giovedì 12 luglio 2012

La voce del padrone



Nell’estate del 1976 scoppiarono violente rivolte in molte carceri italiane per le drammatiche condizioni di invivibilità cui versavano i detenuti. La risposta dei radicali fu immediata: sciopero della fame ad oltranza. Chiedevano un’amnistia, penserete. No, chiedevano un aumento dell’organico degli agenti di custodia. Lo sciopero della fame durò 73 giorni e s’interruppe solo alla promessa del Presidente del Consiglio, che a quei tempi era Giulio Andreotti, di interessarsi della questione nel giro di pochi mesi.
Non accadde e il problema rimase senza soluzione, per riaggravarsi ancora di lì a poco, sicché nel 1978 si decise un’amnistia in favore di alcuni reati: soluzione emergenziale, in linea con la filosofia del far tutto male, in fretta e solo quando costretti. 
Ai radicali sembrò una soluzione insufficiente: «Questo disegno di legge è un atto borbonico di clemenza. Non un provvedimento di ordine pubblico per l’efficienza della giustizia. Non libera i giudici della valanga di processi minori, per consentire loro di celebrare subito, senz’alibi, quelle migliaia di processi gravi e importanti. Serve a liberare, ma neppure subito solo le Preture» (Notizie Radicali, 28.7.1978).
Quando poi, nel 1981, si votò in Parlamento una legge delega per l’amnistia e l’indulto (favorevoli DC, Psi, Psdi e Pri, astenuti Pci, Msi e Indipendenti di Sinistra), i radicali votarono contro (insieme al Pli). Il deputato radicale Gianfranco Spadaccia ne spiegò le ragioni a Radio Radicale in questo modo: «Abbiamo votato contro per due motivi. Primo, perché quest’amnistia nasce da uno stato di necessità e noi non ci sentiamo corresponsabili di questo stato di necessità che si è determinato, perché siamo stati gli unici ad indicare una linea di politica alternativa nel campo della giustizia e del diritto. In secondo luogo, riteniamo l’amnistia insufficiente anche a risolvere questo stato di necessità. In fondo, questa volta l’amnistia è stata presentata senza ipocrisie: si è detto che le carceri erano troppo affollate e l’arretrato giudiziario si è enormemente accumulato, per cui era necessario sfollare le carceri ed eliminare un notevole numero di procedimenti giudiziari. Noi consideriamo restrittiva questa impostazione, perché nel 1978 noi abbiamo avuto un’altra amnistia e abbiamo avuto liberati 6-7.000 detenuti ed abbiamo avuto un decongestionamento che non è durato più di un anno: un anno dopo l’affollamento era tornato ai livelli precedenti alla concessione dell’amnistia. Ma il vero motivo per cui siamo contrari è perché l’amnistia non corregge le cause che determinano l’affollamento delle carceri… Noi chiediamo la depenalizzazione di alcuni reati, l’abolizione della carcerazione in attesa di giudizio, la riforma degli agenti di custodia, l’attuazione piena della riforma carceraria, la riforma del codice di procedura penale, investimenti per il potenziamento delle strutture carcerarie e via di seguito…» (Radio Radicale, 14.11.1981).
Analoga posizione in occasione dell’amnistia per reati punibili fino a un massimo di 4 anni che ci fu nel 1990. In Commissione Giustizia era passato un emendamento che estendeva il provvedimento di clemenza in favore dei reati connessi alla detenzione e all’uso delle cosiddette droghe leggere. Il radicale Mauro Mellini, che pure aveva votato a favore, spiegava che «non è l’inclusione o l’esclusione di alcuni reati a risolvere la questione» (Radio Radicale, 10.1.1990): senza la depenalizzazione di quei reati, il problema era destinato a riproporsi…

Sfogliando queste pagine di storia radicale, ritrovo le mie posizioni, peraltro espresse in più occasioni su queste pagine, e fin dal giugno dello scorso anno: «Senza una riforma della giustizia che elimini la vergogna della detenzione preventiva e stabilisca pene alternative alla carcerazione per i reati meno gravi – ho scritto – e senza la depenalizzazione dei reati connessi all’uso di sostanze stupefacenti, senza politiche che invertano la rotta sui problemi posti dall’immigrazione, un’amnistia servirebbe solo a rimandare la soluzione del problema, che probabilmente si riproporrebbe in dimensioni analoghe, e in breve tempo».
Continuo a pensarla così e penso che col concentrare tutte le energie sulla richiesta di amnistia, fino ad allucinarla come «soluzione strutturale» dei problemi della giustizia in Italia, Marco Pannella e i suoi seguaci stiano dando ulteriore prova, se ce n’era bisogno, che la logica radicale ha subìto una mutazione che la snatura in sterile cocciutaggine, consegnando i loro sbattimenti all’irrilevanza.
Non è accaduto d’improvviso, ma per avvitamento, nella convinzione che all’amnistia si possa arrivare solo mascherando la sua valenza emergenziale in questione di principio, centrale, a dispetto di quel sano pragmatismo che è il pilastro del metodo riformatore liberale.
L’amnistia non sarebbe affatto la soluzione definitiva dell’annoso problema carcerario italiano, ma ormai i radicali si sono giocati ogni possibilità di proporla come provvedimento d’urgenza e gli ultimi passaggi della loro azione politica segnano un’involuzione che non potrà avere altra lisi che nell’abbandono di questa iniziativa per un’altra ancora più disperata, in quell’ossessivo gioco al rilancio che è la sola arma di chi non ha niente da perdere perché ha già perso tutto. E il tragicomico arriva a quattro giorni di digiuno e di silenzio.
Ovviamente non può limitarsi a stare zitto solo lui, ci mancherebbe altro: dovrà tacere anche Radio Radicale, che quando si tratta di incassare denaro pubblico è «la radio del Parlamento e di tutti i partiti, dei congressi e dei dibattiti, il microfono nei tribunali e nelle vostre case», ma di fatto è il suo megafono personale: se lui tace, deve restare spento. Oh, naturalmente non si tratta di un diktat, la sospensione delle trasmissioni sarà proposta al direttore dell’emittente, il dottor Paolo Martini, al quale sarà dato modo di decidere in piena autonomia, ma sarà il caso che autonomamente decida di chiudere i microfoni, sennò – è notorio – lo aspettano cazzi amari. «Lunica radio senza filtri, senza mediazioni, senza veline», recita lo spot, ma mica è detto che non abbia un padrone:  «in una voce la sua  tutte le voci».
   

