martedì 14 giugno 2011

“Togliatti, che non era uno stupido…”



Umanamente capisco Giuliano Ferrara, anzi, adesso che gli viene meno la terra sotto i piedi, mi fa pure tanta tenerezza. Tenta di salvare il culo, cerca di riciclarsi in vista di tempacci che prevede bui, ma bisogna dire che lo fa con un certo stile, e pure con una ammirevole destrezza. Infatti non implora pietà all’orda belluina pronta a giustiziarlo per appenderlo a testa in giù in piazzale Loreto, perché sa bene che nulla come la paura della preda eccita il branco predatore, ma invece sfoggia una gran bella specie di dignità in similpelle, e invita al dialogo, a un giudizio sul berlusconismo non obnubilato dalle passioni. E non potendo aspettarsi troppo dai bruti, fida sui galantuomini, sugli animi gentili, sull’indole più mite e riflessiva che eventualmente sia rimasta a sinistra dopo 17 anni di esasperazione. Il richiamo a Togliatti, in tal senso, è una grandissima furbata. Vorrete mica essere degli stupidi? Vorrete mica farvi sorprendere a corto di cultura e di storia?
E dunque veniamo a Togliatti e al suo giudizio non inarticolato e molto realista sul fascismo che espresse nelle lezioni che tenne da Radio Mosca. Le avete lette? Se non le avete lette, fate finta di averle lette, sennò ci fate la figura degli incolti. Inter nos diciamo che le trovate alle pagine 531-671 nel II volume del III tomo (1929-1935) dell’Opera Omnia (Editori Riuniti, 1974), oggi introvabile. Non posso passarvi allo scanner tutte le 140 pagine, ma penso che basterà la definizione non inarticolata e molto realista che Togliatti dava del fascismo (pag. 533).


È che Ferrara di Togliatti conserva il ricordo solo delle ginocchia sulle quali faceva cavalluccio. O può darsi voglia prendervi per il culo. Vedete voi se valga la pena di farlo fare.

Invece di far festa

Non siete stufi di illusioni e di disillusioni? Invece di far festa, allora, proviamo a ragionare. Davvero è l’alba di un’altra Italia? Non dico ai ragazzini di venti anni o giù di lì, quelli continuino a far festa, poverini, è giusto che almeno per due giorni o per due mesi si sentano vincitori di qualcosa. Ma a chi ha votato per la responsabilità civile dei magistrati, per la depenalizzazione delle droghe leggere, contro il finanziamento pubblico dei partiti, a chi ha pensato che con la fine del craxismo fosse archiviata ogni tentazione autocratica, a chi si è esaltato per il crollo della Prima Repubblica, e ha visto com’era la Seconda: che avete da festeggiare? Come riuscite ancora a sperare che basti una rimescolata perché il pantano si trasformi in un paradisiaco laghetto? Ma davvero pensate che una sberla o due possano annichilire un tratto immarcescibile del carattere nazionale? Davvero riuscite a credere che Grillo, Vendola e Di Pietro siano padri fondatori di un paese nuovo? Davvero pensate che i conti con la storia si possano saldare in questo modo?


lunedì 13 giugno 2011

Sa cosa stavo pensando?


Confesso che mi sento enormemente frustrato

“La Santa Sede, approvando pienamente le finalità dell’Agenzia Internazionale
per l’Energia Atomica, ne è membro fin dalla sua fondazione e continua a
sostenerne l’attività. I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi 50 anni
evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l’umanità si trova, sia sempre più attuale
e urgente l’impegno di favorire l’uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare”

Benedetto XVI, 29.7.2007

Non leggevo più Federico Punzi da quella volta che mi fece incazzare a morte per un suo imperdonabile “non è giusto, ma è la vita”, ma oggi m’imbatto per caso in un suo commento su Il Tempo (“Cari laici, dove siete?”), perché ripreso da Massimo Bordin nella sua consueta rassegna stampa (radioradicale.it, 13.6.2011 - 39:00-41:17). Punzi riprende il tema già sviluppato sul suo blog in un post dal titolo più o meno simile (“Laici, dove siete?”), nel quale rimprovera ai “sedicenti laici” il silenzio sull’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche nel corso dell’appena chiusa campagna referendaria. Il suo post è datato 10.6.2011 e questo mi dà occasione di constatare che anche Punzi non legge più me. Poco male, ma un “sedicente laico” che segnalava l’ennesima ingerenza vaticana avrebbe potuto trovarlo su questo blog, il giorno prima (“Il vento è vento”).
Non è tutto, anzi. Sul solito “intervento a gamba tesa della Chiesa” nella politica italiana io non mi limitavo ad abbozzare un commento come quello che Bordin riserva a Punzi (“tutto sommato, conta ciò che si dice, indipendentemente da chi lo dice”), ma – documenti alla mano – dimostravo che le posizioni del magistero cattolico sul nucleare e sulla privatizzazione dell’acqua non sono mai state quelle espresse in questa tornata referendaria: “intervento a gamba tesa”, insomma, ma anche in piena contraddizione col Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (470, per il nucleare; 485, per la privatizzazione dell’acqua) e perfino con le dichiarazioni ufficiali dei pontefici da Paolo VI in qui. Ho segnalato, per esempio, ciò che Benedetto XVI ha detto appena quattro anni fa, che qui ripropongo in esergo e che a nessun “sedicente laico” è capitato di rammentare. Confesso che mi sento enormemente frustrato dal fatto che neanche un cane l’abbia ripreso: tutti occupati a esprimere solidarietà ad Amina, la blogger lesbica rapita in Siria.


Il brutto della democrazia

Perché sia scongiurato il massimo effetto sottrattivo del voto degli italiani all’estero, che è calcolato intorno al 2-3%, il quorum dei votanti in patria dovrebbe raggiungere il 52-53% alle 15.00 di oggi: al 41% delle 22.00 di ieri mancherebbero ancora 5-6 milioni di votanti e dunque, al netto di ogni speranza, tutto è ancora in forse e, insomma, siamo ancora in tempo per chiederci se questi referendum abbiano o no un significato politico. Però dobbiamo fare in fretta, perché tra poche ore sarà tutto più confuso.
Qualche giorno fa, mettendo le mani avanti, Fabrizio Cicchitto ha dichiarato: “Il tentativo di strumentalizzare i referendum dando un significato politico è del tutto destituito di fondamento”. Questo è errato, perché i quesiti sui quali gli italiani erano chiamati a esprimersi erano relativi a leggi volute da questo governo ed è quindi legittimo, niente affatto strumentale, che le opposizioni vedano nel raggiungimento del quorum un ulteriore calo di consenso alla maggioranza. Ora c’è da chiedersi: se il quorum non fosse raggiunto, le opposizioni sarebbero disposte a considerarlo come un segno che il governo ha ancora un largo consenso? E il governo rinuncerebbe a strumentalizzare il mancato quorum dandogli un significato politico? Non c’è bisogno di essere maghi per prevedere che in tal caso vi sarebbe una reciproca inversione di lettura: Silvio Berlusconi e i suoi pretenderebbero che il fallimento dell’iniziativa referendaria fosse letto come un segnale di fiducia che il paese rinnova al governo, mentre alle opposizioni non resterebbe che denunciare i trucchi che hanno indotto all’astensione.
Reazioni ampiamente prevedibili stando a quanto hanno investito le parti in gioco: la maggioranza si è interamente spesa, prima, ad evitare i referendum e, poi, ad evitare il raggiungimento del quorum, mentre le opposizioni hanno voluto, da un lato, ideologizzare la portata dei quesiti e, dall’altro, farne un test supplementare sull’agonia del berlusconismo. A pagarne le spese è stata la sostanza dei problemi posti dai quesiti e personalmente sono pentito di essere andato a votare. Ma non potevo farne a meno, perché poi mi sarei sentito un verme. Il brutto della democrazia è che certe volte devi amarla anche se ti mette sotto il muso tutti i suoi peggiori difetti.

venerdì 10 giugno 2011

giovedì 9 giugno 2011

Non era colpa del cetriolo


Non era colpa del cetriolo. Non era colpa della soia. Adesso dicono sia colpa della barbabietola, ma vedrete che pure lei alla fine risulterà innocente. Dio non voglia che sia colpa del finocchio, sennò Carlo Giovanardi chi lo tiene?

