lunedì 9 maggio 2011

9.5.1978 - 9.5.2011




“… il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro
insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di vent’anni di cancrena italiana…”


Giorgio Gaber
Io se fossi Dio
1980 

Ad averne una



Il Circolo Culturale Triveneto «Christus Rex» ha esposto sul Canal Grande uno striscione dai toni assai poco cordiali nei confronti di Sua Santità in occasione della sua visita pastorale nel Patriarcato di Venezia (7-8 maggio 2011): “Benedetto non è ben accetto perché conferma nella falsa fede del concilio”.
Non torneremo sulle ragioni che da quasi mezzo secolo portano i tradizionalisti cattolici a contestare la sostanza stessa del Concilio Vaticano II, ma non sarà superfluo rammentare che tutti i pontefici che ne hanno ribadito le linee, pur tentando di correggere quelle che hanno denunciato come deviazioni indotte da una errata interpretazione dei testi conciliari, sono sempre stati considerati veri e propri eretici dai più agguerriti di queste frange oltranziste, che nel Triveneto hanno un discreto seguito, con legami non solo ideali coi lefebvriani della Fraternità Sacerdotale «S. Pio X» e molte documentate contiguità a gruppi neofascisti e autonomisti locali.
Ciò detto, stupisce non poco che lo striscione sia rimasto esposto “per oltre 30 minuti”, come gli autori dell’iniziativa possono così vantare (agerecontra.it, 8.5.2011). Rammentiamo che in molte altre occasioni non si è consentito neppure un cenno di contestazione nei confronti di Benedetto XVI, e ne dà buon esempio quanto è accaduto nel corso della visita che Sua Santità tenne a Palermo, lo scorso ottobre, quando le forze dell’ordine arrivarono a pretendere la rimozione di alcuni volumi dalle vetrine di una libreria, perché potenzialmente offensivi, col tempestivo sequestro di striscioni sui quali erano riportati solo dei versetti tratti dai vangeli; a Venezia, invece, gli autori dell’iniziativa possono vantarne la “perfetta riuscita”, pur crucciandosi del fatto che “l’intervento delle forze dell’ordine ha richiesto la rimozione dello striscione”, deliziosamente lamentando: “Sono gli effetti dello stato laico”.
Probabilmente non hanno alcuna memoria del fatto che ai tempi dello Stato Pontificio il dare dell’eretico a un pontefice sarebbe costata loro la testa, ad averne una.


[via Giornalettismo]

Un po’ di sano laicismo


Alcuni giorni fa, al Cairo, musulmani (salafiti) e cristiani (copti) se le sono date di santa ragione: nove morti, qualche centinaio di feriti e molti arresti, d’una fede e dell’altra. In casi come questi è praticamente impossibile stabilire chi abbia dato inizio alle violenze e non ci rimane che star lì a considerare che gli uni ne danno sempre la responsabilità agli altri, e per intera. Né conviene cercare di farsene un’idea da quanto è nelle accuse dell’una all’altra parte, perché se non si sposano le ragioni dell’una, e per intere, si corre il rischio di urtare la suscettibilità dell’altra, urtando le suscettibilità di entrambe se per caso si ricavi l’opinione che la responsabilità sia condivisa, anche se non equamente ripartita. È un fatto intrinseco ad ogni fede: chi ne ha una diversa è tollerabile fino quando non lo si avverte come troppo pericoloso, e il pericolo è avvertito già dalla diversità, sicché, quando e se possibile, la maggioranza cerca di ridurre la minoranza al silenzio. Rimane solo da considerare quanto è al di là di ogni responsabilità, degli uni e degli altri, e qui non ci resta che un rilievo empirico.
Quando sono sotto il 3-4%, i cristiani sono fatti oggetto di violenza per il solo fatto di essere cristiani e vanno al martirio senza opporre resistenza. Quando sono tollerati in quanto cristiani del tanto da poter arrivare al 7-8%, reagiscono alla violenza, non di rado ben oltre la legittima difesa. Si potrebbe concludere che la percentuale tollerabile di cristiani in un paese di tradizione islamica sia intorno al 5-6%. Che è più o meno la percentuale tollerabile di musulmani in un paese di tradizione cristiana: quando sono sotto il 5-6%, vengono pesantemente discriminati, ma non reagiscono; quando superano il 7-8%, pare inevitabile doversi aspettare attriti, perché la minoranza reagisce.
Dev’esserci anche per la fede una soglia di sbarramento che regge la possibilità di pacifica convivenza, tutt’altra cosa è trovarne la ragione, cercare di trovare regole condivisibili da una prevalente maggioranza e una esigua minoranza. Per questo, restringere la fede all’ambito privato è l’unica garanzia per ogni credente, del cristiano in un paese di tradizione musulmana e di un musulmano in un paese di tradizione cristiana: dove una fede ha diritto di occupare lo spazio pubblico nell’ovvia misura del numero dei suoi adepti, la violenza della maggioranza sulla minoranza, fisica o no, cruenta o meno, è sempre possibile. Solo uno stato laicista che faccia divieto di esibire la propria fede – e perciò dico proprio: laicista – dà piena garanzia a un qualsiasi credente, in qualsiasi paese del mondo. Non resta che augurarsi un po’ di sano laicismo per la sicurezza di ogni credente.


Il Foglio, 9.5.2011


Oggi è eccezionale, non dovete perdervelo.

“Mi domando perché i Responsabili, o almeno molti tra di loro, si comportino con tanta repellente ingenuità, rilasciando alla stampa e alle telecamere dichiarazioni da brivido che parlano da sole: l’apparenza è quella del mercimonio, di una attrazione morbosa per la ricompensa, di odio per la concorrenza sgomitante, sono parole che parlano di un mediocre accattonaggio, di un forte disprezzo per le competenze, di una libido di potere (anche quando si tratti di mezza porzione di lenticchie) un poco oscena…”

Vendersi, sì, ma con un minimo di classe, cazzo.

“Perché non stanno un po’ zitti o, se proprio desiderino parlare, non dicono cose almeno un po’ normali?...”

Sono robe che a un venduto di gran classe fanno girare i coglioni, per quanto piccolini, si vede dall’uso del congiuntivo, tutto tattico. Questi Responsabili degradano il vendersi a mero vizio morale. Del quale peraltro si compiacciono pubblicamente, senza essere disposti a fare alla virtù neppure il piccolo omaggio di un po’ di ipocrisia. E così sputtanano il vendersi stesso, e insomma imbarazzano chiunque si venda o già si è venduto. Per non parlare dell’imbarazzo che arrecano a chi compra. Stronzi e pericolosi, questi Responsabili, hanno bisogno di essere rampognati. E chi meglio di lui?