martedì 10 luglio 2012

[...]

Il Festival di Spoleto ha smesso ormai da tempo di essere la splendida rassegna di musica, arte, cultura e spettacolo ideata da Gian Carlo Menotti nel 1958, ma quest’anno, giunto alla sua 55ª edizione, ha toccato il fondo con un programma che includeva un ciclo di prediche sui sette vizi capitali tenute da Rino Fisichella, Vincenzo Paglia, Enzo Bianchi, Gianfranco Ravasi… Probabilmente si voleva cogliere la cifra dei tempi nel cosiddetto «ritorno del sacro», ma per rappresentarla non si è trovato niente di meglio che una passerella di chierici da salotto coi loro scialbi fervorini.

sabato 7 luglio 2012

venerdì 6 luglio 2012

Corrispondenze

Caro ***, alcuni mesi fa, davanti a un piatto di strangozzi al cartoccio, Giovanni Fontana mi ha rivelato che Luca Sofri si sentiva trollato dai rilievi critici che di tanto in tanto gli andavo muovendo da queste pagine (9 post sugli oltre 12.000 degli 8 anni di Malvino). Sono rimasto a bocca aperta, con la forchetta a mezz’aria. Giovanni avrà pensato che la cosa mi avesse gravemente offeso, almeno questa è l’impressione che mi ha dato nel suo affannarsi a minimizzare. In realtà, era caduto il velo dietro il quale Luca Sofri mi era sempre sembrato uno spocchioso stronzetto: l’ho visto nudo, un poveraccio. Giacché la pena è sorella del disprezzo, credo di esser riuscito a balbettare solo qualcosa del tipo: «Digli di star tranquillo, non scriverò più un rigo che lo riguardi». Intendo mantenere la promessa ed è per questo che ti prego di scusarmi, ma non farò alcun commento all’articolo che mi hai segnalato. Ti abbraccio,

L.

giovedì 5 luglio 2012

Coda

Avvenire riprende l’intervista che l’altrieri il cardinale Angelo Amato ha rilasciato a L’Osservatore Romano e che ho commentato nel post qui sotto. Accanto, per dar forza alle affermazioni di Sua Eminenza («la mafia è intrinsecamente anticristiana», «don Pino Puglisi è stato ucciso in quanto sacerdote»), la notizia del «primo caso in cui la Chiesa vieta la celebrazione dei funerali per un boss di mafia».
Si trattava di Giuseppe Lo Mascolo, deceduto in carcere pochi giorni dopo l’arresto che gli inquirenti avevano disposto ritenendolo un esponente di spiccolo della cosca di Siculiana (Ag). Mafioso solo nell’imputazione, dunque, e in attesa del processo: tanto è bastato, tuttavia, a negargli i funerali religiosi concessi, non più di due settimane fa, a Gennaro Sortino, potente boss mafioso agrigentino dalla fedina penale più lunga di un romanzo. È che il Sortino era morto prima della beatificazione di don Puglisi, il Lo Mascolo dopo, a conferma che la scoperta della natura «intrinsecamente anticristiana» della mafia è assai recente, direi contestuale alla beatificazione di don Puglisi.
Se però la mafia è «intrinsecamente anticristiana», che senso dare alla decisione di monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, di «non tenere la celebrazione eucaristica ma la semplice Liturgia della Parola»? In altri termini: che senso ha pregare cristianamente sul cadavere di un tizio intrinsecamente anticristiano?  

Per secoli, da secoli

Ne ho già parlato alcuni giorni fa, ma sarà il caso di tornare sulla beatificazione di don Pino Puglisi, che un decreto della Congregazione delle Cause dei Santi ha di recente dichiarato martire «in odium fidei». Ho scritto che si tratta di una mistificazione: «Non è stato ucciso perché era un prete, ma nonostante il fatto che lo fosse». Il cardinale Angelo Amato, invece, afferma: «È stato ucciso in quanto sacerdote, non perché immerso in attività socio-politiche particolari. Ucciso in quanto predicava la dottrina cristiana ed educava i giovani a vivere con coerenza il loro battesimo. Non per altro. Non andava contro nessuno» (L’Osservatore Romano, 3.7.2012).
Ripeto: non regge. I preti uccisi dalla mafia si conterebbero a dozzine o dobbiamo ritenere che quelli che la mafia non uccide siano preti che vengono meno al dovere di predicare la dottrina cristiana? Ribadisco: proclamare don Puglisi beato perché martire  «in odium fidei» è un ignobile mezzuccio per ascrivere al suo ministero quelle virtù civili che abbiamo visto esaltate nell’esempio di tanti laici – politici, sindacalisti, magistrati, giornalisti, ecc. – che si sono spesi nella lotta alla mafia a prezzo della loro vita.
E non regge neanche la definizione che Sua Eminenza dà dei mafiosi, che «apparentemente – afferma – sembrano molto devoti», mentre invece fanno parte di «un’organizzazione che, più che “religiosa”, è essenzialmente “idolatrica”». Così fosse, perché non si ha traccia di un solo decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede che condanni l’errore? Se «la mafia è intrinsecamente anticristiana», come afferma Sua Eminenza, perché sono rarissime, e tutte assai recenti, le condanne della Chiesa? Perché, al contrario, tante contiguità tra basso ed alto clero con ogni segmento del fenomeno mafioso, per secoli, da secoli?
 

