domenica 19 dicembre 2010

Socialisti pre-craxiani e post-


“Non trovavo un posto dove Eluana potesse andare in pace – racconta Beppino Englaro – poi il mio Friuli mi ha dato una mano: i vecchi socialisti, Gabriele Renzulli, il senatore Ferruccio Saro, si sono prodigati” (Micromega, 2/2009). Si saranno prodigati perché ritenevano giusto che fosse rispettata la volontà di Eluana Englaro? In questo caso potremmo dire che ci sono ancora in giro dei socialisti pre-craxiani – calma, calma, mi spiego subito – di quelli come Loris Fortuna, laici, libertari, anticoncordatari.
Sui socialisti non si dovrà mai smettere di dire che Pietro Nenni votò contro l’art. 7 della Costituzione (Palmiro Togliatti a favore) e che Bettino Craxi firmò un Concordato di poco diverso da quello che firmò Benito Mussolini: voglio dire che, prima di Gennaro Acquaviva, di Luigi Covatta e soprattutto di Gianni Baget Bozzo, il Psi non era viziato ancora da quel pragmatismo che poi lo rese così sensibile ai bisogni del Vaticano, in primo luogo a quelli di natura economica. In campo laico – per ciò che “laico” può significare in questo caso – non è Giuliano Amato il primo a rimettere in discussione la legge 194? Il testo base era stato scritto da un socialista, Vincenzo Balzamo. E dunque, tornando a noi, Saro e Renzulli sono gli ultimi socialisti di un socialismo – adesso mi auguro sia chiaro cosa intenda dire – pre-craxiano?
Sul senatore Ferruccio Saro prenderemo informazioni, ma intanto possiamo dire di Gabriele Renzulli, d’intanto diventato direttore del Centro «La Quiete», proprio quello che ospitò Eluana Englaro perché fosse fatta infine la sua volontà. Lo leggiamo in un articolo (Avvenire, 19.12.2010 – pag. 7) che riporta quanto auspicato dall’arcivescovo di Udine, monsignor Andrea Bruno Mazzocato, al termine della Messa di Natale celebrata nella casa di cura diretta dal Renzulli: “Mi auguro che certi momenti drammatici d’ora in poi vengano risparmiati a Udine”, subitissimamente tranquillizzato dal Renzulli: “Questo è un luogo di fede, di speranza, di vita, dal primo all’ultimo istante”.
Si pone una delicata questione: in virtù di quale principio il Renzulli si era prodigato nel caso Englaro? Quello del favore personale dovuto a un compagno. E noi che pensavamo fosse un pre-craxiano.

Tutti a casa



 

Consigli per gli acquisti



“Dateci più di quanto ci dà Berlusconi e ve lo togliamo dai coglioni”

Ieri, Avvenire apriva con un editoriale a firma di Francesco D’Agostino (La riscoperta dell’etica) che sembrava una risposta all’editoriale a firma di Paolo Flores d’Arcais che aveva aperto Il Fatto Quotidiano di due giorni prima (Se Bagnasco fa politica). Quanto scrive D’Agostino merita una attenta lettura perché, con l’appoggio che Cei e Segreteria di Stato Vaticano hanno di recente dato al governo, fa valva della stessa cozza; e al primo colpo d’occhio va rilevato che la valva politica è toccata a un cardinale, quella dottrinaria tocca a un laico.
È Angelo Bagnasco, infatti, ad aver sottolineato l’esigenza di continuità e stabilità nella difficile crisi di sistema che fa dell’Italia un malato terminale, e l’ha fatto con un pressing neanche troppo nascosto su Casini perché l’Udc dia a Berlusconi i numeri necessari per durare, con ciò assestando un micidiale colpo a quei cattolici che dal centrosinistra implorano da sempre un intervento delle gerarchie ecclesiastiche contro il “corruttore morale della società e della politica” (Rosy Bindi – Ballarò, 14.12.2010); tocca a D’Agostino, invece, spiegare a Flores d’Arcais perché “il più lurido mercato delle vacche cui sia stato dato assistere nel Parlamento italiano [sia stato] così santificato dal presidente della Conferenza episcopale”, e facendo ricorso alla dottrina.
Sembra strano? Non lo è. Da tempo le gerarchie ecclesiastiche sono attori politici e hanno delegato ai loro laici di fiducia la parte più seccante e fastidiosa della politica, che è quella di trovare argomenti alti a comportamenti bassi. Tocca a Fisichella coprire Berlusconi quando bestemmia e s’accosta all’eucaristia da divorziato, a Bertone premere su Casini, a Bagnasco mandare a cagare i cattolici del Pd, mentre il Papa ricorda che i laicisti sono pericolosi come i fondamentalisti islamici e che levare i crocifissi dai luoghi pubblici è come sgozzare cristiani a Mossul; tocca a D’Agostino, invece, spremere bignamini di Catechismo e Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa per dimostrarci che l’etica pubblica è cosa diversa dal moralismo che pretenderebbe di farsi ragione cristiana contro il peccatore pubblico.

