giovedì 22 settembre 2011

Amnistia, sì, ma

In più occasioni, almeno da un anno e mezzo in qua, mi sono espresso in favore di un’amnistia, ma ho sempre tenuto a precisare che, pur essendo diventata a mio parere indispensabile a fronte delle condizioni in cui versano le carceri italiane, fosse e sia da ritenere misura solo emergenziale, perché una soluzione strutturale del problema sta solo nell’abrogazione delle norme che attualmente portano alla reclusione immigrati clandestini, tossicodipendenti, indagati e imputati in attesa di giudizio, che insieme superano il 65% dellodierna popolazione carceraria. Ho tenuto a precisare pure che l’urgenza di un’amnistia non è posta solo da ragioni umanitarie, e quindi non sarebbe da intendersi esclusivamente come misura in favore dei detenuti, ma anche, direi soprattutto, da ragioni che sono di tutti, perché a base dello stato di diritto, di fatto sospeso col negare a un detenuto i diritti che gli sono inalienabili, qualunque sia il crimine per il quale sconti la sua pena. Amnistia, dunque, e per il ripristino della legalità, entro la quale la certezza della pena non implichi più un supplemento di sanzione illegalmente inflitta, né le esigenze cautelari si traducano in tortura.
Posizione abbastanza simile a quella dei radicali, che però hanno progressivamente messo in secondo piano, nelle ultime settimane, l’importanza di un riassetto strutturale del sistema normativo, spingendo l’acceleratore sull’iniziativa in favore dell’amnistia come madre di ogni riforma. Probabilmente si tratta di una scelta tattica, perché non ho dubbi nel ritenere che anche per loro l’amnistia non sia il traguardo ultimo, e tuttavia, si sa, il tatticismo è vizio che distoglie sempre dal traguardo ultimo, fino ad allontanarlo.
Sento con preoccupazione questo rischio nelle recenti dichiarazioni pubbliche di Marco Pannella: comincia a parlare di amnistia come soluzione dei problemi di Silvio Berlusconi. Per meglio dire: anche dei suoi problemi. Fatto sta che un provvedimento emergenziale che dovrebbe portare allo sfollamento di carceri congestionate fino all’inverosimile corre così il serio rischio di essere strumentalmente utilizzato da alcuni e quindi comprensibilmente osteggiato da altri. Avremmo l’amnistia anche per chi è già detenuto, ma soprattutto per chi vuole evitare il giudizio e una eventuale giusta pena (non necessariamente detentiva).
La cosa peggiore, credo, è che a trovarne beneficio non sarebbero immigrati clandestini, tossicodipendenti, indagati e imputati in attesa di giudizio – rimarrebbero in vigore le leggi che ne vogliono la detenzione e le carceri si riaffollerebbero in meno di due anni – ma solo quanti hanno commesso gli stessi reati per i quali Silvio Berlusconi è indagato e imputato, insieme a quanti stanno in carcere per pene detentive di entità inferiore a quelle previste per quei reati. Invece dell’ennesimo provvedimento ad personam, avremmo messo in atto un provvedimento a misura del profilo criminale che è nelle ipotesi accusatorie pendenti su una sola persona. Che in questo caso è in grado, sì, di fare molto per accontentare Marco Pannella, ma rifilandogli una vittoria politica svuotata di ogni senso, sia umanitario, sia legalitario. Sicché è comprensibile che, dopo tanto sbattersi, i radicali siano smaniosi di passare all’incasso, ma temo che così corrano il rischio di intascare ancora una volta, e soltanto, un soldo che non vale niente. 

mercoledì 21 settembre 2011

Il ritorno di Qui Radio Londra

Non riesco più a trovare in rete i dati Auditel relativi alla fascia del cosiddetto prime time access (ora vengono accorpati a quelli del tg che li precede) e quindi non ho modo di sapere se va riconfermandosi, dopo la lunga pausa estiva, la caduta dello share che si è sempre avuta, senza eccezioni, tra la chiusura del tg1 e la sigla di testa di Qui Radio Londra (dal 4 all’11%, con una perdita netta fino a un massimo di 1.800.000 telespettatori), né di sapere se sia riconfermato il dato, altrettanto costante, di un sensibile incremento degli accessi a Raiuno (da 2 al 7%) sulla sigla di coda della trasmissione o nei minuti subito seguenti.
Può darsi che questi dati, relativi ai mesi in cui la trasmissione è andata in onda (15 marzo-30 maggio), siano migliorati con le prime tre puntate di settembre, soprattutto se comparati a quelli del tg1, che sono in caduta libera (-4/7%), mentre è più difficile pensare che abbiano avuto un’inversione di tendenza in assoluto, sicché non si capisce quali elementi consentano a Giuliano Ferrara di affermare: «La mia curva di ascolti è in salita e io sono soddisfatto» (il Giornale, 19.9.2011), soprattutto se si tiene conto del fatto che l’affermazione è stata antecedente alla ripresa della sua striscia quotidiana. Intuito, probabilmente. Con azzardo di previsione, è evidente.
Nell’impossibilità di una verifica, che sarebbe comunque assai parziale dopo solo tre puntate dal ritorno sul piccolo schermo, siamo costretti, almeno per il momento, a sospendere ogni giudizio su un indicatore peraltro assai poco attendibile nella valutazione della qualità di un prodotto televisivo, ma che tuttavia, piaccia o non piaccia, è quello che solitamente ne segna la sorte, legandola allo share che raccoglie. Fino a quando è stato possibile seguirne l’andamento, che si è rivelato in costante flessione (relativa e assoluta), quello raccolto da Qui Radio Londra è stato in ogni caso assai inferiore a quello delle aspettative. D’altra parte è lo stesso Giuliano Ferrara a riconoscerlo nel tentativo di trovarne spiegazione: «Non è un momento felice per la tv generalista». Ancora: «Veniamo dopo il tg1, c’è un pacco di pubblicità». E ancora: «Una sorta di fisiologico calo di ascolti ce l’avevo anche tanti anni fa, quando iniziavo dopo “Tra moglie e marito” di Marco Columbro su Canale 5». Ma non si era detto di «una curva di ascolti in salita»?
Per qualsiasi altra trasmissione in quella fascia di ascolto, che è di ampiezza ridotta ma produce vistosi effetti sul prime time a seguire, a parità di rendimento si sarebbe optato per la sospensione, nel rispetto della crudele logica del mercato. D’altra parte è noto che la Rai segua da tempo un’altra logica, che è quella di assecondare i gusti di Silvio Berlusconi. È così che trasmissioni a lui sgradite vengono via via eliminate dal palinsesto, anche se hanno ottime prestazioni e procurano un sensibile utile all’azienda. Solo questo spiega il ritorno in tv di Giuliano Ferrara dopo la sua deludente performance primaverile. Solo questo spiega perché gli sia stata offerta una presenza su una rete pubblica e non sulle frequenze Mediaset: prendendo mezza dozzina di piccioni con una sola fava, Silvio Berlusconi ha premiato un servo fedele, e senza cacciare un solo euro dalle sue tasche, si è assicurato altri cinque minuti al giorno di propaganda su una rete Rai, non ha arrecato alcun danno alle sue tv, ma anzi lo ha arrecato alla concorrenza, procurando un ulteriore utile alla sua azienza.
È un modus operandi del quale si è sempre avuto sospetto, ma del quale abbiamo prova provata almeno da quando fu reso pubblico il contenuto delle telefonate tra lui e Agostino Saccà, per poi essere confermato, e proprio di recente, dalla funzione di specchietto per le allodole affidata a Fabrizio Del Noce ai festini di Arcore: la Rai è considerata un bottino personale dal quale l’imperatore attinge per fare regalini alle signorine che gli leccano le palle. Nel caso dei cinque minuti dopo il tg1, a chi gli lecca il culo.
Ogni altra considerazione sui contenuti di Qui Radio Londra è superflua, perché si tratta delle stesse cose che Giuliano Ferrara scrive su Il Foglio, su il Giornale e su Panorama: su Raiuno le arrangia nel modo che gli sembrano più digeribili per un pubblico di più basso livello, sicché eccede in strizzatine docchio e altre gigionerie, con faticosi cedimenti a quello che ritiene sia lumore dello spettatore medio e altre ruffianate da ambulante nella piazza del villaggio, per lidea di villaggio che si è fatto ai tempi in cui bucava il piccolo schermo. Armi ormai spuntate, e questo forse spiega perché non siano apprezzate nemmeno da chi sceglie il tg di Augusto Minzolini. 

