martedì 20 aprile 2010

Il Post



Sfrondo il superfluo dall’editoriale (Una specie di editoriale) che apre il primo numero del Post: “Oggi va online il Post, […] per metà aggregatore […], per metà editore di blog. […] Pubblica notizie, storie, informazioni raccogliendole in rete e nei media, e linkando e segnalando le fonti. […] Il Post è Wittgenstein, ma di più. Più storie, più link, più idee, più blog”.

Con rispetto parlando, un contenitore. Però di testi anonimi, perché i post non sono firmati, ignoti i componenti della redazione e i rispettivi ruoli, solo i blog linkati rimandano ai loro titolari: sarà impossibile complimentarsi con altri che con Luca Sofri, nel caso. Una scelta per assicurare una coerenza editoriale e (in senso lato o in senso stretto, vedremo) politica. Non come Tocqueville, insomma. Nemmeno come The Huffington Post, a pensarci bene. Antecedenti nobili: Dagospia per il web (che è D’Agostino, ma di più) e Il Foglio per il cartaceo (che è Ferrara, ma di più).

La forma del contenitore consente di azzardare ipotesi sulla sostanza dei contenuti? C’è chi dice di sì e c’è chi dice di no, non resta che vedere come butterà. Al momento: “Cerchiamo di fare una cosa piccola ma ambiziosa, e di vedere cosa diventa”.
Giuro di aver sentito una frase pressoché simile da Lapo Elkann nel presentare la sua factory, Indipendent Ideas, che non sono mai riuscito a capire bene cosa produca.

Quasi dimenticavo, auguri.

lunedì 19 aprile 2010

Tutte le parole diventano sciocchezze



1. Ho scritto già due post sul Comitato nazionale di Radicali italiani tenutosi lo scorso fine settimana, e probabilmente un terzo è troppo. Il fatto è che mai come in questa occasione, dopo una sconfitta che per essi è stata assai più che elettorale, i radicali si sono messi in discussione in quanto radicali. 
È accaduto che, nel cercare le cause di un così duro responso delle urne, cinque o sei radicali sui sessantaquattro che hanno preso la parola (forse sette) sono arrivati a mettere in discussione, o comunque ad andare assai vicino a mettere in discussione, non già la tattica in questa o in quella scelta giudicata infelice, ma la stessa strategia, addirittura la teoria della prassi radicale e, insomma, hanno sfiorato in più punti un nervo ormai scoperto: la natura stessa della cosa radicale, nel suo carattere settario e oltranzista, nella sua struttura (ormai dichiaratamente) di tipo monastico, nella cifra carismatica della sua guida, nell’impenetrabilità della situazione proprietaria e – paradossalmente – nel suo deficit di laicità, di democrazia, di trasparenza.
Ne ha fatto le spese Giulia Innocenzi, che è stata troppo poco implicita nel criticare la linea tenuta in Commissione vigilanza Rai (proposta di regolamento a firma di Marco Beltrandi, approvato coi voti del Pdl, e che ha di fatto portato al blocco delle trasmissioni di approfondimento politico), offrendosi ad una esemplare reazione di tipo inquisitorio, ma non per cattiveria: giusto per richiamare all’obbedienza gli altri estemporanei eretici.
Accusata di essere una creatura partorita dai media del regime, in quota ai “buoni a nulla” (per giunta della bottega di Santoro, che da sempre sta un po’ sul cazzo a Pannella), e inoculata nel corpo mistico radicale per corromperlo alla basse logiche di opportunismo partitocratico.
Minaccia sventata, a detta di Pannella, perché il suo “intervento era piuttosto scontato”, ha suggestionato due o tre fessi che l’hanno riverberato, ma “non vale la pena di dargli troppo valore”.
Sistemata la Innocenzi come agente provocatore del regime infiltratosi nella purezza della riflessione post-elettorale radicale (per fortuna con poco danno, perché Pannella se ne è accorto subito e lo ha neutralizzato), gli altri quasi-dissidenti sono sistemati con lei.
Anche perché essendo stati molto più impliciti, hanno solo sfiorato il nervo scoperto, e si può far finta che non abbiano detto niente di importante.