Il vento è vento


Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa esorta a “elevare i livelli di sicurezza dell’energia nucleare” (470), ma non ci sputa sopra, anzi raccomanda di non “divinizzare la natura o la terra, come si può facilmente riscontrare in alcuni movimenti ecologisti” (463). Per quanto attiene all’acqua, invece, prende atto che “la sua distribuzione rientra, tradizionalmente, fra le responsabilità di enti pubblici, perché l'acqua è stata sempre considerata come un bene pubblico, caratteristica che va mantenuta qualora la gestione venga affidata al settore privato” (485), opzione che quindi non viene affatto condannata. Ma il vento spira in altra direzione, la gente sente tanto i referendum, il quorum sarà raggiunto quasi certamente, la Chiesa non può farsi trovare a culo scoperto e se lo copre con la sciarpa arcobaleno di padre Alex Zanotelli.
Fino a ieri non era così. Nel 2007, il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ci spiegava che “la Santa Sede è favorevole e sostiene l’uso pacifico dell’energia nucleare”, perché “escludere l’energia nucleare per una questione di principio, oppure per la paura dei disastri potrebbe essere un errore: si pensi all’Italia che nel 1987 ha abbandonato la produzione di energia nucleare, ma che oggi importa la stessa energia nucleare dalla Francia ed esporta centrali nucleari all’estero mediante società a capitale pubblico”. Posizione coerente col fatto che la Santa Sede è tra i membri fondatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, in linea con quanto aveva sempre sostenuto fin dagli anni Settanta (“Si dovrà trovare il modo di rendere accessibili a tutti i popoli le incalcolabili risorse dell’energia nucleare per il loro uso pacifico” – Paolo VI, 24.5.1978) e fino all’altrieri (“La Santa Sede, approvando pienamente le finalità dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ne è membro fin dalla sua fondazione e continua a sostenerne l’attività. I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi 50 anni evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l’umanità si trova, sia sempre più attuale e urgente l’impegno di favorire l’uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare” – Benedetto XVI, 29.7.2007).
Stavolta nessun invito all’astensione, il gregge segua il vento: con viatico di Sua Santità, che invita a un “cambio di mentalità”. Il vento è vento. 

Il fantasma di Occhetto


Le vittorie di Milano e Napoli sarebbero l’alba del domani? Se il buon giorno si vede dal mattino, all’orizzonte si levano bagliori preoccupanti.
Neanche ha il tempo di indossare la fascia tricolore e Pisapia si ritrova Vendola sulle spalle a dar sfogo, tutto brillo d’identità, proprio alla macchietta che Libero e il Giornale hanno agitato a scopo intimidatorio fino al ballottaggio. Neanche ha il tempo di scrollarsi di dosso il Pisapippa che gli ha appiccicato Grillo e si piglia i mugugni di chi non gradisce Tabacci in giunta.
Non meglio a Napoli: neanche ha il tempo di indossare la fascia tricolore e a De Magistris riviene il raptus da pm imprudente, entrando a gamba tesa in Calciopoli. Uomo nuovo, si è detto, e chi va a scegliere come primo interlocutore? Il cardinale Sepe.
Bah, va male, molto male. A destra, tutti marci dentro e fuori. A sinistra, i soliti squinternati. Sicché i referendum sono diventati altra cosa da quella che dovevano essere: quello sul legittimo impedimento ha inglobato gli altri tre. Piaccia o no, del nucleare avremo bisogno. Piaccia o no, i quesiti sull’acqua non sono sulla sua privatizzazione. Ma dirlo è peccato: più impopolare che essere filoisraeliani e dire che Vecchioni e Jovanotti fanno cagare.
Probabilmente ci libereremo di Berlusconi, probabilmente non si rifarà la Dc, ma Dio ci liberi dal fantasma di Occhetto. 

martedì 7 giugno 2011

Lo spirito del '94 (reloaded)


Giuliano Ferrara chiama a raccolta i liberi servi del berlusconismo” per una “volitiva e inconcludente discussione” sul se e sul come si possa recuperare lo “spirito del ’94”. Tolti i virgolettati, siamo ancora a quanto diceva il 26 novembre 1994, quando il Berlusconi I scricchiolava, come oggi scricchiola il Berlusconi IV.

Trecento metri a piedi


La sezione elettorale in territorio italiano più vicina non dista più di trecento metri dalla Città del Vaticano, ma agli elettori italiani residenti in Vaticano vengono inviate le schede elettorali come se abitassero in Argentina. Il costo per il nostro erario sarà irrisorio e probabilmente al Papa fa piacere, quando vuole, ribadire che è il capo di uno stato estero, anche con queste piccolezze. Sta di fatto che i cittadini italiani residenti in Vaticano sono meno di 20 e si risparmia loro quei trecento metri a piedi.

    

lunedì 6 giugno 2011

Il modello

Nel 1920, su un giornale bavarese, apparve il seguente annuncio a pagamento: “Impiegato statale di medio livello, cattolico, 43enne, cerca ragazza cattolica, vergine, che sia brava in cucina, nel cucito e nelle pulizie domestiche. Gradita la dote, ma non è indispensabile”. Rispose una certa Maria Peintner, 36enne, figlia illegittima di un mugnaio, cuoca, non particolarmente carina, e quattro mesi dopo i due si sposarono.
Dei tre figli che ebbero, uno oggi dice: Purtroppo dobbiamo constatare, specialmente in Europa, il diffondersi di una secolarizzazione che porta all’emarginazione di Dio dalla vita e ad una crescente disgregazione della famiglia. Si assolutizza una libertà senza impegno per la verità, e si coltiva come ideale il benessere individuale attraverso il consumo di beni materiali ed esperienze effimere, trascurando la qualità delle relazioni con le persone e i valori umani più profondi”.
Sì, avete indovinato, parliamo di Joseph Ratzinger, il figlio del gendarme e della cuoca. Quando parla dei “valori umani più profondi”, avrà come punto di riferimento quei due poveracci dei genitori? Lamenta che oggi “si riduce l’amore a emozione sentimentale e a soddisfazione di pulsioni istintive, senza impegnarsi a costruire legami duraturi di appartenenza reciproca e senza apertura alla vita”: avrà come modello il puro sentimento che unì i suoi genitori in virtù delle reciproche convenienze? Una nubile attempata in cerca di una sistemazione e un celibe intenzionato a risparmiare sulle spese per la domestica: penserà a questo quando parla del “valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio”?
“Care famiglie – esorta – siate coraggiose! Non cedete a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria, o addirittura sostitutiva del matrimonio! Mostrate con la vostra testimonianza di vita che è possibile amare, come Cristo, senza riserve, che non bisogna aver timore di impegnarsi per un’altra persona!”. Naturalmente i tempi sono cambiati, neanche un cenno alla dote.