Postilla Wil mi informa che tvblog.it riporta i dati di ascolto della puntata di Qui Radio Londra di ieri: share del 16,21%, con una perdita di circa il 7% rispetto al tg1. Peggio dell’ultima puntata prima della pausa estiva. Intuito fallace. Azzardo di previsione errato. Un grazie a Wil per avermi segnalato una fonte Auditel per le considerazioni a venire.

Il caso Sofri (jr)

Il pasticciaccio nasce come quello che causò qualche imbarazzo a Futuro e libertà, non più di nove mesi fa, quando ilfazioso.com scoprì che l’intestatario del sito web del neonato partitello di Gianfranco Fini era Luca Sofri. L’account di riferimento al dominio aveva per e-mail la stessa che Luca Sofri aveva usato per aprire una pagina su Facebook intestata a un altro Sofri, quello anziano, e ora i responsabili del social network hanno sospeso l’account, oscurando la pagina.
Adriano Sofri se ne lamentava pubblicamente alcuni giorni fa, chiarendo i dettagli della vicenda, tranne uno, quello essenziale a motivare un provvedimento altrimenti odiosamente arbitrario: «Ho da un paio d’anni una pagina Facebook a mio nome. Siccome non può avere più di 5 mila “amici”, ne aprii un’altra intitolata “Conversazione con A.S.”. Sono stato inopinatamente squalificato, con il seguente messaggio esplicativo, che dichiara che io non sono io […] Adesso, scomparsa la mia pagina con le migliaia di commenti e messaggi, leggo quello che gli altri scrivono nella seconda pagina, restata aperta a tutti tranne che a me, che ne sono il titolare» (Il Foglio, 15.9.2011).
Lamentela sostanzialmente legittima, formalmente un po’ meno. L’e-mail che gli annunciava il provvedimento di sospensione, infatti, chiariva: «Il tuo account è stato disabilitato poiché violava le “Condizioni di Facebook”. Abbiamo determinato che il tuo profilo non ti rappresenta in modo autentico, e ciò rappresenta una violazione delle nostre normative». Senza spiegare che la pagina era stata aperta dal figlio, contravvenendo alle condizioni poste nell’offerta del servizio, tutto rimaneva molto vago.
 D’istinto veniva voglia di solidarizzare, ma nella vicenda rimaneva un buco, che ieri la sollecitudine filiale cercava di tappare, ma molto goffamente. Sarebbe bastato ammettere di aver commesso una leggerezza, ma figuriamoci se Luca Sofri ne è capace. Ecco, allora, il suo fragile castello di strabiche insinuazioni.
Si comincia fin dal titolo del suo fluviale post: «Schiavi di Facebook». Non è chiaro chi costringa un poveretto ad aprire una pagina su un qualsiasi social network, né è chiaro chi gli impedisca di chiuderla sottraendosi alla schiavitù. In realtà molte altre cose non sono chiare, sicché il post solleva diverse questioni, mentre la più importante rimane inevasa: perché Luca Sofri si ostina a combinare guai ad amici e parenti?