2. È andata persa un’occasione unica per i radicali, forse l’ultima, e i radicali si giocavano tutto, con in mano le solite carte, risultate anche stavolta deboli. Colpa del mondo che sta fuori da quello stanzone di via di Torre Argentina, ok, ma maledettamente deboli.
Alcuni lo sentono, riescono perfino ad articolare una critica a quelle carte, ma i loro interventi vengono abilmente liquidati come riverberi della provocazione della Innocenzi. Se al suo intervento “non vale la pena di dar troppo valore”, figuriamoci agli altri.
Raffaele Ferraro parla di “uno scandalo di firme false” nel quale sarebbe implicato un dirigente radicale veneto. L’avesse fatto Zaia, subito sciopero della fame: qui, sciocchezze.
Simone Sapienza dice: “Siamo un partito che per sopravvivere è dovuto venire a patti che hanno minato la sua essenza, siamo un partito che campa di finanziamento pubblico, siamo un partito che senza l’aiuto del Pd non sarebbe riuscito a raccogliere le firme in molte delle poche regioni nelle quali siamo riusciti a presentare le nostre liste… Questo è un partito che da anni non riesce più a raccogliere firme, questo è un partito che compone le sue liste senza che nessuno sappia con quale metodo, è un partito che ha un bilancio patrimoniale che è dato conoscere né discutere… Questo è un partito che nella sua forma interna non riesce più a descrivere la tesi che dice di voler portare all’esterno: è così quando si accetta che tutti i dirigenti siano economicamente dipendenti dal partito, quando si sfrutta il precariato come fanno tutti…”. Sciocchezze.
Silvio Viale si lamenta di scelte che da Roma piovono in periferia e di cui poi nessuno si assume la responsabilità: un “partito romano” che sacrifica le energie periferiche e che lo ha costretto a ritirare la sua candidatura per fare un piacere al Pd, che aveva posto il veto sul suo nome… Quando fu posto su quello di Luca Coscioni, altra storia… E il metodo? Sciocchezze.
Maurizio Turco sente un deficit di cultura liberale, ma “noi – dice – non abbiamo altra possibilità se non quella di interloquire con il Pd. Ma interloquire per fare cosa? Per fare quello che ci veniva spiegato da altri compagni che poi se ne sono andati: per inocularvi il metodo liberale. Sennò che andiamo a fare nel Pd?”. Sciocchezze.
Diego Galli segnala dei grossi limiti nella comunicazione radicale. Non dice che è ferma agli anni ’70, in ossessiva e compulsiva aderenza alle stagioni delle grandi vittorie radicali, ma ormai logora e controproducente, ma lo fa capire, molto molto molto implicitamente lo fa capire. Sciocchezze.
Annalisa Chirico è un po’ più esplicita: “Possiamo anche consolarci della sconfitta dicendo che è dovuta all’asse Berlusconi-Bagnasco, peccato che in campagna elettorale abbiamo detto che il voto cattolico non ne fosse influenzato, che i cattolici erano quelli che ci avevano aiutato ai referendum sul divorzio e sull’aborto, che vanno differenziati dai clericali… Abbiamo perso perché non siamo stati abbastanza in tv? Ma Beppe Grillo quanto c’è stato?... O chiudiamo la baracca o la ricostruiamo dalla base… Noi invece continuiamo a guardare indietro, siamo un partito uguale a se stesso…”. Sciocchezze, evidentemente.
Ci sarebbe pure Lorenzo Lipparini, ma lui non conta: già bollato da Pannella come soggetto “antropologicamente democristiano”, e va’ a capire che significa. A orecchio, però, non suona bene: si ignori il signorino, non esiste.


3. Forse sono davvero tutte sciocchezze, ha ragione Pannella, perché questo Comitato nazionale di Radicali italiani ha sfornato una mozione generale approvata all’unanimità (con due astenuti), una mozione che te la raccomando, impermeabile ad ogni sciocchezza.
Dal parlare al non votare contro, dal parlare al votare come se non si fosse parlato, dal parlare al non dimettersi, giusto per dar un po’ di forza a ciò che si è detto – da quello a questo – tutte le parole diventano sciocchezze.