Commemorando e ricommemorando

Venti morti e più di trecento feriti: si commemorava la Naksa, la sconfitta che gli israeliani infersero nel 1967 a una coalizione di tre o quattro stati arabi che avevano accumulato truppe e armi pesanti ai confini dello Stato di Israele, dando l’impressione di non avere intenzioni pacifiche. Quella volta furono gli israeliani ad attaccare per primi, come avevano già fatto nel 1956 contro l’Egitto, ma è che subito dopo la sua fondazione, nel 1948, lo Stato di Israele era stato attaccato da cinque o sei paesi (Siria, Egitto, Libano, Iraq, ecc.), che subirono una disfatta percepita in tutto il mondo arabo come catastrofe (Nakba), commemorata tre o quattro settimane fa con un prezzo di poco inferiore: una dozzina di palestinesi morti e circa duecento feriti.
È che il modo in cui i palestinesi amano commemorare Naksa e Nakba non è immune da pericoli: violare i confini di uno stato sovrano, per giunta tirando sassi ai soldati israeliani che stanno lì per evitare che vengano violati, è per lo meno rischioso. Rischio che pare non impensierire i commemoranti, che infatti a questo genere di scampagnate oltre frontiera portano pure mogli e figli.
Non so se ansa.it possa essere citata come fonte attendibile. Se è così, pare che anche oggi le cose siano andate come il 15 maggio scorso: “I primi incidenti si sono verificati sulla Collina delle urla, nei pressi del centro druso di Majdal Shams, dove centinaia di dimostranti palestinesi e siriani provenienti da Damasco si sono lanciati contro le postazioni israeliane. Mediante megafoni, i militari hanno allora avvertito in arabo che chi avesse oltrepassato i reticolati di confine sarebbe stato colpito da proiettili. Poi hanno sparato in aria, a scopo dissuasivo. Infine hanno sparato alle gambe di chi maggiormente si esponeva. In questa fase il bilancio delle vittime è rimasto contenuto. Ma alcune ore dopo oltre un migliaio di persone si sono radunate a Quneitra, nella zona centrale del Golan, per cercare di forzare da là le linee israeliane”.
In casi come questi è difficilissimo stabilire di chi sia la colpa, tutto sta nell’essere sostenitore delle ragioni dei palestinesi o di quelle degli israeliani. Evitiamo di andare troppo a ritroso nel tentativo di verificare in radice le une e le altre (da un lato c’è chi ritiene che gli ebrei starebbero meglio in Australia o in Madagascar o sparsi un po’ di qua e di là, dall’altro c’è chi sostiene che vi sia traccia della loro presenza nelle terre che oggi occupano, datata tre o quattro millenni) e limitiamoci a dire che chi sostiene la causa palestinese considererebbe cosa ragionevole che i soldati israeliani accogliessero gli sconfinanti con ghirlande di fiori e caraffe di limonata. Anche stavolta sono stati delusi e dunque anche stavolta dobbiamo aspettarci una chiamata al lutto.


domenica 5 giugno 2011

Catturata in Canada la farfalla che col suo battito d'ali ha provocato il tifone Songda nelle Filippine



“Un sistema marcio fino al midollo”

Tolto l’ultimo capoverso che pare appiccicato in coda un po’ a sproposito, condivido quasi interamente La politica del conte Ugolino (Il Fatto Quotidiano, 4.6.2011). Trattandosi di un articolo di Massimo Fini, al quale da queste pagine non sono mai state risparmiate critiche, mi affretto all’atto dovuto di segnalarlo come ottima analisi.   

sabato 4 giugno 2011

Dicevo e scrivevo, un cazzo

L’innata propensione ad accomodare i fatti alle proprie opinioni correnti spinge Giuliano Ferrara a pensare che sia un diritto di natura liberamente disponibile e disinvoltamente fruibile, così, spiazzando il biografo, scrive: Tra il 1989 e il 1992 […] facevo in un certo senso il rompicoglioni personale di Bettino Craxi. Scrivevo e gli dicevo […]: […] non chiudere alla democrazia maggioritaria e alla preferenza unica, […] riforma questo partito del cazzo” (Il Foglio, 4.6.2011).
Ora c’è da rammentare a chi ha memoria labile che nel suddetto arco di tempo Craxi e il craxismo erano nel punto più alto della loro parabola, che di lì a poco avrebbe invertito repentinamente il verso, prima col terremoto elettorale del 5-6 aprile 1992 e poi con l’arresto di Mario Chiesa; e non risulta affatto che Ferrara avesse previsto, tanto meno che consigliasse al segretario del Psi di aprire al maggioritario, ancor meno che lo esortasse a ripulire quel covo di filibustieri, né per presentimento, né per ragionamento. Anzi, nella puntata del 25 maggio 1989 di Radio Londra, scagliava fulmini sulla proposta di legge che mirava a una riforma elettorale in senso maggioritario, denunciandola come un tentativo di strozzare il Psi tra Dc e Pci. D’altro canto, dopo il crollo elettorale di Dc, Pds e Psi del 1992 esortava l’ex Pci a dar manforte al Caf dalle pagine del Corriere della Sera: “Non resta che lo spazio di un governo di grande coalizione”, che così, a naso, sembra roba molto impropriamente maggioritaria. E dunque? Sarà mica che si accomodino i fatti con troppa libertà? “Scrivevo e gli dicevo”: “gli dicevo” può darsi, “scrivevo” non risulta. A meno che non fosse scritto molto tra le righe, come consigliava Mosè Maimonide.
Per la riforma del partito che Ferrara dovrebbe aver consigliato a Craxi, idem con patate. Anzi, che con la scusa che la politica ha i suoi costi e che non siamo anime belle o mammolette, avendo dalla nostra, e insieme, il Machiavelli e il Guicciardini, potremmo riscrivere anche oggi quel discorso con quale Craxi chiamava in correità tutto il sistema partitico, pretendendo che gli si parasse il culo. Bene, è proprio sotto quel culo che tanti socialisti costruirono le loro ricchezza personali: tra un Martelli che lo raccomandava e un Manca che lo lisciava, ci pensò pure Ferrara, peraltro vantando di aver trovato la agognata sistemazione. Da lì sotto non emerse mai un suo mugugno a lamentare che lì si rubava e che occorreva fare pulizia. Tutt’al più gli sarà scappata una smorfia di fastidio nel constatare che il Psi era ormai diventata una organizzazione a delinquere, ma deve essere stata fuggevole e ce la siamo persa.

