martedì 26 aprile 2011

“Deboli, viziosi, inetti e ribelli”


Dalle prime esperienze, che sono necessariamente di tipo parentale, discende l’atteggiamento che successivamente avremo verso l’altro. Potremo con la ragione temperare questo imprinting, perfino arrivando a invertirne il segno, e così potremo passare dall’inclinare a credere che l’altro sia fondamentalmente buono al pensare che sia intrinsecamente cattivo, o viceversa, ma di solito la ragione servirà solo a trovare argomenti a supporto dell’imprinting. Arriveremo così ad avere argomenti in favore della tesi che l’uomo nasca buono o di quella opposta (nasca cattivo), e in realtà, ridotta all’osso, ogni discussione sull’uomo, e sugli uomini, non sarà altro che saggiare questi argomenti sul prototipo degli esiti delle prime esperienze.
Suppongo non sia difficile immaginare perché, dacché mondo è mondo, prevalga la tesi che gli uomini siano “deboli, viziosi, inetti e ribelli” (giudizio che Ivan Karamazov fa esprimere al Grande Inquisitore), insomma cattivi e pericolosi: una società costruita su questo giudizio dovrà rinunciare alla libertà in cambio della sicurezza, e in cambio di pane e speranza affiderà la propria paura ad un’autorità, e giacché ogni autorità tende a perpetuarsi, lo farà riproducendosi nella relazione parentale, che a sua volta si farà modello di relazione sociale. Il bambino deve essere preparato a diventare un uomo che sia incline ad una conveniente diffidenza verso il suo simile: non potendosi mai del tutto fidare di un patto tra simili, deve sentire il bisogno di un potere che lo domini “fino ad aver paura di esser libero” (ibidem).
Mentre scrivo siamo a meno di due o tre secoli dall’aver intuito che della ragione può esser fatto miglior uso: per esempio, rimettere in discussione il senso di “buono” e di “cattivo”; per esempio, smettere di pensare alla libertà come a un assoluto e imparare a coniugarla con la responsabilità; per esempio, rinunciare a credere che una società non regga senza essere impalata su un principio trascendente. Tre esempi che ci fanno capire che non avremo un altro bambino, fino a quando non avremo un’altra famiglia, fino a quando non avremo un’altra società: non resta che immaginare possibile un progresso umano sulla capacità che la ragione avrà di decostruire l’imprinting.
Con una ellissi: quanto più capiremo la società che ha prodotto i genitori di Dostoevskij, tanto più potremo fare a meno del Grande Inquisitore.

lunedì 25 aprile 2011

asca.it, 21.4.2011


Daniele Capezzone si precipitava a dichiarare: “Esprimo vicinanza e solidarietà a Paola Concia e alla sua compagna per il grave e spiacevole episodio di cui sono state vittime” (asca.it, 21.4.2011). Non si esprimeva a titolo personale, ma in qualità di “portavoce del Pdl”. In tale veste affermava: “Ogni persona, qualunque sia il suo orientamento, la sua scelta, la sua preferenza sessuale e di relazione, ha diritto a vivere nella libertà e nel rispetto di tutti gli altri”. Il portavoce del partito che finora si è sempre opposto ad ogni proposta di legge che sanzioni l’omofobia affermava che “sta alla politica, a tutta la politica senza distinzioni di schieramento, lavorare perché lo spazio della discriminazione sia sempre più ridotto, e possibilmente annullato al più presto”.
Sarà possibile ridurre questo spazio della discriminazione affermando che è meglio andare a puttane piuttosto che essere gay? Sarà possibile ridurlo, come fa Carlo Giovanardi, chiamando la Corte Costituzionale a censurare una réclame di Ikea? O si potrà ridurlo, contando sull’autorità del proprio ruolo politico e istituzionale, dichiarandosi “lesbico al 25%”?


[...]





Art. 289 c.p.


“Cosa aspettiamo a tirare fuori l’articolo 289 del codice penale, «attentato a organi costituzionali», che punisce con dieci anni di galera chi cospira contro lo Stato?”
il Giornale, 24.4.2011

In galera, secondo Giuliano Ferrara, dovrebbe finirci Antonio Ingroia. Urge fargli presente che il suddetto articolo vorrebbe ci finisse chiunque commette un fatto diretto ad impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente, (1) al Presidente della Repubblica o al Governo l’esercizio delle attribuzioni o prerogative conferite dalla legge; (2) alle assemblee legislative o ad una di queste, o alla Corte costituzionale o alle assemblee regionali l’esercizio delle loro funzioni”.
Ma questo non è l’identikit di chi gli mette la pappa nella ciotola? Quante volte Silvio Berlusconi ha paralizzato il Parlamento e il Consiglio dei Ministri, quante volte ha minacciato la Suprema Corte e il Capo dello Stato, quanto volte ha interferito pesantemente a discapito delle legittime prerogative di molte assemblee regionali?
Ritira l’idea dell’articolo 289, smetti di abbaiare, sennò ti mettono dentro il padrone e fai la fame.

domenica 24 aprile 2011

L’ultima su Fermat


“Una ricerca di Socialseeker che ha coinvolto 270 ricercatori volontari ha stilato la prima classifica dei 35 top opinion leader italiani che usano efficacemente i social network e in particolare Facebook sapendosi trasformare così in social influencers…” (primaonline.it, 21.4.2011), e in vetta trovo Nichi Vendola, Luca Sofri e Mario Adinolfi. Dispongo di una meravigliosa dimostrazione del perché, ma non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina.

Chissà come si dice in giapponese



“Anche a me vengono le stesse domande… E non abbiamo le risposte… E rimane la tristezza… E un giorno capiremo…”. E questo sarebbe un finissimo teologo? Ma fatemi il piacere.
Meglio, meglio, mille volte meglio il professor Roberto De Mattei, che dinanzi alla stessa domanda ha – tutto sommato – dimostrato di sapersela cavicchiare decentemente con la dottrina. Perché – carte alla mano – la risposta cattolica alla domanda posta dalla piccola Elena è proprio quella: il peccato originale ci fa tutti colpevoli, in partenza, senza differenza; e scontiamo con la morte la colpa di esser carne; e le catastrofi naturali hanno un loro ben preciso ruolo nell’economia della salvezza dell’anima; e sono mezzo di espiazione; sicché la morte di un bambino innocente sta nel progetto di un Sommo Bene che include pure lui.
E il vecchio Ratzinger? Poteva almeno pigliare da I fratelli Karamazov quella storiella del bambino che tira pietre ai cani – e i cani lo sbranano, e la madre si dispera: un giorno, spiega Alëša, madre e figlio saranno in Dio e lì comprenderanno che quanto è accaduto era cosa buona e giusta – poteva almeno rifugiarsi nella letteratura, il vecchio Ratzinger. Niente. Farfuglia quattro puttanate consolatorie, come un pretonzolo di quelli dolciastri.
Immagino l’obiezione, direte che era la risposta a una bambina? Ma è una bambina in età da Catechismo: su un punto così importante, la più alta cattedra se la sbriga con un “non abbiamo risposte”? Ma va’ a cagare, allora. (Chissà come si dice in giapponese.)

venerdì 22 aprile 2011

Girard for dummies




Jack Godell (Jack Lemmon):
“Che ti fa pensare che cerchino un capro espiatorio?”.
Ted Spindler (Wilford Brimley):
“Tradizione”.