Scrive: «Non sono un estimatore di Facebook: anzi. Mi pare che sia una grande rete con straordinarie opportunità declinata invece alla circolazione di contenuti mediocri o futili e all’investimento di molto tempo in attività poco fertili, a differenza di altri luoghi della rete. Un grande posto dove “sono tutti” e quindi vanno tutti, e poi quando sono lì non sanno cosa fare tranne commenti da macchinetta del caffè e opinionismo autoesauriente».
Questo eccellente esempio di opinionismo autoesauriente si cestina da solo con la spiegazione del perché su Facebook ci sia una pagina intestata a Luca Sofri, e una a il Post: «Non è così per tutti, e il Post è il primo a cercare ancora malamente di sfruttare la grande estensione di quella rete per diffondere contenuti di qualità – a suo dire –, ma mi sembra che il mezzo di per sé inclini poco alla qualità e molto alla quantità: di utenti e tempo di assorbimento».
Perché quelle due pagine rimangono aperte? Probabilmente per le stesse ragioni che trattengono quanti diffondono – a loro dire – contenuti di qualità, che invece sono commenti da macchinetta del caffè.
Diciamo che la prima questione sollevata si affloscia nella presunzione di essere tra gli eletti che diffondono contenuti di qualità in luogo dove i comuni mortali diffondono contenuti mediocri o futili. Non si capisce cosa consenta a Luca Sofri di lamentarsi dell’ambientaccio che si ostina a frequentare pur con la puzza al naso, anzi, si capisce: siamo di fronte al caratteristico esemplare – in minima scala – di quella sinistra che si sente investita della missione di emancipare a vario titolo le masse, ma che ha l’inguaribile difetto di schifarle quando quelle si ostinano a preferire un bifolco come Gigi D’Alessio a un genio come Morgan. Donde la certezza che Morgan sia un genio? Piace a me ed è simpatico alla mia signora. Ma veniamo alla questione centrale.

«Mio padre ha un profilo su Facebook, come molte persone, e lo usa con alterne intensità: si trova tuttora agli arresti domiciliari e quindi è un’opportunità piuttosto attraente di avere relazioni con gli altri. Glielo aprii io un paio d’anni fa, pur con la mia scarsa dimestichezza, fornendo un indirizzo di mail creato da me, per occuparmi così io di eventuali complicazioni e per non far ricadere sul suo le cataste di comunicazioni inutili e ammorbanti con cui Facebook perseguita le mail degli utenti. Ne ha fatto abbastanza uso, in questi due anni (a occhio), raccogliendo migliaia di amici e quindi essendo costretto poi a far costruire una pagina per superare l’altra sciocchezza del tetto dei cinquemila. La settimana scorsa mi ha chiesto di dare un’occhiata perché non riusciva più ad accedere al suo profilo, e conseguentemente alla pagina. E in effetti Facebook rifiutava il login, e con successivi link alludeva a qualche tipo di violazione nell’identità dell’utente. Ho seguito tutte le richieste e sono giunto a una pagina che diceva che in caso di disattivazione dell’account avrei dovuto eseguire alcune pratiche esoteriche online e allegare a una mail la copia di un documento. Ho fatto come richiesto, e nessuno mi ha risposto. Ho fatto come richiesto una seconda volta, e ho ricevuto questo»; e qui segue l’e-mail già diffusa dal babbo.
«Ci sono alcune cose che fanno molto ridere – prosegue Luca Sofri, ma si capisce che non sta ridendo affatto – a cominciare dal concetto che il profilo di mio padre non lo rappresenti in modo autentico (a differenza dei nostri)». Sarà per i limiti di chi non arriva a cogliere il genio di Morgan, ma non si capisce com’è che i responsabili di Facebook avessero il dovere di sapere che il padre avesse delegato il figlio a compiere le operazioni necessarie per aprire una pagina. Anzi, anche questo si capisce, ma con la presunzione di sentirsi persona universalmente nota, sicché chi è che può ignorare che tra padre e figlio non vi sia solidità di intenti in tutto?
Lo si ignora? Luca Sofri non si scoraggia: risponde all’e-mail, «spiegando che se l’account di mail li avesse indotti in errore era solo perché è intestato al figlio del titolare, ma come dimostrava il documento, tutto quanto lo rappresentava in modo molto autentico e i rapporti familiari sono sereni». Vi verrà da chiedervi chi rilasci i certificati di sereni rapporti familiari. Presto detto: «Mio padre [ha] raccontato l’avvenuto in una rubrica a sua firma sul Foglio e […] Vittorio Zambardino lo [ha] ripreso sul sito di Repubblica».

La documentazione non deve aver soddisfatto i responsabili di Facebook. Bestie. Si capisce la reazione avuta da Sofri senior, soprattutto considerando il fatto che si servisse di un servizio senza aver letto né sottoscritto le condizioni di utilizzo: «Ma non li posso denunciare?». Reazione emotivamente legittima, che conferma l’anelito di giustizia che lo anima da sempre, anche se in passato qualche giudice vi ha intravvisto qualche eccesso di impulsività.
Più razionale, invece, il figlio: «Ho risposto di no». Con motivi ragionevoli, bisogna dire. Mancava solo un’ammissione: «Babbo, purtroppo sono io ad aver fatto una cazzata». Non sappiamo se Luca Sofri ci sia riuscito: non pervenuto, e in fondo si tratta di questioni private.
Quello che però vale la pena di segnalare è che l’anelito di giustizia non è passato di padre in figlio come carattere recessivo: «Continuerò a stressare Laura [una degli addetti alle comunicazioni con gli utenti di Facebook, quella cui è toccato il caso Sofri] perché riapra quel benedetto profilo, e non le righerò la macchina con una chiave solo perché ha in ostaggio la mia famiglia”. E qui Laura può dirsi fortunata, perché poteva andarle peggio: poteva essere additata su il Post come boia, qualche testa calda passava dalle parole ai fatti rigandole la macchina, e poi ci toccava passare altri vent’anni a firmare appelli in favore di Luca Sofri, troppo buon cazzone per essere il mandante.
 

martedì 20 settembre 2011

Il rispetto che si deve a un malato

Silvio Berlusconi merita il rispetto che si deve a un malato. Comprensibile l’esasperazione di chi non vede l’ora che il governo del paese venga tolto dalle mani di un malato, ma ritengo che gli insulti e gli sberleffi siano controproducenti, oltre che impietosi, così com’è del tutto inutile, oltre che provocatorio, chiamarlo a una qualsiasi forma di responsabilità. Non può dar conto di se stesso, di ciò che dice, di ciò che fa, sarebbe il caso di prenderne atto. Si dovrebbe essere cauti nel farlo bersaglio del biasimo e del dileggio che tuttavia – sono disposto a concedere – è pressoché impossibile frenare, perché la sua è una malattia incurabile, per di più pericolosa tenuto conto dei mezzi che sono a disposizione del malato, senza dubbio alimentata dalla convinzione di essere oggetto di attacchi ingiusti a fronte della sua sconfinata voglia di essere amato da tutti. Siamo al punto in cui basta un niente, anche una battuta più crudelmente azzeccata delle tante, a poter scatenare una reazione violenta, certamente autodistruttiva, ma anche distruttiva. Si dovrebbe smettere di parlarne rivolgendosi a lui, anche indirettamente, ma discuterne come un caso clinico la cui diagnosi è indiscutibile, il decorso imprevedibile, la prognosi infausta, la terapia impossibile, rammentando che l’eutanasia, dove e quando sia consentita, è praticabile solo su chi la chieda.
Chi proprio non riesce a provare per Silvio Berlusconi i sentimenti che bisogna imporsi di provare per un malato accumuli tutta la sua esasperazione in attesa di saldare il conto con quanti hanno alimentato la sua malattia con la cieca adulazione. Il malato va sempre rispettato, chi lo ha portato all’ultimo stadio può essere scorticato vivo. Prendete, per esempio, quello che ieri sera, su Raiuno, gli continuava a consigliare di chiedere scusa, come aveva già fatto domenica su il Giornale, dopo averlo drogato per anni di lodi e complimenti. Ecco, prendetevela con quello, ma promettete di non torcere un capello al poveretto. 