“Nessuno può essere accusato di volere il governo, perché il governo è la posta in gioco del conflitto politico in democrazia. Ma che lo si voglia come un cono gelato, come un piacere proibito, come un sollazzo, come una sveltina, come una refurtiva luccicante, o almeno che si faccia le viste di avere simili voglie matte, questo è inspiegabile”.

Chiaro? Non si faccia le viste, almeno.

sabato 7 maggio 2011

Scongiurata l’astensione dei sordi che soffrono di insonnia



Wow, ho finalmente visto alla tv uno spot che annunciava i referendum di giugno. Era su Raitre, all’una di notte. Collocazione un pochino svantaggiata, però era uno spot con tanto di supporto per i non udenti.


La situazione



I messaggi obliqui che Mino Pecorelli mandava dalle pagine di O.P. diventano graziosi esercizi di enigmistica se confrontati a quelli che Giuliano Ferrara manda dalle pagine de Il Foglio, e insomma Pecorelli ci guadagna profilo da avventuroso mascalzoncello, forse mezzo matto ma in fondo galantuomo, come dimostra il fatto che fu sempre un morto di fame, e morì senza aver messo un soldo da parte. Ferrara, invece, non l’ammazza nessuno, e mangia, e matto non è, e ci guadagna profilo da mascalzone di ventura.

“Con una mossa che appare quantomeno irrituale, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri ha invitato i presidenti di Camera e Senato a valutare iniziative parlamentari dopo l’allargamento, giovedì, della compagine di governo a nove nuovi sottosegretari tutti provenienti da forze politiche oggi all’opposizione…”.
“Quantomeno irrituale”, sennò cosa? Il presidente della Repubblica sfiora l’illegittimità? Non esagerasse, sennò Il Foglio lancia uno dei suoi famosi appelli per chiederne l’impeachment, raccoglie le più importanti firme dell’intelligenza nostrana, che trovano sempre irresistibile quel genere di appello, e mette in serio imbarazzo il Quirinale.
Se ne avverte la smania, ultimamente, nelle vignette di Vincino: attaccano Napolitano con argomenti che stanno appena un po’ di al di qua di quelli usati da Sallusti e Belpietro, che però non finalizzano nell’insulto, concesso alla satira.

“Per una mancanza di comunicazione preventiva tra Quirinale e maggioranza, ieri il Pdl ha in prima battuta interpretato le parole del capo dello stato come un invito a chiedere un voto di fiducia. La reazione del Pdl, già impegnato nella campagna elettorale per le amministrative (Silvio Berlusconi sarà a Napoli il 13), è stata infatti di nervosa sorpresa”.
Napolitano avrebbe dovuto preventivamente comunicare a una parte del Parlamento quello che intendeva comunicare all’intero Parlamento. Non chiedete il perché: o avete un’intelligenza all’altezza di Giuliano Ferrara, e allora capite senza aver bisogno di chiedere, o vi fottete, e rimanete a brancolare nel buio.
Aspettate, ché vi faccio luce: quella nota del Quirinale doveva essere inviata alla sola maggioranza del Parlamento, dandole così la possibilità di eluderne il contenuto, evitando un grosso imbarazzo al governo. Ora, si sa, chi imbarazza questo governo non può essere che un comunista e Napolitano cos’è? Prego, Vincino, chiarisci il concetto.

Il vecchio comunista dopo una riunione di cellula:
Compagni lavoratori, abbattiamo il governo della reazione

“In realtà l’iniziativa del capo dello stato mirava a marcare una distanza avvertibile dalla manovra inclusiva della maggioranza nei confronti dei nuovi esponenti di governo. Un’operazione forse considerata trasformista dalle parti del Quirinale. Un segnale, quello di Napolitano, che gli ambienti del centrodestra più sensibili agli umori presidenziali non ritengono comunque di secondaria importanza”.
In realtà, Il Foglio è in grado di rassicurare Napolitano che il centrodestra potrebbe non chiederne l’impeachment. Sì, nella maggioranza c’è chi vorrebbe chiederlo, ma, se il presidente della Repubblica fa il bravo e promette di non rompere il cazzo, Giuliano Ferrara può impegnarsi a fare sensibile tutto il centrodestra agli “umori presidenziali. Non è stata umorale, forse, l’iniziativa di Napolitano? Mica sollevava una questione di procedura istituzionale, macché, dava sfogo a umori. Probabilmente, poi va’ a sapere cosa dia realmente corpo a un umore, gli sarà andato di traverso qualcosa: visto che il governo deve prestare giuramento nelle mani del presidente della Repubblica (Costituzione, art. 93), trovarsene sotto gli occhi uno tanto diverso da quello d’inizio legislatura deve averlo turbato. Si sa, è anziano, trova difficoltà a masticare la Costituzione materiale.
Cioè, non proprio. Quando vuole, sa masticarla.

Perché quando D’Alema fece il governo
con gente eletta con i fascisti? Io zitto allora

“D’Alema fece il governo con gente eletta con i fascisti”? Ma di chi parla, Vincino? Starà mica alludendo a Lamberto Dini? Non importa. Non importa neanche che allora non fosse capo dello stato. Importa che il messaggio obliquo arrivi. Perché, sia chiaro, “il premier intende proseguire con la politica dell’allargamento, ma il precedente di ieri con il capo dello stato complica la manovra”. Napolitano vuole complicazioni?

Pecorelli aveva un altro stile. Sarebbe stato più criptico, e quindi la minaccia sarebbe stata più garbata, al punto che neanche si sarebbe capito subito chi gliel’avesse commissionata. Anzi, poteva anche venire il sospetto che non gliel’avesse commissionata nessuno, che si facesse usare a gratis da qualcuno che neanche sapeva bene chi fosse. Ferrara, no. Si capisce a nome di chi minaccia, si capisce cosa ci guadagna. 

