alle peggiori accuse e alle più pressanti molestie per due anni, con una breve tregua per la nomina di Emma Bonino alla Farnesina, fino alla minaccia di denuncia per tradimento della Costituzione, non più di qualche settimana fa, ma oggi – non c’è da dubitarne – di nuovo «uomo di grande esperienza interiore e di grande saggezza», non più «antropologicamente stalinista», non più «tecnicamente criminale». Non c’è da scandalizzarsi, coi radicali funziona così. È perciò che chi li conosce li evita.
Ma torniamo a Giorgio Napolitano. Le agenzie battono la notizia che chiede al Parlamento un’amnistia. Non è così: prospetta «diverse strade», e quella dell’amnistia è citata per ultima. Innanzitutto, indica come soluzione la riduzione del numero complessivo dei detenuti «attraverso innovazioni di carattere strutturale» («messa alla prova», pene alternative a quella carceraria, riduzione dei casi in cui sia prevista la custodia cautelare in carcere, «accrescimento dello sforzo diretto a far sì che i detenuti stranieri possano espiare la pena inflitta in Italia nei loro Paesi di origine», modifiche della «ex-Cirielli», «incisiva depenalizzazione d[i alcuni] reati»), poi suggerisce «l’incremento della ricettività carceraria», che pure ritiene «insufficiente rispetto all’obbiettivo di ottemperare tempestivamente e in modo completo alla sentenza della Corte di Strasburgo». In pratica, vi è un più che implicito rigetto dell’amnistia come «soluzione strutturale», che è la bislacca tesi di Marco Pannella, come se le amnistie succedutesi al ritmo di una ogni tre anni, fino al 1991, avessero mai strutturalmente risolto un cazzo. E tuttavia, dicevamo, il messaggio alle Camere passa per essere un invito al Parlamento a licenziare un provvedimento d’amnistia.
Questo accade in una curiosa contingenza, quella nella quale ogni misura di clemenza corre il rischio di sembrare necessaria solo adesso che Silvio Berlusconi è stato condannato in via definitiva. Non c’è affatto da stupirsi, dunque, che l’«ostilità agli atti di clemenza», che lo stesso Giorgio Napolitano non fa fatica a riconoscere nell’opinione pubblica, dia segni di subita recrudescenza da parte di chi sospetta – poco importa quanto a ragione – che questa sia la via di fuga offerta a Silvio Berlusconi. Poco importa quanto a ragione, perché il messaggio alle Camere arriva intempestivo.
Ce n’è per scontentare tutti, perfino i radicali, perché la soluzione dell’amnistia è rubricata dal Quirinale a misura tampone, tutt’altro che a «soluzione strutturale». Ma ai radicali conviene far finta di niente e incassare il messaggio alle Camere come una vittoria. Non c’è da dubitare che sapranno chiudere un occhio, assecondare l’impressione prevalente che Giorgio Napolitano abbia chiesto al Parlamento l’amnistia, e solo l’amnistia, e così archiviare il flop della raccolta delle firme per i loro dodici referendum: poco più di 150.000 firme – meno di un terzo di quante erano necessarie – per i sei referendum del pacchetto «Cambiamo noi» e poco più delle 500.000 necessarie per gli altri sei del pacchetto «Giustizia giusta», mentre il margine di sicurezza a fronte delle immancabili contestazioni d’ordine burocratico è sempre stato fissato dagli stessi radicali intorno alle 550.000 firme. Anche ammesso che la Corte di Cassazione non abbia a sollevare eccezioni di legittimità, e in verità sui primi due quesiti qualche dubbio è sembrato subito farsi strada, non v’è alcuna certezza che le firme valide siano in numero necessario perché gli italiani possano esprimere un parere almeno su sei schede referendarie.
Un flop che ha dell’eclatante, se si pensa alla facilità con la quale in passato i radicali hanno raggiunto l’obiettivo oggi mancato, ma che era da ritenersi largamente previsto già in partenza, tenendo conto del crollo verticale di consenso che hanno avuto negli ultimi anni. Mai così bassa la percentuale ottenuta alle ultime elezioni politiche (0,19%), mai così basso il numero degli iscritti, mai così aspre le polemiche interne riguardo alle questioni di sempre, ultimamente avvelenate dalle conseguenze sempre più gravi dell’involuzione settaria di cui l’area radicale soffre da almeno un quarto di secolo. D’altra parte, sul logorio di uno strumento come quello referendario era stato lo stesso Marco Pannella a insistere per anni: la voglia gli è tornata solo quando ha ritenuto necessario bilanciare a destra, col pacchetto «Giustizia giusta», lapertura a sinistra che qualche scavezzacollo aveva azzardato col pacchetto «Cambiamo noi». Operazione riuscita: scavezzacollo bilanciato, anzi, annichilito.
Nel prossimo fine settimana si terrà il Comitato nazionale di Radicali italiani, il soggetto politico che nella cosiddetta «galassia radicale» ha dato sempre più evidenti segni di insofferenza allautocrazia di Marco Pannella, sempre più caso clinico che problema politico. Per gli amanti del genere – necessario un pizzico di perversione – si annuncia uno spettacolo imperdibile.
Per il segretario ed il tesoriere di Radicali italiani, «siamo stati battuti da uno Stato che ha impedito a milioni di italiani di firmare, fuorilegge anche rispetto a una disciplina referendaria fatta apposta per sabotare le iniziative dei cittadini a meno di non esser disposti a violarla. Ostacoli che conoscevamo già in partenza ma che non siamo riusciti a superare. Questi referendum [i sei del pacchetto «Cambiamo noi»] non si terranno anche perché non sono stati voluti da nessuna componente della partitocrazia, quella progressista in maniera più scandalosa di quella destra».
Un modo come un altro per rimuovere il trauma: se si terranno gli altri sei del pacchetto «Giustizia giusta», è grazie a Silvio Berlusconi. E anche se nessuno di questi sei referendum serve ad alleggerire la sua condizione di condannato in via definitiva, il guaio è fatto: agli occhi della «brava gente» i radicali sono ancor più «traditori» di quanto lo fossero quando sedevano in Parlamento grazie all’ospitalità offerta dal Pd nelle proprie liste; il consenso dato da Silvio Berlusconi alla proposta radicale di un’amnistia assume lo stesso segno che prende il messaggio alle Camere di Giorgio Napolitano. In pratica – va’ a capire quanto a torto e quanto a ragione – gli eroi dell’antipartitocrazia appaiono all’opinione pubblica come il catalizzatore dei più infami patti sottobanco della partitocrazia. Grazie a Marco Pannella, ovviamente.  