martedì 3 luglio 2012

Due chiese attaccate in Kenia: 17 morti e 50 feriti

Poco frequentate pure in Africa, si direbbe.

Ingroia si va preparando a una discesa in campo?

Viene il sospetto che la trattativa Stato-Mafia sia destinata a rimanere ipotesi. Pare che Antonio Ingroia non riesca proprio a trovare argomenti che possano reggere in dibattimento. Si direbbe che manchi della scorza di Henry John Woodcock, il quale è proprio in dibattimento che ama saggiare la solidità delle sue ipotesi, tanto poi che gliene fotte se si rivelano fragili. Ingroia, no. Ingroia vorrebbe avere prove toste, non ne trova e si lamenta.
Questa è la sensazione che si ricava da un suo lungo intervento ospitato dal blog di Beppe Grillo, nel quale il più estroverso pm della Procura di Palermo denuncia i silenzi che gli impedirebbero di dare corpo al suo teorema. Fa nomi? No, si limita ad allusioni, peraltro assai generiche. In un passaggio, per esempio, denuncia «reticenze, a volte anche istituzionali», ma non aggiunge altro, come trattenuto da una reticenza.
Non si capisce bene cosa voglia, Ingroia, non si capisce bene con chi ce labbia. Non fosse il magistrato scrupoloso che tutti ammirano, si direbbe che parli a vanvera come un politico, anzi, come un magistrato che stia meditando di lasciare la magistratura per darsi alla politica. Daltronde non sarebbe il primo. Raccogliere prove per muovere unaccusa che in tribunale risulti fondata e degna di condanna, si sa, è compito gravoso che impone enormi sacrifici, in paziente studio e tacito raccoglimento. Da politico, invece, ci si può lasciare andare a insinuazioni oblique, a denunce ardite, a truci invettive, senza avere pressoché alcun onere di dimostrare quello che si afferma, potendolo fare quasi sempre impunemente, anche quando si arriva alla calunnia, che in bocca a un politico suona sempre come libertà di opinione. Una pacchia, insomma.
Ingroia si va preparando a una discesa in campo? Troppo serio per farlo, dicevamo, ma i numeri ci sarebbero tutti. «L’Italia è un paese di irresponsabili», dice, e chi non lo pensa? Ogni italiano ritiene di essere persona responsabile in mezzo a tanti irresponsabili. Insomma, la base elettorale potrebbe essere assai ampia.

lunedì 2 luglio 2012

Da ricovero immediato

Chi è divorato da una fede non smetterà mai di lamentare limiti alla sua libertà religiosa, perché questa sarebbe pienamente realizzata solo se tutti ne fossero divorati in egual modo: tutto quello che si oppone a tal fine, che assorbe ogni istante della sua esistenza, è sentito come insopportabile violenza. Così è per Marco Pannella, che anche nella finale di un torneo di calcio che ha tenuto col cuore in gola almeno un centinaio di milioni tra italiani e spagnoli non ha mancato di lamentare l’ennesima censura alla sua eroicomica battaglia per l’amnistia: le prime pagine di tutti i quotidiani e le aperture di tutti i tg non parlavano che di Italia-Spagna, come non sospettare che il regime intendesse così distrarre le masse dal suo digiuno? Non è tutto, perché il subdolo diversivo era intriso di fetido nazionalismo.
Da ridere? Da piangere? Da ricovero immediato, direi. Ma forse è meglio ascoltare tutto dalla sua viva voce, così, prima di chiamare l’ambulanza, piangiamo o ridiamo, a piacere.


Chi è divorato dalla fede calcistica e stravede per la Nazionale, sintonizzandosi per caso su Radio Radicale a tre ore e mezzo dalla partita, al sentire questa micidiale gufata, si sarà toccato le palle. Al 4-0, probabilmente, si sarà riproposto di sputare in un occhio a Pannella, alla prima occasione. Ma chi è divorato da una fede, dicevamo, manca di buon senso.
I pochi radicali ai quali ne è rimasto un etto farebbero bene ad arrossire.  

venerdì 29 giugno 2012

Dava fastidio alla mafia, punto.


Il suo nome è ormai da tempo nel pantheon laico di quanti vollero testimoniare a prezzo della vita il loro impegno contro la mafia, ma ora, a quasi vent’anni dalla morte, per Pino Puglisi arriva pure la beatificazione. Non stupisce che ci sia voluto tutto questo tempo, perché si sa che la Chiesa ha culo di pietra e passo lento. D’altronde, con tutti questi preti che stuprano bambini, riciclano denaro sporco e ai mafiosi non fanno mancare i sacramenti, neanche in latitanza, farne beato uno pulito conviene. Serve a dare una mano di bianco alla facciata, via, e poi è legittimo. Quello che stupisce, invece, è che don Puglisi venga beatificato perché martire «in odio alla fede», formula che rimanda a quel «sarete odiati in mio nome» che si legge in Mt 24, 9, in Mc 13, 13 e in Lc 21, 17. Qui sta il punto: don Puglisi fu ucciso da un non cattolico perché cattolico? Insomma, fu fatto fuori per questioni di fede o perché scassava la minchia ai fratelli Graviano come avrebbe potuto scassargliela un ateo, un musulmano o un confuciano?

