venerdì 30 marzo 2012

Un falso grossolano


Prima ancora di leggerne il contenuto, alcuni dettagli della lettera che stamane era resa pubblica da Irish Tribune devono indurci a pensare che si tratti di un falso: l’intestazione in latino (anche per la corrispondenza con l’estero è già da qualche anno in uso la dicitura in italiano «Congregazione per la Dottrina della Fede»); la mancanza della formula d’uso sotto il numero di protocollo («Si prega citare il numero nella risposta»); il timbro in calce (mai usato dal cardinal Levada, né da suoi predecessori). In quanto al contenuto, è follia pura.
Per accogliere la presunta proposta del Primate di Irlanda si dovrebbero modificare quasi due dozzine di canoni del Codice di Diritto Canonico. La Commissione Teologica Internazionale non è mai riuscita ad esprimere un parere in due mesi. Il papa che avrebbe approvato «favorably and kindly» l’ideona di «allow priests to have homosexual relations with each other as long as it serves to prevent any acts of pedophilia on children in their care» è lo stesso che nel 2005 ha dichiarato incompatibile al sacerdozio anche la sola tendenza omosessuale, aprendo la caccia al ricchione in tutti i seminari. Più di tutto e prima di tutto, la dottrina è avversa alla scelta del «male minore». Un falso così grossolano che neanche vale la pena di scendere nei dettagli.


Aggiornamento Un pop-up con un gran pesce si apre sulla pagina dell’Irish Tribune che ho linkato qui sopra: un falso grossolano che era un pesce d’aprile, confezionato il 30 marzo, non si capisce bene se dal giornale, cosa che a me pare gravissima sul piano deontologico, o da qualcuno che al giornale ha rifilato la falsa lettera del cardinal Levada, cosa altrettanto grave per la pubblicazione senza verifica.

martedì 20 marzo 2012

Bagattelle

«Via la Divina Commedia dalle scuole» è del 6 gennaio. L’appello «al Ministro della Pubblica Istruzione, ai Rabbini e ai Presidi delle scuole ebraiche, islamiche ed altre di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o almeno di inserire i necessari commenti e chiarimenti» non ottiene altro che «un certo numero di risposte critiche, alcune di queste volgari, piene di insulti e prive di contenuto, altre garbate e più articolate», alle quali arriva «Una risposta ai lettori della Divina Commedia», il 29 gennaio.
Prima di un articolo a firma di Anna Maria Brogi su Avvenire, che è del 12 marzo, non sono riuscito a trovare traccia di dibattito sulla questione sollevata da Gerush92: nulla tra il 6 e il 29 gennaio, nulla fino al 12 marzo. Il 13 marzo l’articolo è ripreso dal Corriere della Sera e solo allora, a due mesi dal lampo, s’ode il tuono: ad oggi, interrogando Google su “Gerush92+Dante”, si ottengono oltre 250 pagine, nessuna in data antecedente al 13 marzo. Mi domando se la questione sia stata sollevata da Gerush92 o da Avvenire o dal Corriere della Sera.
Mi pongo anche un’altra domanda. Non ho trovato neanche un commento favorevole all’iniziativa di Gerush92 e anch’io ritengo che si tratti di una proposta delirante. Proprio perciò chiedo: se a Dante Alighieri non possiamo rinfacciare il suo antisemitismo, perché continuiamo a rinfacciarlo a Louis-Ferdinand Céline? 

sabato 17 marzo 2012

La coppia gay è famiglia

In merito alla sentenza n. 4184/2012 della I Sez. Civ. della Cassazione – quella che prende atto di quanto sia «radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire “naturalistico”, della “esistenza” del matrimonio» e perciò afferma che «il diritto alla “vita familiare”» e ad «un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata» debba essere riconosciuto anche ai «componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto» – non ho molto da dire: da queste pagine ho più volte espresso la stessa opinione.
Certo, le unioni omosessuali continueranno a non produrre effetti giuridici nell’ordinamento italiano fino a quando il Parlamento non prenderà atto che esse hanno, al pari di quelle eterosessuali, il pieno diritto di formalizzarsi in «matrimonio», ma un muro è caduto e una realtà autoevidente, cocciutamente negata dagli ottusi e torvi guardiani della tradizione, trova il dovuto riconoscimento nella sede qualificata a produrre argomento giurisprudenziale: la coppia gay è famiglia.
Siamo in uno di quei momenti che ci consentono di avvertire più distintamente quel continuo fluire da società a giurisprudenza e da giurisprudenza a società che periodizza il progredire umano. Chi si sognerebbe, oggi, di definire «pubblico scandalo» il matrimonio celebrato con rito civile tra un uomo e una donna? Chi si sognerebbe, oggi, di non considerarlo valido al pari di quello celebrato con rito religioso? Nemmeno più la Chiesa cattolica, anche se nel Codice di Diritto Canonico si continua a leggere che «non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento» (Can. 1055 - §2), ma dove stanno più i vescovi come monsignor Pietro Fiordelli che diano del «pubblico peccatore» e della «pubblica peccatrice» a un uomo e a una donna che abbiano deciso di sposarsi in municipio invece che in chiesa? Non parlano, forse hanno addirittura disimparato a pensarlo. Le sentinelle della tradizione non custodiscono più il sacramento: si accontentano di fare la guardia ad un istituto sconsacrato. Difendono strenuamente ciò che possono difendere, ma indietreggiando.
Un esempio? Nel 2007 l’odierno presidente della Cei disse: «Nessuna condanna per le convivenze, ma è inaccettabile creare un nuovo soggetto di diritto pubblico». «Nessuna condanna per le convivenze»? E che cazzo di cattolico sei? Non glielo chiese nessuno. Era vistosamente indietreggiato sul piano della morale cattolica e tuttavia la posa era marziale, si faceva attenzione solo a quell’«è inaccettabile creare un nuovo soggetto di diritto pubblico»: sembrava la difesa di un sacramento, e invece era la difesa di un istituto, anche laddove fosse sconsacrato. Il continuo fluire da società a giurisprudenza e da giurisprudenza a società assicurava un «trattamento omogeneo» a ogni genere di convivenza, perfino da parte di Sua Eminenza: il «pubblico scandalo» da condannare non era più la convivenza fuori dal matrimonio celebrato con rito religioso, ma l’equiparazione legale della convivenza a un qualsiasi genere di matrimonio.

Un muro è caduto ed è interessante passare in rassegna i bernoccoli. Avvenire ce ne offre un ampio assortimento.


Potranno anche baciarsi in pubblico senza che qualche stronzo abbia da ridire?

Nessuna novità? Prima della sentenza della Cassazione, una coppia gay era già famiglia?

Ecco, brava Eugenia, lei sì che soffre bene.

E i neri si sono emancipati perché abbiamo avuto una perdita di valore dell’essenza della razza bianca in quanto tale.

martedì 13 marzo 2012

[...]