The China Syndrome
(James Bridges, 1979)



giovedì 21 aprile 2011

Almah



Pur avendo a disposizione un termine come betulah, che sta a indicare vergine nella più stretta accezione del termine, nel passo che secondo la tradizione cristiana profetizzerebbe la nascita del Messia da una donna vergine prima, durante e dopo il parto (Is 7, 14), Isaia usa almah, che in molti altri punti dell’Antico Testamento sta chiaramente ad indicare giovinetta, senza alcun riferimento obbligato alla condizione di illibatezza che invece è proprio di betulah. Quando il libro del profeta viene tradotto dall’ebraico al greco, almah diventa parthenos, che come vergine ha una stretta relazione alla condizione di illibatezza, che ad esempio non è nella più stretta accezione di un termine come kore (fanciulla). L’anonimo che scrive il Vangelo secondo Matteo attinge alla tradizione veterotestamentaria dei Septuaginta, che hanno tradotto Isaia in greco alcuni secoli prima, ed è lì che almah è diventato parthenos: legge vergine e in quel punto nasce il dogma della verginità di Maria, sulla quale è costruito un gran pezzo di cristologia. Sarà su questa lettura di almah che si consumeranno le cruente polemiche fra cristiani che porteranno all’eliminazione fisica di quanti in parthenos leggono fanciulla invece che illibata, e sulla perpetua integrità dell’imene di Maria continueranno a sgozzarsi per secoli.
Tutto questo è già noto da decenni, com’è noto che il cammello che troviamo nei sinottici alle prese con la cruna dell’ago è un aramaico gamal che andrebbe correttamente tradotto con corda. Sì, però Agostino ha scritto: “Non a caso Giovanni Battista, precursore del Signore, indossava una veste di peli di cammello: vuol dire che l’indumento che indossava era formato da colui che sarebbe venuto giudice dopo di lui, di cui egli dava testimonianza. Infatti nel cammello dobbiamo riconoscere una figura di Nostro Signore, che è grande come il cammello e tuttavia capace di chinare il capo fino a terra, sicché nessuno può imporgli un carico se lui stesso non si abbassa fino a terra. Così anche Cristo, che umiliò se stesso fino alla morte” (Sermones, 346).
Dopo un’esegesi così autorevole, quale importanza può avere che un errore abbia tradotto gamal in kamelos (cammello) invece che in kamilos (corda)? Agostino ha detto che ci va cammello: azzardarsi a ritenere che corda possa andarci meglio sarebbe offesa a lui, a tutti quelli che hanno ripreso la sua esegesi, e a Cristo, e a Giovanni Battista. Il fatto è che, come Benedetto XVI ci raccomandava nel 2008, “la conoscenza esegetica deve intrecciarsi indissolubilmente con la tradizione spirituale e teologica perché non venga spezzata l’unità divina e umana di Gesù Cristo e delle Scritture”: tutto il sangue degli eretici sgozzati per aver messo in discussione la perpetua verginità di Maria fonda il criterio della retta “esegesi teologica” e richiama l’attenzione dei credenti “ai rischi di un’esegesi esclusivamente storico-critica” che può smarrire il cammello.
Tutto questo era già noto, ma ci sarà ripetuto ancora, ora che negli Usa viene data alle stampe una nuova traduzione della Bibbia nella quale almah non è più vergine, ma giovinetta.

Sappia, presidente, abbiamo delle foto...



Roberto Lassini si è assunto la responsabilità di averlo fatto affiggere ai muri di Milano, ma sul contenuto del manifesto, che Giorgio Napolitano ha definito “ignobile provocazione”, non può vantare paternità: quella è roba di Silvio Berlusconi. Al netto: alcuni magistrati sarebbero membri delle Brigate Rosse o di consimile formazione terroristica di matrice comunista.
Silvio Berlusconi non ha mai prodotto prove, tanto meno nomi, ma ha sempre indicato una traccia: si tratterebbe dei magistrati che lo chiamano in giudizio a rispondere di reati che ogni volta hanno la singolare ventura di essere depenalizzati o di andare in prescrizione, dimostrando con ciò l’insussistenza delle accuse e disvelando in esse un intento persecutorio mosso dall’odio e dall’invidia, che risaputamente sono di matrice comunista.
Troppo complicato? Semplifichiamolo al livello intellettuale di “un ragazzo di undici anni che a scuola non siede neanche nei primi banchi”, che poi sarebbe la definizione dell’italiano medio secondo lo stesso Silvio Berlusconi: solo chi non lo ama può muovergli un’imputazione, odio = comunismo, il pm che gli muova una qualsivoglia imputazione è un brigatista rosso. Se ami Silvio Berlusconi, non puoi che saperlo innocente. Se non lo ami, vuol dire che lo odi e quindi sei comunista o amico dei comunisti.
Vi quadra? Se non vi quadra, è perché siete degli intellettuali del cazzo e amate sofisticare la linearità dei fatti. Forse siete anche un po’ finocchi.

Sì, ma Napolitano? Semplice: se definisce “ignobile provocazione” quel “fuori le Br dalle Procure”, vuol dire che rigetta la linearità dei fatti. Finocchio, chissà, certamente dimostra di essere pure lui comunista. Sempre stato, peraltro. E allora che si fa?
“Quando Giorgio Napolitano, in una lettera inviata al vicepresidente del Csm Michele Vietti, afferma che sulla giustizia siamo arrivati alle «più pericolose esasperazioni e degenerazioni», risulta evidente che ci sono due vilipesi e due misure. Da una parte troviamo il caso dei famigerati manifesti… Sull’altro piatto della bilancia, tuttavia, troviamo le accuse - di pari se non superiore gravità - mosse nei confronti di Silvio Berlusconi” (Libero, 20.4.2011).
Vi sembrerà che in questo argomentare ci sia un cortocircuito, ma solo se siete (finocchi o no) degli intellettuali del cazzo, perché anche qui è tutto molto lineare: per essere davvero al di sopra delle parti, Napolitano può stigmatizzare chi ha detto che certi pm sono brigatisti, sì, ma solo dopo aver stigmatizzato chi se n’è lamentato.

Non vi quadra? Probabilmente siete dei radical-chic, avete letto troppo, vi si è bruciato il cervello. Prova del nove? Sapete ancora ridere con gusto ad una di quelle belle barzellette zozze da ultimi banchi in seconda media? No? Ecco, come volevasi dimostrare: siete guasti dentro. Vediamo allora se può andarvi bene a metterla così: “Accolga, presidente, queste mie critiche come un invito all’equilibrio, non come un tentativo di scaricare opportunisticamente le responsabilità di chi ha concepito o avallato con imprudenti dichiarazioni, come ha fatto il presidente del Consiglio, il manifesto di rabbia incontrollata apparso sui muri di Milano. Siamo tutti in un precario equilibrio, e per questo la campagna di delegittimazione della politica e delle istituzioni va stroncata dovunque si affacci, anche quando rivesta una patina di cultura salottiera o si copra dietro la funzione giudiziaria” (Il Foglio, 20.4.2011).
Neanche così funziona? E allora proviamo in quest’altro modo: “Quando il giovane Napolitano fu salvato dall’art. 68, che più tardi abolì” (Il Foglio, 21.4.2011), disseppellimento di un episodio risalente al 1955, quando l’onorevole Giorgio Napolitano fu denunciato per aver detto ad un questore che aveva vietato una manifestazione di braccianti casertani in favore della riforma agraria: “Lei, questore, ha fatto scendere in piazza dei funzionari irresponsabili”. Denunciato per riunione senza preavviso e oltraggio a pubblico ufficiale.