Flores d’Arcais aveva scritto: “In uno dei passi più noti del Vangelo (Lc 16,13), Gesù di Galilea condanna l’avidità di ricchezze con il definitivo «voi non potete servire Dio e Mammona», e in Italia non c’è nessuno che – con decenni di tetragona coerenza nei comportamenti pubblici e privati – abbia dimostrato di rappresentare e incarnare i (dis)valori di Mammona meglio del signor Berlusconi da Arcore. Ma al capo dei vescovi italiani, la smisurata ed esibita corruzione del potere e del danaro, imposta dal malgoverno di regime come supremo criterio di valutazione morale, sembra invece rappresentare un giulebbe di onestà e buona volontà”.
Proprio perché “crede profondamente nell’esistenza e soprattutto nella necessità dell’etica pubblica” D’Agostino sente “il dovere di dissociarsi da tutti coloro che parlano di questa dimensione dell’etica, senza averne però un’adeguata consapevolezza teoretica”, e indubbiamente Flores d’Arcais ha degradato la faccenda a mera questione di prassi. Non sia mai: “L’etica pubblica, infatti, è esigente. […] Chi crede nell’etica pubblica non può non credere alla sua assolutezza: non è possibile, infatti, elogiare l’etica pubblica e nello stesso tempo cedere a tentazioni relativistiche. Se l’etica è relativa non può non esserlo in tutte le sue dimensioni e quindi anche a livello pubblico. Se nella vita privata si pensa che le scelte etiche siano plurime e insindacabili, non si vede perché non debbano essere parimenti plurime e insindacabili le scelte etiche pubbliche. Per criticare come immorali le scelte pubbliche dei politici, dobbiamo avere la serena coscienza che è legittimo criticare anche le scelte immorali dei privati. Il relativismo etico corrode la vita sociale, esattamente come corrode (anche se molti non vogliono ammetterlo) la vita individuale”.

Un vescovo di quelli ipertiroidei sarebbe stato assai più “politico” e avrebbe evitato ghirigori. Ma D’Agostino è più chierico di un chierico e non si abbassa al “disse la vacca al mulo”: chiede coerenza in forma di contropartita, sicché la sola presa di posizione contro il “corruttore morale della società e della politica” parrebbe compatibile solo in una dimensione da Stato etico. Non che a D’Agostino dispiacerebbe, figurarsi, ma piacerebbe a Flores d’Arcais?
Si tratterebbe di rivedere il confine tra morale e diritto, tra pubblico e privato, anzi, “si tratt[erebbe] di riconfigurare la stessa percezione di ciò che chiamiamo «pubblico». La modernità ha appreso da Machiavelli che la scienza politica non ha per suo oggetto il bene comune, ma «il potere», per come lo si può conquistare, per come lo si deve gestire, per come si può evitare di perderlo. Fino a quando questo paradigma, in tutte le sue innumerevoli varianti, resterà quello dominante, ogni perorazione per l’etica pubblica suonerà inevitabilmente come falsa e ipocrita. Fino a quando non si cesserà di pensare al potere come autoreferenziale e non si ricondurrà la dimensione di ciò che è «pubblico» a incentrarsi sul bene umano oggettivo, sul bene di tutti e non semplicemente di una classe politica, di un’etnia o di una confessione religiosa, la stessa espressione «etica pubblica» resterà vuota di senso”.
Un prete – un vero prete – non avrebbe potuto dirlo meglio, anzi, probabilmente sarebbe caduto in qualche grossolana volgarità del tipo: “Avete voluto Machiavelli? E adesso pedalate: dateci più di quanto ci dà Berlusconi – fateci essere arbitri del pubblico e del privato – e ve lo togliamo dai coglioni”.