“Suona insensata la proposta avanzata dal comitato per i diritti umani Gherush92 di censurare la Divina commedia in quanto antisemita, razzista e omofoba”, ha ragione Paolo Di Stefano (Corriere della Sera, 13.3.2012). Altrettanto insensato, però, suona quanto scrive riguardo a “Cicerone, Orazio, Seneca e Sant’Agostino, tutti più o meno terrorizzati dal proselitismo ebraico”: la pratica del proselitismo è estranea all’ebraismo.

«La vera minaccia non è l’Iran»

Dice che «la vera minaccia non è l’Iran», dice che «il timore di un “pericolo imminente” attribuito alla “comunità internazionale”» è in realtà una paranoia tutta israeliana: Cina, Russia, India, Turchia e quasi tutti i paesi arabi pensano che «la regione sarebbe più sicura se l’Iran fosse in possesso di armi atomiche», mentre l’Europa, dice, considera Israele «la principale minaccia alla pace mondiale». Dice che comunque «è ancora da provare» che l’Iran stia costruendo un arsenale nucleare e che, se davvero lo sta costruendo, avrebbe funzione esclusivamente «dissuasiva». Semmai è quello israeliano, dice, ad essere «estremamente pericoloso». Dice che non pochi negli Stati Uniti, più del fatto che gli ayatollah possano arrivare a costruire una bomba atomica, sono preoccupati di un attacco israeliano ai siti nucleari iraniani.
A parlare non è un leader di Hezbollah o di Hamas, ma Noam Chomsky (Internazionale, 939/XIX - pag. 32). Sembra sfuggirgli che gli israeliani sono in possesso di armi nucleari da quasi cinquant’anni e non le hanno mai usate, neppure quando lo Stato di Israele è stato fatto oggetto di aggressioni militari che avevano per fine dichiarato la sua distruzione. Sembra gli sfugga pure che la dittatura cinese e la democratura russa hanno attivamente sostenuto il programma nucleare della teocrazia iraniana, non si sono limitate ad appoggiarlo, e che l’hanno fatto solo in vista di un riassetto geopolitico del Medio Oriente a loro favorevole, poco importava, poco importa che il prezzo da pagare sia tutto israeliano. Sembra che a Chomsky sfugga che la distruzione di Israele è da sempre il sogno dato in pasto alle masse arabe dalle oligarchie che le opprimono addebitando all’esistenza di Israele ogni effetto di quell’oppressione. Senza dubbio, invece, gli sfugge che la posizione di India e Turchia verso Israele è mutata da poco, e solo per ragioni relative a problemi interni, causati dall’oltranzismo islamista. Non dovrebbe sfuggirgli, invece, che in Europa solo gli antisemiti più o meno dichiarati – avanzi di fascismo, comunistelli andati a male, ultras cattolici – ritengono che Israele sia una minaccia alla pace mondiale. Né dovrebbe sfuggirgli che negli Stati Uniti solo qualche isolazionista teme più un attacco preventivo israeliano che un missile armato di testata nucleare su Tel Aviv.
Troppe cose sembrano sfuggire a Chomsky. Sembra voglia farsele sfuggire per non prendere atto di ciò che è incontestabile: chi ha più volte dichiarato che Israele deve scomparire dalla carta geografica è ad un passo dall’avere la bomba atomica. Si può chiedere agli israeliani di non muovere un dito?

lunedì 12 marzo 2012

Premiata Rosticceria Bell’Italia

Da mesi si parlava solo di mercato e finanza, di lavoro e pensioni, di tasse e di crescita, di tagli e di ammortizzatori. Sentivate nostalgia della politica, vero? Sì, lo spread è politica, è politica pure il pil ed è politica l’irperf, l’ici, l’inps. Ma voi sentivate nostalgia della politica dei bei tempi andati, dico bene? Neanche molto andati, in verità, perché in fondo il governo Monti non ha neanche quattro mesi. È che vi eravate assuefatti all’aria fritta di cui la politica italiana è insuperabile friggitrice ed eravate in crisi d’astinenza, confessatelo, non vedevate l’ora di riassaporare quei croccanti battibecchi, fatti di niente, ma con tanto sale e tanto pepe, no? Niente paura, vogliate gradire un assaggino in attesa che la Premiata Rosticceria Bell’Italia riapra i battenti.

Angiolino: “La sinistra vuole i matrimoni gay”.
Rosi: “Giammai, il matrimonio è solo etero”.


Sapori di un tempo che qualcuno disperava fosse perso per sempre.  

domenica 11 marzo 2012

Hans e Greta, nomi di fantasia

Dev’essere stato assai frustrante farsi un culo grosso come una capanna, per anni, nel tentativo di dimostrare dalle pagine di Avvenire che non vi fosse alcuna ragione per aprire una discussione in sede legislativa sulle esenzioni fiscali di cui godono gli immobili di proprietà ecclesiastica, e che chiedere di discuterne fosse strumentale, per poi leggere in prima pagina, su Avvenire, che almeno una ragione s’era trovata e proprio Angelo Bagnasco, quello che gli passa la mesata, concedeva: “Discutiamone”. Roba da mangiarsi il fegato, povero Umberto Folena. Distrarsi, dunque, pensare ad altro, cambiare genere e registro. La bioetica, per esempio, ma alla mano.


Hans e Greta, nomi di fantasia, ma non richiamano alla mente Hansel e Gretel, quelli dei fratelli Grimm? Sarà per farci intendere che sono prigionieri di una strega? Che la casetta sarà di marzapane ma dentro vi si consuma un incubo? L’augurio è che i due bambini crescano e ammazzino la strega, che poi sarebbe il giusto lieto fine? 

venerdì 9 marzo 2012

Un metablog strafighissimo

Come dareste la notizia che La7 è stata condannata a risarcire Daniele Luttazzi per un milione e 200 mila euro più interessi e spese processuali per la chiusura anticipata, nel 2007, del suo programma “Decameron”? Probabilmente scegliereste un titolo del tipo: «Luttazzi vince contro La7», oppure: «Luttazzi vince causa con la La7», o ancora: «La7 perde causa “Decameron”». Per il lettore dalla memoria corta che non rammenta perché il programma fu chiuso (i responsabili dell’emittente ritennero che quel «Pensa a Giuliano Ferrara dentro una vasca da bagno…» potesse procurare noie), probabilmente aggiungereste un breve ragguaglio del tipo: «era satira», oppure, volendo un po’ allungare il titolo, «per i giudici si trattò di censura».
Ora, però, immaginate di avere una moglie che piglia la mesata da La7 e un debito di riconoscenza nei confronti di Ferrara, al quale il babbo vi raccomandò per entrare nel giro, e dite: come titolereste? Presto detto: «Daniele Luttazzi dice che La7 ha perso la causa contro di lui». «Dice», poi va’ a sapere se è vero, può darsi pure l’abbia persa lui, boh, chissà, passiamo ad altro: sapevate che la birra non va bevuta troppo fredda? No, eh? Siamo un metablog strafighissimo, ammettetelo. 