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venerdì 6 maggio 2011

Il furbo vigliacco


Bombardiamo Tripoli perché non possiamo proprio farne a meno, ce lo chiede la Nato e ci tocca come prezzo da pagare perché i profughi non rimangano solo fatti nostri, e i nostri interessi in Libia non subiscano troppi danni, quando gli insorti dovessero spuntarla. E però siamo italiani, non possiamo essere lineari neanche nel tornare indietro sui nostri passi, tradendo un patto, sputando sulla mano che avevamo baciato, ed ecco che ora abbiamo trattative diplomatiche in corso con Gheddafi. Quasi certamente mediate dalla Santa Sede, che ci piace usare non meno di quanto ci piaccia esserne usati.
E tutto questo lo dichiariamo ufficialmente? Macché, siamo italiani: lo facciamo uscir di bocca, quasi per caso, da un sottosegretario con la forfora in un talk show televisivo del mattino. E con un velo di vanto, come se tutta questa ambiguità fosse eccelsa arte di governo, sofisticato prodotto della nostra superiore intelligenza politica, figlia di antica tradizione che onora il doppio gioco e non disdegna mai di tentarne un terzo.

Ci portasse frutti, almeno. Non ce ne porta mai. Sleali, inaffidabili, sempre pronti allo scrocco, incapaci di intrattenere relazioni internazionali a un livello superiore a quello degli accordi di interscambio: il familismo amorale è la cifra del nostro carattere nazionale, e in politica estera diventa la macchietta del furbo vigliacco.
Così fan tutti? Con altro stile. Anche Germania, Francia e Inghilterra difendono i propri interessi, non essendo ancora chiaro se ve ne sia uno europeo, ma le regole sono accettate e condivise: c’è l’interesse nazionale, l’interesse di coalizione, c’è una risoluzione dell’Onu e i diversi modi di leggerla, ci sono pure i colpi bassi e gli sgarbi, ma ciascuno e tutti si decide, e almeno si evita – ciò che l’Italia non sta evitando, anzi – di sparare sull’esercito di Gheddafi, per difendere gli insorti sui quali l’esercito di Gheddafi sparava, intanto trattando con Gheddafi, sicché se prima ce ne fregavamo dei morti anti Gheddafi adesso ce ne fottiamo pure di quelli pro Gheddafi. Poi tra mezzo secolo chiediamo scusa e stringiamo un accordo con tanto di risarcimento.


Come tra Granarolo e Parmalat



Lasciarsi andare al sarcasmo sarebbe inevitabile nel commentare la puntata di Qui Radio Londra andata in onda ieri sera, ma sarebbe pure fare un favore a Giuliano Ferrara, che cerca disperatamente audience, e a modo suo, sennò almeno l’incidente – il sospetto viene – per chiudere il programma senza dover pagare penali. Se una riflessione può essere utile, sarà necessario evitare il sarcasmo, negando al trash l’attenzione che chiede, perché agitarsi, urlare, tirar fuori la camicia dai pantaloni, sfidare Beppe Grillo da vaiassa a vaiassa, da ianara a ianara, senz’altro reale fine che far baccano, per solleticare il ventre della plebe televisiva – tutto lo squallore che ieri sera è stato buttato in faccia al telespettatore – cerca partecipazione emotiva, simpatia o antipatia, ammirazione o disprezzo, vorrebbe costringere a scegliere tra Grillo e Ferrara, come tra Granarolo e Parmalat: sembra una sana competizione, ma puzza di wrestling. Ora, puoi schifarlo quanto vuoi, il wrestling, ma se ti ci soffermi, anche solo un po’ più di quanto vorresti, finisci per tifare per uno dei due variopinti.
Limitiamoci a dire che Qui Radio Londra sta cominciando a far perdere ascolti ad Affari Tuoi: prima, alla fine del Tg1, c’era un crollo dello share che risaliva subito, appena Ferrara andava via; adesso la ripresa è assai più lenta, come se il telespettatore tornasse su Raiuno solo quando strasicuro che Qui Radio Londra è finita; e Ferrara comincia a capire che ha sbagliato fascia e rete.

giovedì 5 maggio 2011

Il delfino



Ieri, fra le altre, girava voce che Ayman al Zawahiri dovrebbe prendere il posto di Osama bin Laden. Anche qui il mito abdica in favore di un astuto ragioniere.
 
 

mercoledì 4 maggio 2011

Crocifiggersi


“Police were awaiting a forensics report to determine the cause of death and whether it was a homicide or suicide” (guardian.co.uk, 4.5.2011). Mica solo nelle Filippine.


Tra libare e allibire


Ogni 11 settembre ci sentiamo chiedere dove fossimo quando abbiamo saputo dell’attacco alle Twin Towers, e cosa stessimo facendo, quale sia stato il primo pensiero, la nostra prima reazione emotiva. Nulla sarà più come prima, anche per questo: prima ci facevano le stesse domande, ma in relazione allo sbarco sulla Luna, alla caduta del muro di Berlino, ecc.
Incastonare l’evento di dimensioni storiche in una stanza di vita quotidiana – la mia, la tua, la sua – non è un passatempo ozioso: è uno dei modi – neanche il più inutile, non il più rozzo – che abbiamo per ridurre la spesa emotiva che ogni evento storico ci chiede, non importa chi quale segno. Dov’ero, e che pensavo, mentre guardavo Italia-Germania di Mexico ’70? Che stavo facendo, e dov’ero, quando il terremoto devastò l’Irpinia? Quale è stata la prima reazione alla notizia del rapimento di Aldo Moro, e dove mi trovavo quella mattina? L’onda della storia si abbatte sul quotidiano, e il quotidiano riesce ad attenuarne l’urto, assorbendola: diventiamo porosi per non spezzarci e così la storia ci entra dentro senza fare troppo danno. Poi, sì, può diventare pure un passatempo, un gioco di società, anche un poco coatto, da narcisisti che amano esibirsi con l’evento storico sullo sfondo, quando non è peggio, cioè rituale esorcistico, seduta spiritistica, coro stonato; in genere, però, chiedere “come avete reagito quando avete saputo di …?” non è cosa malvagia, anzi, è un invito alla condivisione della spesa emotiva collettiva.
Alberto Cane lo fa con la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, che in realtà è come chiederci quale sia stata la prima reazione emotiva alla notizia dell’attacco alle Twin Towers, ma di sponda; e invita ad aggiungere la nostra alla sua, che è questa: “Sono rimasto allibito e non ho esultato. Pensavo fosse già morto”. Direi che qui l’evento trovi poca porosità, come se fosse già tutto assorbito, e al refluo si fosse impermeabili. Meglio che altrove, forse, dove si arriva allo sfarinamento, e prima si brinda e poi ci si pente un poco, e allora si spiega che è per salutare un “atto di giustizia”, come si fa a Mitilene quando schiatta Mirsilo. Senza tener conto a Mirsilo subentra Pittaco, uno dei Sette Sapienti, che emana una legge che raddoppia le pene per i reati commessi in stato di ubriachezza.


martedì 3 maggio 2011

Bleah


Non fosse per tutto il resto, c’è una questione estetica che mi rende repellente il cattolicesimo: troppo feticismo, e di un così cattivo gusto, che al confronto mi sembrano decenti perfino il tao, la gnosi, l’islam e il latex.