lunedì 19 settembre 2011

“Si tratta di una uscita disperata”

L’ipotesi di Andrea Petrocchi merita molta attenzione.

La stampella


Non vale neanche la pena di discutere sulle prodigiose qualità del liquido che la fede vuole sia il sangue di San Gennaro, non in assenza dell’analisi chimica su un suo campione, sempre negata. Non vale la pena di discutere neanche sulla fede, perché la fede non tollera discussioni, certe volte neanche dubbi, ritenendoli offensivi. Meno che mai varrà la pena di discutere su cosa muova i napoletani a credere che alla periodica liquefazione del contenuto di due ampolline, ripetutamente agitate in una chiesa affollata di gente sudata, non sappiamo se previo trattamento nei giorni antecedenti, sia legata la certezza della buona sorte. Varrebbe la pena di discutere, eventualmente, su cosa sarebbe Napoli, oggi, dopo che il prodigio si è verificato più di 1.800 volte (3 volte ogni anno, dal 1389 ad oggi), se solo la metà della metà della metà delle speranze riposte nel miracolo avessero trovato riscontro nei fatti, lungo i secoli: sarebbe un paradiso terrestre. Oppure, rivoltando la questione, potremmo chiederci cosa sarebbe Napoli, oggi, se non avesse goduto, lungo i secoli, della benevola protezione di San Gennaro, comprovata dalla costanza del prodigio, ma è possibile immaginarla peggio di com’è? No, neanche su questo varrà la pena di aprire una discussione.
Pensandoci bene, converrà evitare pure di discutere sul perché la Chiesa non considera un “miracolo” la periodica liquefazione del contenuto di quelle due ampolline, ma consente che la tradizione religiosa popolare lo ritenga tale, e un suo cardinale, Crescenzio Sepe, lo definisca proprio “miracolo”. Converrà evitare pure di discutere sul perché la Chiesa abbia consentito lo slittamento delle feste patronali alla domenica più vicina, fatta eccezione per quella di San Gennaro, santo che ha depennato dal suo calendario. Insomma, dobbiamo lasciar perdere ogni questione che richiederebbe l’uso della logica: siamo di fronte a un problema che non tollera alcun genere di analisi, siamo di fronte a un fenomeno che non consente alcun tentativo di decostruzione. Al massimo ci è consentito chiacchierarne, come si fa quando ci si intrattiene a parlare del tempo che fa? Piove? Sì, ne viene giù tanta. Fa caldo? Come no, non si respira.

E dunque anche quest’anno, puntuale come proprio quest’anno era davvero indispensabile, il 19 settembre, un lunedì che più feriale non si poteva, San Gennaro non ha mancato all’appuntamento. Anzi, non hanno fatto in tempo a tirar fuori la lipsanoteca dal suo ripostiglio che subito s’è avuta la lieta notizia: il sangue, o quello che è, era già bello fluido.
Sarà stata la tripletta che Edison Cavani ha rifilato ieri sera al Milan o il fatto che sulla linea intransigente del cardinale Sepe, fermo nell’opporsi allo slittamento della festa patronale, c’è stato il tempestivo e pieno appoggio di De Magistris (Comune), di Cesaro (Provincia), di Caldoro (Regione) e, ancora non è chiaro a quale titolo, di Lepore? Non importa, l’importante è che anche quest’anno i napoletani possano sentirsi sul capo la mano protettrice del loro santo, sennò chissà in quale degrado sarebbero precipitati. Camorra, disoccupazione, immondizia, cose così, ma per fortuna il santo ha detto no e in città – Deo gratias – si respira.
Perché si tratterà di gente maltrattata dalla storia, come recitano i volumi lassù in alto, o di plebe inetta a diventare popolo, com’è evidente già da un qualsiasi quarto piano, ma quello che le dà la forza di tirare avanti è la stampella delle sue superstizioni, e guai a toccargliela. Anzi, se non si vuole offendere la sua zoppia e vedere come è lesta a inseguirti e a pigliarti a calci, conviene rispettarla come terza gamba.
Chiedevano a De Magistris, ieri: “Che farà, signor sindaco, bacerà o non bacerà la teca che contiene il sangue di San Gennaro?”. “Si vedrà sul momento – rispondeva – non mi sembra una questione importante”. “Non mi sembra importante”, un cazzo. Quanto ci mette la plebe a fare a pezzi un Masaniello? Vieni, Giggi’, ti conviene, bacia la stampella. La Chiesa non dice che si tratti di un miracolo, non sai se davvero è sangue quello che sta lì dentro, ma ti basti sapere che si tratta di onorare una superstizione e, se non lo fai, i superstiziosi si sentono traditi. E sia chiaro che non lo stai facendo a titolo personale: portati appresso la fascia e il gonfalone, così si capirà che la stai baciando a nome di tutta la città, compresi i non credenti che ti hanno votato ritenendoti il primo menopeggio che passava, compresi i musulmani di Piazza Mercato ai quali hai chiesto il voto non più di qualche mese fa.  