Bugiardini obliqui

Riporto la prima parte di un articolo che ieri era ospitato da Avvenire nel suo inserto èVita:


“A un mese circa dal previsto arrivo nelle farmacie italiane di EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, e a poco meno di due anni dal debutto della Ru486, si affaccia sul mercato un’altra pillola dalle potenzialità abortive. Parliamo di Esmya, un prodotto a base di Ulipristal acetato, il principio attivo della stessa EllaOne. Esmya è il nome commerciale di un nuovo tipo di farmaco impiegato per il trattamento preoperatorio dei fibromi uterini nelle donne adulte in età riproduttiva. Il 27 febbraio la Gedeon Richter, la casa farmaceutica ungherese produttrice, ne ha annunciato l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte della Commissione europea, decisione che segue il parere positivo del Comitato per i medicinali prodotti per uso umano dell’Agenzia europea per i medicinali del 16 dicembre 2011 e che si applica per tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Trattandosi di Ulipristal, però, la prudenza si impone. Lo evidenzia un’interrogazione parlamentare al ministro della Salute presentata in settimana da Paola Binetti, che ribadisce i vantaggi del farmaco nel suo impegno specifico di cura dei fibromi, ma ne rileva il terribile potenziale. «Il prodotto – si legge – verrà messo in commercio in compresse da 5 milligrammi in blister da 28». È sufficiente un rapido calcolo per comprendere che «assumendo 6 compresse insieme si riproducono i 30 milligrammi di EllaOne, mentre con una decina si supera l’effetto della Ru486». Dopo il Cytotec, farmaco comunemente usato come anti-ulcera e abusato come abortivo clandestino, ecco che si rinnova, sotto nuove vesti, il problema dell’uso scorretto di un medicinale per ottenere effetti abortivi. Come fare a contrastarlo?...”.

Ho provavo a mettermi nei panni di chi considerasse necessario contrastarlo e con disappunto ho rilevato che Paola Binetti dava dalle pagine di Avvenire tutte le informazioni utili per un “corretto abuso” del farmaco.

giovedì 8 marzo 2012

Da “uomo di grande esperienza interiore e di grande saggezza” a “comunista di merda”

Un redattore di Radio Radicale ha raccolto in un volume ciò che Giorgio Napolitano ha detto e ha scritto nel corso di oltre mezzo secolo, dimostrando in modo inconfutabile che l’odierno Presidente della Repubblica – tenetevi forte – è stato comunista. Non è tutto. Intervistato da Tele Padania, che allo scoop ha comprensibilmente dato tutto il dovuto rilievo, il curatore dell’antologia ha detto che “la scuola marxista-leninista è stata per Napolitano una scuola di metodo”, sicché al pari di tanti ex comunisti che pure hanno fatto “abiura” delle loro antiche convinzioni – sotto sotto – comunista rimane.
A saperlo prima, cazzo, i radicali si sarebbero potuti risparmiare l’appoggio datogli per farlo arrivare al Quirinale. Avrebbero evitato, soprattutto, di coprirlo di elogi, come hanno fatto fino a qualche mese fa. A saperlo, che era stato comunista e – sotto sotto – comunista rimaneva.

Si scherza, ovviamente. D’altra parte, come prevedevo, era inevitabile. Qualche mese fa scrivevo: «A luglio, cedendo a un nobile istinto, Giorgio Napolitano ha dato attenzione ai radicali. C’era un ultraottuagenario che minacciava per la millesima volta di lasciarsi morire di fame e di sete se non gli si dava un po’ di attenzione, e il capo dello stato ha ceduto: ha partecipato a un convegno organizzato dai radicali, dicendosi solidale alle ragioni della loro iniziativa in favore di un’amnistia. Mi è sembrato un gesto bello, come quando Pippo Baudo evitò che Pino Pagano si buttasse giù dal loggione del Teatro Ariston, e non si consideri irriverente questo paragone: Giorgio Napolitano non ha mai pronunciato la parola amnistia, si è limitato a dire che lo stato delle carceri italiane poneva una “prepotente urgenza”. Poteva far di più, da luglio ad oggi? Può darsi, ma a me sfugge cosa, soprattutto con la più o meno esplicita indisponibilità di quasi tutto il parlamento alle richieste dei radicali e con altre urgenze, almeno altrettanto prepotenti, a impegnare l’agenda del paese, prim’ancora che quella del Quirinale. Nemmeno a sentire i radicali si capisce cosa fosse realmente possibile al capo dello stato, fatto sta che da qualche settimana Marco Pannella sta impiccando Giorgio Napolitano alla sua ammissione che il sovraffollamento delle carceri italiane pone una “prepotente urgenza”. Non sapendo con chi prendersela per il fatto che l’attenzione generale è tutta sullo spread, fiutando nell’aria l’inutilità di sporgersi ancora dal loggione, pare che il capo della setta di Via di Torre Argentina abbia deciso per la richiesta di impeachment del capo dello stato, probabilmente per alto tradimento, se non alla Costituzione, a quella che Marco Pannella ha deciso fosse una promessa fatta a lui personalmente. Non è dato sapere quanto possa avergli bruciato il culo, nel frattempo, il fatto che sia stato nominato senatore a vita il solo Mario Monti, visto che lui vi aspira da almeno trent’anni, o il fatto che la sua richiesta di essere nominato ministro della Giustizia sia stata cestinata o, ancora, il fatto che, con la larga maggioranza della quale il governo Monti gode al momento, i parlamentari radicali valgono zero. Sta di fatto che Marco Pannella corre un’altra volta il pericolo di perdere quel poco di visibilità che si è conquistato con i suoi due o tre bluff di ritorno al centrodestra e facendosi sputare in faccia in piazza: conoscendolo, ce n’è abbastanza perché il culo gli bruci comunque, e quando il culo gli brucia…».

Voilà, da “uomo di grande esperienza interiore e di grande saggezza”, Napolitano è un passo dall’essere “il solito comunista di merda”. Quando torni utile alla setta, sei un semipadreterno. Quando smetti di esserlo, un killer volenteroso si trova sempre. Non c’è bisogno di dargli mandato, l’iniziativa nasce da un input che nei gregari è istintivo.
Marc Galanter ne parla in Culti (SugarCo, 1993), che per sottotitolo ha Psicologia delle sette contemporanee. Procuratevelo, è indispensabile alla comprensione della fenomenologia radicale.