Postilla Luca Massaro mi segnala un articolo a firma di Alberto Melloni (Corriere della Sera, 19.12.2010) del quale è utile riportare qui un passaggio: “Il primato della tattica del ventennio ruiniano della Cei ha ridotto l’educazione al confronto che aveva formato vescovi e laici perfino durante la guerra e ha trasferito sui movimenti il compito di rappresentare differenze di posizione e di appetiti: in compenso ha creato un reticolo di interessi fra esecutivo e istituzioni ecclesiastiche che ha alterato la linea scritta nel Concordato del 1984. […] Questo reticolo e la leggendaria abilità di Berlusconi nel creare bisogni nelle controparti l’ha fatto preferire agli altri e lo rende preferibile a «la chiesa» oggi che il governo potrebbe pretendere di attivare la legge elettorale per costruire la protesi parlamentare di cui ha bisogno. Dopo aver tenuta ferma la rotta sulla stella del Quirinale per molti mesi, «la chiesa» si ritrova così parte di una maggioranza che ricresce e dovendo pagare da subito un conto salato su quei terreni — le coscienze, l’annuncio, le anime, le esistenze, la verità — che sono la sua ragion d’essere. Qualche avvisaglia la si ha per ora nelle chiacchiere. Una figura di spicco dell’economia, poche settimane fa, diceva a un prelato italiano con inaspettata veemenza: «Io sono un laico e come tale sto sempre vicino alla Chiesa. Ma voi non vi vergognate dell’appoggio che date a Berlusconi?». E una feroce battuta di Francesco Cossiga (che pochi mesi prima di morire a un amico parlamentare dilaniato dai dubbi posti dal magistero sull’embrione diceva «e tu proponi di portare l’ 8 per mille a 8 e mezzo, e tutto s’aggiusta» ) dice quale sia il rischio che corre la Chiesa in questa situazione di stabile confusione. Rischi significativi di un disequilibrio al quale nessuno sembra poter o voler metter mano”.

sabato 18 dicembre 2010

Pagina bianca


[Come sempre, quando è di tanto che ci sarebbe da scrivere, si sta davanti alla pagina bianca senza sapere da cosa cominciare e non si scrive. È il cortocircuito della grafomania e al grafomane dà una sensazione assai sgradevole che in breve diventa intollerabile e spinge a soluzioni disperate come il tentare di mettere tutto assieme in poche righe. Naturalmente in quelle poche righe non c’è traccia leggibile dei temi che si voleva trattare, ma solo l’umore che muove la scrittura in mezzo ad essi. E di solito non è buonumore, tutt’al è più grasso sarcasmo, che non di rado cede al grottesco, perfino al macabro. Bisogna addirittura mettere nel conto l’eventualità di rinunciare anche a quelle poche righe e impacchettare il malumore in una citazione letteraria o musicale, che quasi sempre sembra eloquente solo a chi la sceglie. Dal troppo dover dire, e dal sentire di doverlo dire bene, si arriva al non dir niente o quasi: uno sberleffo, un’imprecazione, un lamento, anche mal riusciti, e l’unica costante è una lucida coscienza di impotenza. Non già a ordinare il mondo per mezzo della scrittura – immenso problema – ma anche solo a esprimerne compiutamente quel disordine che spinge a provarci, che arriva a prendere possesso degli individui e dei fatti dopo averli piegati fino a renderli intrattabili a ogni logica, dunque intrattabili agli strumenti dell’espressione. Si è sorpresi dall’inutilità del provarci: è un colpo che paralizza toccando il glomo più sensibile.
Oggi, per esempio, ci sarebbe da scrivere – e tanto – sugli spazi che la politica italiana – tutta, senza eccezioni – sta lasciando alla Santa Sede e alla Cei. È un indicatore – ritengo sia il più emblematico – dello sfacelo del paese e allora ci sarebbe da scrivere – e tanto – su ciò che l’ha posto in premessa. Già qui sta in agguato una prima vertigine: averne già scritto – e tanto – sicché siamo poi certi che repetita iuvant? E a chi? Si è ormai consolidata la convinzione – talvolta si è sorpresi a constatarla dove meno ti immagineresti di trovarla – che al paese non tocchi altro che il commissariamento ecclesiastico in una rinnovata sovrapposizione e coincidenza di Stato e Chiesa, come fu dal IX al XVIII secolo. Sudditi del mostro a due teste che ha sempre spezzato le ossa ad ogni illuso che sognasse per l’Italia un qualsiasi destino laico. Sarebbe meglio che qualsiasi parodia di Prometeo buttasse via il fegato in cirrosi: portare luce ai ciechi è inutile e rischioso. ]

Velázquez



[0:52] Sua Santità è in piedi e saluta gli acrobati, coprendone la vista al fido Georg, che per non perdersi tutto quel ben di Dio è costretto a sporgersi. Il suo sorriso è degno di un Velázquez.