“Piaga orrenda che affligge l’umana società”


[Nel Regno di Sardegna] coloro che hanno diritto di voto [sono] 90.839 persone su una popolazione di 4.325.666 individui. E gli altri 4.271.171? Sono massa e di conseguenza non contano: è il pensiero di Cavour”
Angela Pellicciari,
Risorgimento da riscrivere,
Ares 2007


Niente suffragio universale, orrore! Idem per il plebiscito del 2 ottobre 1870 che decise l’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia. Nella città di Roma: 40.785 sì, 46 no. Nell’intera regione: 133.681 sì, 1.507 no. Sì, ma niente suffragio universale, neanche qui.
Orrore, ci siamo pigliati le terre del Papa senza chiedere il permesso alla gran massa dei suoi sudditi! Che merda, quel Cavour! Fece votare solo gli abbienti e gli alfabetizzati, tutti massoni e liberali. Così la Pellicciari. Come un’oca che starnazza in Campidoglio, 140 anni dopo l’invasione dei barbari.

Sul perché il Cavour non abbia dato il voto a tutti i sudditi di Pio IX, modestamente, io avrei opinione diversa. Lo fece per non offenderlo, perché del suffragio universale Sua Santità dava le seguenti definizioni : “piaga orrenda che affligge l’umana società”, “piaga distruggitrice dell’ordine sociale”. E questo ancora nel 1874, quattro anni dopo aver perso lo Stato Pontificio.
Mi pare che questo tolga ogni valore all’argomento della Pellicciari: neanche Pio IX avrebbe consentito che la massa si esprimesse. E almeno in questo fu accontentato.

Crocodylus melitensis


No al divorzio


“Qui a Malta vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro Paese promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no al divorzio” (Benedetto XVI, 18.4.2010).


Una dirigenza irresponsabile delle sue sconfitte


Il Comitato nazionale di Radicali italiani si è chiuso, ieri, con l’approvazione (due sole astensioni, nessun contrario) di una mozione generale che “prende atto della sconfitta della Lista Bonino-Pannella per aver fallito l’obiettivo della presentazione delle candidature in tutte le 13 regioni chiamate alle urne”. Capito quale era l’obiettivo? Era la presentazione delle candidature in tutte le 13 regioni: vincere sarebbe stato un di più.
Possiamo dirlo: i radicali avevano fallito l’obiettivo già prima del cattivo esito dello scrutinio, addirittura già prima dell’apertura dei seggi, fin dal momento in cui si è aperta ufficialmente la campagna elettorale.
Tutta colpa del mondo là fuori, inteso come universo regime, ma ad essere onesti non solo: si riconoscono “le responsabilità dell’intero movimento radicale […] per non aver affrontato le elezioni regionali con la stessa radicalità di obiettivi delle europee, a partire dal progetto di riforma americana dell’Europa, dello Stato italiano…” – ma si trattava di elezioni regionali, cazzo! – “… e delle regioni”. Ah, ecco, pardon!
Tutta colpa del mondo là fuori, ma con qualche responsabilità dell’“intero movimento radicale”. Pannella le ha quantizzate rispettivamente nel 70% e nel 30%, e l’universo regime dev’essersi sentito un po’ sollevato.
La dirigenza? La dirigenza non ha alcuna diretta responsabilità nella sconfitta, anche perché ha un alibi di ferro: manco va al cesso senza aver chiesto il permesso a Pannella. Il quale ha sempre ragione, e perciò è sommamente irresponsabile. E dunque né lui né la dirigenza possono avere responsabilità della sconfitta, se non nella misura d’essere parte dell’“intero movimento radicale”: un migliaio di iscritti che in congresso eleggono un Comitato nazionale che arriva all’approvazione di una mozione del genere. E dunque, sì, mi pare una mozione onesta: è l’“intero movimento radicale” a doversi pigliare le responsabilità del caso.