Tre «no» e un «sì»

Voterò «sì» all’abrogazione della legge che, anche dopo la parziale correzione che la Corte Costituzionale ha apportato al testo lo scorso 13 gennaio, continua a legittimare per premier e ministri l’impedimento al presentarsi in un’aula di tribunale per rispondere delle imputazioni loro ascritte (referendum n. 4, scheda verde): la ritengo ingiusta, odiosamente ingiusta. Dirò tre «no», invece, ai restanti quesiti.
Sui due che i sostenitori del «sì» sono stati bravi a far credere che pongano in questione la “privatizzazione dell’acqua” (referendum n. 1, scheda rossa, e n. 2, scheda gialla) faccio miei gli argomenti di Annalisa Chirico, partendo da una personale convinzione che ha molti punti di analogia con quella di GiovanniFontana e che alcuni mesi fa ho declinato anche sull’opzione nuclearista (qui), sulla quale il disastro di Fukushima non è riuscito a farmi cambiare idea. In breve, non trascuro di considerarne i costi e i rischi, ma la ritengo obbligata – se non oggi, quando forse sarà troppo tardi – con l’attuale trend demografico mondiale, l’esaurimento dei giacimenti petroliferi e la mancanza di fonti alternative di energia capaci di far fronte – almeno per ora, come onestamente ammettono gli antinuclearisti meno ideologizzati – al fabbisogno previsto già tra venti o trenta anni.
Questa è la ragione per la quale dirò «no» al quesito n. 3 (scheda grigia) e so bene che si tratta di una posizione impopolare, peraltro largamente destinata a perdere laddove fosse raggiunto il quorum. Ma la scelta dell’astensione per far fallire un referendum mi è sempre parsa intellettualmente disonesta, per principio. E allora andrò a votare: tre «no» e un «sì».

venerdì 3 giugno 2011

A un anno di distanza

Ho dedicato molta attenzione all’omicidio di monsignor Luigi Padovese (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e oggi, a un anno di distanza, trovo buona concordanza tra le mie impressioni di allora e quanto leggo su Avvenire, dove finalmente si ammette che la versione del movente religioso, strillata come sola possibile a cadavere ancora caldo, ha perso ormai ogni credibilità (Padovese «vive»). A tal riguardo devo rinnovare il richiamo al fatto che del Padovese si scrisse che era senza dubbio un «martire della fede» solo ai piani bassi della macchina propagandistica (Il Foglio, Tempi, lo stesso Avvenire), mentre Benedetto XVI subito tenne a precisare: “Sicuro è che non si tratta di un assassinio politico o religioso, si tratta di una cosa personale” (2), e nella omelia funebre il cardinale Dionigi Tettamanzi non fece mai cenno alla morte del Padovese come al prezzo del sangue pagato in testimonianza della fede (4).
Oggi si concede che “a distanza di 12 mesi rimangono gli interrogativi sul suo brutale omicidio”, “gli inquirenti devono ancora stabilire perché Altun abbia ucciso”, “le domande sulla morte di Padovese rimangono per il momento senza risposta”: non è affatto certo che sia stato un martirio, non più, e comunque Avvenire pare non voglia insistere nella versione del crimine di matrice islamista tanto cara a Ferrara e ad Amicone. In questo nuovo modo di leggere la vicenda, oggi finalmente aperta ad altre possibili interpretazioni, il giornale dei vescovi non può più escludere con lo sdegno di un anno fa lipotesi che il Padovese sia stato ucciso da Murat Altun per le sue pressanti avances sessuali, che a mio parere era ed è la più credibile, oltre ad essere quella che il reo confesso ha dichiarato come reale movente.


Problemini

Viene a porsi un problemino che mi pare non sia stato messo in adeguato rilievo: lo statuto del Pdl non contempla la figura del segretario politico, sicché Angiolino Alfano si trova a ricoprire una carica che in pratica non ha poteri, se non quelli che gli sono stati attribuiti con procedura a dir poco irrituale. Tenuto conto di cosa sia il Pdl, questo non stupisce più di tanto. Il fatto è che questo nodo pare destinato a rendere drammaticamente esplicita, prima o poi, la totale assenza di regole in un partito che Silvio Berlusconi ha sempre concepito e continua a concepire come proprietà privata. Ne dà ottima rappresentazione una intervista concessa ieri a Radio Radicale da Alessandra Mussolini, che non sarà fra i più autorevoli esponenti del Pdl, ma solleva la questione in termini che dovrebbero almeno impensierire chi ha a cuore la già instabile formazione politica. 

 
Non è tutto, perché in coda allintervista emerge un altro problemino, altrettanto delicato, anche se di natura tutt’altro che formale: dover giocoforza accontentare i Responsabili penalizza i Pazienti, che così cominciano a sentirsi Fessi.


Parrebbe, insomma, che per la maggioranza attualmente in pugno al centrodestra i pericoli non vengano da quelli che sono stati comprati ma da quelli che cominciano a chiedersi perché darsi a gratis. Il governo parrebbe rischiare di essere azzoppato più dai peones del Pdl che dalla Lega. Se alle opposizioni conviene che il Berlusconi IV abbia fine al più presto, si dovrebbero acuire le contraddizioni in seno alla maggioranza portando queste insofferenze in superficie. Per esempio, dovrebbe essere messa all’ordine del giorno la discussione su temi di forte impatto, sui quali il governo sia ripetutamente costretto a porre la fiducia. Il calendario della Camera dovrebbe diventare incandescente, insostenibile alla pazienza dei Pazienti. Chissà se Gianfranco Fini può nulla.


“Il contributo dei cattolici all’Unità d’Italia”

Torno sulla faccia tosta delle gerarchie ecclesiastiche che dall’inizio di quest’anno, 150° dall’Unità d’Italia, cercano di rifilarci la schifosissima menzogna che il processo di unificazione nazionale ebbe il contributo anche della Chiesa. Ci torno perché, se si fa passare questa bugia, proveranno a farci credere che fu Pio IX a partire da Quarto, sbarcare a Marsala, ecc. Me ne dà occasione il resoconto che zenit.org ci offre del convegno, tenutosi a Roma il 26 maggio, su Il contributo dei cattolici all’Unità d’Italia”, organizzato dalla fondazione Italia Protagonista, che fa capo ad autorevoli ex colonnelli di Gianfranco Fini, oggi neo caporalmaggiori di Silvio Berlusconi, e dall’associazione cristianista Cuore Azzurro, della quale è presidente – Dio, com’è piccolo il mondo! – l’autore dell’articolo su zenit.org. Ce la suoniamo e ce la cantiamo da soli, insomma, e il ritornello ripete che l’Unità d’Italia ebbe il contributo dei cattolici.
Ora, qui ci troviamo di fronte a una questione delicata. Per intenderci, è la stessa di quando si cerca di dimostrare che Pio XII fosse grande amico dei ebrei portando come prova il fatto che sette preti e cinque suore salvarono un tot di ebrei prima e dopo il 1943, come se il suo silenzio sul rastrellamento del Ghetto di Roma e la deportazione degli ebrei che i nazisti gli facevano sotto il naso sia da considerare un dettaglio. Mutatis mutandis, pare che siano stati identificati alcuni cattolici fra quanti volevano un’Italia unita.
Non bisogna avere pregiudizi: vediamo che si sono detti, i signori convegnisti, così vediamo di cosa si sono convinti e, soprattutto, di cosa vorrebbero convincerci.