venerdì 17 dicembre 2010

Buon giorno


In un sistema morale che condanni l’aborto senza eccezioni e che sia pienamente recepito dalla legge – per esempio, quella irlandese – col divieto assoluto di aborto (anche quando la gravidanza metta in pericolo la salute psichica e fisica della gravida), non c’è possibilità di scelta: crepare pur di non dannarsi l’anima è imposto. Una donna ha ottenuto giustizia presso la Corte di Strasburgo e dovrà essere risarcita per il rischio che le era stato imposto dalla legge irlandese, che adesso è chiamata a emendarsi ammettendo eccezione a un principio fin qui dichiarato inderogabile. Due sole possibilità sono ammesse: uscire dall’Europa o adeguarsi; difendere l’assolutezza del principio o no. Superfluo dire che, quando un principio smette di essere assoluto, mette in discussione il sistema morale che lo dichiara tale: questa sentenza è dirompente.


giovedì 16 dicembre 2010

[...]




Ripetutamente



Arriva una risposta ufficiale delle gerarchie ecclesiastiche a Rosy Bindi, che l’altrieri invocava l’intervento dell’autorità morale della Chiesa contro il “corruttore morale della società e della politica” (Ballarò, 14.12.2010). La risposta che le davo io, ieri, non era affatto dura: “continueranno ad appoggiare Berlusconi fino a quando sarà in grado di dar loro quanto chiedono”, scrivevo, e mi trattenevo dal quel “povera stronza” che è esplicito, oggi, nella risposta del cardinale Angelo Bagnasco. “Ripetutamente – fa notare Sua Eminenza a fine messa – gli italiani si sono espressi con un desiderio di governabilità e questo desiderio, espresso in modo chiaro e democratico, deve essere da tutti rispettato e da tutti perseguito con buona volontà e onestà”.
Se non riuscite a leggere il “povera stronza” nella risposta di Bagnasco, vuol dire che non avete confidenza col lessico delle gerarchie ecclesiastiche. Berlusconi ha stravinto le elezioni politiche del 2008, quelle europee del 2009, quelle amministrative del 2010 e nonostante tutto (per tutto è da intendersi proprio tutto) i sondaggi lo danno vincente in caso di elezioni politiche anticipate: fino a quando avrà il consenso degli italiani che lo vogliono premier, lo sarà. Visto che da premier non ha mai fatto uno sgarbo al Vaticano, perché il Vaticano dovrebbe volerne un altro?
“Corruttore morale della società e della politica”? Qui il Bagnasco si rivela assai più acuto della Bindi: Berlusconi è un prodotto della società e della politica, non è che l’italiano medio, appena più disinibito, appena più sfrenato, appena più compiaciuto di sé, della razza di peccatori che trovano simbiosi parassitata e parassitante con lo statuto antropologico del cattolicesimo, e perché dovrebbe star sul cazzo alla Santa Sede? A qualche vescovo, può darsi, ma si tratta dei vescovi ai quali la Santa Sede darà rilevanza se Berlusconi cadrà, quando cadrà: oggi sono liberi di parlare, ma solo fino a un certo punto, giusto per illudere i poveri stronzi del centrosinistra che c’è pure una Chiesa democratica” progressista”, ma in pratica non contano un cazzo. Quello che conta – sempre – è trarre il massimo utile possibile dalle congiunture storiche: è così che si diventa eterni oltre quelle. Chi non riesce a capirlo si sforzi, chi non vuole capirlo si adegui. 