Meno male che quest’anno non ho rinnovato l’iscrizione a Radicali italiani, sennò adesso avrei la mia porzione di responsabilità nella sconfitta della Lista Bonino-Pannella, e so già che il peso mi schianterebbe.
È che due o tre cose dette negli ultimi mesi da Pannella – ma forse pure quattro o cinque – mi hanno irritato tanto da non riuscire a trovare risposta migliore nel non rinnovare la tessera, anche se già dal 2007 non intendevo l’iscrizione come appartenenza, ma solo come un piccolo sostegno economico.
È che si è radicali in virtù dell’iscrizione ad un soggetto della cosiddetta “galassia radicale”, che negli ultimi mesi Pannella ha sempre più insistito a definire “comunità monastica”, dunque clericale.
È quello che dicevo io, tre anni fa, e allora fu preso per insulto. Adesso mi sentirei insultato io ad essere considerato parte di quell’“intero movimento radicale” che non sa esprimere una dirigenza responsabile delle sue sconfitte.

domenica 18 aprile 2010

L’azione della grazia eucaristica


L’ultima timida voce in favore dell’eucaristia ai divorziati s’era udita, fra le alte gerarchie vaticane, nel corso dei lavori preparatori del Sinodo dei Vescovi del 2005, ma il relatore generale, il cardinale Angelo Scola, fece subito capire, fin dalla sua relazione introduttiva, che su quel punto c’era poco da discutere. Segnalando con preoccupazione e una puntina di sdegno “la diffusa tendenza alla comunione eucaristica dei divorziati risposati, al di là di quanto indicato dall’insegnamento della Chiesa”, rimandò a un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994, ultimo di una lunga serie di testi ufficiali licenziati dalla Santa Sede che l’avevano bollata come “inammissibile”. A questa inflessibilità – spiegava l’allora cardinale Joseph Ratzinger, autore del testo – la Chiesa era obbligata per “fedeltà assoluta alla volontà di Cristo”.

Nel commentare il fatto che “il divorziato Berlusconi fa la comunione al funerale di Vianello”, io chiuderei un occhio sul prete. Parlo da laico, per giunta non credente, e so bene che contravvenire alle norme che regolano un sacramento è cosa grave, e tuttavia mi auguro che anche la Santa Sede sappia essere indulgente, almeno per mostrarsi equanime, giacché nessun provvedimento raggiunse il prete che somministrò l’eucaristia a Berlusconi al funerale di Craxi.
Idem sulla confessione. Dovrebbe sempre precedere l’eucaristia, a Segrate, a Tunisi, ovunque, ma eviterei di imbarazzare il prete che oggi ha somministrato l’eucaristia a Berlusconi, per non imbarazzare pure quello che gliel’ha somministrata la scorsa volta: imbarazzare più di un prete alla volta configura gli estremi di attacco alla Chiesa in toto, evitiamo.
Parliamo del divorziato che non si rassegna a “quanto indicato dall’insegnamento della Chiesa”.

In questo caso, si tratta di un divorziato che non tollera alcun genere di limite o freno alle sue voglie, e che ha dato larga prova di riuscire sempre ad ottenere ciò che vuole, in un modo o in un altro: quando qualcuno gli fa presente che la norma lo considera “inammissibile”, se può, cambia la norma, sennò la aggira, come può.
Qui è in questione una cosa cui tiene tanto, e si può capire: la comunione ti fa personcina che ha confessato i propri peccati ed è stata assolta. Nel mostrarti mentre prendi l’eucaristia compri una coscienza da poter esibire a quanti ne hanno una decente almeno quanto la tua. Si può capire che “quanto indicato dall’insegnamento della Chiesa” conti solo fino a un certo punto.

Solo fino a un certo punto, ma non nulla del tutto. A monsignor Sebastiano Sanguinetti, nel giugno del 2008, chiedeva: “Eccellenza, perché non cambiate le regole per noi divorziati e ci permettete di fare la comunione?”. Due giorni dopo gli rispondeva Benedetto XVI in persona: “Il peccato grave si oppone all’azione della grazia eucaristica”. Più spietato di una Corte Costituzionale, ma Berlusconi mica aveva chiesto l’azione della grazia eucaristica, aveva chiesto solo di potersi mostrare come personcina dalla coscienza conformisticamente decente. Spietato e insensibile, il vecchio.
Ma come pretendere che uno come Berlusconi rinunci ad esibire una coscienza decente almeno quanto quella dei telespettatori? Si trattava di una diretta su Rai e Mediaset, cribbio. Chiudo un occhio pure su di lui, come sul prete. Non vorrei ad essere solo io, laico, per giunta non credente, a sostenere che l’azione della grazia eucaristica non è la grandissima cazzata che è.   