“«C’è un rapporto inscindibile tra l’Unità d’Italia e storia del cattolicesimo», lo ha affermato monsignor Rino Fisichella. Ribaltando i luoghi comuni che indicano l’Unità d’Italia come una guerra contro il Vaticano, il Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione ha spiegato che «ne è passata di acqua sotto i ponti da quando un frate francescano fra Giacomo da Poirino venne sospeso a divinis con la colpa di essere andato al capezzale di Cavour e di averlo confessato in punto di morte»”.
Passaggio davvero interessante: pare che, passando, l’acqua abbia cambiato i ponti. Cavour scomunicato dalla massima autorità della Chiesa cattolica al pari di chiunque volle e fece l’Unità d’Italia, sospeso a divinis – sempre dalla massima autorità della Chiesa cattolica – il frate che si era azzardato a somministrargli gli estremi sacramenti, ma è passato tanto tempo, possiamo chiudere un occhio sull’accaduto, minimizzarne il senso. Sì, sembrerebbe proprio che la Chiesa fosse aspramente ostile a un’Italia unita, ma sono passati 150 anni, il tempo che fa di una inoppugnabile realtà storica un luogo comune.
«È vero – concede Sua Eccellenza – il non expedit è un fatto storico, ma nella Chiesa c’erano anche gruppi che lavoravano per la riconciliazione, i cosiddetti ‘cattolici transigenti’». Eccoli qui! Ecco gli immancabili equipollenti dei preti e delle suore che diedero aiuto a questo o a quell’ebreo! E chi furono – quanti furono – questi ‘cattolici transigenti’?
Lucetta Scaraffia ha provato ha indicarli nei membri di quelle “congregazioni di vita attiva, soprattutto quelle di origine piemontese come i salesiani e le figlie di Maria Ausiliatrice, o le suore carcerarie della marchesa di Barolo, [che] hanno realizzato una collaborazione fattiva con i governi che si sono susseguiti al potere nei primi decenni dell’Italia unita”. Sì, ma appunto dopo l’Unità d’Italia. Ma prima? Quanti e quali furono i cattolici che, sbattendosene della massima autorità della Chiesa cattolica, si spesero per l’Unità d’Italia? Lo ha detto il senatore Stefano De Lillo, dopo un breve inciso del senatore Maurizio Gasparri, per il quale “senza la religione cattolica, l’Italia non sarebbe quello che oggi è”. Chiuso l’inciso con un “grazie al cazzo”, veniamo a De Lillo, il quale non ha saputo fare più di due nomi: Antonio Rosmini e Silvio Pellico.
“Di Pellico il senatore De Lillo ha ricordato la grandezza umana e culturale. I suoi libri più famosi Le mie prigioni e I doveri degli italiani sono stati tradotti in più di 269 lingue, e sono ancora le opere italiane più diffuse al mondo. Per il senatore De Lillo «l’eroismo e i valori espressi nella battaglia per la libertà e per il rispetto dei diritti umani di Pellico è paragonabile a quelli del Mahatma Ghandi per l’India e di Nelson Mandela per il Sudafrica»”.
Sì, tutto perfetto, ma stiamo parlando dello stesso Pellico messo in galera dagli austriaci alleati col Papato contro l’Unità d’Italia? Rosmini, poi. Parliamo del Rosmini le cui opere furono messe all’Indice dal Sant’Uffizio?

giovedì 2 giugno 2011

Ci siamo, ci siamo quasi

2 giugno 1946, si sottovaluta l'importanza della data



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“Simbolo della civiltà e della cultura”



Vedere il “simbolo religioso” nel crocifisso spesso è difficile, talvolta impossibile, e questo il caso del crocifisso in pugno al sostenitore di Ratko Mladic (la Repubblica, 1.6.2011 – pag. 21). In questo caso è possibile cadere in errore perché insieme al crocifisso – zoomando indietro a inquadrare gli altri sostenitori del “boia di Srebrenica” – era esibito anche un altro simbolo: quello della mano destra alzata a mostrare tre dita, simbolo della Santissima Trinità, nel gesto che è lo stesso delle guardie svizzere quando prestano giuramento. Insomma, ad essere ingenui o perfidi, il crocifisso qui esposto in luogo pubblico (Belgrado, 30.5.2011) potrebbe sembrare proprio un “simbolo religioso”. Non è così, perché per fortuna – come ci ha più volte ricordato Benedetto XVI, con cataratte d’eco della gerarchia ecclesiastica, fin giù all’ultimo chrétien di Avvenire – il crocifisso è anche – chissà, forse soprattutto – “simbolo della civiltà e della cultura”. Si badi bene: non già di una civiltà e una cultura, ma della civiltà e della cultura per antonomasia. Chi potrà mai negare il diritto al popolo serbo di rivendicare con orgoglio le sue radici cristiane?


Venite fuori con le mani alzate

Dalla versione originale è stata tagliata in coda una raccomandazione: “Presto, prima che l’esasperazione del paese abbrutisca gli animi. Li trova già abbrutiti? Può esser peggio”.

mercoledì 1 giugno 2011

L'espugnettatore


Viatico per gli esasperati e gli spazientiti


Iniziamo col deludere chi pensa che si arriverà al bagno di sangue. Spiace dirlo agli esasperati che sognano ad occhi aperti di poter essere risarciti in questo solo modo di quanto hanno subìto dal regime: Berlusconi e i suoi gerarchi non finiranno appesi a testa in giù, anche la gogna che farà da succedaneo del massacro sarà relativamente mite, e durerà meno del Carnevale di Rio. Al massimo potrà scapparci il gesto isolato di qualche psicolabile che, lungi dal dare il via ai torbidi, fermerà il passo ad altri malintenzionati. Avete sentito, ieri, Tonino Di Pietro? Non che avesse piena comprensione di cosa voglia dire pietas, ma a Ballarò diceva che, sì, lui provava una gran pietas per Berlusconi. In parole povere, anche lui ha perso la spinta propulsiva di 17 anni fa.
Con forze in campo così logore non si fa nessuna decente guerra civile, tutt’al più qualche linciaggio estemporaneo, sporco, tecnicamente abominevole. E dunque toglietevi dalla testa di vedere la Minetti rapata a zero legata su una sedia a L’Infedele, non sta né in cielo né in terra. La Santanchè vulcanizzata? Oziose fantasie. Ferrara impalato? Si spezza il palo.

Spiace poi dover dare un duro colpo anche a quelli esasperati appena un po’ meno: Berlusconi non andrà mai in galera e non sarà mai costretto a fuggire all’estero. I suoi sapranno riciclarsi e comunque non patiranno la fame: come gli Usa fecero con le migliori intelligenze della Germania nazista, la Chiesa assorbirà il meglio del blocco sociale clericofascista andato a pezzi, e gli scarti saranno ricompattati.
Quando e se il regime dovesse precipitare – più probabile vada sublimando – non si sentirà un botto, ma il rumore di un vestito che cade perché chi c’era dentro è scomparso. Sì, so bene che questo sarà frustrante, ma anche a volersene fare più esasperati saremmo a quanto nel primo capoverso, per giunta oltre tempo massimo per una decente guerra civile. Tutt’al più avremmo – non avremo, dico avremmo – un rosario di vendette personali. Si potrebbe anche fare, ma in fondo siamo tutti parenti, amici e conoscenti. Per dire: se Capezzone mi viene a chiedere un euro, come faccio a dirgli no?