Il più forte dolore di Rosy Bindi


“Oggi gli abbiamo dato una botta di assestamento non indifferente” (Ballarò, 14.12.2010 – 06:58-07:02), ma dal contesto è evidente che intendesse dire: “Oggi gli abbiamo assestato una bella botta”. Il lapsus rivela che Rosy Bindi è pentita di aver presentato la mozione di sfiducia, perché il fatto che sia stata respinta rafforza Silvio Berlusconi, ma vuol convincerci (e forse convincersi) che la cosa gli abbia inferto un colpo non da poco. E infatti questo lapsus chiude un argomento ingannevolmente consolatorio: “Dal punto di vista contabile, Berlusconi per due voti ha incassato la fiducia: non c’è dubbio. Ciò non toglie che è evidente – e su “evidente” la lingua le si inceppa – che questo governo non ha più una maggioranza politica”.
L’inganno sta nella suggestione, offerta con tono perentorio, che sia stato il voto a portare il centrodestra dai 340 deputati che aveva all’inizio della legislatura (Pdl 272, Lega 60, Alleanza per il Sud 8) ai 314 dell’altrieri: non è così, perché il voto ha solo registrato l’irreversibilità del processo che ha preso il via da Bastia Umbra, e rivelandolo non letale per il governo. Rosy Bindi pare voler eludere l’evidenza: le mozioni di sfiducia del Pd e dell’Idv facevano affidamento sui voti dell’Udc e dei finiani, e questi ultimi si sono rivelati meno dei previsti.
In tal senso le obiezioni poste da Paolo Mieli rimangono inevase, come giustamente rileva una breve nota de Il Post, ma il fatto è che Rosy Bindi non rivela solo il vizio del politico che non sa fare i conti con la realtà – con la damnatio che ciò comporta – ma anche quello del politico di ispirazione cristiana: “Il mio dolore più forte – lo voglio dire ancora una volta, visto che sono anche cattolica e credente – è che [manca] un appoggio da parte di qualcuno che quando questo è il corruttore morale del paese…”. Rosy Bindi invoca l’aiuto delle gerarchie ecclesiastiche, stupita e addolorata del fatto che Cei e soprattutto Segreteria di Stato Vaticana continuino a tenere aperta una linea di credito al governo.
Doppio errore: l’interesse prioritario della Santa Sede e dei vescovi italiani non è la morale pubblica: le gerarchie ecclesiastiche continueranno ad appoggiare Berlusconi fino a quando questi sarà in grado di offrire loro quanto richiesto; il politico che pensa di poter contare su una authority morale sovrapolitica che abbia categorie antecedenti e superiori alle logiche dell’utile non può pretendere che il proprio utile sia nelle logiche di quella authority. È il drammatico paradosso di ogni politico cattolico: contare sull’appoggio della Chiesa come authority sovrapolitica e vederselo negato per la priorità della ragion politica.


mercoledì 15 dicembre 2010

Il rientro è tipico


Quando un prete è accusato di aver abusato di un ragazzino, bisogna tener conto che quasi sempre non è vero: si tratta di una calunnia per diffamare il clero cattolico e attaccare la Chiesa, in odio al cristianesimo. Quando è vero, è ugualmente falso, perché chi abusa di un ragazzino è persona così abietta da non essere degno di essere prete, quindi in pratica non lo è. Anzi, da poco – meglio tardi che mai – a un prete che abbia abusato di un ragazzino, ma non sia stato capace di infrattarsi nella misericordiosa omertà dei suoi superiori, la Chiesa grida ufficialmente: “Tana!” e lo riduce allo stato laicale.
D’altro canto, per ridurre allo stato laicale un prete accusato di un abuso su minore bisogna provare l’abuso, e bisogna provarlo, com’è giusto, contro ogni tentazione colpevolista che si affidi interamente alle affermazioni del minore, che per definizione è immaturo e quindi sempre un po’ psicolabile, quando non è manovrato da un avvocato avido e un giornalista ateo. Poi ci sono i casi in cui il minore non merita alcun credito perché proprio quanto afferma esclude esservi stato abuso. Sarà stato un abusino, forse, ma vogliamo ingigantirlo al fine, neanche troppo nascosto, di delegittimare il prete come educatore e la Chiesa come educatrice? Per una dozzina di nerbate sul culetto – il giovane si ostinava a steccare Bach – vogliamo mettere in galera il direttore del coro? Vogliamo mettere in galera il parroco colpevole d’aver dato al chierichetto un bacio appena un po’ più appiccicoso di quello che gli avrebbe dato la zia? Ma vogliamo scherzare?
Poi ci sono i casi in cui l’accusa del minore è tanto inverosimile che neanche vale la pena di accertare se corrisponde al vero, perché c’è il rischio che l’indagine stressi il prete fino al suicidio, e questo non è bello. Infine, ci sono casi molto particolari, atipici, e solo impropriamente rientrano nella categoria degli abusi su minori da parte di un prete.
In quello che ci sta sotto gli occhi oggi, per esempio, l’accusato è prete, ma non lo era quando avrebbe commesso l’abuso. Di più, a quei tempi era minore pure lui, come la presunta vittima. Tutto sarebbe accaduto nella St. Paul’s Church di Jersey City, dove Keith Brennan sarebbe stato ripetutamente abusato da Keith Pecklers, quando avevano rispettivamente 14 e 17 anni. A far del caso una questione che riguarda comunque la Chiesa, tuttavia, non è solo il fatto che tutto sarebbe accaduto – se è accaduto – sotto gli occhi irresponsabilmente distratti di un prete che avrebbe dovuto accorgersene ed impedirlo, come spetta di dovere a qualsiasi adulto al quale siano stati affidati dei minori: qui, il prete che avrebbe dovuto farlo, tal Thomas Stanford, quando è stato informato dal Brennan, l’ha stuprato a sua volta e ha coperto il Pecklers.
Così coperto, il Pecklers si incamminò speditamente in carriera, prendendo la tonaca da gesuita e diventando in breve un apprezzato docente di Liturgia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e il Pontificio Istituto Liturgico «Sant’Anselmo». Autore di una decina di volumi, padre Pecklers è considerato un’autorità nel suo campo e c’è chi lo mette fra i frondisti che hanno storto il muso al Summorum Pontificum, il motu proprio che ridà lustro al messale di Pio V, dandogli patente di “progressista”.
Padre Pecklers non nega l’addebito di Brennan, ma si limita a farci notare che era troppo giovane per poter commettere gli abusi che gli sono addebitati. Rientriamo nell’ordine dell’assunto posto in incipit (quando un prete è accusato di aver abusato di un ragazzino, quasi sempre non è vero): il caso è atipico, ma il rientro è tipico. E qui viene meno l’assurda distinzione tra “tradizionalista” e “progressista” sulla quale molti laici si ostinano: nel cuore delle questioni centrali dell’esser prete, un prete è un prete.