Sì, non c’è dubbio che chi l’ha voluto morto non dovesse essere un buon cristiano. Nel suo covo, come quasi tutti i mafiosi, chi l’ha ucciso avrà avuto una Bibbia sul comodino e immagini di santi alle pareti, ma glissiamo sul paradosso, evitiamo di chiederci perché i mafiosi siano tutti  così attaccati, se non alla sostanza, almeno alla forma della tradizione cattolica: concediamo che la fede di chi ha ucciso don Puglisi non fosse autentica. Vale anche per la gran parte dei cristiani che quotidianamente cadono in altri peccati altrettanto mortali, ma concediamo che la religiosità di chi ha ucciso don Puglisi sia vuota di ogni genuino senso cristiano, e che cioè chi ruba, fornica e presta falsa testimonianza sia ancora sulla carta un cattolico, seppure peccatore, ma che questo non valga per i fratelli Graviano. Sì, ma questo basta per dire che don Puglisi è stato ammazzato «in odium fidei»? Basta a far di lui un martire della fede?

Via, non regge. I mafiosi non odiano la Chiesa, anzi. Difficile trovarne uno che non sia stato battezzato e che non battezzi i propri figli. Difficilissimo trovarne uno che non si sia sposato con rito religioso. Facilissimo, invece, trovarne di devoti. In generale, diciamo che, se possono, i mafiosi amano avere buoni rapporti col mondo ecclesiastico. Tra i correntisti dello Ior o nei loculi della Basilica di Sant’Apollinare cos’è più facile trovare, un ateo, un musulmano, un confuciano o un mafioso? E allora con quale faccia di culo si promulga che don Puglisi è stato assassinato «in odio alla fede»? Non è stato ucciso perché era un prete, ma nonostante il fatto che lo fosse. Dava fastidio alla mafia, punto.  


giovedì 28 giugno 2012

Uno sforzo di immaginazione

Fate uno sforzo di immaginazione, pensate all’Italia del 1870 e fate conto che di lì in poi le cose siano andate in altro modo: confisca di tutti i beni ecclesiastici, sgozzamenti di preti e frati, la Basilica di San Pietro rasa al suolo, il Papa-Re in esilio… Brutto, eh? Senza dubbio, ma è che sul finale il Risorgimento ha preso una brutta piega, Garibaldi si annoiava a Caprera, ai Savoia è venuto un cagotto e hanno anticipato di un’ottantina d’anni la fuga a Brindisi... Insomma, l’Italia è diventata repubblica e si respira un feroce laicismo… Brrrr...
Ora fate un altro sforzo e immaginate le conseguenze a distanza. Immaginate Sua Santità girovagare per il mondo in lungo e in largo, coperto di sola autorità spirituale, scalzo (ha le cipolle agli alluci che fanno una grande tenerezza), elemosinando a destra e a manca un tozzo di solidarietà per le persecuzioni che i suoi devoti subiscono in Italia (ogni tanto una suora si dà fuoco, ma le autorità italiane dichiarano che si è trattato di autocombustione mistica), distribuendo rosari a capi di stato, rockstar e bomber… Richard Gere, avete presente? Si è fatto tatuare lAddolorata in petto. Premio Nobel a Sua Santità, senza meno…
Suppongo non dobbiate sforzarvi troppo per immaginare che essere cattolico, o almeno dichiarare simpatie per il cattolicesimo, anche senza saperne un cazzo, sia diventata cosa fighissima – tranne che in Italia, ovviamente – ma che i cosiddetti principi non negoziabili abbiano giocoforza smussato i loro spigoletti aguzzi… Come fai a raccogliere simpatie a Hollywood se dici che le checche sono persone disturbate che hanno bisogno di essere curate? Devi essere carino, via. Cerca di non citare Manuele II Paleologo e, se ti fanno domande imbarazzanti, fai lo slalom. Per esempio: «Meglio evitare in linea generale le pratiche dell’aborto, della clonazione e dell’eutanasia. Però i casi sono specifici e vanno analizzati uno per uno» (AdnKronos, 27.6.2012). Così, infatti, ha detto Sua Santità.

Non parlo di Benedetto XVI, ovviamente, ma del Dalai Lama. Se quelle brutte bestie dei cinesi non l’avessero buttato fuori dal Tibet nel 1959, vi regnerebbe ancora. Era una teocrazia di stampo feudale, più o meno, e vi risparmio i dettagli orripilanti, rimando ai tre volumi di James Morris (Pax Britannica, 1992).
«I casi sono specifici e vanno analizzati uno per uno», bravo il nostro Tenzin Gyatso, sei inafferrabile come un’anguilla. Ma da chi? A chi spetta analizzare e decidere? Chi deciderebbe in Tibet, e come, se fossi ancora assiso in trono?

mercoledì 27 giugno 2012

[..]

Ci pensavo ieri sera, Roberto Benigni non mi ha mai fatto ridere. Dovrei indagare, ma non ho tempo.

