martedì 3 febbraio 2015

Mattarelliana / 2

A pag. 654 degli Atti del XV Congresso Nazionale della Dc (Roma, 2-5 maggio 1982) è registrato l’ingresso ufficiale di Mattarella nella vita politica: è tra nomi della terza delle tre liste dei candidati alla Direzione Centrale del partito, quella che sostiene la «dichiarazione d’intenti» di De Mita (la prima sostiene la mozione di Fanfani, Piccoli e Andreotti, la seconda quella di Forlani). Non interviene, ma non ce n’è bisogno, De Mita ha deciso che sarà lui il suo uomo in Sicilia, e poi con quel cognome, con quel fratello…
Mattarella sarà devoto a De Mita fino in fondo: sette anni dopo, al Congresso che metterà fine alla lunga segreteria di De Mita, Mattarella è il solo a prenderne le difese, a stigmatizzare quanti festeggiano come per la liberazione da un tiranno, e cita le Lamentazioni, le Lezioni americane di Italo Calvino, vibrando un monito solenne e dolente a quanti pensano che con la nuova segreteria, quella di Forlani, la crisi elettorale del partito possa trovare soluzione nella mera rivendicazione dell’anticomunismo di sempre. Il comunismo ha fallito, certo, ma la Dc non è stata solo anticomunismo: aveva ed ha valori alternativi che rischiano di esser persi a pensare fossero strumentali a un mero antagonismo. Sono i valori che traggono ispirazione dalla Dottrina Sociale della Chiesa e che trovano nuovi avversari nei poteri che possono far della politica una sovrastruttura. È ancora un po’ fumoso, ma due o tre anni dopo i concetti saranno più articolati e in un convegno organizzato dall’Istituto Aldo Moro punterà il dito sul rampantismo e sul carrierismo: mantenendosi sul vago, senza fare nomi, leva il monito contro chi interpreta l’impegno politico «in modo arbitrariamente esistenziale», senza pensarlo come servizio temporaneo. Dice che l’impegno politico deve essere gratuito e spende parole dure contro la corruzione di cui la politica – la vera politica – finisce per diventare vittima per quel connubio che la stringe al mondo degli affari, dal quale mutua la convinzione che le sorti delle battaglie si decidono sulla base di chi abbia «il miglior consigliere pubblicitario». È la condanna della politica come spettacolo, delle tv commerciali che propongono modelli che rischiano di produrre una «classe politica mutata in peggio».
Ancora più esplicito due anni dopo, ad un dibattito che si tiene durante una Festa dell’Amicizia, ma è già il febbraio 1994, la macchina propagandistica di Berlusconi scalda i motori e tutto è ormai tremendamente chiaro: le tv di Berlusconi – dice – promuovono una radicalizzazione dello scontro con un «bipolarismo informativo» che fa leva su «toni forti e intolleranza», con l’uso di «suadenti tattiche di pubblicità applicate alla politica che sacrificano programmi e idee». Sarà ancora più duro dopo la vittoria di Berlusconi alle Politiche, ma questo lo vedremo alla prossima puntata.
C’è da supporre che Mattarella abbia già un suo pensiero politico al momento di scendere in politica, d’altronde è moroteo per dinastia familiare, di certo è che riesce a dargli articolazione soprattutto dal 1986 in poi. Niente di particolare, sia chiaro, si tratta del canonico armamentario della sinistra democristiana – personalismo, visione organicistica della società, solidarismo, sussidiarietà come ricetta alle pecche del pubblico e del privato, rivendicazione del laicato come espressione del sensus fidelium che dà corpo al magistero, ecc. – ma, com’è noto, in esso è possibile distinguere sfumature di accenti che consentono di delineare profili caratteriali che fanno capo a subcorrenti interne all’area. Mattarella non ne fonda una nuova, va ad apparentarsi con quella che nella sinistra democristiana ha già fatto filone in cui sono confluiti via via Moro, Zaccagnini, Gui, Galloni, Bodrato, ecc. Non proprio demitiano, diciamo, tanto meno assimilabile alla sinistra di Base dei Marcora o a Forze nuove dei Donat Cattin. Più Lazzati che Dossetti, si potrebbe dire, e più De Gasperi che Sturzo.
Parametro essenziale a cui bisogna ispirarsi per le riforme è quello di coinvolgere la società. Riforme necessarie perché i tempi impongono velocità di decisione, e la velocità, se non è controllata dalle istituzioni, va a favore di chi nella società è più forte. Perciò – udite, udite – marcatamente contrario ad un Parlamento che si limiti a ratificare le iniziative del Governo, dice che questo è contrario alla Costituzione. Inoltre il Parlamento deve essere libero dalle pressioni delle lobby e – udite ancora, udite – si dichiara a favore del dissenso di un parlamentare rispetto al suo gruppo, purché esplicito. Emblematico l’intervento che tiene nel settembre del 1988 ad un convegno siciliano organizzato da padre Sorge: parole di fuoco contro la cultura dell’indifferenza e dell’egoismo (racconta di un ragazzo in motorino investito da un camion al centro di Palermo, al quale nessuno ha prestato soccorso, e dice che l’episodio l’ha vivamente colpito), elogio del comunitarismo (parla di Gerusalemme e delle sue case attaccate le une alle altre, come immagine plastica di una continuità solidaristica), società come impegno alla partecipazione (dice di aver molto apprezzato un prete che si è rifiutato di battezzare un bambino, perché il battesimo è inserimento in una comunità, e lì il prete affermava che comunità non c’era), politica come esercizio di immaginazione (lo slogan sessantottino che recita «l’immaginazione al potere» – dice – gli piace da morire), riforme sì, ma non come «capriccio» (devono dar voce alle persone e avvicinarle allo Stato, sennò non hanno senso).
Decisamente obbediente alla dottrina cattolica, il nostro Mattarella, soprattutto sulle questioni bioetiche. Ad un convegno che si tiene a Montecatini Terme, verso la fine del 1989, mette sullo stesso piano mafia, droga, guerra e aborto, e dice che la scienza è bella, come no, ma la politica deve metterle un freno, perché ha saputo che ultimamente un bambino è nato dall’utero della propria nonna e questo non sta affatto bene. Dice che su questi temi gli fa da vangelo Scienza e saggezza di Maritain.