Vi chiederete quale relazione possa esserci, più di mezzo secolo dopo, con le accuse di prostituzione minorile, concussione ed evasione fiscale - tanto per tenerci sul corrente - mosse a Berlusconi. Semplice: “La vicenda, molto comune a quei tempi, non ebbe alcun seguito giudiziario perché, essendo ancora vigente nella sua pienezza l’art. 68 della Costituzione, la giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio non ritenne di autorizzare la magistratura ad andare avanti”.
A buon intenditor poche parole, presidente. Se non bastasse, sappia, abbiamo delle foto che la ritraggono con le tette al vento.



“Un orrore, un orrore!”





Errata corrige


Qui avevo scritto cose che alcuni lettori mi hanno dimostrato essere delle sciocchezze. Le ritiro scusandomi.


Las Meninas



La foto è di Louafi Larbi (Reuters/Contrasto) ed è pubblicata sull’ultimo numero di Internazionale (XVIII/893, pagg. 4-5). Molto bella, senza dubbio. Tuttavia, come in Las Meninas di Velázquez c’è un quadro in un quadro, qui c’è una foto nella foto ed è quella che si ottiene scattando con un dito che copre l’obiettivo della fotocamera di un cellulare.

martedì 19 aprile 2011

“Pinochet ingannò Wojtyla”



Avete presente quella foto che ritrae Giovanni Paolo II su un balcone del Palacio de la Moneda in compagnia del generale Augusto Pinochet? Bene, se oggi non avete letto Avvenire, sappiate: “Pinochet ingannò Wojtyla”.
Ne fa fede quanto dice Sua Eminenza, il cardinal Roberto Tucci, che per anni ha avuto cura della preparazione di tanti viaggi apostolici del pontefice che fra una dozzina di giorni sarà elevato agli onori dell’altare. D’altra parte, potevate arrivarci pure da soli: vi pare che un santo avrebbe mai consentito di farsi ritrarre insieme a un dittatore, che poi sarebbe stato condannato per crimini contro l’umanità, come a dargli una qualsivoglia forma di legittimazione morale e/o politica? Ma ci mancherebbe altro.
Vi domanderete allora com’è che sono facilmente reperibili almeno altre quattro foto che ritraggono insieme il santo e il criminale? Siete ingenui: quelle non sono pose ufficiali. Quelle foto ritraggono Wojtyla mentre tenta di mondare l’animaccia zozza di Pinochet.
Guardatele con attenzione, senza pregiudizio cristianofobo: 


A - Wojtyla: “Figliolo, che ne dici di un po’ di pentimento?”
B - Pinochet: “Mica ci godo, è che sono anticomunista”
C - Wojtyla: “Ah, ne avessimo, in Polonia!”
D - Wojtyla: “Ok, fa’ in fretta... Poi, però, pèntiti...”

Foto rubate dal dialogo tra i due, e che testimoniano chiaramente la sollecitudine pastorale del santo verso il criminale e la potente esortazione alla conversione, non mi pare neanche il caso di metterlo in discussione.
Diversa cosa per la foto sul balcone: quella poteva essere fraintesa, e Wojtyla voleva evitarla, ma dicevamo: “Pinochet ingannò Wojtyla”. Accadde così: “Pinochet lo fece affacciare con lui al balcone presidenziale, contro la sua volontà, cambiando, senza averlo concordato, il percorso del cerimoniale”. Fila, no?
Non fila? Vi sembra che Wojtyla stia sul balcone in posa per una foto ufficiale che voglia in qualche modo dare una copertura ad una giunta militare fra le più spietate e sanguinarie? Consentite che corregga la vostra impressiore errata: 


Visto come si dimena? Cercava di sottrarsi, ma qualcuno gli impediva di rientrare.


Mascalzone è ancora poco


Non importa se davvero sia stato stretto un patto tra Gianfranco Fini e le «toghe rosse», come Silvio Berlusconi ha affermato due giorni fa, perché “quel che conta sul piano politico non sono i «patti» più o meno segreti [ma qui potreste metterci pure “più o meno dimostrabili”], ma le convergenze oggettive di interessi e i comportamenti che ne conseguono” (Il Foglio, 19.4.2011). Non ha importanza, dunque, se quella detta da Silvio Berlusconi sia una menzogna: si adatta così bene alla realtà dei fatti, per come li vede Giuliano Ferrara, che in pratica non è una menzogna: il «patto» c’è di fatto, tanto più segreto quanto meno dimostrabile. Si può essere più mascalzoni di così?
Mica è tutto, però, perché invece “un patto assolutamente ufficiale era stato stipulato tra Berlusconi e Fini, ma si è visto che fine ha fatto”: manca l’esplicita accusa di tradimento, basta insinuare che il “patto assolutamente ufficiale”, che “a un certo punto non è più parso politicamente conveniente per l’uno o per l’altro” (come se Fini non fosse stato espulso dal Pdl, ma fosse andato via nottetempo portandosi dietro l’argenteria), sia stato infranto per stringere il “patto più o meno segreto”. Oplà, “la riluttanza di Fini ad accettare le misure di autodifesa politica via via proposte dal centrodestra [ma qui potreste metterci pure “le leggi che darebbero la piena e permanente impunità al culo flaccido”] è stata la conseguenza di un calcolo”, quello che lo ha spinto al tradimento.
E di quale calcolo di trattava? “Fini è entrato come cofondatore nel Pdl, ma la sua possibilità di assumerne la leadership, alla quale aspirava legittimamente, era fin dall’inizio basata sull’aspettativa di un incidente che azzoppasse l’altro cofondatore”. Fini ha tradito, dunque, perché questo suo vile calcolo (che tuttavia noi uomini-di-mondo siamo disposti a concedere fosse “legittimo”) si è dimostrato pure errato: frustrato, forse pure livido di rabbia, ha rotto il “patto assolutamente ufficiale” con Berlusconi e ne ha stretto uno “più o meno segreto” con le «toghe rosse», tutto evidente in certe “convergenze parallele di interessi” che stanno nel loro divergere dagli interessi di Berlusconi.
Prima ho detto che argomentare in questo modo è da mascalzoni? Rettifico: è peggio.

Rivoltare la tonaca


L’Uomo della Provvidenza è stato abbandonato dalla Provvidenza, ed è tempo di rivoltare la tonaca. Quelli che hanno messo troppo in mostra le loro sfavillanti protesi dentarie quand’erano fotografati accanto a lui, facciano un passo indietro.
Un passo indietro a chi gli somministrava l’eucaristia sebbene divorziato, anzi, il tribunale canonico apra un fascicolo. Un passo indietro, meglio due,  a chi l’ha pubblicamente assolto perché la bestemmia non costituirebbe peccato quando il contesto è lui. Due passi indietro, anzi quattro, a chi ha sudato sette talari per giustificare sul piano teologico tutta quella misericordia ad personam, mettendo la faccia in tv e il nome in calce al pippone.
Arretri il clero che lo incensava, vengano avanti i Tettamanzi, mettete in primo piano monsignor Crociata, da oggi in poi in tv si mandi solo il Mogavero, Bagnasco gli faccia dire che non può parlargli perché è fuori, per gli esercizi spirituali. Bertone eviti di incontrarlo e, se lo incontra, si tenga stretto stretto a Napolitano.
Fate tacere i ciellini, per carità di Dio. Avessero la faccia tosta di spendere ancora un’altra parola in difesa di Berlusconi, chiamateli in disparte e fate capire loro che non c’è più niente da spremere: pregassero per le anime del Purgatorio, torna assai più conveniente.