Michelangelo


Nanni Moretti lamenta che la Rai ha acquistato Il Caimano ma non lo manda in onda (La7, 1.5.2011). Può lamentarlo da abbonato Rai, ma non da autore, tanto meno da venditore. E non parliamo di un’opera d’arte che in copia unica venga acquistata da un privato per goderne in solitudine sottraendola al godimento di chiunque, ma dellesclusiva dei diritti televisivi su un film che da chiunque può essere acquistato in dvd. Hai ceduto questa esclusiva? E quale pretesa accampi? Si tratta di un film che hai girato tu, ne avrai certamente una copia a casa, puoi proiettartelo quando ti pare e piace. Da abbonato Rai, in teoria, puoi lamentarti, ma come autore che ha ceduto quellesclusiva, in pratica, non è meglio se stai zitto? Peraltro, altri abbonati Rai già si sono lamentati: non puoi limitarti a dire che condividi?

Ecco, domenica sera, Nanni Moretti mi è parso buffo come se il Buonarroti lamentasse di sentirsi un po troppo imbottigliato nella Cappella Sistina.


Stolti


Un cancro può regredire spontaneamente. Rarissimo, sempre inspiegabile, ma non impossibile. In realtà, neppure è mai possibile escludere che la diagnosi fosse errata. Di fronte a un cancro che regredisce spontaneamente, insomma, si può credere a un miracolo fatto da un santo o a un errore fatto da una équipe clinica, a piacere, anche quando entrambi sono indimostrabili: ci si può affidare a quella che pare l’ipotesi più verosimile, secondo il gusto. Basta non pretendere che quella sia la sola spiegazione possibile.
Alcuni anni fa, un collega mi raccontava di aver portato sul tavolo operatorio una paziente che tutti gli esami diagnostici – tutti – gli davano come portatrice di un cancro, di quelli che si decide di asportare solo per sperare di rosicchiare alla morte qualche mese di vita in più. Bene, apre e non trova il cancro. Inspiegabile, ovviamente. Il fatto è che la paziente non credeva nel soprannaturale.
“E come hai risolto?”, chiedo.
“Le ho detto che avevamo molto pregato per lei – tutti – e che escludere un miracolo era offensivo per la nostra fede”.
“E lei?”.
C’era ancora la lira, e l’avvocato dell’atea fu assai bravo: una dozzina di anni dopo fu complessivamente risarcita nella misura di 750 milioni. Anche poco, se si pensa che a pagare erano in quattro, e coperti da una buona assicurazione.

Morale Si può capire il farlo ai funerali, ma gridare “santo subito” dopo averlo appena fatto beato è da stolti: bisogna provare un secondo miracolo, e la fede ha i tempi lunghi di ogni tribunale.

lunedì 2 maggio 2011

Battere sul tempo il Time



Chi non muore si rivede, non manda avanti il vice. Osama avrebbe interesse a farsi rivedere, se fosse vivo. Infatti i suoi, finché possono, confezionano messaggi e messaggini di dubbia fattura per dimostrare che è vivo e lotta insieme a loro. Ma la prova semplice semplice di quel che dicono non la danno, e il dottore sostituisce lo sceicco profeta. Resta la possibilità generica che Osama sia vivo. Ma resta soprattutto la domanda: perché noi desideriamo credere che sia vivo? Piuttosto di esporsi a una gaffe planetaria, cercando di dimostrare l’indimostrabile, la Cia e i governi occidentali di guerra (ma anche quelli disertori) hanno interesse alla sopravvivenza del mito di un Osama vitale. Per i nemici dell’islam radicale, è un memento che spaventa le opinioni pubbliche, e se non puoi avere un succulento scalpo del nemico, meglio il suo spettro. Per i disertori o per i leali rivali di Bush, è la prova che la sua strategia è impotente. Ecco considerato a suon di logica il perché non possiamo fare quel titolo: OSAMA BIN AMEN, ma è come se l’avessimo già messo in pagina

Il Foglio, 11.9.2004

Chiedo rispetto nei confronti di Maurizio Gasparri



Ho tolto il video a questa pagina di YouTube, perché non voglio che la faccia di Gasparri vi condizioni, facendovi scivolare nella grassa fisiognomica, anche un po’ razzista, che sembra essere l’unico argomento in certe malfamate aree del web. Anzi, una tantum, astenetevi da apprezzamenti personali sugli illustri contemporanei dei quali tengo il commentario o non crucciatevi se li cestino: mi deprimono.
E dunque concentratevi su quello che dice, non pensate al fatto che è Maurizio Gasparri, non pensate alla sua faccia: Barack Obama era appena stato eletto, non erano le stesse previsioni che facevano gli intelligentissimi ed elegantissimi analisti de Il Foglio?
Si tenga presente, inoltre, che pur avendo i bulbi buffi e il labbrone pendulo, Maurizio Gasparri non ha mai dato Osama bin Laden per morto prima del tempo, come Giuliano Ferrara ci dava per certo fin dal 2004. E tuttavia, mentre possiamo esser certi che adesso Maurizio Gasparri stia rintanato nello scuorno perché non se ne vede ombra e non se ne sente fiato, ilfoglio.it pare obamiano da sempre, per tacere di Christian Rocca, che addirittura è nero.
Chiedo rispetto nei confronti di Maurizio Gasparri: diceva quello che aveva letto su Il Foglio, lo faceva per sembrare intelligentissimo ed elegantissimo, cercava – poverino! – di difendersi dal pregiudizio della fisiognomica. Ma quel ganzo di Christian Rocca, invece, che scusa ha?

[fonte audio: Giornalettismo]

h. 9,02

Camillo si adegua alla vulgata che vuole Osama bin Laden morto ieri. Ci mette tre ore, ma si adegua.