[...]

"Raschierebbero a mani nude uteri di sciampiste gravide come brina dal freezer"

Una gran bella prosa.

Da nicchia a loculo


È ancora in corso il Comitato nazionale di Radicali italiani e, ascoltando in differita gli interventi che scorrono, la solita nicchia mi pare diventata loculo, mi sento perfino un po’ maniaco a stare ad ascoltare, a scriverne. Poco lucidità, in via di Torre Argentina: il lutto è ancora poco elaborato, siamo ancora lontani dal finire col dare la colpa al mondo, e al momento è un gran bel chiedersi “dove abbiamo sbagliato?”.
Un lampo: “Nemmeno una volta è stata pronunciata la parola «liberale» in questo Comitato. […] Noi non abbiamo altra possibilità se non quella di interloquire con il Pd. Ma interloquire per fare cosa? Per fare quello che ci veniva spiegato da altri compagni che poi se ne sono andati: per inocularvi il metodo liberale. Sennò che andiamo a fare nel Pd?” (Maurizio Turco).
Un altro lampo: “Sconfiggere il muro dell’informazione è difficile parlando dell’informazione stessa” (Giulia Innocenzi).
E poi il buio.

Un bel mucchio di roba molto ruminata


Parlare a braccio è pericoloso, soprattutto quando si è sotto pressione, ma Benedetto XVI non vi è sottratto: “Non ho trovato il tempo di preparare una vera omelia” – giovedì 15 aprile, messa coi membri della Pontificia Commissione Biblica – ed è passato al commento di At 5, 29 (“Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”).
Molto controllato, nessun lapsus. Parole ruminate chissà quante volte in 83 anni. Un bel mucchio di roba molto ruminata.
A metterci le mani dentro, no, non ce la faccio, oggi mi sento piacevolmente fiacco, ma una svolazzatina, giusto per annusare…

“…la suprema istituzione religiosa, alla quale normalmente si dovrebbe obbedire…”.
Normalmente?

“… è proprio l’obbedienza che dà libertà…”.
Proprio?

[*]




LA SANTA SEDE PENSA DI POTER PRENDERE PER IL CULO IL MONDO

Da oggi, solo da oggi, è possibile leggere le linee guida (1) che la Congregazione per la Dottrina della Fede avrebbe dettato fin dal 2001 – ma c’è di dice che siano del 2003 – circa le procedure da adottare quando vengono denunciati abusi sessuali su minori.

Considerazioni preliminari:
● Sono pubblicate solo in inglese [**] sul sito della Santa Sede, segno evidente che non s’è mai sentita la necessità di tradurle in italiano o in altre lingue. In questa occasione almeno, se prima non se n’era sentito bisogno, per una traduzione multilingue di un testo così breve non sarebbero bastate le 48 ore tra l’annuncio della pubblicazione e la pubblicazione? Non c’è scorregina di Sua Santità su questo o quel sant’uomo del IV secolo o del XII che non sia tempestivamente tradotta in 12 lingue, sarebbe stato troppo sforzo farlo in questa occasione? Non c’è contraddizione nello strombazzarla come fatto notevole e lasciarla alla libera traduzione di tanti potenziali nemici della Chiesa?
● Nel cappello introduttivo c’è il richiamo a un motu proprio del 30.4.2001 (Sacramentorum sanctitatis tutela), reperibile solo in latino (2), e che a sua volta fa un richiamo a quanto stabilito nella Regimini eccleasiae universae (3), una costituzione apostolica del 15.8.1967, perfettamente in linea con la Crimen sollicitationis del 1922 (riveduta nel 1962). Parrebbe – così lascia intendere il preambolo – che queste linee guida siano da applicarsi a due fatti “nuovi”: il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 e la De delictis gravioribus del 2001.
● Diciamo, dunque, che queste linee guida non sono una novità, ma cercano l’effetto di novità che si vuol dare a direttive che non erano formalmente occulte, ma quasi. Ne fa prova il fatto che fino a pochi giorni fa nessuno aveva mai sentito parlare di tali linee guida, e nessuno vi ha mai fatto cenno, nemmeno fra quanti hanno fin qui difeso a spada tratta la buona fede della Santa Sede e della sua Congregazione per la Dottrina della Fede nel trattare i casi di abusi sessuali su minori da parte del suo clero, e fra questi nemmeno chi meglio tratta l’inglisc e il latinorum.