Corrispondenze

Malvi’, senti questa. Spadaccia è andato a trovare Lusi in carcere a spiegargli perché Bonino ce l’aveva mandato: «Certe decisioni e certi voti sono sempre dolorosi, non solo per la ragione ovvia che riguardano e mettono in gioco la libertà di un parlamentare, ma perché nascono da una scelta difficile nel conflitto fra valori e principi a cui comunque si tiene, ma fra i quali bisogna scegliere quale privilegiare e quale sacrificare. Scegliere come? Con la responsabilità politica e con il senso di opportunità». Riesci a decriptare?
***


Non mi pare ci sia niente di oscuro, caro ***: certi principi avrebbero spinto a votare contro l’arresto, ma il senso di opportunità ha spinto a votare a favore. È gioco di squadra, e funziona, vedi il caso Papa: anche lì non c’erano esigenze cautelari che giustificassero l’arresto, ma i radicali votarono a favore, poi però l’andarono a trovare in carcere e l’opera di misericordia corporale conquistò un iscritto. Non mi stupirei se anche a Lusi venisse voglia di pigliar tessera radicale, non mi stupirei se iniziasse uno sciopero della fame al quale si unisse pure la Bonino, contro la barbarie della detenzione in attesa di giudizio. Se invece lo piglia lo sconforto e s’ammazza in carcere, tocca a Pannella saltare sul cadavere per gridare: «Amnistia, amnistia, amnistia!». E qui, infine, ci sarà lisi del conflitto fra principi e senso di opportunità.


lunedì 25 giugno 2012

«Manifestamente inammissibile»

Quattro giorni fa la Consulta ha rigettato come «manifestamente inammissibile» la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 194 che era stata sollevata dal giudice di sorveglianza del Tribunale di Spoleto. Quattro giorni per riprendersi dalla mazzata e Avvenire manda il professor Francesco D’Agostino a lamentarsene in prima pagina: «Sia dalla sentenza della Consulta che dai commenti favorevoli che essa ha suscitato – scrive – si percepisce come si sia cristallizzata in Italia, dopo quasi trentacinque anni dall’approvazione della legge 194, un’inadeguata percezione scientifica, etica e sociale dell’interruzione di gravidanza [a fondamento della quale c’è] la tesi che afferma il primato della donna (ovviamente ritenuta persona) rispetto al nascituro (ovviamente pensato come chi persona dovrebbe ancora diventare, in attesa della nascita)».
Il problema, dunque, è il primato della donna sull’embrione: è evidente che D’Agostino lo ritenga ingiusto. È altrettanto evidente, tuttavia che, laddove si realizzi un conflitto tra la salute fisica e psichica della donna e il prosieguo della gestazione (la condizione contemplata dall’art. 4 della legge 194), non consentire l’interruzione volontaria di gravidanza significhi negare il primato della donna sull’embrione, sì, ma solo per affermare quello dell’embrione sulla donna, tertium non datur.


Ora, la massima espressione del primato dell’embrione sulla donna si ha nel caso in cui una donna decida di non abortire anche laddove la gravidanza metta in serio pericolo la sua stessa vita. Decisione estrema, senza dubbio, ma estrema quanto quella di abortire, perché, ammesso e non concesso che gravida ed embrione abbiano pari dignità di persona, in entrambi i casi ne è sacrificata una.
Bene, parrebbe che la decisione di sacrificarsi pur di portare avanti la gravidanza sia legittima, ma non quella di abortire: in entrambi i casi sarebbe sacrificata una persona, ma nel primo caso non si pone alcun problema. Non per D’Agostino, per lo meno, né per Avvenire, che in questi casi non fa mai mancare il paginone di elogio alla santa che ha scelto di morire pur di portare a termine la gravidanza, anche quando la gravidanza non giunge a termine e insieme muoiono il feto e la gravida.
Ora, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 194 era stata sollevata dal giudice di sorveglianza del Tribunale di Spoleto sull’assunto che l’embrione sia «un “essere” provvisto di un’autonoma soggettività giuridica della cui tutela l’ordinamento deve farsi carico»: ammesso e non concesso che lo sia, questa tutela è prioritaria rispetto a quella della donna che da una gravidanza possa trarre danno alla sua salute fisica e psichica? Se è questo che D’Agostino intende affermare, la tutela dell’embrione non può essere che a discapito della donna. Perché non dirlo chiaramente? Perché non dire chiaramente che, in presenza di conflitto, non deve essere data opportunità di scelta?


Non è  l’unica incongruenza ad emergere da questo editoriale. Dopo averci fracassato i coglioni per mesi e mesi sul fatto che la magistratura italiana stesse attentando ad una legge come quella che pone infiniti limiti alla fecondazione assistita, legge voluta dal Parlamento e confermata (diciamo così) da un referendum popolare, Avvenire si lamenta che non sia andato a buon fine l’attentato che un magistrato ha mosso alla legge 194?
La si ritiene legge ingiusta? Perché non sottoporla ancora a referendum? Che ci vuole a raccogliere mezzo milione di firme? «Nessuna forza politica italiana tra quelle che contano – lamenta  D’Agostino vuole riaprire la questione dell’aborto. E non la vuole riaprire non a seguito di decisioni conseguenti a discussioni aperte, esplicite, innovative, ma piuttosto per una sorta di diffusa percezione, che induce a pensare che sia meglio non riaprire una questione così scottante». Dobbiamo ritenere che anche chi rinuncia a un nuovo referendum abbia paura di scottarsi. Un principio non negoziabile si arrende a una paura così meschina?  