Segnalazione

Lo schifo che fa la politica.

mercoledì 7 marzo 2012

After-birth abortion

Un editoriale di Carlo Cardia (L’infanticidio nel deserto del nichilismo - Avvenire, 6.3.2012) mi dà occasione di dare finalmente una risposta a quanti mi hanno scritto, la scorsa settimana, per segnalarmi l’articolo di Alberto Giubilini e Francesca Minerva (After-birth abortion: why should the baby live? - Journal of Medical Ethics), che ha provocato pronte e vivaci proteste da parte di alcuni organi di stampa cattolici, giornale della Cei in testa. La tesi esposta nell’articolo, che oggi, dopo essere stato difeso dal direttore della rivista, è irreperibile sul sito della rivista (è scomparso anche l’abstract), è zoppa nella formulazione (“aborto post-natale” è contraddizione in termini) e nell’argomentazione (dirò perché): tutto, in pratica, poggia sull’assunto che il neonato non sia persona, come non lo è l’embrione, sicché le ragioni che giustificano l’aborto giustificherebbero anche l’infanticidio. Non c’è bisogno di essere volpini per capire che si tratta dello stesso argomentare di chi è contrario all’aborto, sempre, perché si tratterebbe di “infanticidio in utero” (altra contraddizione in termini).
In entrambi i casi siamo dinanzi a tizi che non riescono a scorgere nessun evento notevole nel nascere: per gli oltranzisti che sono contrari all’aborto la nascita sta già nel concepimento, per Giubilini e Minerva si nasce solo due, quattro o otto mesi dopo il parto. Superfluo dire che si tratta di due forzature inammissibili, almeno a mio parere.
Nel primo caso, infatti, l’ovocellula fecondata avrebbe già statuto di persona e dovrebbe essere considerata soggetto giuridico: voglia o no, una gravida sarebbe tenuta a portare a termine la gravidanza, anche se il frutto del concepimento è conseguenza di uno stupro, anche se la gestazione mette a rischio la sua salute fisica o psichica. Nel secondo caso, invece, il neonato non avrebbe alcun diritto: li maturerebbe tutti successivamente (i due autori dell’articolo non sono molto chiari sul quando). È evidente che in entrambi i casi si preferisca guardare un problema estremamente complesso da un lato solo.
Devo perciò deludere chi ha pensato che la tesi di Giubilini e Minerva fosse anche la mia. Per tutti, cito Giovanni Fontana, che mi ha scritto: “Credo tu sia d’accordo con l’articolo, al di là di una sostanziale rozzezza delle argomentazioni (comunque ben più sofisticate delle repliche avute dal grande pubblico), come lo sono io”. No, non sono affatto d’accordo con l’articolo. Le argomentazioni sono rozze, ma la tesi è palesemente insostenibile.
Agli altri – cito, tra tutti, Nicola Bergonzi, che mi ha fatto la cortesia di linkarmi tutto il necessario per questo post – dico che a mio parere il discrimine deve essere posto intorno all’epoca gestazionale oltre il quale il feto ha possibilità di vita autonoma (20-22 settimane). Non vorrei ripetermi: rimando alla polemica che si è consumata su queste pagine tra me e Francesco Maria Colombo, l’anno scorso.

Ma veniamo all’editoriale di Carlo Cardia, il quale pensa di poter approfittare di un’articolo infelice, ancor più infelicemente argomentato, per poter mettere in discussione il diritto di una donna di interrompere una gravidanza, quando questa metta a rischio la propria salute e quando il feto non è ancora in grado di vivere fuori dall’utero.
“Credo si debba riflettere ancora sul terreno di coltura che ha favorito l’affermazione di tesi che prima neanche affioravano nel pensiero umano (se non in segmenti di estremismo votati all’irrilevanza), e sulle loro conseguenze. Il terreno di coltura è quello proprio del nichilismo, nel quale l’uomo si trova per caso a vivere e vive seguendo il caso, perdendo coscienza della propria umanità. In questo deserto non esiste verità alcuna, che ci parli e ci interroghi, da ricercarsi con fatica e gioia, diventi criterio di comportamento che avvicina gli uomini, li rende solidali, li fa crescere insieme. Esistono solo opinioni, tante quante sono le persone, tutte burocraticamente eguali, e ogni gerarchia di valore e giudizio è azzerata. L’uomo è abbandonato a se stesso, la sua possibilità di dominio è dilatata fino a comprendervi ogni cosa, a cancellare il concetto di bene e di male, scendendo nel declivio che porta al male assoluto, da consumarsi anche nel privato. Il male è spogliato della sua tragicità, esposto come merce da prendere o lasciare, teoria da accettare o rifiutare, nel silenzio della coscienza”. Cazzate. La tesi esposta nell’articolo di Giubilini e Minerva era espressamente un esercizio di logica applicato alla morale. Non aveva alcuna pretesa di normare, né avanzava proposta in tal senso. [Uso l’imperfetto perché il Journal of Medical Ethics ha ritirato l’articolo, convincendosi infine che fosse indifendibile.]
Altrettanto assurda quanto quella di negare a una donna una gravidanza libera e responsabile, la tesi di Giubilini e Minerva almeno aveva l’attenuante di non porgersi al legislatore come istanza irrinunciabile, tentazione sempre irrefrenabile per i cattolici, che, potendo, manderebbero in galera pure chi si fa le seghe.
Ovviamente è chiaro che Cardia e Avvenire abbiano il diritto di pensare ciò che vogliono e di scriverlo, ma il fatto che la rivista abbia rinunciato allo stesso diritto non dimostra affatto che l’ovocellula fecondata sia persona, ma è questo che Cardia vuol farci intendere: “Il velo teorico che appanna questi concetti fa crescere la vertigine in chi li legge nella loro realtà corporea, e fa riflettere”. Pensando di aver trovato prova provata della sua tesi nella resipiscenza del Journal of Medical Ethics, Cardia esagera e inciampa: “Si pensa alle parole di Fëdor Dostoevskij sul male che si reca ai più piccoli, come alla colpa più grave che esista al mondo”, e così sembra non aver mai letto I fratelli Karamazov, dove per la sofferenza dei piccoli innocenti Ivan chiama Dio a imputato, che trova in Alyosha un avvocato difensore in grave difficoltà. “Inizia un cammino a ritroso nella storia, e si dà corpo a ipotesi che sembrano appartenere alla fantasia corrotta del marchese De Sade”, dimenticando il Dio che stermina gli innocenti primogeniti degli egiziani per fare un favore al suo popolo eletto e che chiede ad Abramo di sacrificargli Isacco. Conviene andare a ritroso?

lunedì 5 marzo 2012

Il parente dell’eroe

Superando di pochissimi voti Rita Borsellino, Fabrizio Ferrandelli sembra avere vinto le primarie di Palermo. Senza dubbio seguiranno polemiche, forse anche chiassose, già se ne avvertono avvisaglie con oblique denunce di brogli e chiamata in giudizio di Pierluigi Bersani, colpevole di aver puntato un’altra volta sul cavallo sbagliato, anche se stavolta era il cavallo della scuderia che non perdeva da un pezzo. Si tratta delle solite polemiche che seguono tutte le primarie del centrosinistra, che una volta chiuse, chiunque le abbia vinte, dovrebbero vedere i candidati perdenti dare il solenne impegno di un pieno sostegno al vincitore e che invece, di regola, lasciano ferite più o meno purulente, risentimenti mal dissimulati, che di solito portano alle elezioni una coalizione pesantemente fiaccata, pronta a sfibrarsi se le vince e a parcellizzarsi se le perde. La litigiosità intestina mossa da ambizioni, sempre sovradimensionate a chi le indossa, sembrerebbe essere scritta nel dna del centrosinistra. Negli ultimi anni, poi, è sempre più evidente, talvolta con atroce evidenza, che sotto la vernice delle idee sfoggiate dagli opposti contendenti alla guida della coalizione c’è ben poco, spesso nient’altro che il marchio di una cordata.
Nel caso di Palermo, le polemiche sarebbero seguite anche se avesse vinto Davide Faraone o Antonella Monastra. Non così, c’è da scommettere, se avesse vinto la sorella del giudice che fu vittima di un attentato nel 1992. Per il nome che porta, la vittoria di Rita Borsellino sarebbe parsa altra cosa che la vittoria di un ex Idv sostenuto da dissidenti del Pd e da Raffaele Lombardo, chiacchieratissimo governatore della Regione Sicilia. Non è escluso che anche stavolta qualcuno insinuerà che la mafia possa averci messo lo zampino, è da escludere che sarebbe accaduto se avesse vinto Rita Borsellino: c’è da presumere che lo farà Leoluca Orlando, è il pezzo forte del suo esiguo repertorio.