Rivoltare la tonaca, ma lentamente. Sennò si capisce che dentro, pur con un’altra faccia, pur con un altro nome, c’è sempre lo stesso prete.


"Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino..."




lunedì 18 aprile 2011

Dopo un emozionante testa a testa...



Dopo un emozionante testa a testa con L’autodeterminazione del pisellino di Giuliano Ferrara (Il Foglio, 18.4.2011), al quale s’è tenuto appaiato fino a una spanna dal filo di lana, è Un’immagine da difendere di Antonio Polito (Corriere della Sera, 18.4.2011) a conquistare il Premio «Stronzo d’Oro».
“Non c’è nessuna buona ragione per deprecare anche l’Italia e la storia d’Italia al fine di condannare il suo premier pro tempore”, scrive Polito. Questo vibra dello stesso patriottismo di cui vibra più di un hooligan del Pdl sulle sghembe virtù transitive per le quali Berlusconi = Presidenza del Consiglio = Stato = Patria. Tutto meno grossolano in Polito, come è evidente in quel “pro tempore”.
Sono dettagli come questi a fare la differenza con uno di quei rozzi comunicati stampa coi quali Capezzone bolla come traditore della Patria chiunque si sia azzardato a non trovare divertente l’ultima barzelletta di Berlusconi: qui, in Polito, la prosa non è asservita a una consegna, ma sgorga libera e, se la barzelletta è brutta, è brutta. Anzi, si arriva al punto di concedere che, sì, “ci sono molte ragioni per deprecare Berlusconi”; e però affermare che Berlusconi smerda l’Italia non è bello, perché a non lamentarcene quando si va all’estero, e a non farne cenno alcuno con l’ospite forestiero, può darsi che la cosa non trapeli, resti inter nos. Puzza, senza dubbio. Ed è merda senza dubbio italiana. Ma Polito ci consiglia di fare i disinvolti. Così nessuno se ne accorge. E la Patria è salva.


Apologo zen


È da 35 anni che Nanni Moretti ci parla di sé. Piaccia o non piaccia ciò che dice e come lo dice, il sé di cui ci parla aspira a darci la chiave di lettura di un mondo, e in ciò possiamo dirlo artista. Negli anni questo mondo è andato senza dubbio dilatandosi e l’universo asfittico di Io sono un autarchico e di Ecce bombo si è ampliato in largo (Sogni d’oro e Bianca) e in lungo (La messa è finita e Palombella rossa), e poi di nuovo in largo (Caro diario e Aprile) e ancora in lungo (La stanza del figlio), e ancora in largo (Il caimano) e ora, ancora, in lungo (Habemus Papam).
Quando dico in largo, mi riferisco alla platea alla quale l’artista si rivolge e siamo così passati dalla cerchia di amici alla tranche generazionale, a un’area politico-culturale, fin quasi a metà del paese; quando dico in lungo, invece, mi riferisco alla profondità del disagio – perché Nanni Moretti è artista del disagio, in tutto e sempre – che da quello del giovane Michele Apicella è diventato il disagio dell’anziano cardinal Melville, acquistando – appunto – profondità esistenziale. Pur così dilatato in lungo e in largo, il mondo del quale Nanni Moretti ci offre la sua chiave di lettura è tuttavia sempre lo stesso, e in ciò possiamo dirlo artista coerente, fedele a una filosofia che negli anni non ha mai smentito se stessa, né sembra essere stata smentita dai fatti, almeno come sentiti: da Welt si è fatto Weltall, ma si tratta sempre dello stesso mondo nel quale l’uomo soffre un cronico “deficit di accudimento”.
È questa madre che non è abbastanza sollecita ai bisogni del poppante che dà questa urgenza di cioccolato, è questo Pci non abbastanza attento a quello che si muove nella società italiana degli anni ’80 che produce la crisi della sinistra, è questo presente che non ha cura del passato che condanna il paese. E il cardinal Melville arriva quando tutto questo è già compiuto: quando a Roma non c’è quasi più una sola pasticceria che sappia preparare una Sachertorte come Dio comanda, quando molte sale cinematografiche sono state costrette alla chiusura, quando molte tazze sono ormai sbreccate, quando tra i conoscenti e gli amici le coppie scoppiano, e le madri si suicidano, e i padri si innamorano di ragazzine, e quasi nessuno calza più scarpe decenti. Il paese ha perso la bussola e su tutto incombe una grassa mediocrità contenta di sé: ogni decisione pesa perché nessuno sa più dove iniziare a mettere le mani, tranne i ghepensimì che le mettono dappertutto.
Il Papa e il Vaticano c’entrano poco o niente: si offrono come espedienti, e vengono trattati con la delicatezza di chi vuole riconsegnarli intatti dopo l’uso. All’autore interessava solo l’allegoria della grande indecisione dinanzi alle grandi responsabilità. In questo senso, Habemus Papam è un apologo zen.

“Rabbi, consenti una domanda?”



Stanotte ho sognato Gesù. Era seduto in mezzo a due o tre dozzine di fan e raccontava la parabola del profugo eritreo che sbarca a Lampedusa, compra una schedina precompilata in una tabaccheria, vince 150 milioni al Superenalotto, eccetera. Mi avvicino, aspetto che finisca e gli faccio: “Rabbi, ce la racconti un’altra volta quella del buon samaritano?”.
Devo aver toccato il tasto giusto perché è tutto un “sì, Rabbi!”, “dai, Rabbi!”. Lui si fa un po’ desiderare, da vero artista alla richiesta del bis, poi attacca: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”.
Quando arriva in fondo, faccio: “Rabbi, consenti una domanda?”. Annuisce e allora chiedo: “Mettiamo che il samaritano si avvicini al tizio che intende soccorrere e questi gli sferri un pugno in faccia: è fesso il tizio o il samaritano?”.
“In verità, in verità ti dico – dice – così smette di essere parabola e diventa barzelletta”. E lì mi son svegliato.

Ecco, questa mi mancava



domenica 17 aprile 2011

Nustalgia de Milan




Non può negarsi


Fabio Brotto scrive: “Il pensiero della non esistenza di Dio è già un pensiero metafisico. Fondato su una proposizione dichiarativa-metafisica. In questo senso, tutto il gran darsi da fare di materialisti di ogni tipo per smontare la plausibilità della credenza è la conferma del fatto che il pensiero umano ha sempre bisogno della trascendenza, anche nella sua negazione. E il motivo è semplice: anche il pensiero più ateo è per sua natura una realtà trascendente. Mi impressiona, in questo senso, la faciloneria con cui si usa il termine «realtà» (oggi molto più usato del termine «verità»). Esso è maneggiato da tutti in modo superficiale ed acritico. Come se non fosse una bomba metafisico-epistemologica” (Brotture, 17.4.2011).

Sciocchezze sentite mille volte, e che possono anche sembrare profonde, ma siamo a quel livello di logica che consente a un prete, trionfante sull’ateo al quale sia scappato un “porcodio”, l’esclamazione “ma allora vedi che sei costretto ad ammetterne l’esistenza?”, montandosi la testa fino a sentirsi un sant’Anselmo. Logica che al primo “perbacco” è costretta a mettere sullo stesso piano (fenomenologico e perfino ontologico) Dio e Bacco.
È il solito sillogismo zoppo che ci perseguita da secoli: se penso Dio, Dio è nel mio pensiero; è l’ente propriamente metafisico, e quindi il mio pensiero non può che avere dimensione congrua a Dio; non posso negare l’esistenza di Dio senza negare la piena dimensione del mio pensiero, e quindi io esisto solo se esiste Dio. E Bacco no?
Prima che epistemologica, la bolla di scollamento è linguistica: il trucco del treccartaro qui sta nel fare scivolare, fino a separarli, il piano del significato su quello del significante, e più la mano è lesta, più il trascendente pare plausibile fino al necessario, come contenuto e contenente della bolla.