Per la precisione


“Sotto il segno di Giovanni Paolo II anche i rapporti tra Italia e Vaticano conoscono una svolta politico-diplomatica di straordinaria rilevanza. Merito anche di Bettino Craxi, presidente del Consiglio alla metà degli anni Ottanta, il quale ebbe il coraggio e la decisione di realizzare il nuovo Concordato con la Chiesa cattolica. Anche solo per questo successo, che non fu conseguito né dai democristiani, né dai laici prima di lui al governo, la memoria del leader socialista è consegnata alla storia politica italiana”.
Così scrive Luigi Amicone, senza spiegarci perché il nuovo Concordato non sia stato possibile prima del 1984. Merito di Craxi? Demerito dei democristiani e dei laici prima di lui al governo? Significa stravolgere i fatti, che in questo caso non sono suscettibili di altra lettura: nessuna revisione sarebbe stata possibile senza le due mazzate referendarie che la Santa Sede si beccò nel 1974 e nel 1981.
Basta una scorsa alle più di 300 pagine di fonti inedite che Giovanni Spadolini mette in appendice a La questione del Concordato (Le Monnier, 1976), soprattutto quelle relative alle note verbali intercorse tra Segreteria di Stato Vaticano e Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede nel biennio 1966-67, dove emerge con chiarezza un dato incontrovertibile:  il Vaticano rifiutava di accettare proprio ciò che poi accettò nel 1984.
Senza le vittorie referendarie del fronte laico nessun Craxi sarebbe riuscito a portare a casa il Concordato del 1984. Che insieme all’art. 7 della Costituzione rimane la più grande vergogna della Repubblica, ma che costituisce pur sempre una decente foglia di fico grazie al venir meno dell’assunto che nel 1929 ribadiva quello albertino del cattolicesimo come religione di Stato.


domenica 1 maggio 2011

Eminentissime facce di culo


Prima versione: “Già si parla delle reliquie del beato Giovanni Paolo II, è vero che esiste un’ampolla del suo sangue? Risponde Dziwisz: «Sì, l’ho chiesta ai medici del Gemelli il 2 aprile del 2005, poco prima che morisse. Una reliquia preziosa che potrà essere venerata in un santuario che si sta costruendo a Cracovia»” (Il Foglio, 18.1.2011).

Seconda versione: “Si tratta del sangue prelevato a Giovanni Paolo II negli ultimi giorni della malattia e conservato in quattro ampolle in vista di un’eventuale trasfusione, ma che poi non è stato utilizzato” (L’Osservatore Romano, 27.4.2011).

Terza versione: “Suor Tobiana, la religiosa dell’istituto di Maria Bambina che ha assistito Papa Wojtyla fino all’ultimo giorno, e suor Marie Simon Pierre, che un miracolo attribuito a Wojtyla ha guarito dal Parkinson, sono salite sul sagrato portando i due reliquiari che contengono le provette ospedaliere con il sangue che fu tolto al Papa, ricoverato al Gemelli, per le prove di compatibilità necessarie a eventuali trasfusioni” (repubblica.it, 1.5.2011).

Dall’atroce ammissione di un salasso a futura reliquia (ne parlavo qui) all’assurda menzogna di un prelievo a fine autotrasfusivo (ne parlavo qui), e ora questa immensa stronzata delle prove di compatibilità. Come se per quelle non bastassero due gocce di sangue da un polpastrello. Come se il gruppo sanguigno di Giovanni Paolo II fosse ancora ignoto dopo tutti i ricoveri ai quali era stato sottoposto nel corso del suo pontificato. Eminentissime facce di culo.




[grazie a Giovanni Luca Ciampaglia per la segnalazione]

Balle bulgare


“Provo molta pena per lo scarso senso della realtà e del ridicolo che ancora oggi induce tanti osservatori e commentatori, laici ed ecclesiastici, a rifilarci per mera compunzione balle inverosimili sull’attentato di cui fu autore il lupo grigio turco Mehmet Ali Agca, a tre anni dalla elezione di Wojtyla al soglio di Pietro e immediatamente dopo i suoi fatali pellegrinaggi polacchi; Agca cercò di ammazzarlo, quel pontefice gloriosamente minaccioso, su ordine conforme del Kgb, trasmesso attraverso il partito fratello bulgaro. S’inventano di tutto, dal traffico di stupefacenti all’islamismo ad altre storie buffe o tragicomiche, pur di negare l’evidenza. Il che era giustificabile in tempi di guerra fredda e di equilibrio nucleare, quando alla diplomazia internazionale e allo stesso Vaticano, entità responsabile, facevano paura le rivelazioni irrecusabili sui rapporti del sicario turco con le autorità spionistiche bulgare di Roma, compresa la perfetta descrizione dell’appartamento del caposcalo della Balkan Air, il committente o cooperante di un progetto lucidamente nato a Mosca, nel Cremlino di Yuri Andropov” (il Giornale, 1.5.2011).

In realtà, almeno a tener conto dalle risultanze processuali, nessuna prova valida è stata fin qui prodotta per accreditare una “pista bulgara”: nel 1986, una Corte d’Assise mandò assolti tutti i bulgari accusati di aver armato la mano di Alì Agca e, nel 1998, una Procura della Repubblica archiviò definitivamente il tutto.
È che “la perfetta descrizione [che Agca diede] dell’appartamento del caposcalo della Balkan Air” non era affatto “perfetta”, ma, anche se lo fosse stata, non avrebbe dimostrato alcun collegamento certo tra Antonov e Andropov, semmai tra padre Felix Morlion e la Cia (via Michael Ledeen) [*], né dagli archivi dei servizi segreti di Mosca, Berlino Est e Sofia è mai emersa prova di un ordine partito dal Cremlino.
La prima a parlare di una “pista bulgara” è Claire Sterling, una scrittrice americana dalle accertate frequentazioni con uomini della Cia, da qualche tempo trapiantata a Roma, in un articolo che apparve nel settembre del 1982 su Reader’s Digest, per essere subito rilanciato da alcune tv americane. Due mesi dopo, quando è già stato condannato all’ergastolo da oltre un anno, Agca tira finalmente in ballo i bulgari. “Rivelazioni irrecusabili”? Stando alle risultanze processuali, tutt’altro. Per un garantista del calibro di Giuliano Ferrara non dovrebbe trattarsi di un dato irrilevante. E dunque: chi rifila balle?



[*] Su questo punto, ma anche su tutto ciò che indica nella “pista bulgara” un depistaggio dei servizi segreti americani: Carlo Palermo, Il papa nel mirino, Editori Riuniti 1998 - pagg. 6o-112. 