martedì 14 dicembre 2010

lunedì 13 dicembre 2010

Sssss, si sussurri solo


L’altrieri sono state rese pubbliche le Disposizioni relative alla persona del fondatore della Legione di Cristo decise dalla Santa Sede nell’ambito del riordino statutario e organizzativo della congregazione fondata da padre Marcial Maciel Degollado, morto due anni fa, dopo aver scaricato il suo camion di merda in mezzo a Piazza San Pietro. Disposizioni relative alla memoria, insomma, con un fine non da poco: cancellare la figura del fondatore senza traumatizzare troppo il fondo.

“Negli scritti istituzionali, il modo di riferirsi a P. Maciel sarà «fondatore della Legione di Cristo e del Regnum Christi» o semplicemente «P. Maciel». È confermata la disposizione per cui nei centri dei Legionari e del Regnum Christi non possono essere collocate fotografie del fondatore da solo o con il Santo Padre. Le date relative alla sua persona (nascita, battesimo, onomastico e ordinazione sacerdotale) non si festeggiano. L’anniversario della sua morte, 30 gennaio, sarà un giorno dedicato particolarmente alla preghiera. Gli scritti personali del fondatore e le sue conferenze non saranno in vendita nelle case editrici o nei centri e opere della Congregazione. […] A chi lo desideri [è consentito] conservare privatamente foto del fondatore, leggere i suoi scritti o ascoltare le sue conferenze. Allo stesso modo nulla impedisce che il contenuto di tali scritti si possa usare nella predicazione”.

V’è distillata tutta la sapienza dei Padri che non sono stati smascherati come – sssss, si sussurri solo – P. Maciel.

L’intersecarsi dei microvortici, quello è


Pro o contro Berlusconi, alla Camera sono più vibranti che al Senato, non c’è proprio paragone. I pro di Montecitorio ardono di passione, sono quasi commoventi nel ridicolo, sembra quasi che stiano lì a difendere un’idea prima che il culo del loro padrone; i contro hanno tutti un bel piglio alla Matteotti e sembrano anche loro esser pronti a tutto per difendere un’idea, se solo si capisse quale. A Palazzo Madama, stamane, c’era tensione ma non andava oltre l’ovvio, anzi, stava un po’ sotto: i contro erano loffi e trascinavano stanchi il loro moscio piagnisteo, qua e là screziato da qualche sussiegoso brontolio di indignazione; i pro erano meccanici perfino nella strafottenza e, anche quando s’è dovuto fare l’ola al capo, l’onda non aveva plateau. Ho una mezza idea su questa sostanziale differenza di umore – se non di umore, di tono – tra i deputati e i senatori: al Senato non c’è stato bisogno di fare alcuna campagna di acquisti, ma alla Camera sì.
Quest’aria frizzantina di Montecitorio è data dall’intersecarsi dei microvortici psichici solitamente emessi da troioni e verginelle messi all’incanto, a sorpresa: vapori invisibili che si sprigionano dai corpi di chi si vende, con maggiore o minore convinzione, e di chi rinuncia a farlo, mezzo fiero e mezzo pentito; e che generano moti convettivi – come si dice – very high miscibility. Roba intensa, insomma, e altamente instabile. Eccitante, se si vuole. 