Ma prima di tutto: cos’è una proposizione “dichiarativa-metafisica”? I sudati tomi di filosofia e teologia non ne danno notizia, sarà un concetto introdotto dal Brotto. Non lo spiega, sicché siamo costretti a congetturare. Se la “proposizione dichiarativa” è la subordinata completiva di una frase che lega a Bacco il predicato di compresenza, allora nel dire “Bacco non c’è” faccio “proposizione dichiarativa-metafisica” dell’esistenza di Bacco? O è questo o Brotto l’ha butta lì solo per impressionarci un po’. Se lo escludiamo, perché il Brotto si atteggia a persona seria, dobbiamo ritenere che per lui è vero – o reale, a piacere – ciò che è partecipato (completivamente) di compresenza metafisica, per il solo avere un predicato (non importa quale): neghi l’esistenza di Bacco e, oplà, gli dai vita. Se poi neghi l’esistenza di un creatore onnipotente e onnisciente, eccolo, l’hai creato (e allora vuol dire che lui ha creato te).
Insomma, detto in posa solenne: “il pensiero umano ha sempre bisogno della trascendenza, anche nella sua negazione”. Messa così, la cosa sembra quasi reggere. Zoppica, è vero, ma, se proseguiamo zoppicando anche noi, ci raggiunge e ci convince: andiamo tutti a farci una bevuta da Bacco. Venga pure Brotto, non può negarsi.

Si fa presto





sabato 16 aprile 2011

Senza titolo


Correvo il rischio di invecchiare incupendomi sempre più dinanzi a un mondo che era già pazzo quando nacqui (ma non privo di un metodo) e che lo è diventato sempre di più (perdendo via via anche il metodo). Non mi sarebbe stato duro rinchiudermi in me stesso, costruendomene un altro, tutto a sfizio mio, fatto di volontà e rappresentazione, tutto razionale e della ratio mia. Ma mi è sembrato vile e allora mi son detto: “Adesso faccio un altro figlio”. Che ogni volta è sempre il primo.
 

venerdì 15 aprile 2011

[...]


La tecnica ha reso così complicate le questioni relative al fine-vita che la pretesa immediatezza della verità del magistero cattolico è andata a perdersi in distinguo di sempre più difficile comprensione, che fanno attorcigliare su se stesse perfino le più acute intelligenze alle quali la Chiesa affida la catechesi. Non c’è più un solo termine capace di chiudere in sé un significato certo per troppo tempo, e quello che può andare bene in una lingua, seppure a stento, oggi, in un’altra fa fatica a trovare analogo che non ponga altri problemi, anche più seri, se non oggi domani. La tecnica ha cambiato le cose e le parole che prima le esprimevano ora a malapena ne rammentano il senso che avevano e non hanno più. Ad ogni nuovo farmaco che sposta di un solo millimetro l’indistinto confine tra vita e morte, il Catechismo della Chiesa Cattolica è costretto ad aprire una nota a pie’ di pagina.
Volentieri dedicherei del tempo agli imbarazzi che Youcat sta provocando in autori, traduttori e autorità preposte a dichiararne l’aderenza alla retta dottrina, ma stasera mi fanno una tal pena che li lascio in pace.

“Restiamo umani”


Mi auguro di non ferire la sensibilità di alcuno con quanto sto per dire, e anzi, per evitare che possa accadere contro la mia volontà, farò largo uso di virgolettato da fonti senza dubbio filopalestinesi. In più voglio premettere che sono sinceramente dispiaciuto per la morte di Vittorio Arrigoni, non solo per il rispetto che si deve ad ogni morto, ma anche per l’istintiva simpatia che mi ha trasmesso nella video-intervista che circola in rete in queste ore. Nella quale, a mio parere, mostra d’essere fazioso, e però con tanta buonafede e con così ingenuo candore da riuscire a farmi grande tenerezza. Non vorrei aver commesso di già il primo guaio: ho detto “fazioso”, avrò con ciò fatto offeso alla memoria di Vittorio Arrigoni? Era un attivista dell’International Solidarity Movement (ISM), “a Palestinian-led movement […] aim[ing] to support and strengthen the Palestinian popular resistance by providing the Palestinian people with two resources, international solidarity and an international voice with which to nonviolently resist an overwhelming military occupation force”.
Tutte cose belle, ma dichiaratamente di parte. E su questo non c’è niente da obiettare, ci mancherebbe altro: di fronte a due fazioni in lotta ciascuno è libero di scegliere a chi portare aiuto. Se al posto di un attivista umanitario filopalestinese fosse morto un volontario di quelli che prestano soccorso alle vittime degli attentati palestinesi in terra d’Israele, sarebbe morto un “fazioso” dell’opposta fazione, ma sarei ugualmente dispiaciuto, né più, né meno.
Nel “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni c’è da leggere l’umana ammissione dell’umana tendenza a schierarsi per questa o quella fazione, ed egli era schierato: superfluo dire che lo fosse legittimamente. D’altra parte, s’è mai sentito dire di un attivista umanitario che, dopo aver soccorso le vittime palestinesi dei bombardamenti israeliani su Gaza vada a soccorrere le vittime dei missili Qassam che piovono in Israele, o viceversa? Forse sarebbe ancora più “umano”, ma è praticamente impossibile: “restiamo umani” e con ciò accettiamo i nostri limiti, “umani” pure quelli.

Ciò detto, resterebbe la questione del chi (eventualmente del cosa) l’abbia ucciso. Salafiti, dicono. Pur sempre palestinesi. E qui saremmo al “chi”. Ecco, io qui mi chiedo se si sia mai sentito dire di un attivista filoisraeliano che sia stato fatto fuori da estremisti israeliani per il solo fatto di stare in Israele senza essere israeliano, di religione ebraica, ecc. – e piango Vittorio Arrigoni per tutte le belle cose che ho detto prima, ma ci metto pure la tristezza del constatare che aveva scelto la “fazione” più ingrata. Ma con questa ingratitudine (e qui saremmo al “cosa”) ha ormai da fare i conti l’ISM e chiunque sia – come Vittorio Arrigoni diceva di se stesso – “filopalestinese senza se e senza ma”.



Nota (h. 23.00) - Dai primi commenti a questo post verifico di aver ferito la sensibilità di chi reputa improprio l’uso del termine “fazione”. Neanche un cenno, al momento, al fatto che Vittorio Arrigoni sia stato ucciso da palestinesi. Eppure, “faziosa” o no che fosse la sua scelta (e ho scritto che in ogni caso sarebbe da considerare legittima), la cosa più importante in questa triste vicenda è il fatto che sia stato ucciso da palestinesi: è cosa che viene rimossa o almeno assai poco considerata, almeno da chiunque sia, come lui, “filopalestinese senza se e senza ma”. E nemmeno si può dire che sia morto per “fuoco amico”: i palestinesi che lo hanno ucciso non hanno tenuto in alcun conto del suo essere filopalestinese, anzi, pare che lo abbiano ucciso per l’esserlo. E questo, vedo, non si può dire. Il dolore che arreca la sua morte è guastato dal non poterla addebitare tutta ad Israele: è come ucciderlo una seconda volta, per troppo amore della causa che amava. Altra tristezza.