lunedì 7 ottobre 2013

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Jonathan Haidt, di cui l’ultimo numero della Domenica de Il Sole 24 Ore ci offre un brano tratto dal suo ultimo volume (Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religioni – Codice Edizioni 2013), sostiene da tempo che la specie umana sarebbe dotata di un’intuizione morale indipendente da ogni forma di ragionamento e priva da ogni condizionamento di natura utilitaristica. In pratica, è convinto che la morale scaturisca da un moto affettivo immediato ed automatico, inconsapevole e privo di ogni intenzionalità, come una sorta di elemento biologico sul quale – e almeno questo gli fa onore – non si azzarda a disquisire, limitandosi a dichiararlo universale. Siamo, in buona sostanza, dinanzi alla riproposta dell’innatismo.
Qui, però, l’idea che la morale nasca con noi non ha alcuna pretesa di fondare una precettistica universale mediante la selezione di ciò che è genuino rispetto a ciò che è artefatto: Jonathan Haidt è del parere, infatti, che ogni giudizio morale risponderebbe a un’intuizione che, in sé, almeno in parte, è giusta. Insomma, seppur parzialmente, tutti i valori morali sarebbero espressione della moralità innata all’uomo e dunque potrebbero convivere pacificamente nei loro precipitati comportamentali, perché in ognuno d’essi vi è un riflesso di quella comune natura che – sostiene – poco ha a che fare col calcolo più o meno intellegibilmente imposto dalle contingenze.
L’obiezione che i valori morali siano un prodotto dell’evoluzione umana non lo impensierisce affatto: neanche prova a metterlo in discussione, perché comunque – scrive in questo suo ultimo lavoro – «le intuizioni precedono il ragionamento strategico»: «la morale è molto di più di una questione di danno e correttezza». Conclusioni?


Siamo dinanzi a una visione della specie umana come una οκουμένη che chissà quale divinità degli inferi si è divertita a disperdere in frammenti di ragione che sembrano come maledette a scontrarsi in eterno, quando la ricomposizione è lì, sotto il naso dei contendenti: basta essere carini, scambiarsi cortesie, e ogni questione che in apparenza ci fa sembrare nemico chi non la pensi come noi smette di avere ragion dessere.
Non voglio essere cattivo e non andrò oltre il commento implicito che sta in trasparenza a quanto ho fin qui esposto. Aggiungo solo che la teoria di Jonathan Haidt sembra il tentativo di costruire un argomento che superi ogni relativismo etico in una sorta di panmoralismo che somiglia molto a quello dell’idealismo o, per venire ai nostri giorni, alla scommessa lanciata da Bergoglio nella sua risposta a Scalfari: cerchiamo quel che ci unisce, e quel che ci divide ci apparirà irrilevante.
È un buon argomento?