Piccola parentesi: state ancora applaudendo al suo anodino discorso di insediamento? 

[segue]

8 commenti:

  1. Commendevole. La completa plausibilità sotto il profilo storico e di degustazione politica è per gli over '50, soglia minima. I più giovani colgono un aspetto importante cronachistico ma purtroppo come è ovvio sfugge l'atmosfera liturgica
    dei singoli 'cavalli di razza'.
    Sic rebus stantibus, avercene oggi di Bartolomeo Sorge.

    PS L'ultimo DC che si sia espresso nei termini di politica come Servizio è stata Tina Anselmi.

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  2. anche se non fai quella "politica", questi post sono "servizio". grazie.

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    1. Coloro che oggi hanno più di cinquant'anni, facciamo anche sessanta per soprammercato,e non sono mai stati democristiani, è chiaro che quella politica chi in toto chi in in parte l'hanno dovuta subire. Ci auguravamo di non morire democristiani, oggi invece lo saremo con un ulteriori aggravi di ogni natura. E i più giovani come logico non sono in grado, (hanno altri problemi purtroppo), di interpretare quel 'clima' politico oltre gli Annales.

      Nelle logica del meno peggio la partigiana Anselmi si era pronunciata in termini almeno decisi e precisi in commissione P2.

      Tutto qui. Mi associo a Madame come supporto solerte di ringraziamento.


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  3. Può star certo che io non ho applaudito.
    Stia bene, sempre utile passar di qua.
    Ghino La Ganga

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  4. Donat Cattin però non è Sinistra di Base, è Forze Nuove. Dai racconti che mi sono sempre stati fatti, erano tipo cane e gatto.

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  5. Non applaudo i discorsi di insediamento, applaudiro', se mai si dara' il caso, sue azioni concrete che riterro' positive.

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  6. Non ho applaudito, stavo sgusciando due etti di noci.
    In effetti con le mani non avrei potuto esprimere una migliore reazione a quel discorso.

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