  

La differenza


“Gianfranco Fini ha cambiato idea su tutto”, a rimproverarglielo con più durezza, oggi, c’era Marcello Pera  dico: Marcello Pera  del quale sarà utile citare:

“Come alla caduta di altri regimi, occorre una nuova Resistenza, un nuovo riscatto e poi una vera, radicale, impietosa epurazione. Il processo è già cominciato e per buona parte dell’opinione pubblica già chiuso con una condanna” (La Stampa, 19.7.1992)
“Che Borrelli e Di Pietro siano gli sconfitti mi pare evidente e la sentenza della Corte di appello di Milano mi fa inevitabilmente ripensare al famoso «io quello lo sfascio» di Di Pietro. Cosa avevano nel ’94 per giustificare quei toni?” (Corriere della Sera, 10.5.2000)

“Concordato e laicità sono concettualmente incompatibili, così come è incompatibile concordare la libertà di scienza con il rispetto delle Scritture” (L’identità degli italiani, Laterza 1993)
“Non basta più l’ideologia liberaldemocratica, occorre dare un fondamento morale alla politica. E si deve pescare lì, nella tradizione. E noi quale abbiamo? Quella giudaico-cristiana” (Ansa, 23.8.2005)

“Ma c’è vita psichica nell’embrione? È bene rendersi conto che la scienza non darà mai risposte definitive a questo quesito; darà solo risposte fallibili e rivedibili. Ma questa è una ragione in più per dare spazio alla libertà dell’individuo e al pluralismo dei valori” (Corriere della Sera, 27.2.1987)
“Feto e embrione non sono persone? Forse perché sono piccoli e la vita dei piccoli può essere sacrificata a quella degli adulti? Forse perché un piccolo omicidio non è un omicidio autentico?” (Introduzione a Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli 2005)

“Almeno per la coscienza moderna, il cristianesimo non parla allo Stato ed è dubbio che parli al cittadino. Il cristianesimo parla all’uomo, alla persona, mentre per il resto lascia a Cesare quel che è di Cesare. Ecco la vera ragione per cui, nelle circostanze date, richiamare le radici cristiane nel preambolo del trattato costituzionale europeo è pressoché impossibile” (Panorama, 6.11.2003)
“Ciò che è in corso in Europa è una apostasia del cristianesimo, una battaglia su tutti i fronti, dalla politica alla scienza, dal diritto ai costumi, in cui la religione tradizionale europea, quella che l’ha tenuta a battesimo e allavata per secoli, assume la veste dell’imputato di colpe che vanno dalla minaccia allo Stato laico all’ostacolo alla coesistenza sociale, all’avversione alla ricerca scientifica. Il risultato complessivo è che in un’Europa senza Dio gli europei convivono senza identità. […] Se davvero vuole unificarsi, l’Europa deve dirsi cristiana” (Perché dobbiamo dirci cristiani, Mondadori 2008)

Si potrebbe continuare a lungo, perché nel volgere di pochi anni Pera ha cambiato idea su tutto, proprio come Fini, però con una sostanziale differenza: ad ogni cambiamento di idea, Pera ci guadagnava e Fini ci perdeva. È ciò che fa la differenza nel cambiare idea.

Quattordici



Quando i tuoi oppositori più agguerriti sono deboli, divisi e soprattutto senza una proposta alternativa che sia forte, unitaria e rappresentata da una faccia sola, vincere non ti è difficile. Sei riuscito a fare della politica un torneo ad eliminazione diretta, chi vince la finalissima prende tutto: basta far presente ai tuoi, soprattutto a quelli meno motivati, che a te non c’è alternativa che non sia il caos; basta comprarti un tot di oppositori fra i meno agguerriti; basta buttare tutto questo in faccia al paese come la neutra realtà dei fatti; e vincere è un giochetto. Puoi anche perdere, ma poi rivinci subito.
Dunque, al dunque, non c’è bisogno di toni aspri, ma fermi: devi presentare la situazione come neutra, così la netterai di netto da tutto ciò che la tua immane testa di cazzo può aver cumulato ai tuoi stessi danni. Devi presentarti come quello che, se perde, fa il vuoto, e vuoto nero. Tutte le ragioni contro di te sembreranno meno ragionevoli e finiranno per sembrare irragionevoli, alla lunga per i più ostinati, subito per i più malleabili al tuo malleo. Tu sarai la ratio e la realtà si piegherà al tuo passaggio.

domenica 12 dicembre 2010

“Siam guelfi, sì, siam guelfi, che figata!”