Ditemi dei coglioni


Se la prescrizione breve vi fa girare i coglioni, pensate a quella lunga che sottrae l’ex vescovo di Bruges a ogni giudizio: a trent’anni di distanza dai fatti, non prima, monsignor Roger Vangheluwe rivela di aver abusato sessualmente di due suoi nipoti (in un caso la cosa è andata avanti per più di tredici anni). Sua Eccellenza si sente praticamente innocente (“pensavo che si trattasse di cose superficiali”) e non ha alcuna intenzione di tornare allo stato laicale, d’altra parte è difficile che vi tornerà per decreto della Santa Sede: prima di venire a sapere che la prescrizione lunga lo rende intoccabile, è proprio nell’Ambasciata della Santa Sede a Bruxelles che aveva cercato riparo, trovandolo, e in forza del principio che informa il concetto di prescrizione, qui ricoperto da una glassa misericordiosa. Pensate a questo e poi ditemi dei coglioni.


Segnalazione

Don Zauker, un vaticanista con le palle.

Povera logica nostra


Zuccheri nel sangue sempre più alti, Giuliano Ferrara cerca di conquistare il pubblico televisivo di Raiuno alla polemica che egli stesso ha sollevato su uno scritto di Alberto Asor Rosa nel quale ha letto un’istigazione al colpo di stato. Restando per un attimo ai margini della questione, c’è da chiedersi: a un telespettatore che abbia appena finito di seguire il suo tg preferito, che poi sarebbe quello di Augusto Minzolini, e voglia proseguire la serata su Raiuno per il telefilm del lunedì o per quello del martedì, per la partita di pallone del mercoledì o per Un medico in famiglia del giovedì, eventualmente per lo show di Dj Francesco & Belen di stasera, perché non ritiene che altrove ci sia di meglio – a un telespettatore con questo profilo – quanto potrà interessare questa roba?
Senza dubbio si tratta di questione interessantissima, perché parliamo di un’antica controversia, filosofica prim’ancora che politica: se il potere spetti interamente al popolo o se vi sia una superiore istanza che possa sottrargliene una parte in vista di un bene che non sia considerato tale dalla sua maggioranza. Su un’altra rete, a un altro orario, forse, ma è il caso di discuterne tra un servizio su un concorso di bellezza per gatti e una partita di Champions League? È ormai noto che alla sigla di testa di Qui Radio Londra ci sia un crollo dello share, che poi risale solo sulla sigla di coda: con quale glicemia ci si può azzardare a ritenere che tale voragine possa essere colmata con cinque minuti scarsi di meditazione su democrazia e diritto, su rappresentanza e costituzione, anche se trasposta nel gustoso siparietto di un ciccione coi denti gialli che molesta un vecchietto dai baffoni tristi? Più bestiale della mostra felina, meno avvincente delle mazzate tra opposte tifoserie. Forse davvero serve solo a favorire la concorrenza delle reti Mediaset.

Venendo al merito: la peggiore dittatura non era proprio quella della maggioranza? Ci era sembrato di capire che Giuliano Ferrara lo pensasse, e che a modo suo teorizzasse una istanza superiore al volere dei più, che lasciati liberi di decidere su tutto sarebbero capaci di promuovere ogni capriccio in diritto, solo in forza del loro numero: un Dio che non esiste, ma che sarebbe comunque necessario, non era fino all’altrieri al centro dei suoi argomenti contro il 67,4% degli italiani in favore dell’eutanasia? Abbiamo capito male, probabilmente.
Se abbiamo capito bene, invece, la maggioranza è sacra solo in alcune occasioni e una di queste è quando nelle urne sceglie Silvio Berlusconi. In realtà, non è stata neppure la maggioranza degli italiani a sceglierlo: Pdl e Lega trovano in Parlamento una maggioranza che non hanno nel paese grazie a una legge elettorale definita “porcata” proprio da chi l’ha scritta. È questa maggioranza che stavolta sarebbe sacra, per Giuliano Ferrara, e contro ogni superiore istanza costituzionale: basterebbe questa maggioranza a poter liberamente dare traduzione materiale ai principi formalmente espressi dalla Costituzione scritta, sicché “in nome del popolo italiano” andrebbe letto “Berlusconi fa un po’ il cazzo che gli pare perché ha vinto le elezioni nel 2008”. Istanza superiore? Stavolta, zero.

Tutto è troppo complicato per la nostra logica, conviene cambiare canale anche a noi. Non prima di esserci arresi dinanzi a un’altra contraddizione, che probabilmente però è solo apparente anche in questo caso: non più di due o tre anni fa, sulle pagine de Il Foglio, Filippo Facci bacchettava Giuliano Ferrara per il suo uso dell’indicativo al posto del congiuntivo («Penso che quella è stata ed è una guerra giusta [...] penso che la guerra americana non ha decretato il terrorismo»), subito riavendone una randellata; seconda randellata di Ferrara a Facci, stavolta ad Ottoemezzo, un anno dopo, sempre in difesa dell’indicativo contro il congiuntivo; oggi, con lo stesso randello, Ferrara mena Asor Rosa, colpevole di aver scritto “instaura” invece di “instauri”. Povera logica nostra, via, scappa da Raiuno.

giovedì 14 aprile 2011

“Diciamo che siamo stati furbi”


La Campania dovrà detrarre i 720.000 euro che furono dati ad Elton John per il concerto tenuto a Napoli l’11 settembre 2009, nell’ambito della Festa di Piedigrotta, dai 2.250.000 euro che l’Unione europea destina al fondo di sviluppo regionale. Il portavoce del commissario europeo agli Affari regionali ha chiarito che si trattava di un progetto che non rientrava nel programma operativo Ue, rivolto invece a investimenti a lungo termine, sicché la somma che fu spesa per offrire Elton John agli 80.000 che quella sera affollarono Piazza Plebiscito sarà rimborsata deducendola dagli ulteriori stanziamenti europei in favore della Regione.
È evidente che gli amministratori locali non avessero chiari gli obiettivi del programma operativo Ue. Il governatore Antonio Bassolino era fiero: “Napoli mostra sempre il meglio di sé quando si apre al mondo e questa sarà una grande Piedigrotta dal sapore internazionale, una festa che sarà una straordinaria occasione di promozione per Napoli”. Il presidente dell’Ente di promozione del turismo di Napoli, Dario Scalabrini, era addirittura euforico: “Non posso parlare di cifre per ragioni contrattuali e commerciali, ma di sicuro abbiamo pagato molto meno di quanto sarebbe costato normalmente un concerto di un nome come Elton John. Diciamo che siamo stati furbi”. Va da sé che dalle loro tasche non uscì e non uscirà un solo euro.


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mercoledì 13 aprile 2011

Più lo conosci, più vieni a spiegarti certi dettagli



Mi ero sempre chiesto perché a quel conto fosse stato messo un nome come All Iberian, poi ieri - eureka! - ho capito che doveva trattarsi di un conto personale, aperto per altre ragioni, e solo successivamente usato per pagare tangenti.