Pastorale sulla patonza

Gian Antonio Stella rileva che “le autorità vaticane sembrano aver scelto di tacere, per ora”, e si chiede cosa faranno “dopo aver letto quei dialoghi finiti su tutti i giornali del pianeta” (Corriere della Sera, 18.9.2011). È probabile che il rilievo sia provocatorio e la domanda sia retorica, ma non è difficile immaginare cosa stia accadendo e cosa accadrà. Lo schema dovrebbe essere lo stesso di due anni fa, quando il sepolcro imbiancato andava scoperchiandosi.
La base cattolica è divisa. La maggioranza, che nonostante tutto rimane filoberlusconiana, è molto imbarazzata, ma si sforza di non darlo a vedere: in parte tace, in parte mugugna, in parte taglia corto col cinico buonsenso di chi è disposto a chiudere un occhio sui peccati mortali del premier, purché questo governo continui a farsi garante dei valori non negoziabili. La minoranza antiberlusconiana, invece, comincerà a stracciarsi le vesti per lo scandalo, anche rumorosamente.
La Cei rifletterà questa composita gamma di reazioni: qualche vescovo sarà duro, anche durissimo, forse arriverà perfino a essere esplicito; i più condanneranno il peccato ma risparmieranno il peccatore, diranno che il tutto il problema sta nel fatto che la patonza giri, non già in chi la fa girare; i vertici si produrranno in pastorali d’ampio respiro sociologico, stigmatizzando il gran girare di patonza, dal ’68 ad oggi. Avvenire sarà polifonico e Tarquinio orchestrerà meglio di Perosi, a meno che non abbia pure lui una condanna per molestie in qualche casellario giudiziario.
La Segreteria di Stato e L’Osservatore Romano saranno molto vaghi, allusivi forse, comunque ambigui come conviene, sicché chi ha orecchie per intendere potrà intendere, ma a proprio rischio. Infine, però, parlerà Benedetto XVI: en passant, tra una catechesi su Santa Irmgarda e un appello in favore dei cristiani perseguitati nel Borneo inferiore, dirà che Satana ci tenta, incessantemente, e spesso con la patonza.
Niente di più, niente di meno, pregiatissimo Stella.

domenica 18 settembre 2011

Prima puntata della nuova serie di In Onda

Luca Telese non è riuscito a trovare neanche una parola sulla cravatta o sulla pettinatura di Nicola Porro.

sabato 17 settembre 2011

Vanity Fair, 37/2011 - pag. 84



 Tranquilla, Barbara, a chi mai potrebbe saltare in testa di farti certe proposte?  

venerdì 16 settembre 2011

C’è teatrino e teatrino



Ci vorrebbe il genio di Makkox. Un Berlusconi che muove i fili di una marionetta dalle sembianze di un Ferrara che a sua volta muove i fili di una marionetta dalle sembianze di un Berlusconi intento a scrivere: “Caro direttore, è vero, come Lei scrive, che il mio comportamento…”. Come titolo metterei: C’è teatrino e teatrino.

Fakfa

Blažek, lo scarafaggio, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nella sua tana, in un minuscolo e lindo impiegato. Giaceva sulla schiena, curva com’è dei dipendenti del catasto, e sollevando un po’ la testa vide un ventre molle, chiaro, coperto da peli lunghi e radi. Il mucchietto di terriccio sul quale s’era addormentato gli si era appiccicato addosso e due gambe e due braccia, mostruosamente grosse rispetto al tronco, si muovevano davanti ai suoi occhi.
“Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. La sua tana, un bel buco da blatta, anche se un po’ piccolo, stava lì come l’aveva lasciato prima di addormentarsi…

If

Ho visto alla tv, su un palco, Bersani, Vendola e Di Pietro far le prove generali per una coalizione di programma. Facciano pure, poi, quando hanno un minutino, trovassero modo di farmi sapere se in questo programma c’è o non c’è l’impegno a mettere in discussione il regime concordatario, a provvedere alla drastica riduzione dei benefici di cui gode la Chiesa cattolica, a istituire il registro nazionale delle unioni civili di coppie dello stesso sesso e di sesso diverso, a consentire il matrimonio ai gay, ad abrogare la legge 40/2004, a depenalizzare il consumo delle cosiddette droghe leggere e sperimentare il regime di somministrazione controllata per quelle cosiddette pesanti, a facilitare il ricorso all’aborto farmacologico e l’accesso ai metodi contraccettivi, a istituire corsi di educazione sessuale nella scuola dellobbligo, a consentire il testamento biologico e a favorire  la libera e responsabile scelta eutanasica, alla regolamentazione e al controllo della prostituzione, a difendere e a sostenere la libertà di ricerca scientifica, all’abrogazione del reato di clandestinità e a una dozzina di cosette che adesso, preso alla sprovvista, non saprei mettere in questo elenco. Se ne manca una sola, andassero a cagare tutti e tre.

In gioco è il valore della vita umana


In Argentina, l’aborto è dichiarato “delito contra la vida” ed è punito con la “prisión de tres a diez años”, tranne che in due casi: se praticato “con el fin de evitar un peligro para la vida o la salud de la madre y si este peligro no puede ser evitado por otros medios” e se la gravidanza è frutto “de una violación o de un atentado al pudor cometido sobre una mujer idiota o demente” (Código Penal, art. 85).
Si capisce perché in Argentina vengano praticati ogni anno più di 500.000 aborti clandestini. Si capisce perché siano morte oltre 3.000 donne, quasi tutte appartenenti ai ceti meno abbienti, da quando è in vigore questa severissima normativa. Non si capisce, invece, perché l’Argentina sia il paese sudamericano col più basso indice di crescita demografica, pur avendo adottato il criterio legislativo che gli antiabortisti di casa nostra ritengono sia la più efficace ricetta per combattere la crisi di natalità che affliggerebbe il nostro paese, arrivando a chiedere l’abrogazione della legge 194/1978 come espediente anticrisi.

Avranno una legge stronza, gli argentini, ma non sono poi così cretini. Non tutti, almeno. E infatti il 27 settembre è convocata la Commissione della Legislazione Penale dei Deputati per affrontare la questione. All’ordine del giorno non è la liberalizzazione dell’aborto, ma solo la modifica dei parametri restrittivi all’autorizzazione di interrompere una gravidanza. Chi volete sia entrato subito in agitazione?
“Ribadiamo la nostra convinzione circa il valore della vita umana, dal momento del suo concepimento fino alla morte naturale. Quando una donna rimane incinta, non si parla più di una vita ma di due, quella della madre e quella di suo figlio o di sua figlia: devono essere preservate e rispettate entrambe” (Commissione Permanente della Conferenza Episcopale Argentina, 14.9.2011).
Tutto rimanga com’è: mezzo milioni di aborti ogni anno, con una media di 100 donne che muoiono per emorragia o sepsi che potrebbero ben essere evitate se l’interruzione di gravidanza fosse praticata in condizioni decenti. In gioco è il valore della vita umana, è questione non negoziabile. 