Di conseguenza, nel leggere questa Guide to Understanding Basic CDF Procedures concerning Sexual Abuse Allegations, dobbiamo tener conto di tre importanti elementi:
● Essa dava (e dà) indicazioni nuove rispetto al passato, ma ad un passato che è da intendersi alla data del 21.5.2001 (De delictis gravioribus) o, meglio, alla data in cui sono dettate le linee guida. E qui – sorpresa! – la Guida non reca data. Perciò resta un dubbio e non è di poco peso: da quando sono da considerare effettivamente in vigore? Secondariamente: su cosa contava chi le vergava per credere che fossero efficacemente recepite da chi – anche tra i vescovi – non avesse troppa dimestichezza con la lingua inglese?
● Si vuol dare l’impressione di una novità che non è affatto “nuova”, con un documento che non riporta data, e di cui solo ora si sa l’esistenza. Queste linee guida non sono affatto – come qualcuno cerca di far credere, eventualmente credendoci – un passo fatto dalla Santa Sede per mettere riparo all’emergenza odierna, ma a quella che afflisse il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, quando negli Usa si cominciavano ad accumulare gli elementi che l’avrebbero chiamato a rispondere di correità.
● Ecco perché la Guida fu scritta in inglese e in inglese restò: era espressamente scritta per un magistrato americano nel tentativo di minimizzare le responsabilità della Congregazione per la Dottrina della Fede, scaricandole sui vescovi diocesani, e di salvare il culo al suo prefetto, che fin lì aveva scansato le segnalazioni che gli arrivavano da Oltreoceano col silenzio e con l’invito al silenzio.

Ma che c’è di “nuovo” in queste linee guida?
● La diocesi locale è tenuta ad indagare su ogni accusa di abuso sessuale su un minore da parte di un religioso. Se l’accusa pare fondata al responsabile della diocesi (che giudica insindacabilmente e, fin qui, senza aver l’obbligo di segnalare ciò che sa all’autorità civile, con ciò impedendo che quanto nelle accuse sia provato vero o accertato come calunnia), il caso è rinviato alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La quale – è provato – a volte ha impiegato 5 anni per rispondere, quando ha risposto. Se d’intanto il religioso pedofilo continua a delinquere? Niente paura, il vescovo può predisporre misure cautelative atte a salvaguardare la comunità, “comprese le vittime”. C’è scritto proprio così: “including the victims”, mica per salvaguardare innanzitutto loro.
● Alla segnalazione di un vescovo che segnala un religioso pedofilo attivo nella sua diocesi, la Congregazione si riserva varie opzioni: (1) può autorizzare il vescovo a procedere ad un processo davanti a un tribunale ecclesiastico, che – rammentiamo – continua ad essere vincolato dal “segreto pontificio” sulla materia e gli attori del processo anche dalla De delictis gravioribus, com’era con la Crimen sollicitationis; (2) può istituire una commissione giudicante distaccata con funzione di tribunale ecclesiastico zonale; (3) può direttamente interessarsi del processo; (4) può sottoporre il caso direttamente al papa. Tranne che nel caso (4), il condannato può appellarsi presso la Congregazione chiedendo un nuovo giudizio, ma sia in primo che in secondo grado può essere punito con una sanzione che può arrivare anche alla riduzione allo stato laicale. A fronte di tanti casi oggi venuti a galla, questo non è mai accaduto, nemmeno nel caso più imbarazzante di tutti per la Santa Sede, e cioè quello di padre Marcial Maciel Degollado, e nemmeno per padre Lawrence Murphy, il religioso colpevole di abusi su oltre 200 bambini sordomuti: tutti morti da preti, i preti pedofili, tranne in due o tre casi, spretati dopo che i loro reati erano abbondantemente prescritti presso la giustizia civile.