Veniamo a quelli esasperati ancora meno, diciamo: i vivamente spazientiti. Diciamo che anche all’opposizione – dico di più: anche in pensione – Berlusconi ha tanto denaro da potersi permettere più di uno sfizio. Potrebbe addirittura avere uno scarto di stile e provare gusto a permetterselo senza metterci la firma: una sorta di milizia personale, coperta, qualcosa tra una lobby diffusa e una setta piramidale.
Gli spazientiti abbiano pazienza e non si ubriachino di festeggiamenti, peraltro troppo anticipati. Valga in generale la presa d’atto che questo paese non ha l’indole per dare ai fatti il senso delle parole, né alle parole il peso del loro significato. Si recita, recitano tutti, anche il disagio più vero e il malessere più acuto stanno addosso a chi li sente come un tatuaggio da cancellare. Per quanto il risultato sia di gran lunga inferiore, si preferisce sempre coprirlo che scorticarsi.

martedì 31 maggio 2011

il Giornale, 31.5.2011



Via Antonio Oscar Mendoza


Le dimensioni della vittoria di Luigi De Magistris hanno stupito tutti. Poteva vincere, ma il risultato è andato ben al di là della più rosea aspettativa dei suoi fan, e senza dubbio oltre ogni sua speranza. Autorevoli commentatori hanno già a caldo stilato l’elenco di tutte le possibili ragioni di un così ampio successo, ma a mio parere i conti non tornano se non si aggiunge la morte di Antonio Oscar Mendoza, il crocierista deceduto venerdì sera, dopo 9 giorni di coma, per gli esiti del trauma cranico riportato in seguito allo scippo subìto appena sbarcato a Napoli, lo scorso 18 maggio. Mentre ancora Silvio Berlusconi replicava il suo solito sketch in Piazza Plebiscito, peraltro mezza vuota, la notizia della morte di Mendoza è caduta sulla città come un micidiale ceffone. Pena, indignazione, rabbia impotente e muta, ma soprattutto un immenso scuorno, e Napoli si è finalmente sentita colpevole, umiliata dalla sua stessa rassegnazione, così spesso stanca, non di rado cinica.
I problemi che attendono una soluzione da Luigi De Magistris sono enormi, forse irrisolvibili, e tuttavia dovrà iniziare da qualcosa. Il gesto simbolico di intitolare una via o una piazza ad Antonio Oscar Mendoza costa il resto di niente, ci si mette due minuti e non dovrebbe incontrare il no dell’opposizione. La realtà di una città disperata non verrebbe neanche scalfita, ma si inizierebbe come si deve.

Signori giacobini, v’imploro

“Abbiamo perso. Servono nervi saldi. L’unica strada è andare avanti. Ho sentito Bossi che è d’accordo. Dobbiamo fare con il Pdl un ragionamento. Per radicarci di più sul territorio. I milanesi devono pregare il buon Dio. A Napoli si pentiranno moltissimo”


C’è tutto il campionario del pazzo assediato dalla realtà. Perciò, signori giacobini, v’imploro: non lo appendete a testa in giù, è malato, ha bisogno di cure. Sfogate piuttosto i vostri bassi istinti rivoluzionari su quelle carogne che, dopo averlo portato a questo punto a suon di adulazioni e applausi, ancora lo assecondano nella pazzia.

lunedì 30 maggio 2011

domenica 29 maggio 2011

Ucci ucci

Gli Angelucci querelano L’Espresso per un articolo di Lirio Abbate (Angelucci connection – 22/LVII, pagg. 68-72), che in fondo si limita ad aggiornare la pagina che Wikipedia dedicava ad Antonio Angelucci (ora oscurataa seguito di minaccia di azioni legali”). Disponibile solo a pagamento sul sito del settimanale, generosamente offerto a gratis dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.


Un anno, un mese e una settimana dopo


“Qui a Malta vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro Paese promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no al divorzio. Vi esorto a mantenere questa coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del matrimonio e della vita famigliare per una società sana”


“La Valletta - Malta dice «sì» al divorzio. Il referendum per la sua legalizzazione è passato con una netta maggioranza del 54% dei voti”

Preferisco credere

“Io me lo ricordo, il 93-94. […] Tanta gente […] ci credeva veramente, specie a Milano: non tanto nella rivoluzione liberale – non glien’è mai fregato niente a nessuno – quanto nell’efficientismo come valore, nella sburocratizzazione dello Stato, nella modernizzazione di una classe politica decrepita” (Piovono rane, 26.5.2011).

Preferisco credere che Alessandro Gilioli abbia dei vuoti di memoria, sennò devo sospettare che nell’essere strasicuro della sconfitta di Letizia Moratti voglia fin d’ora riporre il diritto dei vincitori, quello di riscrivere la storia, concedendo ai vinti al massimo la buona fede dei fessi.
Occorre dire, infatti, che la “gioiosa macchina da guerra” contro la quale Silvio Berlusconi scese in campo non rappresentava un momento di modernizzazione della classe politica, non aveva nel suo programma la sburocratizzazione dello Stato e soprattutto era segnata da un forte pregiudizio (culturale prim’ancora che politico) su ogni genere di efficientismo: il Polo delle Libertà le era alternativo, almeno a chiacchiere. Perciò mi sembra assai poco corretto dire che della rivoluzione liberale “non glien’è mai fregato niente a nessuno”: è come dire che, quando cadrà Silvio Berlusconi, avrà vinto Achille Occhetto.
Il consenso che Silvio Berlusconi intercettò nel 1994 non si spiega solo con “i riciclati del Psi o della vecchia Dc che si buttavano come cani sull’osso” e con chi fu illuso dal “mito del «se farà con l’Italia quello che ha fatto con il Milan finalmente qualcosa vinceremo anche noi»”: dal basso saliva l’idea di un progetto alternativo a quello cattocomunista, l’unico che Tangentopoli aveva lasciato in piedi sullo scenario politico, e almeno quest’idea aveva i caratteri dell’istanza liberaldemocratica. Silvio Berlusconi la conquistò, la stuprò e le fece partorire un mostriciattolo clericofascista.
Non lo votarono soltanto gli orfani del Caf e chi volle credere nelle sue taumaturgiche doti di uomo del fare: lo votarono anche quelli che erano terrorizzati all’idea di un paese come sarebbe piaciuto a Moro e a Berlinguer, ed erano elettori sinceramente liberali.

venerdì 27 maggio 2011

Gaudeamus

Non sono del tutto convinto che sia certa la vittoria di Giuliano Pisapia, ancor meno che sia certa quella di Luigi De Magistris, ma mi auguro di essere smentito e anzi voglio unirmi ai prematuri festeggiamenti di chi ritiene che ormai sia cosa fatta e che il centrodestra sia già uscito sconfitto dai ballottaggi di Milano e di Napoli.
Gaudeamus igitur, ma siamo proprio certi che adesso la Lega molli Silvio Berlusconi, il governo cada e il Pdl imploda? Siamo proprio sicuri che questo accada nel giro di qualche settimana, al massimo entro qualche mese, se non di botto? Qui ho qualche dubbio e ritengo che siano un po’ troppo sopravvalutati, in entrambi gli schieramenti, gli effetti che deriverebbero sul quadro politico generale da una sconfitta di Letizia Moratti e di Gianni Lettieri: si spera e si dispera più del dovuto.
Silvio Berlusconi non mollerà. È probabile che davvero, come di tanto in tanto manda a dirci, sia tentato dall’idea di abbandonare la politica, ma non lo farà, se non costretto dagli eventi, e dopo aver opposto strenua resistenza.
La Lega non può permettersi di perdere di colpo ciò che solo Silvio Berlusconi ha potuto e ancora può darle, tanto più e tanto meglio se si tratta di un Silvio Berlusconi ulteriormente indebolito: è in un punto del suo ciclo vitale dove stare all’opposizione le farebbe perdere più consensi di quanti potrebbe perderne per sostenere questo governo.
Le opposizioni – semplicemente – non hanno un programma comune, non costituiscono ancora un’alternativa, chissà se ci riusciranno mai e quanto durevole potrà mai rivelarsi.
Lunedì 30 maggio, in ogni caso, anche nel beneaugurato caso che il centrodestra perdesse le sfide di Milano e Napoli, si apre una stagione durissima, incertissima, forse dolorosissima. Gaudeamus igitur?