[...]


Le lodi che in queste ore piovono addosso a Manuela Arcuri sono francamente eccessive, quasi a voler sottolineare l’eccezionalità della sua retta condotta morale. Eccezionale perché a parità di condizioni il suo no sarebbe stato difficile per qualsiasi altra donna o perché da lei ci si sarebbe aspettato un sì? Tutte queste lodi, insomma, o sono il risarcimento per aver nutrito su di lei un pregiudizio, rivelatosi ingiusto, o sono l’implicito riconoscimento che al suo posto, per chiunque altra, sarebbe stato assai conveniente dire sì?

La “reale volontà” del legislatore


Chi in Italia è ostile al matrimonio tra persone dello stesso sesso si appella alla legge divina e/o a quella naturale e/o alla Costituzione. Il fatto è che la legge divina contempla il matrimonio come sacramento, sicché quello celebrato con rito civile sarebbe solo una blasfema parodia del matrimonio vero, che è quello celebrato con rito religioso: invocare la sola legge divina per negare a due persone dello stesso sesso il diritto di sposarsi porterebbe a doverlo negare anche a un maschio e a una femmina che si uniscano in matrimonio con rito civile.
Si tentò di farlo, almeno fino a metà degli anni Cinquanta, ma non ci si riuscì. E allora, ferma restando la norma che “tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale che non sia per ciò stesso sacramento” (Catechismo, 1055) e che “sono validi soltanto i matrimoni che si contraggono alla presenza dell’Ordinario del luogo o del parroco o del sacerdote oppure diacono delegato da uno di essi che sono assistenti” (ibidem, 1108), si preferì chiudere un occhio, smettendo di chiamare “pubblici peccatori” i coniugi che non si fossero sposati in chiesa.
Per il matrimonio celebrato con rito civile non si usò più la definizione di “concubinaggio” e, per continuare ad avere il controllo su un istituto che si andava sempre più secolarizzando, si cominciò ad invocare la legge naturale, come estensione di quella divina. Anche quando un ministro di Dio non era chiamato a fare da notaio per la stipula del contratto, e dunque il matrimonio non aveva carattere sacramentale, qualcosa di sacro gli era conferito dalla legge naturale, che si riteneva dovesse (e ancora si ritiene debba) ispirare il legislatore.
 Tutto era destinato a reggere fino a quando la “natura” avesse mantenuto il suo statuto di dimensione pre-storica e pre-culturale, ma anche questo non durò a lungo. Si fece strada l’idea che per “naturale” si dovesse intendere il modello che storia e cultura ne avevano elaborato nel corso delle epoche e, così, molto di quanto si era pensato fosse “secondo natura” divenne intollerabile. Era già accaduto con la schiavitù, considerata per millenni “secondo natura”, e poi, quasi all’improvviso, presa ad essere considerata “contro natura”. Molto ancora doveva seguire la stessa sorte, e molto ancora dovrà seguirla, quasi a voler dimostrare, anche a chi non voglia accettarlo e si ostini a opporre resistenza, che nulla è più storico e culturale del concetto di “natura”.

Se la legge naturale è stato un espediente in fin dei conti inefficace a conservare la sostanza della legge divina, tanto più disperato appare il tentativo di conservare la sostanza pre-storica e pre-culturale della “natura” appellandosi alla nostra Costituzione, come d’altra parte vediamo fare da molti conservatori, almeno quando sono presi dal pudore di appellarsi a Dio o alla Natura (rigorosamente con la maiuscola) per negare a due persone dello stesso sesso il diritto di sposarsi.
Si argomenta che l’ostacolo sarebbe posto dalla sacralità dell’art. 29, che recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. In realtà non si capisce dove sarebbe posto l’ostacolo, ma i conservatori ritengono che non si faccia fatica a rintracciarlo nella “reale volontà del legislatore”. Visto che non fece espresso divieto di matrimonio tra due persone dello stesso sesso, quale “reale volontà” dobbiamo pensare fosse, la sua? Non tracciò discrimine sessuale tra i coniugi perché si lasciasse ammissibile il matrimonio omosessuale o, più verosimilmente, perché in quel tempo nel nostro paese non si poneva neanche lontanamente un caso politico e civile di tal genere? Qualche giovanarduzzo afferma che non ci siano dubbi: “La seconda ipotesi è certamente la più probabile e, se così è (ed è così), allora basta: il matrimonio omosessuale è anticostituzionale”. In pratica, giacché in quel tempo nel nostro paese non si poneva neanche lontanamente un caso politico e civile di tal genere, il non averlo posto farebbe prova che, a porlo, il parere sarebbe stato negativo.
Qui, in buona sostanza, siamo alla degenerazione ultima del principio di conservazione: Dio non basta più a negare il diritto di sposarsi a due persone dello stesso sesso; la Natura fa sempre più fatica; rimarrebbe la Costituzione, che però non nega quel diritto troppo esplicitamente; e allora cosa opporre? La “reale volontà” del legislatore, desunta con questa geniale deduzione: se i Padri costituenti non si sono trovati davanti al problema, il problema non aveva ragione di essere posto, ergo non si pone; chi lo pone, se lo pone, lo fa contro la Costituzione. Più geniale dell’idea di un Dio che manda all’inferno i ricchioni, perché ricchioni.
 