Freddy The Flying Dutchman & Sistina Band (1979)





Wojtyla, Wojtyla, Wojtyla disco dance
Wojtyla,Wojtyla, Wojtyla disco funk

Looking out for the light
after such long black night
He's nice, he's the man
The new Pope in the Vatican...
But from Poland comes the man,
the new Pope in the Vatican.

Wojtyla, Wojtyla, Wojtyla disco dance
Wojtyla,Wojtyla, Wojtyla disco funk

If you go to the discoteque,
should Wojtyla stay awake
swing around in polka dance,
up and down it's romance
Since they know he's the man
the new Pope in the Vatican.

Wojtyla, Wojtyla, Wojtyla disco dance
Wojtyla,Wojtyla, Wojtyla disco funk

*

Santo



Non sappiamo ancora di chi sarà protettore. In vita, senza dubbio, lo fu di Marcial Maciel Degollado: è che Solidarnosc non si teneva su solo a rosari e, per quanto il fondatore dei Legionari di Cristo fosse una vera e propria fogna, portava un gran bel mucchio di denari all’Obolo di San Pietro e, insomma, chiudere un occhio era misericordia. Ecco, potrebbero farlo protettore di quei preti lì.

sabato 30 aprile 2011

Come fate a odiarlo?


La malattia mentale di Silvio Berlusconi è tutta squadernata nelle risposte che dà a chi gli chiede un giudizio su Giovanni Paolo II, per Tv7 (Raiuno, 29.4.2011): gli chiedono del beato, ma parla di sé.
Karol il Grande? Oh, certo, lui l’ha incontrato molte volte, anche prima di entrare in politica. Una volta gli ha portato la squadra del Milan e si sono intrattenuti a chiacchierare, da manager a manager.
Un’altra volta gli ha portato mamma Rosa (che è la mamma più speciale del mondo, non foss’altro perché ha messo al mondo lui) e Giovanni Paolo Magno ne è stato tanto bene impressionato che, quando si sono incontrati successivamente, gli ha sempre fatto la personale carineria di chiedergli “e come sta, la mamma?”.
Sì, ma il Papa, il Santo – che ne pensa, Silvio Berlusconi? Non pervenuto. Wojtyla è solo una foto nel suo album personale, trofeo di un certo prestigio, figurina che un bambino come-si-deve ti fa subito “ce l’ho!”.

Narcisismo maligno, senza dubbio. Mette in imbarazzo pure chi lo intervista, che gli porge un assist. Anzi, due.
Se non riusciamo a spremere niente sul Papa e sul Santo, vogliamo parlare delle sue grandi doti comunicative? Sì, era uno straordinario comunicatore. Perciò entrava molto bene in ogni casa. Grazie alla tv. A lasciar scorrere la spirale si finirebbe col dover ricordare che lui, Silvio Berlusconi, l’ha mandato tante volte in onda dalle sue emittenti, e partecipa di quel Grande Fenomeno Pop. Non si capisce se stordito dall’estasi o spossato dalla vertigine, chi lo intervista dà un ultimo cenno di vita: e il Wojtyla politico?
Gli offrono su un piatto d’argento la sua ghiottoneria preferita – l’anticomunismo – ma pure quella “ce l’ho!”: Giovanni Paolo II è santo, sì, ma al modo di Giovanni Battista, che annunciava la venuta dell’Unto, l’anticomunista per eccellenza – ancora, sempre – lui.

Come fate a odiarlo? Non vi rendete conto che è malato?



giovedì 28 aprile 2011

“Con quelle loro deliziose alette canard”





Peggio che a marzo



“April is the cruellest month…”
Thomas S. Eliot, The Waste Land

Un crollo dello share che solo in una occasione è stato inferiore al 5% (14.4.2011), ma che è arrivato anche a superare il 9% (27.4.2011): da un minimo di 625.000 a un massimo di 1.648.000 telespettatori in fuga ogni volta che la sigla di testa annuncia i suoi “messaggi speciali”. Sono le cifre del flop di Qui Radio Londra, che potrà pure sembrare meno drammatico di quanto è in realtà, ma solo in virtù dei grossi numeri del Tg1 e dei programmi che vanno in onda su Raiuno in prima serata. Non fosse che da anni l’azienda lavora contro i propri interessi, il programma andrebbe sospeso.

[...]





Che Karima El Mahroug abbia fretta di sposarsi con Luca Risso al solo fine di presentarsi dinanzi ai giudici di Milano ammantata di una rispettabilità che comunque non avrebbe effetto retroattivo nello smentire le numerose testimonianze circa un suo passato di prostituta – è quanto ha affermato un autorevole opinion leader – a me pare illazione orba e zoppa.
La ragazza è intelligente e conosce l’Italia meglio di un sociologo laureatosi alla Normale di Pisa: sa bene che le servirebbe a poco, a niente. Penso si faccia l’errore di proiettarle addosso un’immagine di squinzia coatta che puzza di pregiudizio, anche un po’ cretino. Tanto più cretino se lo si vuol fondare sulla convinzione che per una mai stata alla Bocconi il manto di rispettabilità di un matrimonio religioso abbia stoffa più pregiata di un matrimonio civile. Sì, perché pur non essendo (ancora) cattolica, Ruby Rubacuori vuole sposarsi in chiesa. E questo non farebbe ostacolo, perché i matrimoni misti (un coniuge cattolico e l’altro di altra confessione) possono essere celebrati in chiesa (ovviamente senza somministrare l’eucaristia al coniuge non cattolico): il freno posto dalla Diocesi di Genova alla fretta dei due promessi sposi è di altro genere, e attiene al contenuto delle linee guida del Direttorio Pastorale Familiare circa i corsi di preparazione prematrimoniale, vivamente raccomandati a chi si voglia accostare al sacramento.
Però è proprio qui che, a mio umile parere, sorgono i problemi, giacché al n. 63 si legge: “La partecipazione ai corsi o itinerari di preparazione al matrimonio deve essere considerata come moralmente obbligatoria, senza, per altro, che la sua eventuale omissione costituisca un impedimento per la celebrazione delle nozze”. E ancora: “Solo in casi estremi si dovrà proporre il rinvio della celebrazione del matrimonio”.
Eminenza, come la mettiamo? Lei può insistere, dire che quei corsi sono “moralmente obbligatori”, ma non può porli come condizione necessaria alle nozze. E può rinviarle un pochino, ma non troppo: se non riesce in due o tre settimane a rubricare questo caso fra i “casi estremi”, dovrà unire i due in matrimonio (pardon, ritirare il divieto posto ai parroci della sua Diocesi), voglia o non voglia.
Perché il Direttorio Pastorale Familiare non dà per indispensabili quei corsi prematrimoniali, ma il Codice di Diritto Canonico punisce severamente l’offesa al sacramento nella fattispecie dell’ostruzione.