Altro? Quasi nient’altro, ma resta una simpatica sorpresa nell’ultimo paragrafetto che resta. Conviene riportarlo nella versione originale: “For some time the CDF has undertaken a revision of some of the articles of motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, in order to update the said motu proprio of 2001 in the light of special faculties granted to the CDF by Popes John Paul II and Benedict XVI”. Non è evidente che il documento abbia avuto qualche ritocco nell’essere finalmente portato a conoscenza dopo la sua prima stesura (nel 2001 o nel 2003 che sia)? Non è dato sapere, ma certo in data successiva all’elezione del prefetto della CDF a “pope”. Cioè quando la sua elezione gli conferiva l’immunità dovuta al capo di uno staqto estero, anche se indagato per “obstruction to justice”. E parliamo della giustizia degli uomini, perché quella di Dio continuava a consentire ai suoi preti di stuprare bambini.
In definitiva, possiamo dire che con la pubblicazione di queste linee guida la Santa Sede pensa di poter prendere per il culo il mondo. O almeno conta sugli uomini di buona volontà disposti a farsi prendere per il culo. Siamo certi che ne troverà.



[*] Pare che il pezzullo sia stato molto letto (grazie ad A. per la segnalazione).

sabato 17 aprile 2010

Pare sia scoppiata la pace


Sono molto contento di non aver scritto neanche un rigo su quella che molti romantici hanno sentito come imminente scissione dei finiani dal Pdl: solo fumo pensavo fosse, solo fumo pare sia stato.
La convinzione che nessuno dei due – né Fini, né Berlusconi – potessero permettersi la scissione l’ho avuta quando ho letto su Dagospia, la scorsa settimana, dell’incontro che v’era stato tra Fini e Ferrara, su invito del primo. Il canale scelto da Fini per mandare il penultimatum a Berlusconi (via Ferrara, via Verdini) rivelava il senso che intendeva dargli: la “resa dei conti” – l’ultimatum – doveva dare la misura che neanche Berlusconi potesse permettersi una scissione (caduta del governo, ogni sorte a rischio), non solo Fini (morte politica, al meno). E chi meglio di Ferrara, il moderno arcitaliano, per mandare il segnale che non voleva tirare la corda fino a romperla, ma che a romperla non si sarebbe fatto male solo lui?
Affidare quel segnale a un La Russa l’avrebbe fatto sembrare un bluff, affidarlo a Ferrara è stato un mostrare le carte dichiarando che avrebbe “visto” qualsiasi bluff di Berlusconi, anche la minaccia di far cadere il governo.

Qualsiasi cosa Fini abbia detto a Ferrara aveva questo senso: una scissione non conviene a nessuno dei due, trattiamo.
Certo, per vedere che le carte di Berlusconi dessero ragione a Fini doveva consumarsi prima il fumo, e s’è consumato: pare sia scoppiata la pace.
Fini avrà qualcosa, per poter continuare a coltivare l’ancora gracile idea di una destra non indecentemente illiberale. Berlusconi avrà la stabilità di governo che gli consente di stabilizzare la sua posizione di strapotere.



Appendice
Pezzi d’artiglieria bruciati nella partita: i “finioti” di Italia Futura – come li chiama Quagliariello (Ottoemezzo, 15.4.2010) – e il povero Feltri.

venerdì 16 aprile 2010

Compleanno e anniversario


Lunedì saranno cinque anni che è papa, ma parlare di lustro suonerebbe ironico. Se è di quelli che ad ogni compleanno tirano un pur rapido consuntivo, poi, già da oggi Benedetto XVI dovrebbe sentirsi di merda. Ma in questi casi la fede aiuta a sentirsi concime.


"L'avvocato aveva chiesto l'assoluzione, asserendo che le dichiarazioni incriminate erano in risposta a una domanda a sorpresa"


Povero avvocato, difendere un chierico è diventato un mestiere difficilissimo e ingrato.