Un buon argomento deve essere corretto, valido e persuasivo. È corretto quando poggia su premesse incontestabili, valido quando non incorre in tautologie o contraddizioni, persuasivo quando risulta efficace. Non basta che sia solo efficace, dunque, a renderlo buono, perché la persuasività si può ottenere anche con argomenti viziati da errori logici più o meno ben dissimulati o che prendono le mosse da premesse salde solo in apparenza; né basta che sia valido, perché il rispetto della logica proposizionale non assicura un risultato accettabile partendo da false premesse; tanto meno basta sia corretto, perché anche partendo da premesse autoevidenti si può arrivare a conclusioni errate alterando il procedimento attraverso il quale l’argomento viene a costruirsi.
Sembrerebbe lecito supporre, allora, che la «bontà» del «buon» argomento sia una qualità morale. Non è così. Se la «buona» argomentazione rifugge dal ricorso alla persuasività che si avvale di mezzi invalidi o scorretti, non è perché abbia un ethos ad informarla, anzi, un argomento non è mai tanto a rischio d’essere fallace, ancorché sottilmente fallace, come quando rivendica «bontà» in virtù dell’obbedienza ad una precettistica morale: più o meno coscientemente, si è sempre tentati dal far carte false per rendere persuasiva la morale della quale ci si sente chiamati a difensori, perché il «bene» che essa incarna è sempre dato come antecedente e superiore alla logica chiamata a giustificarlo. Così nel caso dell’argomento scorretto, che ha già nelle premesse l’errore da rendere persuasivo. In quanto all’argomento invalido, quando rivendica «bontà» in virtù dell’obbedienza ad una precettistica morale, non fa che rivelarne la natura tautologica o contraddittoria.
Si può concludere che mai un argomento è tanto lontano dall’esser «buono» come quando la «bontà» è qualità morale. Dell’ethos, al contrario, il «buon» argomento ha la pretesa di porsi a fondamento, rinunciando ad ogni trascendente: la logica che lo muove non si proclama manifestazione di un Logos, ma strumento immanente che nell’immanenza agisce per darle un senso universalmente intellegibile. Ne consegue – con Isocrate, contro Aristotele – che l’argomentare racconta storia e carattere di chi argomenta, non già del Logos che si incarna in chi ne racconta l’incarnazione: la teoria dell’argomentazione non è l’esegesi di una narrazione mitica, ma il tentativo – in gran parte riuscito – di decostruire la metafisica. Jonathan Haidt, invece, porge un argomento che intende fondarne una tutta nuova, in realtà vecchia quanto la storiella della Torre di Babele. Per Bergoglio non vale neanche la pena esprimere un giudizio: è la riedizione delleristica gesuitica aggiornata ai nostri tempi, caritas for dummies.  

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Corrispondenze


È bastato un grottesco articolo pubblicato su Lercio per far emergere la vera natura di tanti Italiani, che si professano animalisti ma non sanno neppure dove stia di casa l’antispecismo. Perché non si può essere antispecisti e razzisti contemporaneamente. Su tanti forum e pagine Facebook che affrontano problematiche animaliste spuntano, come funghi dopo una settimana di pioggia, le accuse contro la Kienge, contornate da epiteti che mi vergogno di riportare. «Kienge shock: prendiamo cani e gatti degli Italiani per  sfamare gli immigrati», titola l’articolo. Ma basterebbe leggere due o tre righe avanti per capire che si tratta di una burla, come tutti i testi pubblicati da Lercio. Invece, oltre che un popolo con spunti di razzismo, siamo anche pigri e ignoranti, perché non ci soffermiamo sui contenuti. Eppure, basterebbe guardare l’url: www.lercio.it. Come si può dare credibilità a un sito che si chiama Lercio?
E ora ci ritroveremo questo articolo che circolerà per decenni, come il famoso Bonsaikitten che proponeva gatti in bottiglia a forza di fotomontaggi. Nonostante siano passati quasi 3 lustri, ogni tanto se ne riparla.
Vita dura da oggi in poi per la Kienge, che un giorno dovrà spiegare alle future generazioni di nipoti e pronipoti, indignati da una nonna tanto malvagia, che quelle parole non le ha mai dette e forse, neppure pensate.
E io? Mi sento indignato, certo, ma anche divertito da tanta superficialità.

Luigi Civita


Quello che dovrebbe muoverci a preoccupazione, più che a indignazione, è la notevole caduta della qualità del falso, in generale: sempre più spesso il registro ironico, anche quando trascende nel grottesco, assume carattere assertivo. Si riesce a vendere tavoli rivestiti di formica come scrittoi Luigi XV.  