A chi gli chiedeva chi avrebbe votato a Palermo, qualche giorno fa, su Raitre, Luigi De Magistris ha risposto: “Rita Borsellino, senz’alcun dubbio”. Perché? Perché “con quel cognome” non avrebbe potuto farne a meno. Che il partito al quale iscritto appoggiasse proprio Rita Borsellino non gli è parso motivo sufficiente, ma è probabile che l’Idv abbia deciso di appoggiarla per la stessa ragione che a Luigi De Magistris parrebbe sufficiente per votarla.
È evidente che il rispetto della memoria di Paolo Borsellino implichi l’obbligo di un occhio di riguardo a sua sorella, almeno per chi pensa di poter con ciò reclutare un martire alla propria causa. È altresì evidente che la sorella di un martire possa far carriera politica indipendentemente da ogni qualità e da ogni merito. Può darsi io sia in errore, ma mi pare una pessima abitudine, che in sé ne chiude altre due, altrettanto disdicevoli, tutte e due molto italiane.
La prima è quella di estendere i meriti di un eroe ai suoi familiari, che io trovo non meno odiosa dell’estendere le colpe di un reo ai suoi cari. D’altra parte, questa abitudine è di così ampia presa da essere rintracciabile ovunque, anche dove il familismo trova critiche feroci. Basti l’esempio della signora Farina e della signora Schett, alle quali i radicali, in barba al vigente diritto di famiglia, si ostinano a negare il loro cognome, per sbandierarle come bandiere: Maria Antonietta Coscioni e Mina Welby.
La seconda pessima abitudine è la negativa della prima: il parente dell’eroe si sente investito delle sue virtù e rivendica pieno diritto di incassarne gli utili. Quanto scommettiamo che Rita Borsellino insinuerà che la sua sconfitta sia oltraggio alla memoria di suo fratello?

Spirito, con la minuscola


È la prima pagina della Logica come scienza del concetto puro (1905). A me pare che bastino queste due dozzine di righe a darmi ragione di quanto scrivevo alcune settimane fa: «Non è un caso che di Croce non vengano più ristampate le opere filosofiche: a rileggerle si sente puzza di cane morto. Fosse per quelle, Croce sarebbe stato già dimenticato da tempo: lo ritroveremmo solo in due righe, su qualche dizionario, come un neo-hegeliano della scuola di Bertrando Spaventa. A salvarlo dall’oblio è stato solo il suo tiepido antifascismo, qualche discorso in Parlamento, qualche pagina ben scritta sul Seicento, il catalogo degli aneddoti smerciato dalle figlie, le citazioni ormai stucchevoli che certi tromboni sfiatati si passano da ormai tre generazioni».
A poco più di un secolo da quando fu scritta, la Logica sta a dimostrare perché del sistema crociano non resti in piedi nulla: ne era la struttura portante e non uno degli assunti relativi a pensiero, concetto, intuizione, sensazione o rappresentazione è in grado di reggere a quanto abbiamo scoperto grazie alle neuroscienze. L’idealismo crociano, di cui la Logica è il prontuario, esce con le ossa rotte proprio dallo scontro con la scienza che Croce aveva pensato di poter eludere degradandola a mero strumento per “chiamare a raccolta moltitudini di rappresentazioni o almeno di indicare con sufficiente esattezza a quale forma di operazione convenga ricorrere per mettersi in grado di ritrovarle e di richiamarle”. Dove è possibile trovare, oggi, chi sia disposto ad affermare che «la conoscenza ha due forme: è o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l’intelletto; conoscenza dell’individuale o conoscenza dell’universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è insomma, o produttrice di immagini o produttrice di concetti»? Sulle gengive gli arriverebbe l’ultima edizione dei Principles of Neural Science di Kandel, Schwartz e Jessel, che pesa più di un chilo e ha copertina dai bordi micidiali.
Il sistema crociano può aspirare solo a qualche paginetta nei manuali di Storia della Filosofia, prima o dopo quelle dedicate a Giovanni Gentile, che, se non avesse avuto linfelice idea di compromettersi col fascismo, oggi godrebbe senza dubbio di maggiore attenzione di quanta ne residua su Benedetto Croce, per l’esser stato, seppur tiepidamente, antifascista e l’aver preso titolo di liberale, sebbene gli si possa imputare, come ho scritto in altra occasione, «il fallimento del liberalismo in Italia, insieme ai tanti liberali che come lui hanno tradito la lezione del liberalismo di scuola anglosassone, mettendo la persona al posto dell’individuo e sporcando di metafisica il concetto di libertà».

Sono stato fatto oggetto di severo rimprovero per i giudizi espressi nei post che qui ho richiamato. Mi è arrivato via e-mail da un tizio che si è definito «crociano» e che ha mosso obiezione alle mie affermazioni con argomenti che compensavano la loro intrinseca debolezza col veemente pathos del nipote al quale abbiano offeso il nonno.
Ho l’abitudine di non rispondere a una lettera senza aver prima verificato se la firma in calce corrisponda o meno al vero nome di chi l’abbia inviata. Non potendo accontentarmi dell’account del mittente, che può essere mendace quanto la firma, mi affido a Google: parto dalla convinzione che chi ha letto ciò che scrivo su queste pagine abbia quel minimo di attività in rete che inevitabilmente porta a lasciar segno del proprio nome o di un account di uso corrente. Questa volta non ne ho trovato traccia.
Avrei lasciato cadere la faccenda, cestinando la lettera senza darvi risposta, se non fosse che la prosa, levati gli insulti discretamente fioriti, suonava particolarmente legnosa, di timbro scolastico, e però coi  «quindi» zoppi e i «dunque» orbi. Bastava poco per scoprire che si trattava di ampi stralci copiati da filosofico.net, anche malamente cuciti assieme. Ho sorriso: era la lettera di un buontempone, quasi certamente «crociano» estemporaneo, per bizza o impuntatura. Spirito, ma con la minuscola. Meritava una pagina di Croce, che probabilmente neanche avrà mai letto, e con commento.

sabato 3 marzo 2012

Dai, Menichini, abbozza almeno un mezzo inchino

Dopo l’insistente piagnisteo col quale Stefano Menichini ci ha maciullato i coglioni per settimane e settimane mi sarei aspettato che sul sito di Europa la notizia fosse in primo piano e, invece, neanche un cenno: tornano gli aiuti pubblici per l’editoria italiana e chi ha chiesto l’elemosina con tanto pathos non riesce a trovare neanche una parolina, neanche un piccolo grazie. Anche se nelle sue tasche arriva per l’interessamento di un sottosegretario, si tratta pur sempre di denaro nostro: un minimo di buona educazione non guasterebbe, e che cazzo.
Dai, Menichini, abbozza almeno un mezzo inchino. Non è tanto per la gratitudine verso il contribuente, dimostra che eri in buona fede quando scrivevi che non erano soldi rubati. 

venerdì 2 marzo 2012

Se tanto mi dà tanto

Se per una cover di Dalla, peraltro cantata con le adenoidi, Morgan ha bisogno di arrivare a quella midriasi, a Brahms, per comporre la sua ninnananna, non sarebbero bastate due tonnellate di anfetamina. 