Ritratto di artista con carrello

Ancora sulla «verità»


Di recente ho scritto che “ogni definizione di «verità» è una tautologia” e che dunque il termine rimanda a se stesso senza dimostrazione ultima di ciò che sarebbe «vero». Ho scritto anche che spesso la definizione di «verità» rimanda a quella di «realtà», che però a sua volta rimanda invariabilmente a ciò che è «vero», perché ciò che è «reale» pretenderebbe uno statuto di autonomia dal sensibile, sicché la tautologia prende forma di un cortocircuito, ma continua a restare vuota di un significato.
Rimarcando tale autonomia del «reale» dal sensibile, un lettore ha obiettato che “la «realtà» esiste indipendentemente dal soggetto che la conosce, e in questo caso quindi può dirsi sinonimo di «verità»”: in pratica, ha fatto cortocircuito. Però ha detto anche che per «realtà» può intendersi anche “la punta dell’iceberg della «verità», o il suo prodotto finale”, sicché “la «verità» [sarebbe] un processo che va conosciuto e compreso, mentre la «realtà» [sarebbe] un fatto che si manifesta nel presente”.
Avrei voluto far presente che la «manifestazione» di una cosa non è la cosa stessa, ma ho evitato di farlo, nel timore di essere frainteso usando l’espressione «la cosa stessa», che mi puzzava troppo di metafisico, ma senza avere lì per lì a disposizione un termine che non corresse il rischio di dare a «reale» la valenza di «vero», correndo perciò il rischio di fare cortocircuito anch’io. Bene, un’intervista a Leonard Susskind, sull’ultimo numero di Le Scienze (517/2011, pagg. 56-59), mi consente di chiarire perché ritengo che «la cosa stessa» sia cosa ben diversa dalla sua «manifestazione», senza con ciò doverle riconoscere lo statuto di cosa «vera», cioè di un possibile “prodotto finale” (definitivo) di un “processo” cognitivo. Con Rudolf Carnap ritengo che in questo ambito si possano fondare assunti solo su pseudoproposizioni metafisiche.
“La realtà ci rimarrà sempre incomprensibile”, sostiene Susskind, e aggiunge: “Siamo prigionieri della nostra architettura neurale”. Non è un atto di resa della ragione, anzi, Susskind ritiene che si può e si deve ancora spingerla fino i suoi limiti, ma che appunto questi limiti esistono e si possono oltrepassare solo creando modelli di «realtà» destinati sempre a rivelarsi inadeguati. Come affermavo riguardo alla «verità», ogni sua ricerca si risolve sempre in una fuga nel metafisico.
Susskind dice: “Continuiamo a inventare nuovi realismi [rappresentazioni della realtà], che non soppiantano del tutto le vecchie idee, ma le sostituiscono in gran parte con modelli che funzionano meglio, descrivono meglio la natura, e che sono spesso molto strani, spingendo le persone a chiedersi che cosa significhi la parola «realtà»”. Questo accade perché nulla come la «realtà» sembra indiscutibile al senso comune, ma “poi arriva il paradigma successivo che fa piazza pulita del precedente, e ogni volta ci stupiamo che i nostri vecchi modi di pensare, le teorie che usavamo, i modelli che avevamo creato, ora, sembrino sbagliati. […] Secondo me – conclude – dovremmo sbarazzarci della parola «realtà». Discutiamo senza impiegare la parola «realtà», è solo un ostacolo, trascina con sé cose che non servono a niente”. A maggior ragione dovremmo sbarazzarci della parola «verità».

  

giovedì 15 settembre 2011

Per la precisione


Confesso che di shibari sapevo poco o niente, ma adesso qualcosina sì e, ferme restando le osservazioni che ho già espresso sul caso Mulè (qui), vorrei rilevare che la tecnica non prevede l’impiego di corde strette attorno al collo. Si trattava di bondage, dunque, e includente la tecnica del cosiddetto breath control, ma parlare di shibari mi pare improprio, almeno nel caso di specie.

mercoledì 14 settembre 2011

L’imputabilità c’è



È difficile che si arrivi a una condanna, impossibile che i condannati arrivino ad espiarla, e tuttavia è evidente che Joseph Ratzinger, William Levada, Angelo Sodano e Tarcisio Bertone siano imputabili del reato di crimine contro l’umanità, anche se quasi certamente il Tribunale Penale Internazionale non arriverà a formalizzare l’accusa, ma per ragioni di mera opportunità.

Prima di analizzare gli elementi che rendono imputabili i quattro, bisogna precisare che la loro responsabilità è posta all’attenzione dei giudici in relazione ai ruoli di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (Ratzinger e Levada) e di Segretario di Stato (Sodano e Bertone), e dunque non è corretto dire che si voglia processare il Papa: la condotta di Ratzinger è in questione solo in relazione alla carica rivestita fino all’elezione al Soglio Pontificio (1981-2005). In discussione, infatti, è l’impunità che i titolari della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Segreteria di Stato hanno garantito a numerosissimi esponenti del clero cattolico che si erano resi responsabili di abusi sessuali a danno di minori loro affidati, dall’anno in cui ai vescovi fu imposto l’obbligo dell’assoluto silenzio su questi delitti (Instructio de modo procedendi in causis de crimine sollicitationis, 1962).
In tal senso, c’è un’unica ragione perché l’accusa non sia rivolta pure ad Alfredo Ottaviani e a Franjo Šeper (Prefetti della Congregazione per la Dottrina della Fede rispettivamente dal 1959 al 1968 e dal 1968 al 1981), né ai predecessori di Sodano alla Segreteria di Stato, e cioè ad Amleto Giovanni Cicognani (1961-1969), Jean-Marie Villot (1969-1979) e ad Agostino Casaroli (1979-1990): sono morti. C’è però da precisare, in sede storica, che le responsabilità coprono un arco di tempo assai maggiore, perché la Instructio del 1962 era solo una riedizione di analogo decreto licenziato nel 1929, sul quale però non è possibile dir nulla, giacché non è mai stato reso pubblico. Della stessa Instructio del 1962, peraltro, si è saputo solo quarant’anni dopo e lì se n’è compresa la ragione, perché s’è visto che recava in frontespizio la seguente raccomandazione: “Servanda diligentiter in archivio secreto curiae pro norma interna non pubblicanda nec ullius commentariis agenda”.
 Con la scoperta della Instructio del 1962 si è capito come i preti pedofili potessero godere della massima libertà d’azione, grazie alla copertura dei loro crimini assicurata da norme severissime: “Nel trattare queste cause la cosa che deve essere maggiormente curata e rispettata è che esse devono avere corso segretissimo e che siano sotto il vincolo del silenzio perpetuo una volta che si siano chiuse e mandate in esecuzione; inviolabilmente, tutti e ciascuno, a qualsiasi titolo si appartenga al tribunale o se a conoscenza dei fatti per incarichi relativi a queste cause, sono tenuti ad osservare quello strettissimo segreto che è comunemente definito segreto del Santo Uffizio, sotto pena di incorrere nella scomunica latae sententiae, immediatamente e senza altra dichiarazione”.
Appena la notizia di un abuso sessuale commesso da un prete ai danni di un minore arrivava al responsabile della diocesi, una coltre di omertà veniva stesa sui fatti perché non fosse in alcun modo intercettata dalla giustizia civile: si poteva contravvenire, certo, ma si usciva dalla grazia di Dio.