giovedì 26 maggio 2011

32 minuti di Porta a porta


Troppi partiti, troppe liste civiche, la scheda era un lenzuolone talmente pieno di simboli che il povero elettore ha fatto fatica a trovare quello del Pdl. Col pragmatismo che lo contraddistingue, poco manca che butti lì l’idea di stamparli di dimensioni differenti, in proporzione al numero dei voti raccolti all’elezione precedente, un bel Pidiellone al centro.
Questo spiegherebbe il calo del suo partito, ma il calo delle preferenze a 28.000? Sul simbolo della lista c’era scritto il suo nome e quindi l’elettore avrà pensato che bastasse sbarrarlo per esprimere la preferenza in suo favore. Ma sul simbolo della lista non c’era il suo nome, quando ne prese 53.000? In generale, poi, com’è che le cose sono andate tanto male?
Colpa delle tv, tutte schierate contro di lui. Qui la balla è così grossa che perfino Bruno Vespa si vede costretto a fargli notare, giusto per darsi un tono da giornalista, che 5 emittenti su 7 sono state multate per averlo favorito. Non fa una piega: gli hanno chiesto un’intervista e non si è sentito di negarla, gli sembrava scortesia. Sì, ma la multa inflitta dall’Agcom? Garantisce che non sarà pagata, deve far pacchetto con la moratoria sugli immobili abusivi da abbattere e col condono delle multe per infrazioni al codice stradale (liberticida non meno di quello civile e di quello penale).

Milano e Napoli sono grandi aziende, hanno bisogno di un sindaco che s’intenda di gestione aziendale. Non vuole esagerare, è evidente, e infatti non chiude il sillogismo, ma lo lascia all’intelligenza degli elettori: solo un imprenditore può fare il sindaco, il governatore, il premier. Infatti, chi vota De Magistris, uno che non ha mai gestito neanche un chiosco di sfogliatelle, non ha cervello. Chi vota Pisapia non ne ha di più, e quel poco dev’essere cervello di frocio, di drogato, di brigatista o di musulmano. Votare quei due è una follia pura, se ne vuole un esempio? Ciò che il governo ha promesso a Napoli, se sarà eletto Lettieri, non le sarà dato, se vince De Magistris. Dimostrata la follia di votare contro la sua indicazione.
La sofisticata argomentazione avrà stancato troppo il telespettatore, peraltro è poco applicabile a Milano, che al governo le promesse può estorcerle, dunque stacchiamo un attimino dal ballottaggio e passiamo a parlare dei massimi sistemi nazionali, che è meglio.

Forse non troppo meglio. Il fisco, per esempio. Siamo davanti al fortunato inventore della formula “meno tasse per tutti”, che dunque ha il tema in pugno e potrà finalmente dirci come, quando, con quali coperture. Saranno dettagli, perché gli basta ripetere che lo farà.
Anche qui a Vespa scappa un’obiezione (avrà pippato e si sente ardimentoso:) “Scusi, presidente, ma lei è stato eletto per farlo e finora non l’ha fatto” (non così letteralmente, molto più sofficemente, come a sottintendere: quale mala sorte le si è messa di traverso, presidente?). E qui lui s’incazza un poco, come a dire: “Ma che cazzo volete? Meno tasse non si può, son cose che si promettono per prometterle, come quando per troppo idealismo ti scappa un ti amo con una puttana”.

Vespa si morde la lingua, capisce di aver sollevato una contestazione scostumata. Per riparare, passa al caso Ruby, con l’intenzione di offrire: “Ma poi, presidente, come cazzo le è venuto di chiamare in Questura e fare concussione di persona? Non poteva farla fare a un dipendente?” (non così letteralmente, molto più complice, come a sottintendere: lei è una affascinante testa di cazzo, presidente, sarà mica che l’ha fatto in buona fede, per fare una buona azione, per coltivare buone relazioni diplomatiche con Mubarak?).
Cross pennellatissimo, arriva il bomber e spara – più o meno – che nessuno gli può impedire di essere spontaneo e generoso. Doppio palo interno: vale come goal anche se ritorna in campo.

Qui cambio canale, sennò sfondo il televisore.


 

mercoledì 25 maggio 2011

«Bouche de la loi»

“I magistrati non sono un partito, non sono un potere autonomo, non sono eletti. Governano la giustizia, la amministrano in nome del popolo solo se e in quanto si comportano come «bocche della legge», questo diceva il grande giurista democratico Piero Calamandrei”
Qui Radio Londra, 24.5.2011


L’art. 104 della Costituzione recita: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Più che implicito, dunque, che essa stessa rappresenti un “potere”, quello giudiziario, che è “altro” da quello legislativo e da quello esecutivo, secondo la classica tripartizione. “Potere”, quindi, e “autonomo”. Questa è la prima delle puttanate dette da Giuliano Ferrara, ieri sera, ma la seconda non è da meno.
Non sono riuscito a trovare in alcun punto dell’opera di Piero Calamandrei un riferimento al giudice come mera «bocca della legge», ma non dubito possa esservi. Il fatto è che non potrà esservi che come evocazione della celebre espressione «bouche de la loi» coniata da Montesquieu (De l’esprit des lois, 1748). Poco male che Calamandrei si prenda un merito di Montesquieu grazie all’ignoranza di Ferrara, la questione è un’altra: l’idea di un giudice come mera «bocca della legge» nasce come pilastro della monarchia costituzionale e verrà subito sostenuta con forza dai giacobini.
Prima, con l’Ancien Régime, il giudice era un funzionario alle dipendenze del re e amministrava la legge scritta dal re, ma con la monarchia costituzionale il re non può più promulgare norme in contrasto con la costituzione data e, con l’avvento della monarchia parlamentare, il re diventa solo un garante della costituzione oltre che dell’unità nazionale, mentre il potere legislativo passa all’assemblea degli eletti. In questo passaggio del potere legislativo dal re al parlamento, i giacobini – al pari di Ferrara – pensavano a un giudice che da mero funzionario del re diventasse mero funzionario della classe degli eletti dal popolo. Questa visione giacobina di cosa debba essere un giudice non gli concede autonomia di potere e qui torna alla mente la bella pagina di Barbara Spinelli (la Repubblica, 9.3.2011) che rimanda al mittente l’accusa di giacobinismo che molti populisti del centrodestra rivolgono ai loro oppositori, con l’acuto rilievo di una radice giacobina nel berlusconismo. Sta nel voler mettere le procure sotto la tutela di un potere legislativo che ormai Berlusconi ha asservito a quello esecutivo. Dovremmo lasciarglielo fare sorbendoci intanto le sgangherate lezioni di diritto costituzionale dei suoi servi?

martedì 24 maggio 2011

Gnazio



Ignazio La Russa lamenta azioni di disturbo che militanti di sinistra starebbero arrecando alle manifestazioni in favore di Letizia Moratti e dice: “Faccio politica da quando avevo dieci anni e non ho mai visto i nostri fare altrettanto” (Ballarò - Raitre, 24.5.2011).
I nostri, chi? Non quelli coi quali ha fatto politica dai dieci ai trent’anni. È da un corteo nel quale sfilava in testa ai suoi che fu lanciata la bomba che uccise un poliziotto di 22 anni, Antonio Marino, che insieme ai suoi colleghi cercava di evitare l’aggressione neofascista a una sede del Movimento studentesco.  