“Lux in arcana”

Una batteria di cento storici impiegherebbe almeno due o tre secoli per passare al setaccio gli ottantacinque chilometri lineari di scaffali che compongono l’Archivum Secretum Vaticanum e naturalmente non vi troverebbe i documenti che furono distrutti nel corso dei dodici secoli che copre la raccolta perché ritenuti compromettenti per il buon nome della Ditta. Naturalmente non troverebbero neppure i documenti che per lo stesso motivo non furono mai archiviati o che addirittura non furono mai redatti a registrare i capitoli più infami di quella che Karlheinz Deschner ha definito storia criminale del cristianesimo. Probabilmente, invece, troverebbero qualche copia di quelle opere che la Ditta si premurò di distruggere ritenendole pericolose per la fede e che oggi riteniamo andate irrimediabilmente perse o delle quali neppure c’è giunta notizia. Anche solo per questo motivo sarebbe impresa meritevole, ma portarla a compimento avrebbe un costo immenso.
C’è poi una difficoltà insormontabile: l’archivio è formalmente “aperto” dal 1881, ma le procedure per accedervi sono estenuanti e la libertà di ricerca nella sterminata mole di codici e faldoni è estremamente limitata. Comprensibilmente limitata, direi, perché molti dei cunicoli che attraversano la storia della Chiesa di Roma sono ignoti anche ai chierici e lasciarvi entrare un laico, col rischio che ne esca con qualcosa di imbarazzante, sarebbe pericoloso. Accedere all’Archivum Secretum Vaticanum, dunque, è possibile. Pressoché impossibile, invece, pensare di potervi trovare documenti imbarazzanti per la Chiesa di Roma, se non per un fortuito caso che le rigide regole poste all’accesso e alla ricerca mirano efficacemente a scongiurare. Tutto questo è ampiamente noto ed è per questo che solo pochi fessi inoltrano domanda per accedere ai documenti dell’archivio, al punto che è la stessa Ditta a doverli invogliare.
Questo parrebbe il senso della mostra che nei giorni scorsi ha visto esposti al Museo Capitolino cento documenti tratti dall’Archivio Segreto Vaticano dopo attenta selezione: a sfogliare il catalogo si ha già la sensazione della presa per il culo, ma il tocco di stile – lo stile tipico della Ditta – sta nel titolo della mostra, che è “Lux in arcana”. Un fiammifero acceso allo sbocco di una immensa cloaca sotterranea e hanno l’impudenza di chiamarla luce.

L’«intellettuale collettivo»