giovedì 21 giugno 2012

Da senatore

[Sono contro la detenzione in attesa di giudizio e ritengo che Luigi Lusi non potesse inquinare le prove a suo carico, né reiterare i reati che gli vengono ascritti, in più poteva scappare e non l’ha fatto. Insomma, da senatore, avrei votato contro il suo arresto.
Da senatore, subito dopo aver sentito l’intervento di Emma Bonino, che annunciava il voto dei radicali in favore dell’arresto, avrei chiesto la parola e avrei detto quanto segue:]

«Senatrice, lei ha detto che “la più grande riforma che dobbiamo compiere, oltre a quella sulla giustizia, è quella sui partiti politici, perché è intollerabile che i fondi pubblici diventino privati, anzi privatissimi, appena arrivano nella casse del tesoriere”. Molto bene, condivido in pieno. Condivido anche il suo richiamo all’art. 49 della Costituzione e la sua denuncia allo stravolgimento che se n’è fatto: sono d’accordo con lei quando afferma che i partiti hanno subìto un pervertimento della loro personalità giuridica trasformandosi in “associazioni private, anzi privatissime”. Ben detto, davvero. Tuttavia, consenta, lei non viene dalla Luna.
Lei da anni, ormai da decenni, è un alto dirigente di un movimento politico, quello radicale, anzi molti dicono ne sia il numero due, anche se questo significa poco o niente con un numero uno come Marco Pannella. Complimenti in ogni caso, perché arrivarci e rimanerci deve esserle costato tanto. Bene, suppongo lei non ignori che il finanziamento pubblico arrivi anche alle casse del suo movimento.
Sì, è vero, vi siete fatti promotori di un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, e una volta – una sola volta – avete anche restituito ai cittadini una parte del denaro pubblico che vi era stato elargito, in più spendete tutto il poco che vi arriva e ne date scrupoloso resoconto pubblico. E però, se lo faccia dire, questo denaro arriva nelle casse della Lista Pannella, un’associazione politica che non prevede la figura del tesoriere.
Si tratta di un’associazione politica della quale si può entrare a far parte solo “previa ammissione da parte dei soci” e che nel suo presidente ha “il responsabile politico”, “il rappresentante legale sia nei rapporti con i terzi che in giudizio”, “l’amministratore del patrimonio, con la responsabilità dell’apertura e della gestione dei conti correnti bancari e postali intestati all’associazione” e la persona che materialmente “riscuote il contributo finanziario dovuto a titolo di concorso alle spese elettorali ai sensi delle vigenti leggi”. Non mi sono inventato nulla: leggevo l’art. 4 e l’art. 7 dello statuto della Lista Pannella. Non le chiedo chi ne sia il presidente, mi pare superfluo.
Un partito? A me pare un’associazione privata, anzi privatissima. A me pare che con l’art. 49 della Costituzione da lei pocanzi difeso con tanta vibrante passione – chiedo scusa ai colleghi senatori e alla presidenza per l’eccesso di colore – la Lista Pannella ci si pulisca il culo da vent’anni.
Ora, lei dichiara che voterà a favore dell’arresto del senatore Lusi. Cosentino no, Lusi sì. Legittimo, ovviamente. Ma, la prego, si risparmi la lezioncina prequirinalizia. Grazie».

[E qui mi tacerei.] 

mercoledì 13 giugno 2012

«Ci manca, Berlinguer… Sapete, ci manca davvero»

«Ero piccolo, e non capivo granché di politica». Come se oggi, invece… Civati commemora Berlinguer nel 28° della morte e nel leggerlo trovo conferma che peggio dei rottamandi ci sono solo i rottamatori. Almeno i primi hanno capito, anche se troppo tardi e a fatica, che proprio Berlinguer è il peccato originario che li ha portati regolarmente fuori strada ad ogni svolta, per tornare ogni volta più malconci in carreggiata, ma accumulando sempre più ritardo e perdendo sempre più consensi.
Civati, no. «Ci manca, Berlinguer… Sapete, ci manca davvero». Vorrei vederlo nel Pci di allora, quando il dolce Enrico, in culo a ingraiani, amendoliani e cossuttiani, prima cambiava linea del partito dalla sera alla mattina e poi esigeva che la direzione ratificasse e il congresso applaudisse. Macché, Civati è convinto che «Berlinguer diceva, quando esprimeva un pensiero, “i comunisti pensano” o “sostengono” o “intendono”, che si capiva che voleva dire “noi comunisti”, mentre a noi manca il noi». Neanche la Mafai avrà letto, è evidente, e sì che il libricino era smilzo, poteva trovare due ore tra un film e una partita di calcetto, avrebbe capito che noi significava Berlinguer, Rodano e Tatò.
Il Berlinguer di Civati è un poster, un brivido lungo la schiena, un’emozione: non ha mai letto una sua relazione congressuale o un suo paginone su Rinascita, è evidente. Civati è rimasto al «qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona», senza neppure riuscire a leggerci l’ironia che ci metteva Gaber. Come dire, «Berlinguer, ti voglio bene», facevi tanta tenerezza il braccio a Benigni, sei morto in modo così emozionante, ti ho visto su Youtube, non ho capito cosa dicevi, ma suonava così bene.
Dicevi che eravamo «diversi», e lo dicevi così bene che ci abbiamo creduto. Pensavamo che la macchina del partito girasse grazie alle sottoscrizioni che si raccoglievano alle Feste de lUnità e che quei tuoi strappetti dalla Casa Madre fossero delicati per non lacerarci il cuoricino. Siamo stati costretti a ricrederci, avremmo tanto bisogno di uno come te che riuscisse a farcelo credere ancora, se solo avessimo lanima bella di allora e il centralismo democratico.
«Quel volto, quella cultura, quella dimensione, non sono più tornate», piagnucola Civati, faccia da Postalmarket, lirismo alla Veltroni. E vaglielo a spiegare che quel volto, quella cultura, quella dimensione erano quelli di un Togliatti in sedicesimo. 