Bù!

Accetti?


“Penso che se uno si rifiuta di assolvere un compito affidatogli dalla chiesa (cattolica), vuol dire che non ha fede in essa, nell’istituzione in sé. Nel film [Habemus Papam], al Papa in fuga viene chiesto se abbia perduto la fede, e lui risponde «no, assolutamente no». È una risposta funzionale al film e alle sue sottili polemiche, ma è assolutamente fuori luogo. Chi crede nella chiesa, sa che essa è fondata sul carisma, un carisma che le viene, secondo tradizione, direttamente da Cristo. E se Cristo l’ha affidata a un semplice pescatore, Pietro, come potrà abbandonare a se stesso, alle sue comprensibili angosce e ai suoi pur leciti dubbi, un suo eletto, l’eletto dai cardinali con l’assistenza dello Spirito Santo? «Domine, non sum dignus ut entres in domum meam…», ma il Signore entra. C’è, nella situazione raccontata da Moretti, qualcosa di incongruente” (Il Foglio, 28.4.2011).

Qualcosa di incongruente, allora, dev’esserci pure nella rituale domanda che il Cardinal Decano è tenuto a fare al neo eletto: “Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?” (Romano pontifici eligendo, 87). Se la risposta non può essere che affermativa, è domanda superflua? Se la risposta è no, il neo eletto viene scomunicato per patente mancanza di fede?


Del “corpo glorioso” col quale si fa ritorno da un “viaggio dell’anima”


Sandro Magister ci invita a porre attenzione alle risposte che Benedetto XVI ha dato alle domande rivoltegli nel corso della puntata di A sua immagine andata in onda su Raiuno il 22 aprile, soprattutto quelle date alla quinta e alla sesta, che riguardano due punti salienti nella dottrina: la discesa di Cristo agli inferi dopo la sua morte e prima della sua resurrezione; la natura “gloriosa” del suo corpo dopo la resurrezione.
Accettiamo l’invito.

Sulla prima delle due questioni, Benedetto XVI dice: “Questa discesa dell’anima di Gesù non si deve immaginare come un viaggio geografico, locale, da un continente all’altro. È un viaggio dell’anima”.
Ora, col massimo rispetto per un soggetto anziano con due episodi di ischemia cerebrale in anamnesi remora, rileviamo che il Catechismo della Chiesa Cattolica dà agli inferi i connotati fisici di “dimora” (632) nella quale Cristo è “disceso” (633-635), che esprime moto a luogo. È quanto ricaviamo da At 3, 15 e senza dubbio può essere letta come allegoria, ma senza dimenticare che poco prima (At 2, 24) la meta di questo “viaggio” è indicata col termine Shéol, che nella tradizione ebraica indica senza dubbio un luogo (per quanto ultraterreno, anzi infraterreno), non uno “stato” dell’anima.

Sul secondo punto, quello relativo alla domanda n. 6, Sua Santità rammenta che “la materia [il corpo umano] ha anche la promessa dell’eternità”, non solo l’anima. È la nota promessa della resurrezione della carne, che però ci viene assicurato risorgerà incorruttibile: sotto forma di “corpo glorioso”, appunto.
Ora, la domanda è posta in questi termini: “Quando le donne giungono al sepolcro, la domenica dopo la morte di Gesù, non riconoscono il Maestro, lo confondono con un altro. Succede anche agli apostoli: Gesù deve mostrare le ferite, spezzare il pane per essere riconosciuto, appunto, dai gesti. È un corpo vero, di carne, ma anche un corpo glorioso. Il fatto che il suo corpo risorto non abbia le stesse fattezze di quello di prima, che cosa vuol dire?”. La risposta è che “non possiamo definire il corpo glorioso, perché sta oltre le nostre esperienze”, per subito aggiungere che “nell’eucaristia il Signore ci dona il suo corpo glorioso”. E dunque questo corpo non sta “oltre le nostre esperienze”, perché il Catechismo della Chiesa Cattolica recita che “il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’eucaristia sono un unico sacrificio” (1367).
Nell’esperienza dell’eucaristia, insomma, facciamo esperienza piena del “corpo glorioso”, sennò verrebbe meno il presupposto in virtù del quale possiamo (dovremmo) ritenere che “coloro che partecipano all’eucaristia siano un solo corpo e un solo spirito” (1353).

mercoledì 27 aprile 2011

Telenovela




Come una tunica giocata a dadi sotto una croce


Del salasso fatto a Wojtyla poche ore prima che morisse, perché il sangue fosse conservato in un’ampolla a futura reliquia, ho già parlato in gennaio (qui), sollevando alcune questioni:
(1) di ordine clinico (dove si è visto mai che si salassi un poveraccio che versi in quelle condizioni? e quale medico può aver agito – scientemente, c’è da presumere – contro ogni buonsenso, prim’ancora che contro l’interesse del paziente?);
(2) di ordine teologico (destinare all’adorazione dei fedeli la reliquia di un santo che ancora non è stato proclamato tale – e siamo prossimi all’idolatria – è moralmente legittimo? da quale tradizione pesca, a quale simbolo si ispira, che cazzo mi significa, questa procedura?);
(3) di ordine legale (certamente il salasso fu idea del segretario personale di Wojtyla, Dziwisz, ma non sappiamo se col consenso informato del paziente; certamente in territorio italiano, al Policlinico Gemelli; e abbiamo detto che sul piano clinico – col paziente consenziente o meno – è come dare una spintarella a chi sta sull’orlo di uno sprofondo: se non v’è stata colpa, se non v’è stato dolo, com’è potuto capitare che non si sia potuto mettere in primo piano – proprio col papa, proprio col vicario di Cristo – l’interesse del paziente, e la dignità della sua persona?).

Lasciavo decantare la faccenda, fino a ritrovarmela dinanzi, oggi.