Di là





Non si capisce


Solleva discussione il fatto che un eterosessuale sia stato eletto presidente di un’associazione gay. Alcuni iscritti lamentano: “Come può rappresentarci? Non ha mai sentito sulla pelle cosa voglia dire essere discriminato in quanto omosessuale”. E a me pare obiezione idiota, come se i tifosi della Lazio pretendessero che presidente, allenatore e giocatori fossero tutti originari di Latina, Rieti, Viterbo e Frosinone, non di altre città, tanto meno di Roma.
Ancor più idiota mi pare Ferrara, che prende spunto dalla vicenda per costruirci sopra il solito numero, quello del tipo “l’aborto è un assassinio, ma mica voglio dire che le donne che abortiscono sono assassine”, che qui suona pressappoco “mica voglio discriminare i gay, dico solo che sovvertono la legge di natura”.
Che cazzo c’entri l’elezione di Francesco Brollo alla presidenza dell’Arcigay di Bari (che se è potuta esserci vuol dire che era statutariamente legittima) con il solito sofistico distinguo che fa la differenza tra un eccentrico e uno stronzo (e che per Ferrara fa la sola differenza tra l’essere fatto bersaglio di uova invece che di palle di letame), francamente, non si capisce.

Non ci sono dubbi


“Prego il Padreterno che gli mandi un bell’ictus e rimanga lì secco” (Exit - La7, 6.4.2011), anzi: “Berlusconi? Datemi una pistola e un euro, e ci penso io” (La Zanzara - Radio 24, 12.4.2011). Ma questo è un prete? Si rimane sgomenti alle dichiarazioni di don Giorgio De Capitani, ma lo sgomento dura un niente: anche se si accontenta di un solo euro, ha chiesto soldi. Sì, non ci sono dubbi: è un prete.


martedì 12 aprile 2011

Empfängnisregelung


C’è differenza tra “anticoncezionale” e “contraccettivo”? Sostanzialmente no, perché in entrambi i casi parliamo di qualcosa che impedisce la fecondazione. In senso stretto, anche la continenza sessuale è un metodo “anticoncezionale” o “contraccettivo”, ed è proprio la “continenza periodica” che la Chiesa ammette come solo mezzo moralmente valido per la regolazione delle nascite (Catechismo, 2370), essendo “lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l’uso del matrimonio [perifrasi per “atto sessuale”] nei soli periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere minimamente i principi morali che abbiamo ora ricordato. La chiesa è coerente con se stessa, sia quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi [grazie alla loro identificazione con metodi come quello del controllo della temperatura basale, nel muco cervicale uterino, ecc.], sia quando condanna come sempre illecito l’uso dei mezzi direttamente contrari alla fecondazione (meccanici, farmacologici, ecc.), anche se ispirato da ragioni che possano apparire oneste e gravi. Infatti, i due casi differiscono completamente tra di loro: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali” (Humanae vitae, 16).

Ciò detto, era necessario ritirare le copie della versione italiana di Youcat perché la traduzione dall’originale tedesco di “Empfängnisregelung” (letteralmente: “regolazione del concepimento”, con esplicito riferimento all’impiego dei metodi “naturali”) era reso col termine “metodi anticoncezionali”? Il metodo Billings, che è approvato dalla Chiesa, non è forse un metodo anticoncezionale? Non importa: le copie della versione italiana vengono ritirate, nonostante il testo dica chiaramente che la Chiesa “rifiuta tutti i metodi contraccettivi artificiali”. Se ne esistono di “artificiali”, ne esistono di “naturali”, che sono appunto quelli ammessi dalla Chiesa. Il fatto è che “anticoncezionale” e “contraccettivo” sono termini che evocano “artificio” anche quando sono riferiti a pratiche “naturali”. Da parte di chi ha disposto il ritiro della versione italiana di Youcat vi è una implicita presa d’atto che i metodi contraccettivi “naturali” non sono efficacemente “anticoncezionali” come quelli “artificiali”, come peraltro era già noto.


Sogno e bisogno




Ero in apprensione per la Cina


Qualche anno fa, quando i rapporti tra Cina e Santa Sede sembrarono prendere una buona piega dopo decenni di gelo diplomatico, fui mosso da grande apprensione per le sorti della Cina – a volte mi piace avere premure smisurate – e scrissi una lunga lettera aperta all’ambasciatore cinese in Italia: “Attenti! Come concedete un’unghia, vi spolpano il braccio!”. Naturalmente forzai un po’ la mano, toccando i punti che immaginavo fossero più sensibili in un cinese metacomunista e neoconfuciano: “Guardatevi il culo! Se cedete alla pretesa che il diritto ecclesiastico abbia esercizio attivo nella comunità cattolica cinese, slaminate in due la cittadinanza, date vita ad un bolla che finirà per farvi embolo. Sembrano vecchiacci mollicci, ma – occhio! – sono pericolosissimi!”. Ci misi un po’ di leggenda nera, un po’ di teologia a far spalancare gli occhi dall’orrore, e poi tutto il peggio del Catechismo e del Codice di Diritto Canonico.
Ovviamente la lettera non sortì effetto, e Roma e Pechino continuarono a scambiarsi cortesie. Rimaneva sempre aperta la questione delle nomine episcopali, che teneva divisi i cattolici nella chiesa cosiddetta patriottica e in quella cosiddetta sotterranea, ma anche quella sembrava avviarsi a soluzione, quando il 31 marzo, con nomina pontificia, Paul Liang Jiansen veniva ordinato vescovo di Jiangmen, e subito riconosciuto dal governo.
Era evidente che vi fosse stato accordo preventivo e che la Santa Sede avesse accettato, almeno in via transitoria, la soluzione di una consultazione riservata tra le parti sulla rosa degli episcopabili. Compromesso che di fatto era una mortificazione del diritto canonico (“Il giudizio definitivo sull’idoneità del candidato [all’episcopato] spetta alla Sede Apostolica” – Can. 378, §2), ma che bastava non dichiarare per salvare la faccia. Pur sempre un primo passo.
“Come sono stupidi, questi orientali!”, così rimuginavo con sommo dispetto. Ma non facevo i conti con la superiore saggezza dei cinesi, che evidentemente avevano scelto il gioco di sponda.
Il segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, monsignor Savio Hon Tai-Fai, lamentava dalle pagine di Avvenire, venerdì 1 aprile, che “non sono promossi i migliori”, perché “si sono preferite nomine di compromesso”, sicché “ho sentito lamentele di fedeli e sacerdoti per scelte episcopali di compromesso”. Sì, però “la Santa Sede ha avuto giustamente la preoccupazione di evitare ordinazioni illegittime”, ed ecco vescovi non graditi ai cattolici della chiesa cosiddetta sotterranea, ma buoni a dar l’impressione che sia il Papa a sceglierli, come si deve. E questo genera malumori, ponendo in altri termini la stessa domanda di sempre: meglio il martirio o meglio il concordato? Qui è l’umanità a spaccarsi, prim’ancora che i cattolici, prim’ancora che i cattolici cinesi, prim’ancora che i cattolici della cosiddetta chiesa sotterranea.
Mica fesso, il governo cinese. Alla pretesa che il diritto ecclesiastico abbia esercizio attivo nella comunità cattolica cinese, la risposta è: formalmente sì, sostanzialmente no. Pur di far bolla, la Santa Sede accetta. E la bolla finisce per far embolo nelle sue arterie. Furbissimi, questi orientali.

lunedì 11 aprile 2011

“Molto deve ancora essere fatto…”




Sulla base del personale intuito


Ci vorrà una mente sopraffina per confezionare una versione dei fatti che integri le odierne affermazioni di Silvio Berlusconi riguardo al «caso Ruby» con quelle precedenti: aveva dichiarato che il suo interessamento alle sorti di Karima el Mahroug fosse motivato dal ritenerla nipote di Hosni Mubarak, e oggi aggiunge che le sue premure pecuniarie avevano il fine di non costringerla alla prostituzione. Ma la nipote di Mubarak si prostituiva? Mai fatto, a sentir lei e, a ritenerla sincera, verrebbe meno ogni ragione per processare il Presidente del Consiglio, almeno per il reato di prostituzione minorile. A ritenerla sincera, però, sorge un problema: sulla base di quali elementi poggiava il timore che ella potesse prostituirsi? Qui la mente sopraffina non avrà che da appellarsi al fatto che Silvio Berlusconi riteneva serio quel rischio sulla base del personale intuito nel riconoscere la potenziale puttana fra quante venutesi a trovare a corto di denaro. Dote innata che si riconferma nello scegliere a colpo sicuro la mente sopraffina fra quanti restano per un attimo imbarazzati ad ogni sua nuova bugia.