venerdì 27 settembre 2013

Πολεμική τέχνη

La polemica non è che la continuazione del duello con altri mezzi. In pratica, si rinuncia ai pugni, alla spada, alla pistola, e si incrociano i propri argomenti, poco importa quanto validi o erronei, purché si ritenga che abbiano modo di risultare efficaci. Prendersi a randellate, in tal senso, può essere assai più onesto che polemizzare, perché un legno marcio va in frantumi su qualsiasi groppone, mentre un sofisma, se ben assestato, può stendere anche un brillante polemista, quando è preso alla sprovvista. Non c’è da stupirsene, perché, mentre un retto argomentare esige studio, disciplina e onestà intellettuale in ogni segmento del suo procedere, il sofisma spesso è frutto di automatismi afferenti ed efferenti al senso comune, sicché la sua efficacia non sempre dipende solo da particolari doti intellettive di chi lo produce. I sofismi di chi difende una fede, per esempio, spesso sono vecchi quanto il suo dio, e hanno la versatilità d’uso di una protesi così vecchia da aver preso ad essere vascolarizzata, diventando attiva quanto un arto. Parare un buon argomento può riuscire relativamente agevole a questi mascalzoni, perché hanno imparato l’elusione, lo stornamento, la manipolazione e tutte le altre tecniche della controargomentazione fallace quando ancora erano attaccati alle mammelle materne. Un esempio ce lo offre Bergoglio nella sua lettera a Scalfari: «Non seguirò passo passo le sue argomentazioni – scrive – ma andrò al cuore delle sue considerazioni».

Come nel duello, anche nella polemica la posta in gioco è il riuscire ad aver la meglio sull’avversario, ma le analogie non si limitano a questo, perché anche tra il polemizzare e il duellare vi è un’equipollenza che potremmo definire di tipo geometrico tra gli elementi che ne caratterizzano natura, dinamica e sviluppo, giacché terreno sul quale si consuma la sfida, competenza nell’uso dell’arma scelta, condizioni che modulano l’azione, non escluse quelle fortuite, hanno peso in egual misura. E tuttavia una sostanziale differenza resta, e ancora una volta segna un punto a favore del randello. Raramente, infatti, un duello ha termine senza che il vincitore abbia avuto soddisfazione, pur se formale, e senza che il perdente abbia fatto ammissione di sconfitta, pur se implicita; non così nel chiudersi di una polemica, dalla quale il mascalzone esce sempre con la convinzione di aver vinto o almeno col sentirsi in dovere di mostrarsene convinto. Qui si consuma un’ulteriore sfida, quella che ha per posta in gioco il riuscire a convincere almeno se stessi di esserne davvero convinti. Con due spanne di ferro nella pancia o una pallottola ficcata in fronte è assai più complicato, ma anche con due vertebre fratturate non è così semplice, mentre chi resta appiccicato al muro da argomenti schiaccianti riesce sempre a staccarsene, e questo può prolungare la polemica all’infinito, senza alcun esito, al punto da porsi la domanda: a cosa serve? Nella lettera di Ratzinger a Odifreddi, per esempio, in premessa alla contestazione dell’affermazione che la teologia sia una sorta di «fantascienza», si legge: «Ella dovrebbe per lo meno riconoscere che, nell’ambito storico e in quello del pensiero filosofico, la teologia ha prodotto risultati durevoli», come se la durata fosse certificazione di «scientificità». Anche qui, come nel precedente esempio, siamo dinanzi al limite più grosso che la polemica ha nei confronti del duello: in fondo, in fondo, in fondo, non serve a niente.

Mi è d’obbligo, a questo punto, sgombrare il campo da quanto possa essere stato frainteso nel trattare un argomento come la polemica partendo da ciò che è – πολεμική τέχνη – per arrivare a dire che si tratta di τέχνη sostanzialmente inefficace. Questo è vero, ma solo perché ogni πόλεμος, anche quando asimmetrico e privo di regole, ha per fine un diverso «aver la meglio sull’avversario», che non a caso vien detto «nemico». Voglio dire che nella continuazione del πόλεμος con una τέχνη diversa da quella che gli è propria va persa l’equipollenza geometrica tra i fini che i contendenti si propongono. Si tratta indubbiamente di un enorme salto qualitativo sul piano dell’evoluzione antropologica, ma in sostanza il salto sta tutto nel differire il fine, e invece di annichilire il nemico ci si accontenta di dimostrare che ha torto. Può anche accadere che questo si riveli di grande utilità nel risparmiarsi tutte le scocciature che derivano dall’uso della forza bruta, ma a patto che le regole della retta argomentazione siano condivise al punto da dare agli argomenti una forza univocamente ponderabile dalle parti in polemica. Bello a dirsi, impossibile a farsi quando sia patente, anche da parte di uno solo dei contendenti, l’uso di strumenti che violino o aggirino le regole della retta argomentazione: lì polemizzare è inutile, perché il contenzioso slitta inevitabilmente da ciò che è oggetto di polemica alla legittimità degli strumenti di polemica, e in pratica si è costretti a constatare che le regole non sono condivisibili. Di fatto, solo in ambito scientifico la polemica dissuade proficuamente dalla tentazione di ricorrere al randello. 

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