Zenit.org pubblica il testo integrale dell’intervento che Lorenzo Ornaghi ha tenuto al X Forum del Progetto Culturale (creatura ruiniana ancora in seno alla Cei) sui 150 anni dell’Unità d’Italia (Roma, 2-4 dicembre 2010), del quale conoscevamo solo le conclusioni, riprese dal cardinal Ruini in chiusura del convegno. Al rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sembr[a] essersi aperto il tempo, per il cattolicesimo italiano, di manifestarsi con decisione «guelfo», se non già di originare da subito un nuovo, energico guelfismo”, e il termine non dispiace affatto a Sua Eminenza: “Nella situazione attuale – dice bisogna saper reagire a quella «secolarizzazione interna» che insidia i cattolici e la stessa chiesa” e gli pare che “guelfismo” possa andar bene a cappello. Vi lascio immaginare il tam-tam per tutto il mondo filoclericale, notoriamente avidissimo di anacronismi: “Siam guelfi, sì, siam guelfi, che figata!”. Eccitazione ai massimi livelli, come sempre davanti a ogni reliquia.
Bene, tolto il “guelfismo”, che almeno fa ridere, l’intervento di Ornaghi fa incazzare. Si prova a far credere che l’Unità abbia in sé ab origine una filatura destinata a inevitabile spaccatura, salvo a metterci il solo mastice che veramente tiene: la consapevolezza [del]la «perennità» dell’Italia cattolica e la sua «esemplarità» nei confronti di altre nazioni”. Dopo aver rivendicato il ruolo di “soci fondatori” dell’Unità d’Italia, eccoci al passo successivo: se non è guelfa, l’Italia è caduca, nazione secolarizzata fra le nazioni secolarizzate. È il prezzo da pagare per aver invitato il cardinal Bertone al 140° della Breccia di Porta Pia: se offri un dito, avanzano pretese su tutto il braccio. Davvero ci sarebbe da incazzarsi, pensiamo a ridere.
Guelfismo, dunque. Sì, ma quale? Non quello ottocentesco, dice Ornaghi. E grazie al cazzo, diremmo noi: quello già era neoguelfismo. [Per inciso, ma neanche tanto, sarebbe opportuno ricordare che fu condannato da Pio IX. I libri di Vincenzo Gioberti per esempio furono messi allIndice, e sì che il poveretto proponeva unUnità d’Italia nella specie di una federazione di stati con il Papa a capo: al “metro cubo di merda” (felice definizione data da Giuseppe Garibaldi) pareva cosa troppo laica.] Se non è il guelfismo delle lotte per le investiture e se non il neoguelfismo del Gioberti, allora, di cosa si tratta? “Tornare a essere con decisione «guelfi» comporta affermare l’idea e la realtà di «italianità» quale dato storico (insieme, culturale e popolare), di cui gli essenziali e più duraturi elementi sono religiosi, cattolici. E c’era bisogno di scomodare una categoria così moderna come il guelfismo? Bastava dire che Roma è stata caput mundi fino a quando l’imperator era pure pontifex. Lo sanno pure i centurioni che si offrono in posa ai turisti in visita al Colosseo.


La reticenza dei parafrenieri



L’Osservatore Romano di domenica 12 dicembre dà notizia della vestizione di quattro nuovi confratelli della Confraternita dei Parafrenieri. “Gentiluomini di Corte, addetti a mansioni di fiducia legate all’esercizio del potere papale, i Parafrenieri Pontifici (dal termine «parafreno» ossia cavallo da parata) erano figure simili agli Scudieri della corte imperiale o regia”, così sul loro sito web, dove si fa presente che “allo spirito di un tempo si è sostituita una nuova coscienza che dopo il Vaticano II ha assunto l’identità di una missione comunitaria di laici che vivono nel secolo trattando le cose temporali, ma ordinandole secondo i dettami della Chiesa”, e che insomma si tratta di un comitato d’affari protetto dalla Santa Sede. Non tra i più potenti, senza dubbio, ma con una importante traccia nella storia: la Confraternita commissionò al Caravaggio un quadro che poi rifiutò, ma che rimane la Madonna dei Parafrenieri. I confratelli ci tengono a rammentarlo, ma sul rifiuto dicono di “ragioni non ancora totalmente chiarite”. E qui, spiace dirlo, non ci siamo, non ci siamo proprio.
Passi che questi signori coltivino i loro interessucci travestiti da babà con la glassa, inammissibile che provino a far gli stronzetti con la storia dell’arte, perché le ragioni del rifiuto sono note, tutte nelle splendide pagine di Maurizio Calvesi (Le realtà del Caravaggio, Einaudi 1990 – pagg. 345-352): “L’ordine di rimozione non poté partire che dallo stesso Paolo V. […] Motivo ufficiale del rifiuto fu naturalmente […] la sconvenienza delle figure, ma il rigorismo perbenistico [del papa] e la sua concezione del decoro vanno intesi […] come difesa di una dignità sociale e di classe delle immagini. […] Attraverso la condanna della sconvenienza si condannava l’ideologia pauperistica”. Gesù e Madonna ritratti da pezzenti.

Piazza Fontana




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