1. Ho conservato buoni rapporti personali con molti di quanti erano iscritti a Radicali italiani ai tempi in cui lo ero anch’io, anche se le occasioni per scambiare due chiacchiere insieme non sono più così frequenti come alcuni anni fa, e mi azzardo a definire amicizia ciò che mi lega ad alcuni di loro, anche se è nutrita solo da saltuari scambi epistolari, da qualche telefonata, solo raramente da qualche caffè al tavolo di un bar. Molti di loro, come me e per ragioni più o meno analoghe alle mie, non hanno più rinnovato la tessera negli ultimi anni, ma ce ne sono almeno sette o otto, forse una dozzina, che sono tuttora militanti in servizio attivo, tre dei quali rivestono cariche dirigenziali, anche se nella «galassia radicale», al pari di ogni altra area politica oggi attiva in Italia, a «dirigente» si può dare solo un significato onorario. Tutti riconoscono ampiamente fondate le critiche che ho mosso e tuttora muovo alla «cosa radicale»: tra gli ex ce ne sono molti che le hanno addirittura fatte proprie nella decisione di non iscriversi più, mentre i secondi non hanno mai smesso di ripetermi che, ingentilite nella forma, sarebbero state assai più utili se fatte «dall’interno», anche se non hanno mai saputo spiegarmi bene a cosa. È del tutto evidente anche a loro, infatti, come ai primi, che la «cosa radicale» sia strutturalmente refrattaria ad ogni critica, com’è per ogni oggetto di fede e di culto: blasfemia, se mossa «dall’esterno», e apostasia, se mossa «dall’interno».
Negli ultimi due o tre anni non ho avuto molto tempo per interessarmi di Radicali italiani e quasi tutti i post che ho dedicato alla «cosa radicale» sono nati dalle segnalazioni e dalle sollecitazioni di queste voci amiche: anche quando il giro di posta o la telefonata pigliavano occasione da tutt’altro, un «sai l’ultima?» era la regola, anche se solo per una rapida chiusa in due battute, dai massimi sistemi all’infimo pettegolezzo, con la nota costante di un amaro sarcasmo sulla sempre più palese involuzione settaria del «cerchio magico» attorno a Pannella. Non che i tratti settari fossero meno evidenti negli anni passati, ma è che prima erano pudicamente trattenuti e sdegnosamente negati, mentre negli ultimi anni sono venuti ad essere sempre più orgogliosamente esibiti. Epifenomenica, ancorché fenomenale, è l’ammissione che la «cosa radicale» sia «cosa» a guida carismatica. Cosa evidente da sempre, ma fino a qualche anno fa negata in primo luogo da Pannella, che oggi invece non fa alcuna fatica ad ammetterla, senza trattenersi dalla sfizio di compiacersene. Ritengo, tuttavia, che uno dei sintomi più significativi di questa involuzione sia il sempre più frequente uso autoreferenziale che l’anziano guru e i suoi accoliti hanno preso a fare, e con sempre più insistenza da qualche tempo in qua, dell’espressione «intellettuale collettivo». Mi era stato segnalato in più occasioni, ma non avevo mai avuto possibilità di verificare. Poi, l’ho fatto. E ora posso dare una risposta a quanti mi hanno chiesto un’opinione al riguardo.
2. L’idea di un partito da intendere come «intellettuale collettivo» nasce in Antonio Gramsci come espressione del superamento della «società di classe» del quale quel partito intende farsi attore. L’«intellettuale collettivo», dunque, non è solo il risultato di tale superamento, ma intende esserne il protagonista: destinato a diventare realtà sociale diffusa allorquando le classi saranno un ricordo del passato, è già in nuce nell’avanguardia della classe operaia che si struttura in partito, «elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione».
In tale superamento è ovviamente messa in discussione la figura dell’«intellettuale organico», che invece è caratteristica espressione della «società di classe» in ogni secolo e ad ogni latitudine, giacché «ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico». Siamo dinanzi alla nota teoria dell’economia come struttura e della cultura come sovrastruttura.
In realtà, Gramsci prende in considerazione anche un altro tipo di intellettuale, quello che definisce «tradizionale», che di fatto, però, non è meno «organico» a un gruppo sociale, anche se si tratta della classe destinata a perdere l’egemonia in favore di quella emergente. «La più tipica di queste categorie intellettuali – scrive nei suoi Quaderni – è quella degli ecclesiastici», «organicamente legata all’aristocrazia fondiaria». Se ne dovrebbe dedurre che con la caduta dell’aristocrazia fondiaria avremmo dovuto assistere ad un progressivo e inarrestabile declino della funzione intellettuale del clero, ma è evidente che così non è stato. Sembrerebbe la prova che qualcosa non funzioni entro la logica che sostiene il materialismo dialettico, se non fosse che lo stesso Gramsci, ne Il Vaticano e l’Italia, dà la definizione di «intellettuale collettivo» anche alla Chiesa di Roma. Parrebbe una grave contraddizione, ma non si deve fare confusione, perché qui l’espressione non sta a rappresentare il «cervello» del «moderno Principe», ma il portato storico di quell’«ut unum sint» che fa di una «communitas vivorum atque mortuorum» l’allegoria vivente di un corpo metastorico. Fin dalle epistole paoline, d’altronde, la Chiesa è rappresentata come un corpo mistico entro il quale i vivi e i morti sono in una comunione che è dello Spirito, e dunque anche dei suoi attributi, oltre la storia, e quindi anche di là dai conflitti di classe che in essa si snodano. Siamo, insomma, dinanzi a un nodo teologico che avrà spesso, lungo tutta la storia del cristianesimo, la rappresentazione della ecclesia come un unico organismo, dotato di un’unica ratio intellettiva. Non si tratta di mera allegoria, almeno per chi ha fede, perché unità e carismi non sono semplici metafore, ma momenti che dalla dimensione teologica sono chiamati a inverarsi in quella sociologica, sicché arriviamo senza alcun imbarazzo alla formulazione di una «Chiesa come intellettuale collettivo» nell’ambito di un progetto di «teismo come funzione pubblica» (cfr. Gustavo Guizzardi, ne: La legittimazione simbolica, Morcelliana 1986).
3. Eccoci al punto: quando Pannella afferma che pure i radicali sono un «intellettuale collettivo», pensa al partito marxista-leninista, alla Pentecoste o qualcos’altro?
Comincerei col dire che gli argomenti che sono portati in favore dell’introduzione di questa espressione nell’idioletto radicale chiariscono che si tratta di un uso francamente improprio: l’operazione è dichiarata legittima in virtù del fatto che Antonio Gramsci avrebbe lasciato tanto vago il concetto espresso dal termine da consentire a chi volesse, poco meno di un secolo dopo, di infilarci dentro qualsiasi cosa. Non è così, ovviamente, e basta tirar giù dallo scaffale i Quaderni: «Con l’estendersi dei partiti di massa e il loro aderire organicamente alla vita più intima (economico-produttiva) della massa stessa, il processo di standardizzazione dei sentimenti popolari da meccanico e casuale diventa consapevole e critico. La conoscenza e il giudizio di importanza di tali sentimenti non avviene più da parte dei capi per intuizione […] ma avviene da parte dell’organismo collettivo per compartecipazione attiva…». Nel partito che si autodefinisce «intellettuale collettivo», insomma, si verifica «un legame stretto tra grande massa, partito, gruppo dirigente», sicché «tutto il complesso, ben articolato, si può muovere come un uomo collettivo».
Bene, non è proprio il contrario del partito a guida carismatica, nel quale la compartecipazione è sempre cogente (al punto che si identifica con la comunione compassionevole) e l’articolazione parte sempre dall’alto verso il basso (al punto che non si muove foglia che Pannella non voglia)? E dove sarebbe, poi, lo stretto legame tra la grande massa e le iniziative radicali? Se c’è stato, e può darsi ci sia stato, da quanto tempo non c’è più? E non sono pressoché costanti i mugugni che dalla base elettorale radicale si alzano verso i dirigenti? La frase che da anni è più frequentemente rivolta ai radicali (con o senza sputo) non è forse «non vi voto più»? Non è forse vero che da anni ogni iniziativa che parte dalla dirigenza radicale deve essere lungamente digerita dagli iscritti per esser fatta propria, e non sempre viene metabolizzata a dovere, e non di rado provoca fastidiose indigestioni e frequenti rigurgiti? La gran parte del paese non ha dei radicali un’idea ben diversa da quella che i radicali ritengono di incarnare?