(via Astime)

Il buoncostume della trasparenza


La regola della trasparenza è buoncostume radicale, almeno così è sempre stato fino a gennaio. Facevo notare, a febbraio, che l’audiovideo della Direzione nazionale di Radicali italiani tenutasi ai primi di gennaio non fosse ancora a disposizione su radioradicale.it insieme a tutte quelle precedenti, e oggi, nella apposita sezione d’archivio, a quella del 5 dicembre segue quella del 10 aprile: quella tenutasi a gennaio è da ritenersi secretata.
Non che siano sempre interessanti, quelle Direzioni, ma quella tenutasi in gennaio non poteva non esserlo, perché è da quella riunione che uscì la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio. Documento di un certo valore storico, potremmo dire.

Quando feci notare l’eccezione alla regola, aggiunsi che avremmo avuto a disposizione l’audiovideo di quella riunione solo all’indomani del voto, e nel caso Emma Bonino avesse vinto; e avanzai l’ipotesi che dovesse essere stata una Direzione assai burrascosa, e che alla decisione della candidatura di Emma Bonino si fosse arrivati contro il parere di Marco Pannella, incline a disertare le elezioni regionali per evitare brutte figure.
Nessuno poteva sapere che il Pd avrebbe dato appoggio a quella candidatura, nemmeno Emma Bonino, e il primo a rimanerne sorpreso deve essere stato proprio Marco Pannella, che ha potuto dimostrare di aver ragione solo dopo il cattivo esito della prova elettorale, ma che deve aver sofferto molto fino a quando non ha potuto dimostrarlo.

Rendere pubblici i contenuti di quella Direzione prima del voto sarebbe stato indelicato verso gli alleati e verso quanti fra i radicali speravano in buon esito del voto. Adesso lo sarebbe verso Emma Bonino. È che, quando può vantare di aver avuto ragione contro i suoi, Marco Pannella preferisce farlo in modo discreto, almeno fino a quando non è necessario farlo in modo esplicito.
Non avrei dovuto aggiungere “in caso di vittoria”, e mi pento di averlo fatto. Avrei dovuto scrivere che l’appoggio del Pd alla candidatura di Emma Bonino destinava l’audiovideo di quella Direzione alla secretazione perpetua. Ma questo avrebbe significato avere già in febbraio la certezza che ho solo adesso: non c’è alcun futuro per i radicali in quanto radicali, ivi compreso il buoncostume della trasparenza. La partitocrazia li ha eliminati.

Giornalettismo, 15.4.2010

È così che si perdono le cause.

giovedì 15 aprile 2010

Innocente perché


Giacinto Facchetti avrebbe commesso illeciti in tutto uguali a quelli che sono stati addebitati a Luciano Moggi, che perciò sarebbe innocente. Questo riesco a capire di Calciopoli, leggendo i blog juventini.

"Non so come questo doloroso malinteso abbia potuto verificarsi"

Sodano SpA. Presegnalato qui.

Roma, maggio 1997



Nel mio archivio di immagini raccolte nel web c’è quella qui sopra, che oggi mi dà modo di fantasticare insieme a voi.

È la primavera del 1997, siamo in Piazza San Pietro: sorridono in posa, il cardinale Joseph Ratzinger e un ragazzino con una t-shirt sulla quale c’è scritto Milwaukee. È una t-shirt di quelle che indossano i pellegrini in visita a Roma, con l’indicazione della diocesi di provenienza.
Da Milwaukee, nei mesi precedenti, erano arrivate ben due lettere a Sua Eminenza, nelle quali il vescovo di quella diocesi, monsignor Rembert Weakland, chiedeva alla Congregazione per la Dottrina della Fede la riduzione allo stato laicale di padre Lawrence Murphy, incorreggibile stupratore di bambini sordomuti. Sua Eminenza non s’era degnato di rispondere a quelle due lettere.
Guardo la foto e mi chiedo: vuoi vedere che monsignor Weakland ha cercato di infrangere quel muro di silenzio inviando al cardinal Ratzinger una vittima di quegli abusi, come allegato di una terza lettera? Certo è che, di lì a poco, la Congregazione cederà alle richieste del vescovo di Milwaukee e consentirà che padre Murphy sia sottoposto a processo (canonico).

Impossibile desumere dalla foto se il ragazzino sia audioleso. Un accenno di pterigio e l’arcata dentaria superiore che fa presupporre un palato ogivale potrebbero anche essere compatibili con una sindrome di Turner, nella quale è frequente la sordità…
Niente, troppo poco, solo fantasie.