Almeno a quanto è dato sapere dopo aver ricostruito la carriera di molti preti pedofili, la giustizia ecclesiastica era mitissima, limitando per lo più la condanna al trasferimento dei colpevoli in un’altra diocesi. In pratica, li si autorizzava a reiterare i loro crimini, protetti da una rete che assicurava loro, insieme all’impunità, un facile approvvigionamento di nuove vittime.
Si è sempre reputato saggio affidare la cura di casi tanto delicati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, tradizionalmente assai meglio armata nell’opera di controllo delle coscienze. La motivazione è sempre stata di quelle che svelano la natura più profonda della Chiesa: nell’abusare sessualmente di un minore, il prete pecca innanzitutto contro un sacramento, quello dell’ordinazione, e nel rivelare pubblicamente i crimini commessi da un suo pari, com’è nel caso in cui si rivolga alla giustizia civile per segnalarli, pecca contro un altro sacramento, quello della confessione. La vittima? Sì, nessuno nega sia in questione, poverina, ma la priorità sta nella difesa dei sacramenti. All’ex Sant’Uffizio, dunque, la cura delle norme che ne assicurino la tutela, e alla Segreteria di Stato, per il tramite delle Conferenze episcopali locali, la sorveglianza sui casi critici che possano farla venir meno. Un meccanismo efficace, lungamente collaudato, destinato a funzionare per chissà quanto tempo, soprattutto perché ignoto alle vittime e ai loro genitori, quasi sempre fervidi credenti, prima e, nonostante tutto, perché no, anche dopo l’abuso. La consegna del silenzio dietro minaccia di scomunica, l’allontanamento del pedofilo in una diocesi lontana, due caritatevoli carezze al piccino, un pugno di soldi ai familiari, e i sacramenti sono al sicuro. Tutto può durare in eterno, basta saper tenere segreto il meccanismo.
E infatti tutto fila liscio fino a quando la De crimine sollicitationis del 1962 rimane chiusa a chiave nel cassetto del vescovo e nessuno ne sa niente. Poi, la rete comincia a sfilacciarsi. Le vittime degli abusi sessuali cominciano a parlare e una lettera inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi di tutta la Chiesa Cattolica e agli altri ordinari e membri della gerarchia ecclesiastica, che reca la firma del cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto, e che è del maggio 2001, rivela l’esistenza dell’Instructio del 1962, che ritocca in qualche punto, ribadendo: “Ogniqualvolta  un ordinario o un membro della gerarchia ecclesiastica abbia una notizia almeno verosimile riguardo a un delitto riservato, dopo avere in precedenza compiuto una investigazione, segnali questa notizia  alla Congregazione per la Dottrina della Fede che, qualora non avochi a sé la causa per circostanze concomitanti particolari, ordina che l’ordinario o il membro o della gerarchia ecclesiastica vada avanti attraverso il proprio tribunale trasmettendo le opportune norme”, le solite. La più significativa: “Casi del genere sono soggetti al segreto pontificio”.
 È per questo riaffermare il principio che un prete cattolico debba essere sottratto alla giustizia civile che tra il 2004 e il 2005 la Corte Distrettuale del Texas dà avvio alla procedura di incriminazione del cardinal Ratzinger per obstruction of justice. L’elezione al Soglio Pontificio e l’acquisizione della carica di capo di stato estero gli procurano la suggestion of immunity e l’indagato non dovrà mai più rispondere del capo di imputazione che stava per essere formulato a suo carico: l’aver dato direttive generali al fine di coprire i responsabili di centinaia di abusi sessuali e, in particolare, di non aver dato seguito alle reiterate segnalazioni che gli giungevano da vescovi statutinensi (ma poi si è visto che era accaduto anche per casi analoghi in Germania), se non per ribadire, infastidito, la consegna al silenzio. 

[segue] 

martedì 13 settembre 2011

La schifezza


La piena unanimità di giudizio è cosa più unica che rara in campo artistico, ma sulla statua di Giovanni Paolo II alla Stazione Termini di Roma, pur nella varietà di accenti, si è raggiunta: anche se c’è chi ha eufemisticamente zufolato che peccasse di una “scarsa riconoscibilità” (Sandro Barbagallo, per L’Osservatore Romano), chi ha ellitticamente rilevato che “il bozzetto era molto diverso” (il cardinal Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura), e perfino chi all’ellissi ha preferito la spirale, limitandosi a dire che “le Autorità Vaticane e il Ministero dei Beni Culturali hanno seguito questa cosa passo passo e c’era un consenso obiettivo” (Gianni Alemanno, sindaco di Roma), tutti hanno espresso, più o meno esplicitamente, lo stesso parere: una schifezza.
Ora, a quattro mesi dall’inaugurazione, apprendiamo da Avvenire che proprio quanti sono a vario titolo responsabili della schifezza fanno fatica a prenderne atto:



Nessuno si aspettava che Oliviero Rainaldi si impiccasse per la vergogna, ma chi si aspettava che si offrisse per il rifacimento di un’opera già firmata ed esposta? Nessuno si aspettava che il Comune decidesse di rimuovere la statua sostituendola con un’altra, ma chi si aspettava che avesse tanta faccia tosta di annunciarne il rifacimento come “completamento? Nessuno si aspettava che le gerarchie ecclesiastiche facessero pubblica richiesta di una riparazione a quello sfregio, ma chi si aspettava che dopo averne avuto garanzia facessero sfoggio di sufficienza dichiarando che la schifezza è addirittura meta di pellegrinaggi? Manca solo il tocco finale. Una targa recante la parafrasi: “Se mi sbagliate, mi rifacerete”