Era su L’Osservatore Romano, piccina picciò, a pag. 6, infrattata tra una foto e un calendario liturgico. Ben altro rilievo si dà all’ostensione di reliquie di santi semisconosciuti, qui invece la notizia è quasi sussurrata. Non c’è paesino che non abbia una chiesetta nella quale stia gelosamente custodita una Rotula di Santa Putipilla o una Uallera di Santo Scorfano, che quando va in processione muove soldi dalle casse del Comune o della Regione, pigliandosi il suo bravo paginone su Avvenire. Qui, al contrario, si dà notizia dell’ostensione di un tessuto nobile come il sangue, pure bello fresco, e sangue di un santo con i controcoglioni, addirittura un Magno – e si spiccia la cosa in un quarto di colonnino?
Viene il sospetto che la reliquia poco stagionata meriti una adeguata affumicatura prima di essere esposta all’adorazione di più comuni salami. E che del santo non si butti mai niente. Anzi, che il trattamento del santo vada ottimizzato. Quattro ampolle, mica una. Però equamente distribuite, come una tunica giocata a dadi sotto una croce.
Prosaicamente: al moribondo era stato prelevato del sangue mica per spacchettarselo da vivo, ma per metterne da parte, in vista di un’eventuale trasfusione. Ma si può essere così stronzi?


[...]




martedì 26 aprile 2011

Bollori



Capita spesso che al neofita faccia difetto il senso della misura e che il suo zelo, tanto più ardente quanto più la nuova fede ha in lui l’urgenza di non lasciare alcuna traccia della vecchia, sia motivo di imbarazzo per la comunità della quale entra a far parte, in primo luogo di chi la guida, costretto non di rado a mettere subito da parte il vanto di esibire il neoconvertito e porre un freno ai suoi pericolosi entusiasmi. Con Magdi Allam è capitato.
Fresco di battesimo, cominciò subito ad ardere di un cattolicesimo assai imbarazzante per la Santa Sede, che fu costretta a dissociarsi in fretta dalle sue smanie da lepantista: “Il cattolicesimo non nutre alcuna intenzione ostile nei confronti di una grande religione come quella islamica” (L’Osservatore Romano, 26.3.2008); “Accogliere un nuovo credente non è sposarne tutte le posizioni” (Corriere della Sera, 28.3.2008); “Sull’islam idee sue, non del Papa” (il Giornale, 28.3.2008).
Questo non è bastato a temperare i suoi bollori. Non gli è bastato farsi battezzare dal Papa e in mondovisione per sentirsi a pieno titolo cattolico e romano, non gli è bastato appiccicarsi il sovrannome di Cristiano per dimenticare d’essere nato musulmano, non gli è bastato assumere postura da leghista della Val Brembana per dimenticare d’essere un immigrato egiziano naturalizzato italiano: rieccolo a smaniare d’un “dover rompere l’assedio islamico” (il Giornale, 26.4.2011), che anche uno studente al primo anno di Psicologia non avrebbe difficoltà a riconoscere come assedio tutto interno.
È accaduto che a Milano, dove i musulmani sono più di 100.000 e hanno luoghi di culto per una capienza complessiva non superiore ai 3.000 posti, perché le autorità locali negano la costruzione di nuove moschee, un muezzin abbia invitato alla preghiera di strada. Magdi Cristiano Allam ha vissuto l’accaduto con l’angoscia di un viennese sotto l’assedio turco nel 1529. “È il momento di dire basta – scrive – e di chiedere quantomeno che i musulmani si attengano alle nostre leggi così come fanno gli ebrei, i cristiani o i buddhisti”.
Siamo dinanzi a un evidente infortunio: anche se in Italia non mancano chiese, spesso pure mezze vuote, non vediamo tutti i giorni delle processioni pubbliche con a capo un prete che canta Noi vogliam Dio ch’è nostro Re? Non vediamo buddhisti per strada cantare Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare? A chi non è capitato di vedere una banda dell’Esercito della Salvezza suonare Regna, regna il Signor all’angolo di una piazza?
Magdi Cristiano Allam scrive che è venuto il momento di “esigere che le moschee operino con le stesse norme a cui sono sottoposte le sinagoghe, le chiese o qualsiasi tempio di culto eretto sul suolo italiano… Significa che le moschee devono essere delle case di vetro dove, al pari delle sinagoghe e delle chiese, si parla in italiano e si diffondono valori che ispirano alla vita, all’amore e alla pace, e dove chiunque possa entrare, sedersi, ascoltare e condividere una spiritualità comune al di là della fede diversa”.
Dovremo mettere al bando la messa in latino e i salmi che il rabbino recita in lingua ebraica? Lo Stato dovrebbe sorvegliare sui contenuti che i capi delle confessioni religiose presenti in Italia diffondono ai rispettivi greggi? Visto che dal 1984, con un Concordato sottoscritto anche dalla Santa Sede, in Italia non esiste più una “religione di Stato” e tutte le confessioni religiose hanno almeno sulla carta pari diritti dinanzi alla legge, sulla base di quali criteri dovrebbe essere effettuata questa sorveglianza? Dobbiamo sottoporre i contenuti di ogni credo religioso al controllo attivo, eventualmente censorio, dello Stato? Personalmente sarei d’accordo, ma la Chiesa cattolica accetterebbe?
Lo zelo di Magdi Cristiano Allam riesce a trovare una via di fuga: “L’articolo 8 della Costituzione [recita] che «le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti», ma a condizione che «non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano »… Rileviamo che l’islam come religione, non avendo finora stipulato un’intesa con lo Stato per il profondo contrasto che persiste tra le associazioni islamiche, opera in un contesto di arbitrio giuridico non essendo stati definiti i rapporti con lo Stato”. L’assedio è rotto col vecchio caro cuius regio eius religio, principio che degrada la conversione di Allam alla presunzione di aver acquisito una cittadinanza di serie A.


“Un certo nostro modo di essere che si esemplifica nella Pasquetta”


Paesi nei quali si festeggia la Pasquetta
[http://it.wikipedia.org/wiki/Luned%C3%AC_dell'Angelo#Nel_mondo]

Se non dice puttanate, sta male. Deve dirne almeno una al giorno, sennò va in crisi di identità. Ieri sera, per esempio: “La Pasquetta è una cosa molto nostra” (Qui Radio Londra - Raiuno, 25.4.2011).
Ieri sera, però, si poteva chiudere un occhio: ammetteva che i giornalisti italiani lavorano forse troppo e non sempre troppo bene”.


Irresistibile