Sì, sono domande retoriche. E qual è, allora, l’unico modo in cui è possibile parlare di «intellettuale collettivo» per un’accolita come quella pannelliana? Mi pare che la risposta non sia troppo difficile: se non può andar bene per il partito marxista-leninista immaginato da Gramsci, può andar benissimo per una comunità che abbia i caratteri dell’ecclesia. Di una chiesa, occorre precisare, che all’esaurirsi delle sue potenzialità di crescita nel proselitismo mette in atto i più comuni meccanismi di chiusura verso il mondo esterno, in difesa della sua ortodossia.
Non è sempre stato così, per ogni chiesa? Nella fase di espansione prevale la tendenza all’apertura e alla contaminazione, mentre al collasso e all’implosione la reazione più comune sta nella chiusura e nella strenua resistenza a ogni minaccia che venga a mettere a rischio i suoi valori fondativi: «dall’interno» è tradimento, «dall’esterno» è regime. Tanto vittimismo, un pizzico di paranoia e un continuo ripetersi a vicenda «meglio pochi ma buoni». In questa fase di ripiegamento in se stessa, è regola comune che una chiesa faccia appello all’orgoglio identitario dei suoi membri, ai quali è chiesta fedeltà assoluta ai princìpi, e al culto della personalità del suo massimo rappresentante, che ne diventa il depositario, incarnandone la quintessenza.
L’«intellettuale collettivo» radicale, dunque, non può essere rappresentato altrimenti che nel modo in cui Gramsci ne parlava riferendosi alla Chiesa di Roma: successione apostolica da pontefice a pontefice, da papa laico a papa laico, da Croce a Pannella. Il portato, contrariamente a quanto si è comunemente portati a credere, non è il liberalismo: come già fu in Croce, il liberalismo è solo il vestito. Il portato è un neo-idealismo che nel corso dei 50 anni e più di storia radicale ha sperimentato diversi mimetismi, con disordinata smania eclettica e patente autocompiacimento nell’accumulare contraddizioni.
4. Questa fola radicale dell’«intellettuale collettivo» non nasce neanche tutta storta. Diciamo che nasce dal tentativo di rifarsi una verginità dopo averla persa nei maneggi col centrodestra, nella pia illusione di cavalcare la «rivoluzione liberale» di Silvio Berlusconi. Nel 2006 è Simone Sapienza che in una lettera aperta alla Direzione nazionale di Radicali italiani lancia l’appello: «Vi auguro, ci auguro, di tornare a essere presto un intellettuale collettivo» (Notizie Radicali, 20.11.2006). Un tentativo ingenuo e disperato di riportare i radicali nel solco che era stato dei liberali di sinistra.
Il testo della lettera è breve ed è utile riportarlo per intero in questa sede, perché rivela un’ansia assai diffusa in un partito che usciva con le ossa rotte da un congresso assai tumultuoso: «Cari compagni della nuova direzione, credo che in questa amara discesa verso la disgregazione, la causa che ha pesato più di ogni altra è stata una certa e dilagante solitudine. Ciò che rischia di vincerci all’esterno (l’isolamento, il rifiuto, l’impossibilità di essere compresi) ha finito per invadere il perimetro intorno a noi, è diventato noi. La solitudine è evoluta in metodo, sostituendo tutto ciò che poteva essere collettivo con procedure e comportamenti «privati». Ognuno di noi prima o poi ha ceduto nel dirsi «se il partito non c’è, questo devo farlo da solo». Sarà anche il segno di questi tempi (eppure quanto ognuno di noi è stato attratto dai radicali proprio per la loro sfida al “senso comune”!), ma in questo paesaggio non potevano che emergere persone come quelle da cui Marco, suo malgrado, deve continuare a difendersi. E queste hanno attirato e promosso propri simili. Con tal fatte persone ogni dialogo tentato, ogni critica avanzata, non poteva che essere vissuta come minaccia. Per salvarci, salvando così, è inutile negarlo, un possibile senso del nostro destino, non si può che ripartire da qui, compagni. Vi auguro, ci auguro, di tornare a essere presto un intellettuale collettivo».
Anche se molto faticosamente, Pannella era riuscito a schiodare Capezzone dalla potrona sulla quale lo aveva voluto per anni, contro ogni mugugno che si era sollevato in reazione alla linea politica per la quale era stato inchiodato alla segreteria di Radicali italiani. Ora, a Capezzone si potrà rimproverare tutto, e sarà sempre poco, ma sarebbe ingiusto non riconoscergli un merito: aver tentato di depannellizzare la «cosa radicale». Purtroppo l’intenzione era quella di capezzonizzarla, un po’ come tentare di trasformare Scientology in Udeur, sicché poteva andare solo nel modo in cui è andata: Scientology sta ancora lì, Mastella è dato per disperso.
Ero membro della Direzione nazionale alla quale Sapienza rivolgeva quell’appello e la mia risposta fu la seguente: «Sono sicuro che il termine sia scappato di penna a Simone nell’enfasi un po’ sentimentalista che pervade la sua lettera, ma a me ha fatto ricordare che questa è la definizione che Gramsci dà alla riedizione proletaria del Principe, cioè il Partito, quello con la maiuscola e, per sovraggiunta, nelle sue pagine anticlericali, alla Chiesa di Roma. Un intellettuale collettivo? Che orrore! » (Malvino, 20.11.2006). D’altra parte, avevo sempre preferito dirmi liberale piuttosto che radicale, l’uso del termine «compagno» mi aveva sempre dato l’orticaria e ripetevo continuamente «non sono pannelliano, non sono capezzoniano» (Malvino, 5.3.2007): insomma, lì dentro ero davvero fuori luogo.
L’appello trovò, invece, un sincero apprezzamento da parte di Pannella, che oggi spiega in questo modo il perché tornava buono in quel momento, naturalmente facendo sua l’idea di Sapienza: «Per un po’ di volte ho detto che di Gramsci ricordano tutto, l’intellettuale organico e tutto quanto il resto, ma l’intellettuale collettivo no. L’intellettuale collettivo significa che c’è un partito che non è un fatto ideologico. È un partito che per le sue strutture, il suo inverarsi, le sue contraddizioni, il suo incedere nei decenni, recepisce al massimo i contributi intellettuali minimi e massimi e di altro tipo, proprio grazie alla specifica apertura strutturale che nega qualsiasi altra forma di partito o di chiesa» (Radio Radicale, 19.2.2012). Non una parola su come le contraddizioni possano raccogliersi in unità senza la mediazione di ciò che in un partito è disciplina e in una chiesa è fede.
Contraddizione in termini anche da parte di chi si arrischia alla glossa: «I radicali sono un intellettuale collettivo, ma spesso sembra che non se ne abbia la piena consapevolezza. La complessità che ci circonda, infatti, richiede di moltiplicare i punti di vista sui problemi da affrontare mettendo in relazione soggetti diversi, esperienze varie, apporti molteplici. Per questa ragione i radicali non hanno una struttura gerarchia e verticistica, cioè sviluppata in verticale quanto, piuttosto, in orizzontale: ciascuno offre il proprio apporto rispetto alle qualità, al talento, alle capacità e alle competenze che ha… Non c’è una gerarchia, ma ci sono delle responsabilità, più o meno grandi, più o meno consapevoli. Esistono delle funzioni diverse, ma queste funzioni non corrispondono a dei gradi da cucire sulla giacca. Non vi è una struttura gerarchica o d’ispirazione militare» (Pier Paolo Segneri - Notizie Radicali, 23.11.2011). Chiunque abbia avuto esperienza diretta della militanza radicale non può che scoppiare a ridere: la «cosa radicale» è materialmente proprietà privata di Pannella.
5. C’è un modo di pensare l’«intellettuale collettivo» fuori da un contesto che sia giocoforza assimilabile alla disciplina del partito marxista-leninista e alla fede della Chiesa di Roma, ed è quello che Pierre Levy illustra ne L’intelligenza collettiva (Feltrinelli, 1996): «L’intellettuale collettivo è una sorta di società anonima alla quale ogni azionista contribuisce per il capitale delle proprie conoscenze, delle proprie navigazioni, della propria capacità di imparare e di insegnare. Il collettivo intelligente non sottomette né limita le intelligenze individuali ma, al contrario, le esalta, le fa fruttare e apre loro nuove possibilità. Questo soggetto transpersonale non si accontenta di sommare le intelligenze individuali. Fa crescere una forma di intelligenza qualitativamente diversa, che va ad aggiungersi alle intelligenze personali, una sorta di cervello collettivo o ipercorteccia sociale».
È questo il modello radicale? No, di certo. Non siamo dinanzi ad «una sorta di società anonima», ma ad un movimento politico che si identifica in una persona. Senza alcun imbarazzo, peraltro, nemmeno in quanti fra i radicali hanno ben chiaro che quella dell’«intellettuale collettivo» è solo un’immagine che serve solo dare un po’ di paglia alla fiamma dell’orgoglio identitario attorno al quale stringersi: «Il sogno di un partito radicale senza Pannella è il sogno di uno che ha mangiato pesante: non ha senso. Il partito radicale è lui. Punto» (Massimo Bordin - Il Foglio, 28.10.2004).