martedì 12 giugno 2012

Siamo alle solite

Nell’accingermi ad analizzare un articolo di Marco Tosatti («Adozioni omo, studio Usa» – La Stampa, 12.6.2012) devo confessare con un certo imbarazzo che vi giungo grazie a un rilancio di Pontifex.Roma, che ne riporta integralmente il testo e ringrazia il vaticanista per l’autorizzazione alla pubblicazione. Il titolo che sceglie Pontifex.Roma è «Adozioni omosessuali. Una nuova estensiva ricerca in Usa le condanna. Falsati gli studi precedenti, dicono gli esperti», che sintetizza in modo abbastanza fedele il sommario che Tosatti mette in apertura al suo articolo: «Un ampio nuovo studio sui bambini allevati da coppie dello stesso sesso ha messo in luce un disegno di risultati negativi in maniera significativa, che pongono serie questioni su lavori precedenti che sostenevano che le coppie omosessuali avevano risultati educativi simili a quelle eterosessuali». In via preliminare, dunque, è da evitare ogni rilievo al «blog cattolico non secolarizzato» tristemente noto per la sua militante omofobia: il problema sta tutto nell’articolo di Tosatti, che è un pessimo esempio di giornalismo.
«Un ampio nuovo studio sui bambini allevati da coppie dello stesso sesso – scrive Tosatti – ha messo in luce un disegno di risultati negativi in maniera significativa, che pongono serie questioni su lavori precedenti che sostenevano che le coppie omosessuali avevano risultati educativi simili a quelle eterosessuali». Prosa legnosa, da traduttore inglese-italiano di Google, com’è possibile verificare andando a recuperare l’articolo di Mark Regnerus, cui si fa riferimento, su Social Science Research. Ma il problema non è la prosa. Il problema è se lo studio di Regnerus «condanni» l’«adozione omosessuale» (Pontifex.Roma) o se in essa possa individuarsi causa specifica di un «disegno di risultati negativi» (Tosatti). Non resta che risalire alla fonte.
Pacifica presa d’atto che «same-sex couples have and will continue to raise children» e che «american courts are finding arguments against gay marriage decreasingly persuasive», con scrupolosa avvertenza che «this study is intended to neither undermine nor affirm any legal rights concerning such». Questa sarebbe la «condanna» dell’«adozione omosessuale»? Avevamo preliminarmente accantonato il titolista di Pontifex.Roma, adesso possiamo definitivamente mandarlo a cagare.
Ma veniamo al «disegno di risultati negativi» che troverebbero specifica causa nell’«adozione omosessuale».
«Do children need a married mother and father to turn out well as adults?», si chiede Regnerus. «No, if we observe the many anecdotal accounts with which all Americans are familiar. Moreover – precisa – there are many cases in the New Family Structures Study where respondents have proven resilient and prevailed as adults in spite of numerous transitions, be they death, divorce, additional or diverse romantic partners, or remarriage. But the New Family Structures Study also clearly reveals that children appear most apt to succeed well as adults — on multiple counts and across a variety of domains — when they spend their entire childhood with their married mother and father, and especially when the parents remain married to the present day». «Disegno» pressoché sovrapponibile, dunque, a quello di ogni altra serie di «risultati negativi» in ambito familiare, quand’anche la coppia sia eterosessuale.
Tosatti, allora, che ha letto? Ha letto l’abstract, distrattamente per giunta. Nel corpo del testo, per esempio, avrebbe trovato che «the New Family Structures Study is not a longitudinal study, and therefore cannot attempt to broach questions of causation». Soprattutto avrebbe trovato che «although the New Family Structures Study offers strong support for the notion that there are significant differences among young adults that correspond closely to the parental behavior, family structures, and household experiences during their youth, I have not and will not speculate here on causality, in part because the data are not optimally designed to do so, and because the causal reckoning for so many different types of outcomes is well beyond what an overview manuscript like this one could ever purport to accomplish». Non è tutto, perché Regnerus tiene a precisare: «I am thus not suggesting that growing up with a lesbian mother or gay father causes suboptimal outcomes because of the sexual orientation or sexual behavior of the parent; rather, my point is more modest: the groups display numerous, notable distinctions, especially when compared with young adults whose biological mother and father remain married».
Pretendere che Tosatti leggesse tutto l’articolo di Regnerus? Macché, gli sembrava di aver trovato una prova scientifica di ciò che suggerisce la fede. 