Cacca di pipistrello




Bob Dylan ha 70 anni, ma almeno da 15 anni lo evito. Lo seguivo fin da Like a Rolling Stone, quando mio zio (chitarra solista) provava cover su cover in uno scantinato insieme a quattro suoi amici (era il 1966-67, avevo una decina d’anni e loro erano i Pepitas, incisero pure due o tre 45 giri).
Ogni tanto, molto raramente, ascolto ancora qualche sua vecchia ballata, cantata mille volte da ragazzo (sempre in un inglese molto approssimativo), come devo dire che non mi dispiacque affatto quella sua svolta elettrica dopo l’incidente stradale (si nasce Woody Guthrie, si può morire Iggy Pop), né penso gli abbia fatto male lo sprofondo nella fede, anzi, mi sembrò subito – e oggi confermo – che con quel suo cristianesimo da strada avesse preso una piega stralunata assai interessante.
La sua voce riuscì a rendermi piacevole anche quella rilettura nevrastenica delle sue canzoni più note che irritò mezzo mondo tra gli ’80 e i ’90, ma poi, nel 1997, arrivò il ricovero per quella pericardite da Histoplasma capsulatum, microrganismo che abbonda nella cacca di pipistrello, e lì, anche se Robert Zimmerman se la cavò, Bob Dylan ci lasciò le penne.
Sembrava ormai il cadavere del folk singer e del blues man, quando ancora mezzo imbottito di itraconazolo agitava le frange spioventi dalla giacca da cow boy, impalato davanti a un Giovanni Palo II più assente che assorto. Lì – rammento – spensi la tv e dissi: “Riposa in pace, Liberace”.

“Aiuto, Santità!”

Santità, se volesse raccogliere la supplica che Giuliano Ferrara le rivolgeva ieri sera e dire una parolina sul ballottaggio di Milano... Beh, veda lei, il ragazzone ci spera.

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“We have a lot of things that made sense once, or never made sense, that are clogging up the work” (Timothy Gowers – The Observer, 22.5.2011).

lunedì 23 maggio 2011

Sproposito nello sproposito


Goffredo Bettini lavorerebbe al progetto di un “partito unico a sinistra” che metta insieme “Pd, Sel e un pezzo dell’Idv”, così rivela Maria Teresa Meli (Corriere della Sera, 23.5.2011). Se questo corrispondesse al vero, ci troveremmo di fronte a uno sproposito nello sproposito, quello di un tizio che s’è molto speso per un Pd che rinunciasse ad ogni forma di alleanza tattica e strategica con altre formazioni politiche, e riuscendoci, per poi annunciare che non si sarebbe mai più interessato di politica quando il partito da lui portato a uno splendido isolamento ha mostrato tutti i suoi limiti, ma che ora cambia idea, ritira la decisione di ritirarsi e torna a spendersi per un nuovo progetto politico, che è l’esatto contrario di quello che pensava fosse l’unico vincente.
Ci vuole una grande fiducia in se stessi per sentirsi indispensabili in ogni stagione, ma ci vuole una gran faccia tosta per pensare di poterlo essere con due progetti opposti. La cosa triste, ma largamente prevedibile, è che non sarà mandato a cagare.


Pascolate lontano dai coglioni di Sua Eminenza

La vicenda che ha per protagonista don Riccardo Seppia lascia tanto sgomenti e inorriditi che pure gli anticlericali più agguerriti hanno finora avuto qualche reticenza nel farne uso strumentale e la parodia di uno spot della Cei che inviti a destinare l’8permille a don Seppia, cocainomane, sieropositivo e pedofilo, su YouTube ancora non s’è vista.
Per i reati che gli vengono contestati sarà un giudice a decidere, ma don Seppia ammette di averne commessi (uso, detenzione e cessione di stupefacenti), rigettando solo l’accusa di abuso su minore. Si dichiara gay e non nega di aver avuto una vita sessuale molto attiva, probabilmente senza farsi molti scrupoli nel contagiare i suoi partner (e qui ci sarebbero gli estremi per altri due o tre reati, però mai a danno di minori), ma dice che, quando al telefono offriva droga in cambio di bambini, scherzava.
Un bel gomitolo giudiziario, insomma, e tuttavia ho come la sensazione che Bruno Vespa non vorrà dedicare troppa attenzione alla vicenda di don Seppia, sicché finiremo per continuare ad avere idee confuse sul caso. Spendeva 300 euro al giorno, don Seppia, ma dove li prendeva? Il cardinal Bagnasco ha assicurato che nessuno fosse al corrente della condotta del prete, né di quella peccaminosa, né di quella criminale, e non ha fatto in tempo a dichiararlo ufficialmente che dai parrocchiani arrivano smentite: era noto fosse omosessuale e violasse i voti, pare che i suoi superiori fossero stati messi a conoscenza di sue molestie sessuali a danno di minori.

Chi mente? Boh. Di certo resta solo che finora don Riccardo Seppia non è stato né spretato perché indegno del ministero, né scomunicato per aver gravemente offeso il sacramento del sacerdozio. Sospeso dal ruolo di parroco, questo sì, ma è anche vero che da una cella del carcere di Marassi sarebbe stato difficile dir messa e tenere le lesioni di catechismo.
Ecco, allora, che sull’intrico della vicenda converrà astenerci da ogni commento, perché ogni impressione corre il rischio di essere ingiusta illazione. Di sicuro c’è solo il fatto che don Seppia resta per la Chiesa un alter Christus, nonostante tutto. Nessun seminarista potrebbe illudersi di diventare prete ammettendo anche la metà della metà di quanto don Seppia ammette, ma i sacramenti officiati da un prete, indegno quanto egli stesso ammette di essere, restano validi: era un tramite di merda tra Dio e i fedeli, ma pur sempre un tramite.
I genitori dei bambini battezzati da don Seppia, e che ora chiedono siano ribattezzati (*), sono cattolici stupidissimi, e chiedo scusa per il pleonasmo. In quell’untore drogato – pedofilo o no – c’era Cristo: almeno allora, quando tutti erano all’oscuro dei suoi dopomessa, Cristo c’era. A non volercelo vedere si fa offesa alla dottrina cattolica e a diritto ecclesiastico: a quei genitori non resta che ripassare il Catechismo e il Codice di Diritto Canonico. Così si renderanno conto che non possono nemmeno sbattezzare i figli, per poi farli ribattezzare: sarebbe insulto al sacramento, il loro. Via, pascolate lontano dai coglioni di Sua Eminenza.


 

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