De Mattei for President!


Dopo averci spiegato che l’uomo non è prodotto dell’evoluzione ma della creazione di Dio, che a far cadere l’Impero Romano sono stati i gay, che terremoto e tsunami in Giappone sono da intendere come castigo di Dio e, ora, che il Paradiso terrestre è davvero esistito, al professor Roberto De Mattei, che intanto rimane alla vicepresidenza del Centro Nazionale Ricerche, non resta che venirci a dire che masturbarsi procura cecità. E poi, tenuto conto della merda di paese che siamo, lo facciamo presidente.


domenica 10 aprile 2011

Joe Hill promosso a Padre della Chiesa


Bob Dylan? “Sì, lo coinvolgiamo nientemeno che in una recensione riguardante uno dei massimi Padri della Chiesa, quel sant’Agostino a cui Dylan nell’album «John Wesley Harding» dedicò nel 1968 una canzone” (Agostino amato da Bob DylanIl Sole-24Ore, 10.4.2011). Ora, si può chiudere un occhio sul fatto che quell’album sia in realtà del 1967, ma è tutto il resto che non va, com’è del resto per molte delle sciocchezze che il cardinal Gianfranco Ravasi scrive e, più in generale, per l’intero inserto culturale del giornale della Confindustria da quando a dirigerlo non c’è più Riccardo Chiaberge.
“Ma ritorniamo alla canzone che inizia così: «I dreamed I saw saint Augustine» e che ha il suo apice nella ripresa successiva: «I dreamed I saw saint Augustine alive with fiery breath!». Dunque, Bob aveva sognato di vedere sant’Agostino «in carne e ossa che correva nei nostri quartieri in estrema povertà... e cercava anime che già erano state vendute, gridando forte: ‘Alzatevi, alzatevi! Venite fuori e ascoltate...’». E alla fine, ecco Dylan confessare ancora: «Ho sognato di vedere sant’Agostino, vivo di un respiro di fuoco» per aggiungere in conclusione un apocrifo martirio del santo, in realtà solo un incubo onirico: «Ho sognato di essere tra coloro che lo misero a morte! Oh, mi sono svegliato adirato, solo e terrorizzato..., ho abbassato la testa e ho pianto»”.

Tutto sbagliato, Eminenza, quel «saint Augustine» non è l’Ipponate. «I dreamed I saw saint Augustine» altro non è che una citazione di «I dreamed I saw Joe Hill» (testo di Alfred Hayes e musica di Earl Robinson, 1936), una ballata in onore del sindacalista e folksinger di origine svedese naturalizzato americano che fu condannato a morte, quasi certamente innocente dell’omicidio del quale era accusato, e giustiziato nel 1915. La citazione riprende il testo e (almeno per le prime dodici battute) anche la musica di quella ballata, in linea con l’intero album di Bob Dylan, che era senza dubbio un tentativo di fondere country e Bibbia (Piero Scaruffi ha scritto che “l’apparato retorico del suo passato, parabole e visioni, profezie e sermoni, veniva messo al servizio della nuova causa”). Per quanto confusa e vaga, l’ispirazione era senza dubbio religiosa, ma il «saint Augustine» che nella canzone di Bob Dylan risulta martirizzato non è Agostino d’Ippona, ma Joe Hill trasfigurato.


:-D


Fossi ancora iscritto a Radicali italiani, starei a mangiarmi il fegato. E invece seguo a debita distanza questo Comitato nazionale chiamato a declinare alla milanese il dogma romano, e rido.
A Roma – più esattamente in via di Torre Argentina – è articolo di fede che si possa (e si debba) fare differenza tra chiesa e gerarchia ecclesiastica, tra cattolici e Santa Sede, tra spiritualismo e religiosità. Ci credono davvero, pensano che l’emancipazione antropologica di questo paese rovinato dal cattolicesimo passi per l’emersione dello “scisma sommerso”, e non si avvedono che il più schifoso clericalismo è tutto in nuce già nella apparente purezza del messaggio evangelico, in quell’obbligo di amare il prossimo invece del farsi bastare il rispettarlo. Precipitando dall’iperuranio romano, qui a Milano l’idea è di poter far differenza tra don Luigi Giussani e Roberto Formigoni, tra una Comunione e liberazione nata come puro afflato sociale e poi – solo poi – diventata lobby avidissima.
Se a Roma il dogma sbatte il muso da decenni (almeno dal 1985), i cattolici milanesi, schifati dallo strapotere formigoniano, potrebbero (e dovrebbero) votare questi monaci scalzi, più giussianiani di Formigoni. Come se non fosse tutto già in Giussani il mandato ad annunciare Cristo come evento, meeting e coffee break. Non hanno letto Giussani, questo è tutto.

Peggio di noi non possono essere


In Gramsci, in Prezzolini, in Salvemini e in Sturzo si ritrova la stessa distinzione degli italiani in conformisti e anarchici, e in tutti e quattro si arriva a concludere, pur con diversa argomentazione, che in ogni conformista c’è sempre un anarchico, e viceversa. Tutti della stessa pasta: sia il conformista, che non è tale per un innato rispetto della regola, intesa come autorità o tradizione, ma per istinto all’adattamento senza convinzione, per lo più per evitare rogne e in nome del “chi me lo fa fare?”, eventualmente (e manco tanto eventualmente) per lucrare agi; sia l’anarchico, che non è tale perché refrattario alla regola, intesa come sopra, ma perché disilluso dal poterne cavare vantaggio. Non v’è accordo sulle cause, ma in tutti e quattro – Gramsci, Prezzolini, Salvemini e Sturzo – il cosiddetto “carattere nazionale” ha due facce ma una sola anima, che è antisociale quanto più è socievole, familista quanto più universalista, ecc.
Sono partito da Sturzo, del quale sto leggendo in questi giorni l’ultimo volume di Politica di questi anni. A pag. 259 sento l’eco di Prezzolini, faccio uno sforzo di memoria e rivado al suo L’Italia finisce, ecco quel che resta. Qui, a tratti, il “carattere nazionale” trova un giudizio analogo a quello che è ben più che tra le righe delle Cronache torinesi, e in tutto coincidente alle riflessioni salveminiane alla vigilia della Grande Guerra. In meno di mezz’ora, l’Italia e gli italiani mi arrivano a condanna definitiva: indegni di sopravvivere in quanto tali.
Non si capisce quale follia possa mandarci in giro fieri di una identità che sarebbe tutta nostra, reliquia di qualche Rinascimento o Risorgimento. Io accoglierei a braccia aperte somali e tunisini: peggio di noi non possono essere, è praticamente impossibile.


sabato 9 aprile 2011