lunedì 11 giugno 2012

Il corvo


La fonte di Gianluigi Nuzzi «raccoglieva documenti, circolari, lettere, contabili bancarie in Vaticano e li studiava di notte nel suo studio privato, lontano da sguardi indiscreti» (pag. 7). Tutto farebbe credere che si tratti di Paolo Gabriele, aiutante di camera di Benedetto XVI, perché a casa sua sono state rinvenute tredici casse di documenti, in copia, raccolti nell’arco di circa sette anni. Ammesso che sia così, dove li ha riprodotti in copia?
Portare via tutte quelle carte dal Palazzo Apostolico, fotocopiarle comodamente a casa e poi riportarle indietro avrebbe comportato il serio pericolo di essere scoperto in uno di questi continui andirivieni. Non era un rischio enorme per chi si fosse posto il fine di «rendere pubblici certi segreti» per sentirsi «affrancato dall’insopportabile complicità di chi, pur sapendo, tace»?
Ne ha fatto copia in loco? Poco probabile che sia stata usata un’apparecchiatura fotografica o una fotocopiatrice portatile: in entrambi i casi la riproduzione dei documenti non sarebbe stata della qualità che si evince dalle copie che sono riprodotte nella seconda e nella terza di copertina del volume di Nuzzi (assenza di ombre, margini conservati, nessuna distorsione assiale, radiale o tangenziale, ecc.).
Nello studio di Benedetto XVI ci sono solo «una modesta libreria a ripiani, poltroncine basse, la scrivania in legno, due telefoni fissi, nessun cellulare» (pag. 9): poco probabile che uno dei due telefoni abbia una linea abilitata alla funzione fax e che da quella i documenti abbiano preso il volo (le comunicazioni con l’esterno, via fax e via e-mail, sono a cura di monsignor Georg Gänswein), poco probabile che accanto a quella libreria ci sia una fotocopiatrice.
Senza dubbio, tuttavia, i documenti che sono arrivati nelle mani di Nuzzi sono ottimamente riprodotti, frutto di un lavoro apparentemente eseguito in tutta tranquillità.
Tutto farebbe credere che il corvo sia Gabriele, dicevo, daltronde è reo confesso ed è stato trovato in possesso dei documenti resi pubblici da Nuzzi. Tutto farebbe credere, altresì, che il fine ultimo del corvo sia quello di portare a galla molta di quella «sporcizia» che il cardinal Joseph Ratzinger lamentava nella Via Crucis del 2005. Di certo cè che dal 2005 ad oggi, pur da una posizione che, in teoria, glielavrebbe consentito, non è stato capace di far troppa pulizia.
Non si deve essere troppo severi, però, perché spesso il Papa non può molto sulla Curia, in pratica. Anche Giovanni Paolo II, che pure aveva più polso, preferì disinteressarsene. Insomma, non vha nemmeno sfiorato il sospetto che a far gracchiare il corvo sia stato proprio Benedetto XVI?      
 

sabato 9 giugno 2012

Vedremo

Con un’ordinanza dello scorso 3 gennaio, il giudice tutelare del Tribunale di Spoleto ha sollevato il problema di costituzionalità dell’art. 4 della legge 194/1978, che consente «l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni [al]la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito». Al signor giudice è sembrato che la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 18 ottobre 2011 riconosca già nell’ovocellula fecondata «un “essere” provvisto di un’autonoma soggettività giuridica della cui tutela l’ordinamento deve farsi carico».
Sarà il caso di rammentare che tale sentenza si limita a vietare la brevettabilità dell’embrione umano e ogni altra procedura che implichi il suo sfruttamento a fini industriali-commerciali, compresa la sua “distruzione” se finalizzata a tale impiego, ma al signor giudice sembra che «vietare la “distruzione” dell’“embrione umano” equival[ga] ad affermare il disvalore assoluto in ogni caso della perdita dell’embrione umano per consapevole intervento dell’uomo». Gli sembra, infatti, che in tale divieto vi sia l’«affermazione, nemmeno troppo implicita, della giuridica esistenza di un soggetto, l’“embrione umano” che, in ogni caso, deve trovare tutela in forma assoluta».
È di chiara evidenza che non si sia posto affatto il problema del perché la Corte di Giustizia dell’Unione Europea abbia deciso di usare il termine “distruzione”, che è riferito a cosa, invece che “omicidio”, che è riferito a persona. Altrettanto chiaro appare che la «tutela assoluta» così prevista per l’embrione non sia nel testo della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, come molti organi di informazione hanno riportato in questi giorni, ma nell’interpretazione che il signor giudice le dà. «Se tale interpretazione non erra – scrive – sembra necessario farne diretta applicazione nel diritto interno allo Stato e porre d’ufficio la questione della compatibilità fra tale affermato principio e la facoltà prevista dall’art. 4 della legge 194/1978 di procedere volontariamente all’interruzione della gravidanza entro i primi novanta giorni dal concepimento». Non è affatto in discussione, dunque, la minore età della gravida che faccia richiesta dell’interruzione volontaria di gravidanza, com’è nel caso di specie che ha dato occasione al signor giudice di sollevare la questione di costituzionalità – un’altra imprecisione nella quale sono incorsi molti organi di informazione – ma è in discussione il diritto della donna di poter interrompere una gravidanza che metta in serio pericolo la sua salute fisica o psichica, negandole ogni tutela in merito.
La mia impressione è che l’interpretazione del signor giudice erri, che in più sia speciosa e strumentale, costituendosi – poco importa quanto intenzionalmente – come ennesimo attacco a una legge approvata dal Parlamento italiano e confermata da una consultazione referendaria.
La Corte Costituzionale si riunirà il 20 giugno per decidere, vedremo. Tanto non c’è verso di convincere una donna a portare avanti una gravidanza indesiderata, tuttal più torneremo alla pratica degli aborti clandestini. Non c’è nulla di illegale che non sia possibile in Italia e, pagando, facilissimo. I ginecologi obiettori nel pubblico e abortisti nel privato incrociano le dita e fanno tutti il tifo per il signor giudice tutelare del Tribunale di Spoleto.  

venerdì 8 giugno 2012

La mafia, la politica, i poteri sporchi, insomma, la strategia della tensione

Fare entrare Giovanni Vantaggiato nella trama costruita a L’Infedele sarà assai difficile, ma la Procura s’impegni, sennò in una delle prossime puntate volerà l’insinuazione che sta depistando.